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lunedì 26 aprile 2010

Il giallo della donna ritratta nel Cenacolo


Il Cenacolo di Leonardo è uno dei capolavori più noti e studiati al mondo. Il lungo restauro, le condizioni di difficile conservazione dovute ai «vizi d'origine» della parte sulla quale è stato realizzato l'affresco, sono tra gli elementi che negli anni lo hanno riportato all'attenzione del pubblico.

Ma c'è poi un versante legato alle interpretazioni del «linguaggio» di Leonardo che ha attratto,da sempre, molti studiosi. Un filone che, per la quantità di misteri che sembra racchiudere, ha perfino avuto una traduzione «popolare» di grande successo grazie al libro (e al film che ne è stato tratto) Il Codice da Vinci di Dan Brown. Un successo mondiale, quello dello scrittore americano, che ha indirizzato anche le principali attenzioni del pubblico su alcuni particolari dell'affresco. Non necessariamente i più importanti, però. Come quello della «figura femminile» accanto a Gesù, molto funzionale alla ricostruzione di Dan Brawn per la tesi del matrimonio tra Cristo e la Maddalena e la successiva discendenza, mantenuta segreta e protetta dai Templari. Il romanzo fa riferimento sia alla simbologia (la V che si forma tra San Giovanni e il Cristo) sia alla rappresentazione, effettiva, di una donna (la Maddalena) e non dell'evangelista, alla destra di Gesù. Ovviamente la verità romanzata, che pure si basa su ipotesi di studio consultate da Dan Brawn, affascina. Ma davvero, nel suo affresco, Leonardo ha dipinto una donna al posto di San Giovanni?

LO STUDIO SULL'ARAZZO - Panorama, questa settimana, pubblica un'intervista a Sabrina Sforza Galizia, studiosa che pubblica ora un libro intitolato «Il Cenacolo di Leonardo in Vaticano. Storia di un Arazzo in seta e oro», aggiunge nuovi particolari sia sulle profezie astronomiche che la versione leonardesca dell'Ultima Cena conterrebbe, sia sul particolare della figura femminile. La novità è che gli elementi sui quali ha potuto basarsi la studiosa derivano (anche) da un arazzo, copia esatta del Cenacolo commissionata a Leonardo da Luigi XII, custodito ora in Vaticano. In base all'esame dell'arazzo, risultano più chiari tanti indizi sulle profezie «cifrate» nel capolavoro, in particolare il calcolo sulla fine del mondo. E, anche, sulla figura femminile. «Quello di Dan Brawn - dice a Panorama Sforza Galizia - è un pasticcio che ha suggestionato milioni di persone, ma non offre un cifrario per decrittare il messaggio del Cenacolo. Leonardo dipinge davvero San Giovanni con tratti somatici di una donna e lo fa volutamente, perché nel linguaggio che usa San Giovanni è "femmina"». Il motivo? Perché, secondo la studiosa «utilizza la tradizione pittorica che fa uso della dualità maschio-femmina per simboleggiare una disgiunzione astronomica necessaria per il calcolo dei tempi (...). Complicato? Forse, ma nulla è semplice negli studi su Leonardo. E poi, spiega, la terminologia maschio-femmina vige tuttora anche tra i nostri falegnami ed elettricisti e rispecchia un termine tecnico applicato anche all'astronomia».

«GIOVANNINA , VISO FANTASTICO» - Certamente i lettori di Dan Brawn e quanti che hanno visto il film si saranno sorpresi di sapere che nel Cenacolo fosse rappresentata una donna. Magari hanno pensato anche a una forzatura romanzesca. Invece la «presenza» femminile era già nota agli studiosi. Diversa cosa è attribuirle poi significati precisi e legati a messaggi cifrati. Le spiegazioni per la presenza della figura femminile possono essere anche altre. E persino molo più semplici, perché lasciate dallo stesso maestro nei suoi scritti. «Per trovare i volti degli apostoli - spiega infatti Vittoria Haziel, studiosa dell'opera leonardesca - Leonardo girava per le strade di Milano e segnava appunti sui suoi manoscritti sulle figure incontrate. Per una di queste egli scrive chiaramente che si tratta di "Giovannina, viso fantastico sta a Santa Caterina allo spedale"». Non si sa se si trattasse di un'infermiera o di una malata. Ma secondo la Haziel, che ha pubblicato di recente il libro «La Confessione di Leonardo» è proprio lei che dà origine alla figura alla destra di Gesù. «Questo appunto si trova infatti proprio sotto a quello della figura che ispira Cristo, o meglio Crissto, con due esse, come scrive Leonardo: "Giovan Conte, quello del cardinale del Mortaro". «Nessun apostolo "travestito" da donna quindi - conclude la Haziel - ma una donna vera e propria».

Redazione Online

08 aprile 2010

venerdì 11 dicembre 2009

Italiano, questo sconosciuto. "Studenti quasi analfabeti"


di MAURIZIO CROSETTI


Io cossi tu cuocesti egli cosse: cos'è 'sta roba? Piccolo esame di verbi: "Se io sarebbe più abile, tu mi affiderai una squadra". Ma anche: "Se tu saresti più alto, potessi giocare a pallacanestro". Nel cimitero dove giacciono, insepolte, sintassi e ortografia, accenti e apostrofi si confondono in un'unica insalata nizzarda di parole: "Non so qual'è la prima qualità di un'uomo". E tutto questo accade, si legge, si scrive all'Università.
Test d'ingresso per le facoltà a numero chiuso, anno di disgrazia 2009: alcuni degli aspiranti dottori del terzo millennio hanno risposto così. "I giovani che arrivano dalle scuole superiori sono semi-analfabeti", ha dichiarato il magnifico rettore dell'ateneo bolognese, Ivano Dionigi.

E chi ha già superato il traguardo della laurea non sta poi tanto meglio: secondo una ricerca del Centro Europeo dell'Educazione (CADE, o forse sarebbe meglio dire casca: l'asino), l'otto per cento dei nostri laureati non è in grado di utilizzare pienamente la scrittura. Anzi, peggio: 21 laureati su 100 non vanno oltre il livello minimo di decifrazione di un testo. Cioè, se proprio va bene riescono a far partire la lavastoviglie leggendo le istruzioni, oppure intuiscono le controindicazioni dell'aspirina. Ma di più no.

Ancora: un laureato su cinque non riesce a dirimere un'ambiguità lessicale. E un laureato su tre ha meno di cento libri in casa, quasi sempre quelli che ha (più o meno) sfogliato per arrivare al pezzo di carta. Ma su quella carta, troppo spesso è come se fossero impressi geroglifici. E non parliamo poi di quando è necessario scrivere un testo.

Per questo, molti atenei hanno deciso di organizzare corsi di recupero di italiano per le matricole: grammatica e sintassi, cioè argomenti da prima media. "I ragazzi non conoscono il significato di espressioni lessicali banalissime", spiega Pier Maria Furlan, preside di Medicina 2 a Torino, dove appunto si torna sui banchi quasi per fare le aste, e per ripassare (o per studiare?) il congiuntivo. "Credetemi, è una situazione da mettersi le mani nei capelli. Per fortuna, gli studenti sono abbastanza consapevoli dei propri limiti: gli iscritti ai corsi di recupero sono oltre 35 su cento".

Come nasce lo "studente analfabeta"? Quando comincia a diventarlo? "I guasti iniziano nella scuola dell'obbligo", risponde Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. "Il buonismo degli insegnanti ha fatto grossi danni, ormai si tende a promuovere un po' tutti e non si sbarra il passo a chi non è all'altezza. Ma il disprezzo per la lingua italiana risiede anche in certi romanzi di nuovi autori, pieni di parolacce e di inutili scorciatoie, e nel linguaggio sempre più sciatto dei giornali dov'è quasi scomparsa la ricchezza della punteggiatura".

Insomma, oggi s'impara poco anche leggendo. E si studia male. "Credo che il predominio dell'inglese stia nuocendo all'uso dell'italiano", sostiene il noto linguista Gian Luigi Beccaria. "Ormai è necessario alfabetizzare adulti e ragazzi, e la colpa è di un intero percorso scolastico che non sempre funziona. Le lacune nascono da lontano. Inoltre, l'uso esclusivo di telefoni cellulari e computer come strumenti di comunicazione non aiuta la nostra lingua: l'italiano sta regredendo quasi a dialetto". Lasciando perdere gran parte della narrativa italiana contemporanea, dov'è possibile far tesoro della lingua giusta? "Leggendo o rileggendo autori esemplari per pulizia dello stile e chiarezza: penso a Primo Levi, a Calvino, ma anche a Pirandello e Pavese, oppure al Fenoglio di Primavera di bellezza, mentre Il partigiano Johnny è più complesso".

Secondo recenti e sconfortanti statistiche, il venti per cento dei laureati italiani rischia l'analfabetismo funzionale, cioè la perdita degli strumenti minimi per interpretare e scrivere un testo anche semplice. E la percentuale sale tra i diplomati: trenta su cento possono diventare semi-analfabeti di ritorno. Una delle cause può essere l'abbandono della grammatica e della fatica della sintassi: già alle medie non si studiano quasi più, figurarsi al liceo. Nella scuola superiore, ormai pochissimi insegnanti si sobbarcano la correzione di trenta temi pieni di bestialità, una fatica tremenda e scoraggiante. E guai se non si promuove chiunque: scatterà la reazione anche violenta delle famiglie (sempre più spesso si rivolgono all'avvocato per rintracciare vizi di forma nei registri, anche dopo la più sacrosanta delle bocciature dei loro pargoli).
"Siamo molto preoccupati", dice Franca Pecchioli, preside di Lettere a Firenze. "Se gli studenti non sanno dov'è il Mar Nero, beh, è grave ma glielo possiamo insegnare. Ma se non sono in grado di seguire la spiegazione di un docente perché ignorano il significato di certe parole, allora è peggio". Ha un suono sinistro anche la testimonianza di Elio Franzini, preside di Lettere alla Statale di Milano: "L'anno scorso, insegnando ai primi anni di filosofia chiesi chi avesse letto Proust, e alzarono la mano in tre. E quasi nessuno sapeva chi avesse scritto Delitto e castigo".
Invece è palese il delitto nei confronti della lingua italiana, o di quella che dovrebbe essere la formazione universitaria: tra i paesi industrializzati, solo Messico e Portogallo stanno peggio di noi. Vale forse la pena ricordare che in Italia soltanto 98 persone su mille acquistano ogni giorno un quotidiano, mentre in Giappone sono 644. Un problema di formazione, o di scarsa informazione? "Siamo di fronte a un'autentica violenza nei confronti della parola", risponde Giovanni Tesio, critico letterario e docente all'Università del Piemonte Orientale. "Ma non dipende solo dalla scuola: la colpa è anche delle famiglie e dei modelli culturali. La prevalenza dell'immagine porta a una disattenzione verso i testi, e comunque è vero che mancano le basi. Me ne accorgo correggendo tesi di laurea non solo scritte male, quello sarebbe il meno, ma anche piene di strafalcioni. Perché per decenni si è demonizzata la grammatica, come se tutto dovesse essere facile e divertente. Ebbene, a scuola non tutto può né deve esserlo. Un'altra fesseria è credere che la grammatica s'impari leggendo, quello è un universo che non accetta usi strumentali". Ma l'analfabetismo dei laureati può essere arginato? "Siccome la letteratura è il luogo in cui il senso della complessità diventa più forte, io la insegnerei anche nelle facoltà scientifiche".
Forse in Italia manca un vero sistema di educazione per adulti, non siamo più capaci di aggiornarci, allenando cervello e conoscenza come se fossero muscoli. La faciloneria portata da Internet, strumento meraviglioso e banale, ricco di potenzialità ma anche di comode tentazioni, ha ormai diffuso una specie di cultura del "copia e incolla", attraverso l'utilizzo di una lingua spesso piatta e tutta uguale, riprodotta all'infinito. Molti esami scritti, all'Università, vengono condotti come i test per la patente, mettendo crocette su un questionario; e le relazioni degli studenti procedono con "Powerpoint", un altro strumento che riduce la dialettica a riassunto di qualche schema, sillabando quattro parole.

"Abbiamo vastissima conoscenza orizzontale e istantanea, però non siamo più in grado di approfondire, di scendere nel cuore delle cose", conclude Tesio. Il sessanta per cento degli italiani non ha mai letto un libro (anche se molti di loro, purtroppo, hanno provato a scriverlo). E non è affatto vero che "val più la pratica della grammatica". Altrimenti non sarebbe possibile che 45 laureati su cento ignorino qual è (scritto senza l'apostrofo) il passato remoto del verbo cuocere.

(8 dicembre 2009)

sabato 31 ottobre 2009

Montanelli, antifascista rifiutato


C'è una scena madre nell’inatteso e inedito ritratto autobiografico di In­dro Montanelli che la casa editrice Le Lettere manda in libreria martedì nella collana Il salotto di Clio con il titolo Le passioni di un anarco conservatore (prefazione di Francesco Perfetti, pagine 88, 9,50 euro). È l’episo­dio centrale per capire la vita e la visione storica che del Novecento ebbe il nostro maggiore gior­nalista.

Arrivato in Svizzera attraverso la frontie­ra di Bellinzona, nell’agosto 1944, dopo l’evasio­ne dal carcere di San Vittore per fuggire dalla condanna a morte, venne ac­colto con grande freddezza nel circolo dei fuorusciti. «In quella fine del 1944 i tem­pi erano davvero duri, so­prattutto in Italia, e capisco che anche i fuorusciti avesse­ro i nervi a fior di pelle. Mi trattarono con sospetto, qualcuno addirittura si spin­se ad accusarmi di 'apologia di fascismo'. A me, che ave­vo appena rischiato la pelle, quell’accusa giunse davvero inaspettata. Poi capii: erano loro che non capivano, non potevano, che noi giovani, da soli, avevamo fatto nasce­re, dal di dentro del fasci­smo, un altro antifascismo, ben diverso da quello di quanti erano andati in esi­lio». Questa confessione è il nu­cleo centrale della lunga e appassionante intervista, che ci restituisce un Montanelli in tutto il suo sti­le e carattere, realizzata da Marcello Staglieno nel maggio 2000. Quel dialogo doveva fare da in­troduzione ai Diari 1945-1950 di un’altra grande penna del Novecento, Giovanni Ansaldo, con cui Montanelli aveva collaborato alla redazione di Omnibus, nella casa editrice Longanesi e nell’avventura del primo Borghese, quando un gruppo di intellettuali inseguiva il sogno di una destra normale. Una destra che aveva come numi tutelari Quintino Sella e Max Weber. Niente a che fare con la linea missina che il settimanale avrebbe poi assunto sotto la direzione di Mario Tedeschi.

Dopo aver fatto la lunga intervista e averla sottoposta anche all’approvazione del figlio di Ansaldo, Giovanni Battista, Montanelli si tirò indietro, ricordando una norma del contratto che lo legava alla Rizzoli: non poteva pubblicare per altri editori testi memorialistici. Così pregò l’amico Staglieno, che per anni aveva diretto le pagine culturali del suo Giornale, di lasciar perdere. L’intervista rimase inedita e i Diari di Ansaldo uscirono nel 2003 dal Mulino con un singolare testo introduttivo: la memoria scritta che lo stes­so Ansaldo aveva reso alla polizia italiana, quan­do fu arrestato al ritorno in Italia dalla prigionia in Germania.

«Il tempo delle chimere» aveva definito An­saldo il primo quinquennio del secondo dopo­guerra. Montanelli condivide il giudizio dello scrittore e giornalista genovese, che reputa il principe dei memorialisti. Un conservatore che era arrivato al fascismo quando questo era diven­tato regime e si era identificato con lo Stato, do­po un’iniziale opposizione dalle colonne della Rivoluzione Liberale e il confino nel 1927 nel­l’isola di Lipari. Un fascista atipico, come lo era diventato, per motivi e in modi diversi, il più gio­vane Montanelli. Attraverso il racconto dell’amicizia con Ansal­do («perenne conservatore» che faceva soggezio­ne allo stesso Mussolini), con Berto Ricci, di cui era stato collaboratore al gruppo dell’Universa­le dove si coltivava l’utopia di un «italiano nuo­vo», e soprattutto con il geniale Leo Longanesi («esempio — rarissimo in Italia — di uomo indi­pendente», «fosse stato vivo nel ’74, non ho dub­bi che a dirigere 'il Giornale' sarebbe stato lui»), Montanelli traccia la propria autobiografia. Dalla giovanile adesione al fascismo e all’avventura in Africa, da cui nacque XX battaglione eritreo, alla precoce disillusione per il regime, poi testimo­niata in Qui non riposano.

Che Montanelli non fosse proprio in linea con la retorica di regime lo aveva dimostrato già nella corrispondenza per il Messaggero dalla Spagna, definendo la batta­glia di Santander «una lunga passeggiata milita­re con un solo nemico: il caldo». Una battuta che gli costò la radiazione dal Pnf, ma che non inter­ruppe la sua carriera, grazie soprattutto alla sti­ma del direttore del Corriere della Sera, Aldo Borelli. Il primo servizio per il Corriere fu dal­l’Albania, ribattezzata «Grandu­cato di Toscana» per via degli «investimenti che vi avevano fatto Ciano, Benini e altri fasci­sti livornesi». Poi i viaggi in Estonia, Lettonia, Lituania, Fin­landia durante il conflitto con l’Urss («le mie corrispondenze da Helsinki, tutte a favore dei finlandesi, entusiasmarono gli italiani»), Norvegia e Svezia. «A Stoccolma — racconta Monta­nelli — unico straniero invitato a un banchetto di giornalisti an­glo-francesi per festeggiare l’av­vento al potere del 'giornalista' Churchill, ricevetti una propo­sta che avrebbe potuto cambiar­mi il destino: lascia l’Italia, rifu­giati a Londra e collabora alla propaganda antifascista... Rifiu­tai e non me ne pento: anche se poi, dopo i rimproveri ricevuti in Svizzera nel 1944, a Milano a fine giugno 1945 qualcuno che era venuto con gli americani a bombardare le città italiane ebbe la faccia tosta di rinfacciarmelo...».

Torniamo alla scena madre in Svizzera davanti «al Sant’Uffizio di stampo azionista»: «Ch’io fos­si scampato alla fucilazione nazista poco impor­tava, avevo il difetto di esistere, di essere genera­zionalmente cresciuto nel ventennio. E nessuno voleva certo ricordare, in quello strisciante neo­conformismo, che io mai gradito alla gerarchia fascista, non lo ero stato soprattutto durante la Repubblica di Salò». In una puntuale appendice all’intervista, Mar­cello Staglieno contesta i sospetti avanzati da al­cuni biografi del grande giornalista sulla reale esistenza della sentenza di condanna a morte e sull’effettiva presenza di Montanelli in piazzale Loreto il 29 aprile 1945, come testimone della «macelleria messicana». Veleni, cui rispondono i documenti.

Dino Messina
05 ottobre 2009

lunedì 18 maggio 2009

Intervista a Morgan


di Valerio Rosa


Eccentrico, eclettico, imprevedibile e spiazzante. È così che lo descrivono, ed è così che è diventato uno dei fenomeni televisivi dell’anno, trasformando "X Factor", Raidue, in un talent show geneticamente modificato, in un’isola in cui la musica pare essere tornata miracolosamente protagonista, tanto da attrarre sinanche nomi come Ivano Fossati e Pino Daniele. «Quanto è intelligente!», sospirano quelli che si affacciano ad " X Factor" come attratti da una forma di vita aliena. D’altronde è sin da quando ha raggiunto la notorietà con i Bluvertigo, che Morgan provoca, incuriosisce, fa discutere: lo fa con i suoi dischi (è in uscita «Italian Songbook», in cui rivisita alcuni grandi classici della canzone italiana) e lo fa in tv, dove si prepara per il gran finale di «X Factor», accanto a Simona Ventura. Lo fa con i libri: «In parte Morgan», scritto col giornalista Mauro Garofalo e pubblicato da Elèuthera, è un viaggio nel suo pensiero, nel suo rapporto con la musica e la macchina mediatica.

Elèuthera è una casa editrice libertaria. Sei per caso anarchico?
« L’anarchia è una teoria filosofica, l’anarchismo è un comportamento anarcoide. Penso all’intelligenza artificiale: i ricercatori che se ne occupano dicono che non si potrà mai realizzare, ma perseguendola ottengono risultati che migliorano la qualità della nostra vita. E così le piccole conquiste libertarie sono quelle che rendono dignitosa l’esistenza sociale».

Ai concorrenti di «X Factor» citi spesso le regole di vita musicale di Schumann, che suggeriscono rigore, disciplina, dedizione. Un musicista di oggi come fa a coniugarle con le esigenze del mercato, le lusinghe del successo?
«Personalmente le applico senza difficoltà. Ho avuto dei buoni maestri che non hanno mai separato la vita dall’arte, perché la musica è inscindibile dalla struttura umana e dal modo di sentire del musicista, pertanto certe regole sono naturalmente e spontaneamente applicate dal buon musicista, senza nessuna fatica. Poi si possono anche sovvertire e rivoluzionare, ma solo se le si conosce e le si applica correttamente. La musica, in ogni caso, è soggetta a regole perché è una scienza esatta».

Ancora Schumann: regola 24. "Considerate come cosa abominevole e mostruosa quella di praticare il benché minimo cambiamento nelle opere di buoni maestri, l'omettervi qualche parte, o l'aggiungervi del nuovo". Eppure hai modificato parecchio l'arrangiamento e gli accordi di “Albachiara” per la cantante Noemi, sostenendo che dopo 30 anni erano necessari dei cambiamenti.
«Ma "Albachiara" è musica leggera. E la musica leggera non è scritta, non ha spartiti, si tramanda oralmente e quindi le modifiche sono inevitabili. Lo stesso vale per le fiabe: la versione originale del "Cappuccetto Rosso" di Perrault termina col lupo che se la mangia; il cacciatore che uccide il lupo e salva Cappuccetto Rosso è stato aggiunto dalla tradizione orale. Le canzoni sono tradizione popolare, quindi si possono modificare. Altrimenti avrei lasciato "Albachiara" così com’è».

Non ami molto Vasco Rossi, o sbaglio?
«Mi piacciono le ballate cantautorali, in cui dimostra di essere un artista illuminato e intelligente, capace di cogliere aspetti profondi delle relazioni umane. Non amo invece il suo rock sloganistico, perché mi sembra un vecchio che si atteggia a ragazzino».

La regola 29 di Schumann fa riferimento all'intelligenza e al gusto dell'uditorio. Il pubblico italiano quanto ti sembra preparato?
«Ãˆ nascosto, esiste ma si vergogna. Gli intenditori ci sono, altrimenti non si spiegherebbe il successo di artisti stranieri come Bjork, Smashing Pumpkins, Massive Attack. Forse i dischi italiani sono prodotti da una classe dirigente discografica impreparata, poco coraggiosa, che non produce cultura».

"Etica" è parola che usi spesso. Esiste, per citare Battiato, un'etica fonetica?
«La struttura musicale è una cosa astratta: quando mi ritrovo coi miei strumenti e ho a che fare con note, accordi, cadenze, ritmi, timbri tutto è concesso, non c’è etica, anzi più si è distruttori più si è grandi, se si è capaci di inventare nuove strutture. L’etica entra in causa quando si lavora sul testo».

E qui viene in aiuto la regola 60. "Le leggi della morale sono anche quelle dell'arte". Sei d'accordo?
«Totalmente. Non sopporto l’idea di artisti grandi ma uomini di merda, tipo De André o John Lennon. Chi si permette cedimenti umani sputtana la sua figura di artista. Lennon fu lasciato dal padre e se ne lamentò in una canzone, ma a sua volta lasciò suo figlio. Tutti sanno che De André era un tipo cattivo, ma allora tutta questa pietà nelle canzoni cos’era? Avrebbe fatto meglio a metterne di meno nelle canzoni e di più nella vita».

A proposito di De André, hai definito "Bocca di rosa" una tesi di laurea.
«De André è superiore a tutto ciò che si ascolta oggi, per l’impianto narrativo, il suono, la musicalità della parola, le soluzioni moderne impiantate su basi antiche. Lo stesso vale per Jannacci, Gaber, Tenco, Endrigo. Peccato che nell’interpretazione dei Farìas a "X-Factor" non ci fosse pensiero; per motivi di tempo erano stati tagliati i versi sui cattivi consigli dati come Gesù nel tempio, che è la stoccata morale che ci tira in mezzo tutti. “Anche se vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”: tu che additi la puttana sei più puttana di lei».

08 aprile 2009

sabato 2 maggio 2009

Se le anatre fanno mobbing


Così un fenomeno naturale è diventato un virus della modernità
Mobbing è un termine che sa di nuovo. Richiama alla mente l’odore bruciato dei fogli fotoco­piati, il frullio intermittente delle ventole che raffreddano i computer sempre accesi, il gonfiore delle caviglie da troppe ore incrociate sotto la scrivania, i neon rettangola­ri appesi al soffitto e il linoleum traslucido in­collato al pavimento. Come molti inglesismi con la desinenza -ing (stalking, phishing, hacking, spamming...), il mobbing viene spes­so classificato come una cattiva abitudine del­la modernità, un virus creato dal progresso, incubato nella cattività dell’ufficio e rimesso pericolosamente in circolo, infinite volte, dai sistemi chiusi di aerazione.

Invece, il mobbing è innanzitutto un feno­meno naturale. L’etologo Konrad Lorenz, pre­mio Nobel per la medicina nel 1973, fu il pri­mo a utilizzare il termine, parlando di anatre selvatiche, per descrivere l’aggressione di un gruppo ai danni di un altro esemplare. Un as­salto collettivo, con lo scopo di spaventare e allontanare il singolo, percepito come minac­cia. In effetti, si tratta proprio di questo.

Comincia senza clamore. Un giorno scopri di essere stato spostato di ufficio. Vieni separa­to dal collega con cui condividevi le pause caf­fè e commentavi le partite della domenica. Ti dispiace, ma potrebbe anche trattarsi di una svolta positiva: ora, alle scrivanie accanto alla tua, siedono infatti due impiegati che hanno grande confidenza con il nuovo capo. Sembra­no amichevoli, ti propongono delle uscite se­rali, di andare a fare jogging insieme, ma poi, per ragioni ogni volta diverse, non si combina mai nulla. I ritmi rallentano, c’è meno da fare. Con il tempo, avverti un’incipiente fiacchezza, hai l’impressione che i compiti che ti vengono affidati siano via via più semplici, quasi incon­sistenti. In silenzio, ti capita di domandarti sempre più spesso se il tuo lavoro sia veramen­te utile («demansionamento»). Poi, a pochi giorni dalla conclusione del progetto che ave­vi ideato, curato e portato avanti per mesi, ti viene comunicato che la responsabilità non è più tua, che il timone passa a una coppia di stagiste inesperte («straining»). Allora non so­no io, dici, sono loro. Già, ma loro chi? I due compagni d’ufficio fanno spallucce: non trova­no ci sia nulla di strano («Non sarai troppo stressato?»). Ormai è da tempo che non ti invi­tano a unirti alle loro pause caffè. Li sorprendi spesso a parlare sottovoce, gli occhi puntati nella tua direzione, quasi stessero cospirando («mobbing orizzontale»). Il capo è sempre troppo impegnato per riceverti, non risponde neppure al telefono («mobbing verticale», «bossing»). Ti ritrovi accerchiato e solo, con quel senso d’impotenza kafkiano che prende quando, dopo mesi di un disservizio irrisolto, la ragazza di un call-center risponde: «No, non posso passarle il mio superiore. Non ho neppure il suo numero». La certezza del com­plotto arriva quando il tuo account e-mail vie­ne bloccato. Improvvisamente hai paura. Di cosa? Di qualcosa di spaventoso, come solo ciò che è invisibile può essere. Inizi a soffrire di nausea, hai le vertigini, forti mal di testa («disturbo post-traumatico da stress»). «For­se ti serve una vacanza», consigliano i colle­ghi. Tu diventi irascibile, ti dibatti come un pe­sciolino stretto in una mano, minacci azioni legali e questo non fa che giustificare e alimen­tare ogni ulteriore ostilità nei tuoi confronti.

Infine, una mattina come tante, trovi la stan­za d’ufficio misteriosamente spopolata. Sulla tua scrivania sgombra è poggiata una lettera. Licenziato. La giusta causa? I ripetuti ritardi. Umiliazione, panico, svuotamento. C’è una se­quenza della brillante fiction televisiva The Of­fice, realizzata nel Regno Unito dalla Bbc e tra­smessa in Italia da Mtv, che racconta esatta­mente questi istanti. Nell’ultimo episodio del­la seconda serie il viscido, compiaciuto ed esi­larante protagonista David Brent viene licen­ziato (gli inglesi hanno una forma più genti­le/ ostile per dirlo: to make redundant, rende­re superfluo). Inizialmente, Brent abbozza di fronte al superiore, che gli ha appena comuni­cato la notizia. Ma, quando questo gli tende la mano per la stretta finale, lui gliela trattiene. «Don’t make me redundant — sussurra, sup­plichevole, spogliato di ogni dignità —, plea­se ». Non mi licenzi. Per favore.

Sul sito dell’Aivil (Associazione Italiana Vit­time e Infortuni sul Lavoro, www.associazio­neaivil.com ) c’è scritto che, a differenza di al­tri problemi la cui portata si può intuire con uno sforzo di immaginazione, per quanto ri­guarda le situazioni di emarginazione profes­sionale o stress lavorativo, «solo l’esperienza diretta, non sempre facilmente comunicabile razionalmente, non sempre oggettivabile» è in grado di fornire un’adeguata comprensio­ne.

Ma, quantomeno per intuire la portata del disagio, si può leggere il romanzo di Annette Pehnt, intitolato proprio Mobbing, appena pubblicato in Italia nell’affidabile collana Bloom di Neri Pozza (traduzione di Riccardo Cravero, pp. 154, e 15). L’autrice tedesca rico­struisce un caso emblematico di mobbing, dalle prime avvisaglie fino all’inevitabile epilo­go, con perizia documentaristica ma senza al­cuna pedanteria, in uno stile incalzante e sin­copato. Joachim viene ostracizzato dai colle­ghi, esautorato del proprio ruolo e infine eli­minato. La sua discesa agli inferi è raccontata dalla moglie, con la voce allarmata, compas­sionevole, affettuosa, irritata e talvolta esau­sta di chi non vive la situazione in diretta, ma ne paga tutte le conseguenze. La protagonista assiste alla distruzione di suo marito, che gli assilli lavorativi rendono addirittura incapace di baciarla, di aiutarla ad accudire le due fi­glie piccole, di stringerle la mano dopo il lun­go travaglio che precede la nascita della se­conda.

Per Annette Pehnt, il mobbing non esauri­sce il suo effetto sulla vittima designata. È una catena disastrosa: dal marito alla moglie, dalla madre al figlio, dalla coppia agli amici, e così via. Il nervoso accumulato in ufficio si sfo­ga in una risposta aggressiva data a casa, la preoccupazione per i soldi che cominciano a scarseggiare diventa una sberla di troppo alla bambina, l’impossibilità economica di per­mettersi le vacanze «come tutti gli altri» un disincentivo per telefonare anche all’amica più cara. Prima ancora di suo marito, la prota­gonista è forse una vittima del mobbing, di un mobbing diverso però: casalingo, striscian­te, accolto come un sacrificio dovuto alla fami­glia. Ha abbandonato il lavoro di traduttrice per restare con le bambine, fino a confinarsi nel rassicurante e desolato isolamento dome­stico, dove — proprio come nell’azienda del marito — non ha nessuno con cui confidarsi, e dove le figlie sono una presenza incancella­bile e spesso alienante, «valvole di sicurez­za », che costringono a comprimere la rabbia nel petto, senza lasciarla mai esplodere.

Il mobbing è un fenomeno naturale. Appar­tiene alle anatre selvatiche e agli esseri umani, a ogni branco ed eco­sistema. È una crudele dinamica di sopravvivenza. Di certo, l’ostraci­smo dal proprio ambiente lavorati­vo è una condizione difficile da im­maginare, se non la si sperimenta in prima persona. Ma per avvici­narvisi è possibile fare un salto in­dietro, a quando eravamo bambi­ni, a quando eravamo più spietata­mente «naturali», e rivivere una scena quoti­diana. Un bambino si avvicina a un gruppo di compagni di scuola, riuniti in cerchio intorno a un percorso per le biglie, le mani poggiate a terra, le teste chine. Chiama il capetto, toccan­dolo timidamente sulla spalla: «Posso giocare anch’io?». «No, tu no». Qualcuno fa eco alla ri­sposta, qualcun altro tace, imbarazzato: il lea­der non va contraddetto. Fuori da quel cerchio ci siamo stati tutti, almeno una volta. E quella risposta negativa e ingiustificata l’abbiamo da­ta in altrettante occasioni. Se abbiamo sempli­cemente taciuto, non fa poi molta differenza, mobbizzati e mobbizzatori che siamo.

Paolo Giordano
27 aprile 2009

domenica 26 aprile 2009

L’amore nell’antica Roma quando i gladiatori erano come i calciatori


Che l’emancipazione femmini­le non fos­se un fatto di élite, ma avesse toccato anche le donne del­le classi meno alte, è chiaramente mostrato dai reperti, e più in partico­lare dai graffiti pompeiani. Per cominciare: le donne di Pom­pei, oltre a frequentare i teatri, assi­stevano ai giochi gladiatori, ai quali pare si appassionassero non tanto per i giochi in sé quanto per i gladia­tori; i quali, se sopravvivevano alle lo­ro non facili esibizioni, diventavano le star dell’epoca — un po’ come i cal­ciatori di oggi, o come i cantanti rock, ammirati e amati dalle donne di ogni ceto sociale. A dimostrarlo, ecco le iscrizioni che a Pompei, più o meno scherzosamente, alludono al loro fascino irresistibile. Il trace Celado, ad esempio — leg­giamo nella caserma dei gladiatori — fa sospirare le ragazze. Chi lo ha scritto, una donna o un uomo? Poco importa, in ogni caso dal graffito vie­ne una conferma del fatto che le ra­gazze di Pompei non erano insensibi­li al fascino dei muscoli e della cele­brità. Sullo stesso edificio, un altro graf­fito ci informa che Crescente, il rezia­rio (uno dei gladiatori specializzati nel combattere con una rete, con cui dovevano difendersi dagli attacchi av­versari), era «il medico notturno del­le ragazze». Piacevano a tutte, questi gladiatori.

Oltre che alle ragazze di modeste condizioni sociali, anche al­le matrone, che a quanto pare, più es­si uscivano malconci dalle lotte, più li amavano. Quanto meno, così vuol farci credere il solito Giovenale, che nella sua satira sulle donne racconta di una certa Eppia, che aveva abban­donato casa e famiglia per seguire un gladiatore, tal Sergetto, che attende­va, ormai, / con quel braccio spezza­to il suo congedo; / e molti sfregi avea nel volto, e il ciuffo / diradato dall’el­mo, e in mezzo al naso / un grossissi­mo porro; e un male acuto / gli facea sempre gocciolare un occhio. / Ma un gladiatore egli era! Per lui, dice Giovenale, anche se era stata abituata da bambina a ogni lusso, e anche se faceva grandissime difficoltà se il marito tentava di farla salire su una nave, Eppia aveva sfida­to le onde, seguendolo fino in Egitto: quel Sergetto non doveva essere ri­buttante come Giovenale lo descrive. La patologica misoginia del poeta emerge anche in questi versi, e si con­ferma quando, generalizzando il comportamento di Eppia, scrive che quelle che a un amante / van dietro, hanno stomaco di bronzo, / quella vo­mita addosso al suo marito, / questa tra i marinai mangia e passeggia / su e giù per la nave e si compiace / nel maneggiare i ruvidi cordami.

Non le amava affatto le donne, Gio­venale. Ma, al di là delle sue esagera­zioni, possiamo cogliere una verità: anche le signore delle classi alte era­no sensibili al fascino dei gladiatori. Come del resto parrebbe confermare un altro ritrovamento pompeiano. Nell’alloggio dove dormivano i gla­diatori, infatti, sono stati trovati i re­sti di una persona di sesso femmini­le, e dei gioielli, che presumibilmen­te le appartenevano. Cosa ci faceva, in quel posto, una signora ingioiella­ta? Esercitando un po’ la fantasia, si è diffusa l’idea che quella sera la signo­ra fosse andata, presumibilmente di nascosto, a trovare il suo bel gladiato­re. Chissà se il cataclisma la sorprese appena arrivata, o mentre si accinge­va a tornare a casa. Come che sia, mo­rì in un momento felice.

***

Erano molto preoccupati, i roma­ni. Nonostante l’impegno che aveva­no messo, e che continuavano a met­tere, nell’opera di educare le donne alla virtù, erano stati costretti a ren­dersi conto che qualcosa dovevano aver sbagliato. A cavallo tra il I secolo avanti e il I secolo dopo Cristo, vedevano la città popolata da donne i cui costumi avrebbero fatto inorridire i loro ante­nati. Delle libertà (alcune delle quali concesse da loro stessi, massima del­le beffe) le donne non si limitavano a fare un uso discreto, capace di non sconvolgere le antiche abitudini: ne abusavano, ne approfittavano in mo­do indecente. Questo pensavano i ro­mani. A loro non piacevano proprio le donne emancipate. Per loro, l’emancipazione era un pericolo so­ciale.

Diceva Cicerone, parafrasando Platone, che là dove donne e schiavi non obbedivano era l’anarchia. Ma le accuse più pesanti alla presunta dis­solutezza delle donne vengono dai poeti: in particolare, i poeti satirici. Giovenale, per cominciare. In lui, la descrizione della nequizia femmi­nile raggiunge livelli paradossali. Al di là di ogni considerazione sulla en­fatizzazione e caricaturizzazione del­la realtà tipica del genere letterario, i versi di Giovenale rivelano una miso­ginia quasi patologica: «La lussuria è vizio di tutte, schiave e padrone», scrive nella sesta satira, «da quella che va scalza per le strade della città, a quella che si fa portare in lettiga da schiavi siriani, le donne, tutte, senza scampo, sono dissolute». Certo. Lo sappiamo: la satira porta la realtà alle estreme conseguenze, ri­dicolizzandola, non di rado per esor­cizzare nel riso il disagio e, spesso, una vera e propria paura. Ma perché avevano paura delle donne, i romani? Cosa temevano? In primo luogo, che volessero co­mandarli (come, secondo i poeti sati­rici, ormai facevano senza un mini­mo di ritegno). Soprattutto se erano ricche. Un timore diffuso, che Marzia­le dichiara apertamente: Donna ricca sposare? No. Perché, / mi domanda­te. Perché voglio / sposare, non esse­re sposato. / La moglie, Prisco, sia soggetta al marito: / è la sola egua­glianza possibile tra i due. Più chiaro di così. Comandano, pretendono. Ormai, sono convinte che avere un amante sia un loro dirit­to. Alcune arrivano a pensare che li­mitarsi a uno solo sia quasi una con­cessione al marito.

Eva Cantarella
23 aprile 2009

lunedì 20 aprile 2009

«Corviale e Scampia, ripartiamo da lì»


Secondo lui «la storia con i suoi sim­boli architettonici del potere, primi tra tutti i grattacieli, ha finito per ap­piattire la società»; l’arte è tenden­zialmente «inutile perché rappresenta una risposta inconsistente ad una realtà imbaraz­zante »; la cultura di oggi semplicemente «barcolla»; le nostre città «sono ormai go­vernate soltanto dal caos». L’ha detto (e ripe­tuto) più volte. Ma, come in una seduta psi­coanalitica, Rem Koolhaas («lo psicoanali­sta delle città» lo hanno appunto definito) ad ogni appuntamento sembra voler scopri­re un ulteriore tassello del proprio puzzle.

Così, presentando in anteprima il nuovo frutto della collaborazione con Prada, il Pra­da Transformer di Seul («spazio funzionale che potrà cambiare forma e utilizzo di volta in volta»), Koolhaas offre il fianco a nuove discussioni. Ad esempio sui musei nella lo­ro forma più classica: «Gli spazi rigidi e codificati non hanno più alcuna ragione di esistere, nemmeno quel­li destinati all’arte e alla cul­tura, il futuro anche per lo­ro sta nella flessibilità». Ma ce n’è anche per i «grandi mecenati», quelli stessi che hanno contribuito a lanciare il fenomeno delle archistar (di cui Koolhaas fa evidentemente parte): «Ci hanno chiesto di fare edifici spettacola­ri, di cui si parlasse, che fossero architetture urlate. Forse per noi sarebbe meglio tornare ad architetture più composte, più ragionate e meno spettacolarizzate». Secondo lui, poi, questa crisi (come già per Rafael Moneo) ser­virà: «Dobbiamo recuperare l’impegno so­ciale delle architetture degli anni Sessanta, quando si costruiva non perché se ne parlas­se, ma per dare case».

Eppure molte di quel­le architetture, in Italia soprattutto, non ven­gono oggi additate come buoni esempi da seguire: «Il Corviale di Roma, lo Zen di Pa­lermo, le Vele di Scampia (ma lui per defi­nirle usa solo un termine, gomorra) oggi ci sembrano forse brutte, ma il nostro gusto è diverso da allora e, soprattutto, quelli erano progetti con una funzione sociale-politica importante, alle quali bisognerebbe guarda­re oggi con una attenzione ritrovata». Davvero non sembra un caso che Rem Ko­olhaas abbia vinto il «Pritzker Prize», il No­bel per l’architettura, proprio nell’anno 2000: chi meglio dell’architetto olandese (nato a Rotterdam il 17 novembre 1944) pote­va interpretare le contraddizioni del nuovo Millennio. E Koolhaas (che in una preceden­te vita è stato anche giornalista e sceneggia­tore cinematografico) ha saputo davvero rac­contarle in modo eccellente e anticipatore. Con i suoi progetti: lo Zkm di Karlsruhe, lo Yokohama Urban Ring, l’Educatorium di Utrecht, l’Opera di Cardiff, la Casa della mu­sica di Porto, la sede della China Central Te­levision di Pechino. E con i suoi libri, da quel Delirious New York (Mondadori Electa) ormai considerato «un classico dell’architet­tura contemporanea» e che lo ha reso im­provvisamente famoso) al più recente Junk­space (Quodlibet) che propone un «ripensa­mento radicale dello spazio urbano». L’ultima evoluzione dello «junk-space» (lo «spazio-spazzatura», caotico eppur viva­cissimo, «che rappresenta l’attuale realtà del­le città»), dice lo stesso Koolhaas, è proprio quel tetraedro mutante capace di trasformar­si di volta in volta in museo, cinema, passe­rella per sfilate e eventi (rigorosamente mul­ticulturali) pensato per Prada: «Qualcosa di totalmente differente da ogni possibile idea di museo precedente».

Koolhaas (tutto vesti­to di grigio ma con un gioco raffinato di nuance, capelli cortissimi quasi da monaco, occhi vivacissimi) lancia nuove provocazio­ni, sia pure con il suo tradizionale fare estati­co, dalla futura sede della Fondazione Prada: un complesso industriale dei primi del Nove­cento a sud di Milano, 17.500 metri quadrati (di cui 7.500 della fabbrica già risistemata e 10 mila per una nuova costruzione) destinati a diventare un centro per le arti con diverse identità più un grattacielo (naturalmente fir­mato da Koolhaas) per la collezione perma­nente. «Città senza glamour» chiama Milano «se non fosse per la moda e il design», ma anche «l’unica che potrebbe diventare la cit­tà del moderno». Un oggetto, il Prada Transformer, da 300 metri quadrati di superficie massima, 20 di altezza, 20 di diametro, «svariati milioni di euro» di spesa. Che cambia forma a seconda della necessità: esagono, croce, rettangolo oppure cerchio perché questo edificio inte­ramente ricoperto di una membrana elasti­ca liscia (ruotato con l’aiuto di una gru) «po­trà essere riconfigurato a seconda del pro­gramma previsto, per dare ai visitatori espe­rienze completamente diverse». Ogni lato è progettato in funzione di un’installazione specifica, creando così quattro volumi con altrettante identità: «Quando un lato diven­ta il pavimento, gli altri tre si trasformano in pareti e soffitto, richiamando al tempo stes­so l’evento passato o anticipando quello fu­turo». Perché, spiega Koolhaas: «La cosa in­teressante è il riconoscimento del Transfor­mer come organismo dinamico, rispetto ad un oggetto semplicemente statico, che si adatta arbitrariamente al programma e che può essere plasmato in tempo reale, a secon­da degli specifici programmi che si intende proporre al suo interno».

Proprio come de­ve succedere, dice, agli edifici che vorranno «sopravvivere in questo nostro junk-space». Questo è Prada Transformer (citazione in bilico tra il film di fantascienza di Michael Bay e il longplaying di Lou Reed) che verrà inaugurato il 25 aprile a Seul con «Waist Down - Skirts by Miuccia Prada», anche que­sto un progetto in divenire che «presenta una collezione di gonne in movimento che spazia dalla prima sfilata ad oggi» («dove sa­ranno esposte gonne create da studenti di moda coreani emergenti per promuovere l’interazione tra due mondi della moda e per amplificare il significato della moda stes­sa da prospettive culturali diverse»). Poi a se­guire il festival cinematografico «Flesh Mind and Soul» dedicato a Alejandro Gonzá­les Iñárritu (il regista di Babel e 21 Grammi) che dovrà «lasciare gli spettatori sazi e al contempo ancora affamati». Il tutto in una collocazione certamente non normale: situato accanto al cinquecente­sco Gyeonghui Palace, Prada Transformer «si propone come uno spazio multidimen­sionale che è espressione del XXI secolo, del­la storia, della tradizione e delle radici corea­ne ». Ribadisce Koolhaas: «Un modello da se­guire, la strada giusta per cambiare le nostre città». Ma anche per recuperare «il sublime dell’arte», visto che per Koolhaas «la moda è sublime, anzi è più sublime della stessa ar­te ». E al tempo l’arte nasconde una dimen­sione sociale «dimenticata» al pari di quella di un Corviale («quello di Pasolini» specifi­ca Koolhaas). D’altra parte, nemmeno i mecenati sono tutti uguali: «Ce ne sono di speciali e di no, di quelli che vogliono urlare e di quelli che vogliono far pensare».

Stefano Bucci
07 aprile 2009

lunedì 30 marzo 2009

La figlia del duce malata d’amore per un partigiano






«Conobbi Ellenica una sera. Al termine di una violenta dimostrazione per le vie del paese, in cui avevo potuto calmare gli animi con poche e semplici parole. Mi apparve come una rondine ferita dalle ali infrante». Lei, invece, rimase affascinata da tanta forza e bellezza, in cuor suo lo chiamò subito Baiardo, il focoso cavallo dell’Orlando furioso e dopo qualche giorno gli scrisse: «Caro amico, se i vostri impegni politici e i vostri svaghi della domenica ve ne danno la possibilità, vorrete essere così cortese di venirmi a fare una visitina?». Non è un romanzo, ma una storia d’amore vera, una passione struggente tra due persone che non ti saresti mai aspettato di vedere insieme: Edda Ciano (Ellenica), figlia del Duce al confino nell’isola di Lipari dal settembre 1945 al giugno dell’anno successivo, e Leonida Bongiorno (nel lessico della corrispondenza amorosa, Baiardo, o Lecret dal nome del generale che combatté per la liberazione di Cuba nel 1898), capo dei comunisti liparoti, figlio dell’antifascista Eduardu, che ricalcando le carte nautiche ottenute da un amico aveva reso possibile nel 1929 la fuga degli antifascisti Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti.

Il padre di Leonida-Baiardo era uno di quegli uomini tutto d’un pezzo, primo trombone nella banda del paese che riponeva lo strumento quando bisognava intonare «Giovinezza». Un socialista da sempre che teneva a un suo orgoglio anticonformista: quando gli americani gli chiesero di fare i nomi dei fascisti locali per vendicarsi, lui declinò l’invito. La soddisfazione se l’era presa da solo, tenendo la schiena dritta. Così il figlio, laureato in economia a Bologna, arruolato come tenente degli alpini, una rarità per un isolano, partigiano in Francia con il nome falso di Paul Zanetti dopo essere fuggito dalla prigionia dei nazisti. Un uomo intelligente ed energico che non aveva esitato a prendersi cura della «rondine dalle ali infrante», anche se era la figlia del Duce. A raccontarci questa storia, dopo una tenace ricerca dei documenti — le lettere di Edda, il memoriale e i commenti di Leonida — è Marcello Sorgi, ex direttore della Stampa, nel libro Edda Ciano e il comunista. L’inconfessabile passione della figlia del Duce (in uscita da Rizzoli il 1˚aprile, pagine 150, e 18). Sorgi aveva anticipato la notizia sulle pagine culturali del quotidiano torinese il 1˚ottobre dell’anno scorso.

Il racconto si basava sulla lettura delle trascrizioni delle lettere, a volte in francese o in inglese, che, come in un romanzo di Alexandre Dumas, erano sepolte in un vecchio armadio nella casa di Edoardo, il figlio di Leonida, assieme a ciocche di capelli, biglietti, fotografie, annotazioni. Un materiale che Sorgi ha potuto esaminare per primo e ha elaborato in un racconto romantico e avvincente pur rispettando la verità fattuale. L’autore si è avvalso a tal fine della consulenza storica di Giovanni Sabbatucci. I primi contatti fra Edda e Leonida sono interessati ma cauti. Lei, dopo essere stata scaricata in una stamberga nel centro dell’isola dal commissario Polito, lo stesso che aveva preso in consegna Benito Mussolini dopo il 25 luglio 1943, chiede al nuovo amico se può andare ad abitare nella casa di famiglia del Timparozzo, ribattezzata da Edda la «Petite Malmaison», secondo il nome che Josephine de Beauharnais aveva dato alla sua dimora dopo essere stata abbandonata da Napoleone. Leonida, con l’approvazione del padre, acconsente, e una notte di primavera, sulla terrazza di quella casa incantevole, avviene l’incontro d’amore. Lui la prende appoggiato al muro accarezzandole le gambe, secondo Edda la parte più bella del suo corpo di trentacinquenne.

Il coetaneo Leonida-Baiardo si innamora, Edda-Ellenica sulle prime non si lascia andare: Ellenica partecipa al gioco erotico, scandalizza tutti esibendo sulle spiagge di Lipari e Vulcano un audace due pezzi, ma Edda è guardinga, ancora ferita dalla tragedia famigliare. Quando lui si dichiara, «voi per me potreste essere la donna ideale», quasi lo irride: «Ãˆ possibile che io lo sia per tutti gli uomini?». Lui la ama e la teme, si sente un Ulisse con la sua Circe e le recita a memoria il passo dell’Odissea in cui la maga indica all’eroe omerico due rotte impossibili per far ritorno a Itaca. Lei gli risponde con i versi di Byron: «When we two parted...», «quando noi ci dividemmo, in silenzio e lacrime, i nostri cuori si spaccarono a metà». La passione cresce e con l’amore la confidenza. Edda, al confino con l’accusa di aver spinto il padre a entrare in guerra, scrive un memoriale, probabilmente aiutata da Leonida, negando ogni responsabilità pubblica: «Nel partito non ebbi mai nessun incarico... Come moglie del ministro degli Esteri non potevo che seguire le direttive che mi venivano date». Più che per questo memoriale, ma grazie all’amnistia Togliatti, a fine giugno 1946, arriva la comunicazione della libertà anticipata.

In una cronaca maliziosa, un corrispondente del Corriere della Sera scrive che «l’elegante signora» pare poco interessata a lasciare l’isola, anche perché «non ha disdegnato l’assidua compagnia di un aitante giovane del luogo, il sig. Leonida Bongiorno». Edda, in realtà, ha interesse a ritornare a Roma, per riabbracciare i figli. Con sé porterà un ricordo: il suo ritratto nudo eseguito a matita dal bel Leonida. Comincia così la seconda parte della corrispondenza: lei lo vezzeggia, «caro amico e fidanzato », «Baiardo mi manca molto», abbandona i toni ironici degli inizi quando lo chiamava «adorabile allievo di sieur Palmiro». Ma aumentano i silenzi di Leonida, che intanto ha incontrato Angela, la futura moglie, detta la «Chevelue» per via della folta chioma. Ellenica e Baiardo si rivedono, il primo incontro in un hotel di Messina dove lei si presenta con una carta d’identità falsa. Poi il nuovo distacco. E la sempre più appassionata e dolorosa corrispondenza. Edda si lascia andare a confidenze: «Perché è toccato a me scegliere tra le due persone più care?», alludendo al marito giustiziato e al padre cui non aveva perdonato di non essere intervenuto. Alla fine il grido: «Venite dunque con me. Non abbandonate questa felicità che gli Dei vi offrono». Siamo alla fine. Le risposte di Leonida si faranno sempre più rare, sposerà Angela. «Ellenica» e «Baiardo» si ritroveranno sessantenni nel 1971, ancora a Lipari, davanti a una parete su cui lui aveva fatto incidere i versi omerici con le parole di Circe: «Tu da solo col tuo cuore consigliati: io ti dirò le due rotte». La passione non si era mai spenta.

Dino Messina
27 marzo 2009

mercoledì 25 febbraio 2009

Quando l'aringa era "global"


25/2/2009
WALTER BARBERIS

Non sappiamo come e quando la crisi economica che ha avviato tutto il mondo verso un futuro incerto finirà. Sappiamo che è figlia di una finanza dissennata e truffaldina che ha venduto ciò che non possedeva, inventando e diffondendo come virus scatole luccicanti e tuttavia vuote di ogni contenuto materiale. Storditi dal tracollo, molti rimpiangono attività manifatturiere che non ci sono più e guardano indietro ai bei tempi andati di una economia più sorvegliata e fatta di cose tangibili. Si sente aria di laudatio temporis acti, cioè di nostalgia per un passato migliore per definizione. Ma il passato questa storia l’ha già raccontata.

Riandando agli albori del capitalismo moderno, infatti, constatiamo che l’azzardo nello scambio e la scommessa su valori non effettivamente posseduti era già presente. E per un certo periodo fu parte di un sistema florido e dinamico, quello che fece grande l’Olanda del Seicento.

Quegli uomini sobri e vestiti di scuro, giusto illuminati da linde gorgiere o da ampi colletti bianchi, ritratti da Rembrandt van Rijn o da Frans Hals nell’atto di esaminare documenti contabili, attorno a un desco traboccante di ricche vivande o ancora nelle uniformi di una milizia cittadina; ebbene quei tipi a tutta prima agiati e gaudenti, erano i più attivi speculatori della loro epoca, i più arditi mercanti e i più ingegnosi animatori di una economia già globalizzata. Erano loro che nel 1602 avevano dato vita alla famosa Compagnia olandese delle Indie Occidentali, loro che dopo le stagioni felici di Firenze, di Venezia e di Genova, avevano portato ad Amsterdam la capitale di ogni traffico di merci e di titoli.

Diversissimi dai molti aristocratici che se ne stavano nelle loro proprietà di campagna a godere di rendite fondiarie più o meno cospicue, ostinatamente attardati a difendere titoli di nobiltà di ascendenza feudale e relative abitudini ad una oziosa esistenza, vestiti di sete sgargianti e piumati come pavoni, quei borghesi di Amsterdam viceversa non avevano terre da mettere a frutto: combattevano la minaccia del mare solcandolo in ogni direzione con naviglio di vario tonnellaggio, trasportando e scambiando qualunque tipo di merce. Dall’Africa alle Indie, dalle Americhe al Baltico, dal Mediterraneo al Mare del Nord, essi presidiavano le mille rotte che portavano ad Amsterdam, in breve divenuta la principale piazza finanziaria del tempo. Commercio e credito avevano là il loro fulcro europeo, dunque mondiale. Senza capitali cospicui nessuna grande impresa sarebbe stata possibile. E ad Amsterdam i proventi di quell’enorme gioco degli scambi portavano molto denaro; col quale si finanziavano spedizioni in terre lontane.

Il circolo pareva virtuoso. Quando in genere le banche si occupavano di gestire i depositi e di predisporre i trasferimenti dei fondi, il sistema bancario di Amsterdam si arrischiava sul terreno dei prestiti e degli anticipi. Quel polmone finanziario consentì il successo dei grandi monopolisti; con enormi riserve di capitale, quei sagaci borghesi dettarono per anni e ovunque i prezzi di gran parte dei prodotti. Dotati di grandi magazzini, potevano comprare alla produzione con denaro contante e poi stipare la merce finché la domanda non fosse parsa loro particolarmente favorevole: erano in grado di ammassare grano sufficiente a coprire il fabbisogno di tutte le Province Unite per dieci anni e più, fanoni e olio di balena, zucchero, spezie, profumi, tabacco del Maryland, cacao del Venezuela, rame svedese, catrame polacco, panni inglesi, vini francesi, pellicce russe, canapa del Baltico, sete italiane e del Levante. Ogni guerra era una manna: riempivano i loro fondachi e aspettavano la crisi che ne sarebbe seguita, con inesorabile penuria di beni e conseguente aumento dei prezzi. Divennero ricchi, molto ricchi. Ma esagerarono: si sentirono animati da una forza prometeica, capaci di ogni impresa. Il loro manifesto era il Mare liberum di Grozio, il canone di un liberismo assoluto. Non smisero di vendere neppure in guerra ai loro nemici; piombo e polvere da sparo ai Francesi, cordame e vele agli Inglesi. La febbre dei traffici li esaltò. E li avviò al declino. Abusarono della loro forza, cominciarono a scommettere: trattarono in borsa partite di aringhe ben lungi dall’essere pescate, granaglie non ancora seminate, arrischiarono denaro su bulbi di tulipano immaturi, su tutto. Agenti e intermediari di ogni tipo giocarono al rialzo e al ribasso di titoli mai posseduti. Corsero rischi sempre più azzardati. E alla fine dovettero cedere a un mercato più regolato, quello di una Inghilterra che aveva risposto a Grozio, nel 1635, con un libello del giurista John Selden intitolato non a caso Mare clausum. Un’Inghilterra che varava nel 1651 l’Atto di Navigazione e costituiva nel 1678 il Council of Trade and Plantation. A Londra maturava un’altra idea di capitalismo e di mercato: si pensava, ad esempio, che lo Stato avesse un ruolo normativo, a tutela e disciplina di un mercato libero, ma non fuori controllo.

L’Olanda, quasi priva di un telaio statuale, forte delle sue borghesie urbane associate in corporazioni di mestiere, non riusciva a concepire altro che una illimitata libertà di azione. L’Inghilterra, viceversa, nella sua vorticosa trasformazione da country agreste a potenza industriale suggeriva una integrazione fra interessi pubblici e interessi privati, con istituzioni a regolamentarne un corretto equilibrio. E’ storia. Amsterdam rimase città di mercanti; Londra divenne dai primi del secolo XVIII non solo la più importante piazza finanziaria del mondo, ma anche la capitale del più grande impero economico e politico che la storia moderna abbia mai conosciuto. Leggendo ogni mattina con qualche trepidazione le ultime notizie da Wall Street, quella lezione di economia politica parrebbe tuttora attuale.

venerdì 13 febbraio 2009

Shakespeare? Era nato a Messina


«Essere o non essere; minchia, questo è il problema: se sia più nobile nell'animo sopportare i sassi e i dardi dell'oltraggiosa Fortuna, o prender l'armi contro un mare di guai e contrastandoli por fine ad essi. Morire — dormire — nulla più; e con un sonno dire che noi poniamo fine alla doglia del cuore e, minchia, alle infinite miserie naturali che sono retaggio della carne!». Le opere di Shakespeare vanno riscritte, tutte le analisi sul Bardo sottoposte a rivisitazione perché — udite, udite! — il grande drammaturgo non è nato a Stratford-upon-Avon il 23 aprile 1564, ma a Messina. Minchia, compagno Turiddu, è dei nostri!

La tesi dei natali siciliani di Shakespeare è stata esposta dall'ineffabile Roberto Giacobbo nel corso di «Voyager. Ai confini della conoscenza» (Raidue, mercoledì, ore 21.05). È vero che la mancanza di notizie biografiche su William Shakespeare è stata a lungo oggetto di dibattito fin dal XVIII secolo, tanto da far ipotizzare l'attribuzione delle opere a diversi autori, ma questa della sicilianità è nuova. A dare manforte a Giacobbo sono intervenuti i professori
Bellomo, Seminerio e Del Negro.
Shakespeare si chiamava in realtà Michelangelo Florio e il cognome, da parte materna, faceva Crollalanza (cioè «shake», scrolla, agita la lancia, «spear» in inglese). Una cosa che Giacobbo non sa è che Pietrangelo Buttafuoco è un suo ultimo discendente; potrebbe costruirci un'altra puntata. Shakespeare voleva pubblicare da Einaudi, ma un diniego risoluto di Leonardo Sciascia è stato fatale.

Giacobbo ha concluso, quasi sottovoce, dicendo che quello proposto poteva essere un gioco. Ecco se la Rai, il Servizio pubblico, avesse dedicato almeno dieci minuti alla scomparsa di Giorgio Melchiori, grande studioso di Shakespeare, questi giochi sarebbero più accettabili. Minchia!

Aldo Grasso
13 febbraio 2009

mercoledì 11 febbraio 2009

Shakespeare forever

L'ESPRESSO
di Rita Cirio

I suoi personaggi sono ancora oggi un modello di comportamento. Nella società come nell'economia. L'attualità del Bardo rivive nei Dvd in edicola con 'L'espresso'. Con i grandi maestri del teatro inglese Essere o non essere (un manager): questo è il problema. Se sia più nobile soffrire nell'animo le frombole e i dardi del libero mercato o prender parte ai consigli d'amministrazione e contrastandoli por fine ad essi. Vendere (azioni), comprare, forse. Chi sopporterebbe il torto del dirigente, l'oltraggio del cliente, le rivalse del sindacato, le contumelie dell'amministratore delegato, le ambasce del marketing, gli spasimi del brain storming, gli scherni che il paziente merito del quadro intermedio riceve dagli indegni sottoposti, se non per la carriera?...

Certo non è più così trendy l'immagine del manager sicuro di sé e decisionista a cui ci avevano abituati i bellicosi yuppies dei non troppo rimpianti anni Ottanta. Travolti da una tempesta che ha squassato con shakespeariana violenza i mercati finanziari e azionari del pianeta, oggi sotto i completi di Armani si celano quadri e dirigenti tormentati da dubbi amletici: primo fra tutti 'Essere o non essere, licenziati'.
Dubbi talmente amletici che 'Hamlet', niente meno, si è chiamata la rivista bimestrale dell'Aidp, l'Associazione italiana per la direzione del personale, una sorta di guida spirituale per gli adepti della Net-Tech Age. Si poteva pensare che la New Age bastasse e avanzasse, invece si scopre che anche i manager hanno elaborato una loro mistica che evidenzia come "l'economia attuale vive dinamicamente fra i due concetti estremi del Virtuale e del Reale".

Concetti che risulteranno magari un po' oscuri agli operai della Fiat considerati in esubero o già in cassa integrazione; ma sarà perché, imprevidenti, loro non hanno pensato ad abbonarsi ad 'Hamlet' per capire se non sia da considerarsi idealmente virtuale, piuttosto che materialisticamente reale, la fregatura che prenderanno, o che hanno già preso. Così imparano a non tenersi aggiornati sulle novità imposte dai flussi e riflussi dei mercati.


La rivista 'Hamlet' ha anticipato le linee di tendenza indicate successivamente da libri come 'Shakespeare in Charge: The Bard's Guide to Leading and Succeeding on the Business Stage' di Kenneth Adelman e Norman R. Augustine, 'Power Plays: Shakespeare's Lessons in Leadership and Management' di John O. Witney e Tina Packer, 'Shakespeare on Management. Leadership lessons for today's managers' di Paul Corrigan, saggio, quest'ultimo, pubblicato anche in versione italiana dalla Etas. Con le illustrazioni di Milo Manara, dove austeri eroi elisabettiani sono messi a confronto con meno eroici colletti bianchi di oggi, sempre la Etas ha pubblicato, 'L'impresa shakespeariana. Protagonisti reali e virtuali sulla scena aziendale', autore Marco Minghetti, fondatore e direttore proprio della rivista 'Hamlet'.

Tutti saggi, questi, che si propongono di analizzare personaggi e vicende del teatro shakespeariano come illustri modelli di comportamento e fonti di comprensione della vita aziendale. Insomma, non solo 'Shakespeare in love', come più romanticamente proponeva un film di qualche anno fa, con la sceneggiatura da Oscar di Tom Stoppard, ma soprattutto 'Shakespeare in business'. Se il critico George Steiner ha decretato 'La morte della tragedia' ai nostri tempi, l'attuale tendenza a coniugare Shakespeare e management sembra indicare l'impresa come possibile palcoscenico dei grandi conflitti dell'animo umano, il luogo deputato a una ritrovata coscienza tragica della vita. Almeno di quella aziendale. Fantozzi è avvertito.

Il Bardo promosso a ideale amministratore delegato dello 'scientific management' conferma, se ce ne fosse bisogno, la perenne vitalità della sua opera, quella condizione di 'Shakespeare nostro contemporaneo' efficacemente sintetizzata dal titolo del celebre saggio pubblicato da Jan Kott nel 1961. Anche come possibile fonte di ispirazione per il gossip: il 'Macbeth' ha ispirato un musical, 'MacBecks' di Gary Cooke e Malachy McKenna (attualmente in scena all'Olympia di Dublino), che racconta l'ascesa nel regno calcistico e mediatico della debordante e onnipresente coppia formata da David e Victoria Beckham, attualmente volteggiante negli stadi e sulle passerelle del nostro Paese. Shakespeare, si sa, resiste a tutto: dalle parodie un po' goliardiche, come il musical sui Beckham, alle attualizzazioni più dissennate e ingiustificate.

La sua opera è una miniera inesauribile dove, scavando a fondo ma anche solo in superficie, si rintracciano filoni di sempre nuove e preziose ricchezze drammaturgiche e filosofiche. Shakespeare ha anticipato gran parte dei generi narrativi, teatrali ma anche cinematografici e televisivi, e si è lasciato influenzare dai grandi del Novecento: Freud, Joyce, Brecht, Beckett, per citarne alcuni. Noi infatti lo leggiamo alla luce di illuminazioni ignote ai suoi tempi ma che oggi ci sono necessarie per interpretarlo. Effetto della qualità di autentica opera aperta che caratterizza il corpus dei testi shakespeariani, sempre disponibili a letture antitetiche e complesse come lo sono le realtà evocate. Shylock è una figura emblematica di ebreo avido e spietato, in grado di compiacere - come avvenne - i gerarchi nazisti o invece è il capro espiatorio del razzismo e dell'ipocrisia dei cristiani? Giulietta e Romeo sono sempre a disposizione per incarnare le vittime innocenti di conflitti etnici o religiosi, dalle bande giovanili protagoniste di 'West Side Story' o della versione cinematografica di Baz Luhrmann alle versioni mediorientali con israeliani e palestinesi al posto dei Capuleti e dei Montecchi.

Shakespeare resiste a tutto, si diceva, soprattutto ai suoi registi e interpreti. Lo era, resistente, certamente anche affidato a quei buffi attori tra Ottocento e Novecento - da noi Salvini, Rossi, Zacconi - che qualche antica foto ci mostra in veste di Otello con la faccia annerita dal sughero bruciato, di Amleto o di Romeo con i baffi a manubrio, infagottati dentro giustacuori arabescati, le gambe - per lo più corte e magari storte - infilate in imbarazzanti calzamaglie. Non peggio, forse, degli smoking degli anni Trenta, dei jeans e maglioni che abbigliavano Shakespeare in veste di contestatore negli irrequieti anni Settanta. Il Bardo può essere anamorfico. Si presta volentieri e disciplinato a sguardi intenzionalmente miopi o presbiti che cercano un particolare punto di vista diverso nel tempo (nella pittura anamorfica è lo spazio) e così lo trasferiscono in epoche a lui estranee, come gli anni dei totalitarismi che spesso ospitano Riccardo III o Macbeth, per esempio, in un contesto storico emotivamente più riconoscibile per le nostre sensibilità o le collocazioni ottocentesche adottate dai film di Kenneth Branagh. Ma è anche frontale, come in queste versioni shakespeariane registrate dalla Bbc dal 1978 al 1985 con la partecipazione dei massimi attori britannici (in edicola dalla prossima settimana in dvd con 'L'espresso' e 'Repubblica'). E si lascia apprezzare in sontuose ricostruzioni di scene e costumi ambientate ai tempi suoi, ispirate alla pittura coeva, e si affida a interpretazioni che non pretendono di vestire Shakespeare da nostro contemporaneo ma di lasciare che siano temi e dialoghi delle sue opere a svelare tutta la loro intatta e preziosa attualità.
(05 febbraio 2009)

mercoledì 21 gennaio 2009

"Io, scampato al lager per poterlo raccontare"

LA REPUBBLICA
di MARCO VIGLINO

Mi ha colpito il suo desiderio di rendere testimonianza sulla tragica esperienza nel lager: quando è nato questo desiderio?
"Questo desiderio, del resto comune a molti, mi è nato nel lager. Volevamo sopravvivere anche e soprattutto per raccontare ciò che avevamo visto: questo era un discorso comune, nei pochi momenti di tregua che ci erano concessi. Del resto è un desiderio umano: lei non troverà mai un reduce che non racconti. (No, mi correggo, ve ne sono alcuni che non raccontano; ve ne sono alcuni che sono stati feriti talmente a fondo che hanno censurato il loro passato, l'hanno sepolto per non sentirselo più addosso). In primo luogo c'è il bisogno di scaricarsi, di buttare fuori quello che si ha dentro. Poi ci sono anche altri motivi... c'è forse anche il desiderio di farsi valere, di far sapere che siamo sopravvissuti a certe prove, che siamo stati più fortunati, o più abili, o più forti".

Il punto di contatto tra i primi libri e quelli di fantascienza, mi pare possa essere la sua "indignazione", che prima è rivolta al lager e poi verso certe storture della civiltà. È giusto?
"Sì, è giusto: è una domanda che mi fanno in molti e a cui veramente non sono il più autorizzato a rispondere, perché non è detto che chi scriva sappia sempre bene "perché" scrive. Io ho due radici: una è il senso del lager e l'altra è il senso della chimica con le sue dimensioni. Avevo in mente di scrivere qualcosa sulla storia naturale ancora prima di entrare nel lager: già da studente sentivo un desiderio del genere (non come progetto chiaro e distinto, ma come vaga aspirazione) e trovavo un terreno fertile nel mio mestiere di chimico. Perciò - dopo aver terminato Se questo è un uomo e La tregua - non è che io abbia "scritto" gli altri due libri: ho raccolto alcune idee e anche alcuni racconti che avevo già scritto prima. Per esempio, il primo racconto delle Storie naturali, quello del vecchio medico che raccoglie essenze, l'ho scritto prima di Se questo è un uomo. E... probabilmente sì, benché il tema sia diverso, anche gli altri scritti risentono dell'esperienza del lager, in una forma molto indiretta, in una forma di delusione profonda, di un ritirarsi dalla vita".

Tra i personaggi che si incontrano nei suoi libri, Lei mostra particolare simpatia e indulgenza verso alcuni che incarnano una certa "furbizia" o arte di arrangiarsi, come Cesare o il Greco.
"Anzitutto questi personaggi agiscono in un contesto tutto particolare, che è quello della fine della guerra: ora, su questo fondale, direi che si può essere abbastanza indulgenti. Non ammetterei, oggi, un Greco; lo eviterei, mi terrei lontano da lui, ma in quel momento lo sentivo quasi un maestro. Egli soleva dire: la guerra è sempre. E poi ancora mi diceva: "Vedi le scarpe belle che io ho: è perché sono andato a rubarle nei magazzini dei russi. Tu sei uno sciocco, non sei andato a cercarle". Io rispondevo che pensavo che la guerra fosse finita e che i russi avrebbero provveduto. "La guerra è sempre", mi ripeteva, e, allora, io ero d'accordo con lui. Oggi sarei più severo nei suoi riguardi, così anche nei riguardi di Cesare: ma la furbizia di Cesare era così solare, così aperta, così ingenua in fondo e così innocua che mi sta bene ancora adesso. Non sarei un censore tanto severo da escluderla, in quella forma: furbizia così "italiana", sempre mescolata con bonomia. Cesare ingrassava i pesci con l'acqua, poi però, davanti ai bambini affamati della donna russa, glieli regala. Questo fa parte di un'arte di vivere che è vecchia come il mondo e davanti alla quale non si può essere troppo severi".

Quella carica di ribellione che sta alla radice dei primi due libri si è attenuata con gli anni oppure no?
"Io contesto "quella carica di ribellione": di indignazione sì; di ribellione purtroppo no perché non c'era modo, almeno per chi era al mio livello. Ribellioni in senso tecnico ve ne sono state, in alcuni lager: l'episodio che ho raccontato di quell'impiccato che muore gridando "io sono l'ultimo!" si ricollega a una ribellione che c'era stata in un altro campo: i prigionieri avevano fatto saltare i forni crematori pochi giorni prima e costui, di cui non conosco neppure il nome, era implicato nella faccenda, probabilmente aveva procurato dell'esplosivo. Riprendendo, l'indignazione sì persiste, ma diciamo che si è ramificata. Sarebbe stupido oggi continuare a vedere il nemico solo lì, solo il nazista, anche se a mio parere è ancora il principale. Però il mondo di oggi è molto più articolato che non quello di una volta. Non erano bei tempi quelli in cui io ero giovane, però avevano il grande vantaggio che erano netti; l'alternativa amico/nemico era molto netta e la scelta non era difficile. Oggi lo è molto di più. Perciò anche l'indignazione persiste, ma è... erga omnes. Verso molti, non più verso "quelli"".

Nella famosa lettera al suo editore tedesco, lei dice che non può capire i tedeschi e quindi non si sente di giudicarli.
"No, ho detto che non li capisco, ma li giudico sì".

E come, allora?
"Li giudico male: sì, anche i tedeschi di oggi. Non tutti, naturalmente; io ho molti amici tedeschi, anche per il fatto che parlo la loro lingua, e mi interessano, e mi rifiuto di giudicarli in blocco. Però devo dire che, statisticamente, sono un paese pericoloso. Sono un pericolo intanto perché sono divisi in due e questo essi non lo accettano: pochi fra i tedeschi accettano questa divisione. E poi hanno delle virtù che diventano pericolose: questa loro straordinaria passione per la disciplina (che a noi manca - ed è male - ma loro ne hanno troppa!) per cui sono pronti ad accodarsi a chiunque comandi, mi fa paura".

Com'è che allora, sempre in quella lettera, lei dice che i tedeschi, oltre ad essere pericolo, sono speranza per l'Europa?
"Ecco... la lettera io l'ho scritta molti anni fa, nel '60, sulla corda dell'entusiasmo che avevo provato io per il fatto che un editore tedesco aveva accettato di pubblicare la mia testimonianza, e anche a seguito di vari contatti che avevo avuto allora con i giovani tedeschi degli anni Sessanta. E mi era sembrato che la Germania fosse veramente un'altra. Sembrava una roccaforte della democrazia, allora: oggi un po' meno, anzi molto meno".

Come reagiva vedendo i compagni di sventura andare ogni giorno alla morte a causa della selezione: lo prendeva, alla fine, come un dato di fatto, o questo le procurava ogni volta lo stesso dolore e lo stesso disgusto?
"Ci si incontrava, al mattino, all'appello e quando ne mancava uno, era considerato di cattivo gusto andare a fondo, un po' come capita oggi quando uno muore di cancro: non se ne parla volentieri. Era una forma di accettazione, in sostanza, per cui l'atteggiamento verso il compagno morto in selezione non era molto diverso da quello verso uno morto di morte naturale. Quel mio amico Alberto, di cui ho parlato a lungo, era in campo con il padre: era un ragazzo molto intelligente e insieme parlavamo sovente di queste cose, senza inibizioni e senza cedere a questa tendenza di negare la verità. Pure, quando il padre fu scelto per la selezione, Alberto disse di essere sicuro che suo padre non era mandato nelle "camere" bensì veniva trasferito con altri prigionieri in un altro campo di convalescenza. E io ero stupito e impressionato nel constatare come il mio amico si fosse prontamente costruito un riparo, per celarsi una realtà altrimenti intollerabile".

Data la mortalità elevatissima, pensa che la sua sopravvivenza sia dovuta a fortuna o ad altri fattori?
"Io penso che, in primo luogo, molto abbia giocato la fortuna. Inoltre non sono stato mai ammalato: mi sono ammalato più tardi, in modo provvidenziale. Ed ecco come avvenne. Io, lavorando in fabbrica, rubavo al laboratorio ciò che mi poteva servire per la sussistenza e puntualmente dividevo il bottino con Alberto; c'era infatti un patto tra di noi, per cui dividevamo fraternamente ogni colpo buono (ecco qui l'arte di arrangiarsi!). Un giorno che avevo rubato del tè in laboratorio, andai con Alberto a venderlo all'ospedale, dove ne avevano bisogno per gli ammalati. Ci pagarono con una gamella di zuppa, quasi gelata e già un po' intaccata. Probabilmente era stata toccata da un malato di scarlattina: io presi la scarlattina, fui mandato in ospedale e sopravvissi; Alberto che aveva avuto la malattia da bambino, non ne fu contagiato e morì in campo. Altro fattore fondamentale per me è stato quell'operaio, Lorenzo, di Fossano, che mi ha portato per molti mesi quanto bastava per integrare le calorie mancanti. Egli, che pure non era un prigioniero, è tornato molto più disperato di me: era un uomo molto mite e molto pio, rozzo e insieme religioso, e era terrificato di quanto aveva visto, spaventato, ferito. È tornato in Italia da solo, a piedi, e non ha voluto più vivere. Ha incominciato a bere e, a me che lo andavo a trovare spesso, diceva molto freddamente che non desiderava più vivere, che ne aveva viste abbastanza. Morì tubercoloso; e infelice".

Qualche episodio insolito che ricorda e che non è stato detto nei suoi libri.
"C'era con noi un medico ebreo osservante. Lei sa che la religione ebraica prevede dei digiuni molto rigorosi: in quei giorni non si mangia niente e neppure si lavora. Questo medico alla sera - dopo il lavoro - disse al capo-baracca che la zuppa non la voleva, perché era giorno di digiuno e lui non la poteva mangiare. Il capo-baracca era un comunista tedesco, abbastanza indurito dal suo mestiere (aveva dieci anni di lager alle spalle), però, colpito dalla forza morale del prigioniero, gli conservò la zuppa fino a quando quest'ultimo non terminò il suo digiuno. Questo atto di umanità mi aveva molto impressionato".

Può stabilire un rapporto tra lei e gli altri scrittori di religione ebraica (Ginzburg, Bassani)?
"Un rapporto complesso c'è, evidentemente. L'ambiente di Natalia Ginzburg è il mio stesso ambiente; abbiamo parenti in comune; lei è nata Levi e suo fratello era il nostro medico. L'ambiente della borghesia ebraica torinese è quello in cui sono nato e cresciuto. Quello di Bassani è diverso; sia Bassani che i suoi personaggi appartengono ad un'altra borghesia ebraica, quella di Ferrara, che io conosco abbastanza poco. E che non mi piace tanto, perché erano una classe abbastanza consapevole dei propri privilegi, abbastanza esclusiva (vedi il famoso muro di cinta) e riservata e chiusa".

Per quale motivo la Ginzburg le ha rifiutato il manoscritto?
"Premetto che non le serbo rancore (ma forse sì, per un certo periodo gliene ho serbato). Ho pensato a tante cose: forse era satura di manoscritti - fare il lettore in una casa editrice è un brutto mestiere; si è costretti a falciare... poi... è un fatto che, pur conoscendola bene, non abbiamo mai chiarito".

Ha ancora dei contatti con i compagni del lager?
"Enick l'ho perso di vista completamente. Ho ritrovato invece quel Pikolo, quello del canto di Ulisse; con lui ci vediamo sovente; viene a fare le vacanze in Italia e fa il farmacista in un piccolo paese vicino a Strasburgo. È uno di quelli che hanno rimosso tutto: si è imborghesito completamente e non ama parlare di queste cose. Sono stato a trovarlo, l'ultima volta, con la Televisione italiana; gli ho chiesto di riceverci e mi ha risposto: te sì, ma le telecamere no. Poi però ha accettato anche loro, ma non volentieri".

Che pensa dei giovani d'oggi?
"La differenza fondamentale tra la nostra giovinezza e la giovinezza attuale è nella speranza di un futuro migliore, che noi avevamo in modo clamoroso e che ci sosteneva anche negli anni peggiori, anche nel lager: la meta c'era e era costruire un mondo nuovo di uguali diritti, dove la violenza era abolita o relegata in un angolo, costruire il Paese per riportarlo a livello europeo. Invece, i giovani d'oggi, mi pare abbiamo molte meno speranze. In generale vedo che tendono a scopi immediati, e questo forse è anche abbastanza giusto, in quanto non distinguono un altro futuro. Mi pare, paradossalmente, che sia stata più facile la nostra giovinezza, perché oggi sono troppi i mostri all'orizzonte: c'è il problema della violenza, il problema energetico, dell'inquinamento; il mondo è diviso in blocchi, c'è una totale incapacità di prevedere l'avvenire e nessuno osa fare previsioni sensate di qui a due anni. C'è sempre il problema atomico. Trovo che sono pochi i giovani che pensano di fare o studiare in qualche modo per un loro preciso futuro. È il senso del tramonto dei valori, per cui bisogna godere e bruciare tutto subito".

Come mai ha lasciato passare tanto tempo, quindici anni, da Se questo è un uomo alla seconda opera?
"Se questo è un uomo, edito nel '47 presso De Silva, uscì in duemilacinquecento copie: avevo delle buone recensioni, ma ho avuto cinquemila lettori (un libro lo leggono due persone in media). Dopodiché... non ho avuto più incentivo a scrivere; mi pareva di avere fatto il mio dovere di testimone, di essermi scaricato delle mie tensioni e non sentivo il bisogno di scrivere altro. Solo dopo molti anni mi ha ripreso questo desiderio, perché si è ricominciato a parlare della Seconda guerra mondiale, e dei lager in specie, in modo diverso, in senso storico appunto. Verso il '60, o forse prima, si tenne un ciclo di conferenze sul tema e io mi sono ritrovato protagonista: molti allora mi hanno incoraggiato a raccontare anche la seconda parte della mia esperienza, cioè il ritorno dalla Russia. Ripresi la penna anche per un altro motivo: era cessata la Guerra fredda e ora potevo raccontare la verità completa, umana. Prima era impossibile parlare della Russia: o se ne parlava come dell'inferno o come del paradiso. E io non me la sentivo, in un ambiente così, di scrivere un libro-verità come La tregua. Solo dopo la distensione è diventato possibile scrivere di queste cose in un linguaggio non retorico".

Perché è nato Malabaila?
"Perché sarebbe stato scandaloso a quel tempo: non avrei potuto, io, lo scrittore di Se questo è un uomo venire fuori a quei tempi con aneddoti, storie fantastiche. Proposi allora questo pseudonimo all'editore, il quale accettò con entusiasmo, pensando forse di farne un "caso letterario": poi il caso non ci fu, ed io ripresi il mio nome".


(18 gennaio 2009)