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mercoledì 25 febbraio 2009

Galileo, il processo continua


25/2/2009
ENRICO BELLONE
UNIVERSITA’ DI MILANO

E così nelle mie tenebre vo fantasticando or sopra questo or sopra quello effetto di natura, né posso, come vorrei, dar qualche quiete al mio inquieto cervello». Ecco ciò che Galilei, ormai cieco, fa scrivere in una lettera ad un amico. Siamo nel gennaio del 1638, e Galilei, dopo la condanna inflittagli dalla chiesa romana, vive agli arresti domiciliari in una casetta ad Arcetri, nei pressi di Firenze. E non riesce a dar quiete a quel suo «inquieto cervello» che lo ha portato alla rovina. Già: la rovina. Non gli sfuggono le ragioni di quest'ultima. Le ha incise in una nota nella sua copia personale del libro - il «Dialogo» - che ha fatto scattare i meccanismi dell'Inquisizione. In quella nota Galilei dice che il sapere sulla natura genera innovazioni. Dice anche che le innovazioni sono sgradite a chi, per conservare il potere, deve rigettare ogni novità: così accade che gli ignoranti, essendo potenti, si ergono a giudici e piegano gli «intelligenti».

Torniamo ora all'indietro nel tempo, e cerchiamo di meglio cogliere questo tema del timore del nuovo. Nel 1610 si stampa il «Sidereus Nuncius» e Galilei vi scrive di come il telescopio riveli che la Via Lattea non è una specie di nube biancheggiante, ma una congerie sterminata di stelle: grazie alle lenti e «con la certezza offerta dagli occhi» si risolvono «tutte le discussioni che per tanti secoli hanno inquietato i filosofi» e ci liberiamo da «dispute fatte solo di parole». Nei mesi successivi il telescopio porta ad altre scoperte e Galilei insiste sia nel privilegiare la «podestà assoluta della ragione» sia nel criticare «gl'inimici delle novità, il numero de i quali è infinito». La virtù della ragione, dunque, e la libertà del singolo studioso anche di fronte a infiniti «inimici», consentono «d'investigare, come problema massimo ed ammirando, la vera costituzione dell'universo, poi che tal costituzione è, ed è in modo solo, vero, reale ed impossibile ad esser altamente».

Un punto di vista rivoluzionario, questo, perché difende la libertà del singolo e la ricerca del vero dalle critiche di una maggioranza che rigetta ogni novità e si affida alle regole non negoziabili di una alleanza stabile tra metafisica e teologia. Il conflitto era già venuto alla luce nel 1543, quando il trattato di Copernico andava alle stampe e il suo autore, morente, non poteva impedire che al libro fosse aggiunta una breve ed anonima prefazione. In quelle poche righe, scritte in realtà da un teologo, si spiegava al lettore che le ipotesi astronomiche non erano né vere, né verosimili: lo scienziato e il filosofo, quindi, non troveranno mai «qualcosa di certo, se non gli sarà rivelato da Dio».

Ed è il sigillo divino sulla verità che Galilei infrange quando pretende che la scienza debba esplorare «la vera costituzione dell'universo». Ma il sigillo è onorato nelle chiese e nelle università, con il consenso di una cultura diffusa secondo la quale tutto ciò che vi è da sapere è già noto e nulla di nuovo può emergere - poiché la natura stessa ha già parlato con la bocca di Aristotele. Chi spezza il sigillo, allora, è isolato. Non a caso Galilei reagisce, nel «Dialogo» del 1632, quando fa dire al perdente Simplicio che la nuova scienza «tende alla sovversion di tutta la filosofia naturale, ed al disordinare e mettere in conquasso il cielo e la Terra e tutto l'universo». Per subito rispondergli così: «La filosofia medesima non può se non ricever benefizio dalle nostre dispute... ché quanto alla scienza stessa, ella non può se non avanzarsi».

Ma le ragioni della libera ragione sono subito negate a Roma, e scatta il meccanismo dell'Inquisizione. Un meccanismo che solo in superficie fa leva sul conflitto tra scienza e fede, e che in realtà vuole bloccare un sapere che cerca la verità per conto suo, produce innovazioni, pretende di «avanzarsi» nella libertà dei singoli studiosi e vuole relegare le verità religiose nella sfera del privato: le verità rivelate da Dio debbono invece restare alla base del potere pubblico.

Il dramma galileiano, così inteso, non appartiene allora ad un tempo ormai lontano, e il processo e l'abiura del 1633 non sono faccende da eruditi o vecchie questioni da risolvere parlando di riabilitazione del grande scienziato. Se infatti accettiamo di essere gli eredi di Galilei, allora dobbiamo anche accollarci il peso di questa eredità. Ed è un peso massiccio, poiché le conoscenze sulla natura si stanno espandendo, e il numero di coloro che temono una simile espansione è elevato sia nella cultura laica che in quella che alla fede si ispira.

Vale allora la pena di chiederci se l'eredità galileiana è bene amministrata in Italia, e cioè in una Repubblica dove i costi dell'istruzione superiore sono spese da tagliare e dove è ancora respinta la proposta di Galilei secondo la quale spetta alla scienza dire come è fatto il cielo e tocca invece ai sacerdoti spiegare come si faccia ad andarci, in cielo. Non è accidentale, infatti, che le controversie su Darwin siano quanto mai accese. Non è accidentale perché è ancora viva, qui da noi, l'inclinazione a temere le innovazioni generate dai cervelli inquieti: il processo a Galilei non è ancora finito.

martedì 16 dicembre 2008

Alessandro l'anti-Bush

LA STAMPA
16/12/2008
MAURIZIO ASSALTO
INVIATO A ABU QUIR (EGITTO)


Un esercito incontenibile che in poche settimane arriva e sbaraglia il campo. Una piccola città all’avanguardia che in qualche mese sorge dal nulla, dove prima c’erano solo tombe e cani randagi. La modernità occidentale contro l’Oriente, lo strapotere tecnologico che spazza via un universo immobile da millenni. Non stiamo parlando della macchina militare-organizzativa di un terreo presidente che nel volgere di un lustro sarà preso a scarpe in faccia; bensì di quella dispiegata da un giovane condottiero crudele e generoso che ha davanti pochi anni tumultuosi, ma in quegli anni farà in tempo a conquistare il mondo, e a scuoterlo da cima a fondo nello shaker di un progetto grandioso di fusione e rinnovamento. Non è storia d’oggi, ma dell’altro ieri. Alessandro il Macedone, il Grande, Megaléxandros: quello che, dopo la guerra, sapeva portare la pace.

Il posto è una piccola isola davanti al capo di Abu Quir, a una ventina di chilometri da Alessandria. Poco più che uno scoglio, 300 metri di lunghezza per un centinaio scarso nel punto più largo. Nel corso del tempo ha avuto diversi nomi, ma da un paio di secoli è per tutti l’isola di Nelson, per via del trionfo navale riportato dall’ammiraglio di Sua Maestà britannica contro la flotta napoleonica nell’agosto del 1798. Quando giunse Alessandro, nel 332 a. C., non aveva nessun nome perché non era neppure un’isola, ma l’estremità di un braccio di terra che si allungava nel Mediterraneo. È qui che scava da una decina d’anni Paolo Gallo, a capo della missione archeologica dell’Università di Torino.

«Questo sito - spiega - rappresenta una doppia novità. In primo luogo perché in Egitto non si erano ancora trovati insediamenti coloniali dei greci macedoni: ad Alessandria tutto è stato sommerso dalla falda freatica. E poi per lo stato eccellente dei resti, venuti fuori levando appena 50 centimetri di terra». Di qui, nelle giornate serene, si scorge a Ovest la cittadella di Qait Bey, dove secondo l’archeologo Jean-Yves Empereur sorgeva il celebre Faro, e a Est la città di Rosetta, dove fu ritrovata la stele trilingue che permise a Champollion di penetrare i segreti della scrittura geroglifica. Il clima è ancora mite, anche se nei giorni scorsi c’è stato mare arruffato e vento d’Oriente, che per chi scava è un bene perché in questi casi la marea non monta mai troppo. Nella stratigrafia dell’isola, il livello più antico, quello dove si trovano le sepolture egizie, già in condizioni normali è di poco superiore al livello del mare, con certe mummie che letteralmente cascano in acqua. «Ci sono tombe dappertutto», dice Gallo. «Alcune molte belle, con un ricco corredo».

Per molto tempo, a partire dal 700 circa a. C., questo luogo, prima disabitato, è stato utilizzato come necropoli di Herakleion, l’antico porto commerciale di Canopo, fino a quel momento la grande porta d’accesso all’Egitto (ora entrambe le città sono sommerse per l’effetto combinato della subsidenza e degli tsunami). Tutto cambia con l’avvento dei macedoni. Gente dura, organizzata, risoluta. Come i marines dei giorni nostri. I nuovi venuti sono accolti come liberatori dalla popolazione locale, insofferente del dominio persiano. Però non si fidano, preferiscono non mescolarsi. Seguendo uno schema consolidato fin dalle più antiche colonie elleniche dell’VIII secolo, da Cirene a Pithecusa, scelgono un sito strategicamente cruciale, dal quale controllare tutti i traffici in entrata e in uscita dal porto.

«Sull’isola abbiamo trovato i resti di un muraglione lungo 30 metri e largo 4, con blocchi decorati a bugnato», racconta Gallo. «In un primo momento pensavamo a un insediamento militare, anche per la presenza di palle da catapulta in alcuni edifici nei pressi. Invece non c’erano soltanto soldati. Questa gente voleva restare». E allo scopo non risparmiava i mezzi. Per prima cosa, i greci ripuliscono la necropoli dalle migliaia di cani randagi che la infestano: «Li abbiamo trovati a un metro e mezzo di profondità, sepolti tutti interi». Poi aprono alcune grosse cave di pietra per ricavarne materiale da costruzione: «Sono ben visibili i tagli nell’arenaria, che in molti casi distruggono le tombe». Con i detriti di risulta passano a terrazzare tutta l’isola, per portare il terreno a uno stesso livello.

A questo punto i coloni dispongono di una superficie pulita, pronta per edificarvi le abitazioni: «Belle case di tipo greco, come è difficile trovare anche nella madrepatria. Quasi tutte intonacate». Ma è un altro l’elemento decisivo. Mentre gli egiziani, abituati troppo bene (o troppo male) dal Nilo, non sono capaci di gestire l’acqua se non attraverso canali di derivazione, i greci, da sempre vissuti in penuria idrica, sanno come rendere vivibili le terre più aride. Dispongono del know how per utilizzare l’acqua piovana.

Nella zona di Alessandria le precipitazioni sono abbastanza intense in inverno e primavera. Di conseguenza, tutto viene organizzato in funzione della raccolta e della conservazione delle preziose gocce. Ogni abitazione è dotata di una piccola cisterna - nella corte centrale, vicino al focolare - in cui confluisce l’acqua dai tetti a spiovente, attraverso la grondaia che la convoglia in una vaschetta e quindi un tubo modulare di ceramica. Acqua in casa, e bagni privati: è la grande novità, sconosciuta agli egiziani, che per lavarsi potevano solo immergersi nel Nilo. Poi c’erano le grandi cisterne pubbliche: «Ne abbiamo scovate alcune di 13 metri per 6, con una profondità ipotizzabile di 4 o 5, per una capacità di oltre mille metri cubi. Le alimenta una rete di pozzi e di cunicoli inclinati che corrono nel sottosuolo. Tutta l’isola è traforata». L’archeologo sorride: «Questi erano pazzi, hanno fatto un lavoro mastodontico». Un sistema così sapientemente costruito che le vecchie cisterne erano ancora in funzione nel 1365, oltre un millennio e mezzo dopo il definitivo abbandono del sito, al tempo della crociata alessandrina di Pierre de Lusignan, che le usava per rifornire le sue navi.

«Ovunque arrivassero, i greci non rinunciavano mai ai caratteri fondamentali della loro cultura. Volevano vivere come in patria. Un po’ come gli inglesi nelle Indie». E ovunque arrivasse, il Macedone portava lo slancio dirompente della razionalità tecnica. Rientra in questa logica la decisione di trasferire il porto da Herakleion ad Alessandria. «Quello vecchio era una struttura interna, che comunicava con il mare attraverso canali», spiega Franck Goddio, che conduce le sue perlustrazioni subacquee nella baia di Abu Quir a poche centinaia di metri dall’isola di Nelson. «Quello nuovo è tutto diverso, aperto sul mare, con grandi infrastrutture e accorgimenti per migliorare la circolazione dell’acqua e evitare si invasi. È ingegneria portuale moderna».

E fu proprio la rapida crescita di Alessandria intorno al suo porto, parallela al consolidarsi del controllo tolemaico sull’Egitto, a determinare l’abbandono dell’isola di Nelson. Ma la spiegazione non basta. Nelle case sono stati trovati tutti gli oggetti di uso quotidiano, segno di una fuga improvvisa, forse a causa di una catastrofe naturale che aveva determinato la rottura dell’istmo. Erano passati appena sessant’anni dall’insediamento. Ma il sogno universalistico del Megaléxandros era già finito da tempo.

lunedì 27 ottobre 2008

È morto Delfino Borroni, l'ultimo reduce italiano della Grande Guerra


IL CORRIERE DELLA SERA

Aveva 110 anni e da anni viveva nella casa di riposo “Don Guanella” a Castano Primo, nel Milanese
· I reduci della Grande Guerra ancora vivi - SCHEDA
CASTANO PRIMO (Milano) – Si è spento oggi, a 110 anni appena compiuti, Delfino Borroni, l’ultimo reduce italiano della Grande Guerra e l’ultimo cavaliere di Vittorio Veneto, l’onorificenza istituita dalla Repubblica nel 1968 per «esprimere la gratitudine della Nazione» a tutti coloro che avevano combattuto sul fronte durante la prima guerra mondiale per almeno sei mesi. Borroni era nato il 23 agosto del 1898 a Turago Bordone, in provincia di Pavia, ma da anni viveva nella casa di riposo “Don Guanella” a Castano Primo, nel Milanese, dove si era trasferito dopo il matrimonio.

CAPORETTO - Nel 1917, a diciannove anni, fu arruolato di leva nei bersaglieri ciclisti. Da allora combattè sul fronte dell’altopiano di Asiago, poi sul Pasubio e infine a Caporetto, dove visse l’esperienza delle trincee. Proprio a Caporetto fu fatto prigioniero, ma dopo qualche settimana riuscì a fuggire e a unirsi ad un battaglione italiano a cavallo. Finita la guerra, nel 1918 riprese a fare il meccanico, poi si sposò e si trasferì a Castano Primo, dove fu assunto come macchinista sul “Gamba de Legn”, lo storico tram milanese. Dopo la sua scomparsa, al mondo restano solo altri sette reduci del primo conflitto mondiale: tre in Gran Bretagna, due in Canada (tra cui una donna, Gladys Power, di 109 anni), uno in Australia, uno negli Stati Uniti.

TESTIMONIANZA – «Caporetto è stato il posto peggiore che ho visto durante la guerra» aveva sempre dichiarato il bersagliere, che grazie alla memoria vivissima in questi anni ha confidato le sue memorie a decine di storici, provenienti da tutto il mondo. «La vita in trincea era terribile – ricordava Borroni - Il freddo, la fame, il rombo delle granate, poi c’erano gli attacchi con il gas. Quando pioveva, poi, si aveva la tentazione di dormire, ma quello era il momento in cui un attacco era più facile, allora il capitano passava, con indosso il suo cappello nero e ci urlava di stare all’erta». A Caporetto, il fante rischiò di morire. «Il sergente mi disse di uscire a vedere la situazione fuori dalla trincea. Io gli chiesi perché mandava a morire me che ero il più giovane e lui mi rispose che tutti gli altri avevano figli» raccontava il bersagliere. «Allora uscii strisciando, ma un proiettile mi colpì subito sullo scarpone. Mi finsi morto accanto a due cadaveri di altri soldati e quando gli austriaci se ne andarono, raggiunsi i miei compagni in ritirata. Il sergente mi prese la testa sulle ginocchia e pianse». Dopo qualche settimana, Delfino fu catturato. «Una volta, in prigione, cominciai a urlare, volevo scrivere alla mia famiglia che da sette mesi non aveva notizie – spiegava il veterano - L’ufficiale austriaco mi rispose: "io è da dieci anni che non torno a casa", ma poi mi diede un foglio e una penna». Qualche mese dopo, la fuga. Dopo un giorno di marcia, alla sera, nella prigione, anche l’ufficiale romeno di guardia crollò dal sonno. Delfino fuggì e si unì a un battaglione italiano a cavallo, poi prese un treno che lo portò a Piacenza. Da lì, scrisse ai genitori, che lo raggiunsero. «Stavo riposando in una tenda, alzai gli occhi e vidi gli scarponi di mio padre. Mia madre lanciò un urlo così forte, che quasi mi moriva fra le braccia». I suoi racconti si trovano anche in Rete.

ONORI MILITARI -La data delle esequie non è stata ancora fissata, ma molto probabilmente al fante saranno riservati gli onori militari, o addirittura i funerali di stato. A Castano Delfino Borroni viveva con i suoi figli, Angelo e Pinuccia e tredici pronipoti.

Giovanna Maria Fagnani


26 ottobre 2008

martedì 21 ottobre 2008

Stragi naziste: la Cassazione condanna la Germania a risarcire le vittime



IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - Sentenza senza precedenti della Corte di cassazione sulle stragi naziste. Per la prima volta la Suprema Corte ha condannato lo Stato tedesco a risarcire i familiari delle vittime delle stragi compiute durante l'occupazione tedesca. La Cassazione ha respinto infatti il ricorso presentato dalla Germania contro la sentenza della Corte d’appello militare di Roma che ha condannato Berlino a pagare i danni alle parti civili nei processi per l'eccidio nazista compiuto il 29 giugno 1944 in provincia di Arezzo a Civitella, Cornia e San Pancrazio, in cui vennero trucidate 203 persone, tutte civili e in gran parte donne e bambini.
CONDANNA - La prima sezione penale della Suprema Corte ha dato ragione al sostituto procuratore generale Roberto Rosin, che aveva chiesto di respingere il ricorso e confermare la condanna della Germania «in solido» con il sergente della Wehrmacht Max Josef Milde. Milde è stato condannato all’ergastolo nel dicembre dello scorso anno per la strage dove tra le vittime si annovera anche il parroco di Civitella, don Alcide Lazzari, medaglia d’oro al valore civile. I magistrati militari, oltre a condannare Milde, hanno previsto per i nove familiari di due vittime costituiti parte civile nel processo un risarcimento complessivo di un milione di euro.
RICORSO - Contro questo principio di responsabilità congiunta, la Germania si era rivolta alla Cassazione. Il ricorso si basava su due punti: l’immunità e il difetto di giurisdizione della magistratura italiana. Il pg Rosin, nel corso della requisitoria, ha replicato che «l’immunità rivendicata dalla Germania non si applica nei casi di crimini contro l’umanità». Per quanto riguarda la giurisdizione, Berlino ha fatto riferimento al trattato di pace stipulato con l’Italia nel 1947 e alla successiva Convenzione di Vienna del 1961. «Accordi internazionali che non includono i danni morali per le stragi naziste, ma solo per ebrei deportati», ha detto Rosin. Già il tribunale militare di La Spezia nell'ottobre 2006 in occasione della condanna in primo grado per il sergente Milde aveva previsto l’obbligo per la Germania di risarcire le parti civili. La condanna all’ergastolo di Milde, che faceva parte della banda musicale della divisione Herman Göring, responsabile del massacro, è ormai definitiva in quanto non è stato presentato alcun ricorso.
LA STRAGE - Il 18 giugno 1944 i partigiani sorprendono nel circolo ricreativo di Civitella quattro soldati tedeschi. Nello scontro a fuoco tre soldati restano uccisi. I nazisti lanciano un ultimatum di 24 ore per indicare i colpevoli, ma nessuno li denuncia. La gente lascia Civitella per timori di rappresaglie, ma per dieci giorni i tedeschi fanno credere che non sarebbe successo nulla. Finché all'alba del 29 giugno, quando la gente è tornata nelle loro case, Civitella e le frazioni di Cornia e San Pancrazio vengono circondate e inizia il massacro: molte donne vengono violentate prima di essere uccise. Don Lazzari sta celebrando la Messa per la festività dei santi Pietro e Paolo: i soldati entrano in chiesa e uccidono il prete e i fedeli con colpi di pistola alla nuca. Poi bruciarono le case in cui si erano rifugiati i pochi superstiti. Alla fine le vittime furono 203.


21 ottobre 2008

sabato 6 settembre 2008

La spia italiana che fece impazzire gli inglesi sull’isola nel 1935



MATTIA BERNARDO BAGNOLI
LA STAMPA
6 settembre 2008


E’ il 1935. Mussolini si lancia alla conquista dell’Etiopia in barba ai malumori della Gran Bretagna: una decisione che scatena le sanzioni economiche ai danni dell’Italia nonché un massiccio dispiegamento di unità navali britanniche nel Mediterraneo. Malta diviene così uno snodo strategico - e teatro delle gesta del Console Ferrante. Che oltre a sbrigare faccende diplomatiche teneva informata Roma sulle attività militari della Gran Bretagna, sosteneva la fazione filo-italiana e gestiva le spie che raccoglievano informazioni di intelligence - tra cui figuravano i suoi stessi figli.

Dagli archivi di Stato britannici, grazie al Freedom of Information Act, la legge che permette l’accesso a documenti ministeriali un tempo top-secret, spunta la vicenda da intrigo internazionale del marchese Ferrante, console generale d’Italia presso il protettorato di Malta. Ovvero il nemico numero uno dei servizi segreti britannici di stanza sull’isola. Ferrante, infatti, dopo essere stato trasferito nella roccaforte mediterranea dell’Impero, si trasforma negli occhi del Regime mussoliniano. «Pensavamo che il marchese Ferrante si sarebbe limitato a svolgere attività culturali e a occuparsi dei suoi impegni sociali - spiega un rapporto segreto datato 14 gennaio 1936 - ma dopo i primi arresti che hanno colpito gli agenti italiani presenti a Malta appare chiaro che il console in persona sia diventato il direttore delle operazioni di spionaggio: è un uomo molto intelligente, sposato con una cittadina americana e accompagnato da due figlie sveglie e graziose».

Il periodo è delicato. L’Europa è percorsa da venti di guerra e Malta per la Royal Navy rappresenta un porto essenziale. Ma la sua vicinanza con lo Stivale la rende instabile: solo l’anno precedente - il 1934 - gli inglesi avevano abolito l’italiano come lingua corrente sull’isola. E si apprestavano a spegnere ogni focolare pro-italico per garantirsi un teatro di operazioni affidabile. «Ammesso che si taglino le attività del Consolato italiano - continua il rapporto - e si prendano azioni immediate per arrestare un numero limitato di persone nel porto e altrove, il rischio di sabotaggi non dovrebbe essere alto».

«Sono dell’opinione - scrive a Londra un ufficiale dei servizi segreti dalla Valletta - che Malta sarebbe molto più sicura senza la presenza dell’intera famiglia Ferrante. Il marchese è sposato a un’americana alquanto affascinante e insieme hanno accesso a tutti i circoli dell’isola. Un’entratura che sfruttano in ogni potenziale». Le attività di spionaggio comprendono dettagliate missive - spedite attraverso la borsa consolare - sull’andirivieni delle corazzate britanniche nel porto di Malta. I britannici sono talmente preoccupati che pensano bene d’infiltrare una spia nel cuore stesso del Consolato, così da tenere sotto controllo le mosse dell’intera famiglia. E scoprono che Miss Virginia Ferrante, la figlia del console, viene usata come spia per acquisire informazioni sensibili - grazie alle sue frequentazioni con il circolo degli ufficiali. È stata proprio Virginia - mette in guardia la spia - ad essere entrata in possesso di importanti dettagli «sulle due torrette della H.M.S Courageous».

«Credo si stia dando troppo spago al Console italiano - scrive in un dispaccio datato 7 gennaio 1936 uno 007 britannico - e propongo che ai nostri giovani ufficiali sia vietato divenire socialmente coinvolti con la famiglia Ferrante. Sinora ci siamo mantenuti su di un livello generico: penso sia giunto il momento d’intraprendere azioni più energiche». In un altro dispaccio, poi, gli uomini del servizio segreto informano Londra che «le manovre dell’esercito e della flotta sono riportate a Roma praticamente senza sosta». Una situazione che, con il passare del tempo, diviene insostenibile. «Sappiamo - dice un rapporto top-secret destinato all’ufficio guerra di Londra - che chiedere la rimozione del console Ferrante potrebbe avere delle ripercussioni sulla nostra rete diplomatica in Italia. Ciò nonostante crediamo sia una misura ormai necessaria. Per convincere gli italiani delle nostre ragioni sarà sufficiente citare l’episodio Virginia». La famiglia Ferrante abbandonerà Malta quello stesso anno.


martedì 2 settembre 2008

Lo scrittore e l'ambasciatrice, tre giorni di sesso segreto: «Mi ha consumato»



Guido Santevecchi
La Repubblica
1 settembre 2008

LONDRA — Roald Dahl è stato un grande scrittore per ragazzi: i suoi racconti più noti sono La fabbrica di cioccolato, James e la pesca gigante e gli Sporcelli (pubblicati in Italia da Salani). Storie innocenti: nella Chocolate Factory per esempio un gruppo di bambini va a caccia di un biglietto vincente in una barretta di cioccolato che darà diritto a una fornitura vitalizia. Ma la vita reale di Dahl avrebbe potuto fornire la base per un incredibile romanzo d'avventura. Si sapeva già che Roald, nato nel 1916 da genitori norvegesi emigrati in Gran Bretagna, nel 1939 si era arruolato nella Raf, volando in azioni di combattimento in Grecia e Africa, prima di precipitare in un terribile incidente. Riportò ferite così gravi che non potè più mettersi ai comandi di un aereo da caccia. E nel 1942 fu inviato a Washington come attaché della Royal Air Force presso l'ambasciata britannica.

Ora si è scoperto che il giovane pilota era stato reclutato dai servizi segreti inglesi e che la sua missione prevedeva di sfruttare il suo fascino per stringere «relazioni molto speciali» con donne di potere americane. Il tenente Dahl eseguì con zelo. «Penso che sia stato a letto con qualunque donna sulla costa orientale e occidentale degli Stati Uniti che valesse più di 50 mila dollari l'anno», ha raccontato Antoinette Marsh Haskell, la figlia del suo migliore amico citata ieri dal Sunday Times. Tra le sue conquiste documentate (è saltato fuori uno scambio di lettere impressionante) ci fu Millicent Rogers, vistosa ereditiera della Standard Oil: lo sforzo bellico britannico aveva bisogno di molto petrolio. Ma il suo compito più delicato fu entrare in contatto con Clare Boothe Luce, che allora era una importante giornalista, deputata repubblicana del Congresso, sposata con il potente editore di Time, Fortune e Life. Una personalità forte e indipendente (tra il 1953 e il 1956 sarebbe diventata la mitica ambasciatrice in Italia del presidente Eisenhower), Clare Boothe Luce era molto temuta a Londra per le sue opinioni contrarie agli imperi coloniali e il suo noto disgusto nei confronti di Winston Churchill. L'ordine passato all'agente segreto Dahl fu di entrare nelle grazie della parlamentare-editorialista, più grande di lui di 13 anni.


Ci riuscì fin troppo facilmente, perché la signora quarantenne si dimostrò una tigre appassionata. Dahl scrisse nel suo diario ora recuperato: «Mi ha tenuto a letto per tre giorni di seguito, mi ha consumato... » (la frase esatta era un po' troppo esplicita per essere tradotta fedelmente, ndr). Il tenente dopo un po' si rivolse anche ai superiori, chiedendo di essere sollevato dall'incarico fisicamente troppo gravoso con la congresswoman: la risposta fu di tornare in camera da letto, chiudere gli occhi, spalancare le braccia e pensare all'Inghilterra in guerra. È tutt'altro che certo che gli sforzi del giovane attaché abbiano portato ai servizi segreti di Londra materiale utile. Dahl, che era riuscito a conoscere anche i Roosevelt, credette di aver scoperto una relazione tra il presidente e la principessa Martha di Norvegia, rifugiata negli Stati Uniti. Il Sunday Times osserva che la scoperta più significativa del tenente della Raf Roald Dahl, in quegli anni a Washington, fu il talento per la scrittura. Nell'aprile del 1943 pubblicò la sua prima storia per bambini: The Gremlins, sui piloti di guerra e la loro cattiva fortuna.