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martedì 23 maggio 2017

Manchester 22/05/2017


Un altro attentato suicida. Un kamikaze. A Manchester.
Ripenso al complesso di colpa descritto dai reduci dei campi di sterminio nazisti, la vergogna di essere ancora vivi. Si traduceva, ancora a molti anni di distanza, in un silenzio duro e resistente come pietra. Una reazione certamente sbagliata, ma frutto di un’emozione necessaria.
Ripenso poi a un bell’articolo di Salman Rushdie, diceva che di fronte agli attentati terroristi bisogna continuare a vivere come si è sempre fatto: ascoltando e ballando il rock, indossando minigonne con i fiori più preziosi del nostro giardino. Essere e fare il quotidiano occidentale, insomma. Tra cui stare qui in mutande a digitare parole inutili sul web, che domani, o già oggi, non leggerà più nessuno.
Ma quel silenzio di pietra aveva una sua bellezza statuaria. E dunque rispondere all’orrore con la bellezza del silenzio o con il frusciare delle minigonne?
Io, onestamente, una risposta non ce l’ho. E così continuo a digitare parole inutili che più inutili non si può, indossando un paio di mutande Tezenis.

venerdì 15 luglio 2016

I muscoli e la gambe, o sulla "guerra" al terrore



Alle scuole elementari avevo un compagno che mi sputava sempre in faccia. A dir la verità, non mi sputava proprio sempre, solo ogni tanto, senza alcun preavviso, e poi subito scappava via mentre cercavo di acciuffarlo. Lui era il più veloce della classe nella corsa, io il più forte con i pugni. Ma anche la memoria, oltre alle gambe, non era propriamente il mio forte, così dopo essere andato in bagno a sciacquarmi mi dimenticavo presto dello sputo, e tutto riprendeva come prima.

Tra uno sputo e l’altro, il mio compagno di scuola era molto affabile, cordiale, spesso generoso. Ci prestavamo volentieri delle cose, io il temperino a forma di moto da cross, lui il Super Pirat quando sbavavo con la penna stilografica, cosa che facevo in continuazione. Questo minimo commercio era favorito dal fatto che fossimo vicini di banco. Ora che ci faccio caso, prima che la maestra Maccarone, intorno alla terza elementare, ci assegnasse i nuovi posti, il mio compagno non mi aveva mai sputato. E’ solo quando i nostri corpi hanno iniziato a essere a una distanza ravvicinata che è iniziata quella pioggerellina insolente.

Ripenso a Federico, così si chiamava, ascoltando le cronache della recente, ennesima tragedia terroristica di Nizza. Non so esattamente che collegamento ci sia, ne se effettivamente una relazione si possa dare senza offesa, ma ho iniziato a prestare fiducia alle mie sensazioni, un po’ come quando ti ritrovi a canticchiare una canzoncina leggera leggera, accorgendoti poi che il testo è la fotografia di quel momento, dice delle cose che non sapevi di sapere. Una volta ho sentito un mio anziano amico intonare a mezza voce: “Son contento di morire ma mi dispiace \ mi dispiace di morire ma son contento…” Dopo tre mesi sono andato al suo funerale, era morto per un tumore.

In fondo, con i terroristi, l’Occidente non è in guerra, anche se i giornali ce lo continuano a ripetere. E’ un'altra cosa, un’altra relazione. E’ come se ogni tanto a qualcuno di loro venisse voglia di sputarci in faccia, ma poi scappasse subito a gambe levate. L’Occidente è molto più forte con i pugni, sì, certo, come no, ma vallo a prendere quello lì…E poi chi, dove, con quali compagni sta facendo banda? Credo che la domanda giusta da farci non sia allora come vincere la “guerra al terrore”, che appunto non esiste, ma perché a qualcuno continui a venire voglia di sputarci in faccia. Sputare a noi, pensa te, che siamo tanto gentili con loro, gli prestiamo addirittura il temperino…

Tornando ancora a quegli anni lontani, mi viene in mente un altro dettaglio. Federico era l’unico, nella nostra classe, a non portare la blusa nera con un piccolo taschino in alto a sinistra, ma un grembiulino blu che io trovavo un po’ da femminuccia, anche se lui non aveva nulla di femminile. Sì, era un biondino, piccolo, con gli occhi del colore del mare, ma tra i nostri scambi c’erano anche giornaletti porno, erano l'occasionale dono dei prati che traversavamo per raggiungere la scuola. Lui sfogliava avidamente quelle pagine incollate per la pioggia, intrise di terra e ciuffi d'erba, mentre i suoi occhi azzurri si accendevano come i miei. Credo, insomma, che fossero più le cose che ci accomunavano che non quelle che ci dividevano. Forse doveva solamente abituarsi alla mia presenza, cosa che in effetti è avvenuta dopo un paio d'anni, quando siamo diventati amici per davvero. Ed è stata la fine degli sputi.

Se una simmetria davvero esiste con quanto di terribile sta avvenendo nella nostra epoca, bisognerebbe allora ridimensionare tutte le sottili analisi politologiche, geopolitche, perfino teologiche, accettando il dato forse più enigmatico e sconcertante: gli stiamo sul cazzo. Sarà invidia per il temperino a forma di moto da cross, il fastidio per l’odore della pelle, antipatia per la maggiore ricchezza della nostra famiglia, sarà quel che sarà, ma gli stiamo sul cazzo. Magari hanno semplicemente bisogno di un nemico per sfogare un dolore tutto loro, che parte da molto più lontano ma cerca il male, il brutto, in quel che si manifesta da vicino… Eppure guardandoci allo specchio noi ci vediamo così belli, con la nostra giubba nera appena stirata: ma come si fa, dio santo, a non amarci?

La prossimità illusoria generata dai mezzi di comunicazione attuali, internet, il cinema e la televisione, ma anche la tecnologia e i sistemi di produzione industriale, i mezzi di trasporto, certo hanno peggiorato le cose. Quando stavamo ai capi opposti della classe era più facile sopportarci. La modernità corrisponde infatti anche a una riduzione forzata della geografia vissuta, e il terrorismo, come è già stato osservato, inizia a manifestarsi di pari passo a questa contrazione degli spazi, che per sua natura tende a essere omologante: si affermano gli stessi stili di vita, i comportamenti sociali si avvicinano, perfino le forme in cui proviamo e offriamo piacere tendono a essere le medesime.

O meglio ancora, più che di piacere dovremmo forse parlare di "godimento", di jouissance, come viene chiamato nel linguaggio psicanalitico lacaniano, intendendo un impulso al piacere che sfugge all'alfabeto simbolico dell'inconscio, un desiderio che è mortifero in quanto privo di mediazioni con il desiderio dell'altro. Un nucleo psichico che nel nostro tempo liquido senza una legge civile forte e condivisa, quindi senza conflitto, vera tragedia ma solo farsa drammatica, accomuna più della malasorte. E così anche Federico, in quinta elementare, aveva iniziato a portare una blusa nera con il taschino a sinistra, evidentemente la trovava più bella del grembiulino blu da femminuccia, più elegante o, magari, era proprio questa sintonia con gli altri a procurargli godimento... Sì, era diventato a tutti gli effetti come noi.

Lo so che è brutto da dire in momenti come questo, ma io credo che l’unica via percorribile nella lotta al terrore sia: aspettare, attendere che ai terroristi passi la voglia di sputarci in faccia, quando le loro gambe, malgrado i nostri muscoli, continuano a essere molto più leste. Ma parlo ovviamente di identità collettiva del fenomeno, già che, singolarmente, i terroristi pagano spesso pegno al culto nichilista della bella morte. E sempre individualmente, se ne pigliamo qualcuno qualche calcetto in culo va certamente bene, è perfino sacrosanto, in fondo siamo umani pure noi. Ma nel frattempo potremmo provare un poco di curiosità per il loro grembiulino blu, o per il Super Pirat, ma che bello, dove l’hai comprato, dai che facciamo cambio con il mio temperino a forma di moto da cross...

Curiosità per culture e saperi che non coincidono con il nostro, intendo, e non per la disarticolata ottusità del terrore armato, senza che ciò equivalga a negare quel che siamo e vogliamo essere, la radice profonda di quel desiderio che ci dà sostanza e proiezione, quando non siamo sopraffatti dalla rapacità miope del godimento. In ogni caso sarà solo il passo lungo e indifferente della storia a decidere il momento - attendiamoci dunque nuovi sputi, nuovi attentati -, sarà solo il tempo e la compressione dello spazio a far sì che la nostra casacchetta nera inizierà a fargli un po’ meno schifo. E oltre a quella Ruby Tuesday dei Rolling Stones, ma sai che non è mica male, e così Love Me Tender, i preservativi al gusto di lampone e le sale giochi cinesi.

Ma alla fine non ho dubbi, per quanto la soddisfazione sarà contenuta e non si accompagnerà ad alcun orgoglio, che si affermeranno le nostre sgangherate forme di piacere: la Playstation è molto più seduttiva del chador, e c'è forse più ritualità in una finale di Coppa dei campioni che nel grido del muezzin. Aspettare, sì, dal momento che, ad oggi, altri banchi dove andare non ce n'è, il mondo è tutto occupato da infiniti nostri cloni. Mentre Federico è morto ventinove anni fa in un incidente stradale. Tornava da una bella discoteca piena di luci e corpi e danze, una discoteca piena di noi. 


venerdì 8 luglio 2016

Boum, quand notre coeur fait boum... o su come la farsa ha sostituito la tragedia


“La cintura esplosiva si innesca per errore: muoiono 11 aspiranti kamikaze.” Così titola la versione online de Il Messaggero una notizia che sul web è divenuta virale, suscitando commenti che oscillano tra il divertito e il sarcastico, tra Fantozzi e Willy Coyote.

Ammetto che anche la mia prima reazione, leggendo del fatto accaduto nei giorni scorsi in Afghanistan, è stata di ilarità. Ma subito dopo mi sono vergognato un po': ma come, stavo sorridendo per la morte di 25 persone?! (oltre agli undici aspiranti kamikaze, nell’esplosione sono morti anche quattordici terroristi islamici per così dire generici). Ho quindi cercato di comprendere le motivazioni di un atteggiamento tanto irrispettoso – irrispettoso è il riso, intendo, non il comprensibile sollievo per il fatto che undici kamikaze ora non possano più nuocere –, ma stentavo a venirne a capo.

Mi è quindi tornata alla mente una comica americana dell'epoca del cinema muto, una cosiddetta slapstick in cui vediamo un uomo che corre in campo lungo, il luogo non ha riferimenti spaziali, potrebbe essere un deserto o una landa desolata e brulla. A un certo punto della corsa il protagonista cade, si rialza, riprende a correre nella medesima direzione ma casca di nuovo dopo una manciata di passi. Rialzandosi per la seconda volta, l’uomo ha però uno scarto geometrico di circa novanta gradi, ed è in questa diversa direzione che corre nuovamente. Qui gli spettatori negli anni venti scoppiavano a ridere, e io con loro, mentre il filmato si conclude.

Una gag che è stata più volte paragonata al grado zero della comicità, una struttura elementare che potremmo ricondurre a questo semplice schema: A procede sulla retta XY in direzione Y, ma potrebbe essere un caso. La direzione viene però ribadita dalla prima caduta. A, risollevandosi, riprende infatti lo stesso corso, e con ciò viene implementato lo schema A su XY verso Y. Alla seconda caduta non abbiamo così alcun dubbio: si rialzerà e farà esattamente quel che ha fatto prima, è logico, è naturale... E invece no, lo schema viene ora infranto. A si muove, del tutto inaspettatamente, assurdamente, in tutt'altra direzione, che chiameremo Z.

Non si ride dunque perché l’uomo cade – una caduta è umana, quindi a suo modo logica – ma perché viene violato un sistema di attese costituito, con ciò provocando quel disagio a cui il riso cerca di sopperire. Il riso è in fondo una miniatura del pianto, per quanto molto più divertente.

Ma proviamo adesso a sovrapporre lo stesso schema ai recenti avvenimenti, sia nella sua versione originale che nel suo scarto comico. Anche qui abbiamo una premessa collaudata, ribadita da una funesta catena di eventi che corrono nella medesima direzione: il lento e cocciuto apprendistato per diventare un kamikaze, ossia una persona che rende partecipe altri (da noi considerati innocenti e dai terroristi infedeli) nel proprio suicidio. La conclusione “ideale” dello schema sarà allora la morte, insieme al kamikaze, di una o più persone del tutto ignare, che rappresentano l'obiettivo perseguito e confermato dai numerosi precedenti.

Lo schema però si inceppa, la cintura esplosiva viene innescata per errore, c'è la scintilla, la deflagrazione che porta alla morte di chi la morte voleva portare nel mondo, oltre che dei suoi sfortunati complici. Ma nessuna vittima innocente è coinvolta. Come nella gag comica abbiamo così l’elemento dell’incongruenza tra premesse e risultati, che portano all'assurdità drammaturgica e quindi al riso degli spettatori. E ciò senza che sia mai venuta meno l’ottusa convinzione di essere nel giusto, ad accompagnare l’ultima maldestra azione degli aspiranti kamikaze. Sì, è lo stesso schema.

Indipendentemente dal nostro credo, non possiamo dunque riconoscere ai poveri cristi morti ingenuamente nell'esplosione lo statuto di agnelli sacrificali, di vittime della violenza da essi stessi scatenata, ma neppure quello di cattivi dentro a un grande scenario tragico. Mancano il dubbio, il dover essere e il non poter fare, la terribile grandiosità delle forze in campo. Quindi la lacerazione interna causata dalla lealtà a due diverse morali che entrano in conflitto, tipiche della tragedia classica. Alla quale è stata sostituita la macchiettistica caparbietà delle intenzioni dei terroristi, smentita dalla poca perizia, dall’imponderabilità del caso e in ultimo dall'assurdità degli effetti, che muove al riso come nella miglior tradizione comico-farsesca.

Karl Marx sosteneva che la storia si presenta due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Beh, io trovo che sia anche da episodi del genere che possiamo comprendere come, malgrado le coreografie drammatiche che infiammano il nostro tempo, l'umanità sia giunta alle comiche finali.