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venerdì 30 settembre 2011

La rivolta del Quarto Partito "Al voto per rilanciare il Paese"


di ALBERTO STATERA

GOVERNO "codardo", che "umilia il Paese". Sarà per la giovane età, sarà perché il tempo è ormai scaduto e la crisi morde senza speranze, sarà per la percezione di un'avventura politica ormai troppo a lungo agonizzante nel "non fare" e nel "malaffare", ma le parole più dure del Quarto Partito, nella tarda resipiscenza, vengono da Jacopo Morelli.

Presidente dei Giovani di Confindustria, Morelli è garbato, educato, non avvezzo ai toni troppo forti, tanto da credere di annunciare "una cosa rivoluzionaria" dicendo che fra poco più di tre settimane al convegno annuale di Capri rifiuterà politici sul palco, dopo che la presidente Emma Marcegaglia ha dato il benservito al governo, e persino i costruttori, colleghi d'imprenditoria del premier, hanno gridato "vergogna" all'indirizzo di uno dei tanti suoi improbabili ministri. E se Berlusconi irromperà a Capri come nel 2006 a Vicenza, quando sciatalgico saltò sul palco, mise in mora l'allora presidente Luca Cordero di Montezemolo e insolentì Diego Della Valle, godendo le ovazioni di un'assemblea da lui "ipnotizzata" come lo fu Sabina Began?

"Guardi - ci risponde il garbato Morelli - sono passati anni e le cose sono cambiate, perché dopo tanta inerzia il paese sta pagando le non scelte. Noi non ci sentiamo il Quarto Partito di degasperiana memoria. Quello senza il quale, De Gasperi disse allora, nel dopoguerra, che non si poteva governare l'Italia. Ma siamo donne e uomini liberi che vogliono contribuire a fare una grande operazione verità. Pretendiamo che i politici e il governo non facciano i sismografi di minoranze elettorali, ma facciano le cose giuste. Anche perché i loro elettori ormai si sono dati una regolata: hanno capito che la demagogia affonda il paese".

Berlusconi non salterà dunque sul palco di Capri. E' off limits anche per lui. In maggio, il garbato Morelli scrisse al premier, chiedendo di essere ricevuto per illustrare un pacchetto di proposte dei Giovani. Mai ebbe risposta, da un uomo forse impegnato troppo a gestire le coorti di coccodè, gli amici lenoni e le armate di avvocati. "Ho tutto il rispetto istituzionale dovuto al presidente del Consiglio, ma nel rispetto occorre un po' di reciprocità", azzarda Morelli. Se il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano accettasse l'invito, a Capri sarebbe invece di certo il benvenuto. Morelli gli ha scritto del "profondo disagio nel vedere il nostro paese nelle attuali difficoltà" a causa di una "politica priva di coraggio nelle riforme" e ne ha avuto subito riscontro.

Dio mio, che capitale di consenso disperso giusto in un decennio da Berlusconi. Correva il 2001, assemblea di Parma. "Il tuo programma è il mio programma", urla un Berlusconi appena trapiantato nel pelo non ancora asfaltato ad
Antonio D'Amato, presidente confindustriale, quasi ipnotizzato dall'imprenditore-politico come anni dopo sarà Sabina Began. Se oggi a D'Amato, comunque uomo di destra, parlate del premier, non otterrete neanche più risposte, ma soltanto smorfie quasi di disgusto. Il feeling durò. Gli astuti imprenditori credettero davvero per anni che Berlusconi incarnasse la nuova politica, liberista, filoindustriale, liberata di tutti quei fardelli di impianti culturali del passato, persino di quella sacralità della politica "alta" di Moro e Berlinguer, delle formule politichesi incomprensibili ai più come le "convergenze parallele". Fatti, non formule, dal mago di Arcore.

Poi venne Montezemolo che azzardò i distinguo e mal gliene incolse. A Vicenza nel 2006, l'istrione lo alienò dalla sua base del nord, la più importante. Oggi è un diluvio, con Emma Marcegaglia che dopo tanti penultimatum ha finalmente vergato l'ultimatum. Basta leggere "Il Sole-24 Ore", cui gli imprenditori interrogati confidano: "Mai vorrei essere bollato da comunista - dice uno - perché chiedo che questo governo se ne vada". Per carità, chi ci crede più ai comunisti. Altri articolano: "Un voto al governo? " - ironizza Mario Carraro, testa pensante dell'imprenditoria veneta - "Inclassificabile". E Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza: "Basta credito, quando finalmente si andrà a votare sarà un voto complicato".

Lo certificano con metodi grillini anche gli imprenditori edilizi dell'Ance. E' un signore anziano molto dignitoso a urlare per primo l'altro giorno in platea "vergogna!" all'indirizzo di
Altero Matteoli. Le foto sono sui giornali poche pagine dopo quella di Berlusconi che abbraccia come in una scena del Padrino il ministro dell'Agricoltura Saverio Romano, accusato di concorso esterno con la mafia, cui la maggioranza berlusconiana, con il contributo determinante della corrente leghista del ministro di polizia Roberto Maroni, ha negato la sfiducia. Quella foto finirà forse sui libri di storia, più di quelle delle missioni di Stato ufficiali con Lavitola e col ministro degli Esteri Frattini, detto in alcune cancellerie "Fattorini", o dei compleanni con la vergine Noemi Letizia, come la certificazione di un'era politica durata quasi quanto il fascismo, che non seppe neanche liberarsi per consunzione interna.

Fa piacere che sia il giovane e garbato Morelli, dolce accento toscano, a usare i toni più aspri: codardia, umiliazione, rabbia per un'Italia 50 punti sotto il basis rating della Spagna, che ha un sistema industriale nano rispetto al nostro. Ma tant'è. Zapatero annunciando le dimissioni e le elezioni anticipate in novembre ha fatto risparmiare al suo paese alcuni miliardi di interessi sui titoli pubblici. Forse la sua patria la ama
. Berlusconi è diventato invece un costo miliardario per la collettività, di cui si faranno i conti nel giorno in cui lascerà la poltrona cui è abbarbicato a palazzo Chigi a non-guidare un paese che considera "di merda". Nessuno forse gli ha detto che da diciassette anni questo paese olezzante si è identificato con lui, non solo nelle periferie operaie, ma nei santuari industriali e finanziari, in quelli che lui continua a definire i poteri forti. Ma forse poteri morti.

Cosa avrebbe detto il giovane e garbato Morelli al premier se ne fosse stato ascoltato? Lo abbiamo chiesto a lui stesso che ci ha sfornato una serie di dati per spiegare, ad esempio, come i suoi coetanei che non hanno beni di famiglia vivranno in povertà in un ex grande paese industriale a causa della politica dominante, incapace da anni di superare la viltà soltanto per mantenere il potere. "Gli avrei detto, per esempio, che la Germania ha l'11 per cento di spesa pensionistica sul Pil, la Svezia il 9,5 per cento, contro il nostro 15. E che per meri interessi elettorali non si possono condannare i miei coetanei, oltre che all'attuale alla futura povertà".

I dati di Morelli sono persino ottimistici. Gli abbiamo segnalato quelli calcolati da
Walter Passerini e Ignazio Marino in un libro uscito ieri per Chiarelettere nel quale i conti sono meno propizi: un ragioniere oggi quasi di mezza età andrà in pensione con un 20/25 per cento dell'ultima retribuzione, un biologo con il 13, un infermiere con l'11. Ma dopo il 2013. Il futuro del paese per il governo Berlusconi non è cosa nostra.

Per quasi tre lustri questo berlusconismo di governo ha stregato l'ex Quarto Partito. Ce ne ha messo per svegliarsi dal lungo sonno della ragione.

a.statera[at]repubblica[dot]it

(30 settembre 2011)

giovedì 26 maggio 2011

Romiti: "Giuliano vero moderato Milano reagirà all'imbarbarimento"

ALBERTO STATERA

Dottor Cesare Romiti, lei conosce l'avvocato Pisapia?

"Certo che lo conosco. Come conoscevo bene suo padre, che era uno dei più grandi avvocati milanesi".

E le sembra un pericoloso estremista?

"Ma per carità! Quando frequentavo lo studio di suo padre una volta Giuliano mi accompagnò in tribunale e allora parlammo a lungo".

E che impressione ne ebbe?

"Mi sembrò già da allora il prototipo vivente del moderato. Un signore per bene, educato, gentile, pieno di cortesia, colto. Un buon borghese di tradizione milanese".

Lei pensa che se sarà eletto sindaco di Milano farà Zingaropoli, come dicono Bossi e Berlusconi, e butterà le bombe carta con quelli dei centri sociali?

"Ma non mi faccia ridere. Non credo proprio".

Svenderà Milano a drogati, froci e femminielli, come preconizza l'inclito sottosegretario Giovanardi?

"Figurarsi. Vuol sapere come stanno le cose? A Milano si stanno confrontando due veri moderati. Conosco Letizia Moratti anche meglio di Giuliano Pisapia. L'ho vista lavorare in Rai quando io ero in Fiat. E' una donna seria, ambiziosa, dedita al lavoro. Non pensa ad altro. Ma ha anche una magnifica famiglia. I toni di questa campagna elettorale mi sembra non le appartengano e spero proprio che in questi ultimissimi giorni prima dei ballottaggi si ritrovi un po' di serenità".


Veramente la Moratti ha accusato l'avversario del furto di un'auto per commettere ulteriori nefandezze.

"Temo che entrambi, Moratti e Pisapia, siano stati vittime dei loro entourage e delle tensioni fortissime tra i partiti. Per la verità, Letizia un po' di più. Ne è nata la peggiore campagna elettorale che io abbia mai visto. Aspra, povera di contenuti, indegna di una città civile come Milano".

Più che della città si è parlato dei "magistrati brigatisti" e "cancri" della democrazia, come se tutto il mondo girasse intorno ai processi di Berlusconi.

"Certo non è stato un bello spettacolo. Vedere poi quegli scalmanati tifare di fronte al palazzo di giustizia in difesa di Berlusconi. Non è questo quel che serve a una città che, a parte gli stereotipi, è nobile, piena di tradizione, vitale".

I leghisti, i berlusconiani e persino i cattolici di Formigoni e di Cl dicono che se Pisapia sarà eletto sindaco farà la moschea più grande d'Europa, che diventerà l'acqua di coltura del terrorismo islamico.

"Ma via, perché non si dovrebbe fare una moschea a Milano? Fino a prova contraria c'è libertà di culto in questo paese, non si possono costringere migliaia di islamici che pagano le tasse e contribuiscono al Pil nazionale a pregare all'aperto in via Jenner o in piazza Duomo. E' un fatto di civiltà. Io abito tra Milano e Roma, passo spesso davanti alla moschea di Forte Antenne. Esiste ormai da tanti anni e non ha mai creato problemi. Anzi".

Dottor Romiti, lei sta dicendo che il mitico riformismo meneghino è ormai il ricordo di un antico passato, che ha lasciato spazio a una politica politicante fatta di risse para-ideologiche, di potere per il potere e non di concretezze, in un paese in crisi che ne avrebbe sommo bisogno?

"Mi sono chiesto spesso e mi chiedo che cosa direbbe Indro Montanelli di fronte allo spettacolo cui stiamo assistendo. Ancora più grave in una città come Milano, ricca di cultura, di intellettuali, di icone della moda".

Certo non si turerebbe il naso. E Enrico Cuccia, con il quale lei aveva un rapporto stretto? Che cosa direbbe Cuccia?

"Forse direbbe quello che mi disse quando camminava piano piano in via Filodrammatici e fu assalito da quelli di "Striscia la notizia". Io lo vidi subito dopo l'assalto e gli chiesi: "Ma lei, professore, che cosa pensava quando la inseguivano con la telecamera?" E lui: "Vuole la verità? Guardavo per terra per evitare di inciampare e finire lungo"".

Adesso rischia di finire lunga Milano, persa in una rissa di lavandaie fomentata dai La Russa e dalle Santanché di turno.

"Altri tempi quelli di Cuccia e anche di altri grandi uomini che ebbero a che fare con Milano, come Ugo La Malfa e Bruno Visentini. Certo l'immagine di Milano che esce in questi giorni non è più assimilabile a quella delle grandi città europee, come Monaco di Baviera o Barcellona".

Questo clima è il segnale della fine di un'epoca politica durata ormai 18 anni, da quando scese in campo Berlusconi?

"Siamo di fronte a un imbarbarimento della politica. Ma di una cosa sono contento".

Di cosa, dottor Romiti?

"Del fatto che i milanesi hanno reagito, hanno dimostrato che non intendono farsi umiliare da battaglie di questo tipo. Tendono a fregarsene dei partiti e fanno bene".

E' tornata in campo anche la cosiddetta borghesia illuminata milanese con il Gruppo 51, promosso da Piero Bassetti e da un gruppo di professionisti, economisti, intellettuali, imprenditori.

"I borghesi di Milano per la verità hanno dormito per un bel po' di tempo. Se adesso si sono svegliati e tornano in campo, è un buon segno, di cui sono lieto".

Quali effetti nazionali prevede, dottor Romiti, dall'esito di queste elezioni? E' davvero la premessa della caduta del governo Berlusconi?

"Vuole saperlo? Sono talmente disgustato nel vedere questo paese degradato e imbarbarito dalla politica che avrei voglia di dire: non me ne frega niente. Ma non lo dirò perché le sorti dell'Italia mi stanno a cuore".

E invece?

"Invece ai miei amici che votano a Milano dico: votate per quel candidato che meglio risponde alle aspettative di questa città, cui io devo molto. Quanto al ciarpame che c'è intorno dico loro come diceva Enrico Cuccia: "Futtitenne!"".

a.statera@repubblica.it

(26 maggio 2011)

martedì 24 maggio 2011

Quei borghesi autoconvocati che a Milano tifano Pisapia


di ALBERTO STATERA

"Milano è stata l'Eldorado d'Europa. Come si fa a lasciarla nelle mani del populismo plebeo di Bossi e di quello plutocratico di Berlusconi, interpretati per un grigio quinquennio dalla pochezza culturale di Letizia Moratti?". Con queste parole, dopo vent'anni di ritirata, di ripiegamento neghittoso su se stessa, torna in scena la cosiddetta borghesia illuminata milanese.

Lo fa con l'auto-convocazione del plenum del Gruppo 51 (per cento) per sostenere nell'ultimo miglio la candidatura a sindaco di
Giuliano Pisapia.

Coagulato da Piero Bassetti, classe 1928, olimpionico nella staffetta a Londra nel 1948, master alla London School of Economics, assessore a Milano negli anni Sessanta, primo presidente della Regione Lombardia e deputato dimissionario nel 1974 quando cominciò a vedere le danarose corti dei vari Frigerio assise al Savini, il Gruppo ha scelto un sito evocativo del riformismo ambrosiano: il vecchio circolo socialista De Amicis.
E' qui che i 101 professionisti, banchieri, manager, imprenditori, economisti, architetti, sociologi che per primi hanno firmato l'appello, danno stasera il benservito al blocco sociale conservatore che da un ventennio fa da tappo all'unica possibile "Glocal City" a sud delle Alpi, vagheggiando con Pisapia un blocco sociale nuovo e alternativo. Né di sinistra né di destra, composto di lavoratori e professionisti, di borghesia tradizionale e di neo-borghesia dei flussi e delle reti, come la definisce Aldo Bonomi, con quello che si chiamava ceto medio e gli immigrati che ormai controllano e dirigono il 13 per cento delle imprese milanesi.

Altro che Zingaropoli.

Al De Amicis sfilano stasera in sobrietà, cifra tradizionale della vecchia borghesia meneghina, giuristi come Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale, banchieri come Alessandro Profumo e Piero Schlesinger, economisti come Pippo Ranci, Fabrizio Onida, Marco Vitale e Mario Artali. E poi l'ex presidente della Consob Salvatore Bragantini con Rosellina Archinto, l'avvocato Cesare Degli Occhi con il collezionista d'arte Giuseppe Berger, il notaio Giuseppe Fossati con il filosofo Fulvio Papi, il designer Fulvio Ronchi con la pubblicitaria Annamaria Testa. Una folta pattuglia socialista e un pezzo del Nuovo Polo, rappresentato, tra gli altri, da Bruno Tabacci.

"Non siamo qui per i begli occhi di Pisapia - esordirà lo speaker Piero Bassetti, che ci preannuncia i temi della serata - ma perché abbiamo visto profilarsi il miracolo dell'alternativa, né di destra di sinistra, ma incarnato da una persona che ha creato consenso senza soldi e senza partiti. Di fronte a una città e a un paese male amministrati, alle insulsaggini di Bossi sull'immigrazione, alle fesserie sui ministeri al nord, e alla miopia ringhiante di Berlusconi. Ora si può rimuovere questo blocco sociale conservatore che fa da tappo alla città e al paese. Il cambiamento urge non tanto per lo scandalo Ruby. Si sa, il potere è afrodisiaco, si può anche tollerare un puttaniere al comando, ma non far finta che non sia insidiata la democrazia in un paese che, tra l'altro, ha un parlamento di nominati".

Sì, inutile negare che la partita di Milano si salda con quella nazionale, anche perché è qui che si sono sempre prodotte le fasi politiche innovative.

Tra il 1960 e il 1967, con la giunta del sindaco socialdemocratico Gino Cassinis, con Bassetti assessore al Bilancio, alle Finanze e all'Organizzazione, fu lanciato il Piano Milano che realizzò 144 mila vani di edilizia popolare, 30 scuole, il parco che costeggia viale Forlanini. Municipalizzò il gas della Edison con una battaglia campale appoggiata da Enrico Mattei, che aveva fondato Il Giorno, allora foglio progressista. Si fece il primo prestito di 2 milioni sulla Borsa di New York con l'aiuto di Raffaele Mattioli. Si creò in stazione Centrale il servizio di assistenza al Treno della Speranza, che arrivava tutte le notti dal sud, carico di immigrati, per i quali si istituirono corsi di alfabetizzazione.

"Oggi invece - lamenta Bassetti - si vive di paure indotte da una classe politica in gran parte insulsa, così oscurantista da non capire che non basta innalzare qualche grattacielo dell'Expo, che nutrire il pianeta è un tema che trascende le beghe politiche per le quote di potere, che la sfida non è il rifiuto dell'immigrazione, ma la gestione di un fenomeno ineluttabile, che è anche un'opportunità per fare veramente di Milano l'ottava Glocal City d'Europa. Il sindaco di Rotterdam è un immigrato. A Milano il credito al consumo erogato agli immigrati è pari a quello erogato ai milanesi. Banca Intesa ha costituito l'Extra Bank, istituto multietnico. Perché sa, come sanno tutte le altre banche, che se li buttiamo fuori dalle balle come vorrebbe Bossi, tagliamo di netto il 10 per cento della nostra economia e andiamo a fondo. Mi hanno definito un protoleghista perché con la sinistra di Base, sostenemmo l'autonomismo regionale. Ma i nostri riferimenti erano Salvemini, Miglio e Zerbi, non l'incultura leghista".

Cosa hanno in mente dunque i redivivi borghesi illuminati, oltre a una decente amministrazione per Milano, ormai rattrappita nel suo bozzolo di neo-populismo fatto di arcaicità, provincialismo gretto, affarismo e potere rivolto all'interesse di pochi, se domenica prossima vincerà Pisapia? Molti di loro non negano nell'attuale situazione assonanze con gli anni Sessanta, quando qui con un nuovo blocco sociale si crearono le condizioni per il primo centrosinistra nazionale. Ma anche dissonanze, perché i partiti non hanno più il peso di allora e il populismo berlusconiano ha cambiato il sistema, nel senso che le leadership nascenti di sinistra contengono adesso elementi populistici, sia pure a "consenso critico" e non "acritico", da tifoseria, come quello di destra. E non è facile coniugare il vecchio partitismo con le nuove forme di leadership.

Ci vollero tre anni perché l'esperimento del centrosinistra milanese fosse replicato a Roma, dopo molte resistenze, compresa quella di Aldo Moro. "Perciò attenzione - avverte Bassetti, che ne discute da mesi con gli altri "congiurati" - se vinciamo a Milano, il recepimento nazionale non sarà rapido. Non solo perché Bossi rischia di rimanere abbracciato a Berlusconi nell'agonia, rinviando il 25 luglio del berluscoleghismo, come i naufraghi che affogano. Ma anche perché il Pd dovrà adeguarsi ad alternative del tipo Pisapia. Non più l'Ulivo, ma forme neo-populiste a guida tranquilla e gentile. Il modello inglese che consente al leader di non dover negoziare. "Sì" o "no", come al parlamento britannico. Quindi, meglio non improvvisare, se no la sinistra rischia grosso". Non sarebbe la prima volta, avvertono al De Amicis. Al riformismo milanese seguirono le degenerazioni del craxismo e il berluscoleghismo. Addio Eldorado.
a.statera@repubblica.it

(24 maggio 2011)

giovedì 15 luglio 2010

Lombardi, intrecci e raccomandazioni ecco l'uomo che sussurrava ai giudici


di ALBERTO STATERA

Cervinara, paesotto irpino di novemila anime in provincia di Avellino. Eccolo, forse non ci crederete, ma è proprio questo il paesotto. È lontano geograficamente, ma assai vicino idealmente al salotto tripiani di Bruno Vespa a piazza di Spagna dove il Vaticano s'incontra con le esigenze terrene, il luogo della P3 degli affari. È il luogo da dove il geometra Pasquale Lombardi, presunto giudice tributario che sussurrava ai giudici veri, decideva, o tentava di farlo spesso con successo, le nomine ai massimi vertici della magistratura, le maggioranze parlamentari sulle leggi berlusconiane, i grandi affari eolici destinati a Flavio Carboni, sospetto omicida assolto dall'impiccagione di Roberto Calvi sotto il Ponte dei Frati neri a Londra.

Dettava le regole a Cervinara, non a Londra, la fondamentale Colonna Irpina, l'antico lascito del demitismo transitato al berlusconismo, che grande fece con il terremoto questa terra. Ma, ci crediate o no, anche a Roma nei vertici massimi del governo berlusconianio. Da Denis Verdini a Fabrizio Cicchitto, l'ex piduista, fratello di Berlusconi, più sensibile al mondo degli affari.

È nativo proprio di Cervinara non solo Pasquale Lombardi, l'uomo finito in galera per ricostituzione di una loggia massonica segreta come la P2 di gelliana memoria, ma, guarda un po', per nascita dei genitori, anche Marco Milanese, ex ufficiale delle Fiamme Gialle della Guardia di Finanza, oggi deputato del Pdl, ma soprattutto portaborse, anzi di più, alter ego in servizio diuturno effettivo del superministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il Tremonti che Berlusconi vive come il principale avversario, aspirante a sostituirlo alla premiership. Possibile che in un buco campano, ignoto ai più, s'intreccino tra l'ignoto Lombardi e il rampante Milanesi le sorti politiche d'Italia? O comunque i cuspidi dello scontro politico nazionale all'interno del Partito delle Libertà ?

Lì vicino impera ancora l'antica potenza irpina demitiana di Nicola Mancino, vicepresidsente del Consiglio superiore della Magistratura, il cui potere locale sembra intatto e che nella vicenda delle nomine ai vertici della magistratura dovrà dare anche lui qualche spiegazione, visto, che dalle intercettazioni è apparso piuttosto sensibile agli ordini della lobby di Cervinara.

E' forse a Cervinara, provincia di Avellino, capitale di ricatti politici provinciali ormai assurti a regola di un regime nazionale che di questo vive, che si consuma la grande diaspora del Partito delle Libertà? E' qui che nasce persino l'insidia al premier impersonata dal superministro dell'Economia, che in questo singolare luogo topico ha il suo principale e superstimato collaboratore, ex agente della tributaria? E' di qui, da Cervinara, antico e nobile paese di briganti, che Lombardi, l'uomo che sussurrava ai giudici, che parte la sfida finale per la leadership fra Berlusconi, Tremonti e Fini, tra indegni dossier su abitudini sessuali e ricatti a sfondo sessuale che nel berlusconismo sono ormai la regola?

Lombardi, l'uomo piccolo ma strategico di Cervinara oggi in galera, pur sconosciuto ai più, lancia i suoi avvertimenti persino a Berlusconi: "Vuonno fa fuori a Berlusconi", gli dice Cosentino, il candidato alla presidenza della Regione Campania silurato a favore di Caldoro, ex socialista un po' meno compromesso, che se la deve vedere col dossier "Froci" in preparazione da parte del contendente, accusato soltanto di camorra. Ma è lui, il piccolo ex sindaco di Cervinara che, nell'anomalia italica del berlusconismo, contribuisce a nominare i presidenti della Cassazione: "Ma perché è colpa di Berlusconi, hai capito?" - dice al telefono l'omino di Cervinara, che Berlusconi stesso presenta oggi come un povero pensionato sfigato insieme ai suoi soci - io ce lo dicette. Perché non si tratta, come lui capo del governo, si mette a contrattare un magistrato di merda con un pubblico ministero, ma tu che cazzo mi dici, ma io c'avess fatto 'na cauciasta e l'avessi fatt' licenzià. I suoi consiglieri non so buoni.." Lui dice che "ce lo dicette" anche a Berlusconi. Si sa, ormai, il livello dei consiglieri è di questo livello, nonostante la cernita lettiana, che poco può rispetto all'anima locale del partito delle Libertà fondato più che su una lobby dei "pensionati" berlusconiani, come vorrebbe il premier, su un coagulo affarista che da Cervinara e da altre ignote località italiche, che, pur in un buco di provincia, dà luogo alla P2 di Licio Gelli per sempre.

L'eterna P3, prima gli affari, del berlusconismo militante.

(15 luglio 2010)

sabato 1 agosto 2009

Risorge il grande elemosiniere per scongiurare il partito del Sud

L'impianto dell'Italsider di Taranto.
Fu realizzato con i fondi della Cassa del Mezzogiorno
di ALBERTO STATERA


Contrordine compagni. Non c'è federalismo che tenga se questi di Palermo minacciano di fare il Partito del Sud.

Un partito che quel marpione impunito di Luigi Crespi, ex sondaggista improvvisato del Cavaliere, stima nazionalmente - ohibò - addirittura all'8%. Così si rimaterializza in un soffio, dopo tre lustri di morte apparente, l'ectoplasma della Cassa del Mezzogiorno erogatrice generosa di fondi pubblici. Proprio quella che abbiamo da poco seppellito ad opera di Giuliano Amato e del compianto Nino Andreatta come il regno della nequizia, come la culla di tutte le nefandezze assistenziali, degli sprechi di ricchezza, dei finanziamenti a pioggia, delle cattedrali nel deserto, della corruzione, degli appalti truccati. Il paradiso in terra della mafia.

Amato spera ancora che non sia solo un contrordine sulla Cassa, ma un'idea inovativa del governo. E' Giulio Tremonti, non un qualsiasi vicerè del Sud, ma il sub-ideologo prealpino della Lega Nord e la testa apparentemente più lucida della maggioranza di governo, a confezionare la teoria del caso: "Per il Mezzogiorno - distilla il ministro ai bordi di una piscina dei Mondiali di nuoto - occorre dal centro una pianificazione di investimenti sistemici e realizzati con l'appropriata strumentazione finanziaria. La questione meridionale è un problema nazionale e va gestito dal centro, senza cadere in suggestioni localistiche".

Federalismo? Ma no. Solo chiacchiere leghiste. Il centro comanda, altro che l'Italia delle autonomie federali. E Bossi annuisce, buono buono, al suo geniale mentore. Il bello è che il pur acculturato Tremonti dimentica o ignora qualche dettaglio storico, che in queste circostanze porta non proprio bene. Nella Sicilia dello Statuto speciale del dopoguerra, la Cassa del Mezzogiorno fu vissuta come un vulnus grave all'autonomia decreteta per la regione nel 1946 in una logica nittiana virata in salsa sicilianista. C'era il vecchio Enrico La Loggia (senior) a custodire da vera vestale la presunta autonomia sicula. Non i Lombardo e i Miccicché, che oggi non sembrano avere un disegno, ma soprattutto da giocare le loro personali partite di voti e di potere locale con il ministro guardasigilli Angelino Alfano e con il presidente del Senato Renato Schifani. Nonostante tutto, nacque bene allora la Cassa del Mezzogiorno, voluta da una classe dirigente coerente, coesa e motivata.

Giorgio Amendola per il Pci strillava contro in Parlamento. Già prevedeva "fenomeni corruttivi". Mai predizione fu più azzeccata. Ma la creatura di Alcide De Gasperi, Donato Menichella e Pasquale Saraceno nacque fortissima, simulando il modello della TVA, la Tennessee Valley Authority, voluta in America da Roosvelt. Doveva garantire interventi aggiuntivi, la Cassa come la TVA, e non sostitutivi di quelli statali, dopo la depressione degli anni Trenta.

Il nome della Cassa del Mezzogiorno lo scelse personalmente il governatore della Banca d'Italia Donato Menichella. Furono stanziati mille miliardi di lire di allora per interventi straordinari, con la Cassa strumento innovativo di uno Stato forte e con una qualificata classe dirigente, che ottenne quel denaro dagli americani, come una specie di continuazione del Piano Marshall. Acquedotti, strade, bonifiche. Ma il circolo virtuoso non funzionò a lungo, fino a diventare, da emblema del sostegno al Mezzogiorno a sostegno dei partiti politici, delle persone e delle cosche vincenti. Va di pari passo il declino della Cassa del Mezzogiorno e delle classi dirigenti di questo paese. Da strumento di amministrazione innovativo sul modello americano a serbatoio di voti dc nella gestione del presidente Gabriele Pescatore, che non a caso fu soprannominato "il grande elemosiniere" della repubblica.

Corre il 1958 quando la missione della Cassa viene ampliata dalla costruzione delle strade di campagna e delle altre infrastrutture all'industrializzazione. "L'acciao tra gli ulivi" è lo slogan bucolico del nuovo stabilimento dell'Italsider a Taranto. E analoghe idiozie si coniano, con pubblico denaro, per la Montedison a Brindisi, la Sir in Sardegna e tante altre cattedrali nel deserto, costate centinaia di miliardi di lire ai contribuenti e oggi chiuse o in fase di dismissione. Operazioni dotate di quantità immani di denaro pubblico, ma prive di qualsivoglia capacità imprenditoriale.

Le industrie, nel modulo della Cassa, si creano non per aprirle e farle funzionare, ma per incassare aiuti e finanziare i produttori di tessere della Dc. Quando le industrie si aprono, subito entrano in crisi. Tanto che nel 1991 il giurista Massimo Severo Giannini, visto lo spreco dei finanziamenti a pioggia, propone un referendum abrogativo dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno, diventato ormai il simbolo del malcostume nazionale e del malaffare meridionale. Andreatta e Amato, l'uno ministro del Bilancio, l'altro presidente del Consiglio, cercano di dare il taglio. Nel 1992 si fa il conto: la Cassa rivendica 18 mila chilometri di nuove strade, 22.800 chilometri di acquedotti, 40 mila chilometri di reti elettriche, 1600 scuole e 160 ospedali.

Vero, probabilmente. Ma il Sud, che secondo lo stesso Saraceno in un trentennio abbondante non ha goduto più dello 0,67% del Pil nazionale, è allo sfascio come prima e anche peggio. Soldi spesi da tutti noi: 279.763 miliardi di lire, pari a circa 140 miliardi di euro. Strade costruite tante, tra gli agrumi e gli uliveti, tra le tante inutili cattedrali finto-industriali e chissà con quali materiali. Strade sì. Tante. Costruite per chi? Solo per quelli che dal Sud se ne sono andati e ancora se ne vogliono andare.

Ecco, è su questo pregresso che si misura l'improvvisa ansia meridionalista non tanto dei Miccicché e dei Lombardo, che hanno da rivendicare dal patron le loro elettoralmente legittime quote di potere, ma di tutti i cantori di un meridione che resta per loro soltanto una quota rilevante di potere elettorale.

Berlusconi come De Gasperi, Tremonti come Vanoni, Miccicché come Saraceno. Per carità, non diteci che questo sarà lo spot della nuova Cassa del Mezzogiorno. Se no forse - e lo diciamo non senza fatica - aveva ragione Ciriaco De Mita, che delle meno commendevoli faccende meridionali è tutt'altro che vergine, il quale in una famosa cena con i suoi sodali pliitici alla trattoria "Tre amici" di Roma proclamò nel 2004, suscitando incontenibili applausi: "In questo mondo di nani, diciamolo, i democristiani furono giganti".

(1 agosto 2009)

lunedì 11 maggio 2009

Una guerra interna alla sinistra e Silvio punta alla rossa Reggio Emilia


ALBERTO STATERA


REGGIO EMILIA - La mossa del cavallo di Troia per espugnare Reggio Emilia fu concepita presente Berlusconi nella sala da pranzo dell'appartamento romano di Franco Bonferroni, ex parlamentare e sottosegretario democristiano, piduista e protagonista della prima Tangentopoli del 1993. Risultato di quel convivio è una sanguinosa guerra dei Roses, Pd contro Pd, che vede contrapposti la prima domenica di giugno il sindaco democratico uscente Graziano Delrio e l'ex sindaco diessino Antonella Spaggiari.

È il paradosso che certifica sul territorio l'esplosione o, a scelta, l'implosione del Pd, che per la prima volta potrebbe portare al ballottaggio tra sinistra e destra nella città di Camillo Prampolini, Meuccio Ruini, Giuseppe Dossetti e Nilde Jotti. La città in cui Palmiro Togliatti pronunciò nel 1946 il famoso discorso "Ceto medio e Emilia rossa". Delrio, ex democristiano, medico cattolicissimo, nove figli, amministratore stimato eletto cinque anni fa con oltre il 63 per cento dei voti, è la bandiera democratica. L'ex comunista, ex pidiessina, ex diesse e tuttora piddì Spaggiari ("li voterò alle Europee", ha detto alla "Gazzetta di Reggio") è il cavallo di Troia che corre con l'Udc di Casini, ma soprattutto con la benedizione poco meno che esplicita del Partito delle Libertà.

Il "lodo Bonferroni" stilato a Roma quella sera con Berlusconi, ha messo infatti volutamente in pista un candidato Pdl debole come Fabio Filippi, tallonato da vicino nei sondaggi dal leghista Angelo Alessandri. E' come se don Camillo, redivivo, fosse oggi il leader del Pci e Peppone della Dc.

Ma la storia, al di là dei due candidati del Pd che si affrontano, è assai più complessa. Ha un canovaccio fitto fitto di vicende familiari, risentimenti, affari, capitalismo municipale, mercatismo emiliano e "avidità di potere". Così, col suo nome, la chiama Pierluigi Castagnetti, ex leader democristiano e oggi democratico. "Risentita slealtà" è invece nell'accezione del segretario locale Giulio Fantuzzi e egoistiche "aspettative personali" per il segretario nazionale del Pd Enrico Franceschini.

Tutto comincia quando il sindaco Delrio, succeduto ad Antonella Spaggiari, che prima di lui ha governato la città per più di tredici anni, si scontra con l'amministratore delegato dell'Enìa. La potente municipalizzata, dopo epici diverbi tra il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e quella di Genova Marta Vincenzi, si fonde pochi giorni fa con la ligure-piemontese Iride, creando un colosso nazionale che punta anche all'Hera di Bologna, amministrata da Tomaso Tommasi di Vignano. Storico amministratore della municipalizzata reggiana è Uris Cantarelli. Appassionato di astrologia, è un tipo che lavora dodici ore, domenica compresa, nel suo ufficio della via intitolata dall'ex sindaco alle Nubi di Magellano.

L'ex sindaco che gli ha dedicato la via è proprio la sua compagna Antonella, detta la Zarina. La quale nel frattempo è diventata presidente della cattolica Fondazione Manodori, che controlla la Cassa di Risparmio di Reggio ed è socia di Capitalia di Cesare Geronzi e ora di Unicredit. Uris pretende che advisor della quotazione di Enìa sia Capitalia. Ma il sindaco Delrio non ci sta, dice che rifiuta di fare il fantoccio al servizio dei poteri forti e accetta le dimissioni dell'amministratore delegato.

Nuovo amministratore delegato è il bocconiano Andrea Viero, reduce dal ruolo di direttore generale della regione Friuli venezia Giulia con il governatore di centrosinistra Riccardo Illy. Mal gliene incolse a Delrio. Alla vigilia delle elezioni, Uris crea per vendicarsi la lista "Città attiva" (al bar sentiamo dire "Città cattiva") che infine non candida lui, ma la sua compagna Antonella, ben più piazzata rispetto a quell'uomo "grigio, introverso e pieno di risentimenti", come lo definisce il segretario del Pd Fantuzzi.

Ritratta nelle foto della "Gazzetta" mentre meno di un anno fa bacia Walter Veltroni, Antonella è entrata adesso stabilmente nel giro di potere di Cesare Geronzi e coltiva l'amicizia pericolosa con Bonferroni, uno degli uomini di mano che secondo Berlusconi, testimone alle nozze dei due figli, potrà spezzare il giogo comunista in Emilia, dove 232 dei 275 comuni nei quali si vota a giugno sono ancora controllati dal Pd. La signora Bonferroni, intanto, assunta dalla Zarina già lavora in ruoli apicali, come si dice, alla Fondazione Manodori.

Magnifici squarci di provincia, dove la politica, gli affari, le storie intime, si fondono in una pittura quasi indecifrabile, ma che in questo caso assume l'impronta del cambio epocale che ha investito il Pd e l'intero paese. "Diciamocelo - riassume il sindaco Delrio - è finito il Moloch rosso e quel che viene dopo è terra di scorribande". Giri per Reggio intorno a piazza Prampolini, dove svetta il Tricolore, ti inoltri verso le Notarie, e senti dialetti sconosciuti, cinesi, indiani, orientali, nord-africani, ma soprattutto calabresi. Su 167 mila abitanti, il 13 per cento è di stranieri, il terzo posto in Italia dopo Brescia. I cutresi, invece, non sono censiti, ormai sono parte integrante della comunità cittadina. Sono forse 20 mila in provincia, cinquemila in città, e qui possono condizionare qualunque partita politica.

Vengono non dall'oriente o dall'Africa, ma da Cutro, provincia di Catanzaro, dove tra i calanchi Pier Paolo Pasolini girò "Il Vangelo secondo Matteo". Sono insediati nell'Emilia ex rossa da almeno un ventennio e sono generalmente cittadini modello. Tolti quei pochi, ma assai potenti, che lavorano per la 'ndrangheta al riciclaggio di denaro sporco tra San Marino e la ricca provincia emiliana. Si dice che una delle principali famiglie mafiose della reggiana "Cutrotown", che secondo la commissione Antimafia sono tre o quattro, abbia sede a Brescello, patria di don Camillo. Ma tutti, buoni e cattivi, corrono ogni anno in Calabria per la festa del Santo Crocifisso. Giorni fa non sono mancati alle processioni di Cutro il sindaco Delrio, il candidato del Pdl Filippi e, naturalmente, la Zarina, che nei suoi quasi due lustri e mezzo di governo cittadino dei cutresi, dediti all'edilizia, oltre che delle cooperative rosse, fu l'adorata icona, perché autrice di un'edilizia "a briglia sciolta", come la definisce il sindaco uscente, che ha dovuto fare i conti con zone non urbanizzate e tanti appartamenti sfitti.

Con il peggio della comunità calabra tresca l'inesauribile Bonferroni che, dalla P2 di Gelli, traslocò, a quel che dicono i magistrati, nella Loggia coperta calabrese al centro degli scandali indagati dal pm De Magistris, oggi candidato alle europee con Di Pietro. Poi c'è la Loggia emiliano-romagnola di San Marino, esperta in riciclaggio, che sta per rivelare molte sorprese delinquenziali. Quei magnifici ponti di Calatrava che svettano sull'autostrada Milano-Bologna all'altezza di Reggio Emilia sono come il biglietto da visita della Zarina, che - dice il segretario Fantuzzi - adesso "si è espulsa da sola dal Partito democratico". Ma sono anche l'emblema di una "Città attiva" divenuta "Città cattiva", preda, secondo Castagnetti, di un'inesauribile avidità, incarnata qui per un ventennio dalla sulfurea coppia di potere, con una sinistra che non vedeva o non voleva vedere.

Una sinistra dimentica della coerenza di Prampolini che predicava: "Io sono sempre ciò che fui fin dal giorno in cui cominciai a ragionare di mia testa e per farmi mutar bandiera, per fare che io non sia socialista, bisognerà prima mutarmi il cervello e il cuore". Principi desueti a Reggio Emilia, ultima enclave bulgare della sinistra, all'epoca dei cavalli di Troia.

(11 maggio 2009)

giovedì 22 gennaio 2009

In Sardegna Soru sfida i "castosauri"

LA REPUBBLICA
ALBERTO STATERA

CAGLIARI - "Mantene s'odiu ka sas occasiones non mancant", dice un brocardo, cioè una massima giuridica del codex barbaricino che ci fornisce lo storico sardo Manlio Brigaglia e che si potrebbe forse tradurre: "La vendetta va servita fredda". Achille Passoni, il senatore spedito qui da Walter Veltroni come commissario per tentare di sedare l'anarchismo eversivo della nomenklatura ex diesse, ex piesseì ed ex diccì, che devasta fin dalla nascita il Partito democratico, è nato a Milano ed è stato eletto in Toscana.

Del codice barbaricino ignora probabilmente la ferocia, se pensa che preveda autentici armistizi, come quello che formalmente è stato siglato per le elezioni regionali che il 15 e 16 febbraio che, tra meno di un mese, certificheranno se il Pd - non solo qui, ma anche il continente - esiste ancora, o se era soltanto una magnifica, impossibile utopia. Se Renato Soru, che con barbaricina ferocia si è dimesso in anticipo da presidente della Regione e ha decapitato con l'aiuto di Passoni la dozzina abbondante di boiardi locali che in un turbinio di cariche comandano da tre lustri e più, vincerà le elezioni contro l'ectoplasma Ugo Cappellacci, figlio del commercialista di Berlusconi che si occupa delle ville sarde, la vendetta del governatore, cultore delle gole della Barbagia, sarà compiuta. Altrimenti, tutti a casa in un crescendo di vendette barbaricine e nazionali. A Cagliari, come a Roma. E tutti se lo saranno forse meritati: l'arrogante vicerè di Sardegna e l'evanescente segretario nazionale.

"Ma siamo onesti - dice il cagliaritano Luigi Zanda, vicepresidente dei senatori del Pd - non posso credere che i miei conterranei tra un sardo vero e un brianzolo catapultato lì a dire che i nuraghe sono magazzini, possano scegliere il brianzolo".

Perché il candidato vero non è quel Cappellacci, ma Berlusconi in persona, tanto che Soru ci annuncia di preparare un ricorso per pubblicità ingannevole, visto che nel simbolo elettorale della destra sulla scheda figurerà la dicitura "Berlusconi presidente". Un falso.
Quindici "castosauri", dinosauri della casta, come li ha soprannominati il giornalista Giorgio Melis mutuando la definizione del sociologo Alessandro Mongili, non sono ricandidati al Consiglio regionale, anche ad opera del commissario milanese.

Il presidente uscente, che in questi giorni indossa come per sfida una giacca di velluto verdastro alla maniera dei pastori barbaricini, ha preteso - e Passoni ha ottenuto - che il limite di tre legislature fosse ridotto a due. Lasciano le penne nientemento che il presidente dell'assemblea regionale Giacomo Spissu, il capogruppo Antonio Biancu, il portavoce dei democratici dissidenti Silvio Lai e tanti altri che il candidato Soru considera compartecipi della "sinistra sanitaria" e della "sinistra immobiliare", i quali hanno amareggiato - ed è dir poco - il suo quasi quinquennio presidenziale e anche ingrossato la "questione morale" che ha investito il Pd a Napoli come a Firenze, ma che a Cagliari e in Sardegna non è meno cogente.

Che il decisionismo e l'iracondia fredda di Soru abbiano qualche non trascurabile deriva "dittatoriale" neanche i suoi più sinceri e fedeli sostenitori riescono a negarlo. Tanto che Pietro Soddu, antico padre nobile e ideologo della sinistra democristiana, ormai fuori dai giochi per lasciare il posto in politica al figlio Francesco, invoca un equilibrio politico nuovo, una distinzione di ruoli tra "partito del presidente" e "partito dei consiglieri". Se non fosse che fin qui il partito dei consiglieri ha prodotto i "castosauri". Il loro leader indiscusso si chiama Antonello Cabras, un ingegnere di Sant'Antioco con un importante studio professionale, ex socialista, più volte presidente della Regione, senatore, sottosegretario con Prodi e D'Alema, un numero di cariche che, nell'ultimo ventennio, supera la nostra capacità di compitare. Con Giacomo Spissu, rinviato a giudizio per truffa, ha conquistato con metodi "moderni" le postazioni del vecchio Pci berlingueriano.
E' lui che il 14 ottobre 2007 vinse le primarie per la segreteria del partito. Si narra che la vittoria avvenne con il soccorso fattivo dell'Udc, di An e di Forza Italia, intrusi nell'urna democratica. Sì, perché bisogna capire che qui la ruota del potere è iper-trasversale quando coinvolge gli interessi delle tre "M": Medici, Massoni e Mattoni.

Nasce il Pd e, tra alterne vicende, ne viene nominata segretaria Francesca Barracciu, una giovane signora di vecchia famiglia comunista, sindaco di Sorgono. Il 29 luglio dell'anno scorso, la neosegretaria cerca di prendere possesso del suo nuovo ufficio in via Emilia a Cagliari, ma le viene sbarrato il passo da tale Tore Corona, che le fa: "Francesca, non ti dò le chiavi, non te le posso dare: questi locali sono della Fondazione Enrico Berlinguer e questa è la stanza di Antonello (Cabras-ndr)".

Riesce a entrare, Francesca, soltanto ai primi di ottobre - e per poco - quando tutto sta precipitando in un Pd che qui di fatto non esiste. "Il più indietro nel processo unitario, un Pd che più che nel resto d'Italia, ha manifestato un'inerzia totale", secondo Guido Melis, neodeputato sassarese, membro della Commissione Giustizia.

Poi, tra i grandi "castosauri" nuragici, spicca Emanuele Sanna, ex Pci, deputato, ex presidente del Consiglio regionale, praticamente ex tutto, insieme a Paolo Fadda, ex diccì, ex assessore alla Sanità, deputato. Così forse è sommariamente completato l'album di famiglia della sinistra sanitaria, legata agli interessi dei "clinicari", la genia più potente del capoluogo e della regione, insieme a quella dei mattonari.
Nerina Dirindin, valdostana, ex collaboratrice di Rosi Bindi, non è proprio un'icona di simpatia: è l'assessore alla Sanità uscente del governatore Soru, il quale a sua volta simpatia sembra non vada cercandone, che ha proprio rotto le scatole ai signori della sanità, i quali nel Pd - chiedetelo a Paolo Fadda, democratico ex diccì, o Silvio Lai, oltre che all'omologo e sodale di destra Giorgio Oppi - hanno un aggancio d'acciaio. Nerina ha definito restrittivamente i criteri delle Asl, ha demolito gare d'appalto, come quella da 160 milioni destinata alla Siemens, ha revocato il direttore generale della Asl numero 8, Efisio Aste, il più potente dell'isola. Che volevate di più per cementare convergenze d'interessi che non badano agli schieramenti di destra o di sinistra, né alle tessere di partito? "Abbiamo ridotto i tetti di spesa sanitaria - si gloria Soru - e vinto tutti i ricorsi in sede Tar". Ma non gliela hanno perdonata, la sinistra sanitaria e anche quella immobiliare. La seconda quasi sempre si identifica con la prima. Quando Soru chiede a un Consiglio regionale abituato a gestire direttamente l'urbanistica di approvare le sue regole restrittive per le zone dell'agro minacciate dalla speculazione, la maggioranza di centrosinistra si sfalda e il governatore resta solo. Così, da freddo giocatore di poker, si dimette, mettendo in mora gli avversari del suo stesso schieramento.

Cagliari, Teulada, Villasimius, Orrì, Tharros, naturalmente la Gallura. Sono decine nell'isola le cementificazioni piccole e grandi in corso o programmate. A Gualtiero Cualbu è stata bloccata la speculazione sulle rovine cagliaritane di Tuvixeddu. A Sergio Zuncheddu, padrone dell'Unione Sarda, di Videolina e del Foglio, la vendita di palazzi cagliaritani alla Regione, già programmata dalla precedente giunta di centrodestra, guidata da quel Mauro Pili che nel discorso programmatico scambiò la Sardegna con la Lombardia, avendo clonato il discorso d'insediamento a Milano di Roberto Formigoni. A Villasimius un sindaco di sinistra, Tore Sanna, sponsorizza villaggi per 140 mila metri cubi da 100 milioni di euro dello stesso Zuncheddu. Nella Banca di Cagliari la famiglia clinicara di destra dei Randazzo è socia con le cooperative rosse, che non perdono nessun business sanitario o immobiliare regionale, auspici i democratici Silvio Cherchi e Antonio Sardu. Ma ciò che ha indignato di più, qualcuno fino alle lacrime, è stato il segretario "nazionale" di quel che resta del Partito Sardo d'Azione, Efisio Trincas, quel tizio che giorni fa si fece largo tra le guardie del corpo per consegnare a Berlusconi la bandiera dei Quattro Mori. "Quello lì - dice Soru, che si rifiuta persino di pronunciarne il nome - quel personaggio protagonista di quel gesto di incredibile viltà che offende tutta la Sardegna, sta facendo un'operazione immobiliare affaristica per trasformare in ville case agricole nei pressi di Tharros, uno dei luoghi archeologici più interessanti dell'isola".

"La sinistra immobiliare viene da lontano", ridacchia sconsolato Luigi Cogodi, ex assessore regionale all'urbanistica del Pci, oggi "bertinottiano", quello definito "Gigi il Rosso" che negli anni Ottanta fece demolire senza colpo ferire la villa del ministro Antonio Gava costruita abusivamente in Costa Smeralda. "Gava - ci racconta - era ricorso al Tar, che in poche ore prese a cuore la questione della sua villa. Le ruspe erano pronte, ma alle otto e mezza di mattina era fissata l'udienza del tribunale amministrativo. Ci mancava solo la firma di Giampiero Scanu, allora sindaco di Olbia e poi, recentemente, sottosegretario dei democratici nel governo Prodi, che proprio non voleva firmare, nonostante l'evidenza delle violazioni di legge del ministro democristiano. Quando le ruspe entrarono in funzione, il Tribunale sentenziò: "E' cessata la materia del contendere". Per questo dico che la sinistra immobiliare in Sardegna viene da lontano".

Capite ora perché il commissario di Veltroni, Achille Passoni, pur efficiente, non potrà mai fare i conti col codice barbaricino e fatica a capire che, se cade la Sardegna, cade il progetto stesso del Pd? Forse per questo, o perché proprio non li ha, nega contributi alla campagna elettorale sarda contro un avversario dotato di risorse berlusconiane praticamente illimitate. Soru, accreditato di un patrimonio personale di 2 miliardi, di cui nega tuttavia l'ammontare, dice di aver messo di suo 500 mila euro, che sono già finiti, prima ancora dei fuochi d'artificio finali.

Ma, si sa, per i regolamenti di conti "sas occasiones non mancant".

(22 gennaio 2009)

giovedì 15 gennaio 2009

Torino, il Pd del Nord sfida Roma. "Qui una classe dirigente vera"

LA REPUBBLICA
di ALBERTO STATERA

TORINO - Duettano sintonici come Castore e Polluce Sergio Chiamparino e Alessandro Profumo nel salone d'onore della Cassa di Risparmio di Torino.

Duettano su "I territori del sistema Italia", accompagnati da dotte disquisizioni sulle classi dirigenti locali del professor Aldo Bonomi. Un "assist" politico, nella scelta del tema territoriale, offerto dall'amministratore delegato di Unicredit a "Mister 75 per cento", il sindaco che dopo otto anni di governo della sua città cresce di 15 punti in popolarità (fonte "Il Sole-24 Ore") rispetto ai voti ottenuti l'ultima volta, salvando solitario l'onore del suo partito. O viceversa?

I poteri forti bancari non godono al momento di gran salute, non è come quando Massimo D'Alema li incontrò da star a Sesto San Giovanni, ex roccaforte della classe operaia. I poteri deboli del Partito democratico sono proprio allo stremo, in un pantano, tra oligarchie, correnti e veti reciproci, che rasenta la tafazziana (dal Tafazzi, quello che si martellava con una bottiglia le parti sensibili) sindrome autodistruttiva. I "territori" sono forse la via della rigenerazione per sconfiggere i fantasmi del "partito mal riuscito" (copyright Massimo D'Alema), secondo "Mister 75", che vagheggia il Partito Democratico del Nord (Pdn). Incompreso da quelli che definì "vertici distanti e inadeguati", ma incoraggiato longitudinalmente dagli amministratori di centrosinistra - e sono ancora tanti - dal Friuli alla Liguria, con in mezzo pezzi forti come Massimo Cacciari a Venezia e Filippo Penati a Milano.

Sfida da poker estremo, quasi disperato, un Pd del Nord, cioè il partito di un partito che nei fatti ancora non c'è e che forse non ci sarà mai e di un Nord che non c'è e forse non ci sarà mai.

Lombardoveneto, Regno Sabaudo, terzo e quarto capitalismo. Nord-Est, Nord-Ovest, postfordismo ed economia liquida dei servizi. In un'accelerazione dei promotori locali d'impronta federalista che, se ci sarà, porterà forse altri voti alla Lega, difficilmente al Pd.
Prendete Alitalia e Malpensa, la partita provinciale un po' ottusa della Lega varesina, che a destra e a sinistra replicano pedissequamente anche le borghesie milanesi ad uso di manager incapaci imposti dal potere bossiano. Credete forse che Torino o Venezia tifassero per Malpensa in nome di una solidarietà nordista? Per carità. Chi se ne cale qui della Malpensa, con quarantacinquemila cassintegrati a Torino, non portabagagli aeroportuali ma aristocrazia operaia metalmeccanica, con Sergio Marchionne che, trovato il partner estero (il padrone?), nel 2010 lascerà insalutato ospite la Fiat, dopo aver deciso cosa vuol fare da grande. Con le casse degli enti locali vuote, in nome del federalismo parolaio della Lega, che di aiuti come quelli elargiti a suo tempo per la Fiat non ne possono più dare.

Ma Chiamparino ci prova: basta con la giungla dei cacicchi romani - perché sono anche lì, soprattutto lì - ci vuole un colpo di reni del Partito democratico fatto di centralismo ("non aggiungo democratico", ridacchia al richiamo togliattiano) e, al tempo stesso, di massimo possibile decentramento, rispetto a una paralisi del Pd in cui nessuno è in grado di far passare una linea perché tutti detengono inappellabili poteri di veto. Circostanza non prevista o ben sottovalutata soltanto pochi mesi fa quando Walter Veltroni, proprio qui a Torino nella "Sala gialla" del Lingotto, luogo simbolo della "working class", si pose come campione del "problem solving". Dopo la sconfitta elettorale di aprile, i problemi irrisolti, non solo del paese, ma del partito neonato, hanno ammorbato la casa come un gas venefico.

"Mister 75" va speranzoso a Roma alla riunione di direzione e ne esce non arrabbiato, proprio imbufalito: "Sembrava un'assemblea dell'Onu, fatta di distinguo diplomatici, di veti, di procedure". Una specie di "attrazione gravitazionale verso il passato". E cerca di consolarsi nella riunione dei dirigenti e degli amministratori democratici di sabato scorso a Milano: "Un'altra musica, una classe dirigente vera, che nessuno al centro sembra capace di valorizzare. Per carità, niente caminetti, ma proviamo almeno a mettere accanto ai leader storici chi rappresenta le poche esperienze politiche positive". Veltroni ha dato un segno con i commissariamenti, ma i commissari si mandano quando i piatti sono rotti per tentare di aggiustare le porcellane. Quando si può, bisogna far qualcosa prima, per evitare che se ne rompano altre, quelle che sono le più pregiate in casa. Con il Pd del Nord, dice la favola che oggi si narra qui.

Velleitarismo nordista? Strategia personale del sindaco-star non ricandidabile nel 2011, che cerca di costruire il suo futuro? Delirio di onnipotenza per i sondaggi favorevoli? L'uomo sembra sinceramente strabiliato dalla sordità del suo partito rispetto alle questioni sostanziali: "Possibile che l'opposizione non colga l'enormità di Roma ladrona, dell'esenzione della Capitale passata alla destra del patto di stabilità, del regalo fatto dal governo Berlusconi di 500 milioni, a danno di tutti gli altri? Possibile che questa battaglia la debba fare io, coagulando anche le proteste legittime degli amministratori di destra?".

Come il "Sì-Tav", una specie di partito nel partito del partito che Chiamparino propone in Val di Susa: liste comuni tra Partito democratico e Partito delle libertà per contrastare le liste civiche "No-Tav". "Sono d'accordo con Sergio", commenta asciuttamente Enzo Ghigo, capo del Pdl in Piemonte, che potrebbe essere il candidato della destra alla successione nella carica di sindaco di Torino. Ma da Roma Walter, destinatario di lettere-appello, tace. Il "Sì-Tav" sarebbe il definitivo sganciamento da quel poco che resta della sinistra radicale.

Meno disponibili di Ghigo i democratici: tra il sindaco autonomo che vive di sua luce nazionale e i vertici locali del partito la diatriba eterna non è proprio sopita, nonostante le recenti rassicurazioni. "Mister 75 per cento" ha sempre un occhiuto censore nel "PEC", acronimo che designa i leader locali del Pd: Roberto Placido, Stefano Esposito e Carlo Chiama. Bazzecole. Solo gelosie politiche, dicono.

Nessuna questione immorale, almeno, a sinistra rispetto a Firenze, dove il sindaco Leonardo Domenici ha dovuto affrontare l'onta delle intemperanze verbali sue e di alcuni dei suoi rivelate dalle intercettazioni della magistratura. "Qui la casa è di vetro", garantisce Chiamparino, anche se la premiata ditta Ligresti è al lavoro come a Firenze e in ogni altra città d'Italia per esitare il suo cemento. Il progetto ligrestiano, i cui denari sponsorizzano la prima del Regio, è nell'area chiamata "Borsetto", ma la crisi, per fortuna, ha rallentato il pressing edificatorio.

Se mai c'è la grana "Gerbido", la quinta grande opera pubblica italiana aggiudicata nel 2008. Si tratta di un inceneritore da 360 milioni per il quale ha vinto l'appalto, con aziende delle cooperative rosse, la Termomeccanica Ecologia, che i concorrenti francesi hanno contestato. Al vertice della cordata vincitrice siede Enzo Papi, ex dirigente Cogefar, il cui nome ricorderanno i cultori di Mani Pulite, associato a quello di Primo Greganti, che fu tra gli arrestati da Antonio Di Pietro per le tangenti a Dc, Psi e Pci.

Tornato oggi sulla scena, Greganti non è certo tra i supporter del sindaco torinese. "Io i poteri forti li vedo in sedi istituzionali nell'interesse dei poteri deboli e così sicuramente non mi appesto se li tocco", solfeggia Chiamparino. Vicini vicini, nel salone d'onore della Crt con mezzo establishment cittadino, sussurrano continuamente il sindaco e il banchiere, Chiamparino e Profumo. Pochi in sala s'interrogano sui "territori". Quasi tutti invece lo fanno sul destino del Partito democratico e, se esisterà ancora, sulla sua leadership.

Chiamparino non nega, a chi glielo chiede, di dire che se si perdono le elezioni europee, ma soprattutto amministrative, del prossimo giugno "tutti a casa". E si sarà persa l'ultima spiaggia per recuperare quel che resta dei partiti storici e condurli dalla democrazia dei partiti alla democrazia dei cittadini.

L'evoluzione che ha capito Berlusconi e che interpreta purtroppo rozzamente in senso populistico. Magari nasceranno una cosa bianca con Casini e un pezzo del Pd e una cosa rosa con l'ex Pd-Pds-Pci e pezzi cattolici, con un imprinting postcomunista e non riformista-socialdemocratico. E allora il sindaco dice che lui non sarà della partita. Magari non farà il sociologo, ma forse il manager di una super-multiutility che dovrà inevitabilmente nascere nel Nord. Il banchiere, che votò alle primarie Pd, sistemate le non lievi questioni "subprime" che l'hanno assediato, dice agli intimi di voler optare per il volontariato. Ma chissà che, in un'inversione di ruoli con il sindaco, non pensi al volontariato politico. E la lista, dalla Sardegna al Piemonte, s'allunga.

(15 gennaio 2009)