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sabato 19 novembre 2011

Segnale da ascoltare


di GAD LERNER

LA REALTA' dell'eurodisastro offre supporti insperati a chi voglia riconoscervi il sopravvenuto dominio dell'oligarchia finanziaria sulla democrazia: basti pensare alla simultanea rimozione per impotenza manifesta dei primi ministri in Italia e in Grecia. I due premier sono stati sostituiti da personalità organiche all'establishment sovranazionale, molto simili per fisionomia al "podestà forestiero" evocato l'agosto scorso da Mario Monti. Tale "stato d'eccezione" si rivela humus ideale per la germinazione delle più fantasiose teorie cospirative. Chi si nasconde dietro all'uso intimidatorio della parola "mercati"? È impressionante la disinvoltura con cui il populismo di destra, non appena disarcionato il suo governo che pure s'era ridotto a comitato d'affari privati, rispolvera la propaganda in auge nei periodi più bui del secolo scorso: i banchieri venduti alle centrali straniere, i circoli anglofoni, la patria in ostaggio di agenti infiltrati, l'internazionale massonica...

I giovani senza futuro che nel corso del 2011 hanno dato vita a una rivolta mondiale contro l'ingiustizia di questo disordine economico, all'improvviso si ritrovano così di fianco imitatori spregiudicati d'opposta sponda. Per quanto ciò risulti paradossale, berlusconiani e leghisti indossano la maschera dell'anticapitalismo indignado. E loro, gli studenti in lotta? A quanto pare non sembrano preoccuparsene. "Né Monti, né Tremonti", giocano con la rima. Dirigono il corteo contro l'università Bocconi da cui proviene il nuovo presidente del Consiglio e, se interviene la polizia a fermarli, lo dirottano sulla Cattolica, il cui rettore è divenuto ministro della Cultura. Quanto al nuovo responsabile dell'Istruzione, Francesco Profumo, la sua autorevolezza lo rende ai loro occhi addirittura peggiore della Gelmini. Poco gli importa se il giorno prima a picchettare la sede della Goldman Sachs ci sono andati niente meno che i giovani del Pdl (ignari degli affari intrattenuti dall'azienda del loro leader con tale istituzione finanziaria). Le dimostrazioni scaricano a casaccio la protesta contro "il governo dei banchieri" imbrattando filiali di Unicredit e Intesa Sanpaolo a Palermo, circondando l'Abi a Milano o la sede della Banca d'Italia a Firenze.

C'è qualcosa di funesto nel manifestare contro luoghi del sapere come le università "colpevoli" solo di essere private, contrapponendo studenti a studenti. Così come è sintomo di disperazione prendere di mira gli sportelli Bancomat, simbolo di un reddito da cui si sentono preclusi. Ma una volta condannati con nettezza gli episodi di violenza e le caricature insulse del "nemico", sarà bene che il nuovo governo, e prima ancora la sinistra democratica che lo sostiene, evitino di prendere sottogamba le ragioni di tanta furia indistinta. Un conto sono le strumentalizzazioni della destra oligarchica e populista, ben altra le motivazioni imprescindibili della rabbia giovanile.
Appare evidente che nell'Italia del 2011 non è più replicabile la stagione dei governi tecnici che realizzarono vent'anni fa il risanamento finanziario e l'ingresso dell'Italia nell'euro con il decisivo sostegno dei sindacati e dei partiti di sinistra. Nonostante il prestigio degli artefici di quella stagione, troppo diffusa rimane la consapevolezza del prezzo pagato all'epoca dai ceti popolari, in termini di decurtazioni nel reddito e perdita di posti di lavoro, senza che ne derivassero le promesse contropartite di investimenti da parte della classe imprenditoriale.

Il collasso del capitalismo finanziario e l'attacco speculativo ai debiti sovrani mutano completamente lo scenario. Chi ha patito la crisi, mentre vedeva gonfiarsi a dismisura i guadagni di una ristretta minoranza, invano ha atteso una correzione di tale stortura. E ora manifesta la sua ostilità non solo contro la classe politica, ma più ancora contro i potenti dell'economia.
La nomina di un "banchiere di sistema", Corrado Passera, a responsabile delle politiche industriali del governo Monti, a prescindere dalle capacità personali dell'interessato, non favorisce certo la necessaria sintonia fra nuova classe dirigente e sentimenti popolari. Qualcuno dovrà pur dare rappresentanza politica alla diffusa richiesta di giustizia sociale se non si vuole che essa cada preda della demagogia scatenata a destra e delle suggestioni cospirative trasversali. Rifiutare l'ineluttabilità dei diktat che piovono sull'Italia da un altrove lontano, e fare i conti con lo strapotere della finanza, diventano per la sinistra priorità non rinviabili a una "seconda fase" del risanamento. Pena il ripudio della sua missione storica, già incrinatasi allorquando - nelle emergenze del passato - prevalse la teoria dei nobili sacrifici intesi come un "farsi carico" da parte della classe operaia dei destini della nazione. Col risultato che sappiamo.

Ormai è chiaro a tutti che la depressione in cui precipita l'Occidente non è frutto degli "eccessi" del capitalismo finanziario fondato sul debito, ma della sua stessa natura strutturale. Per questo i tecnici chiamati oggi a cimentarsi con un difficilissimo tentativo di salvataggio, non hanno altra scelta che trasformarsi in politici coraggiosi, tutt'altro che neutrali. Tocca loro delineare un'incisiva riforma del sistema di cui essi stessi hanno in taluni casi personalmente beneficiato; se non vogliono entrare in una disastrosa rotta di collisione con la gioventù precaria che oggi, a torto o a ragione, non li beneficia di alcuna distinzione rispetto a chi li ha preceduti.

(18 novembre 2011)

mercoledì 9 febbraio 2011

La politica dei buttafuori


di GAD LERNERI

bimbi rom arrivano in prima pagina solo quando muoiono a quattro per volta.

Raul, Fernando, Patrizia e Sebastian a Roma domenica scorsa; come già Cloptar, Tuca, Mengi, Eva a Livorno nell'agosto 2007. Se invece l'incendio della baracca ne ammazza solo uno o due, com'è più frequente, allora basta una notizia in breve. Non siamo abituati così anche per gli incidenti sul lavoro?
Si è colto un turbamento sincero nel sindaco Alemanno quando ha proclamato il lutto cittadino per le vittime innocenti di Tor Fiscale, e ha espresso il bisogno di urlare la sua impotenza di fronte alla tragedia. Ma è il presidente Napolitano l'unico che ha saputo instaurare nel cordoglio una relazione di cittadinanza comune con i loro genitori, riconoscendoli come titolari di diritti fondamentali che le istituzioni pubbliche non hanno saputo rispettare, venendo meno al proprio dovere. Come capo dello Stato, ma anche come personalità politica dotata di visione europea, Napolitano sa bene che i rom sono la più grande minoranza etnica del continente, non riducibile a escrescenza marginale da debellare.

Dopo tre anni di governo fallimentare della destra, incentrati sulla demagogica promessa di risolvere con gli sgomberi e le espulsioni la piaga del degrado metropolitano, è rimasta solo La Padania a sostenere ieri temerariamente che "quei ragazzini sono stati uccisi dal finto e sinistro buonismo". Un elogio tardivo della cattiveria in politica (a suo tempo rivendicata dal ministro Maroni) già rivelata nel proposito di schedare i minori nomadi con le impronte digitali "per il loro bene"; e proseguita con un inutile censimento affidato ai prefetti di Roma, Milano e Napoli, dotati il 30 maggio 2008 di superpoteri emergenziali. Oggi Alemanno scopre che sono insufficienti. In campagna elettorale aveva vagheggiato l'allontanamento da Roma niente meno che di ventimila irregolari, un esodo fantasticato per sottrarsi all'onere di una loro civile integrazione.

La doverosa verifica giudiziaria sulle responsabilità dei genitori, indagati per abbandono dei minori, diviene così un alibi per minimizzare i doveri di tutela pubblica che spettano alle autorità di governo locale e nazionale. Troppo facile cavarsela dicendo che al posto di quel padre e di quella madre ci saremmo comportati diversamente, riducendo a singola inadempienza familiare un dramma collettivo.

I benpensanti che si autoassolvono dovrebbero semmai confrontarsi con l'esperienza vissuta dal muratore romeno Mirko Mircea e di sua moglie Liliana, colpiti da un lutto atroce. Come egli ha riferito, e come la Comunità di Sant'Egidio conferma, nel corso di un decennio è toccato loro di subire 30 sgomberi. A che pro? Con quale vantaggio per la sicurezza e il decoro urbano? Chi si è limitato per trenta volte a cacciare quella famiglia da una periferia all'altra di Roma, come polvere da nascondere sotto il tappeto, auspicandone un'impossibile dissoluzione nel nulla, ignorando la necessità di ricovero, assistenza dei minori, vigilanza su un loro stabile percorso scolastico, ha forse oggi il diritto di ergersi a giudice?

La verità è che la politica degli sgomberi a raffica, inutili e costosi, effettuati a Roma come nel resto d'Italia senza predisporre soluzioni alternative, si rivela per quella che è: una truffa. Con l'aggravante dell'ipocrisia. Perché ora i Maroni e gli Alemanno se la prendono con i Comuni renitenti all'assegnazione di spazi per i campi attrezzati, proprio loro che in campagna elettorale aizzavano l'ostilità della popolazione contro i rom promettendo, né più né meno, di cacciarli (non si sa dove).

C'è un vicesindaco milanese, Riccardo De Corato, che esibisce gli sgomberi dei campi rom effettuati negli ultimi anni con la meticolosità del demagogo: pare siano ormai quasi 400. Peccato che il viavai riguardi sempre le stesse disgraziate persone, per una buona metà minorenni. Il vanitoso buttafuori De Corato nello stesso periodo contabilizza l'espatrio forzato di neanche 50 stranieri irregolari: gli altri senzatetto, italiani e non, penano tuttora in vagabondaggio nei margini della città. E perfino quando si trattava di smantellare un grande campo autorizzato, il Triboniano, per le superiori esigenze dell'Expo 2015, il Comune ha preferito farsi condannare in Tribunale piuttosto che concedere alloggi popolari in disuso a 11 (solo undici!) famiglie colpevoli di appartenere all'etnia rom. Naturalmente il prefetto di Milano che ha disatteso i contratti stipulati con le associazioni del no profit è lo stesso che riceveva sollecito la favorita caraibica del premier, nella cui cantina erano nascosti chili di droga.

Questa è la prepotenza che vige in Italia: smantellamento degli accampamenti abusivi, ma niente alloggi per i rom divenuti peraltro da tempo stanziali. Come stupirsi se poi fra loro si consolidano pratiche delinquenziali di clan, aggravate da maltrattamenti alle donne e ai bambini?

Oggi il vescovo vicario di Roma pregherà nella Basilica di Santa Maria in Trastevere per Raul, Fernando, Patrizia e Sebastian. Osiamo sperare che il lutto cittadino possa risuonare come solenne autocritica dei nostri governanti.

(09 febbraio 2011)

mercoledì 2 febbraio 2011

La ribellione degli uomini


di GAD LERNER

IL MASCHIO italiano schierato con le donne che si ribellano all'offesa della loro dignità? Tale è la sfida allo stereotipo del vitellone nazionale, da esporlo come minimo a sospetti e ironie. Il furbacchione si trincera dietro alle suore e alle femministe solo ora che c'è di mezzo Berlusconi, altrimenti... È roso dall'invidia per il maturo dongiovanni; si ricicla bacchettone dopo aver predicato la libertà sessuale; spia dal buco della serratura il bottino che mai riuscì a procacciarsi. traduce la frustrazione in moralismo. E avanti di questo passo: quasi dovessimo coprirci di ridicolo, noi uomini, per solidarizzare con le nostre concittadine in un paese noto ormai come il più misogino dell'occidente. Afflitto non a caso dal più alto tasso europeo d'inattività femminile (una donna su due non trova o non cerca lavoro, dato Istat 2009). Per non parlare della loro emarginazione dal potere politico.

"DICO BASTA": IL NOSTRO APPELLO

Scatta poi un istinto atavico, più nel profondo del maschio intimidito e attratto dall'esuberanza femminile. Se quelle ragazze si offrono al desiderio del potente per trarne vantaggi, non sarà la loro una sottomissione finta? Le fameliche "lupe di Arcore" (copyright di Francesco Merlo) meritano forse di essere considerate vittime, o ha ragione piuttosto chi le addita al pubblico ludibrio come "veline ingrate"? Così i cd di Mariano Apicella imbottiti di banconote da cinquecento euro, al termine dei festini di Arcore, incoraggiano un vile rovesciamento di responsabilità, addossando alla spregiudicatezza femminile - "lei ci stava, vostro onore, trattasi di donna dai facili costumi!" - il marchio della colpa.

Un falso alibi che però funziona da millenni.

Forse è venuto il momento di riconoscere che anche il maschio italiano sta subendo nella sua identità sessuale i contraccolpi della pornocrazia, divenuta caratteristica pubblica di una classe dirigente di puttanieri. Non a caso il disagio è avvertibile particolarmente fra i giovani maschi che vivono la delicata scoperta dell'eros in un contesto culturale stravolto da una tale inedita ostentazione del mercimonio. È soprattutto fra loro che si affaccia con timidezza la presa di distanze: io non vivo così il mio bisogno di relazione amorosa; desidero un altro tipo d'incontro con le mie coetanee.
Che idea dell'amore può suggerire ai giovani maschi italiani la notizia di quelle cene in cui tre settantenni, resi interessanti solo dal loro status, si trastullano con venticinque ragazze di mezzo secolo più giovani di loro? A tutti, nell'adolescenza, sarà capitata la fantasia di fare l'amore con le bellezze viste in televisione. Ma poi subentra una fase più matura, la fatica della scoperta individuale della femminilità. Contraddetta dalla visione di questa sessualità immatura per cui il potente si ricostruisce in casa, scimmiottando per capriccio lo spettacolino televisivo, la fantasia adolescenziale del dominio maschile esercitato grazie alla forza del denaro. È la trasposizione privata, ma esibita pubblicamente come credenziale di prestigio, di un'ossessione che serializza il corpo femminile plastificato. Bambole di carne precocemente rifatte per somigliarsi tutte e corrispondere a un gusto che si distanzia dall'autenticità femminile fino a precipitare nella parodia.

Altro che libertà sessuale. È la stessa bellezza dell'amore, la ricerca del piacere nella reciprocità, a subire un attentato. Tanto da provocare nei maschi frustrazione, caduta del desiderio, pulsioni sopraffattrici, mortificazione dell'eros nella virtualità del porno.

Solo in questo senso possiamo riconoscere che siamo vittime anche noi dell'offesa alla dignità della donna. Certo ha ragione suor Rita Giaretta di Caserta quando denuncia la legittimazione giunta dai vertici del potere istituzionale alla schiavitù della vendita del corpo (non solo, ma principalmente femminile) fino ai gradini più bassi della scala sociale. E s'indigna, suor Rita, per il cinismo con cui la parte maschile della nostra società sembra accettarla come norma. Ma proprio perché tale abitudine è cementata da una cultura popolare di massa di cui le televisioni di Berlusconi sono da decenni le volgari battistrada - e di cui le sue abitudini private rappresentano la caricatura parossistica - anche la reazione può e deve essere femminile e maschile insieme. Ben lungi dalla sessuofobia, la rivolta femminile coinvolge gli uomini in un progetto di dignità comune che è la base della civiltà. Il partito dell'amore è stata la più beffarda truffa politica del premier indagato per favoreggiamento della prostituzione minorile. Ma la faticosa costruzione dell'amore, come ci ricordano pure i nostri più bravi cantautori, è l'intima fatica per cui vale la pena di vivere.

(02 febbraio 2011)

domenica 17 ottobre 2010

Il valore del lavoro


di GAD LERNER

L'ingiustizia plateale di cui è vittima il lavoro dipendente nel nostro paese - rimossa dal governo, trascurata dalla sinistra - si sta riprendendo da sola l'attenzione che le spetta.

Solo un establishment miope, che ha lucrato per decenni sulla crescita delle disuguaglianze sociali senza peraltro compensarla con alcun vantaggio per l'economia, può liquidare la piazza romana gremita di lavoratori metalmeccanici come una manifestazione di estremismo politico. Da trent'anni una distribuzione squilibrata del reddito - che a differenza da altri paesi neppure la fiscalità e il welfare riescono a correggere - provoca un'imponente decurtazione della quota di ricchezza nazionale destinata alle buste paga. E come se questo non fosse un problema, ogni rara volta che viene ipotizzato un nuovo investimento nell'apparato industriale, esso viene preceduto dalla richiesta di concessioni normative a vantaggio dell'impresa. Quasi non provenissimo da decenni di moderazione sindacale e di concessioni rimaste senza contropartita alcuna per i lavoratori.

Può sembrare antico il simbolo della Federazione Impiegati Operai Metalmeccanici della Cgil fondata nel 1901, con la ruota dentata e il martello affiancati alla penna e al compasso - ma chi lo irrideva alla stregua di un anacronismo ormai disgiunto dal malcontento operaio, ha perso la sua scommessa.

Ancora una volta si è confermato poco saggio confidare sulla divisione sindacale per edificare nuove relazioni industriali. Sono caduti nel vuoto perfino gli avvertimenti del vecchio "duro" Cesare Romiti. Peggio ancora, il ministro Maroni ha additato irresponsabilmente come pericolo pubblico la manifestazione promossa da una grande organizzazione democratica che merita il rispetto di tutti, compreso chi non ne condivide la linea sindacale. Mentre il suo collega Sacconi, novello apprendista stregone, ha sproloquiato vaneggiando di un inesistente "clima da anni Settanta".

La compostezza della protesta operaia ha fatto giustizia della linea di un governo che punta a stringere accordi con la Cisl e la Uil negando il ruolo decisivo della Cgil. Speriamo che l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, dopo aver dato in questa circostanza il cattivo esempio, riveda il proprio errore.
Toccherà ora ai sindacati di Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti ritessere un rapporto unitario con la nuova leader della Cgil, Susanna Camusso, contribuendo a sopire le tensioni che hanno dato luogo purtroppo a intimidazioni gravi nei loro confronti. Nessuno tra coloro che rifiutano calcoli politici di breve periodo, neanche la Confindustria, ha convenienza a fronteggiare la gestione della crisi economica con due piazze sindacali contrapposte. Tanto più dopo la giornata di ieri che ha evidenziato rapporti di forza diversi da quelli su cui forse anche Cisl e Uil facevano affidamento.

L'argomento secondo cui la Fiom Cgil mobilita grandi numeri solo perché intorno a lei si radunano forze radicali, precari della scuola e studenti estranei al mondo della fabbrica - il "nuovo antiberlusconismo" di cui parla Nichi Vendola - denota una visione politicista che elude la sostanza del problema: chiedere deroghe ai dipendenti in materia di malattia e diritto di sciopero, addirittura disdettare un contratto nazionale prefigurando ovunque normative svantaggiose, viene percepito come un'ingiustizia da chi molto ha già dato senza ricevere nulla in cambio.

Certo, dalla nuova posizione di forza acquisita, anche la Fiom Cgil dovrà avvertire la responsabilità di operare per una nuova unità sindacale, sedersi di nuovo ai tavoli delle trattative, vincendo la tentazione di un isolamento dorato.

Il Partito Democratico soffre più di chiunque altro questa divisione sindacale e paga il prezzo di non aver saputo delineare un suo impegno politico diretto nel mondo del lavoro, influenzando anche le dinamiche interne alle tre confederazioni. L'assenza di Bersani in piazza San Giovanni è dovuta al fatto che il segretario del Pd non può oggi permettersi di scegliere: difatti non aveva partecipato neppure alla manifestazione di Cisl e Uil, la settimana prima, a piazza del Popolo.

Magari fosse solo una questione diplomatica. La verità è che l'intera classe politica del centrosinistra, qualunque sia la sua matrice culturale, si è macchiata di un'inadempienza storica. Rescisso il legame esistenziale con gli operai, interrotto il circuito virtuoso per cui la rappresentanza delle classi subalterne si tramutava anche in leadership espresse direttamente dal mondo del lavoro, non ha allontanato solo il suo tenore di vita e la sua sensibilità dal popolo delle formiche. La classe dirigente del centrosinistra si è autoconvinta che un'adesione acritica alla cultura neo-liberale fosse il requisito indispensabile per candidarsi al governo del paese, supportata dal consenso di un establishment che nel frattempo si arricchiva spogliando risorse, anziché promuovere lo sviluppo.

Saranno necessari un cambio di mentalità, drastiche correzioni organizzative e di comportamenti, affinché l'attenzione al reddito e alla condizione operaia riacquisti il giusto peso nella politica del centrosinistra.
Non è un ritorno all'antico, ma un'adesione moderna alla vita quotidiana di chi fa fatica, il messaggio urgente che piazza San Giovanni rivolge a una politica distante.

(17 ottobre 2010)

sabato 3 aprile 2010

Le maschere del carroccio


GAD LERNER

La Lega di Umberto Bossi detiene un peso elettorale quasi identico al Front National di Jean-Marie Le Pen, che alle regionali francesi del 14 marzo scorso ha conseguito l'11,42% dei voti (2.223.800 elettori). Ma Le Pen non può aspirare a nessuna alleanza con i gollisti di Sarkozy perché la distanza culturale fra loro viene considerata incolmabile. La Lega, invece, partecipa da anni in posizioni chiave al governo nazionale e ciò l'ha favorita nel conquistare la guida di due regioni importanti come il Veneto e il Piemonte. Tanto che oggi il leghismo è in grado di proporsi credibilmente come approdo e baricentro culturale della destra italiana post-berlusconiana, scommettendo sul fatto che per difendere il suo insediamento sociale essa resterà altra cosa dal Partito Popolare europeo. Bossi non indica traguardi d'eccellenza alla sua comunità. Conosce gli handicap che la rendono sempre meno competitiva nelle sfide globali. Offre dunque la semplicità del suo linguaggio come garanzia per chi cerca protezione visto che la concorrenza gli è poco propizia.

Dal successo di questa offerta nasce il mito del radicamento territoriale della Lega, magnificata come nuovo partito ideologico di massa, sul modello delle formazioni organizzate di mezzo secolo fa. Nulla di più falso. La militanza leghista è altra cosa dall'interclassismo democristiano e dalla vertenzialità comunista. Si manifesta nella predicazione capillare di "valori" e nell'indicazione di "nemici" molto più che nel riformismo locale.

Chiunque abbia seguito gli ultimi comizi di Umberto Bossi (affiancato negli appuntamenti più importanti da Giulio Tremonti, quasi che il ministro dell'Economia fosse ormai un dirigente della Lega e non del Pdl) se n'è reso conto. Sui palchi elettorali il senatur si concentra sul profilo identitario, esalta l'appartenenza a un popolo "sano": vagheggia di pedofilia come insidia estera; denuncia i pericoli della "famiglia trasversale" con allusioni gestuali agli omosessuali; proclama il sempre efficace "padroni a casa nostra"; rivendica di aver sbarrato il passo allo straniero. Altro che concretezza programmatica, altro che piattaforme di territorio. Bossi incanta la folla descrivendo una missione quasi religiosa della Lega, esasperandone la natura tradizionalista: forza antica, interprete di uno spirito conservatore antiliberale radicato da secoli nel cattolicesimo popolare che già visse come eventi minacciosi l'esportazione della Rivoluzione francese, il Risorgimento "massonico", la Resistenza egemonizzata dai comunisti.

Come un rabdomante, Bossi sintonizza la sua politica con questa energia sotterranea reazionaria. Confida di storicizzare il leghismo mettendolo in relazione con le vandee anti-bonapartiste, con l'opposizione cattolica allo Stato unitario nei suoi primi decenni di vita, col rifiuto a un tempo degli ogm e dei minareti. Non a caso l'esordio dei nuovi presidenti di Veneto e Piemonte, Luca Zaia e Roberto Cota, è un annuncio simbolico di carattere spirituale, non economico: il boicottaggio della pillola Ru486, legalizzata dallo Stato italiano ma osteggiata dalla Chiesa cattolica. E quindi additata come diavoleria moderna.

È opinione diffusa, anche nella comunità finanziaria, che i dirigenti leghisti siano dotati di notevoli virtù pragmatiche. Soprattutto viene apprezzato che non chiedano niente per sé, semmai per il partito, e mantengano gli impegni. Ciò è tipico dei movimenti fortemente ideologizzati, dove si apprende la dimestichezza nell'esercizio del potere dentro i ruoli istituzionali man mano conquistati. Più problematico sarebbe descrivere realizzazioni sociali o economiche tipicamente leghiste nei territori amministrati.

Prima di tutto viene dunque il partito. La sua struttura centralistica valorizza la gerarchia interna, esclude il dissenso e coltiva la fedeltà al leader carismatico. Requisiti che avvantaggiano i quadri leghisti nel confronto con gli alleati del Pdl sempre in lite fra loro. Ma questa divisa comune obbligatoria - se non è più la camicia verde, sia almeno la cravatta o il fazzoletto - ha una finalità "totalitaria" raffinata che va ben al di là della disciplina. Il popolo cui si rivolge il messaggio della Lega identifica da sempre il principio d'autorità con la tradizione. Aspira a un "noi" contrapposto all'élite, disprezzabile perché nell'élite non si distingue la cultura dal privilegio. Questo è il popolo che per contrasto apprezza la saggezza del leader autodidatta, meglio se un po' rozzo; l'intraprendente che non ha studiato ma si è fatto da sé.

L'antropologa francese Lynda Dematteo ricostruisce, sotto un titolo che si presta a equivoci di snobismo sprezzante "L'idiotie en politique" (Cnrs éditions), questo capolavoro semantico di Bossi. Descrive come i dirigenti leghisti hanno saputo trasferire in politica le maschere della commedia dell'arte e del teatro dei burattini. Così mascherati, si sono atteggiati lungamente a finti sciocchi, come tali autorizzati a profferire verità altrimenti indicibili. La Dematteo cita per esempio il gozzuto Gioppino, folkloristico valligiano bergamasco la cui idiozia era valorizzata come "un dono di natura"; e sostiene che, al pari di Gioppino, pure i dirigenti leghisti camuffano la loro astuzia avvolgendola nella grossolanità. Avete presente il ministro Calderoli con scure e lanciafiamme mentre dà fuoco agli scatoloni della burocrazia? Di nuovo è la commedia dell'arte a illuminarci: il finto sciocco gratifica il suo pubblico perché gli consente di riconoscere in lui la rivincita dell'umile sull'arrogante.

Non c'è comizio o dibattito televisivo in cui il leghista non ostenti ironico distacco nei confronti dell'avversario, descrivendolo come intellettuale lontano dai problemi del popolo, al quale viceversa lui appartiene. Il compiacimento mostrato nell'inciampo sintattico, nel dialettismo e nella battuta sessista servono a lanciare il messaggio decisivo: "Siamo come voi, difetti compresi, solo un po' più coraggiosi".

Il tratto caricaturale e l'immediata riconoscibilità popolana del leghista godono oggi di un tale appeal, da richiamare imitatori perfino ai vertici dell'establishment. Venerdì 26 marzo al Teatro Nuovo di Torino, parlando dopo Bossi e Cota, l'erudito ministro professor Giulio Tremonti si è sentito in dovere di vantarsi: "Noi siamo gente semplice, poche volte ci capita di leggere un libro...". Solo un modo di dire, certo, ma esprime bene lo spirito dei tempi. L'"idiotismo politico" può essere adottato con maestria anche dai borghesi.

L'imponente travaso di voti dal Pdl alla Lega verificatosi alle regionali 2010 conferma che il fenomeno conservatore degli "atei devoti" - vogliosi di credere in Dio, patria e famiglia a prescindere dalla coerenza delle scelte di vita - ha dimensioni di massa ed è solo una presenza intellettuale. Nel profondo Nord il partito dei credenti nella Tradizione è destinato a durare più del partito personale di Berlusconi. Lo congloberà, probabilmente. Mentre già oggi la Lega gode della benevolenza dell'"Osservatore Romano" che gli attribuisce improbabili somiglianze organizzative con Democrazia cristiana e Partito comunista; e pazienza se su temi evangelicamente imbarazzanti come il rapporto con lo straniero Zaia e Cota entreranno magari in frizione con i vescovi locali.

Il problema semmai riguarda Gianfranco Fini, perché il leghismo che si offre come linguaggio esplicito e approdo organizzato alle incertezze del Pdl, confida di lasciare ben poco spazio alla nascita di una destra liberale in Italia. Qui da noi Le Pen rischia di mangiarsi Sarkozy, il viceversa pare impossibile.

(03 aprile 2010)

martedì 2 marzo 2010

Gli immigrati: "Uomini come voi"


di GAD LERNER

C'E' DA SPERARE che la minoranza colorata che ha affollato pacificamente ieri decine di piazze italiane protestando contro il razzismo e invocando i diritti che le sono negati, venga presa in seria considerazione dalle pubbliche autorità. Per quanto esigua, rispetto alla popolazione di 4,3 milioni di stranieri residenti nella penisola, la folla dei manifestanti ha rivelato la nascita di un nuovo movimento che sarebbe irresponsabile sottovalutare. Perché, se il malcontento rimanesse inascoltato, l'associazionismo degli immigrati potrebbe svilupparsi in forma contrapposta e separata alla democrazia in cui reclama di venire incluso.

Quando migliaia di palloncini gialli si sono levati in volo su piazza del Duomo a Milano, coprendo il maxischermo in cui sfilavano elegantissime le modelle straniere, il sagrato era invaso di badanti e fattorini, coi loro bimbi che mostravano un semplice cartello: "Siamo nati qui, vogliamo la cittadinanza". A Roma cancellavano le scritte ostili sui palazzi. A Napoli marciavano così numerosi da stupire i passanti: da dove spuntano tutti questi stranieri?

Se è bastata la suggestione velleitaria di "24h senza di noi", la sfida impossibile di uno sciopero degli immigrati, per dare consistenza numerica a un'iniziativa spontanea quasi del tutto priva di supporti organizzativi, vuol dire che c'era un vuoto da riempire. Non gli corrisponde, è vero, uno spazio politico redditizio: la difesa dei diritti degli stranieri in Italia continua a essere valutata un pessimo affare elettorale, come rivela anche la riluttanza del Partito democratico finora pochissimo interessato a dare loro visibilità pubblica nelle sue strutture. Ma come non rendersi conto che le buone ragioni degli immigrati, contro una burocrazia sollecitata dal centrodestra a rendergli la vita difficile, potrebbero tradursi in rivolta se si continua a ignorarle?

Ieri hanno cantato e ballato per le strade, stupiti loro stessi nel riconoscersi movimento nascente. Ma domani? Per quanto tempo ancora potremo impiegarli con paghe inferiori, costretti spesso nell'irregolarità del lavoro nero, lanciando contemporaneamente proclami allarmistici contro l'"invasione degli stranieri?" È significativo che attestati di rispetto e comprensione nella prima giornata di protesta degli immigrati siano giunti da associazioni imprenditoriali di categoria: la Camera nazionale dell'Artigianato che ricorda come il 9,5% del Pil sia legato direttamente o indirettamente al lavoro degli stranieri; e la Coldiretti che lamenta il ritardo del decreto flussi per gli stagionali agricoli, da cui dipende il 10% dei raccolti nelle campagne italiane. Riconoscerli solo come manodopera, però, non esaurisce la dimensione di umanità che tante famiglie, scolaresche, comunità di cura vivono nel rapporto personale con il loro singolo straniero, disabituate tuttora a vederlo partecipe di una collettività. A lui danno un nome, ne condividono le emozioni, lo adottano. L'"insieme straniero" resta invece folla anonima, estranea, minacciosa.

Ieri questa folla ci si è presentata affermando con esemplare civiltà: "Siamo uomini e donne come voi". Ma questo è il pericolo, se gli stranieri continueranno a scendere in piazza da soli, dopo che ieri ci hanno preso gusto: che il sorriso della prima volta, incompreso nella separazione dei passanti, trasmuti in sguardi torvi. Una società armoniosa, in grado di condividere i medesimi ideali di giustizia sociale, non può fondarsi sul braccio di ferro tra comunità straniere e maggioranza italiana. Ha bisogno di immigrati bene inseriti nelle strutture di rappresentanza democratiche. Deve aspirare a una cittadinanza comune.

(02 marzo 2010)

venerdì 12 febbraio 2010

La donna tangente


di GAD LERNER

LA DONNA-tangente pare ormai assunta come merce di scambio ordinaria fra i puttanieri della nuova classe dirigente italiana. Costa relativamente poco, cementa solidarietà indicibile ovvero complicità omertosa, come e più di qualsiasi altro pagamento in nero. Il regalo sessuale lubrifica il sistema affaristico fin dentro i palazzi del governo, e pazienza se rende incivile anche la Protezione civile: funziona perché corrompe.

Lo spregiudicato costruttore romano Diego Anemone che offre graziosamente a Guido Bertolaso le prestazioni della brasiliana Monica e le "ripassatine" di Francesca, in attesa della festa "megagalattica" al Centro benessere Salaria Sport Village con due o tre ragazze, mi raccomando, "di qualità", si è procacciato appalti lucrosi con lo stesso metodo reso celebre dall´imprenditore della sanità barese Gianpaolo Tarantini.

Resta da chiedersi quanti sono in Italia i prosseneti alla Anemone o alla Tarantini, capitani d´impresa non ancora quarantenni tanto abili nel saziare gli appetiti erotici della Seconda Repubblica. Intervistata dal "Financial Times", l´estate scorsa Patrizia D´Addario spiegava che questo genere di scambi tra uomini politici e cacciatori d´appalti è prassi ordinaria. Da Tangentopoli a Puttanopoli. Ma anche nel settore privato dilaga la stessa usanza: a Milano è risaputo che certe cene d´affari con clienti stranieri vengono suggellate dall´ingresso finale a sorpresa delle signorine-cadeau.

L´esempio, come sempre, viene dall´alto. E poco importa che il Capo supremo possa disporre di una rete di fornitori così servizievoli da concedergli pure l´illusione della conquista gratuita: il maschio di potere si compiace di pensare che le donne lo desiderino per quel che è, non solo per quel che sperano di ricavarne.

Ora sappiamo che la sintonia fra B&B era cementata da una consuetudine di uomini maturi che si strizzano l´occhio l´un l´altro, come del resto già testimoniato dalla serata a Palazzo Grazioli del 2 dicembre 2008 in compagnia di Gianpaolo Tarantini e delle sue girls. Sarà senz´altro una coincidenza se un uomo assai vicino a Bertolaso ha di recente rilevato la Tecnohospital di Tarantini, in grave perdita. Rifiutiamo anche solo di pensare che un tale business sia stato corroborato da attenzioni intime. Vale di più riflettere sulla postura di questo potere maschile, e sugli effetti sociali che ne derivano.

Gli "uomini del fare", che operano per "il bene del paese", hanno dunque in comune pure un´idea usa e getta dell´amore. È del resto un´idea ben comunicata dalla pornografia televisiva imperante, prima ancora che dal repertorio dei discorsi pubblici del premier. Il corpo della donna plastificato e ridotto a ornamento ebete, con una ripetitività che ne abbatte la stessa carica erotica, altro non è che lo specchio di una misoginia perpetuata nella concezione della famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle carriere politiche.

Fior di studiosi hanno quantificato il danno economico, oltre che il ritardo culturale inflitto così alla società italiana. Ora sappiamo che non si tratta solo di arretratezza. La creatività dei puttanieri all´italiana ha escogitato una vera e propria scommessa imprenditoriale: le donne si regalano come bustarelle in carne e ossa per entrare nel giro che conta.

Conosco l´obiezione secondo cui non c´Ã¨ niente di nuovo sotto il sole, si tratterebbe di un malcostume antico. Ma quando mai, in democrazia, s´Ã¨ dovuto fare i conti come oggi con quel particolare tipo di consorteria rappresentato dal vincolo indecoroso, tant´Ã¨ che bisogna tenerlo segreto pure alle rispettive famiglie, della scorribanda da casino? Ci sono patti fra compari che assumono ben altra portata quando coinvolgono i responsabili di settori delicatissimi delle istituzioni. L´omertà alimenta il mercato dei favoritismi e dei ricatti. Cominciamo finalmente a rendercene conto?

E poi c´Ã¨ l´immagine che trasmette di sé il potere maschile, da quando i sorrisi di facciata non bastano più a mascherarne l´arroganza e l´inadeguatezza culturale. Si arrabatta nel sostenere che tutta l´Italia sia a misura di puttanieri, o vorrebbe esserlo. Come se in questo paese non fossero già praticabili una relazione uomo-donna e una sessualità più mature, soddisfacenti, dignitose, paritarie.

Sentiremo ancora la rituale litania contro le intercettazioni telefoniche e il gossip, nel tentativo di liquidare la compravendita dei corpi alla stregua di un hobby rilassante. Ma il degrado è ormai così manifesto da rendere anacronistica tale invettiva. Cresce infatti la percezione che i comportamenti personali di chi occupa cariche istituzionali hanno rilevanza pubblica e ripercussioni profonde sulla nostra civiltà. Per usare il linguaggio di Berlusconi: chi sputtana l´Italia?

(12 febbraio 2010)

martedì 8 dicembre 2009

La corona longobarda


di GAD LERNER


Se nel giorno di Sant'Ambrogio, vescovo e patrono di Milano, la Lega ha lanciato una sfida pubblica contro il suo successore Dionigi Tettamanzi, paragonandolo prima a un imam musulmano e poi a un prete siciliano mafioso, è perché si sente forte, molto forte.

La volgarità degli argomenti scagliati contro l'"Onorevole Tettamanzi", delegittimato così nel suo ruolo pastorale, additato come un nemico degli interessi del popolo, non deve trarre in inganno: c'è del metodo nella provocazione architettata nel dì festivo. Quasi una contro-predica rivolta al gregge della diocesi più grande del mondo, puntando dal trono del governo alla conquista dell'altare in Duomo.
La Lega vuole la corona longobarda, che sia cristiana o pagana non le importa. Si erge a potere costituito che ripristina la tradizione perduta. Sente venuto il suo momento e punta al bersaglio grosso. Perciò esercita violenza verbale, scagliandosi contro il cardinale: deve dimostrarci che nulla la potrà fermare, non ha paura di nessuno. Perfino il Vangelo può subire un'interpretazione alternativa, dal "Bianco Natale" razzista fino ai bambini rom da ricacciare in mezzo alla strada, ora che la nuova teologia in camicia verde s'impone come energia scaturita dalla volontà popolare.

Di fronte al sopruso, a una calcolata volontà intimidatoria, l'arcivescovo Tettamanzi ha profetizzato ieri il pericolo dei lupi. L'eresia dei forti disposti a tutto, perfino a uccidere e esiliare i pastori delle chiese, ha detto, citando Ambrogio. Egli sa bene di trovarsi di fronte una forza politica candidata alla successione del potere berlusconiano nel Nord Italia. Un'eventualità sempre più probabile da quando la Lega può scommettere su un argomento storico e su un argomento contingente che, entrambi, la favoriscono.
L'argomento storico è il riemergere di uno spirito reazionario, pre-illuministico, anti-risorgimentale, nostalgico della cristianità lombarda della Controriforma nelle nostre contrade settentrionali. È questo spirito dei tempi che incoraggia tradizionalismo leghista a proclamarsi erede perfino di San Carlo Borromeo, il missionario della "conquista delle anime", in contrapposizione ai vescovi contemporanei. Bossi scommette su un cattolicesimo più antico e chiuso di quello conciliare. Sui legami del sangue e del suolo opposti alla Chiesa universale. Si compiace di come le parole d'ordine xenofobe assecondino e liberino una spinta oscurantista. Ambisce a rappresentare il passato che ritorna e s'impossessa della modernità, come portavoce non più solo degli interessi ma delle coscienze stesse: perché vergognarsi di desiderare il bene per sé, non per tutti?

L'altro argomento, di natura contingente, che favorisce la Lega nella sfida al cardinale di Milano, è la totale remissività della destra cattolica da decenni al governo in Lombardia. Comunione e Liberazione, la Compagnia delle Opere, il sottobosco del potere di Roberto Formigoni, non hanno mai ritenuto conveniente erigere un argine che li differenziasse dalla politica e dai valori propagandati dalla Lega. Si sono contraddistinti ben più negli affari che nella solidarietà. Oggi, certo, vivono con estremo disagio, quasi come un tradimento inaspettato, gli insulti della "Padania" e del ministro Calderoli al vertice della chiesa ambrosiana. Ma fino a ieri prevaleva in loro la malcelata insofferenza nei confronti di pastori spiritualmente lontani dall'integralismo e dalla spregiudicatezza che li caratterizzano. Questa destra cattolica lombarda già sopportava con fatica il cardinale Carlo Maria Martini, predecessore di Dionigi Tettamanzi.

Formigoni e i suoi seguaci, preoccupati di consolidare la loro influenza nella sanità, nell'urbanistica, nel business delle bonifiche, in Fiera e ovunque possibile, hanno lasciato che anche il loro elettorato diventasse arrabbiato, sospettoso, reazionario. Oggi un cittadino di destra lombardo, ma anche veneto o piemontese, non sta certo a fare distinzioni culturali. Per lui sarà indifferente votare un presidente della Lega o del Pdl: sul piano ideale non sono più ravvisabili diversità significative.

La Lega e il Pdl hanno condotto insieme campagne elettorali contro "la società multietnica". Parola di Silvio Berlusconi al comizio conclusivo di Milano, nel giugno scorso, quando aggiunse il lamento: "Camminavo nel centro di Milano e mi pareva di trovarmi in Africa". Umberto Bossi, lì al suo fianco, applaudiva. Poi con l'inverno a Milano è tornata la stagione degli sgomberi dei campi rom. Inutili, propagandistici, spesso crudeli nelle conseguenze su poche centinaia di persone di cui erano in corso faticosi tentativi di integrazione.

La Chiesa milanese non poteva accettare questo stravolgimento dello spirito evangelico, perpetrato oltretutto dagli stessi che inneggiano alla Tradizione e alla Croce. L'arcivescovo ha denunciato la blasfemia. Lo aspettavano al varco. Accusarlo di essere un musulmano o un mafioso, nell'accezione incivile dei leghisti, è la stessa cosa. Conta lo sfregio, conta la prossima tappa: l'altare del Duomo. Intanto il sindaco di Milano, timorosa di non essere ricandidata, ha ritenuto di non avere nulla da dichiarare. Era più importante la prima della Scala.

(8 dicembre 2009)

lunedì 28 settembre 2009

Il seduttore e le donne-ornamento - il nuovo galateo secondo Silvio


di GAD LERNER

Il governo italiano ha stabilito che parlare in televisione del rapporto tra Silvio Berlusconi e le donne, dopo l'avvio delle pratiche di divorzio da parte di sua moglie Veronica, sarebbe di per sé un atto eversivo. Si tratta di una scelta inusitata ma obbligatoria per chi vuole perpetuare la relazione carismatica fra il premier e i cittadini, fondata su un assunto potentissimo da lui più volte ribadito: "La maggioranza degli italiani vorrebbe essere come me" (Mattino Cinque, lunedì 7 settembre 2009). Ciascuno di noi viene chiamato a porsi una semplice domanda: ma se avessi i soldi e il potere di Berlusconi, per soddisfare i miei desideri non mi comporterei anch'io come lui? Tale interrogativo riguarda innanzitutto gli uomini, ma esercita un influsso suggestivo anche tra le donne di ogni età. Perché se Berlusconi è convinto che tutti gli uomini, potendolo, farebbero come lui, la sua esperienza di vita lo induce anche a pensare che alle donne piaccia essere considerate prede da conquistare.

All'indomani della conferenza stampa congiunta dello scorso 10 settembre alla Maddalena, Luis Zapatero sentì il bisogno di precisare: "Tutti conoscono la mia opinione sull'eguaglianza fra uomo e donna, ma fra governi abbiamo buone relazioni". Purtroppo in Italia è mancato un confronto pubblico sulla differenza d'opinioni fra Zapatero e Berlusconi riguardo all'"eguaglianza fra uomo e donna".

Peccato, perché il lungo monologo di Berlusconi alla Maddalena sul suo rapporto con le donne costituisce un documento memorabile: non è esagerato definirlo un nuovo galateo che modernizza il celebre trattato cinquecentesco di monsignor Giovanni Della Casa.

In apertura di quella conferenza stampa, il nostro presidente del Consiglio si accalorò rispondendo a una giornalista spagnola che gli chiedeva conto del suo giudizio sul governo Zapatero, composto per metà da donne, e perciò da lui definito "troppo rosa". Replicando, Berlusconi disse testualmente: "Ora io sono stranoto per essere un grande ammiratore dell'altra metà del cielo e quindi immaginate come da me potessero venire delle espressioni negative nei confronti di rappresentanti dell'altra metà del cielo sedute su poltrone ministeriali".

Il compiacimento con cui il nostro premier rivendica la sua fama di seduttore di fronte alla giornalista spagnola, subito dopo lo conduce a confidarle cosa siano per lui le donne: "Siete il regalo più bello che Dio ha dato a noi uomini". Le donne un regalo agli uomini? In che senso? Dissipa ogni possibile equivoco la frase successiva: "Quindi come potevate pensare che il presidente italiano, la patria dei grandi amatori, la patria dei Casanova, la patria dei play boy, diciamolo chiaro, potesse dire qualcosa di negativo nei confronti di donne che fanno i ministro?". In effetti lo dice chiaro, autodesignandosi leader della patria dei Casanova, e per di più chiedendo un applauso per questa sua sortita. Cosa accadrebbe se Zapatero definisse la Spagna "la patria dei Don Giovanni"? Dubito che potrebbe poi rivendicare l'eguaglianza fra uomo e donna.

Più tardi è Miguel Mora, giornalista di "El Pais" a introdurre il tema della prostituzione e delle veline. Prontissimo, Berlusconi lo interrompe: "E' invidioso, eh?". Non mi risulta che Bill Clinton reagisse così ai giornalisti che gli chiedevano conto della sua relazione impropria con Monica Lewinsky. Il nostro viceversa insiste, convinto di trovare unanime complicità maschile: "Abbiamo molte turiste straniere che hanno prenotato le vacanze del prossimo anno". Quando poi deve giustificare la presenza alle sue cene di numerose giovani donne convocate da Gianpaolo Tarantini, di nuovo ammicca agli uomini presenti: "Alzi la mano, tra i maschi miei colleghi, a dire che non è una cosa gradevole quello di sedersi a un tavolo e invece di trovarsi soltanto persone lontane dall'estetica se invece gli occhi si possono posare su delle presenze femminili gradevoli e simpatiche".

Fin qui la donna come ornamento e oggetto del desiderio, proprio come nella televisione che ha plasmato a sua immagine e somiglianza. Ma dopo avere minacciato di denunciare Patrizia D'Addario, Berlusconi viene al punto, la sua idea di conquista: "Io non ho versato un euro per avere una prestazione sessuale e allora confermo che nella mia vita io non ho mai neppure una volta dovuto dare dei soldi a qualcuno per una prestazione sessuale. Le dico anche perché. Perché a chi ama conquistare, la gioia e la soddisfazione più bella è la conquista, se tu paghi mi domando che gioia ci potrebbe essere".

Questo uomo prossimo a compiere 73 anni ha la necessità vitale di credere, e di far credere, che delle donne più giovani di mezzo secolo lo desidererebbero per amore e non per soldi, per ricerca di lavoro, per richieste di favori. E' la bugia più grande di tutte, quella che il Berlusconi seduttore sente il bisogno di propinare innanzitutto a se stesso. Ma è anche la bugia che ci riporta alla domanda iniziale: la maggioranza degli italiani vorrebbe essere come lui?

Sarebbe cioè desiderosa di fondare sistematicamente la relazione sessuale e sentimentale fra uomo e donna sul fascino dominatore del potere? Di certo la nostra cultura popolare è fondata su tale presupposto. Sapienti inventori della nuova lingua volgare hanno da tempo realizzato la trasposizione televisiva della cultura ereditata dall'Italia delle case chiuse degli anni Cinquanta, in cui signorine discinte, possibilmente ebeti e comunque sottomesse, si aggirano scodinzolando fra maschi attempati che si danno di gomito. Sarebbe interessante verificare i guasti prodotti da tale concezione dell'erotismo non solo nella civiltà del rapporto fra generi, ma perfino nelle patologie del desiderio sessuale. Mi accontento per ora di constatare l'evidente correlazione di questa cultura della diseguaglianza fra uomo e donna con le penalità inflitte all'universo femminile italiano in campo sociale, professionale, politico. Il governo ha deciso di impedire un confronto pubblico su questi temi, liquidandoli come gossip. E' paradossale che tale "divieto di gossip" venga promulgato dal principale editore del gossip italiano. Ma dovrebbe essere ben chiaro a tutti che il retrogrado galateo di Silvio Berlusconi non ha proprio nulla a che fare con il pettegolezzo.

(28 settembre 2009)

lunedì 25 maggio 2009

Rotto l'incantesimo del nuovo Don Rodrigo



di GAD LERNER


Forse ora la smetterà d'insistere sulla propria esuberanza sessuale, sulle belle signore da palpare anche tra le macerie del terremoto e sulle veline che purtroppo non sempre può portarsi dietro.

A quasi 73 anni d'età, Silvio Berlusconi si trova per la prima volta in vita sua a fare davvero i conti con l'universo femminile così come lui l'ha fantasticato, fino a permearne la cultura popolare di massa di questo paese. Lui, per definizione il più amato dalle donne, sente che qualcosa sta incrinandosi nel suo antiquato rapporto con loro.

Le telefonate notturne a una ragazzina, irrompendo con la sproporzione del suo potere - come un don Rodrigo del Duemila - dentro quella vita che ne uscirà sconvolta. E poi il jet privato che le trasporta a gruppi in Sardegna per fare da ornamento alle feste del signore e dei suoi bravi. Ricompensate con monili ma soprattutto con aspettative di carriera, di sistemazione. L'immaginario cui lo stesso Berlusconi ha sempre alluso nei suoi discorsi pubblici è in fondo quello di un'Italietta anni Cinquanta, la stagione della sua gioventù: vitelloni e case d'appuntamento; conquista e sottomissione; il corpo femminile come meta ossessiva; la complicità maschile nell'avventura come primo distintivo di potere. Nel mezzo secolo che intercorre fra le "quindicine" nei casini e l'uso improprio dei "book" fotografici di Emilio Fede, riconosciamo una generazione di italiani poco evoluta, grossolana nell'esercizio del potere.

Di recente Lorella Zanardo e Marco Maldi Chindemi hanno riunito in un documentario di 25 minuti le modalità ordinarie con cui il corpo femminile viene presentato ogni giorno e a ogni ora dalle nostre televisioni, con una ripetitiva estetica da strip club che le differenzia dalle altre televisioni occidentali non perché altrove manchino esempi simili, ma perché da nessuna parte si tratta come da noi dell'unico modello femminile proposto in tv. La visione di questa sequenza di immagini e dialoghi è davvero impressionante (consiglio di scaricarla da www.ilcorpodelledonne.com). Viene da pensare che nell'Italia clericale del "si fa ma non si dice" l'unico passo avanti compiuto nella rappresentazione della donna sia stato di tipo tecnologico: plastificazione dei corpi, annullamento dei volti e con essi delle personalità, fino a esasperare il ruolo subalterno, spesso umiliante, destinato nella vetrina popolare quotidiana alla figura femminile senza cervello. Cosce da marchiare come prosciutti negli spettacoli di prima serata, con risate di sottofondo e senza rivolta alcuna delle professioniste, neppure quando uno dopo l'altro si sono susseguiti gli scandali tipicamente italiani denominati Vallettopoli.

In tale contesto ha prosperato il mito del leader sciupafemmine, invidiabile anche per questo. Fiducioso di godere della complicità maschile, ma anche della rassegnata subalternità di coloro fra le donne che non possano aspirare a farsi desiderare come veline.

Tale è stata finora l'assuefazione a un modello unico femminile - parossistico e come tale improponibile negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito, in Germania, in Spagna - da far sembrare audacissima la denuncia del "velinismo politico" quando l'ha proposta su "FareFuturo" la professoressa Sofia Ventura. Come se la rappresentazione degradante della donna nella cultura di massa non avesse niente a che fare con la cronica limitazione italiana nell'accesso di personalità femminili a incarichi di vertice. Una strozzatura che paghiamo perfino in termini di crescita economica, oltre che civile.

Così le ormai numerose indiscrezioni sugli "spettacolini" imbanditi nelle residenze private di Berlusconi in stile harem - mai smentite, sempre censurate dalle tv di regime - confermano la gravità della denuncia di Veronica Lario: "Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica". Una sistematica offesa alla dignità della donna italiana resa possibile dal fatto che "per una strana alchimia il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore".

Logica vorrebbe che dopo le ripetute menzogne sulla vicenda di Noemi Letizia tale indulgenza venga meno.
La cultura misogina di cui è intriso il padrone d'Italia - ma insieme a lui vasti settori della società - risulta anacronistica e quindi destinata a andare in crisi. Si rivela inadeguata al governo di una nazione moderna.
Convinto di poter dominare dall'alto, con l'aiuto dei suoi bravi mediatici, anche una realtà divenuta plateale, l'anziano don Rodrigo del Duemila per la prima volta rischia di inciampare sul terreno che gli è più congeniale: l'onnipotenza seduttiva, la cavalcata del desiderio. L'incantesimo si è rotto, non a caso, per opera di una donna.

(25 maggio 2009)

mercoledì 29 aprile 2009

Tragicommedia a Lampedusa


Gad Lerner
27-04-2009

La scena si ripete da giorni all´aeroporto di Lampedusa. A gruppi di quaranta o cinquanta, scortati dagli agenti di sorveglianza, giovani uomini dall´aspetto inconfondibilmente maghrebino – senza neppure un bagaglio a mano, perché approdati qui laceri e nullatenenti – vengono fatti salire su appositi velivoli che li attendono sulla pista.
Indossano tute e scarpe da ginnastica. Nello sguardo quasi tutti hanno l´eccitazione per il primo viaggio aereo della loro vita. Vengono sparpagliati con la massima riservatezza in diverse città italiane, dove un interprete della locale Questura metterà in mano a ciascuno di loro il "Decreto di respingimento" e gli comunicherà che ha a disposizione cinque giorni per lasciare il territorio nazionale. Poi, chi si è visto si è visto. Alcuni hanno già in animo di raggiungere la Francia o la Scandinavia – spiegano i poliziotti – ma la maggioranza si fermerà tra noi in cerca del benessere finora mai conosciuto. Sono quasi tutti tunisini, più una quota minore di marocchini. Perché i nigeriani, i somali, gli eritrei cui potrebbe venir riconosciuto lo status di rifugiati politici erano già stati selezionati all´arrivo, destinati in altri centri d´accoglienza. Come pure le donne e i bambini.
Il ponte aereo di Lampedusa si è ormai concluso quando il ministro dell´Interno, fra Roma e Varese, adopera il suo alto incarico per seminare allarme. Indicando la data fatidica del 26 aprile, cioè ieri, come quella in cui lo Stato sarà costretto a rilasciare di colpo «1038 clandestini, cui ne seguiranno altri 277 nelle due prossime settimane». Ciò per accusare una parte del Pdl di essersi alleata alla Camera col Pd. I leghisti definiscono addirittura "indulto mascherato" la mancata proroga da due a sei mesi del trattenimento nei Centri di Identificazione e Espulsione per gli stranieri privi di documenti in regola. Lamentano questa domenica di scadenza termini come la "Festa di Liberazione degli immigrati clandestini".
Mentre La Padania fa il suo mestiere – cioè propaga la paura – il Cie lampedusano di contrada Imbriacola vive un raro momento di decongestione, dopo l´incendio e la rivolta dei mesi scorsi, quando il sovraffollamento lo aveva reso invivibile. Non vi restano più di duecento reclusi – al di là del nome si tratta di una prigione – perché gli africani sopravvissuti alla traversata del Canale di Sicilia possono essere accusati al massimo di un´infrazione. La legge consente di trattenerli per indagini (quasi impossibili) sulla loro identità, ma è impensabile che il loro reato giustifichi sei o diciotto mesi di carcere. In ogni caso, scaduto quel termine indicato come massimo da una direttiva del Parlamento europeo, solo per chi sia stato riconosciuto come elemento pericoloso è verosimile effettuare il dispendioso riaccompagnamento coatto in patria.
Dunque il Cie di contrada Imbriacola, sorvegliato da forze di sicurezza in numero largamente superiore agli "ospiti", drammatizzato come ultima trincea della Fortezza Europa, era comunque destinato a un tale periodico svuotamento. Alla chetichella. Mentre dall´altra parte di Lampedusa sono già allestiti i prefabbricati del nuovo Cie nella caserma Loran che oggi ospita però solo una ventina di nigeriani sopravvissuti alla disavventura del mercantile Pinar. Li ho visti seguire un corso d´italiano: seguirà foglio di via anche per loro, che ricorderanno sempre Lampedusa come la porta della vita? Qualcuno crede davvero che dopo il coraggio dimostrato traversando il deserto e il mare, si faranno spaventare dalla "cattiveria" di Maroni?
Di fronte a una crescita esponenziale degli sbarchi sulle coste italiane, dovuta non a complotti ma all´accentuarsi di un flusso migratorio epocale, il timore è che semmai la "cattiveria" non si manifesti solo come allarmismo ma più concretamente come disposizioni amministrative sui salvataggi. I lampedusani, ad esempio, sono stupiti del fatto che da qualche tempo i gommoni dei migranti giungano di nuovo fin sulle spiagge meridionali dell´isola. Possibile che vi sia una minore solerzia nell´andare a recuperarli in mezzo al mare, una volta individuati sul radar? Speriamo che questo rimanga solo un pensiero cattivo: la storia del Novecento ci rammenta che indurire l´animo di fronte alla sorte degli "altri" più sfortunati non aiuta a migliorare la propria. Semmai l´incomprensione di un evento così doloroso e complesso come l´emigrazione rischia di ottenebrarci, riducendo con il nostro buon senso anche le nostre difese.
Il 26 aprile 2009 non verrà dunque ricordato né a Lampedusa, bellissima sentinella della nostra civiltà, né altrove più a Nord come la Festa della Liberazione degli immigrati clandestini. Per il semplice fatto che i Centri di Identificazione e Espulsione tratterranno i migranti irregolari due mesi o sei mesi, lo stabilirà il governo, e non è questione secondaria di civiltà giuridica visto che non si tratta di delinquenti. Ma poi, trascorsi due o sei mesi, in ogni caso dovranno rimetterli fuori. Una commedia utile solo a saziare l´opinione pubblica, dopo averla incoraggiata a considerare i disperati del mare come rifiuti da smaltire piuttosto che persone. Probabile che nel governo prevalga l´idea di replicare la commedia, anche se il copione non consente di espellere "per davvero" più di un irregolare ogni mille, come dimostrano le statistiche: la media è di 6 mila accompagnamenti alla frontiera annui. Che possa essere vantaggioso ai fini della sicurezza far emergere i senza documenti, indicando loro un percorso severo ma certo di regolarizzazione, non rientra nei programmi. Meglio strillare all´"invasione" che nel frattempo, com´Ã¨ ovvio, proseguirà.