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mercoledì 8 dicembre 2010

Un salvagente pieno di dollari per Obama


ALBERTO BISIN

Il presidente Obama ha raggiunto un accordo con il Congresso americano, ormai in mano ai repubblicani, per estendere per altri due anni i tagli fiscali decisi dall’amministrazione Bush. L’accordo prevede l’estensione dei tagli anche a coloro che dichiarino redditi superiori ai 250 mila dollari, cioè ai «ricchi». Nonostante solo meno del 5% della popolazione abbia redditi di questo tipo, da essi proviene più del 40% delle entrate fiscali relative alla tassa sul reddito. Di conseguenza il «regalo ai ricchi» è notevole, circa 315 miliardi di dollari in due anni. Per avere un’idea dell’ordine di grandezza, si ricordi che lo stimolo fiscale del 2008, il più grande della storia del Paese, era di 800 miliardi in due anni. L’accordo raggiunto però agisce anche su altre voci fiscali, riducendo i contributi pensionistici, alcune imposte alle imprese, e soprattutto la tassa sull’eredità. Infine, l’accordo prevede anche nuova spesa, nella forma di sussidi al credito per gli studi e soprattutto di una estensione di 13 mesi dei sussidi alla disoccupazione. Il tutto, secondo le prime stime, per altri 500 miliardi in due anni. Un secondo stimolo.

Senza un compromesso tra il presidente e la maggioranza repubblicana al Congresso le tasse sarebbero salite per tutti i contribuenti, un risultato inaccettabile in un momento in cui la ripresa, se anche presente, è apparentemente ancora estremamente debole. Qualunque siano le ragioni politiche che hanno motivato Obama ad accettare, essenzialmente in toto, le condizioni poste dal Congresso, gli effetti economici dell’accordo sono difficili da prevedere. Abbassare le aliquote fiscali in una recessione ha effetti positivi, perché incentiva l’attività economica, che risulta al margine più produttiva. Abbassare le aliquote ai «ricchi», per quanto abbia effetti distributivi non desiderabili, ha un importante effetto di gettito: sono soprattutto i ricchi infatti a lavorare meno quando le tasse sono più alte, proprio perché possono permettersi di farlo. (I ricchi hanno anche tipicamente maggiore facilità ad eludere le tasse, e maggiori incentivi a farlo ad aliquote elevate).

Allo stesso tempo, l’estensione dei sussidi alla disoccupazione è anche importante quando, come in questa situazione congiunturale, il mercato del lavoro sia particolarmente poco reattivo. Sia perché tali sussidi provvedono ad una necessaria assicurazione sociale, che perché essi contribuiscono in modo abbastanza diretta al consumo aggregato. D’altra parte gli 800 e oltre miliardi di mancate entrate e nuova spesa non possono che venire dall’indebitamento. Non vi sarebbe nulla di male, a questo servono i debiti, se non fosse che il Paese è già pesantemente indebitato e se le previsioni di crescita della spesa pubblica (da sanità e pensioni soprattutto) non fossero fuori controllo. In queste condizioni, l’accordo appare come un compromesso tra democratici e repubblicani, spesa ai primi e meno tasse ai secondi, senza un piano di rientro dal debito e soprattutto senza una coerente visione di politica economica per il Paese. L’incertezza che ne risulta riguardo ai piani di risanamento della finanza pubblica per i prossimi 10 anni, quali spese saranno tagliate e quali tasse saranno aumentate, rischia di dar vita ad un effetto boomerang.

Si rischia cioè che l’effetto espansivo della misura sia compensato in larga parte da timori di nuove tasse future che possano avere effetti di raffreddamento dell’attività economica. La situazione economica degli Stati Uniti, da questo punto di vista, non è essenzialmente diversa da quella dell’Europa: entrambe abbisognano di una politica fiscale espansiva nel breve periodo che eviti però percorsi di indebitamento non sostenibili. Sono necessari quindi vincoli alla spesa futura che siano credibili oggi, come riforme serie e incisive di sanità e pensioni, riforme che la classe politica, in America come in Europa, sembra in gran parte incapace di perseguire.

sabato 13 novembre 2010

Esce di casa vestito da Spiderman, ucciso per errore da una gang



WASHINGTON – Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Si chiamava Aaron Shannon jr ed aveva solo 5 anni. Lo hanno ucciso per errore due membri di una gang di Los Angeles. Ieri, circa 400 persone si sono radunate per dargli l’ultimo saluto. Quella di Aaron è la storia di come un innocente possa morire nella «città degli angeli». Siamo alla vigilia di Halloween, nelle case americane ci si prepara per la festa. Cestini con dolciumi e caramelle vicino alla porta, addobbi per chi se li può permettere, altrimenti una semplice zucca a far colore. Oppure nulla. Aaron è felice. Ha avuto il costume che desiderava, quello di Spiderman, l’uomo ragno. Lo voleva già l’hanno prima, ma i suoi genitori non avevano i soldi per acquistarlo. Questa volta ci ha pensato il nonno a fargli il regalo. Il 2 novembre il bimbo lo indossa il costume e va fuori a giocare. Aaron è la mascotte nella strada, la 84esima Est, quadrante sud di Los Angeles. Area difficile, terra di bande giovanili.

Allegro, scherzoso, Aaron non è ancora abbastanza grande per sapere che in quella zona il pericolo può davvero essere dietro l’angolo. Ed è quello che accade. Il bimbo è sul retro dell’abitazione insieme allo zio e al nonno. Quest’ultimo gli sta scattando una foto: Aaron è in posa, con le braccia in alto a fare i muscoli. Poi corre via imitando il suo eroe. E’ scatenato, felice da impazzire. Fa un capitombolo e dice: «Mi sono fatto male ad una mano». Il nonno lo tranquillizza: «Nessuno può far male a Spiderman».

Da lì a poco capirà quanto sia sbagliata questa frase. Due giovani si avvicinano alla casa e, senza dire una parola, sparano: Aaron è centrato da un proiettile alla testa, restano feriti in modo lieve il nonno e lo zio. Portano il bimbo all’ospedale Ucla-Harbour e lì si chiude la breve vita di Aaron Jr. Spira alle 22. La polizia, grazie ad una segnalazione, arresta i killer. Marcus Denson, 18 anni, e Leonard Hall jr, 21, entrambi membri della gang Kitchen Crips. Sono entrati nella zona di una banda rivale per uccidere qualcuno a caso, una vendetta per un attacco subito il giorno prima. Ed hanno preso di mira le persone sbagliate. Un gesto da codardi pagato da Aaron, il bimbo che voleva essere per una notte l’Uomo Ragno.

Guido Olimpio
13 novembre 2010

venerdì 12 novembre 2010

Il mondo aggrappato alla debolezza Usa


FRANCESCO GUERRERA

La scena è da film western con Ben Bernanke, il capo della Federal Reserve, nei panni del generale Custer. Accerchiato dai nemici e abbandonato dagli alleati, il banchiere centrale si è trovato con un solo colpo in canna, che ha sparato la settimana scorsa: stampare 600 miliardi di dollari per comprare obbligazioni del Tesoro americano.

A differenza di Custer, la cui fine era certa sin dall’inizio dello scontro con gli indiani a Little Big Horn, non sappiamo ancora se Bernanke - un signore all’antica che la giubba blu della cavalleria americana non la porterebbe male - uscirà vittorioso da quest’ultima battaglia. Ci vorranno parecchi mesi per capire se quest’iniezione di capitale riuscirà ad abbassare ancora i tassi di interesse e debellare una volta per tutte i due grandi mali che affliggono l’economia Usa: la disoccupazione e la crisi delle case. Per ora due cose sono certe. La mossa della Fed ha galvanizzato i mercati, che sono saliti nella speranza che la nuova ondata di liquidità convincerà gli investitori a comprare azioni. Ma ha anche depresso il dollaro, creando tensioni enormi tra gli Stati Uniti da una parte e l’Europa, la Cina e il Giappone dall’altra alla vigilia di un summit importante del G20. Questa seconda conseguenza è forse la più preoccupante per le sorti dell’economia mondiale e potrebbe portare a una rivoluzione nelle regole del commercio internazionale.

In teoria, l’acquisto da parte della Fed di beni del Tesoro sarebbe una decisione di natura prettamente interna. Come mi ha detto un alto funzionario della Fed, «gli unici lavoratori americani a non essere disoccupati sono quelli delle zecche di Stato». Il problema per gli Stati Uniti e il resto del mondo è l’effetto che la creazione improvvisa di 600 miliardi di dollari ha avuto sul valore del dollaro. L’emissione a raffica di nuove banconote ha indebolito la divisa americana, soprattutto se paragonata all’euro, alla sterlina e allo yen (e persino al dollaro australiano). La svalutazione del dollaro ha reso i prodotti made in Usa molto più competitivi sui mercati mondiali, spiazzando Paesi come la Germania, il Brasile e il Giappone che contano sulle esportazioni per risollevarsi dalla crisi.

Vista la fragilità dell’economia mondiale, l’annuncio di Bernanke ha scatenato uno stillicidio di accuse contro gli Stati Uniti. Dilma Rousseff, la nuova presidentessa brasiliana, è stata la più pesante quando ha tuonato che «
l’ultima volta che c’è stata una svalutazione delle monete, questa ha portato alla Seconda guerra mondiale». (La memoria della signora non è granché. Si è dimenticata che Paesi come l’Italia e la Spagna hanno tranquillamente svalutato in più occasioni negli Anni 70 e 80 senza creare conflitti armati...).

I cinesi, naturalmente, hanno colto la palla al balzo, anche se il cambio fisso tra lo yuan e il dollaro li protegge dal calo della divisa Usa. Pechino ha rimproverato alla Casa Bianca il forcing sulla svalutazione della valuta cinese, accusando gli americani di predicare bene e razzolare male. La risposta di Barack Obama fino ad ora è stata un’eco della famosa frase di John Connally, il segretario del Tesoro nel governo Nixon: «
La moneta è nostra, il problema è vostro». Il presidente Usa ha respinto le accuse, ricordando che «la crescita dell’economia americana fa bene al mondo intero». Come spesso in politica, le polemiche celano una questione seria.

A trent’anni dalla riforma degli accordi di Bretton Woods, che mise fine ai tassi di cambio fissi tra monete e lasciò ai mercati il compito di decidere il valore dei soldi, il mondo è alla ricerca di un nuovo sistema per dirigere il commercio internazionale.

Il paradosso è il seguente: l’economia americana è in declino sia in termini assoluti che in relazione a Paesi quali la Cina, l’India e il Brasile, ma il dollaro rimane la divisa guida per lo scambio di merci e beni tra Paesi. Questa discrepanza fa sì che il resto del mondo sia molto suscettibile ai movimenti nella politica economica americana. La reazione dei governi stranieri ai 600 miliardi di dollari della Fed hanno confermato il vecchio adagio: «Quando l’America starnutisce, il mondo si prende la febbre». Le difficoltà sono esacerbate dal fatto che gli Usa hanno contratto debiti altissimi nei confronti del resto del mondo per sovvenzionare un deficit di bilancio interno ormai gigantesco. Nonostante quanto sostenga Obama, l’America del 2010 non è in una posizione ideale per guidare la ripresa dell’economia mondiale.

Ha ragione Wolfgang Schaeuble, il ministro delle Finanze tedesco, quando dice che il «modello di crescita all’americana è nel mezzo di una crisi profonda». Il problema è che né la Germania né il Brasile né gli altri critici della locomotiva America sono in grado di soppiantarla. Nemmeno la Cina rampante e aggressiva degli ultimi anni ha la voglia o le risorse per diventare una strapotenza commerciale a breve termine - non con un’economia e una moneta controllate con il pugno di ferro dal partito comunista. L’accordo probabile al G20 sarà vago e sembra aver fatto poco e nulla per rassicurare gli investitori spaventati dallo spettro del protezionismo, almeno a giudicare dalla performance delle Borse questa settimana. È per questo che gli esperti parlano di soluzioni multilaterali: dalla Pax Economica Americana a una Yalta del commercio estero.

Robert Zoellick, un vecchio marpione della finanza che ora è a capo della Banca Mondiale, ha sorpreso tutti quando ha proposto, sulle pagine del «Financial Times» la settimana scorsa, un «nuovo Bretton Woods». Secondo lui il ritorno di tassi di scambio fissi tra monete legati al prezzo dell’oro aumenterebbe la stabilità di un’economia internazionale che è sin troppo imprevedibile, ridurrebbe la dipendenza di altri Paesi dal dollaro e darebbe tempo ad altre divise di diventare monete guida in futuro.

Io non sarei così sicuro. Zoellick sembra dimenticare che la rigidità del «gold standard» - il sistema economico legato all’oro in vigore nella prima parte del ventesimo secolo - contribuì all’avvento della Grande Depressione in America. La crisi delle monete è solo un sintomo di un malessere più vasto. La divergenza tra Paesi emergenti che hanno costruito i loro miracoli economici sulle esportazioni e hanno usato i guadagni per finanziare il debito di nazioni più mature e con meno crescita, non è sostenibile. La svalutazione del dollaro è un tentativo un po’ maldestro e rischioso di ribilanciare un’asimmetria che ha minato la crescita mondiale. Ma se i rinforzi non sono pronti, le sorti dell’economia internazionale saranno legate alla cavalleria americana, anche se indebolita, accerchiata e con poche munizioni.

*caporedattore finanziario del Financial Times a New York
francesco.guerrera@ft.com

giovedì 9 settembre 2010

Obama e la guerra delle case


FRANCESCO GUERRERA

Per capire il dramma del mercato immobiliare americano e le ripercussioni devastanti che sta avendo sulla più grande economia del mondo bisogna uscire dai labirinti urbani di New York, Chicago e Los Angeles. Bisogna noleggiare un macchinone made in Usa, lasciarsi i grattacieli alle spalle e inoltrarsi nei sobborghi che hanno colonizzato le praterie, montagne e deserti di questa nazione-continente.

Bisogna fermarsi nelle stradine che un tempo erano linde e pinte ed ora sono paesi fantasma, periferie dormitorio dove ormai non vuole dormire più nessuno. Negli ultimi mesi sono stato in sette Stati per lavoro e per piacere - dal Vermont nel Nord-Est alla Florida, dal Tennessee nel profondo Sud alla California - e sono ritornato con immagini indelebili. Il sogno americano in technicolor - i prati verdi, le staccionate bianche, i bambini biondi - si è trasformato in un incubo in bianco e nero: finestre sbarrate, cartelli «for sale» (in svendita) e immondizia nelle strade.

La guerra più importante per Barack Obama non è in Iraq e nemmeno in Afghanistan ma è in Nevada, Florida, Arizona e tutti gli altri Stati dove i prezzi delle case sono crollati di più del 30 per cento in due anni, dove milioni di persone sono senza lavoro e senza speranza. Per evitare una batosta alle elezioni di medio termine, i Democratici devono vincere sul fronte interno - l’«altra» America, quella che non ha il passaporto e si accultura con i reality shows, reality tv. E se Obama non riesce a convincere la maggioranza degli americani che l’economia è in via di miglioramento, rischia di passare alla storia come una meteora nel firmamento della politica americana: un presidente monotermine sconfitto dalla crisi finanziaria.

La politica è un gioco iniquo dove i governanti attuali sono giudicati su situazioni create dai loro predecessori. Il presidente che vinse e convinse con lo slogan del «Sì, possiamo» è prigioniero di questo paradosso più di molti altri inquilini della Casa Bianca. Per far risorgere un’economia distrutta dal crollo immobiliare, l’amministrazione deve riformare un sistema della casa puntellato da decenni di compromessi politici, pasticci finanziari e bugie sociologiche. Il dilemma che angustia il governo americano del 2010 ha le sue radici nel 1929 quando il neopresidente Herbert Hoover provò a risollevare il morale di un Paese in preda alla Grande Depressione con la promessa di una «nazione costruita sui proprietari di case».

L’idea si cristallizzò nel New Deal di Franklin Roosevelt quattro anni dopo, con la decisione da parte dello Stato di sovvenzionare gran parte dei mutui per far sì che le classi medio-basse diventassero padroni d’immobili.

Il trucco fu la creazione di un’agenzia dal nome buffo - «Fannie Mae» (sta per Federal National Mortgage Association) - ma dal compito serissimo: sfruttare il suo status di ente parastatale, e quindi garantito dal governo, per ottenere fondi a prezzi stracciati sui mercati e smistarli alle banche per «sponsorizzare» i mutui e tenere i tassi bassi. Da quel giorno in poi, la percentuale di americani padroni di case non fece altro che salire: 45 per cento dopo la seconda guerra mondiale, 64 per cento nel 1968 e 69 per cento nel 2005, un record raggiunto grazie a politiche economiche lassiste dei governi Clinton e Bush.

Altre nazioni, come l’Irlanda, l’Australia, la Gran Bretagna e, naturalmente, l’Italia, hanno tassi di proprietà più elevati ma in nessun altro Paese il governo ha un impatto così potente e diretto sul mercato immobiliare.

I cittadini americani sono diventati casa-dipendenti e lo spacciatore era proprio lo Zio Sam: Fannie Mae e il cugino Freddie Mac - nome ugualmente ridicolo, stesso ruolo di sovvenzionatore - sono diventati gli esponenti di punta di una bolla immobiliare che è durata esattamente fino al 7 settembre del 2008. Quel giorno, l’amministrazione Bush fu costretta a prendere possesso di Fannie Mae e Freddie Mac prima che precipitassero in bancarotta, annientate dalla caduta dei mercati, la débâcle dei mutui subprime e la stupidità di dirigenti che credettero alla favola di un mondo in cui i prezzi delle case non sarebbero scesi mai. La nazionalizzazione delle due società è costata cara agli azionisti di Fannie e Freddie, che hanno perso i loro investimenti ma la bolletta più salata è toccata ai contribuenti. Fino ad ora, le due società-zombie sono costate al governo 150 miliardi di dollari per tamponare le perdite e continuare a sovvenzionare i mutui ma le stime ufficiali parlano di un conto finale di circa 380 miliardi - più del prodotto interno lordo di un Paese come la Grecia.

Il problema è che né Obama né il Congresso sanno come risolvere il dilemma di Fannie e Freddie. Chiuderle non si può. Fantasma o no, le due società garantiscono nove su dieci mutui in America e smantellarle costringerebbe milioni di persone a pagare tassi molto più alti su 5.600 miliardi di dollari di prestiti immobiliari - una strategia suicida che spingerebbe la disoccupazione a livelli stratosferici e porterebbe ad un altro tracollo nei prezzi delle case.

Ri-quotare Fannie e Freddie sui mercati è fuori discussione visto che nessun investitore si sognerebbe di comprare le azioni di due compagnie in crisi totale. La risposta alla paralisi di un sistema che è durato 81 anni non può che essere graduale, ma deve partire da un’ammissione di fondo che Obama e i suoi devono al popolo americano: possedere una casa non è un diritto. Un immobile è un investimento come un altro e può essere comprato solo da chi se lo può permettere. Il ritiro dei sussidi statali dal mercato delle case dovrà essere lento - ed accompagnato da altri aiuti (per ridurre i prezzi degli affitti, per esempio) - ma inesorabile.

Se gli Usa vogliono mantenere il loro predominio sull’economia mondiale, non possono continuare ad essere in balia di un ciclo nefasto che fa di ogni boom una crisi. Come mi ha detto un capo di un fondo d’investimento che ha perso milioni di dollari durante la crisi: «Un mercato immobiliare drogato dallo Stato non aiuta proprio nessuno».

Gli ideologi del centrosinistra - e ce ne sono tanti tra gli uomini di Obama - sostengono che l’acquisto di una casa è un metodo di emancipazione economica per le classi meno ricche e che comunità urbane popolate da padroni di case sono più stabili e sicure di città di inquilini. Avendo viaggiato nel cuore non pulsante dell’America, io non sarei così sicuro. Una delle lezioni della crisi degli ultimi due anni è che, quando le bolle scoppiano, i mutui non si possono pagare più e il sogno in technicolor diventa un incubo in bianco e nero, i primi a pagare sono sempre i più poveri.

*caporedattore finanziario per il Financial Times a New York

francesco.guerrera@ft.com

domenica 24 gennaio 2010

Dalla Cina ultimatum agli Usa. "Pronti a oscurare Google"


GIAMPAOLO VISETTI


La Cina è pronta a chiudere Google. Il manifesto della Clinton contro la censura sul web, ha rovesciato lo scontro. Fino a ieri era il motore di ricerca Usa a minacciare l'abbandono del Dragone. Ora è il governo di Pechino a lanciare l'ultimatum.
Se Google non si piegherà alla censura cinese, cosa che continua prudentemente a fare dal 2006, e la Casa Bianca non toglierà la Cina dalla lista nera degli stati canaglia online, il sito cinese del colosso di Mountain Views sarà oscurato. A tre giorni dallo scoppio della guerra di Internet tra Cina e Usa, innescata dall'attacco di hacker cinesi contro 34 clienti hi-tech di Google, la decisione è stata presa ieri dai vertici del partito comunista e dai più influenti esponenti del governo. Domani saranno riprese le trattative tra le autorità e Google. Ma la strategia è cambiata. Prima delle accuse americane, Pechino era decisa a sgonfiare il caso nel tempo, trattandolo come un contenzioso commerciale. Ora che il salto politico internazionale è compiuto, e che le reazioni interne premiano la linea nazionalista del governo schierato contro "il nuovo imperialismo cybernetico degli Stati Uniti", lo strappo è destinato ad un'accelerazione prima della fine di gennaio. I leader cinesi, sorpresi dall'attacco della Clinton, si sono infine convinti che una Cina "Google-free" convenga, sia al partito che al business. Alzare il primo muro virtuale del millennio darebbe a Pechino il vantaggio dell'iniziativa nel definire la nuova geografia del potere nella Rete. La Cina non intende lasciarsi sfuggire la grande occasione offerta dalla crisi aperta da Google.

I mediatori cinesi sono stati incaricati di dire a quelli americani che se gli Stati Uniti non forniranno le prove che gli attacchi denunciati sono partiti dall'Oriente con il sostegno di Pechino, la Cina darà il via "al progetto di un Internet totalmente cinese", che ricalchi i confini nazionali reali. "La globalizzazione del web - ha spiegato Fu Mengzi, docente dell'Istituto di relazioni internazionali e consulente presidenziale - ha messo in crisi l'equilibrio tra democrazie e Paesi con tradizioni politiche diverse. Dividere le nuove acque internazionali da quelle territoriali può evitare tensioni dannose. Senza Google Pechino non perde nulla e guadagna parecchio".

Nel 2009 l'affare Internet in Cina ha superato i 74 miliardi di dollari, quest'anno arriverà ai 100. I 385 milioni di utenti animano un sesto del mercato mondiale e già hanno decretato il primato planetario dell'e-commerce di Alibaba, che ha rilevato Yahoo. L'addio di Google e l'incertezza di Microsoft e Cisco, offriranno al cinese Baidu non solo il quasi monopolio del business interno, ma l'opportunità di insidiare anche all'estero le web corportation Usa. Per questo giornali e tivù cinesi, controllati dal governo, hanno proseguito ieri la martellante campagna antiamericana. "Non siamo né l'Iraq, né le Hawaii - il tormentone - e non faremo la fine del Giappone. L'Internet di Washington non ci trasformerà in una colonia degli interessi occidentali".

Dietro lo scontro, secondo analisti vicini al governo, non ci sono solo i timori di instabilità cinesi e la necessità americana di riaffermare la leadership della libertà. Pechino è convinta che l'affondo della Casa Bianca sulla censura del web sia "una ritorsione". "E' partita - dice Sun Zhe, docente di scienza delle finanze all'università Tsinghua - dopo che la Cina ha deciso di resistere alle pressioni per apprezzare lo yuan e per non ridurre gli acquisti del debito americano. Ma non si vede perché dovremmo continuare a saldare i conti scoperti di chi cerca di frenare la nostra crescita". La Cina resta il primo cliente dei bond Usa. All'inizio dell'anno il governo ha comunicato però l'intenzione di "differenziare" le riserve in valuta estera. Nel 2010 solo il 4,6% dei titoli di stato statunitensi dovrebbero finire nelle casse cinesi, contro il 20,2 del 2008 e il 47,4 del 2006.

Considerata la sete di denaro americana per riaccendere la crescita, i vertici comunisti cinesi si sono convinti di poter vincere il braccio di ferro sulla Rete. Ieri hanno deciso così di bloccare la distribuzione in Cina di "Army of Two", kolossal del videogiochi made in Usa ambientato a Shanghai. Il gioco termina con la distruzione della metropoli pronta a inaugurare l'Expo e alluderebbe a mercenari assoldati dal governo per incarcerare i contestatori. Pronta la reazione americana. Critiche per la censura cinese su internet, a sorpresa, sono arrivate dal vice presidente di Taiwan. L'ambasciata e i consolati Usa in Cina hanno convocato nelle sedi per "un lungo confronto" i più famosi blogger dissidenti.

(24 gennaio 2010)

lunedì 17 agosto 2009

Furto record degli hacker negli Usa



NEW YORK - Il dipartimento della Giustizia ha scoperto il più vasto furto di identità della storia: un uomo di Miami, il ventottenne Albert Gonzalez, e due hacker che "vivono in Russia o vicini alla Russia", sono stati incriminati per avere rubato 130 milioni di numeri di carte di credito dalla Heartland Payment System, una delle più grosse società di transazioni elettroniche. Lo ha annunciato la magistratura del New Jersey.

I tre dal dicembre del 2007 avrebbero trafugato anche 4 milioni di dati dalla catena di supermercati Hannaford e un numero non ancora precisato dalla 7-Eleven, una catena di negozi presente in 19 Paesi, popolarissima negli States. La tecnica d'assalto informatico prevedeva un giro di ricognizione tra i siti delle 500 società più ricche degli Usa secondo la rivista Forbes, per esaminare i punti deboli del sistema di difesa prima di procedere con la frode. Attraverso un software riuscivano a tracciare in tempo reale i movimenti delle carte all'interno dei network delle aziende monitorate. Le comunicazioni avvenivano tramite chat. Per l'hackeraggio erano stati usati computer in California, Illinois, New Jersey, Lettonia, Ucraina e Olanda.

Il piano, che era stato ribattezzato "Get rich or at least try" (diventa ricco o almeno provaci), è stato scoperto perché i tre hanno cercato di vendere i numeri delle carte di credito ad altre bande. In alcuni casi, i tre hanno fatto sopralluoghi in centri commerciali, per studiare il sistema di pagamento usato.

Gonzalez, che in rete usava come pseudonimi "segvec", "soupnazi" e "j4guar17", si può definire un recidivo: era già stato arrestato sei anni fa in New Jersey per il suo ruolo in un'altra storia di traffico e frodi con carte di credito. E' stato inoltre incriminato lo scorso anno per violazioni nei database di alcune aziende. Al momento è in custodia federale a New York.

(17 agosto 2009)

domenica 28 giugno 2009

Clima: la Camera Usa approva legge storica su taglio emissioni



WASHINGTON - Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ottenuto una importante vittoria sul fronte della lotta al cambiamento climatico, quando la Camera dei Rappresentanti ha approvato un provvedimento che punta a ridurre le emissioni industriali ritenute responsabili del riscaldamento globale. La Camera, controllata dai Democratici, ha approvato la legge, una priorità nel programma di governo di Obama, con 219 voti favorevoli e 212 contrari. Sono 44 i deputati democratici ad aver votato contro, solo otto i repubblicani ad aver detto «si». E al Senato la battaglia si annuncia ancora più difficile. Il testo è stato oggetto di numerosi compromessi fino all'ultimo minuto che hanno portato organizzazioni ambientaliste come Greenpeace e Save the Earth a criticarne la versione finale.

SVOLTA EPOCALE - «Ãˆ un passo audace e necessario che rispetta la promessa di creare nuove industrie e milioni di nuovi posti di lavoro, diminuendo la nostra dipendenza pericolosa dal petrolio straniero», ha detto Obama. Il Presidente Usa potrà ora vantare significativi progressi nella lotta al riscaldamento globale dopo che per anni Washington è stata accusata dai paesi stranieri di partecipare poco agli sforzi internazionali sul clima. La legge prevede che le grandi compagnie Usa, incluse le raffinerie, società del settore manifatturiero e utilities, riducano le emissioni di anidride carbonica e altri gas associati al riscaldamento globale del 17% entro il 2020 e dell'83% entro il 2050, rispetto ai livelli del 2005. Obiettivi da raggiungere adottando gradualmente una energia alternativa più pulita rispetto a quella inquinante basata sul petrolio o sul carbone. Al centro del provvedimento, lungo circa 1.500 pagine, vi è un programma di «cap and trade» (un sistema che fissa un tetto alle emissioni e ne consente lo scambio). In base al piano, il governo emetterà un numero minore di autorizzazioni alle compagnie, che potranno vendersele l'un l'altra in base alle necessità.


27 giugno 2009

lunedì 27 aprile 2009

Nubi sulla Casa Bianca


di Antonio Carlucci

Dopo quasi cento giorni di governo, la luna di miele tra Obama e gli Usa sembra già finita. Le riforme non decollano. E i nemici più agguerriti sono nel suo partito da New York

Quando è a Washington, Barack Obama comincia la giornata sempre allo stesso modo. Nell'Ufficio Ovale intorno alle 9 del mattino, per l'aggiornamento sulla questione sicurezza con il generale dei marines James Jones, subito dopo lo stato dell'economia per la viva voce di Larry Summers. A seguire, l'incontro con i principali collaboratori, dal capo di gabinetto Rahm Emanuel al consigliere anziano David Axelrod, dal portavoce Robert Gibbs all'interfaccia con governatori e sindaci americani Valerie Jarrett. Poi, prende avvio una lunga giornata fatta di incontri e, soprattutto, di discorsi nei quali Obama annuncia le scelte che farà di lì a poche ore o giorni, oppure spiega il senso e la portata di quelle appena fatte. Così, sempre, dal 20 gennaio scorso quando giurò da presidente.

Lunedì 20 aprile, invece, per la prima volta ha riunito i suoi ministri alla Casa Bianca. Obiettivo: discutere con ciascuno di loro, e tutti insieme, come tagliare 100 milioni di dollari di progetti federali che sono ritenuti inutili. La cifra che Obama intende risparmiare in una fase di crisi e recessione è importante in assoluto. Ma 100 milioni di dollari sono una briciola rispetto all'impegno finanziario del governo per salvare banche e assicurazioni (700 miliardi di dollari), a quello per rimettere in moto l'economia (787 miliardi), al budget per il prossimo anno fiscale che porta l'impegno totale del Tesoro a 2,5 miliardi di dollari, con un deficit di lungo termine di un trilione di dollari. Ecco che allora quei 100 milioni da risparmiare appaiono nella loro dimensione politica come noccioline. Lo ha ammesso lo stesso Obama che, però, ha spiegato: "Nessuno di questi tagli fa da solo la differenza. Ma noi abbiamo l'obbligo di essere un governo il più efficiente possibile in modo che ogni dollaro che viene dalle tasse dei cittadini sia speso con buon senso".

L'obiettivo vero di Obama in questo momento è il Congresso, deputati e senatori che devono vagliare i progetti della Casa Bianca e che non gli hanno sempre reso facile il lavoro. Che i repubblicani facciano di tutto per dimostrare che le scelte della Casa Bianca non siano quelle giuste rientra nella logica di due partiti contrapposti, anche se Obama li ha più volte invitati a guardare all'interesse generale dell'America e non a quello del proprio partito. Il problema sono le resistenze all'interno del Partito democratico. È normale che solo tre senatori repubblicani, ad esempio, abbiano deciso di votare a favore della legge di stimolo all'economia voluta dalla Casa Bianca, mentre tutti i deputati hanno votato no. È molto meno comprensibile che molti congressman democratici abbiamo cambiato interi capitoli di quella legge (e anche di un'altra che era in parlamento dall'era Bush del valore di 180 miliardi di dollari) per inserire progetti che soddisfacevano gli appetiti di lobbies e clan politici locali.

Ma il segnale che più ha preoccupato la Casa Bianca è stata la scelta della maggioranza democratica di affondare un progetto di riduzioni dei sussidi all'agricoltura per un miliardo di dollari l'anno. E, subito dopo, la modifica sostanziale della proposta di coinvolgere le assicurazioni private per sostenere i costi sanitari dei veterani di guerra. I principali consiglieri di Obama hanno negato apertamente che dopo questi due episodi il presidente abbia deciso di ammorbidirsi su altre questioni per evitare di far salire la temperatura dello scontro. Come valutare altrimenti l'intenzione manifestata molto sottovoce dalla Casa Bianca, di non voler riproporre il bando alla vendita pubblica di armi e fucili d'assalto che era scaduto nel 2004?

Il pragmatismo sembra ispirare le scelte presidenziali mentre si avvicina il traguardo dei primi cento giorni. Il chief of staff ha così spiegato al 'New York Times' la situazione: "Non abbiamo un fronte unico sul quale incidere con le riforme, ma più fronti contemporanei che sono l'educazione, la sanità, l'industria della difesa, i lobbisti". E alla Casa Bianca sottolineano i successi: non soltanto la legge di stimolo all'economia, ma anche altri 350 miliardi di dollari per le istituzioni finanziarie in pericolo, la legge sulla parità dei salari tra uomo e donna, altri 4 milioni di bambini sotto assicurazione sanitaria, compresi i figli degli immigrati legali.

Ma adesso si avvicina una grande stagione di battaglie parlamentari dove lobbies e gruppi di pressione potranno rallentare seriamente i progetti di Barack Obama. Come reagirà il Congresso quando si tratterà di discutere la diminuzione degli sgravi fiscali a cominciare dalla beneficenza che, a detta del presidente, serviranno ad allargare l'assicurazione sanitaria a milioni di americani che non possono permetterselo? E quale sarà la reazione dei deputati e senatori democratici che si riconoscono nel gruppo dei Blue Dog, che in materia fiscale vanno assai d'accordo con i repubblicani? E che cosa accadrà quando Obama deciderà di mandare al Congresso il più volte annunciato aumento delle tasse per i più ricchi? Per adesso il campo di battaglia lascia intravedere le mosse principali con una divisione ferrea dei compiti. Il presidente parla alla nazione ogni volta che può, ribadendo le linee generali della sua politica. E con i suoi più vicini collaboratori, Emanuel, Axelrod, la Jarret e il capo del budget Peter Orszag che fanno la spola con i deputati e senatori più influenti - sia democratici che repubblicani - per sgombrare il campo da ostacoli imprevisti.

Sulla scena internazionale il traguardo dei primi cento giorni alla Casa Bianca si presenta apparentemente meno problematico. Da un punto di vista generale Obama è riuscito a cogliere un risultato positivo, ma la cui reale portata potrà essere valutata entro qualche mese. Per adesso, a parole, il presidente degli Stati Uniti ha fatto crollare il muro dell'unilateralismo eretto in otto anni di presidenza da George Bush: tutto fondato sulla ideologia neocon che teorizzava il diritto degli Stati Uniti a decidere non solo per se stessi, ma anche per conto degli altri che cosa fosse giusto e che cosa sbagliato, che cosa moralmente accettabile e che cosa no. Una politica che l'ex ambasciatore Usa alle Nazioni Unite John Bolton ha esplicitato perfettamente con il titolo del suo ultimo libro: 'La resa non è una opzione'.

Dal 20 gennaio in poi Obama ha teso più volte la mano dell'America verso gli avversari degli anni passati e il segretario di Stato Hillary Clinton ha interpretato fedelmente la linea presidenziale. Ovvero: anche in politica estera il pragmatismo deve essere al centro delle relazioni bilaterali e multilaterali.

Obama ha presentato al mondo musulmano durante il suo viaggio in Turchia, un'America che non ha nessuna voglia di guerre di religione. Ha ripetuto che il desiderio di Washington in Medio Oriente è la pace tra arabi e israeliani con la coesistenza fianco a fianco di Israele e di uno Stato palestinese. Ha avviato le procedure per il ritiro delle truppe dall'Iraq e ha messo in moto un maggiore impegno sul primo fronte di guerra, l'Afghanistan. Obama ha perfino schiuso la porta per un confronto con l'Iran. E nel penultimo weekend di aprile ha aperto la porta del dialogo con Cuba e ha rimesso in moto lo scambio diplomatico con il presidente venezuelano Hugo Chávez.

Tutta in discesa la strada all'estero per la Casa Bianca? Presto per dirlo. Perché la Corea del Nord, uno degli avversari storici degli Usa, dopo aver manifestato segni di abbandono delle sue velleità missilistiche e nucleari, ha ripreso il giochetto che gli riesce perfettamente da quasi 15 anni. Fingersi d'accordo con la comunità internazionale, poi improvvisamente manifestare voglie militariste e lanciare uno o due missili, quindi sedersi al tavolo delle trattative e ottenere soldi e aiuti per fermare tutto. Salvo poi ricominciare. E il mondo è pieno di governanti come quelli della Corea del Nord.

(24 aprile 2009)

lunedì 20 aprile 2009

La sfida diplomatica di Obama


20/4/2009
HENRY A. KISSINGER

Il primo viaggio intercontinentale di un nuovo presidente americano assume sempre un significato che va al di là dell’itinerario. Per il presidente è l’occasione per saggiare l’impatto della propria politica, per i suoi interlocutori l’opportunità di conoscere il leader col quale dovranno trattare nei prossimi quattro anni.

Obama ha approfittato della circostanza per tracciare il suo approccio personale alla politica estera: multilateralismo, una reiterata presa di distanza pubblica dal suo predecessore, negoziati ad ampio spettro su più fronti, enfasi sulla costruzione di relazioni personali con i suoi interlocutori. Mai dalla visita di John Kennedy in Europa nel 1961 un presidente americano ha conquistato tali manifestazioni di sostegno.

La sfida di Obama consiste ora nell’articolare le sue iniziative ad ampio respiro in una strategia di politica estera coerente. Per lanciare negoziati su una tale varietà di dossier ci vuole coraggio. Alcune iniziative, come il dialogo strategico con la Cina, sono dibattiti già in corso ma elevati a un livello più alto. Altre, come il negoziato sul controllo delle armi con la Russia, sono rimaste in letargo per più di un decennio.

L’apertura all’Iran non ha precedenti. I negoziati mediorientali hanno una lunga storia di iniziative fresche sconfitte da difficoltà sempre nuove. Ciascuno di questi negoziati ha una componente politica, ma anche strategica. Ciascuno rischia di incontrare ostacoli che oscureranno gli obiettivi finali, o di lasciar seppellire la sostanza dalla tattica. Tutti sono strettamente legati. Il dialogo sul controllo delle armi con la Russia influirà sul ruolo di Mosca nella non-proliferazione iraniana. Il dialogo strategico con la Cina aiuterà a dare forma al negoziato sulla Corea del Nord. Il negoziato con l’Iran verrà influenzato pesantemente dal progresso dell’Iraq verso la stabilità, altrimenti il vuoto che si verrebbe a creare potrebbe indurre in tentazione lo spirito d’avventura di Teheran.

L’ampia agenda dell’amministrazione Obama dovrà diventare un test della sua capacità di armonizzare gli interessi nazionali con problemi globali e multilaterali. Obama è entrato in carica in un momento di opportunità unica. La crisi economica assorbe le energie delle maggiori potenze, che nonostante i contrasti hanno tutte bisogno di una pausa nel confronto internazionale. Sfide soverchianti come il clima, l’ambiente e la proliferazione riguardano tutti, aprendo un’opportunità senza precedenti per soluzioni globali. Ma questa realtà deve venire trasferita in un concetto operativo di ordine mondiale. E questo dipende in larga misura dalle prospettive dell’amministrazione. Per ora il suo approccio sembra puntare verso una diplomazia concertata sul modello del dopo-1815, in cui gruppi di grandi potenze lavorano insieme per consolidare le norme internazionali. In questa visione la leadership americana deriva dalla disponibilità ad ascoltare e dalla capacità di ispirare. L’azione comune deriva da convinzioni condivise. Il potere emerge da un senso di comunione e non da azioni unilaterali, e viene esercitato attraverso una distribuzione di responsabilità in base alle risorse del Paese. È una sorta di ordine mondiale senza una potenza dominante, o dove essa si autovincola nella leadership.

La crisi economica favorisce questo approccio, anche se la storia conosce pochi esempi di una simile concertazione. Di solito i membri di un gruppo hanno una disponibilità diversa a correre rischi, e quindi a compiere sforzi in nome dell’ordine internazionale. Nel frattempo, l’amministrazione dovrà navigare tra due tipi di pressione dell’opinione pubblica caratteristici dell’America, e che cercano entrambi di bypassare il paziente dare e prendere della diplomazia tradizionale. Il primo riflette l’avversione a negoziare con società che non condividono i nostri valori e rifiuta il tentativo di alterare il comportamento dell’interlocutore attraverso un dialogo. In questa visione il compromesso è considerato appeasement e si cerca la conversione dell’avversario, o il suo rovesciamento. I critici di questo approccio - ora prevalenti - privilegiano invece la psicologia. Considerano l’apertura di un negoziato come atto di trasformazione, per loro i simboli e i gesti rappresentano la sostanza.

La diplomazia deve cercare di trasformare un vicolo cieco in oggetto di negoziato. Ma i cambiamenti di posizione devono essere dettati da obiettivi chiari piuttosto che da tecniche negoziali. Storicamente, gli Usa hanno la tendenza a iniziare un negoziato con gesti che rendono più fragili le circostanze stesse che l’hanno reso possibile. Nel 1951 in Corea hanno fermato l’offensiva all’inizio dei negoziati sull’armistizio. Nel 1968 in Vietnam hanno cessato di bombardare il Nord come prezzo per iniziare i colloqui. In entrambi i casi, il negoziato che ne è seguito è durato anni e il numero delle vittime è stato paragonabile a quello di una guerra su larga scala. Nel negoziato a sei sul programma nucleare nordcoreano, dopo che Pyongyang ha accettato in linea di principio di rinunciare al suo arsenale nucleare, abbiamo concesso la restituzione unilaterale di 25 milioni di dollari bloccati dal Tesoro americano a Macao. Questo passo ha dato ai coreani spazio di manovra per rinviare la discussione del problema a monte per un altro anno.

Forse l’illustrazione più lampante del rapporto tra ordine mondiale e diplomazia è la proliferazione. Se Corea del Nord e Iran riusciranno a dotarsi di arsenali nucleari nonostante il no di tutte le maggiori potenze dell’Onu e non solo, l’idea di un ordine omogeneo verrebbe seriamente colpita. Se Usa, Cina, Giappone, Corea del Sud e Russia non riescono a ottenere risultati, tutti insieme, con un Paese come la Corea del Nord, dall’influenza pressoché nulla sul commercio internazionale e privo di risorse che interessino a qualcuno, la frase «comunità mondiale» diventa un suono vuoto.

Ho sempre considerato il miglior modo di trattare quello di esporre una lista completa e onesta dei propri obiettivi finali. Il mercanteggiare tattico, attraverso una serie di concessioni minime, rischia di produrre incomprensioni sullo scopo finale. Prima o poi, gli argomenti fondamentali vanno comunque affrontati, soprattutto quando si tratta con un Paese come l’Iran, col quale non ci sono stati contatti per tre decenni.

Per contrasto, la questione della non-proliferazione è intrinsecamente multilaterale, e il prezzo del consenso trovato da Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e ora pure dagli Usa è stato quello di lasciare irrisolti - o nemmeno affrontati - i problemi chiave, anche fattuali. Quanto è vicino l’Iran a produrre materiale arricchito a sufficienza per una testata nucleare? Quanto è vicino alla costruzione della testata per un missile? Fino a che punto gli ispettori internazionali riescono a controllare il limitato programma di arricchimento dichiarato pacifico? Mentre l’amministrazione cerca di convincere l’Iran a dialogare, deve anche energicamente cercare di risolvere questo dibattito sui fatti in corso tra i nostri partner. Se non ci sarà accordo su questi dossier, l’agognato negoziato finirà in uno stallo.

Quando riprenderanno i colloqui sulle armi con la Russia, il bisogno di definire una posizione negoziale con la strategia sottostante diventerà altrettanto acuto. Obama e Medvedev hanno deciso di estendere il trattato Start-1, che scade quest’anno, e di ridurre le testate dalle 2200 concordate da Bush e Putin nel 2001 nel trattato Sort. Il problema è che le regole del conteggio tra i due trattati sono diverse. Lo Start conta i missili in base alla loro capacità di potenziali testate, mentre il Sort calcola solo quelle effettivamente installate. In base allo Start, l’arsenale Usa supera le 5 mila testate, e per raggiungere anche solo il numero di 2200 bisognerebbe smantellare quasi tutte le testate multiple. A quel punto si porrebbe la domanda: è lecito immagazzinarle o devono venire distrutte? Prima che ricominci l’inevitabile gioco dei numeri che ricorda gli Anni 70, bisogna accelerare la verifica dei siti strategici per dare una base per la diplomazia.

L’amministrazione Obama ha lanciato il Paese in una importante impresa diplomatica. Ma ora deve aggiungere alla sua visione anche un piano diplomatico.

venerdì 17 aprile 2009

Lo pseudo-capitalismo di Obama


14/4/2009
JOSEPH STIGLITZ

La proposta dell’Amministrazione Obama di investire 500 o più miliardi di dollari per sistemare le banche americane in sofferenza è stata descritta nei mercati finanziari come un’operazione win-win-win, dove tutte le parti coinvolte vincono e nessuna perde. In verità è una proposta win-win-lose: vincono le banche, vincono gli investitori, ma perdono i contribuenti.
Il Tesoro americano spera di tirarci fuori da questo pasticcio replicando i metodi con cui il settore privato ha fatto crollare il mondo, cioè un eccesso di indebitamento nel settore pubblico, un eccesso di complessità, incentivi scarsi e mancanza di trasparenza. Proviamo a ricapitolare le cause dell’attuale disastro. Le banche sono finite - e hanno fatto finire noi - nei guai eccedendo nell’indebitamento, cioè utilizzando una parte relativamente piccola del loro capitale e prendendone a prestito una molto grande per comprare titoli immobiliari ad altissimo rischio. Per farlo hanno usato strumenti altamente complessi, come le obbligazioni collaterizzate di debito.
La prospettiva di alti guadagni ha dato ai manager l’incentivo a essere miopi e ad assumere rischi eccessivi, anziché prestare il denaro con oculatezza. Le banche hanno fatto questi errori senza che nessuno lo sapesse, anche perché molti erano finanziamenti «fuori bilancio».
In teoria il piano dell’Amministrazione Obama lascia che sia il mercato a determinare il prezzo dei «titoli spazzatura» delle banche - compresi i prestiti per la casa e i titoli basati su quei prestiti. La realtà, però, è che il mercato non valuterà gli asset tossici in sé, ma le opzioni su quegli asset. Le due cose hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. Il piano del governo comporta infatti l’assicurazione di quasi tutte le perdite, con la conseguenza che gli investitori privati, liberi dalle perdite, «valuteranno» innanzitutto i loro guadagni potenziali. Questo significa dare loro un’opzione.

Una discutibile partnership
Prendiamo un asset che abbia 50 per cento probabilità di valere, nel giro di un anno, o zero o 200 dollari. Il suo «valore» medio è perciò di 100 dollari, cioè il prezzo che spunterebbe in un mercato competitivo. Nel piano del segretario al tesoro Timothy Geithner il governo metterebbe circa il 92 per cento del denaro necessario a comprarlo ma riceverebbe solo il 50 per cento degli eventuali guadagni, assorbendo praticamente tutte le eventuali perdite. Che razza di partnership è mai questa?
Ipotizziamo che uno dei fondi pubblico-privati che il Tesoro ha promesso di creare intenda sborsare per quell’asset 150 dollari. Questo è il 50 per cento più del suo effettivo valore, e la banca è ben felice di venderlo. Il partner privato mette 12 dollari e il governo il resto - 12 dollari in «equity» più 126 dollari sotto forma di prestito garantito. Se, nel giro di un anno, il valore effettivo dell’asset diventa zero, il privato perde 12 dollari e il governo 138. Se invece il valore effettivo è di 200 dollari, il governo e il partner privato si dividono i 74 dollari che rimangono dopo aver restituito il prestito di 126. In quel roseo scenario, il privato triplica il suo investimento di 12 dollari ma il contribuente, pur avendo rischiato 138 dollari, ne guadagna appena 37. Anche in un mercato imperfetto non si dovrebbe confondere il valore di un asset con il valore dell’opzione su quell’asset.
E’ però probabile che gli americani perdano ancora di più per via di quell’effetto chiamato «selezione avversa». Poiché le banche possono scegliere i mutui e i titoli da vendere, saranno inclini a vendere gli asset più tossici, in particolare quelli che, secondo loro, sono sovrastimati dal mercato. E’ però probabile che il mercato capisca il gioco e abbassi il prezzo che è disposto a pagare. Solo se un governo che si faccia carico di una quantità sufficiente di perdite riesce a contrastare la «selezione avversa». In questo caso il mercato non si preoccuperà se le banche lo «imbrogliano» vendendo i loro titoli peggiori, tanto paga il governo.
Il problema principale non è una mancanza di liquidità. Se lo fosse, basterebbe un programma molto più semplice: fornire fondi senza garanzie sul prestito. Il vero problema è che le banche hanno creato la bolla speculativa sui mutui subprime e hanno fortemente speculato con denaro preso a prestito. Hanno perso il loro capitale, e questo capitale dev’essere rifuso. Pagare il giusto valore di mercato per gli asset non basta. Solo pagandoli più del dovuto le banche verranno adeguatamente ricapitalizzate. Ma superpagare gli asset significa semplicemente spostare le perdite sul governo.
Alcuni americani temono che il governo possa «nazionalizzare» temporaneamente le banche, ma questa opzione sarebbe preferibile al piano Geithner. Dopo tutto la Fdci - Federal Deposit Insurance Corp, l’Agenzia governativa che svolge il ruolo di garante per i depositi presso le banche americane - ha già preso in precedenza il controllo di banche a rischio fallimento, e ha agito bene. Sono stati nazionalizzati anche grandi istituti come Continental Illinois (acquisito nel 1984 e tornato in mani private pochi anni dopo) e Washington Mutual (acquisito lo scorso settembre e immediatamente rivenduto).

Stimoli perversi
Quello che l’Amministrazione Obama sta facendo è peggio di una nazionalizzazione: è pseudo capitalismo, che privatizza gli utili e socializza le perdite. E’ una «partnership» in cui un partner rapina l’altro. Una partnership del genere - con il controllo nelle mani private - dà degli stimoli perversi, ancora peggiori di quelli che ci hanno portato nel caos attuale.
Allora, dove sta l’attrattiva di una proposta del genere? Forse è il tipo di «macchina di Rube Goldberg» che Wall Street adora - intelligente, complessa e non trasparente, che consente ingenti trasferimenti di ricchezza ai mercati finanziari. Essa ha permesso all’Amministrazione Obama di non dover tornare al Congresso a chiedere il denaro necessario a salvare le nostre banche, fornendo una strada per evitare la nazionalizzazione.
Il problema è che noi già soffriamo di una crisi di fiducia. Quando gli alti costi del piano Geithner diventeranno evidenti, ci sarà un’ulteriore erosione di fiducia. A quel punto il compito di ricreare un settore finanziario vivace, e di resuscitare l’economia, sarà ancora più difficile.

mercoledì 25 marzo 2009

Obama: "Usciremo dalla crisi. Ma ci vorrà tempo e pazienza"


WASHINGTON - Gli Stati Uniti riusciranno a "uscire dall'attuale recessione", l'economia mostra già "segni di progresso", ma occorrerà "tempo e pazienza". Questo il senso del discorso con cui Barack Obama spiega all'America che il bilancio da 3.600 miliardi di dollari messo a punto dalla Casa Bianca servirà a dare al paese le basi solide per evitare una nuova crisi tra 10 o 20 anni. Obama difende il proprio programma di spesa sostenendo che aprirà la porta a una crescita di nuovi posti di lavoro nel settore energetico e a un calo della dipendenza dal petrolio straniero. "Abbiamo messo a punto una strategia a vasto raggio - afferma Obama - disegnata per attaccare questa crisi su tutti i fronti. E' una strategia volta a creare posti di lavoro, aiutare i proprietari di case responsabili, riavviare il meccanismo del credito, far crescere la nostra economia sul lungo termine".

In apertura della sua conferenza stampa, la seconda in prima serata da quando si è insediato, il capo della Casa Bianca rileva che "il bilancio inviato al Congresso consentirà di dare alla nostra ripresa economica fondamenta più solide in modo da non dover affrontare un'altra crisi cone questa nel giro di dieci o venti anni". E aggiunge: "In questo bilancio abbiamo fatto le dure scelte necessarie per dimezzare il nostro deficit alla fine del mio primo mandato".

"Il modo migliore per ridurre il nostro deficit nel lungo periodo non è continuare con la stessa politica che ci ha portato a una fragile prosperità e a un debito massiccio - dice Obama - E' con un bilancio che ci porti a una ampia crescita economica spostandoci da un'era di 'prendi in prestito e spendi' a un'era in cui risparmiamo e investiamo".

Il presidente degli Stati Uniti si mostra sostanzialmente ottimista: "Usciremo da questa recessione. Ci vorrà tempo e pazienza e la comprensione che quando lavoriamo tutti insieme guardando oltre gli interessi a breve termine allora è quando possiamo avere successo e prosperare. E' esattamente quello che dobbiamo fare in questo momento".

Nell'ambito dell'azione per fronteggiare la crisi, venerdì prossimo Obama incontrerà gli amministratori delegati di una decina di banche statunitensi, tra cui JpMorgan & Co, Goldman Sachs e Citigroup. Pochi giorni dopo il varo del piano del segretario del Tesoro, Timothy Geithner, di acquisto degli asset tossici degli istituti finanziari e dopo l'annuncio dell'iniziativa volta a istituire una nuova Authority e nuove regole, più rigide, per la finanza, il capo della Casa Bianca dirà ai responsabili delle banche che "per rimettere in moto l'economia serve capire che tutti devono guardare oltre i propri interessi a breve termine, guardare più avanti agli obblighi reciproci in modo da garantire il bene dell'America".

(24 marzo 2009)

lunedì 23 marzo 2009

Nyt, Obama vuole imporre limiti a stipendi e bonus dei manager


NEW YORK - Obama vuole imporre limiti a stipendi e bonus dei manager di banche e grande aziende. Dopo le polemiche sui finanziamenti statali finiti nelle tasche dei manager che non hanno rinunciato ai loro superbonus nonostante la crisi, il presidente ha deciso di non attendere oltre: lo scrive il New Yok Times, anticipando sul suo sito web l'articolo che verrà pubblicato domani.

Secondo il Nyt i dettagli del piano verranno resi noti la prossima settimana, pochi giorni prima del vertice del G20 (i sette più ricchi e gli emergenti), in calendario il 2 aprile a Londra.

Il quotidiano non entra nei dettagli anche perché l'amministrazione statunitense sta ancora mettendo a punto il piano. Non è chiaro se i limiti riguarderanno solo le banche o soltanto le aziende: per esempio negli ultimi giorni hanno suscitato scandalo i superbonus versati ai propri manager dal colosso delle assicurazioni Aig, che ha ricevuto e riceverà ancora denaro pubblico per evitare il fallimento.

Una delle condizioni poste dalla squadra del presidente potrebbe essere quella di legare l'ammontare di bonus e stipendi ai risultati ottenuti. Si attribuisce inoltre al governo l'intenzione di ampliare il ruolo della Federal Reserve, in particolare per il controllo degli hedge funds (i fondi a rischio dei paradisi fiscali), mentre i prodotti derivati (come i pericolosi Credit Default Swap, una sorta di assicurazione su prodotti a rischio) diventerebbero più trasparenti, per evitare crolli come quello di Aig.

Questi ultimi due punti sembrano rappresentare una prima risposta americana alle preoccupazioni europee. I Paesi del Vecchio continente infatti, nell'ambito del G20, chiedono regole più stringenti per la finanza internazionale, sempre più globalizzata.

Proprio oggi Obama è tornato ad attaccare i manager di Wall Street, accusandoli di vivere in una "bolla" lontano dai veri problemi del Paese. "Dovrebbero passare un po' di tempo lontani da New York - ha detto il presidente nell'intervista a 60 minutes, che verrà trasmessa domani e di cui sono stati anticipati degli estratti - dovrebbero andare in North Dakota, o in Iowa, o in Arkansas dove la gente sarebbe felicissima di guadagnare 75mila dollari all'anno, senza bonus, e così capirebbero perché gli americani sono arrabbiati".

(21 marzo 2009)

sabato 31 gennaio 2009

Negli Usa l'economia è in ginocchio, ma i manager vengono premiati

IL CORRIERE DELLA SERA

WASHINGTON – La finanza e l’industria licenziano migliaia di dipendenti al giorno – ben 71 mila lunedì scorso – e gli scandali alla Madoff, il finanziere che truffò 50 miliardi di dollari, si moltiplicano. Ma i responsabili del disastro finanziario ed economico americano non solo sembrano godere d’immunità, continuano anche a percepire stipendi e premi enormi. Da un sondaggio, soltanto 1 su 10 dei “big” delle banche e delle aziende finite in bancarotta o salvate dal denaro pubblico ha perso il posto. Da un altro, il 79 per cento ha intascato un pingue premio per il 2008, per la metà di loro superiore a quello del 2007. Sono scandali che suscitano indignazione nel Paese.

IL CASO DI JOHN THAIN - Il New York Times ha denunciato il caso di John Thain, l’ex presidente della Banca d’affari Merrill Lynch, che in autunno fu comprata dalla Bank of America. Thain, uno dei pochi a venire licenziato, spese 1 milione 200 mila dollari per abbellire il proprio ufficio e fece distribuire in anticipo 4 miliardi di dollari di premi a sé e ad altri dirigenti sebbene la Merrill Lynch avesse registrato un passivo di 15 miliardi di dollari nello ultimo trimestre del 2008. Il procuratore dello stato di New York Andrew Cuomo lo ha inquisito per recuperare parte dei soldi. A suo giudizio, i padroni del mondo, come lo scrittore Tom Wolfe chiamò Thain e i colleghi ne “Il falò delle vanità”, non hanno imparato la lezione. Qualche volta, il governo ha vietato lussi inaccettabili come l’acquisto da parte del Citigroup di un jet per 12 “big” per 50 milioni di dollari: il Citigroup ha ottenuto dallo stato 345 miliardi di dollari in sussidi e garanzie, una somma folle, ma non si è rassegnato a risparmiare. Qualche altra, il governo ha confiscato le proprietà dei truffatori, come è accaduto a Madoff, cosa che ha spinto Fuld, l’ex presidente della Lehman Brothers, scomparsa a settembre, a vendere per 10 dollari alla moglie un palazzo in Florida del valore di 13 miliardi e mezzo di dollari. Ma in massima parte, i “big” hanno conservato i loro privilegi.
Un fenomeno che Obama intende stroncare.

I POCHI ARRESTI - Un giro di vite vero e proprio è in corso solo contro i “MiniMadoff”, come gli imitatori del re dei truffatori in borsa, che rimane agli arresti domiciliari su cauzione di 10 milioni di dollari, sono stati battezzati. Si segnalano tra i tanti l’arresto di Nicholas Cosmo, un finanziere newyorchese già imprigionato nel ’97 che avrebbe defraudato di 370 milioni gli investitori; quello di Arthur Nadel, un finanziere della Florida che si sarebbe appropriato di 30 milioni; nonché l’incriminazione da parte della Sec, la Commissione di controllo della borsa, di Joseph Forte, un finanziere di Filadelfia, per un ammanco di 50 milioni. L’America non conosceva scandali del genere dall’età d’oro del 1900 – 1930.

DISUGUAGLIANZA SOCIALE - Come allora, l’1 per cento più ricco della popolazione possiede il 7 per cento della ricchezza nazionale, più di tutto il 90 per cento meno privilegiato della popolazione. Mentre in termini reali il reddito dell' americano medio è venuto diminuendo anche prima della crisi, i super manager hanno continuato a intascano fino a 100 - 150 milioni di dollari l’anno, e a riscuotere liquidazioni di oltre 200 milioni

Ennio Caretto
(29 gennaio 2009)

Contratti matrimoniali Usa: se non ti mantieni in salute, rischi il divorzio

IL CORRIERE DELLA SERA

WASHINGTON – Fino a poco fa, i prenuptial agreements o contratti prematrimoniali, sempre più di moda negli Stati Uniti, riguardavano per lo più le finanze della coppia, e in minore misura l’educazione dei figli. Adesso concernono anche la salute, addirittura la forma fisica degli sposi. Riferisce su Us News and world report l’esperta Michelle Andrews che fioriscono i contratti in cui si stabilisce l’obbligo dei futuri coniugi di fare dieta ed esercizio, si fissa un limite all’eventuale aumento di peso di lei e lui nel corso degli anni, si vieta di fumare o di bere, e così via. Teoricamente, anche la violazione di una solo clausola potrebbe essere causa di divorzio.

La Andrews cita Raoul Felder, un noto avvocato di New York, secondo cui in questi contratti è il sesso l’arma più di frequente prevista per il coniuge che rispetta i patti contro il coniuge che li trasgredisce. Racconta Felder che una sposa stipulò «niente sesso» con lo sposo finché non avesse perso i 20 chili che aveva di troppo, e un’altra lo stipulò se non smetteva di fumare. Le variazioni sul tema sono molte, da una settimana di astinenza sessuale per ogni chilo in più di lei o lui, alla clausola – eccessiva - «niente figli» se la coppia non è salutista. Una moda che incomincia a porre seri problemi agli americani obesi e non sportivi, quasi un quarto della popolazione.

Stando a Violet Woodhouse, un’avvocatessa di Los Angeles autrice del libro Divorzio e denaro, contratti del genere sono dovuti alle carenze della sanità pubblica americana. «La sanità privata costa un occhio delle testa, di qui il bisogno dei coniugi di mantenersi in buona salute», spiega. «In America inoltre quasi 50 milioni di persone sono prive di assistenza sanitaria pubblica o privata: alcune coppie si sposano perché uno dei due ce l'ha». Una delle clausole più popolari, rileva Woodhouse, è che il coniuge divorziato conserva il diritto all’assicurazione medica dell’altro. L'avvocatessa ammonisce tuttavia che non sempre i tribunali riconoscono i prenutptial agreements. Così diffusi sono i contratti prematrimoniali – li si può scaricare da internet - che una radio ha condotto un sondaggio per stabilire se debbano diventare obbligatori in America. Fortunatamente, il 75 per cento ha risposto di no, molti lamentando che riducano il matrimonio a una questione di affari e che siano l’anticamera del divorzio. Ma attorno a essi, che vanno stampati e firmati in triplice copia, è fiorita tutta un’industria di studi legali specializzati in contratti per il primo matrimonio e in contratti per quelli successivi, e via di seguito.

Ennio Caretto
30 gennaio 2009

Algeri, 007 americano accusato di stupro: drogava le ragazze e le violentava

IL CORRIERE DELLA SERA

WASHINGTON – Il capo della "stazione" Cia ad Algeri è stato richiamato negli Stati Uniti ed è oggetto di un'indagine dopo essere stato accusato di violenza su due donne. Da tempo in servizio nel paese nord africano, 41 anni, convertito all'Islam, lo 007 avrebbe drogato le ragazze per poi abusarne.

IL RACCONTO - «Mi ha offerto un cocktail di Cola e whiskey – ha raccontato la prima – E dopo un po' ho provato un senso di nausea, stavo male. Mi sono risvegliata il giorno dopo ed ero completamente nuda. Solo allora ho capito di aver avuto un rapporto sessuale, anche se non ricordavo nulla». Quasi identico il racconto della seconda ragazza.

VIDEO - Le vittime, secondo l'Abc che ha rivelato la storia, sostengono che le violenze sarebbero avvenute nella residenza del funzionario ad Algeri. Durante una perquisizione sono state trovate – ha aggiunto la rete tv – delle videocassette che mostrano lo 007 impegnato a fare sesso con una dozzina di donne diverse. Inoltre sono stati recuperati dei sonniferi che potrebbero essere stati usati per preparare i cocktail. L’alto funzionario, una volta rientrato negli Usa, si è difeso sostenendo che non vi è stata alcuna violenza: «Erano rapporti consensuali».

LE INDAGINI - L'inchiesta è stata affidata al Dipartimento della Giustizia americano che ora sta raccogliendo prove ed elementi per accertare la fondatezza delle gravi accuse. È probabile che nelle prossime ore l'indagine si estenda anche all’Egitto, altro paese dove l’uomo dell’intelligence ha lavorato in passato.

LOTTA AL TERRORISMO - I servizi segreti algerini e la Cia, insieme ad altri apparati occidentali, collaborano da tempo nella lotta al terrorismo. In particolare contro «Al Qaeda nella terra del Maghreb», una formazione eversiva locale che ha dichiarato nel 2006 fedeltà ad Osama.

Guido Olimpio
29 gennaio 2009