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mercoledì 15 luglio 2020

Red rice



Come sapete, l'MTC è tornato, prima un po' in sordina con l'MTC-smart, adesso con un progetto di ampio respiro, che innalza, non di poco, l'asticella. Se, finora, MTC aveva significato imparare nuove tecniche e sperimentarne tutte le potenzialità, in questa nuova fase ci concentreremo sugli aspetti più culturali legati al cibo. E lo faremo esplorando le tradizioni culinarie delle minoranze etniche, la cui identità, come sempre accade, è fortemente legata al cibo.
Pariamo da una comunità di cui, confesso, ignoravo l'esistenza: i Gullah-Geechee. Si tratta di una comunità di discendenti degli schiavi africani, che furono portati negli Stati Uniti al preciso scopo di coltivare il riso, nelle zone paludose del North Carolina e della Georgia. Grazie alla condizione di semi-isolamento in cui vissero, hanno mantenuto un forte legame con la loro terra di origine, che si manifesta sia nelle tradizioni culinarie che nella lingua, che, tuttora, rimane molto simile alle lingue parlate nell'Africa Occidentale. Ma, se volete approfondire la questione, tutto questo viene ottimamente spiegato da Alessandra nel video che trovate qui.
La sfida si articolerà in due fasi: nella prima, si riproduce il piatto identitario per eccellenza della comunità che stiamo studiando, mentre, nella seconda, proviamo a cucinare un piatto che sia ispirato a quella cultura.
Per i Gullah-Geechee, partiamo rifacendo il red rice, il riso rosso, piatto nel quale si incontrano il riso portato dall'Africa e il pomodoro americano. Prima di farlo, pensavo che, alla fine, fosse un semplice riso al pomodoro e, invece, sono rimasta piacevolmente colpita dalla sua peculiarità.

INGREDIENTI
3 fette di bacon a cubetti o 3 cucchiai di burro 
½ tazza di cipolla tritata (mezza cipolla) 
1 spicchio d’aglio tritato 
1 tazza di riso a grano lungo (225 g) (per me, Basmati)
 180 g di passata di pomodoro 
1 cucchiaino di zucchero (facoltativo)
1 cucchiaino di sale 
½ cucchiaino di pepe nero
1 foglia di alloro 
2 tazze di brodo di pollo o acqua (470 ml)
Coriandolo o prezzemolo per decorare

PREPARAZIONE

1. Se usate il bacon, fatelo cuocere a fiamma media, in una larga casseruola, fino a quando i cubetti sono croccanti e il bacon ha rilasciato il suo grasso (6-8 minuti). Scolate il bacon e tenetelo da parte. Se usate il burro, fatelo fondere, sempre in un’ampia casseruola. (Io ho usato pancetta affumicata, che, però, ha rilasciato poco grasso, per cui  ho aggiunto anche una noce di burro)

2. Aggiungete la cipolla e fatela cuocere nel grasso, fino a quando sarà traslucida (2-3 minuti). Aggiungete l’aglio e proseguite la cottura per un minuto circa. Unite poi il riso e cuocetelo, mescolando, fino a quando i chicchi perderanno la loro trasparenza. Unite quindi tutti gli altri ingredienti e portate a bollore, a fiamma alta.

3. Abbassate la fiamma, mettete il coperchio e proseguite la cottura per 20-25 minuti, mescolando di tanto in tanto. (Controllate la cottura, perché il mio riso ci ha impiegato meno tempo, credo 15 minuti). Quando il riso è cotto, spegnete il fuoco e fate riposare per 5 minuti, sempre coperto. Dopodiché, eliminate la foglia di alloro e sgranate il riso con una forchetta, prima di rovesciarlo nel piatto da portata.

4. Regolate di sale e pepe e , se avete usato il bacon, guarnitelo con i cubetti tenuti da parte




mercoledì 30 gennaio 2019

Risotto per l' mtc s-cool


Questo mese, la nostra scuola ci ha tenute impegnate sull'argomento risotto. Le prove da affrontare erano due: una prova tecnica rappresentata dal risotto alla parmigiana ed una creativa, che, però, doveva avere, come base di partenza un risotto allo zafferano. Mai come quest'anno, mi son trovata la dispensa "invasa" dallo zafferano: a giugno, nel corso di un blogtour, avevamo visitato un'azienda che produceva zafferano ed io ne avevo acquistato un po', poi è venuta a trovarmi la mia amica Eleonora dall'India e me ne aveva portato dell'altro, infine, mia figlia è stata in Iran (che ho scoperto essere il maggior produttore mondiale della spezia dorata) e me ne ha portato dell'altro ancora. E, proprio pensando all'Iran e alla melassa di melagrana che mia figlia mi aveva pure portato, ho deciso di usarla nel mio risotto. Per bilanciare il gusto un po' aspro della melassa, ho fatto ricordo alla nota dolce di un fondo bruno sfumato con del Porto. Per il risotto alla parmigiana, invece, ho seguito pedissequamente la ricetta che ci è stata fornita dalla scuola.

Risotto alla parmigiana

Per 4 persone
400 g di riso Carnaroli
1 l circa di brodo di carne
50 g di parmigiano reggiano
1 piccola cipolla
70 g di burro freddissimo,  più una noce
un bicchiere di vino bianco a temperatura ambiente
poco sale

Tritate finemente a coltello la cipolla  e preparate il soffritto mettendola a  rosolare in una piccola padella con la noce di burro. Lasciatela cuocere mescolando e facendo attenzione che non brunisca. Tenete da parte.
Portate a ebollizione leggera il brodo.
In una larga casseruola, di rame o di alluminio anodizzato, a fuoco medio-alto, fondete 20  grammi del  burro previsto.  Quando inizia ad essere spumeggiante versate il riso nella pentola, mescolate continuamente fino a quando il riso “canterà” e diventerà opalescente, translucido.   
Ora  sfumate con il vino, mescolate fino a completa evaporazione dell’alcol poi iniziate la cottura aggiungendo poco brodo bollente per volta, continuando a mescolare.
A questo punto unite  anche il soffritto preparato in precedenza e continuate così, aggiungendo brodo man mano che viene assorbito. 
Assaggiate per controllare la cottura  e modulare l’aggiunta di liquido, tenendo presente che il risotto dovrà riposare per essere mantecato e che comunque, per effetto del calore residuo, continuerà a cuocere. Una volta pronto  spegnete il  fuoco, spostate la casseruola dal fornello, regolate di sale  e iniziate a mantecare aggiungendo il parmigiano reggiano grattugiato e il burro rimasto, freddissimo.
Mescolate con energia e allo stesso tempo scuotete la casseruola imprimendole  un movimento avanti-indietro. Continuate fino a quando il riso sarà diventato cremoso  e  morbido.



Risotto persiano

Riso Carnaroli          200 g
Brodo di carne         500 ml
Burro                        40 g + una noce
Cipolle                     2 piccole
Vino bianco             1/2 bicchiere
Fondo bruno
Melassa di melagrana
Pistilli di zafferano

Almeno 2-3 prima, mettere i pistilli di zafferano a mollo in un po' di brodo caldo. Mettere 20 g di burro in freezer.
Tagliate a metà una cipolla  e poggiarla, dal lato del taglio, su un padellino rovente, fino a che apparirà quasi carbonizzata.
Il fondo bruno l'ho preparato come descritto qui, usando, per sfumare, del Porto. 
Tritare una delle cipolle e metterla a rosolare a fuoco lento, fino a che sarà quasi disfatta, ma non brunita. In una casseruola, fondere metà del burro rimasto e, quando inizierà a spumeggiare, aggiungere il riso e tostarlo finché diventa traslucido. Sfumare con il vino e, quando l'alcool sarà evaporato, unire la cipolla e proseguire la cottura, unendo mestoli di brodo caldo , man mano che questo viene assorbito. A metà cottura, aggiungere il brodo in cui si saranno dissolti i pistilli di zafferano. Fuori dal fuoco, mantecare col burro freddissimo. Distribuire il risotto nei piatti e, con l'aiuto di una sacca da pasticceria, fare un giro di spuntoncini di melassa. Mettere al centro due brattee di cipolla carbonizzata, in cui versare il fondo bruno.
Il fondo bruno l'ho preparato come descritto qui, usando, per sfumare, del Porto.




mercoledì 12 aprile 2017

Sartù pasquale

Essendo un'attempata signora napoletana e cucinando fin da quando ero ragazzina, avrò fatto il sartù di riso decine di volte, eppure, quando ho appreso che la ricetta scelta da Marina per l'MTC di aprile sarebbe stata il sartù, mi è subito scattata l'ansia da prestazione. Il terrore principale era che si spatasciasse al momento di sformarlo oppure che non ne volesse sapere di staccarsi dallo stampo. E, invece, tadàààà! Praticamente perfetto, come Mary Poppins!


Scartato il sartù di mare che avevo già pubblicato qui, nessuna esitazione sulla versione che avrei realizzato: il periodo pasquale me l'ha suggerita quasi automaticamente. Non ho, però, aspettato Pasqua per realizzarlo ed ho preferito servirlo per il compleanno di mio marito.

Sartù pasquale

Riso Carnaroli                         300 g
Carne d'agnello tritata             250 g
Pan carrè                                  2 fette
Uovo                                        1 + 2
Parmigiano                               3 cucchiai
Feta                                          40 g
Olive taggiasche                      15
Carota                                      1
Cipolla                                      1 media
Sedano                                    1 gambo
Menta                                       15-20 foglie
Olio evo                                    1/2 cucchiaio
Burro                                        1 noce
Pan grattato                              1 cucchiaio


Disossare o farsi disossare l'agnello, tenere da parte le ossa e macinare la carne. Mettere le ossa in una casseruola e farle tostare, aggiungere dell'acqua, in modo che il livello arrivi due dita sopra le ossa. Aggiungere sedano, carota e cipolla e far cuocere il brodo per un'ora e mezza, schiumandolo di tanto in tanto. Trascorso questo tempo, filtrare il brodo attraverso una stamina, salarlo e tenerlo in caldo.
Mentre il brodo cuoce, preparare le polpettine, aggiungendo alla carne tritata di agnello il pan carrè privato della scorza, ammollato e strizzato, l'uovo, il sale, un cucchiaio di parmigiano e le foglioline di menta finemente tritate. Formare delle polpettine grandi quanto una nocciola, disporle su una placca da forno rivestita di carta forno e, con un contagocce, distribuire una goccia d'olio su ogni polpettina. Infornare a 180 gradi per una decina di minuti.
Tostare il riso in una casseruola dal fondo spesso e, quando assume un aspetto vetroso, aggiungere un mestolo di brodo caldo. Proseguire la cottura, aggiungendo man mano il brodo. Fermarsi quando il riso è a circa 3/4 del suo tempo di cottura e mettere la casseruola nel lavello riempito di acqua fredda, in modo da arrestare la cottura ed accelerare il raffreddamento. Quando il riso sarà tiepido, aggiungere il parmigiano rimasto e le due uova. Mescolare bene. Ungere col burro uno stampo a tronco di cono e spolverizzarlo di pan grattato. Mettere lo stampo in frigo per una decina di minuti. Versare parte del riso nello stampo, creando una cavità nel centro, che andrà riempita con le polpettine, la feta sbriciolata e le olive snocciolate. Coprire con il riso restante, spolverizzare con altro pan grattato ed infiocchettare col burro. Infornare a 180 gradi per circa mezz'ora.
Con le dosi indicate, ho ottenuto più polpettine di quante me ne servissero ed ho riempito uno stampo da 13 cm ed uno da 9. Anche se non sembra, quello nella foto è il più grande dei due.

Vellutata ai carciofi

Carciofi                               2
Olio                                     1/2 cucchiaio
Aglio                                   1 spicchio
Burro                                   10 g
Farina                                  10 g
Brodo di agnello                 120 ml  
Sale

Mondare i carciofi e tagliarli a spicchi. Rosolare l'aglio nell'olio, aggiungervi i carciofi  e cuocerli fino a che saranno ben teneri. Sciogliere il burro in un pentolino, aggiungere la farina e mescolare; aggiungere, un po' alla volta il brodo caldo e far cuocere la vellutata, finchè non si avvertirà più il sapore di farina cruda.
Frullare i carciofi insieme alla vellutata  e versare la salsa così ottenuta sul sartù sformato.  (La feta si vede poco, perché si è sciolta quasi completamente).                          



giovedì 28 aprile 2016

Alla scoperta dell'aglio orsino

Due risotti di seguito, ma è assolutamente un caso. In realtà, il risotto di cui parlo oggi lo avevo preparato prima di andare a Paestum, ma non avevo avuto il tempo di scrivere il post.
All'inizio del mese, la mia sparpagliata famiglia si è riunita a Vienna, per festeggiare il compleanno di mio marito, che aveva espresso il sacrosanto desiderio di trascorrerlo coi nostri figli. Ed è stato a Vienna che mia figlia mi ha fatto provare un'erba di cui avevo sentito parlare, ma che non avevo mai provato: l'aglio orsino. Devo dire che è stata una scoperta molto piacevole, per chi, come me, ama l'aglio. Rispetto all'aglio, quest'erba ha un gusto un po' più delicato e mi è parsa anche più digeribile. Quindi, il giorno dopo averla provata in degli ottimi ravioli, mi sono fiondata al Nashmarkt, che, peraltro, è anche vicino casa di mia figlia, e ne ho comprato un mazzo.
Tornata a casa, ho chiesto un po' in giro come avrei potuto utilizzarlo e la risposta quasi unanime è stata: nel risotto. Ed è stato un ottimo consiglio.

Risotto all'aglio orsino (x2)

Riso Carnaroli                        180 g
Cipolla piccola                       1/2
Burro                                      20 + 15 g
Parmigiano                             2 cucchiai
Brodo vegetale                       400 ml
Aglio orsino
Sale

Tagliare a listarelle l'aglio orsino, tenerne da parte una manciata e frullare il resto con un po' d'acqua.
Rosolare la cipolla nei 20 g di burro, finché diventa trasparente. Aggiungere il riso e tostarlo; quando inizia a diventare traslucido, bagnarlo con un mestolo di brodo caldo e proseguire così, aggiungendo il brodo poco alla volta. Un minuto prima che il riso sia cotto, aggiungere il pesto di aglio orsino. Fuori dal fuoco, mantecare con burro e parmigiano. Impiattare e decorare con le foglie di aglio orsino tenute da parte.






martedì 26 aprile 2016

Un risotto stellato

Avevo accennato qui al risotto preparato da Andrea Berton, nel corso del convegno "Le strade della mozzarella" e alla mia intenzione di provare a rifarlo, perché, non solo mi era piaciuto molto, ma mi sembrava anche alla portata di una comune mortale, come me. 
In effetti si tratta di un piatto che non richiede ingredienti strani ed introvabili e nemmeno la padronanza di tecniche di cucina molecolare o il possesso di attrezzature che non abitano in una cucina di casa. Tutto si regge (mi verrebbe da dire: come sempre...) sulla qualità delle materie prime e su un gioco di equilibri tra sapori forti, che non devono prevalere l'uno sull'altro.
Il risultato è stato più che soddisfacente. C'è una sola cosa  che cambierei (e lo indico nella ricetta): la prossima volta, diluirei il liquido di governo della mozzarella con un po' d'acqua.  Non mi sembra che lo chef abbia fatto cenno alla necessità di diluirlo, però, usando il liquido non diluito, come ho fatto io, il risotto è risultato un po' sapido, e questo prima ancora di aggiungere le polveri, che già son sapide di loro.

Risotto alla mozzarella con polvere di pomodoro, olive e capperi (x3)

Per le polveri

Pomodorini datterini                     150 g
Olive di Gaeta                               100 g
Capperi sotto sale                          2 cucchiai

Il giorno prima, tagliare i pomodorini a metà e privarli dei semi, snocciolare le olive, sciacquare i capperi, per eliminare l'eccesso di sale ed asciugarli. Disporre pomodori, capperi e olive sulla grata del forno, rivestita di carta forno ed infornare a 70 gradi, per circa 3 ore. Per le olive, che sono grasse, ci vorrà un po' di più. Una volta che i tre ingredienti si saranno disidratati, frullarli separatamente e passarli al setaccio, ottenendo tre polveri fini. (Le quantità sono in eccesso, non sarà necessario utilizzare tutte le polveri ottenute, anzi, mano leggera nell'impiegarle, soprattutto quella di olive, che tende a coprire le altre.)

Per il risotto

Riso Carnaroli                               240 g
Mozzarella di bufala                     180 g
Siero della mozzarella                   350 ml
Acqua                                            150 ml

Mettere in un pentolino il siero della mozzarella, più l'acqua e scaldarli. Tostare a secco (cioè senza alcun condimento) il riso e bagnarlo man mano con il liquido caldo. Quando il riso sarà cotto, levare la pentola dal fuoco e mantecarlo con la mozzarella tagliata e  frullata col minipimer.
Disporre sul fondo dei piatti un po' di polvere di olive; aggiungere il riso e spolverizzarlo con la polvere di pomodoro e con la polvere di capperi.

Il mio risotto


Quello di Berton





venerdì 4 marzo 2016

Copiando

Ogni mese, scorro le meraviglie che preparano le mie "colleghe"  MTCine e, ogni volta, mi appunto un tot di ricette, con l'intenzione di rifarle. In pratica, poi, difficilmente mi si presenta l'occasione e, con mio grande rammarico, queste ricette giacciono lì, irrealizzate.
Stavolta, però, in occasione della festa per i 40 anni di uno dei miei nipoti, dovendo scegliere un primo da accostare ad una lasagna napoletana tradizionale, mi sono ricordata della sfida n.41, dedicata al riso. Tra le tante, solite meraviglie proposte, mi aveva colpita una ricetta preparata da Nora, una delle amiche più care che ho trovato in quella community: la crostata di riso, porri e pancetta. 
Mi son, però, trovata di fronte alla difficoltà di non riuscire a trovare la prescinseua . Inoltre, non avendola nemmeno mai assaggiata, ho scelto un po' "a naso" l'ingrediente con cui sostituirla. Quando ho fatto la crostata per la festa, ho impiegato yogurt greco al 2%, mentre, quando l'ho rifatta qui a casa, ho scoperto  un formaggio fresco, chiamato Lattica, prodotto con latte di vacche brune a Roccabascerana, nell'avellinese, che mi è piaciuto proprio tanto.


CROSTATA DI RISO, PORRI E PANCETTA

Riso Roma                     150 g
Asiago                            80 g
Pancetta affumicata       70 g
Porro                              1 (grande)
Lattica                            150 g
Albume                          1
Uovo                              1
Olio evo                         1/2 cucchiaio
Sale
Pepe

Lessare il riso in acqua bollente salata e scolarlo al dente. Quando si sarà intiepidito, aggiungere l'Asiago grattugiato e l'albume. Rivestire un anello d'acciaio da 15 cm di carta forno e poggiarlo sulla leccarda, anch'essa rivestita di carta forno. Foderare l'anello con il riso, formando un guscio. Cuocere in forno a 180 gradi per 15 minuti. Nel frattempo, tagliare il porro a rondelle e farlo cuocere in padella con l'olio e la pancetta. Sbattere l'uovo con il Lattica (o lo yogurt), salare moderatamente, pepare ed aggiungere il porro e la pancetta. Versare questo composto nel guscio di riso e rimettere in forno, per una decina di minuti.




giovedì 30 aprile 2015

Ode al Parmigiano

Quando ho letto la ricetta con la quale Teresa ha partecipato (e vinto) al concorso Tre Spade, ho immediatamente pensato che dovesse essere un'autentica leccornia. A Pollenzo, poi, ho avuto la fortuna di provarla e di trovare conferma a quanto avevo intuito. In particolare, sono rimasta affascinata dal brodo di Parmigiano, per cui, quando Teresa mi ha parlato del risotto al Parmigiano di Bottura, rimandandomi ad una discussione tenutasi su Gennarino, proprio su questa preparazione, non ho posto tempo in mezzo e mi sono cimentata.
Riporto quanto detto dallo stesso Bottura su questo piatto

“In Riso cacio e pepe quello che sembra un normale riso brillato è in realtà puro Parmigiano. Nulla viene aggiunto al riso durante la cottura: tutto il sapore proviene dal brodo di Parmigiano Reggiano. Non occorrono macchinari sofisticati né tecniche di cottura avveniristiche: ci vuole solo del tempo e tanto formaggio. Il Parmigiano grattugiato viene versato e mescolato di continuo in una pentola d’acqua su fiamma bassissima. Quando il formaggio comincia a fondere, a circa 90°C, si spegne il fuoco e si continua a mescolare il brodo finché diventa cremoso. La miscela viene messa a raffreddare per una notte in frigorifero, dove si separa a seconda della densità formando tre consistenze: i solidi delle proteine sul fondo, un brodo lattiginoso al centro e la crema di Parmigiano in superficie. Si mette da parte la crema e si prepara il riso Vialone Nano con un bouquet di differenti pepi. Si comincia la cottura dopo la tostatura del riso versando un mestolo di brodo di Parmigiano per volta, senza mai smettere di rimestare con vigore. All’ultimo istante si aggiunge una cucchiaiata di crema di Parmigiano al posto del burro per mantecare. All’Osteria Francescana irroriamo il risotto con un distillato liquido di cinque tipi di pepe, preparato nel Rotavapor®, per arricchirlo di un’invisibile essenza pepata”.

Come si può vedere, si tratta più di "racconto" del piatto che di una ricetta vera e propria, per cui, sia pure con l'aiuto delle esperienze riportate su Gennarino, me la sono un po' dovuta inventare.
Tanto per cominciare, ovviamente, mi mancava il distillato di pepi. Poiché mi piaceva rimanere fedele all'idea che il pepe si dovesse sentire e non vedere, ho provato a crearmi io un'infusione di pepi. Ho preso alcuni alcuni grani di tutti i tipi di pepe che avevo in casa (nero, verde, rosa e pepe lungo, in totale, circa un cucchiaio), li ho avvolti nella pellicola e li ho grossolanamente frantumati col batticarne. A questo punto, ho scaldato un paio di cucchiai di olio evo e ci messo in infusione i pepi frantumati. per tutta la notte.
Sempre la sera prima, ho messo nel Bimby 200 g di Parmigiano Reggiano delle Vacche Rosse, l'ho grattugiato, ci ho aggiunto 1,2 l di acqua ed ho fatto cuocere per due ore a 70 gradi, velocità 2. In questo modo, ho ottenuto il brodo di Parmigiano, che, dopo una notte in frigo, si era separato nelle sue tre componenti, come descritto da Bottura.
Il giorno dopo, ho filtrato l'olio in cui avevo messo i pepi in infusione e l'ho usato per tostare del riso Carnaroli, bagnandolo, successivamente col brodo di Parmigiano caldo, aggiunto un po' alla volta, come per un normale risotto. Da ultimo, ho mantecato con la crema formatasi dalla separazione del formaggio nelle sue componenti.
Il risultato è stato letteralmente sorprendente. Nel senso che uno si ritrova davanti questo piatto di riso bianco, che non sembra essere, alla vista, molto promettente, poi si mette in bocca la prima forchettata e ci si ritrova con un'esplosione di sapori. Ovviamente, il primo, prepotente sapore che si avverte è quello del Parmigiano, poi arriva la complessità degli aromi dei vari pepi e, solo da ultimo, il senso del piccante. Insomma, davvero un piatto di alta cucina, ma, tutto sommato, di semplice realizzazione. L'importante, come sempre, è partire da materie prime di alta qualità.
Niente foto per questo piatto, perché davvero non gli renderebbero giustizia.


lunedì 10 novembre 2014

In differita

Il primo di ottobre è stato il mio compleanno, un compleanno di quelli importanti, che segnano il passaggio di decennio e, quindi, un tantino traumatico. Ma non è stato per questo che non l'ho festeggiato al momento giusto: semplicemente avevo da fare e non c'era la giusta concentrazione per organizzare il festeggiamento. Tuttavia, mi son detta che non potevo farlo passare completamente sotto silenzio e, finalmente, mi son decisa ad invitare un po' di amici cari per sabato scorso.
Per me, la cosa più difficile della pianificazione di una cena con ospiti è la scelta del menu: tra il desiderio di venire incontro ai gusti e alle esigenze di tutti (che, per me, è la "direttiva primaria", perchè, come Brillat Savarin, ritengo di essere responsabile della felicità dei miei ospiti, finché sono sotto il mio tetto), la mia voglia di sperimentare qualcosa di nuovo e la fattibilità (nel senso di scegliere preparazioni che non mi portino a passare più tempo in cucina che con gli ospiti), rischio di fare la fine dell'asino di Buridano.
Alla fine, ovviamente, ho "partorito" un menu, anche se con un primo non troppo autunnale. Ma con tutti i "no" che ho dovuto rispettare (no glutine, no pesce, no etnico, no "famolo strano"), ho deciso che, per una volta, potevo anche consentirmi una piccola trasgressione al rispetto della stagionalità delle verdure.
Ed ecco il frutto delle mie elucubrazioni

Antipasti:
Bicchierini di tartare di tonno e finocchi
Mini quiches bacon e mele
Hummus di ceci con nachos

Primi:
Crostata di riso con verdure e stracciatella
Corona con funghi e caciocavallo affumicato

Secondo:
Polpettone ai peperoni

Dolci:

Crostata di riso con verdure (da Sale&Pepe)

Riso Arborio                   700 g
Melanzane                      1 kg
Zucchine                         600 g
Pomodorini                     300 g
Stracciatella di burrata   300 g
Olive di Gaeta                150 g 
Uova                               4
Parmigiano                     3 cucchiai
Pecorino                         3 cucchiai
Olio evo                         100 ml
Aglio                              1 spicchio
Panatura senza glutine   1 cucchiaio
Sale
(con queste dosi, ho preparato una teglia da 37x26 e tre monoporzioni)

Lessare molto al dente il riso in acqua salata, scolarlo e raffreddarlo rapidamente, sotto un getto di acqua fredda. Tritare le olive ed unirle al riso, insieme alle uova e al parmigiano ed al pecorino grattugiati. Ungere una teglia e spolverizzarla con la panatura. Rivestire la teglia con il riso, schiacciandolo col dorso di un cucchiaio inumidito. Mettere nella cavità che si sarà formata un foglio di carta forno, poggiarci sopra dei fagioli ed infornare a 180 gradi per circa 15 minuti. Trascorso questo tempo, levare i fagioli e la carta e rimettere in forno per altri dieci minuti.
Nel frattempo, tagliare le melanzane a dadini e saltarle nell'olio, in cui si sarà fatto rosolare lo spicchio d'aglio. Sgocciolare le melanzane dall'olio e metterle su un foglio di carta da cucina. Nello stesso olio, saltare le zucchine e dadini. Fare lo stesso coi pomodorini. Mettere le verdure nella crosta di riso, aggiungere la stracciatella ed infornare per altri 5 minuti, per dar modo alla stracciatella di scaldarsi.






domenica 28 settembre 2014

Dall'esotico alla tradizione

Quando ho scritto il post sul sartù, per il blog dell' MTC, mi son venute in mente due cose: a) che tanto tempo fa, quando i miei figli erano piccoli, preparavo spesso del riso cotto in metà acqua e metà passata di pomodoro, b) che era da tempo che volevo provare una bellissima ricetta presente ne "La cucina napoletana" di Jeanne Carola Francesconi: il timpano del cardinale, che, come il sartù, si prepara in uno stampo a tronco di cono. Il corto circuito mentale è stato immaginare di fare il timpano col riso, anziché con gli ziti. Inoltre, ho deciso di usare, al posto del fior di latte, la stracciatella di burrata. Non avevo mai 
cucinato la stracciatella, immaginando che, una volta cotta, perdesse le sue peculiarità. Errore: non solo rimane comunque diversa da altri latticini, ma conferisce una nota delicata che rende il piatto strepitoso. 
Il risultato è stato uno sformato comunque da occasioni speciali, ma più fresco del sartù e ricco di intensi profumi mediterranei.
Essendo solo in due, ne ho fatto uno abbastanza piccolo (lo stampo è da 13 cm), ma credo che, fatto in uno stampo più grande, il rapporto tra i pomodori all'esterno ed il riso sia più equilibrato.

Timpano del quasi cardinale

Riso Arborio                       200 g
Passata di pomodoro          100 ml
Acqua                                 100 ml + 1 cucchiaio
Pomodori perini                  20
Stracciatella                        200 g
Pecorino romano                 40 g
Pan grattato                         4 cucchiai
Olio                                     3 cucchiai
Basilico
Aglio                                   1 spicchio
Sale

Tagliare a metà i pomodori, privarli dei semi, salarli e metterli a sgocciolare su una griglia per mezz'ora.
Mettere nel mixer il pangrattato, l'aglio, 2 cucchiai d'olio e abbondante basilico; frullare il tutto. Spalmare questo composto sui pomodori, disporli su una leccarda unta d'olio ed infornare a 150 gradi, fino a che i pomodori saranno cotti, ma senza far colorire troppo il pan grattato.
Mettere il riso in una ciotola piena d'acqua e sciacquarlo, cambiando l'acqua 3-4 volte, fino a che diventa limpida. A quel punto, lasciare il riso a mollo per 20 minuti. Trascorso questo tempo, scolarlo, sciacquarlo ancora una volta e metterlo in una casseruola, versarci sopra l'acqua, la passata di pomodoro, un cucchiaio d'olio ed il sale. Mettere sul fuoco e, quando inizia a bollire, abbassare la fiamma, coprire con un coperchio e far cuocere per 10 min. Spegnere il fuoco e far riposare il riso per altri 10 min. Sgranare il riso con una forchetta e condirlo col pecorino romano grattugiato.
Rivestire il fondo e le pareti di uno stampo a tronco di cono con carta forno unta d'olio da entrambi i lati. Coprire il fondo dello stampo con uno strato di pomodori, tenendo la buccia rivolta verso l'esterno. Mettere nello stampo un po' di riso e iniziare a rivestire le pareti dello stampo coi pomodori. Per evitare che i pomodori cadano, fare una prima fila, aggiungere un po' di riso, poi sistemare un'altra fila di pomodori, altro riso e così via. Lasciare una cavità al centro del riso, in cui mettere la stracciatella. Chiudere col riso e coprire con un ultimo strato di pomodori. Io ho il brutto difetto di non leggere le ricette fino alla fine, per questo motivo, mi era sfuggito che l'ultimo strato di pomodori dev'essere  fatto da pomodori crudi, cosparsi di pan grattato. Io, invece, ci ho messo quelli cotti e, come si può vedere dalla foto, si sono coloriti un po' troppo. Però, è solo una questione estetica, perché il sapore non ne risente.

I pomodorini, prima di andare in forno














lunedì 27 maggio 2013

E 100!!

Eh si, questo è il centesimo post che pubblico, in quasi un anno di blog! E mi sembra più che appropriato che questo centesimo post sia dedicato all' MTC, visto che questo blog è stato aperto grazie all'affettuoso incoraggiamento di tutto il gruppo delle MTCine ed al concreto intervento tecnico di una di loro.
Avendo fatto la Taieddhra in versione tradizionale, non potevo esimermi dal provarne una variante, allo scopo di impadronirmi meglio di questa tecnica, visto anche il risultato solo parzialmente soddisfacente  (non certo per il gusto!) del primo tentativo.
Questa volta, invece delle cozze, ho usato questi:


So che, nel resto d'Italia, sono conosciuti come bianchetti, gianchetti, nonnata, da noi, si chiamano cicinielli.
Inoltre, ho usato del riso rosso del Madagascar (presidio Slow Food), frutto di uno dei tanti acquisti compulsivi di ingredienti insoliti. La scelta, però, è stata felice, perché, vuoi per il tipo di riso, vuoi perché, non avendo messo i pomodori, non c'era la loro acqua, fatto sta che, stavolta, la cottura del riso è risultata perfetta. Come formaggio, ho scelto una delle eccellenze della mia Regione: il provolone del monaco d.o.p.
Mi sono resa conto di non aver pesato nulla, per cui la ricostruzione della ricetta sarà un po' "ad occhio"

Tieddhra coi cicinielli

Riso rosso del Madagascar Vary Mena  150 g
Patate                                                    200 g
Cicinielli                                                 150 g
Cipolla                                                    60 g
Zucchine piccole col fiore                       150 g
Provolone del monaco D.O.P.                  60 g
Sale
Pepe
Olio evo

Sul fondo unto d'olio della pirofila, mettere uno strato di cipolle, patate e zucchine, tagliate sottili, salare, pepare ed irrorare con un bel giro d'olio. Fare, poi, uno strato di riso, sopra le verdure,  distribuire i cicinielli  e spolverizzare col provolone grattugiato e,infine, fare un altro strato di verdure, chiudendo con le patate. Salare, pepare, irrorare d'olio ed aggiungere acqua, fino ad arrivare a filo delle patate. Infornare a 160 gradi per 45 minuti.









sabato 25 maggio 2013

Io e la Puglia

Il mio primo incontro "in loco" con la cucina pugliese è avvenuto ad Ostuni, detta la "città bianca", a causa del colore dell'intonaco delle sue case e che, al tramonto, diventava rosa, per poi trascolorare nel violetto sempre più scuro, man mano che il buio avanzava. Eravamo lì soltanto per week end e non ci eravamo nemmeno documentati sui ristoranti locali, per cui ci infilammo, praticamente, nel primo posto che ci si parò davanti. Non so se fu per un colpo di fortuna o perché la qualità del cibo, da quelle parti, è così elevata, che dove caschi, caschi bene, fatto sta che cenammo divinamente. Di quella cena due piatti mi rimasero indelebilmente impressi: la tiella di riso, patate e cozze ed il purè di fave con la cicoria. Ovviamente, alla prima occasione, provai a replicare la tiella e, con l'incoscienza che mi contraddistingue in cucina, il tentativo non fu fatto nel segreto della mia cucina, lontano dai palati altrui, bensì in occasione di una cena per una ventina di persone...Solitamente, quando uso i miei ospiti come cavie, mi va abbastanza bene, ma non quella volta...La cottura era completamente sbagliata... Dopo un simile fiasco, non avevo più osato cimentarmi, tanto più che anche mia sorella, che è una gran cuoca, mi aveva raccontato di averci provato e di aver ottenuto un risultato altrettanto deludente. Insomma, sembrava proprio che la tiella non fosse nelle mie corde e, a malincuore, rinunciai ad ulteriori tentativi.
Quando ho appreso che la ricetta dell' MTC di questo mese era proprio la tiella, mi è parsa l'occasione giusta per provare a superare il mio impasse con questa preparazione, tanto più che la ricetta di Cristian è accuratissima e prometteva di "accompagnarmi" passo passo nella realizzazione.
Di solito, quando partecipo all' MTC, non seguo mai la ricetta nella versione proposta dal terzo giudice, ma tendo sempre a provare delle variazioni personali. Questa volta, però, almeno come prima volta, ho preferito seguire alla lettera la ricetta di Cristian, perché il ricordo della tiella tradizionale mi ha portata a voler ritrovare quel sapore. E però...però...una piccolissima variazione me la sono concessa...Nulla che abbia influito sul gusto, solo un tocco di colore: ho usato le patate viola.
Risultato? Potrei dire che mi è venuta perfetta e chi potrebbe mai smentirmi? Ma lo spirito del gioco è giocare onestamente, per cui  dirò che il sapore era eccezionale, con tutte le componenti perfettamente amalgamate, eppure riconoscibili, ma il riso era troppo cotto, ahimè. Il risultato era comunque infinitamente migliore rispetto a quel mio lontano tentativo, per cui penso che, lavorandoci su (meno liquido e cottura più breve), dovrei finalmente imbroccare la tecnica giusta.





Con questa ricetta partecipo all' MTC di maggio 2013

domenica 25 novembre 2012

L'arancin ermafrodita

No, non ho dimenticato una vocale nel titolo, ma dopo tutte le disquisizioni sul sesso, non degli angeli, ma dell' arancin, ho tagliato la testa al toro ed ho deciso che trattasi di preparazione ermafrodita e, come tale, portatrice sia di una qualità maschile che di una qualità femminile! 
E, in effetti, questa ricetta si presta a moltissime variazioni, per cui, appena letto l'argomento della MTC di questo mese, mi si sono affacciate alla mente numerose possibilità. Ma l' MTC non sarebbe l' MTC senza le sue regole. Sono le regole che fanno il gioco, senza le regole, anche le carte da gioco sarebbero solo 52 cartoncini colorati...Per cui, rileggendo con più attenzione il regolamento, alcune delle ipotesi che avevo partorito hanno dovuto essere scartate. Ma c'era una idea che proprio non ne voleva sapere di essere accantonata: fare un arancin ner, con dentro un gambero. Il contrasto cromatico e l'accostamento di sapori mi sembravano troppo belli per rinunciarvi, ma il regolamento vieta espressamente qualunque l'uso di qualunque "colorante" per il riso che non sia lo zafferano. Quindi, niente nero di seppia, come avevo pensato io. Però, l'attenta rilettura mi ha contestualmente fornito anche la soluzione, là dove il regolamento recita: 
"4. il riso: strano ma vero, vi lasciamo carta bianca: ossia, potete scegliere anche delle varietà diverse dall'originario, a chicco tondo, e potete anche fare dei mix, a vostro piacere. Tenete presente, però, che non tutte le qualità di riso si prestano alla specificità della preparazione dell'arancina. In ogni caso, è obbligatoria la cottura del riso in brodo (quale, potete deciderlo voi) e la breve tostatura in padella, con la cipolla.
Perfetto! Il riso venere è nero, no? Peccato che sia anche un riso poco amidaceo e, quindi, poco adatto a questa preparazione. Ma io sono cocciuta: quando mi metto in testa una cosa... E, poi, diciamola tutta: la sfida insita nel provare ad usare questo riso per l' arancin mi solleticava parecchio. Il problema è la carenza di amido? Allora, bisogna trovare il modo di aggiungercelo. Ho quindi proceduto in questo modo: ho stracotto del riso originario e l'ho scolato, recuperando l'acqua di cottura che, a quel punto, era ricca di amido. In quella stessa acqua, ho messo carota, sedano, zucchina, un paio di teste di gamberi ed ho fatto cuocere il tutto per 40 minuti circa. Ho rosolato nell'olio qualche fettina di cipolla e vi ho fatto tostare il riso venere, bagnandolo, di tanto in tanto, col "fumetto amidaceo", debitamente filtrato. Una volta cotto il riso, l'ho mantecato con una noce di burro e, quando si è freddato,  ci ho aggiunto un po' di wasabi. Il tutto ha riposato tutta la notte in frigo. Al mattino, ho formato le sfere di riso, inserendovi un gambero crudo sgusciato (a me piaceva che, alla fine, il gambero restasse semicrudo, ma, volendo, lo si può cuocere, prima di metterlo dentro l'arancin) e chiudendovelo bene dentro. Ho immerso le sfere di riso nella lega, le ho passate nel pan grattato e le ho fritte.





domenica 18 novembre 2012

Arancine dal cuore verde

Se, con le precedenti arancine, mi son preoccupata di poter apparire desiderosa di compiacere le giudici genovesi dell' MTC, stavolta la preoccupazione è  stata diametralmente opposta: ho avuto un gran timore di inimicarmele a vita. Perchè so quale enorme eresia venga considerata la sola idea di cuocere il pesto. Eppure, le arancine col pesto mi "suonavano" proprio bene... E, allora, mi son detta che, forse, un modo per proteggere i delicati aromi  di questa salsa  eccezionale   dal calore della frittura c'era. Complice il fatto che, nonostante si sia nella seconda metà di novembre, il mio orticello continua a regalare del profumatissimo basilico, ho preparato il pesto classico: basilico, olio evo, pinoli, aglio e parmigiano. Confesso che, solitamente, io lo faccio col frullatore ad immersione (anatema!!!), ma, questa volta, ho voluto fare le cose per bene ed ho tirato fuori dai più reconditi recessi  dell'armadio delle caccavelle, ove giaceva intonso, il mortaio. Una volta pronto, ho formato delle specie di quenelle e le ho messe su un vassoio ricoperto di carta forno e via in congelatore. Ho pensato che, inserendo questa pallina di pesto congelato nell'arancina, al momento della frittura, il pesto si sarebbe sciolto, senza cuocersi. E così è stato: come si vede dalla foto, il pesto ha conservato tutta la brillantezza del suo colore e la sua fragranza, che, al momento del taglio, si è sprigionata irresistibile.
Ho preparato il riso come spiegato qui. L'unica differenza è stata una riduzione della quantità di cipolla usata per tostare il riso, perchè temevo potesse contrastare il gusto del pesto. Avendo cucinato appena 150 g di riso, ho usato solo un quarto di una cipolla non molto grande. All'interno dell'arancina ho messo la quenelle di pesto congelato ed un cucchiaino di pinoli tostati.
Vi dico solo questo: abbiamo appena finito di pranzare e mio marito sta ancora facendo la ola....



Con questa ricetta partecipo all' MTC di novembre 2012


martedì 13 novembre 2012

L'arancino ruffiano

E si, perchè qualcuno potrebbe accusarmi di volermi accattivare la simpatia delle due giudici genovesi dell' MTC, utilizzando, per condire questi arancini, il sugo alla genovese. Ma chi osasse fare una simile insinuazione darebbe prova di scarsa cultura gastronomica, dal momento che trattasi di sugo napoletanissimo, pressochè l'unica alternativa ammessa al ragù della domenica. 
E allora, se nella città della Lanterna questo sugo è sconosciuto, da dove viene questa denominazione? 
Scrive Jeanne Carola Francesconi, l'autrice de "la Cucina Napoletana": " Nel Seicento esistevano a Napoli parecchi trattori genovesi stabilitisi nella nostra città, i quali, ottimi cuochi, usavano cucinare la carne in quel modo particolare che poi da loro ha preso il nome. Senonché, consultando il Crisci e il Corrado, fino al Cavalcanti incluso, troviamo che la denominazione "genovese" indicava quel sugo semplice e di color chiaro che noi chiamiamo "glassa". Si deve perciò ritenere che l'aggiunta del salame e di abbondanti cipolle si sia avuta solo verso la fine dell' Ottocento"
La Francesconi parla di salame, ma, a casa mia, quando si faceva la genovese il salame non c'era. Entrava, invece, in gioco, quando si faceva la genovese "finta", una versione più povera, in cui la carne viene sostituita appunto dal salame. Ma, si sa, non c'è nulla di più opinabile di una ricetta "tradizionale". A meno che non esistano disciplinari registrati, come avviene, ad esempio, per il tortellino bolognese, le ricette della tradizione conoscono innumerevoli varianti che, fatta salva un'impostazione generale, differiscono quasi da famiglia a famiglia. E, ovviamente, ognuno è disposto a difendere a spada tratta la "sua" versione, come la migliore e l'unica autentica. Io non sono così talebana e mi limito a dire: a casa mia, si fa così.
Fatta questa debita premessa, gli arancini con la genovese li ho sempre fatti, per cui non mi è stato richiesto nessun particolare sforzo di fantasia per decidere la ricetta con cui partecipare all'MTC di questo mese. La novità, per me, è stata cimentarmi con l'assenza dell'uovo e l'uso della "lega", cosa che mi ha messo un po' d'ansia, perchè temevo mi si aprissero in cottura, ma, fortunatamente, così non è stato.

Arancini alla genovese

Per la genovese

Cappello del prete                400 g.
Cipolla                                  700 g.
Olio evo                                1/2 bicchiere
Vino rosso                             1 bicchiere
Sale

In una casseruola, rosolare la carne nell'olio, quando si sarà dorata da tutti i lati, toglierla dalla pentola e metterci le cipolle tritate. Farle rosolare a fuoco lento per un'ora, sfumando, di tanto in tanto, con un po' di vino. Trascorso questo tempo, rimettere nella casseruola la carne e proseguire la cottura per almeno altre due ore, continuando a bagnare col vino.

Per gli arancini

Riso Roma                         300 g.
Brodo vegetale                   700 ml.
Cipolla piccola                   1
Burro                                  20 g.
Parmigiano                         20 g.
Provola affumicata             100 g.
Pane grattugiato                  4 tbs
Olio evo
Sale

Per la lega

Farina                                200 g.
Acqua                                400 ml.
Sale

Per il procedimento, riporto quanto scritto da Roberta:
Il riso va preparato con qualche ora d'anticipo, perché al momento della preparazione delle arancine dev'essere ben freddo.
Preparare il brodo vegetale con gli aromi. Una volta pronto, rimuovere la carota, il sedano e la cipolla di cottura e sciogliere lo zafferano nel brodo. Regolare di sale.
In un tegame capiente, dare un giro abbondante di olio evo e fare appassire la cipolla tagliata finemente. Versare il riso e fare tostare un pochino. Versare nel tegame buona parte del brodo, non tutto in modo da poterne aggiungere all'occorrenza regolandosi in funzione del tipo di riso e della sua cottura. 
Fermare la cottura quando il riso sarà al dente e si presenterà piuttosto compatto (ovvero non dev'essere cremoso come un tipico buon risotto!). Immergere il tegame nel lavello riempito d'acqua fredda (evitando che l'acqua entri all'interno) e mantecare con il burro e il parmigiano grattugiato. Se serve, per abbattere la temperatura ed evitare che il riso continui a cuocere, rinnovare l'acqua fredda dentro il lavello.
Una volta tiepido, versare il riso dentro una teglia e lasciare da parte affinché raffreddi completamente. Poi coprire con carta d'alluminio e conservare in frigorifero per almeno 3-4 ore.
La preparazione della "lega". Si tratta della pastella di acqua e farina che serve a sigillare l'arancina e a creare una base per la panatura con il pangrattato che aiuterà a conferire doratura, spessore e croccantezza al punto giusto. Versare l'acqua in una scodella profonda, aggiungere la farina, una bella manciata di sale e amalgamare bene con una frusta. Tenere da parte


Prima di tutto disporre a portata di mano tutti gli ingredienti necessari e attrezzarsi di vassoi, teglie, scodelle…. la preparazione delle arancine è una specie di catena di montaggio (bella in compagnia!) che diventa più piacevole, o comunque meno stressante, se preventivamente organizzata.

Cominciare dalla preparazione della "lega". Si tratta della pastella di acqua e farina che serve a sigillare l'arancina e a creare una base per la panatura con il pangrattato che aiuterà a conferire doratura, spessore e croccantezza al punto giusto. Versare l'acqua in una scodella profonda, aggiungere la farina, una bella manciata di sale e amalgamare bene con una frusta. Tenere da parte e passare alla creazione delle arancine.

Ci sono vari modi per formare e farcire le arancine, questo secondo me è il procedimento più semplice anche per chi le fa per la prima volta ed è anche quello che consente di organizzare e distribuire meglio il lavoro. Perché in pratica bisogna prima fare tutte le sfere o gli ovali, poi fare il buco, poi farcirle. Tenendo la palla di riso con una mano, con il pollice dell'altra mano create un buco in alto e al centro e cominciate ad allargarlo spingendo sia verso il basso che sui lati. Posate nuovamente la palla di riso sul vassoio e passate alle altre, fino a completarle tutte. 
Farcire gli arancini con un po' di sugo alla genovese e qualche dadino di provola (il latticino, non il formaggio). Chiudere l'arancino e rotolarlo per dargli una bella forma rotonda. Immergere l'arancino nella lega, in modo che se ne rivesta perfettamente; sgocciolarlo molto accuratamente e rotolarlo nel pan grattato. Friggere in olio abbondante, fino a doratura






Con questa ricetta partecipo all' MTC di novembre 2012