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mercoledì 3 dicembre 2025

A lezione di scrittura creativa da Francesca Albanese

Le recenti polemiche sull’infelice uscita di Francesca Albanese mi toccano il giusto, e cioè pochissimo. Le trovo però un formidabile esempio della natura del linguaggio; dunque, volendo, anche un’involontaria lezione di scrittura creativa. Provo a spiegarmi.

Nel condannare l’irruzione violenta nella sede torinese del quotidiano La Stampa – violenta verso luoghi e oggetti, va precisato, non verso le persone che erano assenti a causa di uno sciopero – nel condannare come tutti quel brutto episodio, ad Albanese è sfuggito il termine monito.

È una cazzata, sia chiaro, e credo che lei stessa se ne sia accorta a stretto giro – monito è la foma contratta di ammonimento: quello che fanno gli arbitri di calcio ai giocatori fallosi, ma anche i mafiosi a chi non paga il pizzo.

Nessun ammonimento dunque, che i giornalisti della Stampa continuino a scrivere quel che gli pare, senza cartellini rossi o frasi minacciose pronunciate a mezza bocca.

Il fatto è che il termine improprio faceva capolino all’interno di parole di condivisibile buon senso; se volessimo quantificare, sarebbe l’uno per cento del dettato linguistico.

Eppure, quell’uno per cento è quel che si è fissato nell’attenzione dei più, compreso di chi (come me) non ha pregiudizi ostili verso Francesca Albanese. Perché?

La risposta non la troviamo nella teoria politica, ma in quella, appunto, narratologica. Nella sua ultima newsletter, lo scrittore Ivano Porpora parla di “come un dettaglio minimo può aprire la porta alla profondità."

“Molte storie si inceppano perché restano in superficie: la scena c’è, ma non scava. Sembra giusta, sembra messa lì bene, eppure non cambia niente del personaggio, non apre niente, non lascia filtrare nessuna crepa.”

Fin qui la cornice astratta, ma nel testo vengono aggiunti anche alcuni esempi. Il primo riguarda un racconto di Tommaso Landolfi dal titolo La pietra lunare.

“All’inizio" prosegue nel suo ragionamento Porpora, "sembra tutto lineare: un ragazzo si innamora. Ambientazione quasi da realtà domestica. Purezza. Poi Landolfi mette un dettaglio: gli zoccoli caprini della ragazza.”

Ecco, il termine monito, pronunciato da Francesca Albanese quasi distrattamente, corrisponde agli zoccoli caprini nel racconto di Landolfi: in entrambi i casi è il dettaglio che indirizza l’interpretazione del lettore.

Si produce infatti un’incrinatura discorsiva nel leggere di zoccoli caprini, specie quando a indossarli è una ragazza in tutto il resto normale; si produce una speculare incrinatura quando si utilizza il termine monito associandolo al vandalico assalto della redazione di un giornale.

Seguono le precisazioni di chi ha commesso la gaffe; e le ragioni, specie quando sono ragionevoli, sono sempre bene accolte. E poi chi siamo noi per assegnare patenti di virtù, come fece la stessa Albanese quando si rivolse al sindaco di Reggio Emilia: “La perdono, Sindaco.”

No, noi non perdoniamo proprio nessuno, perché nessuno abbiamo accusato. Ma da lettori quel monito è difficile da dimenticare... Per dirla con Roland Barthes: è il punctum della narrazione.

martedì 16 settembre 2025

Arte e vita

Qual è la differenza tra vita e letteratura? Ci sono centinaia di saggi accademici che provano a spiegarlo. Ma forse è sufficiente una sola immagine, sta affissa sulla bacheca metallica dei manifesti funebri, si trova a lato del giardinetto dove porto tutti i giorni il cane a fare pipì. Trascrivo ciò che leggo:

"Grazie zio Tato
Le tue mani grandi hanno per noi costruito, ci hanno accarezzati e stretti. Sono segno della tua forza e della tua bontà.
Caterina e Samuele"

Chi non avrebbe voluto avere uno zio così? Questo nella vita cosiddetta vera, almeno. In quella verità rivelata che è la finzione letteraria, zio Tato sembra invece trasformarsi. Le parole dei nipoti smettono di dire ciò dicono; e però continuano a comunicare, esprimono un senso ulteriore che può essere colto solo dall'interpretazione. Ora alludono per simboli, analogie, slittamenti semantici, ogni cosa è sospetta e va interrogata con la lampada puntata sul volto. È ciò che sa fare la letteratura al suo meglio.

E così lo zio Tato si converte o, meglio, si convertirebbe in un molestatore seriale. Gli indizi sono numerosi, a partire dalle mani. Sono grandi come verosimilmente lo è tutto il resto: che mani grandi che hai dice Cappuccetto Rosso al lupo, che orecchie grandi, che occhi grandi... E Cappuccetto Rosso si ferma qui, ma noi abbiamo capito a quale altra parte del corpo Charles Perrault e i fratelli Grimm vogliono arrivare.

E poi le carezze, quando offerte da uno zio sappiamo, per maliziosa consuetudine, di che carezze si tratta. Sono strizzate d'occhio al lettore. Ma Caterina e Samuele, i nipoti dello zio Tato, non sono narratori, e io che sto in piedi davanti alla bacheca un po' commosso e un po' anchilosato, mentre il mio cane sta cercando il punto giusto per il rilascio in un aiuola essiccata, smetto provvisoriamente di essere un frequentatore di romanzi. Sto respirando. Sono vivo.

E così nel soffio vitale Antonio, Salvatore, Gaetano o come diavolo si chiama il defunto, torna a essere lo zio Tato. Un essere umano, non un segno. Anzi un'assenza, manca all'appello del mondo, e domani non rientrerà con una giustificazione firmata dai genitori sul diario. Eppure in tutto ciò si ostina un elemento romanzesco, per farne esperienza anche noi dobbiamo immaginarlo come facciamo quando apriamo le pagine di un libro: con le sue mani grandi, e il cuore buono.

venerdì 15 agosto 2025

Torte, libri e seggiovie (mi ricordo 44)

Mi ricordo del primo libro che acquistai, l’aggettivo primo era presente già a partire dal titolo, La prima fetta di torta, a firmarlo se non forse a scriverlo fu Sandro Mazzola, detto Sandrino. Recita il sottotitolo: i problemi, le speranze, le delusioni di un ragazzo con voglia di pallone.

Fino a quel momento avevo letto solamente libri che mi passavano i genitori, di solito si trattava dei romanzi di Mino Milani ambientati nel West; per convincermi a una pratica verso cui non mostravo alcun interesse precoce, anzi e a dirla tutta scantonavo, facevano leva sulla mia passione per i fumetti di Tex Willer. Ma avevo anche già letto Il vecchio e il mare di Hemingway. Lo cominciai, tra uno starnuto e l'altro, una mattina in cui non ero andato a scuola, per terminarlo prima che cominciasse Zorro in tivù. La scelta fu dettata dal fatto che era il volume con meno pagine, almeno tra quelli presenti nella libreria di papà. Poi venne il desiderio di un libro tutto mio, e dal momento che Mazzola era il calciatore che aveva fatto tana nel mio cuore (quando ero più piccolo mi era stata regalata una bambola che ne riproduceva le fattezze, ora la si trova su eBay a prezzi stratosferici) la sua autobiografia mi sembrò la scelta naturale.

Era un uomo affabile, di solito le persone affabili sono un po' rotondette, mentre lui era secco secco ma dalle gambe lunghe e potenti, con cui riusciva a liberarsi dalle marcature a uomo dell'epoca, terzini alla Burgnich che ti seguono fin dentro agli spogliatoi. Inoltre era molto bella anche la copertina, raffigurava un prato verde con alle spalle una porta da calcio, al suo interno undici uomini pronti per iniziare la partita. Ciascuno indossava la blusa di un diverso club, ma erano accomunati dallo sfoggiare i baffetti di Sandro Mazzola. In primo piano, sempre dipinto, un pallone di cuoio con la cucitura esterna, da cui fuoriuscivano i lacci per rinsaldare gli spicchi. Un vero spauracchio nei colpi di testa.

Da parte tenevo un po’ di soldi frutto delle mancette di Natale e compleanno, e così mi avviai verso la libreria Alesso; più che altro era una cartoleria, ma qualcosa comunque si trovava. Chiesi del libro. Sì, certo, l'abbiamo. È edito da Rizzoli: vuole l'incarto da regalo? No grazie, è per me. Tornai a casa e cominciai a leggere sul divano in tessuto grigio del soggiorno.

Temo di avere scordato il contenuto, ho solo qualche reminiscenza. Ad esempio la tragica morte del padre nell’incidente aereo di Superga, al dolore personale si unì un ammonimento filosofico: la grandezza, quella del grande Torino spazzato via in una maldestra manovra di volo, come la bellezza è transitoria; e poi l'esame di maturità sostenuto nel giorno del suo esordio in Juventus Inter, era il 10 giugno 1961, diventò ragioniere poche ore prima di segnare il suo primo gol in serie A; il rapporto con il più giovane fratello Ferruccio, che non riuscì mai a ottenere gli stessi risultati sportivi. Non è solo un fatto di impegno, il talento è asimmetrico e distribuito senza ragione apparente. Tutti motivi della grande tradizione letteraria, mi viene in mente Il soccombente di Thomas Bernhard, al modo di un frattale potevo ritrovarli in un libro alla mia portata, quella di un braccio più avvezzo allo scaffale delle patatine.

Potrei aggiungere che da quel giorno divenni un lettore accanito, ma non sarebbe vero: continuavo a preferire le biciclette da cross, i fucili a elastico, gli occhi marroni dei cani e quelli azzurri delle ragazze tedesche; le riconoscevi in campeggio dalle tre bande cucite sulla maglietta Adidas, e dalle cosce snelle arrostite dal sole.

C’è chi sostiene che la letteratura rappresenti un doppio della vita. Io penso che sia più modestamente una sua regione un po’ discosta, ci vuole determinazione e pazienza per raggiungerla, ma anche il coraggio di Charles Marlow in Cuore di tenebra. Al termine si potrebbe scoprire una diversa geografia dell'umano. Ha il vantaggio, non trascurabile, che ci si entra uno per volta o al massimo in due, come su certe seggiovie; l'altro è l'autore, o per essere più precisi la voce narrante. E mentre sfogli le pagine si mette in moto la seggiovia, risale le pendici di un monte che può essere più o meno alto, lo vediamo animarsi dei personaggi della narrazione. Non tutti i giorni abbiamo le forze per raggiungere l’Himalaya, si può anche andare in libreria e, invece di Delitto e castigo, chiedere l'autobiografia di Sandro Mazzola. Che è poi quello che ho fatto io.

Per un po’ è stato bello stare in sua compagnia: mi diceva guarda lì, guarda là, guarda me. Ma dopo un centinaio di pagine mi venne voglia di scendere – interrompere la lettura è uno dei fondamentali diritti del lettore, scrive Pennac – e lo salutai per lasciarlo proseguire da solo. Adesso mi piace ancora leggere, ma non ne ho fatto un'ossessione. Non comprendo chi vede nella letteratura una Gerusalemme Celeste, pubblicando sui social la copertina dei libri appena letti. È solo carta rilegata penso.

Però devo ringraziare Mazzola e tutte le fette di torta che sono seguite, mi hanno insegnato a scorgere il lato incerto delle cose, il fatto che una torta è una torta ma anche qualcos'altro, una seggiovia è una seggiovia ma pure una via senza più alcun seggiolino, una possibilità a cui non avevamo ancora pensato, o che conoscevamo senza possederne le parole. C'è spazio perfino per l'ovvio, ed è qui che incontriamo la differenza altimetrica: il cattivo scrittore rimane a fondovalle, mentre quelli che poi chiamiamo classici si arrampicano fino a ribaltare le premesse.

Una volta che si sia appresa la lezione – il mondo è liquido – la si può applicare a tutto il resto. Io la misi subito in atto, trovando il mare a lambire il condominio sondriese dove abitavo negli anni Settanta, il cortile era diventato un golfo da navigare in compagnia di altri piccoli marinai. Allora le pensavamo acque limpide, se non altro ci erano risparmiate le immagini dei cormorani con le piume imbrattate di petrolio.

giovedì 26 giugno 2025

плачущие мужчины

A me piace questa cosa dei russi che piangono tra maschi. Non è poco virile piangere tra maschi, per i russi almeno. Il maschio piangendo rimane maschio, meglio ancora diventa uomo, lo status biologico non viene intaccato, ma il sentimento lo accresce di una dimensione storica. A noi, fin da piccoli, è stato insegnato il contrario: se piangi sei una femminuccia.

A dire il vero io non conosco tanti russi, ma lo sostiene Paolo Nori in un suo scritto. Una volta Paolo Nori stava parlando con un camionista russo e fa una citazione da Puškin. A quel punto il camionista scoppia a piangere, lasciando l'interlocutore confuso. Allora il camionista lo abbraccia e gli sussurra all'orecchio: "Tu sei venuto fin qui dall'Italia... e conosci le parole... dalla tua bocca le parole del nostro Aleksandr Sergeevič... Non è commovente?" E così anche a Paolo Nori vengono gli occhi umidi.

Io ho pianto una sola volta assieme a un altro maschio. Era il mio medico della mutua, stavamo nel suo studio che si trova in un bel condominio al termine del Lungo Mallero Diaz, a Sondrio. Uno può pensare che mi aveva appena rivelato l'esito funesto di un esame  in effetti i miei esami del sangue, nell'ultimo periodo, non sono tanto belli, ma invece no: sono io ad avergli rivelato una cosa, una canzone di Vinicio Capossela per la precisione.

Io e il mio medico ci conosciamo da tanti anni, e così per fargli capire come mi sentivo  Come ti senti? era stata la sua domanda  ho tirato fuori lo smartphone e avviato l'audio della canzone su YouTube. La musica è ripresa da un brano di Thelonious Monk, Abide with me, il cui titolo a sua volta richiama un inno sacro del 1847, scritto dal curato scozzese Henry Francis Lyte è stato rielaborato da Capossela. Intanto, nella sala d'attesa c'è una persona che aspetta con le gambe accostate come le statue egizie; è un cinese sulla settantina, e dunque non è vero che quando i cinesi si ammalano non si curano, e non curandosi muoiono, e una volta morti vengono fatti sparire.

Io e il mio medico continuiamo ad ascoltare. Nessuno dei due parla, da lati opposti fissiamo un identico punto sulla scrivania  forse una ricetta medica, non ricordo , mentre le note raggiungono la sala d'attesa, dove sta seduto compostamente il cinese. Quando la canzone termina e rialziamo lo sguardo ci accorgiamo che stiamo entrambi piangendo.

Lacrime, proprio. Fuoriescono dalle sacche lacrimali di due maschi caucasici adulti, cosa facciamo adesso sembrano chiedersi, nel locale adiacente si intravede un lettino a cui è accostato lo sfigmomanometro. Intanto, un cinese continua ad aspettare il suo turno. Chissà cosa avrà pensato nell'udire le note di Thelonious Monk accompagnate dalla vocina stridula di Capossela... Grazie a Dio non doveva essere una cosa urgente, alla mia uscita con il fazzoletto in mano era ancora vivo. L'ho salutato con tono di scusa  ogni luogo ha le sue pratiche, e non si fa lo sci d'acqua in piscina  a cui ha risposto con gli occhi alla maniera dei gatti siamesi. Ma anche fosse morto, non avrei visto i manifesti funebri. 

Di seguito, il testo della canzone che si intitola Sopporta con me, dall'ultimo album di Vinicio Capossela, Sciusten Feste n 1965

"Sopporta con me, mio Signore
Per ogni evenienza, sopporta con me
Sopporta con me
Gli eventi precipitano, le tenebre sprofondano
Signore, con me
Sopporta tutto questo
Dove l'aiuto degli altri fallisce
Quando non basta più e il conforto svanisce
Aiuto dei senza aiuto
Sopporta con me
Soprattutto la sera

Ai margini del breve giorno della vita
La gioia della terra cresce e continua
Ma la sua gloria passa
Tutto intorno quello che vedo cambia e decade
Oh, ma Tu che non cambi mai
Insomma, sopporta con me

Non ti chiedo la carità né parole di conforto
Per chi mi hai preso
Per uno dei tuoi discepoli, eh, Signore
Familiare, disponibile, paziente, libero
Solitario
Non tenermi compagnia
Ma abbi il coraggio almeno una volta
Di sopportare con me

Non venire nel terrore come il re dei re
Ma delicato e gentile con ali di sentimento
Con lacrime per tutti i peccati
E un cuore nuovo per ogni necessità
Vieni, amico dei peccatori
Sopportiamo insieme

Nella mia testa continua a sorridere
Come nella prima giovinezza
E nel frattempo ho attraversato ribellioni e perversioni
Che non mi hanno più lasciato, ma io ho lasciato loro
Almeno alla fine, oh Signore

Sopporta con me
Sopporta con me, ne ho bisogno come le ore
Hanno bisogno di passare
Cosa, se non la grazia
Può alleviare il potere delle tentazioni
Chi, se non Tu stesso
Potrà guidare il mio restare
Sole e nuvole, Signore
Sopporta con me

Non temo nulla, se ci metteremo d'accordo
Il malessere è senza peso
E le lacrime non sono amare
Dov'è la punta della morte
Dov'è sepolta la vittoria
Trionferò lo stesso
Se Tu solo sopporterai con me

Resisti fino al passaggio
Prima che gli ochi mi si chiudano
Brilla nella nebbia e indicami il cielo trasparente
Il mattino irrompe in paradiso
E l'ombra inutile della terra sparisce
In vita e morte, Signore
Di questo davvero ti prego
In vita e in morte, Signore
Sopporta con me
Di questo davvero ti prego
Sopporta con me"



lunedì 2 dicembre 2024

I passi di Claudia

Non conoscevo personalmente Claudia Tarolo, anche se, una quindicina di anni fa, ci scambiammo alcuni messaggi privati che avevano quale oggetto la città in cui abbiamo vissuto entrambi, e dove io sono rimasto incastrato. Lei abitava con la famiglia di origine sulla salita di via Alpini, porta a Montagna in Valtellina ma è ancora in comune di Sondrio, negli anni Venti veniva percorsa tutti i giorni da mia nonna diretta al mercato, dove sperava di vendere il latte appena munto dal padre. Oltre mezzo secolo dopo, all'inizio degli anni Ottanta, Claudia arrancava sullo stesso ripido tratto di strada in senso inverso, un passo dopo l'altro calzando scarpe che immagino da pallacanestro; con il borsone in spalla, nel tornare dal Liceo Scientifico Carlo Donegani, si doveva sbuffare non meno che con la brenta di alluminio. Se non altro le cuffiette del walkman potevano restituirti un brano dei Police, Message in a bottle ad esempio, sono molti i mari che la bottiglia deve attraversare prima approdare nelle mani giuste, come le pagine di un libro. Le ragazze che scendevano a vendere il latte alleviavano la fatica cantando, ma sono certo che mia nonna non si univa al coro, neppure in chiesa intonava le canzoni della liturgia. Questa sovrapposizione di passi mi rende ancora più concreta e dolorosa la scomparsa della brava editor di Marcos y Marcos, a un'età che non mi è nota e dunque associo a quei rientri da scuola. La casa editrice, in qualche modo, andrà avanti anche senza il suo prezioso contributo. Ma i passi di mia nonna e Claudia saranno definitivamente sostituiti da altri passi, in un ricambio naturale di suole di cui continuo a non farmene ragione.

domenica 27 ottobre 2024

Venerati maestri

Provo una naturale ammirazione verso le persone che sanno tutto di un determinato argomento, ne sono come ipotecati. Mettiamo la letteratura, l'oggetto più frequentato nella bolla social a cui appartengo, e che di certo non disdegno. Ma dagli e dagli, questa ammirazione, dopo un po' che sento parlare sempre e solo di libri, si è trasformata in diffidenza, complice forse un pizzico di invidia; e come si sa l'invidia genera cattivi pensieri: non è che lo fanno perché hanno l'ennesimo corso di scrittura in partenza...

Mi è così tornato alla mente il solito Pasolini, il quale possedeva una cultura letteraria non minore. Eppure, i suoi interventi sull'argomento non erano tanto frequenti, perlopiù originati dalle accuse a lui rivolte dal Gruppo 63, a cui opponeva il suo essere "forza che viene dal passato". Sulle pagine del Corriere della Sera scriveva di aborto, di "capelloni", antropologia, arte, mito, linguistica, cinema, politica, calcio, economia, religione, studenti borghesi contro poliziotti proletari. Scriveva della vita, insomma, oltre a parlarne con i propri amici, che non si limitavano a una squisita cerchia intellettuale.

Con toni forse più vaghi e a volte naif, anche Battiato, quando intervistato sulla sua attività di musicistia, riusciva sempre a svicolare verso la tenebra luminosa della mistica, frequentava con caparbietà l'esoterismo, la fisica quantistica, lo sciamanesimo, perfino di poker e biliardo ne sapeva, e pare che di entrambi fosse un ottimo giocatore. Recita il testo di una sua canzone: "mi piaceva tutto della mia vita mortale, \ anche l'odore che davano gli asparagi all'urina."

Non è questione di essere enciclopedici, ma semplicemente curiosi. E questi venerati maestri social, più monotematici di Rocco Siffredi, mi pare abbiano perduto la capacità di sporgersi sul mondo con un filo d'erba in bocca, quel che passa passa. E poi va, come urina nel water.

venerdì 13 settembre 2024

Tipi umani

Nella scheda personaggio di un romanziere, la prima e decisiva voce dovrebbe essere la musica. Lo si ricava scorrendo i profili di Facebook Dating – poco utile allo scopo preposto, offre preziose indicazioni sull'umano come genere fortemente tipizzato. Quindi funziona da calco solamente per i personaggi secondari, diffidate di Facebook Dating se volete costruire un protagonista vero e complesso, ma con i personaggi di contorno è un album di figurine a cui attingere a piene mani: i tipi psicologici sono messi in posa come calciatori con la maglia della squadra di appartenenza; i più egocentrici tenevano un tempo il colletto sollevato, ora non ci sono più i colletti e nemmeno gli album delle figurine con i calciatori. In ogni caso, quella blusa andrà a coincidere proprio con la musica indicata tra le preferenze. Se ad esempio, all'interno di un profilo femminile, si legge che i cantanti del cuore sono Ultimo e Mengoni (con l'aggiunta di Loredana Bertè, abbiamo coperto i gusti musicali del 50% delle donne presenti; ai profili maschili non mi è consentito l'accesso), potremo ricavare quasi ogni altro aspetto del mondo sociale in cui collocare la persona: abbigliamento, spettro professionale, perfino il luogo dove ha acquistato la tendina per la finestrella del bagno, che non sarà l'Ikea ma Leroy Merlin. Mentre quando fa l'Happy Hour con le amiche – perché fa l'Happy Hour con le amiche, anche questo si desume dall'ascolto di Ultimo e Mengoni – ordinerà Spritz in inverno e Mojito in estate, con oscillazione tra i due nelle stagioni intermedie. Di una donna che invece ascolta Frank Zappa, si può scommettere che non ordinerà niente. Non esistono infatti donne che ascoltano Frank Zappa, se, nella scheda personaggio, avete inserito l'artista che di sé dichiarava "tengo una minchia tanta", al più potrete scrivere un romanzo ucronico o fantascientifico. Ancora ancora è possibile fare un tentativo con Tom Waits... Compulsando Facebook Dating, arriveremo alla conclusione che la donna con questa passione musicale ha due tatuaggi non meglio definiti (in ogni caso, non i trenta tribali di chi alza il volume dell'autoradio con Metallica e Foo Fighters), pratica un'arte marziale giapponese poco diffusa, non ha figli e non pensa di averne, qualche relazione saffica alle spalle ma le sta sul cazzo Gianna Nannini e chi l’ascolta, così è tornata, senza troppo entusiasmo, ai maschi che sulle applicazione di incontri ricerca con spirito altamente selettivo, a cui comunque preferisce la sua arte marziale poco diffusa; se proprio deve fare l'Happy Hour – non ci va matta, ma ogni tanto le tocca – ordinerà un Negroni o qualche vigoroso rosso del Sud, non certo Pinot nero di Borgogna. Mentre partendo da quello, dal Pinot nero di Borgogna, è molto più difficile risalire alla musica, sono dettagli che tendono a rimanere isolati. Isolati come chi frequenta luoghi virtuali come Facebook Dating, nella circostanza il sottoscritto.

mercoledì 28 agosto 2024

Quasi tutti

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. È da anni che mi risuona questa frase – il vuoto lasciato dall’uomo è grande, a noi rimane lo scrittore. L'abilità di sintesi ne conferma la maestria, basterebbe il commiato: è difficile ottenere una resa estetica migliore, il botto finale dei fuochi d’artificio che lascia i bimbi con la bocca spalancata, o il coniglio bianco nel preciso momento in cui esce dal cilindro. Ma quando c’è un mago abbiamo imparato esserci anche un trucco. Forse l’inghippo sta nel doppio complemento: tutti. Come si fa a perdonare tutti, tutti tutti dico, ci sarà pure qualcuno che te l’ha fatta grossa, e non riesci a mandare giù?

La storia linguistica del termine sembra confermare i sospetti, accoppiando la particella intensiva per con il verbo donare, qui sostantivizzato. E se qualcuno non provasse interesse al mio dono, mi chiedo, come quando regaliamo una pipa a chi ha smesso di fumare? C’è inoltre una disposizione asimmetrica nel perdono, concessiva – un SUV ti tampona, tu scendi e rivolto al conducente: “Oh tapino, va’ va’… ti perdono!” Se alla guida trovi Ibrahimovic, due schiaffoni non te li leva nessuno.

L’asimmetria viene ribaltata di prospettiva nella domanda di perdono: chi lo richiede (una richiesta che spesso prende il nome di supplica) viene immaginato a un livello più basso, siamo totalmente ipotecati dal dono che l’altro ha da offrirci – se vuole sarà lui, o lei, ad alzare il pollice alla maniera degli imperatori romani; la richiesta è arrischiata, il dito potrebbe anche volgere verso il basso. Non è questo il caso di Pavese, lo scrittore di Santo Stefano Belbo offre e, a un tempo, si dispone a ricevere il suo perdono già dall’altrove dei morti, dove non è presente alcuna geometria spaziale: si è finalmente fatti a immagine e somiglianza del Padre.

Eppure, anche il Dio di Abramo, quando questi prova contrattare il numero di giusti presenti nella città di Sodoma – si inizia con cinquanta, poi si scende a quarantacinque, quaranta, trenta, venti… – alla fine si ferma a dieci, dieci giusti. Altrimenti spacco tutto, come in effetti poi fa. Il suo non è dunque un perdono incondizionato, non facciamoci fregare dal titolo di un vecchio film con Bud Spencer e Terence Hill: Dio perdona, io no. Dio perdona quasi tutti, non tutti. E così qualche sassolino dalla scarpa possiamo levarcelo pure noi.

Letteratura selvatica

In un testo di Tullio De Mauro, ne ho purtroppo scordato i riferimenti, veniva suggerito che fossero le persone meno colte (lui le chiama "sub parlanti") a fare un maggior uso figurale della lingua, e ciò per via del fatto che non dispongono dell'esattezza denotativa dei linguaggi tecnici. Connotano così i loro discorsi attraverso metafore, metonimie, sineddochi e insomma tutto l'arsenale retorico con cui i letterati plasmano le storie, allo stesso modo di bambini che erigono castelli di sabbia in riva al mare. Alla fine ti dicono: è mio. E hanno ragione ma anche torto. Perché se le mani erano le loro, il mare con cui impastare la sabbia è di tutti.

Come il mare, la letteratura è un'esperienza che non si arresta agli angusti confini della pagina, dilaga nel parlare comune, monta in ondate di insulti e schiuma di bestemmie, scroscia tra i calici del Bar Piero, zampilla tra una sforbiciata e l'altra di Gino, il barbiere che ha ancora il cavalluccio per i più piccoli, e nei proverbi di anziane zie che ora hanno finalmente guadagnato lo status di nubili, se non di single — mai più zitelle.

Di certo si è guadagnato in correttezza politica, ma a questo modo si è forse perso qualcosa in espressività: il linguaggio si fa asettico, da protocollo anagrafico, oppure anglofono e pretenzioso, facendo dell'autonomia affettiva una virtù gelidamente referenziale, in sostituzione della malandrina ironia contenuta in un'antifrasi letteraria. Zitella deriva infatti da zitta, in siciliano ragazzina, dove il senso è qui chiaramente ribaltato.

Nel leggere De Mauro, ricordo di aver pensato: oh cazzo, ma allora sono un sub parlante, non riesco a esprimere un concetto se non menando il can per l'aia (metafora). Ma poi mi resi conto di essere in buona compagnia. Muhammad Ali, ad esempio, che da studente aveva livelli di rendimento scolastici molto al di sotto della media, prima dell'incontro del 1974 in cui sconfisse George Foreman a Kinshasa, improvvisò con i giornalisti un discorso di cui riporto uno stralcio. Io lo considero a tutti gli effetti letteratura, letteratura selvatica sfuggita allo zoo editoriale in cui si vorrebbe contenerla, e anche di buon livello:

"Ho lottato con un alligatore, ho lottato con una balena, ho ammanettato il lampo, ho messo il tuono in prigione! Solo la settimana scorsa ho ucciso una roccia, ferito una pietra, ospedalizzato un mattone! Sono così cattivo che faccio ammalare la medicina! Sono veloce! La scorsa notte ho spento la luce nella mia camera da letto, ho colpito l’interruttore e sono stato a letto prima che la stanza fosse buia..." 

Muhammad Ali

lunedì 29 luglio 2024

Amichettismo, lobby, club e clan, proviamo a fare un po’ di chiarezza

C’è un tratto della mia personalità infantile che ritrovo immutato sui social. Mi compiaccio quando qualcuno mi richiede l’amicizia su Facebook – specie se è una giovane donna graziosa, confesso – ma di più quando mi accorgo di essere stato stralciato dai contatti di Tizio o Caio, e senza che tra di noi ci fosse stato alcun diverbio.

La sensazione che ne ricavo è di essere un prodotto di nicchia, diciamo pure e fuor di metafora che sono abilissimo a stare sul cazzo alla gente, ma ho assoluto bisogno di essere amato da un piccolo numero di miei simili, potremmo chiamarlo clan, come quello di Celentano. Sono anche in grado di assegnargli un numero: il mio clan corrisponde a una quindicina di elementi, la quantità di like che i miei post ricevono in media.

Ma è anche il numero di componenti della squadra di basket di cui facevo parte da ragazzo, riserve comprese. C’erano gli altri – i Forti e liberi di Monza, la Posal Ford di Sesto San Giovanni, il Pezzini di Morbegno – e poi c’eravamo noi che eravamo la Sondrio Sportiva di basket, sponsorizzata dalla centrale del latte Colavev.

Quando il mio amico Fulvio Abbate parla di amichettismo, credo non si riferisca all’umano sentimento di far parte di un clan, ma di non possedere il senso della misura, immaginando squadre di basket composte da duecento, trecento, anche mille persone. E pretendere che tutti ti passino la palla, tu poi la ripassi a loro, senza mai osare un tiro da tre punti. Una partita fatta di soli passaggi, e se arriva un vero avversario gli rispondi La palla è mia tu non puoi giocare.

Ma quello non è un clan, è una cazzo di lobby, un fottuto club. Groucho Marx diceva che non avrebbe mai fatto parte di un club dove accettassero uno come lui tra i suoi membri, e nel dirlo si riferiva a un concetto molto simile all’amichettismo culturale denunciato da Fulvio Abbate, a trazione sempre più femminile.

I club esistono da tempo immemore, esistono le lobby, le famiglie mafiose, e fanno tutti mediamente schifo. Fanno schifo anche quando composti da fini intellettuali che non farebbero mai esplodere l’auto di un magistrato, è il principio che conta.

Bon, ciò che avevo da dire l’ho detto, ora posso tornare al mio piccolo clan. E coloro a cui queste parole dovessero stare sul cazzo possono esercitare il loro diritto di tiro al piccione. Come sempre saprò farmene una ragione, una ragione di piacere.

venerdì 26 luglio 2024

McGuffin, o sul processo creativo

 

Nei giorni scorsi ho pubblicato due micro racconti, a pochissimi giorni di distanza li ho inseriti qui e anche su Facebook. Entrambi sono passati un po’ in sordina, ma va bene così, non ne rivendico il valore; in fondo li ho scritti solo per poter arrivare al ragionamento che sto per fare. Oltretutto, nemmeno 3000 like ti assicurano della bontà di un testo, altrimenti Fedez sarebbe meglio di Dostoevskij.

Ma torniamo ai due racconti, che in realtà erano la medesima storia. La prima versione narrava una vicenda realmente accaduta (il corvo di due miei conoscenti imitava le voci degli operai intenti nei lavori di ristrutturazione della casa dei vicini), restituita attraverso un lavoro di scrittura limitato alla forma, e cioè alla selezione dei vocaboli, al loro rapporto, ordine cronologico dei fatti, in questo caso del tutto lineare. Nella retorica antica avrebbero detto che si era saltata la fase dell'inventio, passando direttamente alla dispositio e all'elocutio.

Nel secondo racconto quella stessa vicenda viene rielaborata e mescolata con altri eventi reali, fino al punto di occultarla agli occhi del lettore. Si tratta, in parte, di materiali personali (avevo un amico che negli anni Ottanta andava in vacanza a Sanremo, e quando tornava diceva Diofà) e in parte collettivi (Portobello). La loro fusione fa imboccare al racconto una strampalata direzione onirica, del tutto opera di finzione.

Lo sceneggiatore Angus MacPhai chiamava questo espediente compositivo McGuffin, un termine, poi ripreso e reso popolare da Alfred Hitchcock, che non sta a significare nulla di definito, e piuttosto un generico evento che ha funzione di innesco, da cui la trama successiva si può anche svincolare. Tradotto in metafora, abbiamo un seme piantato nella terra, che da lì in poi prende a generare: può essere un fiore, una carota, un albero stortignaccolo o una maestosa sequoia. Ma fermiamoci qui, non entriamo nel complesso problema della qualità artistica, del gusto, anche del talento.

Ciò che voglio arrivare a dire è che come esiste un McGuffin drammaturgico – quello utilizzato da Hitchcock  probabilmente esiste anche un McGuffin mentale, connesso all'invenzione di cui già abbiamo accennato. Può essere qualcosa che abbiamo vissuto oppure letto, sognato, copiato, manomesso, ingerito, annusato, intravisto dal finestrino di un treno in corsa, ma si deve sempre partire da un'esperienza affinché l’impulso creativo venga attivato, la pura fantasia non esiste. Possiamo guardare alla terra come alla mente, senza semi la mente è un deserto di sabbia, o come diceva il mio compagno di scuola Corrado Lapsus un deserto di piastrelle, in quarta elementare sosteneva che nel deserto ci fossero le piastrelle.

A tutto ciò viene dato il nome di processo creativo, ci sono molte teorie al riguardo, io prediligo la versione di un altro regista. Jim Jarmush la vede così: “niente è originale. Ruba da tutto ciò che suscita l’ispirazione o che alimenta la tua immaginazione. Divora vecchi film, nuovi film, musica, libri, dipinti, fotografie, poesie, sogni, conversazioni casuali, architettura, ponti, segnali stradali, alberi, nuvole, distese d’acqua, luce e ombre. Delle cose da cui rubare, prendi solo quelle che parlano direttamente alla tua anima. Se lo fai, il tuo lavoro (e furto) sarà autentico. L’autenticità è inestimabile, l’originalità non esiste. E non preoccuparti di nascondere il furto.”

Di seguito i due micro racconti a cui ho fatto riferimento.

1) The Raven, a true story

Avevo un'amica che aveva una sorella che aveva un marito che aveva un corvo. Il marito parlava, il corvo no. Un'estate, nella casa accanto alla casa della sorella della mia amica dove viveva con il marito e con il corvo - ma il corvo stava fuori, una spaziosa voliera lo ospitava in giardino - fecero dei lavori di ristrutturazione. La sorella della mia amica e il marito e il corvo abitavano in Valtellina, e non si capisce per quale ragione (ammesso che ve ne sia una) i vicini si affidarono a una squadra di muratori bergamaschi. Probabilmente perché sono più bravi dei muratori valtellinesi, e anche di quelli mantovani, varesotti, livornesi, bolzaneti o bolzanini o bolzanesi, non so come si scrive. Insomma i muratori bergamaschi sono più bravi, non c'è storia per nessuno. Così dicono almeno. Al termine dei lavori, che coincise con il termine dell'estate, i muratori bergamaschi se ne andarono. Avevano fatto un buon lavoro, onorato la loro fama. Tutti gli altri rimasero: i vicini, la sorella della mia amica, suo marito e pure il corvo, che all'improvviso si era messo a parlare. Diceva porco di qua, porco di là, per lo più riferendosi a santi e madonne e con inequivocabile accento bergamasco. Diceva anche pota pota pota. A me sembra una bella storia, peccato solo che sia vera. Avrei voluto inventarla io.

2) Portobello, o sull'happy end

Penso a una storia con protagonista un uomo nato intorno alla metà degli anni Sessanta, ha un sogno ricorrente. Tutte le notti sogna Portobello, il pappagallo dell'omonima trasmissione condotta da Enzo Tortora tra il 1977 e il 1983, e poi per un'unica stagione nel 1987, dopo le tristi vicende giudiziarie.

Il sogno compare nel suo teatro onirico alle 2.47, un orario che per la cabala ebraica e la numerologia significherà forse qualcosa, ma non per questa storia. 2.47 precise precise, lo sa perché alle 2.48, puntualmente, si sveglia. E dice: “Diofà!”

Un tipico motto di sorpresa piemontese, strano perché il nostro personaggio non è piemontese, probabilmente ha sentito l’espressione da ragazzo a Sanremo, dove si ritrovava con un gruppo di coetanei di Asti. Tornato a Sondrio al termine delle vacanze (il nostro personaggio è dunque valtellinese) la ripeteva con gli amici del Bar Sole, compiacendosi per l’esotismo del suono. Ma ci voleva, allora come adesso, una ragione per sbottare.

In questo caso coincide col fatto che Portobello ha finalmente parlato – un evento che ha dell'inverosimile, accaduto una sola volta con Paola Borbone. Peccato che nel sogno non abbia detto Portobello, come richiesto dal programma, ma anch'esso Diofà. Cosa fare…?

Enzo Tortora si consulta con gli autori, in studio è presente un notaio, sentono il suo parere e poi decidono di assegnare comunque il premio al concorrente, un bel gruzzoletto in gettoni d’oro. Alle 2.49 il nostro personaggio può così riprendere a dormire. Sì acciambella come un gattone sul lato sinistro, un mezzo sorriso a baciare il cuscino. Perché questa è una storia che finisce bene.

mercoledì 10 luglio 2024

Tronchi e pagliuzze e donne cannone, ancora sul caso di Alice Munro

E poi, ecco, mi torna all'improvviso in mente una vecchia storia di tronchi e pagliuzze, da non vedere – i primi – nei propri occhi, mentre giganteggiano le seconde in quelli degli altri.

Era il 1988, io avevo ventidue anni e una relazione con una donna di sette anni più vecchia di me. La cosa mi inorgogliva parecchio, e nel parlare con i miei coetanei cercavo di introdurre quel dettaglio anagrafico: "Sto con una donna matura" rispondevo a chi mi chiedeva se fossi fidanzato; in realtà lo dicevo anche a chi non chiedeva – sotto testo: "Non come voi che andate a letto con ragazzine scipite."

Ci vedevamo raramente, al termine di un intenso amore estivo lei era tornata nella città lontana dove aveva un lavoro, io frequentavo ancora l'università. Oltre allo scambio di lettere scritte su carta rosa o azzurrina, svelte telefonate in teleselezione, mi raggiungeva a Sondrio almeno una volta al mese, magari aggiungendo qualche giorno per i ponti festivi. Durante una di queste visite mi aveva portato un profumo appena uscito, era contenuto in una boccetta color porpora e odorava di mirra, violetta e buco del culo di castoro.

“Grazie grazie” avevo detto sbrigativamente, lei forse si attendeva maggiore entusiasmo – se non altro per rispetto verso i castori, da cui veniva estratta una preziosa essenza chiamata castoreum – ma ero tutto preso dall'organizzazione di uno spettacolo tratto da un testo di Cechov; non recitavo ancora, ma mi ero improvvisato nel ruolo di impresario teatrale.

La sera della prima, oltre alla mia compagna, erano venuti a teatro anche mia madre e l'uomo che frequentava; un bell'uomo devo riconoscere, somigliava un poco a Raul Gardini, e come lui consapevole dei denti bianchissimi da esibire come il gran pavese sul veliero. Unico problema, era sposato. Io stavo dunque tra le quinte, e Manuela, così si chiamava, si era seduta in platea assieme a mia madre e a Raul Gardini. Lui aveva voluto pagare per tutti, anche se io avevo offerto tre biglietti omaggio.

Il giorno successivo Manuela mi prende in disparte, e dice con voce grave: "Sai cosa ha fatto ieri sera quel porco?"

“Quale porco?”

“Il trombamadri, dai, hai capito…"

"Cosa ha fatto?"

"Durante lo spettacolo mi ha infilato una mano tra le cosce."

"Ma sei sicura che voleva fare proprio quella cosa lì?"

"No, stava cercando l'accendino.”

"Ok ok, scusa. E tu?"

"Gli ho cacciato le unghie e rispedita sul bracciolo. Non volevo che tua madre si accorgesse di nulla."

Ho scordato cosa risposi alle ultime parole, probabilmente feci come con il profumo. Qualche anno dopo venni a sapere che il porco, sì, insomma, l'uomo di mia madre, aveva molestato due minorenni; i giornali locali non davano dettagli, ma parlavano di bambine con meno di dieci anni. L’età della figlia di Alice Munro quando è stata violentata dal patrigno.

Fortunatamente, la relazione con mia madre era già terminata da un pezzo, e anche quella con Manuela. A parte una generica sensazione di nausea, non dissi nulla. Solo un altro piccolo colpetto di scopa a nascondere la polvere sotto al tappeto.

Però oggi mi chiedo: se quando qualcuno – un intruso, un imbucato alla festa senza invito –, aveva cercato l’accendino tra le cosce della mia donna io mi fossi comportato diversamente? Avrei potuto affrontarlo, magari dargli due schiaffoni, non sarebbe stato meglio? Certo, in quel caso non c'era stato stupro, Manuela non aveva nove anni ma, come vantavo di fronte ai miei amici, era una donna matura, la lingua pronta e svelta dei toscani. Eppure rimane questo desiderio di rimuovere il perturbante, girare lo sguardo dall'altra parte.

In fondo, cosa c'è di più bello del difendere la dignità delle persone a cui si vuole bene? Tra l'altro, a quel tempo mi allenavo in palestra, praticavo arti marziali, avrei potuto infrangere il suo sorriso da copertina di Class, affondare il veliero con cui pensava di poter solcare qualsiasi mare. E invece niente.

Non voglio dire che quegli schiaffoni avrebbero dissuaso l’uomo dalle successive molestie, ma era la cosa giusta da fare, do the right thing, come dicono gli anglosassoni. O forse no. Avrei così rovinato l'amore tardivo di mia madre, poco importa se illusorio: di quale amore possiamo dire con certezza che sia pienamente realistico?

E poi anche Manuela – colpo di scena! – era a quel tempo sposata, ecco la ragione di telefonate sempre brevi e furtive, mai che fossi io ad andarla a trovare nella casa dove viveva con il marito. Una storia piena di ombre e compromessi, dove bene e male, giusto e sbagliato non raggiungono mai un punto di equilibrio (ci sono cattivi più cattivi di altri, e buoni più buoni), ma nemmeno si separano nitidamente come avviene nelle pellicole hollywoodiane.

A volte, nei titoli di coda di quei film è presente un espediente simile al tasto che nel pianoforte prolunga la nota, e alla parola fine si accompagnano brevi indicazioni sulle sorti dei personaggi. Partiamo dunque dal porco, che è morto dopo pochi anni di tumore alla prostata. Morta anche Manuela, a cinquant'anni, di infarto. Mia madre ora va tutte le mattine al bar Meetic con le sue amiche e le loro badanti, il resto del tempo lo trascorre a vedere i politici che litigano in tivù; non sono certo che capisca tutto ciò che dicono, anche se il volume è a palla.

Quanto a me, a parte tentare di curare una neuropatia che ha deciso di trasferirsi nel mio corpo – il nostro corpo dunque, più suo che mio – mi sento come un personaggio dello spettacolo che avevo organizzato nel lontano inverno del 1988, si era appena concluso il Festival di Sanremo celebrando la vittoria di Massimo Ranieri con Perdere l’amore. Prima che cali il sipario c’è sempre qualcuno che apre o chiude un ombrellino, dicendo La vita se ne è andata...

Penso così alla vicenda della figlia di Alice Munro con infinita pena. Come allora non seppi alzare la mano per dare uno schiaffo, ora non riesco, di più, non voglio levare il mio indice accusatorio e puntarlo contro la scrittrice canadese. Mi limito a osservare la polvere emersa da sotto il tappeto dei ricordi, concludendo che forse solo la donna cannone è riuscita buttare il suo enorme cuore tra le stelle, e a farlo scintillare di fronte ai maligni e ai superbi.

Ma era una canzone, era fiction, come le parole che scriveva Alice Munro, di cui i fatti ora emersi non intaccano il valore. Il punto non consiste infatti nell’impresa impossibile di separare la vita dall’opera, e piuttosto nel riconoscere una biforcazione: l’autore va verso la vita come può, il racconto come deve. Ma la sostanza è la medesima – ambigua, vischiosa, disperata. In una parola: umana.

martedì 9 luglio 2024

Alice Munro e i pensionati del Bar Corona

 

Sotto casa mia c’è un bar, piuttosto sciatto, su cui campeggia un'insegna luminosa rossa con la scritta Bar Corona. È gestito da una giovane donna cinese separata che si fa chiamare Monica; ho provato a chiederle il vero nome, ma ho capito che non ha tanta voglia di dirlo.

In ogni caso, Monica è molto simpatica. Ogni volta che la incrocio mentre porto il cane a fare pipì ai vicini giardinetti, riesce a fare, contemporaneamente, due cose per le quali gli snodi mandibolari caucasici non sono attrezzati. Mi sorride e intanto dice: “Ciao calo, ciao calo, salutami la mamma”, che ogni tanto si ferma lì a bere un caffè con la sua amica Luisa. Un giorno le ho chiesto se potevo fare recapitare al bar i pacchi di Amazon, almeno quando sono fuori casa. “Celto calo, celto calo, salutami la mamma” ha risposto Monica.

Questa mattina sono passato al Bar Corona a ritirare un paio di ciabatte ordinate su Amazon, trovando i soliti clienti: quattro pensionati, giocano a scopone divisi in coppie, consumano poco; un tizio sempre incazzato e vagamente tossico infila monete a ripetizione nel video poker; due ventenni kosovari al bancone, si dividono con millimetrica precisione una Ceres. Più in là, Lorenzo sorseggia il suo immancabile bianco, ride da solo, mentre un terzo kosovaro sta seduto fuori a fumare assieme al Venezia, così ovviamente chiamato per la sua provenienza.

Colgo i loro discorsi, stanno parlando – pensionati compresi – di quello che è successo ieri sera al bar. La moglie di un medico si è chiusa in bagno con uno dei kosovari, non ho capito quale, e gli ha fatto un lavoretto. Usano proprio questa espressione, lavoretto, a parte il Venezia che dice ghe te ta sboro. Lorenzo lo sente e inizia a ripetere: “Ghe te ta sboro, ghe te ta sboro”, e continua a ridere da solo.

Domani immagino che al Bar Corona ci sarà un nuovo argomento del giorno, ma oggi è questo, ghe te ta sboro. Come sono diversi da me, penso. Come sono uguali a me è il pensiero successivo. Il mio Bar Corona si chiama Facebook e oggi si parla di Alice Munro. Cosa faccio, non partecipo, non aggiungo la mia goccia di nulla al mare di niente? Massì, qualcosa mi inventerò… e comincio a scrivere.

Non credo che al Bar Corona, quello vero, sappiano chi sia Alice Munro, e cosa è successo alla figlia. Ugualmente, dubito che tutti i miei contatti Facebook conoscano il piacere clandestino offerto dal lavoretto della moglie matura di un medico, un noto nefrologo se non sbaglio. Ognuno dentro il suo mondo, ognuno con le proprie carte da giocare, Settebello, scopa! O in alternativa, costruire castelli che al primo soffio il vento spazzerà via.

A renderci simili e umani il gusto nel farci i cazzi degli altri. Non c’è niente di male, è così che nasce il senso di appartenenza a una comunità: nel pettegolezzo di cui la letteratura è solo una forma più articolata e dotta, mentre per altri il luogo in cui fondare la propria individualità. È l’una e l’altra cosa, lo so che sono in contraddizione, la letteratura sta forse nell’arco testo tra questi opposti inconciliabili.

Poi ritiro il pacco con le mie ciabatte dalla suola in sughero – “Ciao calo, ciao calo, salutami la mamma” ripete Monica – e rientro a casa con il cane.

venerdì 5 luglio 2024

Premio Strega, pugilato e Vangelo di Giovanni

L'unica attività che davvero contempli vincitori e vinti è lo sport, e in particolare quelli da combattimento – se l'avversario stramazza al suolo dopo una combinazione di jab e diretti al volto, il pugile ha vinto. Quando non succede e si devono contare i punti, diviene, perfino il pugilato, un gioco di società.

Oggi è il turno di quel gioco di società chiamato Premio Strega, dove – il gioco consiste proprio in questo – ci si accosta a un'arte secondo gerarchie del tutto aleatorie, con l'alto e il basso privi di una certezza documentabile come nelle foto scolastiche di fine corso: davanti i bambini più bassi, dietro i più alti e a lato svetta il maestro con l'espressione severa e il registro sotto braccio.

Non possiamo nemmeno parlare di decadenza del gusto, quando Edipo Re si classificò secondo alle Dionisie del 429 a.C, non primo, al secondo posto, e nessuno ebbe nulla da ridire; si perse semplicemente memoria del vincitore, e da ciò deduciamo memorabilità. D'altronde e con le debite proporzioni, un giudizio ancora più severo toccò a Vita spericolata di Vasco Rossi, precipitata in coda alla classifica dell'edizione di Sanremo del 1983. A vincere fu Tiziana Rivale con Sarà quel che sarà, peggio di lui solo Pupo con Cieli azzurri.

Perché dunque amareggiarsi, gioire o anche solo interessarsi al verdetto di ieri sera al Ninfeo di Villa Giulia?

Donatella Di Pietrantonio, brava scrittrice dallo stile preciso e misurato ma che, nel dubbio, come Totò preferisce non lesinare con le metafore, venderà molte più copie del suo ultimo romanzo (cinque volte di più, si calcola), con significativi ritorni anche per gli altri autori in cinquina. Considerato che la scrittura narrativa non offre di norma grandi soddisfazioni economiche, c'è chi, tra loro, potrà finalmente ristrutturare casa, chi acquistare un cane di una razza ora in voga (che so, un Weimaraner) e chi un nuovo televisore da 55 pollici. Un tempo ci si poteva prendere un abito buono, ma quest'anno ci ha già pensato l'organizzazione.

Sta scritto nel Vangelo di Giovanni: "siamo nel mondo ma non siamo del mondo" (Gv 17, 14). Un pensiero che potremmo forse estendere a qualsiasi opera dell'ingegno umano.