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giovedì 3 giugno 2021

Lupo de Lupis, o sulla nuova cultura di sinistra


Su Radio3, questa mattina, una trasmissione sull'identità transgender; un giovane uomo intervistato racconta le difficoltà psicologiche e sociali e soprattutto familiari per vedersi riconosciuta la fluttuazione tra i generi. E cioè per essere riconosciuto tout court.

E le difficoltà materiali?, mi chiedevo ascoltando il programma.

L'uomo non vi faceva mai riferimento, dando l'impressione che esistesse un costante e spontaneo flusso di denaro – la cosiddetta società affluente – a consentirgli il salto di scala; Marx chiamerebbe questo piano sovrastruttura, con le connesse dinamiche di formazione di un pensiero critico, affermazione personale, identità sessuale o meglio ancora sessuata.

Come se questa fosse l'unica identità ancora possibile, dopo che, per oltre due millenni, l'identità si è posta in relazione alla stirpe e quindi al lavoro. Con la stirpe che è divenuta nel frattempo nazionalismo, dobbiamo dedurre che i problemi legati al lavoro siano stati nel frattempo risolti?

Se fossi stato il conduttore del programma di Radio3, avrei girato la domanda alla famigerata casalinga di Voghera, oppure a un metalmeccanico di Piombino, una sarta di Sesto San Giovanni, un bidello di Reggio Calabria, o alla schiera di pony express che mi portano i pacchi di Amazon.

La risposta non è ovviamente arrivata, ma ho provato a identificarmi per un momento anche con queste persone, ricavandone l'impressione che del travaglio di un transgender, a la maggior parte di loro, non gliene importi poi molto, avendone già abbastanza dei propri che stanno a un livello molto più basso e concreto, in cui non esiste alcun flusso spontaneo di denaro di cui essere ignaro bacino di raccolta.

Intuendo ciò, ho anche intuito come mai la sinistra sarà destinata a perdere, almeno finché ci saranno problemi di sinistra che ricevono risposte di destra; risposte rozze e svianti, ma comunque risposte, del tipo che i transgender in fin dei conti sono solo froci, e bisogna occuparsi dei "problemi reali della gente".

No, i transgender NON sono froci (nessuno è frocio!) e anche loro fanno parte della gente, i problemi in cui si dibattono sono reali e meritevoli di attenzione. Ma come negare un tratto che abbiamo definito sovrastrutturale nella loro condizione, che non è un'onta ma presuppone l'appianamento di problemi anteriori. Ed è così che il travaglio identitario raccontato nella trasmissione radiofonica, viene forse avvertito come lussuoso dalla casalinga di Voghera, il metalmeccanico di Piombino, la sarta di Sesto San Giovanni, il bidello di Reggio Calabria, i corrieri Amazon e soprattutto i disoccupati di ovunque.

Quella che ho appena fatto è però un'affermazione oscena per il nuovo pensiero di sinistra, anch'esso ormai totalmente identificato con i problemi, come già detto reali, di un'immaginaria società affluente. E cioè senza tanti giri di parole: con i ricchi, e però sensibili. Come Lupo de Lupis, che è lupo, sì, ma pure tanto buonino.

sabato 21 marzo 2020

Eroi


Se questo fosse un romanzo di Hemingway, in cui i personaggi vengono messi in circostanze estreme in cui rivelano il loro lato più intimo e vero, ci sarebbe un unico eroe corale costituito da medici, personale sanitario, protezione civile, ma anche da quelle cassiere che ancora continuano a lavorare nei supermercati per milleduecento euro al mese, perlopiù sono ragazzine precarie ma intravedi alcune donne mature, forse già contavano i giorni per la pensione, e ora ti scrutano con occhi terrorizzati che spuntano sopra a mascherine azzurre da un euro, a fingere di filtrare il nulla che incombe. Mentre le persone come me, più che in Hemingway, troverebbero il loro cantore nell'italiano eterno incarnato da Alberto Sordi, la scena è quella memorabile da Una vita difficile di Dino Risi, quando querulo si giustifica di fronte a un vice commissario di Polizia: "Mentre il mondo combatteva io resistevo chiuso in cantina solo: senza luce, senza acqua, sempre vino, solo vino." "Ed è uscito quando è finita la guerra?" ribatte l'altro. "No, quando è finito er vino."

martedì 3 aprile 2012

Le regole del gioco ovvero il gioco delle regole


Nel precedente intervento sul blog ho pubblicato una breve storiella, in cui si parlava di un prato, due porte simili a quelle del gioco del calcio, e un uomo misterioso che arriva da non si sa dove, non si sa quando, consegnando un pallone alle ventidue persone che già si trovano lì, anch’esse misteriosamente. Quindi l’uomo si ritira, ponendo come unica condizione l’utilizzo di ciò che offre, ma nessuna norma esplicita su cosa farne. Ciò che richiede in cambio è unicamente l'impegno a stupirlo e commuoverlo. Chi lo saprà fare, avrà in dono il pallone.

In effetti, più che di un racconto e indipendentemente dal merito – che non sta certo a me giudicare – si trattava forse di un breve apologo, nelle mie intenzioni collegato al testo che a sua volta lo precedente. Prendendo spunto da una buffa canzoncina del grande Henri Salvador, accennavo lì alle polemiche suscitate dalla riforma dell’articolo 18, che oltre a richiamare giustamente l'attenzione sull'incalzare del problema della precarietà, non solo economica ma esistenziale, a mio avviso lasciano trapelare anche una sorta di mitologia contemporanea del lavoro.

Ora io non voglio sminuire, o peggio negare, la centralità drammatica che possiede il lavoro in questo tempo. Io stesso, sono disoccupato. Ma se ci pensiamo bene, ciò che è veramente urgente sono le risorse – per mangiare, bere, proteggersi dal freddo e dalle aggressioni degli animali più feroci; quindi per cazzeggiare e svagarsi un po’ – non certo il lavoro. Ci sembra dunque naturale, ovvio e quindi indispensabile dover lavorare, per soddisfare tutte queste esigenze. E lavorare sempre di più.

Bene, io mi limitavo a proporre l’idea che le cose, almeno nei termini puramente logici, da cui discende un nesso quantomeno potenziale con la realtà, dunque politico, non stiano esattamente così. Ossia che non esista un vincolo necessario tra risorse e lavoro.

Pensiamo ad esempio al sistema economico della città di Sparta. In quell’antica città greca nel cuore del Peloponneso non esisteva – per scelta, attenzione, per scelta e non per un ritardo nello sviluppo storico! – non esisteva il denaro, e così la maggior parte degli spartiati si dedicavano ad attività non produttive; l’addestramento militare, in particolar modo.

Certo, la prima obiezione a questo riferimento è che Sparta poteva permettersi una tale economia dell’improduttività, già che a compenso del loro diletto marziale esistevano gli iloti, una popolazione asservita che lavorava la terra per conto di una minoranza di cittadini liberi. Un’obiezione che non solo è fondata moralmente – questo tipo di struttura sociale ha un nome ben preciso: si chiama sfruttamento –, ma anche, e per paradosso, perfetta per arrivare al punto che io intendevo dimostrare.

Il grado di evoluzione scientifico-meccanica della civiltà odierna – non a caso identificata dai filosofi proprio come evo tecnologico – ha raggiunto esiti di tale sofisticazione da configurarsi come nuova e potenziale casta produttiva: far lavorare le macchine al posto dell’uomo, detto in poche e semplici parole. Le macchine come gli iloti. Questa è l’idea.

Naturalmente io non mi nascondevo, e non mi nascondo, la natura utopica di una proposta tanto estrema. Ma non perché sia impraticabile nei fatti, bensì per il carattere illusoriamente naturale delle forze in campo, che ci fa percepire i limiti autoimposti dalle consuetudini culturali come la struttura stessa del sistema, e non invece come la sua congiuntura storica – e dunque modificabile – dentro un diverso sistema.

Provando a riformulare l'idea con termini più correnti, se non abusati, le attuali regole economiche non sono l’hardware delle nostre vite, ma solamente uno dei possibili software, a dire il vero piuttosto collaudato, che fa da velo a interessi particolari e minoritari. Ci sono insomma sempre degli spartiati – che sfruttano – e degli iloti che vengono sfruttati.

Per distogliere lo sfruttamento dall’umano e rivolgerlo all’inorganico, è dunque necessario ripensare l’intero processo economico, e farlo in una direzione che effettivamente possiede diversi punti in comune con la teoria marxista. Infatti per ridistribuire il prodotto della meccanizzazione del lavoro è necessario che i mezzi di produzione e di scambio siano a disposizione della collettività, come vuole appunto la dottrina economica che da Karl Marx discende. Quindi anche le risorse produttive devono essere appannaggio della polis, e non stornate nell'imbuto che conduce allo stomaco di pochi fortunati.

Ma al di là, o forse al di qua di una proposta politica circostanziata – che non ho lo spazio, il tempo e probabilmente neppure gli strumenti per proporre – quel che mi interessa rimarcare è l’intima natura politica di tutto ciò, anche se noi ci siamo abituati a pensarlo (complice la stampa, i mezzi di informazione) come indiscutibile e scontato; o se preferite, con maggior zelo filologico, come impolitico. E in questa categoria vengono ormai ricomprese anche l'attività parlamentare e l'amministrazione della cosa pubblica, che vengono rubricate dentro la dimensione del fare, del "fare le cose per bene", come si usa sentenziare al bar, e in ultima analisi del dominio della tecnica.

Platone, nel Politico, perimetra molto bene il campo concettuale del discorso, definendo l’azione politica quale “tecnica régia” (basilikè téchne), che sovraintende e conduce tutte le altre tecniche particolari, singolarmente utili alla trasformazione dell’intenzione politica in prassi operativa. Beh, come credo sia a tutti evidente, i termini del rapporto tra politica e tecnica appaiono ora invertiti. E’ la politica, insomma, a dover sottostare agli imperativi tecnici, che direzionano strategicamente ogni aspetto della vita associata.

Questo forzato contenimento della libera sovranità politica imposto dalle catene procedurali della tecnica, è però un tema svincolato dall'ipoteca culturale della Sinistra, e anzi sviluppato proprio dalla Destra culturale novecentesca (Heidegger, Pound, Schmitt, Benn, Junger...). Tema che ritroviamo anche nel raccontino a cui accennavo. Dove non è nelle cose, o nelle infinite possibilità del pensiero combinatorio, il limite che gli uomini si sforzano di rispettare – non toccare il pallone con le mani, nello specifico. Infatti chi l’ha detto, che non si può: sta forse in qualche legge naturale, biologica, fisica o strutturale...?

L’uomo del pallone, dopo averlo consegnato ai ventidue, ha solamente aggiunto: “Ora provate a stupirmi, e a commuovermi.”

Il limite che gli altri si sono imposti – rispettare le regole del gioco del calcio, a cui si mostrano assuefatti – sta dunque nella testa degli uomini, e non in supposti vincoli normativi o ambientali. Un limite probabilmente indotto, oltre che dai già accennati interessi particolari, anche da qualcosa come una tautologia tecnica, ossia da una sorta di pregiudizio operativo che replichi all’infinito se stesso: le cose fino ad ora sono state fatte a questo modo, e dunque questo è il modo in cui vanno eternamente fatte le cose.

Palle.

Perseverando in uno schema mentale circolare, noi restiamo avvinti da suggestioni irrazionali, bloccati da un sortilegio magico, una bolla cognitiva, che fino a quando non viene fatta scoppiare continua a impedire ogni reale possibilità di progresso, non necessariamente coincidente con lo sviluppo tecnico e produttivo, come aveva intuito Pasolini già quasi mezzo secolo fa. Per tale ragione un progresso pienamente umano potrà avvenire solo quando la politica – tecnica régia – avrà nuovamente asservito le tecniche particolari, proprio come gli spartiati con gli iloti.

Al momento, non ci resta dunque che verificare come l’attuale governo rappresenti la fotografia più esatta di tale incantamento magico su ampia scala: il sessanta per cento degli italiani pensano che alcune decisioni dolorose debbano essere prese perché così vogliono le regole dell’economia, i trattati di Maastricht, i codicilli di Schengen. Ma chi ha deciso quelle regole, quale tecnica régia sovraintende alla tecnica economica (e quindi particolare) di Mario Monti?

La politica si dovrebbe occupare delle ragioni per fare le cose, ricordiamolo ancora, prima che delle cose stesse. Ragioni che si possono riassumere in antiche ma per nulla deteriorate categorie come la felicità, il benessere, la giustizia, il bene, l’interesse personale e collettivo. Maastricht non mi dice nulla in merito alla felicità o al dolore o alla direzione della mia vita! E ciò perché i trattati di Maastricht appartengono all'ambito della tecnica, non a quello della politica, che può e deve sempre rivedere le proprie decisioni, negoziare i suoi valori.

Ci vorrebbe allora qualcuno – un uomo autenticamente politico, un gremlin, un marziano con le antennine verdi, o ancora meglio tutti quanti noi – che a un tratto e per sovrano slancio della volontà prenda tutte le nostre belle regole economico-finanziarie, e le appallottoli in una sfera. Quindi la faccia girare sulla punta del proprio naso, mostrando che ci sono altri modi di giocare con una palla, e che quelli fino ad ora replicati sono solamente una minuscola provincia nel regno del possibile.

Perché non c’è labirinto che non contempli una via d’uscita, e non c’è gioco senza soluzione. Basta cambiare – opplà – le regole del gioco stesso, ed ecco una partita di calcio trasformarsi in una di basket, di rugby, di pallavolo… Non abbiamo che da scegliere, e da reclamare un po' di buona vita anche per noi, non un semplice lavoro!

venerdì 30 marzo 2012

Henri Salvador, o sull'economia dell'ozio


Mia modestissima opinione sull'articolo 18 e dibattito che ne segue. E dunque. Io sto dalla parte di Marcuse, dei situazionisti, di Silvano Agosti e di tutti quelli che pensano che il lavoro sia una distorsione dell'umano. Sì, in culo il lavoro e tutta questa ossessione del "reintegro per giusta causa"! Iniziamo piuttosto a pensare seriamente a un'economia dell'ozio, fondata su una sorta di aristocrazia del bios, per così dire, della vitalità pienamente vissuta e quindi rappresentata, concettualizzata, al punto da riprendersi finalmente il controllo sulla techné - burocratica, finanziaria, produttiva. Ne discende che le macchine, e la scienza tutta applicata alla tecnologia, verrebbero aggiogate dalla polis come gli iloti dagli spartiati, e il capitale d'opera in tal modo ottenuto (senza o con minimo contributo di lavoro umano) redistribuito in forme assistenziali. Perché allora non affermarlo con ingenuo candore: denaro contro nulla, denaro e risorse per il semplice fatto che siamo vivi e respiranti, in una nuova e consapevole declinazione della società affluente, ma una buona volta affrancata da ogni tentazione imperiale: una società che non ruba ai ricchi per dare ai poveri, ma nemmeno ai poveri per dare ai ricchi. Semplicemente - è questo il controvirus cognitivo da istillare nel corpo sociale agonizzante - proviamo seriamente, e naturalmente con cauta progressione, a ripartire l'eccedenza che deriva da un alto grado di meccanizzazione delle attività produttive. Certo, magari non sarà possibile iniziare da subito a cincischiare tutto il santo giorno, camminando con un filo d'erba in bocca discettando di filosofia, di tanto in tanto ingollando un acino d'uva con la coda dell'occhio rivolta a una bellezza di passaggio. Riduciamolo allora, questo benedetto lavoro: giornate lavorative da sei ore, poi cinque, poi quattro, finché non diventi qualcosa come un hobby virtuoso. E' solo un'utopia? Sì, certo, lo è, perché un'economia dell'ozio non è ancora praticabile dentro il topos politico ed economico in cui vige il nomos della finanziarizzazione di ogni aspetto della vita associata. Necessaria è dunque qualcosa come una rivoluzione: culturale, però, prima ancora che belligerante, barricadiera. E senza naturalmente nasconderci che questo altrove del pensiero ci vedrebbe magari tutti un poco più poveri, e però più gioiosamente cazzoni e curiosi. Ma lasciamo ora la parola a un gran maestro in materia, godendoci questo formidabile contributo ironico sulla "santità del lavoro".