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lunedì 24 aprile 2017

Graffe, krapfen e bomboloni


Mia suocera era una donna dotata di un tale autocontrollo che era capace di tagliare un cioccolatino in due e mangiarne una metà oggi e l'altra domani. Suo figlio, alias mio marito, pur amando il cibo decisamente più di sua madre (anche per merito mio, diciamolo!), molto difficilmente si lascia andare a stravizi alimentari, nemmeno quando si tratta di cibi che ama moltissimo. Ad esempio, adora la graffa che prepara la storica Friggitoria Vomero, eppure se la concede esattamente una volta al mese e basta.
Ma io sono un diavoletto tentatore e, dovendo scegliere una giornata del Calendario del cibo italiano a cui dare il mio contributo, ho scelto quella di oggi, che è dedicata a krapfen e bomboloni.
La mia idea era di fare dei bomboloni da farcire con una crema pasticcera salata, mescolata a della ricotta di bufala, profumata al limone, ma ho clamorosamente toppato la crema pasticcera, che mi è venuta liquida. L'errore è stato, credo, l'aver usato solo amido di riso, laddove, solitamente, io impiego metà amido di mais e metà amido di riso. 
Ad ogni modo, anche senza farcitura, i bomboloni avevano il loro perché. Li ho fatti piccoli e ne ho fatti pochi, perché vabbè la moderazione, ma meglio non esagerare con le tentazioni!

Bomboloni (x 7)

Farina Manitoba                        50 g
Farina 00                                   50 g
Latte                                          30 g
Tuorlo                                       1
Burro                                        10 g
Lievito di birra                          2 g
Zucchero                                  1 cucchiaino

Inoltre

Olio per friggere
Zucchero

Mescolare le due farine, prenderne 50 g ed impastarle con il latte, nel quale si sarà stemperato il lievito. Coprire e mettere in frigo per tutta la notte.
Il mattino dopo, togliere l'impasto dal frigo e lasciarlo a t.a. per un paio d'ore. A questo punto, aggiungere il resto della farina ed il tuorlo ed impastare per una decina di minuti. Aggiungere lo zucchero ed il burro pomata. Si dovrà ottenere un impasto morbido, ma non appiccicoso. Stendere l'impasto col matterello ad uno spessore di mezzo cm. Con un coppapasta da 4 cm, ritagliare dei dischi e disporli su un tagliere rivestito di carta forno. Coprire con pellicola unta con un po' d'olio e far lievitare per un paio d'ore. Scaldare l'olio, friggerci i bomoloni, asciugarli su carta da cucina e rotolarli nello zucchero semolato.


venerdì 15 luglio 2016

Cibo di strada

Quando si parla di cibo di strada, il fritto la fa da padrone, specialmente al sud. Napoli, ovviamente, non fa eccezione con crocchè di patate, arancini, paste cresciute, montanare, scagliuozzi (triangoli di polenta fritti) e, su tutte, la pizza fritta.
Per me, sin da quando ero bambina, fritto vuol dire Friggitoria Vomero, un piccolo locale ubicato in prossimità delle funicolari vomeresi, rimasto, per fortuna, sempre uguale a se stesso in tutti questi anni e dove, con un euro, ti porti via un caldo cartoccio con cinque "pezzi" appena fritti e per nulla unti. La pizza fritta la Friggitoria Vomero la prepara in due versioni: ripiena con ricotta e prosciutto oppure ripiena con scarole. 
Ma il tempio della pizza fritta è La Masardona, in prossimità della Stazione Centrale, dove è possibile gustarla con una varietà di ripieni. La pizza viene servita in due formati: quello "normale" ed uno più piccolo, detto "battilocchio", decisamente più gestibile, visto che, ovviamente, lo si mangia con le mani, anche se è possibile chiedere le posate, ma non è la stessa cosa.
Confesso di aver ignorato l'esistenza di questo posto, fino a pochi mesi fa, ma la scoperta è stata una rivelazione! 
Oggi il Calendario del cibo promosso da AIFB celebra il panzerotto, di cui ci racconta tutto Valentina De Felice, che ne è l'ambasciatrice.
Come mio contributo, ho fatto una versione panzerotto della pizza fritta con le scarole.

Panzerotto con le scarole

Per la pasta ho usato questa ricetta, usando, però, 250 g di farina.

Per il ripieno

Scarola                          2 cespi
Olive di Gaeta               8
Capperi                        1 cucchiaio
Olio evo                        2 cucchiai
Aglio                            1 spicchio
Peperoncino      
Sale

Mondare le scarole e lavarle più volte, in modo da eliminare ogni traccia di terra. Tuffare la verdura in acqua bollente salata e farla cuocere per qualche minuto. Scolarla e strizzarla bene. In una padella, rosolare l'aglio nell'olio col peperoncino e, appena inizia ad imbiondire, aggiungere la scarola sbollentata e cuocere a fuoco vivace per qualche minuto, aggiungendo le olive snocciolate ed i capperi dissalati.

Un volta che la verdura sarà cotta, metterla a scolare in un colapasta, perché, al momento di farcire i panzerotti, dovrà essere ben asciutta.
Staccare un pezzo dell'impasto, schiacciarlo formando un disco di una decina di centimetri di diametro, metterci al centro un po' di scarola e chiudere a mezzaluna, sigillando i bordi. Friggere in olio caldo.





lunedì 8 febbraio 2016

Tradizione finger food

Cristina Galliti è una bravissima food blogger, il cui blog "poverimabelliebuoni" è la "bibbia" degli amanti del pesce azzurro. Ho avuto il piacere di conoscerla di persona, una volta che è venuta a Napoli, per via di uno dei tanti concorsi che vince o nei quali, quanto meno, si piazza finalista. E quell'incontro è stata la conferma di una sintonia che, già frequentandoci solo virtualmente, avevo avvertito.
Potevo, quindi, mai mancare all'appello, quando è proprio il blog di Cristina ad ospitare un contest? Si tratta del contest indetto dalla azienda conserviera Mediterranea Belfiore. Il tema è ingannevolmente semplice: la pasta al pomodoro, ma, come dico sempre, le cose semplici sono le più difficili. 
Come reinventare un piatto così essenziale, come dare nuova forma ad una combinazione di sapori già così perfetta nella sua veste originale?
La pasta al pomodoro è l'epitome della tradizione, prima del Sud e, poi, di tutta l'Italia ed è proprio nella tradizione che ho cercato lo spunto per la mia ricetta. Ho riflettuto sul fatto che, a differenza del ragù emiliano, nel quale il pomodoro è quasi un comprimario della carne, nel ragù napoletano il pomodoro ha un ruolo nettamente più centrale. E, vista la quantità di buffet che mi trovo a preparare, mi sono arrovellata per trovare il modo di creare un a pasta al pomodoro finger food. E questo è il risultato, che mi ha molto soddisfatta.

Ragù finger food (x 15 pezzi)

Per il ragù

Costine di maiale                          500 g
Freschissima                                1 bottiglia
(Mediterranea Belfiore)
Cipolla                                         1 media
Vino rosso                                   1 bicchiere
Olio evo                                       2 cucchiai
Sale

Tritare la cipolla e farla appassire nell'olio, cuocendola a lungo a fuoco molto basso, sfumando, di tanto in tanto, con un po' di vino. Una volta che la cipolla è sfatta, toglierla dalla pentola e metterci le costine, facendole rosolare accuratamente, sempre a fuoco basso, per un' oretta. A questo punto, rimettere in pentola le cipolle, aggiungere la passata ed il sale. Proseguire la cottura col fuoco al minimo, girando spesso, per evitare che il ragù si attacchi sul fondo della pentola. Il ragù deve sobbollire pian pianino (pippiare, si dice da noi) e sarà pronto quando sarà diventato di un bel rosso mattone lucido. In totale, ci vorranno non meno di 4 ore di cottura (io 6). (Poiché mi sono comprata da poco un nuovo "giocattolo" e, cioè, una slow cooker, una volta fatte tutte le rosolature sul fuoco, ho messo tutto nella sc, a temperatura due e l'ho fatta andare, mettendo un cucchiaio di legno sotto il coperchio, per far uscire il vapore, per un paio d'ore; a quel punto, ho abbassato la temperatura ad 1 e me ne sono andata a dormire. Il mattino dopo, il ragù era pronto).

Inoltre:

Pasta formato "calle"                   15
(Pastificio dei Campi)
Agar agar                                     500 mg
Parmigiano grattugiato                2 cucchiaini
Burro di cacao                             20 g
Olio per friggere          
Sale

Lessare le calle in abbondante acqua bollente salata. Scolarle e farle un po' asciugare. Friggerle in olio caldo e sgocciolarle su carta assorbente. 
Sciogliere il burro di cacao ed usarlo per pennellare  leggermente l'interno delle calle fritte, in modo da impermeabilizzarle. 
Intanto, riscaldare 100 g di ragù e sciogliervi l'agar agar. Aggiungere il Parmigiano. Quando il ragù si sarà intiepidito, metterlo in un sac a poche (ovviamente, senza le costine) e distribuirlo all'interno delle calle.





lunedì 21 dicembre 2015

Stavolta ha vinto la tradizione

Non ho mai pubblicato una ricetta di struffoli e non perché io non li faccia, anzi! Mediamente, ogni anno, ne faccio circa 5 k, da distribuire tra parenti ed amici. Tuttavia, mi sembrava inutile pubblicarli, non solo perché di ricette di struffoli è pieno il web, ma anche perché la ricetta che seguo io è strettamente legata al fatto che io, per prepararli, uso la Pastamatic, applicando la trafila per i grissini. E' un modo che mi consente di farne tanti in poco tempo, nonostante la Pastamatic io l'abbia ereditata da mia madre e, quindi, abbia almeno 40 anni. Il fatto è che, usando questo apparecchio, la ricetta che devo usare subisce una sostanziale modifica: laddove le ricette tradizionali, per lo più, impiegano 5 uova per 500 g di farina, con la Pastamatic la quantità di uova è determinata dall'apposito misurino, il che si traduce, per mezzo k di farina, in 3 uova XL. E guai a non rispettare l'indicazione del misurino: si otterrebbe un impasto che la macchina non riuscirebbe a gestire. Quindi, che senso avrebbe avuto pubblicare una ricetta che può essere seguita solo da chi possiede la Pastamatic?
Quest'anno, però, mi è punta vaghezza di provare, su suggerimento di mio marito, una variante al cacao. Trattandosi di un esperimento, ne ho fatti pochi, appena 250 g di farina. Ci son piaciuti? Ni... Nel senso che, buoni son buoni, ma quelli tradizionali son meglio. Il gusto del cacao finisce con l'essere così prevalente, da coprire il gusto del miele e degli aromi che vengono aggiunti all'impasto, rendendoli altra cosa proprio rispetto agli struffoli. Mi son chiesta se fosse il caso di pubblicare questa ricetta, nonostante non ne fossi completamente soddisfatta, ma ho pensato che a qualcuno potesse interessare.

Struffoli al cacao

Farina 00                               230 g
Cacao                                    20 g
Uova                                     2 medie
Zucchero                               1 cucchiaio
Rum                                      1 cucchiaio
Burro                                    1 noce
Buccia d'arancia                   1
Sale                                       1 pizzico
Olio per friggere

Impastare tutti gli ingredienti e, con l'impasto, formare dei cordoncini, dai quali tagliare dei tocchetti grandi quanto un cece. Friggere in olio caldo e sgocciolare su carta da cucina
Mettere in una casseruola 100 g di miele, 2 cucchiai di zucchero, 1 cucchiaio di rum, la scorza grattugiata di un'arancia, un cucchiaio d'acqua e scioglier eil tutto sul fuoco. Aggiungere gli struffoli e, se piacciono, canditi a cubetti e girare, in modo che gli struffoli si rivestano ben bene. Decorare con zuccherini colorati..







giovedì 28 maggio 2015

Pomodori rossi fritti


Io friggo piuttosto di rado, tant'è che la friggitrice la tiro fuori solo a Natale, in occasione degli struffoli e il contenitore in cui verso l'olio usato ci mette dei mesi a riempirsi. 
L'altro giorno, però, stavo sfogliando vecchi numeri de La Cucina Italiana in cerca d'ispirazione e mi sono imbattuta in una ricetta semplice, ma che mi sembrava molto promettente: i pomodori in carrozza.  La ricetta è così facile che non serve nemmeno dare dosi precise.

Pomodori in carrozza

Il giorno prima, si prende del fior di latte, lo si taglia a pezzi e lo si mette in frigo a scolare dentro un colino.
Si prendono dei pomodori maturi (io ne ho usati di due tipi: più grandi possono essere usati come contorno, più piccoli vanno benissimo come finger food) e si tagliano a fette di 3-4 mm di spessore; salare leggermente. La ricetta della rivista prevedeva solo l'abbinamento fior di latte e prosciutto (vabbé, loro sono nordici e parlano sempre e comunque di mozzarella, mentre, per noi, la mozzarella è solo quella di bufala, quella vaccina si chiama fior di latte; dirò di più: una volta, questa era una distinzione merceologica precisa, obbligatoria in tutta Italia ed è stata una significativa vittoria dei caseifici industriali del Nord riuscire ad ottenere che anche un latticino fatto con latte di mucca potesse fregiarsi del titolo di mozzarella...) io, invece, ho aggiunto qualche variante. 
In pratica, ho messo delle fettine di fior di latte su metà delle fette di pomodoro e, ad alcune ho aggiunto prosciutto cotto tagliato un po' spesso, ad altre un trito di acciughe e capperi e ad altre un po' di pesto. A questo punto, si completano i "sandwich" con le altre fette di pomodoro e si passano prima nella farina, poi nell'uovo sbattuto e, infine, nel pan grattato, insistendo particolarmente nel rivestire bene i bordi. Si friggono in olio profondo. 
Insomma, semel in anno, ci si può anche concedere un fritto, se è buono come questo. E, poi, i pomodori sono verdura, no?...






lunedì 9 giugno 2014

Un felice connubio

Che bello, dal fruttivendolo son comparsi i primi spollichini! A casa mia, i legumi sono molto apprezzati e tutti conosciamo le virtù di questi pilastri della dieta mediterranea, tuttavia, per quanto buoni possano essere una pasta e fagioli o un riso e lenticchie, ogni tanto vien voglia di provare a mangiarli in una maniera diversa.
La zuppa di spollichini e scarola è un caposaldo della cucina napoletana e sarei curiosa di sapere se si prepara anche altrove o è una prerogativa esclusiva della nostra tradizione di "mangiafoglie". 
Ho pensato di proporre questo abbinamento in versione finger food, vivacizzando un piatto tradizionale con quel quid in più che sempre il fritto conferisce ad una preparazione.

Polpette di cannellini e scarola

Cannellini lessati                250 g
Scarola mondata                350 g
Mollica di pane                 50 g
Pan grattato                       40 g + 30 g
Albume                             1
Olio evo                            2 cucchiai
Aglio                                 1 spicchio
Peperoncino                      q.b.
Timo
Olio per friggere
Sale

Rosolare l'aglio ed il peperoncino nell'olio, aggiungere le scarole e portarle a cottura. Mettere nel boccale del minipimer i fagioli, le scarole, l'albume, la mollica di pane ammollata e strizzata, i 40 g di pan grattato, il timo ed il sale e frullare il tutto. Con le mani inumidite, formare con questo composto delle polpette, rotolarle nel resto del pan grattato e friggere in olio caldo.







martedì 7 gennaio 2014

No light


Lo so, lo so, il primo post dopo le feste dovrebbe avere come oggetto una ricetta leggera e disintossicante, per venire incontro ai buoni propositi di dieta ferrea che tutti o quasi abbiamo fatto ad inizio anno. Ed io, invece, me ne vengo fuori con un fritto... Il fatto è che, quando il figlio stenofago avanza una richiesta, come faccio a dirgli di no? Tanto lui è sottopeso... E non è l'ansiosa mamma italica che parla (tra l'altro, a me, lui piace così...), lui è oggettivamente molto magro.  In più, la richiesta conteneva, implicitamente, anche una sfida: "vediamo se sei capace di fare dei bocconcini di pollo fritto migliori di quelli del fast food". Come ho già avuto occasione di dire, la mia strategia per contrastare il cibo spazzatura è da sempre consistita nel non demonizzarlo, da un lato e, dall'altro, nel cercare di rifare in casa, con ingredienti di prima qualità, le cose più apprezzate dai ragazzini.
Il pollo fritto è una delle "colonne" della cucina statunitense, specie di quella del Sud. Nel nostro immaginario collettivo,  tutti abbiamo il fotogramma di una qualche Mamie, dai fianchi generosi ( e per forza! con tutto quel fritto!) impegnata a friggere il suo pollo, rivendicando la detenzione della migliore ricetta possibile.
In effetti, come sempre capita con le ricette "tradizionali", esistono numerose varianti. Diciamo che il denominatore comune, gli steps che non si possono assolutamente omettere sono: la marinatura nel buttermilk, il passaggio nella farina (che non deve, necessariamente, essere di frumento, trovandosi spesso anche l'impiego di quella di mais) e, ovviamente, la frittura (anche se esiste qualche versione "light", che prevede la cottura in forno, ma questa è una concessione ai tempi moderni).
Vista la gran varietà di ricette possibili, mi son permessa di prendermi qualche libertà con la marinatura. Tanto per cominciare, qui da noi il buttermilk non si trova ed io l'ho sostituito con del siero avanzatomi dalla preparazione delle caciottine, mescolato con yogurt, a cui ho aggiunto salsa di soia, Worchestershire e Tabasco. Io ci avrei messo anche dello zenzero grattugiato, ma il sopracciglio alzato del figlio mi ha fatto desistere dal proposito. Ho immerso i dadini (meglio farli piuttosto piccoli: non solo cuoceranno meglio, ma risulteranno anche più croccanti) di pollo nella marinata e ce li ho lasciati per 24 ore, ovviamente in frigo. Trascorso questo tempo, ho sgocciolato ben bene il pollo dalla marinata ed ho infarinato i dadini e li ho fritti in olio caldo. Li ho serviti con del ketchup (ci sarebbe stata bene questa salsa qui, ma ci ho pensato troppo tardi) ed una julienne di carote viola, condite con una vinaigrette.
E mio figlio ha detto che ho vinto la sfida. Non che ci volesse molto, diciamo la verità...





giovedì 24 ottobre 2013

Al contadino non far sapere...


Ci ho provato, giuro! Ho provato a farmi venire in mente uno street food che non fosse fritto, ma niente da fare... E così, anche la mia seconda ricetta per il contest dei Formaggi Svizzeri (ospitato dal blog Peperoni e patate) è fritta. Questa volta, però, non mi sono rifatta ad una preparazione della tradizione, anche se, di tradizionale, c'è il riferimento al proverbio citato nel titolo di questo post. Che il formaggio si abbini divinamente con le pere è cosa risaputa, appunto. In particolare, poi, io adoro l'accostamento dolce/salato. E così ho preparato delle pizzelle fritte, farcite con pere e Gruyere, con l'aggiunta di una puntina di senape per fare da contrappunto ed equilibrare il dolce della pera ed il sapido del formaggio. Anche per l'uso di questo ingrediente trovo conferma non solo nella tradizione italiana (le mostarde di frutta), ma anche in quella indiana (i vari tipi di chutney).

Pizzelle del contadino

Pasta per pizze

Farina (Caputo rossa)        200 g
Acqua                                110 ml
Sale                                    6 g
Lievito di birra                  100 mg (opp. un piccolissima scheggia)

La sera prima, sciogliere il lievito nell'acqua ed impastare con metà della farina. Il mattino dopo, aggiungere il resto della farina, impastare fino ad incordatura avvenuta, formare un panetto ben stretto e far lievitare in una ciotola coperta con pellicola per due ore. Trascorso questo tempo, staccare dei pezzi da 50 g ognuno, stenderli e, con un coppapasta, ritagliare dei dischi. Adagiare su ogni disco un po' di ripieno, chiudere a mezzaluna e far lievitare altre due ore. Friggere in olio caldo.

Per il ripieno

Gruyere grattugiato con la grattugia a fori grossi    70 g
Pera                                                                           1
Zucchero                                                                   1 cucchiaio
Senape di Digione                                                     1/2 cucchiaino

Sbucciare la pera, tagliarla a dadini e sbollentarla per un paio di minuti, in 250 ml di acqua bollente, a cui sarà stato aggiunto lo zucchero. Scolare i dadini di pera, sgocciolarli bene e tamponarli con carta da cucina. Mettere la pera in una ciotolina, aggiungere la senape e mescolare, in modo che la pera si insaporisca bene. Mettere su ogni disco di pasta per pizze un po' di gruyere ed alcuni dadini di pera.












mercoledì 16 ottobre 2013

Swiss

Sarà la crisi, sarà che ormai ben pochi possono permettersi di andare al ristorante, sarà che molta gente preferisce ritrovarsi con gli amici, senza dover cucinare, sta di fatto che il cibo di strada è di moda come non mai. In realtà, non ha mai smesso di esserlo, ma, da un po' di tempo, tutti ne parlano ed è diventato oggetto di attenzione anche da parte di coloro che prima si occupavano solo di chef stellati. 
E così anche il concorso indetto quest' anno dai Formaggi Svizzeri, con la fondamentale collaborazione di Terry B., del blog "Peperoni e Patate", ha come tema lo street food. I bloggers sono stati invitati a impiegare i formaggi svizzeri in ricette che avessero, come caratteristica principale, quella di poter essere agevolmente mangiati mentre si cammina per strada.
A Napoli c'è una tradizione antica e varia di cibo da strada  e vi ho accennato qui e qui. Tuttavia, nonostante, da noi, il cibo da strada sia declinato in molteplici forme, istintivamente, se penso ad un cibo mangiato passeggiando, penso al fritto. E, in particolare, penso ai fritti della Friggitoria Vomero, storica "istituzione" saldamente radicata nel cuore del quartiere dove sono nata e cresciuta. Ricordo, da bambina, ci sia andava per comprare quantità spropositate di "pezzi" da mangiare insieme alla famiglia di mio zio Guerino: loro erano in 7 e noi in 4! Più in là negli anni, ci si fermava lì, all'uscita da scuola, essendo il mio liceo strategicamente posizionato nei pressi. Oggi, mio marito si concede, una volta al mese, una delle loro graffe, fritte al momento, davanti a lui. Un locale spartano, cambiato molto poco nel corso degli anni, che continua a proporre sempre le stesse cose: crocchettine di patate (semplicissime, senza ripieno,  insaporite solo da un po' di prezzemolo tritato, ma fatte con vere patate e non con polverine), mini arancini, paste cresciute, fiori di zucca, pizze ripiene di ricotta o di scarola. E, con un euro, ci si porta via un cartoccetto caldo e fragrante con 5 "pezzi" a scelta. Insomma, lunga vita alla Friggitoria Vomero, con l'augurio di rimanere sempre uguale a se stessa!
Tuttavia, esistono, nella nostra tradizione, dei fritti che non è possibile trovare nello storico locale. Uno di questi è la frittatina di maccheroni ed è proprio questo il cibo da strada che ho scelto di preparare per partecipare al contest dei Formaggi Svizzeri.

Frittatine di maccheroni

Bucatini                  200 g
Latte                       220 g
Farina                     25 g
Burro                      25 g
Sbrinz                    60 g
Piselli                     2 cucchiai
Prosciutto               40 g
Olio evo                 1/2 cucchiaio
Olio per friggere
Sale
Pepe

Sciogliere il burro, aggiungervi la farina e mescolare bene. Aggiungere al roux il latte caldo, un po' alla volta. Si otterrà una besciamella molto densa, nella quale andrà sciolto lo Sbrinz grattugiato. Salare con moderazione. Spezzare i bucatini e cuocerli molto al dente. Scolarli e condirli con la besciamella, il prosciutto a dadini ed i piselli, cotti in mezzo cucchiaio d'olio evo. Pepare.
Disporre i bucatini in una teglia, pressando per compattarli bene. Farli raffreddare molto bene in frigo.


Una volta freddi, con l'aiuto di un coppapasta, ritagliare le frittatine. 





Per la panatura

Farina               50 g
Acqua              100 ml
Pan grattato


Con l'aiuto di una piccola frusta, sciogliere la farina nell'acqua ed immergere, una alla volta, le frittatine in questa pastella; sgocciolarle bene, rotolarle nel pan grattato e friggerle in olio ben caldo.



giovedì 14 marzo 2013

Zood blog ( e la gelatina di Dolcetto)

Càpita che io legga un articolo su un giornale che, normalmente, non rientra tra le mie letture. Càpita che, in quell'articolo, si definisca il Darwinismo "una superstizione ottocentesca" e lo si accusi, per il fatto di sostenere la discendenza dell'uomo dalla scimmia, di indurre le giovani generazioni, qualora vengano esposte a tale nefanda teoria, a comportarsi come scimmie. Càpita che, in questi stessi giorni, io mi trovi a trattare, a lezione, proprio la teoria dell'evoluzione. Càpita che la concomitanza di questi eventi riesca a scuotermi brutalmente da un certo torpore che, facendo da tanti anni questo mestiere, si è forse insinuato nel mio modo di insegnare. Sveglia!! Cosa credevo? Che a negare l'evoluzione fosse solo qualche gruppetto di fondamentalisti religiosi sperduti nella "Bible belt" americana, fedeli all'interpretazione letterale della Genesi?  E no, eccolo lì, papale papale, sulle pagine di un quotidiano a diffusione nazionale, l'oscurantismo acritico. Si, acritico, perché le affermazioni che ho citato prima non erano minimamente argomentate. E' vero che l'oggetto dell'articolo era altro - il rogo della Città della Scienza - ma non mi sta bene che un giornalista qualunque (e, mi sento di scommettere, NON un giornalista con una preparazione scientifica...) possa buttare in faccia ad uno sprovveduto lettore frasi ad effetto, come quella sui giovani indotti a comportarsi come scimmie senza che sia tenuto a darne conto. Anche perché, onestamente, ho sempre creduto che   un certo tipo di programmi televisivi pesasse molto di più nell' indurre le persone - giovani e non - a comportarsi da subumani, piuttosto che la parentela più o meno stretta con gli altri Primati.
Sia chiaro che io non intendo cadere a mia volta nel  dogmatismo, sia pure di segno opposto: per me la teoria dell'evoluzione è una interpretazione della storia della vita valida fintantoché  qualcuno non proporrà una teoria diversa, purché  lo faccia con ragionamenti validi e con prove a sostegno delle sue affermazioni. Ma se le critiche si basano solo su affermazioni tautologiche (è così perché è così) o sul dettato biblico, mi spiace, ma non posso che rifiutarle con forza.
Detto ciò, torniamo al "core business" di questo blog, e cioè il cibo e mi scuso se, ogni tanto, il mio food blog diventa uno "zood blog", ma dentro di me,  si agitano due anime: la cuoca e la zoologa e, ogni tanto, la seconda ha il sopravvento.
Anche stavolta, si tratta di una ricetta realizzata per partecipare ad un contest, quello di Emanuela di Arricciaspiccia. Ho partecipato volentieri, non solo perché ho conosciuto personalmente Emanuela e l'ho trovata una ragazza deliziosa, ma anche perché adoro l'accostamento dolce/salato. Ho immediatamente pensato alla cucina orientale, dove questo abbinamento è molto diffuso ed ho realizzato dei simil-spring rolls, impiegando la carne di maiale, anzichè le verdure. Avevo intenzione, come omaggio a Emanuela, di fare una ricetta gluten-free, ma poi, leggendo attentamente le etichette, come mi hanno insegnato le mie amiche sglutinate, ho scoperto che la salsa di soia che avevo in casa conteneva glutine, però, sempre le suddette amiche, mi hanno detto che esiste una salsa di soia senza glutine, per cui questa ricetta può facilmente diventare lecita per celiaci ed intolleranti.

Fake Spring Rolls

Straccetti di arista di maiale                         300 g
Salsa di soia                                                2 cucchiai
Porro 
Zenzero fresco                                            2 cm
Gelatina di Dolcetto AziendaImprunotto    2 cucchiai
Olio evo
Sfoglie per spring rolls

Marinare le striscioline di maiale nella soia e nello zenzero tritato per almeno due ore. Tagliare il porro a rondelle e rosolarlo in un cucchiaio d'olio, badando che resti un po' croccante. Nella stessa padella (o wok), stemperare la gelatina di Dolcetto e saltare velocemente le striscioline di carne, bagnandole con un po' della marinata. Non salare, perché la salsa di soia è già salata di suo. Inumidire le sfoglie di riso tra due  strofinacci bagnati e strizzati. Sgocciolare la carne dal sughetto e metterne un po' su una sfoglia, arrotolandola, come mostrato qui. Io ci avrei visto bene, insieme alla carne, una julienne di carote e verde di zucchina, ma, poi, mio marito non li avrebbe mangiati e, quindi,l'ho usata per decorare il piatto. Friggere gli involtini in olio caldo.





venerdì 21 dicembre 2012

L'altra faccia del mio retaggio

La famiglia di mia madre era calabrese, anche se si trasferirono a Napoli quando mia madre aveva pochi mesi. Severissima professoressa di Lettere, intransigente custode della purezza della lingua italiana, mia madre aveva bandito da casa nostra qualunque cedimento dialettale, tant'è che si può dire che quel poco di napoletano che sono in grado di parlare l'ho appreso da grande. Tuttavia, quando andavamo in Calabria, a trovare l'unica delle sue sorelle che, sposandosi, era tornata lì, le accadeva uno strano fenomeno, che non mancava di divertirmi ogni volta: man mano che ci avvicinavamo, del tutto inconsapevolmente, iniziava a scivolare nella parlata calabrese. Ovviamente, l'altro campo in cui si manifestavano le sue origini era la cucina. Per questo motivo, a Natale, mia madre non faceva gli struffoli, ma i crustoli, dei dolci che, con i loro "colleghi" partenopei hanno in comune il fatto di essere fritti, di essere una preparazione natalizia ed il miele; per il resto, l'impasto è del tutto differente. Io non li facevo più da anni, perchè i miei preferiscono gli struffoli, ma quest'anno mi è tornata la voglia di farmene un po', per ritrovare un sapore della mia infanzia.

Crustoli

Farina                   1 kg
Vino rosso            500 ml
Olio evo               250 ml
Zucchero              2 tbs
Sale                     1 pizzico
Olio per friggere
Buccia di arance e limone
Miele                   500 g.

Far bollire il vino con l'olio, lo zucchero, il sale e la buccia di limone. Versare il liquido bollente sulla farina ed impastare, possibilmente non a mano, per non scottarsi. Con l'impasto, formare dei cordoni, tagliarli a tocchetti e formare degli gnocchi, che andranno fritti in olio ben caldo. Far raffreddare i crustoli e solo quando saranno ben freddi, versarli in una larga casseruola, dove si sia fatto scaldare del miele, insieme a delle zeste di arancia. Mescolare delicatamente, in modo che i crustoli si rivestano ben bene di miele. Volendo, si possono decorare con dei confettini colorati.


lunedì 3 dicembre 2012

Salvia

Questa ricetta ha avuto una lunghissima gestazione, ma ne è valsa assolutamente la pena, dal momento che il risultato è stato buono proprio come lo aspettavo. Tutto è iniziato tre anni fa, quando ho scoperto l'esistenza di un tipo di salvia dalla foglia ovale e gigante. Indorate e fritte queste foglie di salvia erano squisite, sembrava quasi di mangiare una cotoletta di carne! Immediatamente mi è venuta l'idea di abbinarle alla carne d'agnello, certa com'ero che sarebbe stato un connubio felice. Il problema era che la salvia che vedevo in giro aveva foglie lunghe e strette, non adatte al tipo di preparazione che avevo in mente. Ma l'idea rimaneva in un angolino della mia mente ed io continuavo a guardarmi intorno, alla ricerca della salvia perfetta. Mi era capitato di vederla in un vivaio a Milano, ma non mi era sembrato il caso di provare a portarmela in aereo... Finchè, a maggio, sono stata in un agriturismo in Toscana e lì ho visto diverse piante di salvia che facevano al caso mio. Avevano le foglie un po' più piccole rispetto a quelle che avevo visto in origine, ma, forse, erano persino più adatte per un utilizzo come finger food. Ne ho staccato un rametto e, tornata a casa, ho piantato la talea nel mio orto sul balcone ed ho aspettato, trepidante, che attecchisse e crescesse. E, finalmente, ho avuto le foglie di salvia per la mia ricetta! E' una preparazione molto semplice, ma il risultato è davvero notevole.

Sandwich di salvia

Foglie di salvia                     30
Carne d'agnello trita             200 g.
Pan carrè                             1 fetta e mezza
Albume                               1
Uovo                                   1
Olio per friggere
Pan grattato                          3 tbs.
Sale
Pepe

Ammollare il pan carrè, privato della crosta, strizzarlo ed aggiungerlo alla carne e all'albume, impastando come si fa per le polpette. Salare e pepare. Prendere un po' d' impasto e metterlo tra due foglie di salvia, formando uno strato di spessore uniforme. Passare i "sandwich" prima nell'uovo battuto e poi nel pan grattato. Friggere in abbondante olio caldo.









domenica 25 novembre 2012

L'arancin ermafrodita

No, non ho dimenticato una vocale nel titolo, ma dopo tutte le disquisizioni sul sesso, non degli angeli, ma dell' arancin, ho tagliato la testa al toro ed ho deciso che trattasi di preparazione ermafrodita e, come tale, portatrice sia di una qualità maschile che di una qualità femminile! 
E, in effetti, questa ricetta si presta a moltissime variazioni, per cui, appena letto l'argomento della MTC di questo mese, mi si sono affacciate alla mente numerose possibilità. Ma l' MTC non sarebbe l' MTC senza le sue regole. Sono le regole che fanno il gioco, senza le regole, anche le carte da gioco sarebbero solo 52 cartoncini colorati...Per cui, rileggendo con più attenzione il regolamento, alcune delle ipotesi che avevo partorito hanno dovuto essere scartate. Ma c'era una idea che proprio non ne voleva sapere di essere accantonata: fare un arancin ner, con dentro un gambero. Il contrasto cromatico e l'accostamento di sapori mi sembravano troppo belli per rinunciarvi, ma il regolamento vieta espressamente qualunque l'uso di qualunque "colorante" per il riso che non sia lo zafferano. Quindi, niente nero di seppia, come avevo pensato io. Però, l'attenta rilettura mi ha contestualmente fornito anche la soluzione, là dove il regolamento recita: 
"4. il riso: strano ma vero, vi lasciamo carta bianca: ossia, potete scegliere anche delle varietà diverse dall'originario, a chicco tondo, e potete anche fare dei mix, a vostro piacere. Tenete presente, però, che non tutte le qualità di riso si prestano alla specificità della preparazione dell'arancina. In ogni caso, è obbligatoria la cottura del riso in brodo (quale, potete deciderlo voi) e la breve tostatura in padella, con la cipolla.
Perfetto! Il riso venere è nero, no? Peccato che sia anche un riso poco amidaceo e, quindi, poco adatto a questa preparazione. Ma io sono cocciuta: quando mi metto in testa una cosa... E, poi, diciamola tutta: la sfida insita nel provare ad usare questo riso per l' arancin mi solleticava parecchio. Il problema è la carenza di amido? Allora, bisogna trovare il modo di aggiungercelo. Ho quindi proceduto in questo modo: ho stracotto del riso originario e l'ho scolato, recuperando l'acqua di cottura che, a quel punto, era ricca di amido. In quella stessa acqua, ho messo carota, sedano, zucchina, un paio di teste di gamberi ed ho fatto cuocere il tutto per 40 minuti circa. Ho rosolato nell'olio qualche fettina di cipolla e vi ho fatto tostare il riso venere, bagnandolo, di tanto in tanto, col "fumetto amidaceo", debitamente filtrato. Una volta cotto il riso, l'ho mantecato con una noce di burro e, quando si è freddato,  ci ho aggiunto un po' di wasabi. Il tutto ha riposato tutta la notte in frigo. Al mattino, ho formato le sfere di riso, inserendovi un gambero crudo sgusciato (a me piaceva che, alla fine, il gambero restasse semicrudo, ma, volendo, lo si può cuocere, prima di metterlo dentro l'arancin) e chiudendovelo bene dentro. Ho immerso le sfere di riso nella lega, le ho passate nel pan grattato e le ho fritte.





domenica 18 novembre 2012

Arancine dal cuore verde

Se, con le precedenti arancine, mi son preoccupata di poter apparire desiderosa di compiacere le giudici genovesi dell' MTC, stavolta la preoccupazione è  stata diametralmente opposta: ho avuto un gran timore di inimicarmele a vita. Perchè so quale enorme eresia venga considerata la sola idea di cuocere il pesto. Eppure, le arancine col pesto mi "suonavano" proprio bene... E, allora, mi son detta che, forse, un modo per proteggere i delicati aromi  di questa salsa  eccezionale   dal calore della frittura c'era. Complice il fatto che, nonostante si sia nella seconda metà di novembre, il mio orticello continua a regalare del profumatissimo basilico, ho preparato il pesto classico: basilico, olio evo, pinoli, aglio e parmigiano. Confesso che, solitamente, io lo faccio col frullatore ad immersione (anatema!!!), ma, questa volta, ho voluto fare le cose per bene ed ho tirato fuori dai più reconditi recessi  dell'armadio delle caccavelle, ove giaceva intonso, il mortaio. Una volta pronto, ho formato delle specie di quenelle e le ho messe su un vassoio ricoperto di carta forno e via in congelatore. Ho pensato che, inserendo questa pallina di pesto congelato nell'arancina, al momento della frittura, il pesto si sarebbe sciolto, senza cuocersi. E così è stato: come si vede dalla foto, il pesto ha conservato tutta la brillantezza del suo colore e la sua fragranza, che, al momento del taglio, si è sprigionata irresistibile.
Ho preparato il riso come spiegato qui. L'unica differenza è stata una riduzione della quantità di cipolla usata per tostare il riso, perchè temevo potesse contrastare il gusto del pesto. Avendo cucinato appena 150 g di riso, ho usato solo un quarto di una cipolla non molto grande. All'interno dell'arancina ho messo la quenelle di pesto congelato ed un cucchiaino di pinoli tostati.
Vi dico solo questo: abbiamo appena finito di pranzare e mio marito sta ancora facendo la ola....



Con questa ricetta partecipo all' MTC di novembre 2012


martedì 13 novembre 2012

L'arancino ruffiano

E si, perchè qualcuno potrebbe accusarmi di volermi accattivare la simpatia delle due giudici genovesi dell' MTC, utilizzando, per condire questi arancini, il sugo alla genovese. Ma chi osasse fare una simile insinuazione darebbe prova di scarsa cultura gastronomica, dal momento che trattasi di sugo napoletanissimo, pressochè l'unica alternativa ammessa al ragù della domenica. 
E allora, se nella città della Lanterna questo sugo è sconosciuto, da dove viene questa denominazione? 
Scrive Jeanne Carola Francesconi, l'autrice de "la Cucina Napoletana": " Nel Seicento esistevano a Napoli parecchi trattori genovesi stabilitisi nella nostra città, i quali, ottimi cuochi, usavano cucinare la carne in quel modo particolare che poi da loro ha preso il nome. Senonché, consultando il Crisci e il Corrado, fino al Cavalcanti incluso, troviamo che la denominazione "genovese" indicava quel sugo semplice e di color chiaro che noi chiamiamo "glassa". Si deve perciò ritenere che l'aggiunta del salame e di abbondanti cipolle si sia avuta solo verso la fine dell' Ottocento"
La Francesconi parla di salame, ma, a casa mia, quando si faceva la genovese il salame non c'era. Entrava, invece, in gioco, quando si faceva la genovese "finta", una versione più povera, in cui la carne viene sostituita appunto dal salame. Ma, si sa, non c'è nulla di più opinabile di una ricetta "tradizionale". A meno che non esistano disciplinari registrati, come avviene, ad esempio, per il tortellino bolognese, le ricette della tradizione conoscono innumerevoli varianti che, fatta salva un'impostazione generale, differiscono quasi da famiglia a famiglia. E, ovviamente, ognuno è disposto a difendere a spada tratta la "sua" versione, come la migliore e l'unica autentica. Io non sono così talebana e mi limito a dire: a casa mia, si fa così.
Fatta questa debita premessa, gli arancini con la genovese li ho sempre fatti, per cui non mi è stato richiesto nessun particolare sforzo di fantasia per decidere la ricetta con cui partecipare all'MTC di questo mese. La novità, per me, è stata cimentarmi con l'assenza dell'uovo e l'uso della "lega", cosa che mi ha messo un po' d'ansia, perchè temevo mi si aprissero in cottura, ma, fortunatamente, così non è stato.

Arancini alla genovese

Per la genovese

Cappello del prete                400 g.
Cipolla                                  700 g.
Olio evo                                1/2 bicchiere
Vino rosso                             1 bicchiere
Sale

In una casseruola, rosolare la carne nell'olio, quando si sarà dorata da tutti i lati, toglierla dalla pentola e metterci le cipolle tritate. Farle rosolare a fuoco lento per un'ora, sfumando, di tanto in tanto, con un po' di vino. Trascorso questo tempo, rimettere nella casseruola la carne e proseguire la cottura per almeno altre due ore, continuando a bagnare col vino.

Per gli arancini

Riso Roma                         300 g.
Brodo vegetale                   700 ml.
Cipolla piccola                   1
Burro                                  20 g.
Parmigiano                         20 g.
Provola affumicata             100 g.
Pane grattugiato                  4 tbs
Olio evo
Sale

Per la lega

Farina                                200 g.
Acqua                                400 ml.
Sale

Per il procedimento, riporto quanto scritto da Roberta:
Il riso va preparato con qualche ora d'anticipo, perché al momento della preparazione delle arancine dev'essere ben freddo.
Preparare il brodo vegetale con gli aromi. Una volta pronto, rimuovere la carota, il sedano e la cipolla di cottura e sciogliere lo zafferano nel brodo. Regolare di sale.
In un tegame capiente, dare un giro abbondante di olio evo e fare appassire la cipolla tagliata finemente. Versare il riso e fare tostare un pochino. Versare nel tegame buona parte del brodo, non tutto in modo da poterne aggiungere all'occorrenza regolandosi in funzione del tipo di riso e della sua cottura. 
Fermare la cottura quando il riso sarà al dente e si presenterà piuttosto compatto (ovvero non dev'essere cremoso come un tipico buon risotto!). Immergere il tegame nel lavello riempito d'acqua fredda (evitando che l'acqua entri all'interno) e mantecare con il burro e il parmigiano grattugiato. Se serve, per abbattere la temperatura ed evitare che il riso continui a cuocere, rinnovare l'acqua fredda dentro il lavello.
Una volta tiepido, versare il riso dentro una teglia e lasciare da parte affinché raffreddi completamente. Poi coprire con carta d'alluminio e conservare in frigorifero per almeno 3-4 ore.
La preparazione della "lega". Si tratta della pastella di acqua e farina che serve a sigillare l'arancina e a creare una base per la panatura con il pangrattato che aiuterà a conferire doratura, spessore e croccantezza al punto giusto. Versare l'acqua in una scodella profonda, aggiungere la farina, una bella manciata di sale e amalgamare bene con una frusta. Tenere da parte


Prima di tutto disporre a portata di mano tutti gli ingredienti necessari e attrezzarsi di vassoi, teglie, scodelle…. la preparazione delle arancine è una specie di catena di montaggio (bella in compagnia!) che diventa più piacevole, o comunque meno stressante, se preventivamente organizzata.

Cominciare dalla preparazione della "lega". Si tratta della pastella di acqua e farina che serve a sigillare l'arancina e a creare una base per la panatura con il pangrattato che aiuterà a conferire doratura, spessore e croccantezza al punto giusto. Versare l'acqua in una scodella profonda, aggiungere la farina, una bella manciata di sale e amalgamare bene con una frusta. Tenere da parte e passare alla creazione delle arancine.

Ci sono vari modi per formare e farcire le arancine, questo secondo me è il procedimento più semplice anche per chi le fa per la prima volta ed è anche quello che consente di organizzare e distribuire meglio il lavoro. Perché in pratica bisogna prima fare tutte le sfere o gli ovali, poi fare il buco, poi farcirle. Tenendo la palla di riso con una mano, con il pollice dell'altra mano create un buco in alto e al centro e cominciate ad allargarlo spingendo sia verso il basso che sui lati. Posate nuovamente la palla di riso sul vassoio e passate alle altre, fino a completarle tutte. 
Farcire gli arancini con un po' di sugo alla genovese e qualche dadino di provola (il latticino, non il formaggio). Chiudere l'arancino e rotolarlo per dargli una bella forma rotonda. Immergere l'arancino nella lega, in modo che se ne rivesta perfettamente; sgocciolarlo molto accuratamente e rotolarlo nel pan grattato. Friggere in olio abbondante, fino a doratura






Con questa ricetta partecipo all' MTC di novembre 2012