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venerdì 6 maggio 2011

E davanti a Bossi i ragazzi cantano l'Inno


di FRANCESCO MERLO

Dimenticate Riccardo Muti, dimenticate Roberto Benigni e dimenticate il Quirinale perché la celebrazione più significativa del centocinquantesimo dell'unità d'Italia è avvenuta ieri, spontaneamente e senza sapienze retoriche, al bar Giolitti a Roma.
Una scolaresca di Cassino ha infatti "intonato" l'inno di Mameli davanti ai Bossi, padre e figlio, che mangiavano un gelato ed è probabile che l'intenzione fosse goliardica, ma il risultato è stato molto emozionante perché Bossi ha probabilmente capito che l'inno tanto più si ascolta bene quanto più è cantato male.

Ed è sicuro che Riccardo Muti avrebbe fatto carte false per dirigere quel coro stonato che ha addomesticato il bestione della Lega.
Umberto Bossi ha sentito che la forza improvvisata di quel canto era più efficace dell'alzabandiera e non ha ruttato, non ha esibito la proverbiale durezza padana. Ha invece mostrato una compostezza che sarebbe piaciuta a Ciampi ed è bello pensare che "la cerimonia del gelato" sia stata la sua prima prova di maturità democratica.

Certo, non bisogna esagerare con la passione civile: quei ragazzi volevano giocare, lanciare uno sfottò, uno sberleffo intelligente, non una sfida degli unitari contro i federalisti, non esibire la forza degli antisecessionisti contro i separatisti. Ma non è facile usare l'inno di Mameli come un coro da stadio. "Fratelli d'Italia" non è "Bella ciao" e non è "Faccetta nera".

Al di là delle intenzioni dunque, quel canto non divideva ma univa. E se anche Bossi l'avesse mormorato, se avesse battuto il ritmo con le dita, se avesse incoraggiato "il Trota" che lo guardava con l'aria interrogativa, se insomma si fosse spinto poco poco più in là, allora quell'inno sarebbe diventato patria, come la lacrima dell'oltranzista Gentilini quando indossa la penna nera degli alpini, come il rispetto del sindaco di Verona Tosi davanti al tricolore e all'elmo di Scipio. Non sappiamo se è già amore, ma un poco gli somiglia.

A maggior ragione, ieri, per la spontaneità e per l'età, i cantori hanno dato una vera lezione a Berlusconi e alla Gelmini che li immaginano tutti neo sessantottini, rivoluzionari, ideologici, sciagurati eversori, braccio armato e pugno chiuso dei professori di sinistra. La contestazione, dal tempo dei carbonari e del Risorgimento, non si esprime certo con l'inno nazionale che semmai, è una rivolta al contrario, una lezione di educazione civica che quei giovani hanno impartito a un vecchio.
E nessun professore comunista li dirigeva, nessun libro marxista li ispirava. Né c'era la regia televisiva dei vari Bruno Vespa, non c'erano i tromboni di Stato.
Il punto è che l'inno quando è improvvisato nell'atmosfera di una gita scolastica è molto più efficace di qualunque cerimonia. È infatti costruito con l'emozione e non con l'orchestra. Perciò coltiviamo la speranza che Bossi lo abbia ascoltato in silenzio e che poi sia andato via senza segni di disprezzo perché, da vecchio animale politico, ha capito che forse lì, davanti ad un gelato al cioccolato, l'inno finalmente si faceva popolo.

(06 maggio 2011)

lunedì 7 marzo 2011

L'avvento delle mamme-maitresse così finisce la sacra famiglia italiana


LA GRANDE novità storica sono le mamme istigatrici e complici. Non le lupe di Arcore, ma queste mamme-maitresse che investono e lucrano sul sesso delle figlie, mamme che rompono la gabbia, all'apparenza inespugnabile, dell'identità italiana, della mamma chioccia, del "son tutte belle le mamme del mondo", della sacra famiglia, vetrina dei valori della tradizione: il matrimonio possibilmente d'amore, la maternità, la dignità. Mi faceva sorridere mia madre quando a mia sorella che si truccava gli occhi diceva: "Che cosa sono tutti questi buttanesimi?". Ma chissà come avremmo reagito noi fratelli, padri e fidanzati dinanzi alla madre di Elisa che contabilizza con ingordigia: "Seimila euro, hai capito, sono dodici milioni delle vecchie lire!". È una mamma che predispone strategie quando la figlia le racconta che "lui mi vedrebbe bene a lavorare in Pubblitalia". È una mamma realista e pratica: "Se poi va male, pazienza, tanto va bene anche cosi". E forse Elisa un poco lo subisce, ma certamente alla sua mamma Berlusconi non basta mai: "Vi ha detto quando vi potrà rivedere?".

Non c'è nulla di speciale nelle lupe di Arcore, nelle escort, nelle professioniste del sesso e meno che mai nelle loro baruffe, negli insulti e nelle rivalità con le gote accese - "si ammazzerebbero tra loro" confessa Iris Berardi - che sono un classico della farsa scollacciata, un topos dei teatri di periferia dove picchiandosi, tirandosi per i capelli e contendendosi i denari del caprone, le Filumena Marturano hanno sempre fatto sghignazzare i Lele Mora e gli Emilio Fede di turno. Ma sono al contrario specialissime le madri di Elisa, di Sara, di Noemi e di molte altre, sono mamme-mezzane che dinanzi alla prostrazione psico-fisica, che sempre accompagna i più rozzi e pesanti sapori della vita ("sono in condizione pietose") , senza pudore minimizzano ("e che sarà mai") ed esaltano solo il valore del compenso "seimila euro, hai detto niente". Qui ci sono mamme che somigliano alle "parrine", quelle che lenivano i corpi abusati nel cambio della quindicina, le acide ma benevole streghe che preparavano gli impacchi e dosavano e alternavano le tisane e il riposo allo snervamento, e intanto legavano i rotoloni di soldi con lo spago.

E i padri, che una volta erano il braccio armato dell'educazione, ora, come i fratelli, sembrano assistenti ruffiani. E c'è il signor Faggioli che istruisce la sua Barbara nell'arte d'amare: "Tu in questo momento devi fargli vedere che gli sei vicino". Ed è papà che invita Barbara Guerra a dire a Berlusconi che "mio padre, per il grande rispetto che ha nei suoi confronti" è pronto a mettere una cimice nella sede dei finiani: "digli che io ci ho le chiavi". Anche i fidanzati, che un tempo erano gelosi, oggi sono azionisti di minoranza degli amplessi altrui, come Ale che pretende che la sua Imma si guadagni 'i vestiti', cioè i soldi: "... io penso che non mi dà niente". "No? Perché no, scusa? Mi incazzo! Oh!". "Eh amore, ma che ne so. Io non faccio niente con lui...". "Eh, ma sei scema?".

Vendute dalle madri, dai padri, dai fratelli e dai fidanzati le lupe di Arcore non sono le vittime ma l'avanguardia di un degrado familiare che non esiste in nessuna parte del mondo civilizzato ed è addirittura inaudito in Italia, che è la terra della mamma Madonna, della natalità, la patria del presepe.
Non c'erano mai state, nel pur vasto catalogo nazionale, queste povere mamme sfiorite che cercano un riscatto nel corpo delle figlie offrendolo al cliente ricco e vecchio e, allo stesso tempo, al bisturi del chirurgo estetico. Non c'era ancora, nel mito mediterraneo e matriarcale della mamma italiana, la signora Anna Palumbo che incassa ventimila euro dal ragioniere di Berlusconi: "La mia Noemi - ha dichiarato ai giornali - è una bambina che ho allevato nella luce del Vangelo e del Signore". Sul viso di Noemi "ci sono almeno 17 mila euro solo di lifting", ha scritto Famiglia Cristiana: ritocchi, contraffazioni, un accanimento sull'adolescenza della figlia, sulla sua apparenza, un'educazione familiare che cerca il riscatto nella creazione di un'antropologia chirurgica, un'idea del successo fondata sui trucchi estetici e sulle foto con Berlusconi pubblicate dal manipolatore Signorini, tutti a brindare con sugar daddy, con papi, che è al tempo stesso Gozzano e Freud, la tenerezza e la pedofilia. "Mio marito frequenta minorenni" disse la signora Veronica Lario e sul settimanale "Chi?" i Letizia divennero una famiglia-escort, finto fidanzato tronista, mamma allena e papà benedice: "Mia figlia lo chiama papi perché la abbiamo educata nel culto di Silvio".

Certo, ci sono nella storia d'Italia le mamme di Bellissima, con la popolana Anna Magnani che si illude che la bellezza possa riscattare proprio tutto e prima di tutto la povertà, e ci sono i concorsi e le selezioni per miss Italia con quell'immagine odiosa della mamma che sbottona la camicetta della figlia adolescente per attirare sul seno gli sguardi lubrici della giuria. E c'è il caso, unico e terribile, e proprio per questo ricordato dalla storia, di una tredicenne ceduta a Vittorio Emaunele II "da una bruttissima mamma" che notò Carlo Dossi "prese a circolare in carrozza". E c'è l'Italia in quella madre felliniana che trascina la figlia davanti al divo inglese, "le presento la mia bambina, sa cantare, ballare, recitare ed è stata pure a Londra. Dai, dì qualcosa..." . E la ragazza: "Salve".

Ci sono insomma, nella nostra storia, le mamme disposte a tutto e magari anche ad umiliarsi ma mai a vendere le figlie e i figli, e proprio perché mamme italiane, proprio perché mamme-mammelle, perché la mamma italiana ha il fascino della fragilità e della determinazione semplice e chiara e mi vengono in mente la mamma della piccola Yara e la mamma di Sarah che, pur così diverse tra loro, trattano i giornalisti con il medesimo rigore della maternità straziata. Ci sono mamme e mogli come Marella Agnelli e come Sofia Loren e Mina e come era la stessa mamma di Berlusconi che fu l'unica cosa dolce della sua vita forsennata, o ancora - cito alla rinfusa - Luciana Castellina e Anna Craxi, Eleonora Moro, Ilary Blasi, Franca Ciampi, la Seredova Buffon, Gemma Calabresi..., signore d'Italia, padrone di casa, voci e volti antichi e moderni della tradizione della nostra civiltà femminile, donne italiane di oggi, energiche belle e nervose come Isabella Rossellini e Monica Bellucci, o riservate ed eleganti come la vedova di Enrico Berlinguer e Carla Fracci, e penso a come furono meravigliosamente mamme toste Marcella Ferrara, storica collaboratrice di Togliatti, e Palma Bucarelli, la signora dell'arte contemporanea. Non abbiamo avuto solo Filumena Marturano, la Ciociara e Anna Magnani. Le mamme italiane sono personaggi del romanzo nazionale dei sentimenti. E c'è "la mamma ignota", la mamma che ancora una volta è stata cantata a Sanremo, la mamma che sogna la laurea, un genero, i nipoti e diffida delle scuole di recitazione perché pensa, all'antica, che "femmina che muove l'anca / o è puttana o poco ci manca" che è certo un proverbio reazionario ma era una difesa contro questa smania di vendersi, contro i concorsi per "miss maglietta bagnata", contro le selezioni per diventare veline che - va detto chiaro - non è un mestiere. Non ci vuole il metodo Stanislavskij per trasformarsi in eccellenze del tacere agitando i fianchi, campionesse di velocità nel cambio degli stivali e dei pantaloncini corti, non è necessario frequentare l'Actor's Studio per formare corpi senza erotismo, fantasmi televisivi, lolite smaterializzate e desessualizzate, il sesso senza eros, il ballo senza sapori. Eppure la professione di velina eccita queste nuove mamme italiane, perché appunto basta la "bella presenza" e nient'altro, come ha dimostrato a Sanremo Elisabetta Canalis.

Ma forse per capire il degrado e la corruzione della famiglia italiana bisogna per contrasto aver visto in tv quell'intervista rubata al papà di Ruby, al venditore ambulante marocchino e musulmano. Sdentato, malvestito, povero ma non corrotto come i padri e le madri delle lupe italiane, ha tentato di cacciare i giornalisti urlando in dialetto sicilian-marocchino: "Itivinni, itivinni". E quando gli hanno detto che Ruby lo accusava di averla picchiata perché era diventata cattolica: "Ma quali botte. Ma quale cattolica. Quella di televisione si era ammalata".

(07 marzo 2011)

sabato 5 febbraio 2011

La solitudine del satiro in quelle foto corsare


di FRANCESCO MERLO

SAREBBE la prima vera foto della bugia. Berlusconi nudo tra le lupe di Arcore mostrerebbe a tutti quel povero vecchietto dal quale vuole disperatamente fuggire. E lo inchioderebbero all'anagrafe proprio i corpi tonici, levigati e lussuriosi delle bellezze che vorrebbe impagliare e che invece spietatamente lo impagliano, liquido di contrasto della più triste delle radiografie.

Incombe dunque il tableau vivant e la paura della foto ha molta più sostanza della foto stessa, una paura che per la prima volta non è direttamente giudiziaria. E anzi questa paura della foto spaventa forse più dell'intero processo. Difatti "è un fotomontaggio" sostiene - a prescindere - l'avvocato Ghedini che non l'ha vista, ed è il lapsus rivelatore: proprio questa pietosa difesa, in mezzo a tante chiacchiere non verificate, ci fa seriamente pensare che la foto c'è, e non solo è vera ma è addirittura l'unica foto di Berlusconi che non è patacca. Insomma Ghedini è, come dice il vecchio proverbio delle mie parti, "il lupo della coscienza: così come opera, pensa".

Per la verità il solo fotomontaggio sinora esibito, sia pure virtualmente, era quello immaginato dal fantozziano
Carlo Rossella che aveva disegnato un Berlusconi seduto sul divano che costringe le sue mille pollastrelle a guardare Baarìa sorseggiando coca cola light. Come Rossella anche Ghedini ogni volta che vuole salvarlo lo ridicolizza ancora di più perché spesso succede a chi traffica con le menzogne di soccombere al dispetto che sempre la menzogna fa al bugiardo. Già Ghedini ci aveva consegnato il suo Berlusconi nella caricatura dell'utilizzatore finale e adesso con la denunzia preventiva del trucco lo inchioda ad una foto che potrebbe non esistere ma alla quale tutti ormai credono. E se non la vedremo mai sarà perché è stata comprata e distrutta, e si sa che in Italia solo le prove vengono distrutte, e più si distrugge e si fa sparire più si rafforza la prova.

Sino a ieri ciascuno era libero di trasformare le intercettazioni nelle immagini che preferiva. La foto che non c'è, per dirla alla Woody Allen, era "tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso di Berlusconi". E infatti ancora ieri sera Berlusconi ha detto a un gruppo di amici: "E se invece ci facessi un figurone?". Ma come si riempie il fotomontaggio che non c'è? Che cosa hanno fotomontato in una immagine che nessuno ha visto? La pornografia ? L'oscenità? L'ossessione? I giochini ? Il nulla non si annulla. È dunque grazie a Ghedini che la nudità eroica del seduttore, rivendicata dai fans del Berlusconi maschio e libertino, si rivela per quello che è: la solitudine del satiro. Al confronto Topolanek era un Rocco Siffredi.

Certo, come le istantanee che venivano scattate nei casini, la foto svelerebbe la sordidezza di un ambiente, proverebbe con la forza delle immagini la sporcizia estetica delle feste di Arcore. Non c'è infatti racconto, non c'è verbale, non c'è intercettazione che possano competere con l'occhio. Una cosa è dar del flaccido ad un lombo e un'altra cosa è guardarlo in primo piano in una foto, percepirne la fisicità senza più la mediazione dei ragionamenti sul contesto, senza i distinguo e gli eccessi delle tifoserie, del "però questo è un problema più complesso". Basta un foto per svelare la banalità che sempre sta dietro ai grandi dibattiti.
E però il terrore di questa foto corsara, di questa eventuale, chiacchieratissima ed evocatissima foto di un porno Berlusconi, c'entra poco con la le prove a carico, con i giudici e il codice penale. Il procuratore di Milano ha già detto che le foto allegate agli atti sono irrilevanti, forse illustrano le feste di capodanno, si parla di boccacce, sederoni, grandi tette e un letto sfatto...

È invece nel mercato del gossip che girerebbe la foto che smonta la pietosa strategia della difesa e dà un corpo alle intercettazioni, la foto che a differenza dei testimoni, non può essere smentita né comprata, la foto che terrorizza Berlusconi e tutti i suoi avvocati perché se esistesse, mostrerebbe il caprone umiliato e reso ridicolo dal despota che lo perseguita in ogni istante della vita: il se stesso cadente che gli rinfaccia la verità come un contrappasso dantesco, la nuda verità che si porta dietro, in bagno, a letto, sempre incisa nella carne: la sola verità fotografabile di una menzogna, appunto. La foto dello struzzo che infila la testa nella sabbia della cosmesi, la foto che lo inchioda forse al solo atto di innocente sporcizia che ha commesso in tutta la sua carriera delittuosa, perché non sono reati né la copula né la nudità di un vecchio in mezzo alle sue belle mantenute. La foto che forse non esiste e quasi certamente non vedremo mai è la foto che lo condanna alla risata eterna dell'osceno che è la cruda realtà senza la mediazione del pudore.

(05 febbraio 2011)