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sabato 10 gennaio 2009

Allevi, tutti contro il piccolo divo. "Ma io sto dalla parte di Mozart"

LA REPUBBLICA
di GIUSEPPE VIDETTI

ROMA - Prima della bufera Giovanni Allevi era un riccioluto pianista diplomato a pieni voti al Conservatorio e laureato in filosofia, che audacemente aveva scalato le classifiche di vendita, stabilendo primati da far invidia anche a un artista pop. Oltre cinquecentomila copie vendute di sei album incisi, più di centomila copie vendute dei due libri pubblicati, concerti sold out (e già un impegno per il prossimo luglio all'Arena di Verona). L'accademia, che l'ha formato, tace. Lui dice: "La mia è musica classica contemporanea". I detrattori attaccano: "E' poco più di Stephen Schlaks e Richard Clayderman". I jazzofili nicchiano: "E' un Keith Jarrett zuccheroso". Ma i fan lo adorano, lui non si risparmia, la comunicazione tra le due parti diventa fenomenale. E senza confini di età, dai cinque a novant'anni.

Il 21 dicembre lo invitano ad esibirsi con I Virtuosi Italiani al tradizionale concerto di Natale al Senato. Allevi, 39 anni, suona e dirige. Il presidente Napolitano e le più alte cariche dello Stato applaudono a lungo. Sembrerebbe un Natale coi fiocchi, invece per Allevi è una Quaresima. Il violinista Uto Ughi, furioso, boccia la scelta: "Quel concerto mi ha offeso come musicista". Alla protesta si aggregano l'arpista Cecilia Chailly e Cesare Mazzonis, direttore artistico dell'Orchestra Nazionale Rai. Allevi ribatte: "Vengo dal Conservatorio, sto dalla parte di Mozart". La polemica investe anche Internet, la blogosfera si spacca tra sostenitori e detrattori. Il pianista trascorre con la famiglia, ad Ascoli Piceno, le festività più tormentate della sua carriera.

Ma lei, Allevi, si merita tanto accanimento?
"Il mio concerto ha rotto una tradizione. Le critiche che ho ricevuto sfociano nell'offesa personale, non sono misurate né contestualizzate. Sono abituato ad avere a che fare con i detrattori, ho capito che chi aggredisce criticando in questo modo mette in piazza solo i propri fantasmi e le proprie paure. C'è anche da dire che attaccarmi in modo così violento, oggi, garantisce un siparietto di visibilità, quei famosi 15 minuti profetizzati da Andy Warhol".

Insiste a definirsi "compositore di musica classica contemporanea", pura presunzione per chi riconosce nelle sue partiture una valenza decisamente pop.
"Sono diplomato in composizione e questo fa di me un compositore. Quanto alla musica classica: è musica colta, musica d'arte che ha una caratteristica incontrovertibile, è scritta, e come tale può svilupparsi in forme complesse. Essendo la mia musica scritta secondo le tradizioni della musica classica europea, è anch'essa classica, ed essendo scritta oggi è contemporanea. Non la rappresento in toto, propongo una possibilità che chiunque è libero di prendere in considerazione o ricusare".

Ecco, questo è il punto, qui scatta l'accusa di presunzione.
"Sono solo una persona convinta e innamorata di ciò che fa. Quel che penso di me l'ho scritto nel libro In viaggio con la strega: sono un simpatico megalomane, perché pensare in grande è il dovere dell'artista. Confrontarsi con i geni del passato è forse un peccato?".

Si fa fatica a riconoscere la stessa dignità di una sinfonia alla cantabilità pop di certe sue composizioni.
"In questo mi viene in soccorso Mozart. La musica deve essere promotrice di una semplicità che è complessità risolta, da tutti riconoscibile, che non inficia la propria origine colta. Siccome il Novecento ha perseguito l'ideale della complessità fine a se stessa, oggi siamo portati a credere che ciò che è complesso e incomprensibile ha maggior valore rispetto a ciò che è semplice".

Le sarebbe sembrato riduttivo definirsi artista pop tout-court?
"C'è un problema di terminologia. Il pop è un genere che utilizza la tradizione orale e una scrittura semplificata diverse rispetto alla mia formazione. Voglio ricordare che Mozart è il musicista che ha venduto di più nella storia. Dobbiamo per questo considerarlo pop?".

Qualcuno potrebbe trovare il paragone irritante.
"Ma è da lì che io vengo, quello è stato il mio percorso di studio. Per me l'importante è scrivere, i giudizi, anche ai limiti dell'offesa, non smuovono le note. Per fortuna".

Come se non bastasse, lei si è messo anche a dirigere: Mazzonis sostiene che lei palesemente non è in grado.
"Non nasco direttore d'orchestra, è vero. Ma voglio ricordare che fino alla metà del Settecento è sempre stato il compositore a dirigere la sua musica".

Molti considerano quella proverbiale naïveté un'astuzia da intrattenitore leggero...
"Nei libri espongo solo le linee guida della poetica della mia musica, una sorta di manifesto artistico, come hanno fatto tanti compositori prima di me. Il critico Piero Rattalino ha scritto che la mia estetica è vicina a quella del compositore Ferruccio Busoni (1866-1924). Ogni artista ha pieno diritto di esprimere le proprie idee. Non pretendo che siano condivise da tutti".

Non si sarà mica montato la testa?
"So di essere un sognatore e un visionario. Sono animato da una profonda umiltà e nutro un rispetto religioso nei confronti del pubblico e della musica. Il vero problema sta nell'immobilismo, nella paura di fare, di cambiare, di esporsi".

Cosa l'ha ferita di più?
"La mistificazione della realtà, di certe mie affermazioni mai pronunciate, per farmi apparire arrogante e presuntuoso. Mi ripaga l'affetto delle persone che mi hanno scritto manifestando la loro solidarietà. Di questo non finirò mai di ringraziarle".

(9 gennaio 2009)

domenica 28 dicembre 2008

"Caro Ughi, lei difende soltanto la sua Casta"

LA STAMPA
28/12/2008
GIOVANNI ALLEVI

Sono uscito dal Senato alle 15.30, con in tasca una cravatta rossa. Me l’ha regalata un bambino, che era venuto con i genitori per assistere al concerto: «Tienila Giovanni, è tua. L’ho messa per te, per la prima volta in vita mia». Fuori, con mia grandissima sorpresa, ho trovato una grande folla radunata davanti Palazzo Madama, per salutare me e i professori d’orchestra. Ecco, Maestro Ughi, queste sono le immagini indelebili, che resteranno scritte nel mio cuore, indissolubilmente legate a quel concerto. Ora, proprio su questo tavolino, c’è un foglietto spiegazzato con sopra un autografo. Certo, in questi ultimi anni ho avuto l’onore di firmarne tanti. Ma quello che ho qui con me, l’ho voluto io. È l’unico autografo che abbia mai chiesto a un artista. Quella sera di dieci anni fa, me ne tornai al mio monolocale da una gremita Sala Verdi del Conservatorio di Milano, con in tasca quel foglietto, come fosse un gioiello. Non era stato facile nemmeno raggiungere il camerino dell’artista, per un nessuno come me, un anonimo studente in Composizione. Io non avevo amicizie influenti, a stento arrivavo alla fine del mese, affrontavo grandi sacrifici per diplomarmi in Composizione e il biglietto del concerto l’avevo pagato. Ma ora avevo l’autografo di uno dei più valenti violinisti del mondo: lei, Maestro Ughi.

Come ha potuto farmi questo? Come ha potuto sputarmi addosso tanto veleno, proprio il giorno della Vigilia di Natale? Lei si ritiene offeso, e di cosa? Come fa una musica a offendere, se è scritta e suonata con tutta l’anima? Una musica strumentale senza parole? Secondo lei, io non sarei degno di essere ammesso in Conservatorio. In realtà vi ho trascorso i miei migliori anni preparandomi a diventare, con cura, impegno e passione, un compositore di musica contemporanea. Sono diplomato in Pianoforte con 10/10. Sono diplomato in Composizione col massimo dei voti. Ho pubblicato le mie partiture musicali. Sono un dottore in Filosofia, laureato con Lode e ho pubblicato i miei scritti. Il mondo della musica classica è malato. Lei è uno dei pochissimi che è riuscito a viverlo da protagonista, ma forse non immagina cosa vuol dire studiare anni e anni uno strumento musicale per arrivare, sì e no, a insegnare in una scuola privata.

E così, a spartirsi la torta del potere musicale sono in pochi, una casta, impegnata a perpetrare la propria concezione dell’arte e la propria esistenza. È una lobby di potere fatta di protettori e protetti, nascosti nelle stanze di palazzi per molti irraggiungibili. Dalla casta emerge sempre lo stesso monito: «La gente è ignorante, noi siamo i veri detentori della cultura». Ma proprio nelle aule del Conservatorio, analizzando le partiture dei grandi del passato, e confortato dal pensiero di Hegel nella Fenomenologia, ho maturato il convincimento che ogni epoca abbia diritto alla sua musica. Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei nostri giorni, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea? La musica cosiddetta «contemporanea», atonale e dodecafonica, in ogni caso non è più tale, perché espressione delle lacerazioni che agitavano l’Europa in tempi ormai lontani. Ecco allora il mio progetto visionario. È necessario uno sforzo creativo a monte, piuttosto che insistere solo sull’educazione musicale, gettando le basi di una nuova musica colta contemporanea, che recuperi il contatto profondo con la gente. Ho provato a farlo, con le mie partiture e i miei scritti. È stato necessario.

Ci sono voluti altri dieci anni, oltre i venti di studi, e il risultato, per nulla scontato, è stato deflagrante: il pubblico, soprattutto giovane, è accorso ai miei concerti, di pianoforte solo o con orchestra sinfonica, come fossero eventi rock, a Roma e a Milano come a Pechino, New York e Tokyo. Quella musica parla al cuore ma il suo virtuosismo tecnico e soprattutto ritmico richiede esecutori di grande talento. È una musica colta che non può prescindere dalla partitura scritta e che rifiuta qualunque contaminazione, con le parole, con le immagini, con strumenti musicali e forme che non siano propri della tradizione classica. Centinaia di giovani mi scrivono che, sul mio esempio, sono entrati in Conservatorio per studiare uno strumento o per intraprendere la via creativa della composizione. Come la storia dell’Estetica musicale insegna, in tutte le epoche ogni idea nuova ha dovuto faticare per affermarsi, divenendo poi, paradossalmente, la «regola» per i posteri. Quello che è certo è che quando il nuovo avanza fa sempre paura. Da amante di Hegel, quindi, sapevo benissimo che l’ondata di novità avrebbe mandato in crisi il vecchio sistema e che i sacerdoti della casta, con i loro adepti, non potendo riconoscere su di me alcuna paternità, avrebbero messo in atto una criminale quanto spietata opera di «crocifissione di Allevi». «Il suo successo mi offende...», «Le composizioni sono musicalmente risibili...», «Ãˆ un nano...», ma l’assunto più grave che circola è: «Allevi approfitta dell’ignoranza della gente, attraverso una furba operazione di marketing». Niente di più falso! La mia è una musica classica, perché utilizza il linguaggio colto, la cui padronanza è frutto di anni di studio accademico. La mia è una musica nuova perché contiene quel sapore, quella sensibilità dell’oggi, che nessun musicista del passato poteva immaginare.

«Ogni mattina, quando si leva il sole, inizia un giorno che non ha ancora mai vissuto nessuno», afferma il teologo David Maria Turoldo. La mia non è una musica pop, perché non contempla alcun cantante, alcuna chitarra elettrica e batteria e non usa la tradizione orale, o una scrittura semplificata come mezzo di propagazione. Non c’è alcuna macchinazione, tutto è assolutamente limpido e puro: le persone spontaneamente hanno scelto di seguirmi. Ma bisogna smettere di ritenere ignorante la gente «comune». Il pubblico cui si rivolgeva Mozart nel XVIII secolo era forse più colto del nostro? Mai in Italia ci sono stati tanti studenti di musica come in questi tempi. Se la mia musica l’avesse infastidita, Lei poteva semplicemente cambiare canale. E invece, esprimendo un parere del tutto personale, si è voluto erigere a emblema di un mondo ferito, violento e cieco.

Non sono un presuntuoso, semmai un sognatore, e la mia musica, assieme alle mie intuizioni estetiche, non hanno mai voluto offendere nessuno. Io, a differenza di lei, non ricopro nessun ruolo istituzionale, non ho fatto intitolare nessun Festival a mio nome, non ho potere alcuno nel cosiddetto «mondo della musica», ma ciononostante mi si accusa di essere in un luogo, il cuore di centinaia di migliaia di persone, dove altri vorrebbero essere. Alla luce delle sue parole, sembra paradossale che lei sia Presidente dell’Associazione «Uto Ughi per i giovani». Il grande Segovia diceva: «I giovani compositori hanno fatto la mia fortuna, io la loro». Invece Lei ha scelto la via facile dell’ostruzionismo, dall’alto della sua conclamata notorietà. Quel suo autografo che ho sempre conservato gelosamente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente.

mercoledì 24 dicembre 2008

"Il successo di Allevi? Mi offende"

LA STAMPA
24/12/2008
SANDRO CAPPELLETTO

«Che spettacolo desolante! Vedere le massime autorità dello Stato osannare questo modestissimo musicista. Il più ridicolo era l’onorevole Fini, mancava poco si buttasse in ginocchio davanti al divo».

Uto Ughi
non ha troppo apprezzato il concerto natalizio promosso dal Senato della Repubblica che ha avuto come protagonista il pianista Giovanni Allevi. Il nostro violinista lo ha ascoltato - «fino alla fine, incredulo» - dalla sua casa di Busto Arsizio e ne è rimasto «offeso come musicista. Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l’investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà. Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze».

Che cosa più la infastidisce di Allevi: la sua musica, le sue parole? «Le composizioni sono musicalmente risibili e questa modestia di risultati viene accompagnata da dichiarazioni che esaltano la presunta originalità dell’interprete. Se cita dei grandi pianisti del passato, lo fa per rimarcare che a differenza di loro lui è "anche" un compositore. Così offende le interpretazioni davvero grandi: lui è un nano in confronto a Horowitz, a Rubinstein. Ma anche rispetto a Modugno e a Mina. Questo deve essere chiaro».

Come definire la sua musica? «Un collage furbescamente messo insieme. Nulla di nuovo. Il suo successo è una conseguenza del trionfo del relativismo: la scienza del nulla, come ha scritto Claudio Magris. Ma non bisogna stancarsi di ricordare che Beethoven non è Zucchero e Zucchero non è Beethoven. Ma Zucchero ha una personalità molto più riconoscibile di quella di Allevi».

C’è più dolore che rabbia nelle sue parole. «Mi fa molto male questo inquinamento della verità e del gusto. Trovo colpevole che le istituzioni dello Stato avvalorino un simile equivoco. Evidentemente i consulenti musicali del Senato della Repubblica sono persone di poco spessore. Tutto torna: è anche la modestia artistica e culturale di chi dirige alcuni dei nostri teatri d’opera, delle nostre associazioni musicali e di spettacolo a consentire lo spaventoso taglio alla cultura contenuto negli ultimi provvedimenti del governo. Interlocutori deboli rendono possibile ogni scempio, hanno armi spuntate per fronteggiarlo».

Che opinione ha di Allevi come esecutore? «In altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio».

Lui si ritiene un erede e un profondo innovatore della tradizione classica. «Non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica, né con la vecchia né con la nuova. Questo è un equivoco intollerabile. E perfino nel suo campo, ci sono pianisti, cantanti, strumentisti, compositori assai più rilevanti di lui».

Però è un fenomeno mediatico e commerciale assai rilevante. «Si tratta di un’esaltazione collettiva e parossistica dietro alla quale agisce evidentemente un forte investimento di marketing. Mi sorprende che giornali autorevoli gli concedano spazio, spesso in modo acritico. Anche Andrea Bocelli ha un grande successo, ma non è mai presuntuoso quando parla di sé. Da musicista, conosce i propri limiti».

Allevi è giovane. Non vuole offrirgli qualche consiglio? «Rifletta tre volte prima di parlare. Sia umile e prudente. Ma forse non è neppure il vero responsabile di quello che dice».

C’è un aspetto quasi messianico in alcune sue affermazioni, in questa autoinvestitura riguardo al proprio ruolo per il futuro della musica. «Lui si ritiene un profeta della nuova musica, parla come davvero lo fosse. Nuova? Ma per piacere!».

Ma come interpretare questo suo oscuro annuncio: «La mia musica avrà sulla musica classica lo stesso impatto che l'Islam sta avendo sulla civiltà occidentale?» «Evidentemente pensa che vinceranno Allevi e l’Islam. Vi prego, nessuno beva queste sciocchezze».

martedì 25 novembre 2008

Allevi segreto

IL CORRIERE DELLA SERA
MILANO — Giovanni Allevi come san Francesco d'Assisi. Da «Harry Potter del pianoforte» al «santo pianista». È Allevi stesso a suggerire il paragone nelle pagine del suo secondo libro, «In viaggio con la Strega» (esce domani per Rizzoli), in cui ricordi, aneddoti, flashback e riflessioni personali ricostruiscono l'anno di «Evolution », l'album con orchestra pubblicato a giugno e arrivato a vendere oltre 80 mila copie e che avrà un coronamento venerdì con il cofanetto «AlleviAll» che raccoglie i suoi album più fortunati «No Concept », «Joy», «Evolution» e il dvd «Joy Tour 2007». Siamo ad Assisi, il giorno del debutto del tour. Allevi viene accompagnato a visitare la Basilica dove è conservato l'affresco di Giotto che raffigura Francesco in udienza dal Papa per presentare il nuovo ordine. Il Custode racconta lo scetticismo con il quale venne accolto: «Vede Allevi — dice —, quando il nuovo avanza, fa sempre paura, soprattutto se è nella forma della semplicità, da tutti riconoscibile».


È il modo di Allevi di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe. Con il mondo della musica classica che lo ha sempre criticato e snobbato. Ma anche con quello del pop dove il pianista ha mosso i primi passi. Che avesse collaborato con Jovanotti lo si sapeva, ma per la prima volta Allevi scende nel dettaglio. Il racconto ci porta al 2001, quando, il giorno dopo l'esame per il diploma in Composizione al Conservatorio, entra come tastierista nel gruppo di Jova, che gli aveva già prodotto un disco. L'impatto è molto duro: «Gli altri mi vedono come un extraterrestre, un topo di biblioteca. Nella band conta soprattutto quanto appari figo», ricorda. E lui che al posto degli occhiali da sole ha dei «fondi di bottiglia» alla prima cena fa già il primo errore. Gli dicono che c'è bisogno di improvvisazioni alla Chick Corea. «Basta chiedere», risponde. E la sua sicurezza, la sua conoscenza di Corea («Il mio mito») viene presa per spocchia. Da corpo estraneo al gruppo finisce per subire il clima da caserma («quando Lorenzo non c'è», precisa) «dove loro sono i "nonni" e io l'ultimo arrivato». La sua avventura nel pop finisce con un secondo disastro: gli viene chiesto un arrangiamento di archi. Dalla sua penna esce qualcosa che non va bene, che pure i giovani musicisti chiamati a eseguirlo faticano a suonare. Gli fanno capire che il pop non è il suo mondo.


«Io non avevo bisogno di fiori colorati, volevo solo un imbianchino», prova a consolarlo Lorenzo. «Ma allora dovevi chiamare un imbianchino e non un pittore», replica lui. Arroganza, si potrebbe interpretarla così. Un carattere sicuro e determinato, «megalomane» come si autodefinisce lui quando ricorda l'sms mandato al suo produttore al termine della masterizzazione del cd «Evolution»: «Da questo esatto momento, la musica classica non sarà più la stessa». Allevi è sicuro di quello che fa e ce lo ricorda ad ogni pagina. Cosa lo contraddistingue dagli altri e cosa porta un pianista classico nelle classifiche di vendita a fianco delle canzoncine pop e delle schitarrate rock? «Ãˆ necessario affidare agli strumenti d'orchestra una ritmica che sia la cifra della contemporaneità, quella ritmica che può essere concepita solo nel nostro tempo e che i i grandi compositori del passato non potevano immaginare». Ecco perché in alcuni passaggi di «Evolution» dice di sentirsi addirittura hip hop. Un paragone che farà inorridire il mondo accademico, ma lui la vede così: «Voglio che la musica contemporanea torni fra la gente. È ora di voltare pagina». Allevi è orgoglioso del suo successo. San Francesco è troppo? Accontentiamoci, sembra suggerire in una riflessione, del fatto che il suo successo possa essere utile per far capire a qualche ragazzino «che l'Italia non è solo il paese di veline e calciatori».


Andrea Laffranchi

25 novembre 2008

sabato 9 agosto 2008

Giovanni Allevi - Aria


Rimetto in rete questa composizione.
La musica composta appartiene al filone della c.d. "musica minimalista".
Il capostipite "ante litteram" si chiama Erik Satie, compositore francese contemporaneo di Claude Debussy, che si caratterizzò per la sua estrosità, insomma un tipo originale e geniale, che ha lasciato delle indimenticabili composizioni per pianoforte estremante suggestive:
Le Giymnopedie e le Gnossiennes.
La musica minimalista, che è caratterizzata dalla ripetitività del tema musicale, si è sviluppata realmente a partire dagli anni '60.
E' descritta così: " È la ricerca dell'estetica del suono a essere messa in primo piano. La musica minimalista rinuncia ai cambiamenti per entrare in una spirale di ripetitività".
La fa conoscere al grande pubblico Michael Nyman, autore della colonna sonora del film "Lezioni di piano", colonna sonora che però non viene premiata, mentre il film miete successi al festival di Cannes e ottiene tre Oscar.
Il filone è avviato e ha trovato diversi cultori, dei quali il più noto è Ludovico Einaudi (nientemeno che il nipote di Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica e figlio dell'editore Giulio Einaudi).
In questo filone si è 'intrufolato' Giovanni Allevi, diploma in pianoforte (10 anni) e composizione (10 anni) al Conservatorio di Perugia.
Questo giovane ed astuto pianista-compositore ha costruito, insieme ai discografici, una leggenza su di sè (timido, attacchi di panico, rossore, ecc.).
Il neo: suona solo sue composizioni.
Quindi non è confrontabile con altri esecutori.
Questa "Aria" è la meno scialba.

venerdì 18 luglio 2008

Schroeder esegue Sonata al chiaro di luna di Beethoven


Sembra Giovanni Allevi. L'album si intitola "Il mio primo Beethoven" - Magari suonasse così !
(componesse è impossibile, ovviamente)



venerdì 27 giugno 2008

GIOVANNI ALLEVI - ARIA

Luigi Morsello

Se si chiudono gli occhi sembra di sentire Ludovico Einaudi.
Vorrei chiedere: perchè non si esibisce con un classico, per esempio, la "sonata al chiaro di luna" ? Come si fa, eccetto i discografici (chiaramente interessati), a dargli tanta importanza ? Come si fa a non rendersi conto che prende tutti per i fondelli ?
Non occorre essere un musicologo !
Questa è musica minimalista, acqua fresca rispetto ai capostipiti: Erik Satie, Michael Nyman, lo stesso Ludovico Einaudi !