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domenica 26 dicembre 2010

Fabio Mussi al Pd: «Nuovo Cln? Essere contro non basta»


Mi fa piacere che il Pd, dopo aver pensato a una legislatura costituente con Berlusconi, ora ne riscopra la pericolosità fino a proporre un nuovo Cln.Ma proprio a loro, che ci insegnavano che non si vince con la demonizzazione, dico che non basta essere contro », ragiona Fabio Mussi, presidente di Sel. «Tramontate la spallata in Parlamento e il governo di transizione, bisogna essere pronti alle elezioni. E serve una proposta riformatrice che dia risposte al disagio sociale. Ora, ammesso che Fini e Casini accettino, mi chiedo: quale programma di riforme si può costruire con loro? Penso al precariato, all’università, al lavoro, ai temi etici. Nel terzo polo ci sono tifosi di Gelmini e Marchionne e del clericalismo. E Fini resta un uomo di destra». Per voi è accettabile solo un centrosinistra tradizionale? «Non ci sono veti verso l’Udc, ma bisogna prima ricostruire un centrosinistra, una vera alternativa». Forse il Pd ritiene che un fronte con voi e l’Idv sia troppo debole... «Secondo i sondaggi c’è un distacco di 2-3 punti da Pdl e Lega, che può essere colmato di slancio se c’è convinzione e spirito di lotta. Un Pd assorbito dal Terzo polo, ammesso che Fini e Casini ci stiano, è destinato alla sconfitta. L’unica chance per riaprire la partita è il centrosinistra, non la sua dissoluzione ». Nel Pd dicono che Vendola stia combattendo una battaglia personale e non per l’unità del centrosinistra. «Non puoi rivolgerti a Fini e Casini e poi dire che Vendola divide il centrosinistra ». Sel esclude di aderire a un eventuale fronte con Pd e Terzo polo? «Non vedo su quale programma ci si potrebbe incontrare». Un nuovo Prodi non sarebbe più adatto di Vendola a guidare la coalizione? «E chi sarebbe? Casini? Perché cercare la leadership sempre al centro? L’idea che la sinistra può governare solo se si traveste è sbagliata, le sinistre europee così sono andate a sbattere contro il muro. Vendola ha un vocabolario in grado di recuperare i voti di tanti astenuti, e anche di pescare a destra». Per voi le primarie sono inevitabili? «Non si accendono a comando di qualche autonominato principe. Il Pd ha il 24%, noi siamo piccoli. Di cosa hanno paura? Forse hanno poca fiducia nelle loro forze... ». Se Vendola vince le primarie Casini non ci starà mai... «E allora lo incoronino leader la Notte di Natale, come Carlo Magno. E se pensano di vincere, auguri».

25 dicembre 2010

sabato 4 dicembre 2010

La storia di Nabila "graziata" dai giudici italiani


Per la prima volta i giudici, in particolare quelli della Corte d'assise d'appello di Roma hanno riconosciuto un'attenuante particolare per rendere quanto piu' lieve possibile la condanna, per omicidio del marito italiano, nei confronti di una giovane donna tunisina. In questo modo la donna e' stata condannata solo a otto anni di reclusione che sta scontando nel carcere di Civitavecchia: il collegio composto da sei giudici popolari e due togati ha, infatti, considerato come una lunga provocazione, protrattasi nel tempo, il comportamento del marito che beveva, giocava e faceva uso di droghe disinteressandosi di lei e dei loro due bambini.

Di questo caso ha parlato - al salone della legalita' in coso al Palafiera di Rimini - il presidente della prima sezione penale del tribunale di Roma Piero De Crescenzo. Proprio lui ha scritto la sentenza d'appello, quando era giudice a latere in Corte d'assise.

''Nei confronti di Nabila abbiamo applicato le attenuanti generiche piu' quella della provocazione considerando la circostanza dell'accumulo, nel tempo, di continue situazioni di prevaricazione che, alla fine, hanno portato questa donna ad accoltellare il marito''.

''Non c'era una giurisprudenza specifica alla quale poter fare riferimento - ha spiegato De Crescenzo - e ci siamo serviti di alcune pronunce della Cassazione che facevano riferimento all'attenuante della provocazione, sebbene in casi diversi. Ma era giusto tenere in considerazione che questa donna aveva a lungo subito e si era vista togliere i figli dai servizi sociali, per colpa della cattiva condotta del marito e, la sua violenza era nata da un'altra violenza piu' lunga e grande''.

Nabila uccise il marito, con un unico fendente la sera del 28 dicembre del 2006, vicino a Cerveteri sul litorale laziale. A lungo aveva atteso, a casa, che il marito rientrasse dal bar dove si stava ubriacando. Temeva che il giorno dopo i servizi sociali, vedendo le pessime condizioni del suo compagno, avrebbero revocato il permesso straordinario che avevano dato alla coppia di rivedere i loro due bambini.

Questo pomeriggio l'attrice Paola Gassman leggera' stralci della confessione giudiziale di Nabila, nella parte che piu' ha convinto i giudici ad alleggerirle gli anni di carcere.

4 dicembre 2010

sabato 20 novembre 2010

Carfagna: «Pronte dimissioni per incapacità vertici del Pdl»


di Ninni Andriolo

Marcia indietro con "sgambetto". Mara Carfagna minaccia di abbandonare governo e Pdl? Eccola lì la prova provata che «di Fini non ci si può fidare». A sentire i berluscones ci sarebbe sempre «lui», il Presidente della Camera, dietro «la mossa» architettata apposto per «smosciare» gli entusiasmi di Silvio. I giornali di ieri sparavano a caratteri cubitali la notizia del dietrofront futurista e i finiani - con il tempismo della ritorsione - hanno lanciato il missile delle dimissioni del ministro, uno dei gioielli più preziosi dello scrigno del premier. Altro che insanabili contrasti con i vertici campani del Pdl e con Cosentino, quindi.

Altro che delusione per «l'incapacità» a gestire il partito di Bondi, La Russa e Verdini. Altro che amarezza accumulata per «gli attacchi volgari e maligni» che hanno bersagliato Mara per settimane. Il «fuoco amico» smonta le indiscrezioni fatte trapelare dallo staff del ministro e cerca di far venire a galla una «verità» velenosa: «l'intelligenza della signora con il nemico», cioè con i finiani. Costretti alla «pubblica retromarcia» l'altro ieri, Fini&Co, in sostanza, avrebbero utilizzato Carfagna per sferrare lo «sgambetto» di ieri. Nella guerra «psicologica» che si combatte nel centrodestra, però, ieri «i duri e puri» del Presidente della Camera hanno segnato un punto a favore. Il ministro ha preso tempo, in realtà, e ha rinviato al 15 dicembre la decisione finale. Voterà la fiducia e attenderà.

Berlusconi stesso, consapevole del danno d'immagine, prima del vertice Nato di Lisbona, fa aspettare Obama e passa un'ora al telefono con il ministro. «Siamo con te, te lo garantisco a nome di tutto il governo, ma non è questo il momento di creare nuove tensioni». Metterà alla porta Cosentino? Non pare. Mara «ha alzato il prezzo». Vuole candidarsi per la poltrona di sindaco di Napoli, spiegano. "Cosentino le vuole ostruire la strada e lei rovescia il tavolo". Se non otterrà quello che chiede, aggiungono, andrà dai finiani. D'altra parte, sottolineano, "è legata a doppio filo con Bocchino". No, replica il capogruppo Fli alla Camera, "con questa storia noi non c'entriamo, riguarda il Pdl, se la vedano loro".

E Stracquadanio che aveva descritto Carfagna "tormentata" e divisa tra Berlusconi e Bocchino, prova a parare il colpo dando addosso ai finiani per ciò che accade a Milano. Landi di Chiavenna lascia i futuristi per sostenere Letizia Moratti? Si dimostra che "il Fli è il posto degli scontenti che si abbandona non appena si trova da qualche parte una poltrona da occupare". In un clima così arroventato dovrà sudare sette camicie che vuol mandare avanti il percorso avviato dalla retromarcia di Fini: fiducia al governo, appoggio esterno Fli, Berlusconi bis o rimpasto con i finiani dentro l'esecutivo. Una trattativa che il Cavaliere vuol condurre con la pistola delle elezioni sul tavolo, perché non si fida. Non a caso, ieri, Bossi, è tornato a parlare di voto anticipato. "Non contro - spiegano - ma per fare sponda a Berlusconi".

Il caso Carfagna, però, mette in luce il caos che ribolle nel partito. Il premier progetta da mesi il ribaltone azzurro ed è pronto - adesso - a mettere in campo un nuovo partito modello Forza Italia. E gli scontri all'ordine del giorno tra prime donne - Mussolini contro Santanché/ Mussolini contro Carfagna, ecc. - non contribuiscono a rasserenare il clima. La goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza di Mara è stato, l'altro ieri, l'attacco sferratole "a freddo" dalla nipote del duce. "Vergogna" aveva urlato Alessandra vedendola parlottare con Bocchino e cavando dalla borsa un cellulare per scattare una foto che testimoniasse l'intesa tra i due. Per colpa di Carfagna, secondo Mussolini, "Bocchino nella finanziaria ha chiesto di spostare 20 milioni di euro al ministero delle Pari Opportunità".

E sarebbe ancora del ministro salernitano la responsabile "dello spostamento di competenze sul termovalorizzatore sottratte alle province". A quella di Salerno, in particolare, retta dal Edmondo Cirielli, i cui rapporti con il ministro delle Pari opportunità sono burrascosi. "Poveretta, ma si dimettesse pure...", ha tuonato ieri Mussolini. Aveva saputo dalle agenzie la sceneggiata che Mara aveva architettato in Transatlantico contro di lei, fotografando a sua volta l'abbraccio pubblico tra Bocchino e il ministro Gelmini. Carfagna impertinente, una sceneggiata per Alessandra e uno "sgambetto" per il Cavaliere.

Orientarsi nella nebbia


18/11/2010

È quando c'è nebbia che c'è bisogno di occhi buoni. Di memoria, perché bisogna ricordare la strada qual è.

Di sapere e di intelligenza critica, perché bisogna capire in fretta che cosa è cambiato dall'ultima volta e individuare il pericolo nuovo. Di coraggio, che non è il contrario della paura: è quello che nasce dalla paura, la conosce e la vince. Di occhi buoni, perché nella nebbia c'è sempre una luce e bisogna stare attenti a distinguere la luce giusta, quella che ti porta a casa, dall'abbaglio che ti uccide.

C'è moltissima nebbia, ultimamente. Una nebbia così fitta che si fa fatica a trovarsi le mani. Nebbia sull'avvenire prossimo e remoto, sui destini di alcuni e di tutti, nebbia nelle scelte - se scelte sono e non giochi d'azzardo - della politica, dell'economia, di chi decide per sé e alla fine per tutti. C'è chi picchia alla cieca e chi invece ci vede benissimo. C'è chi confonde le carte per insipienza e chi lo fa apposta, chi approfitta del maltempo per farsi strada, per farsi trovare quando tornerà il sole due metri più avanti, pazienza per chi è rimasto sull'asfalto.

L'obiettivo delle volpi da avanspettacolo della politica - delle prime donne senza scrupoli che puntano al consenso personale, alla polemica purchessia, alla ribalta per quanto melmosa, sempre di ribalta si tratta in questo panorama di fango - l'obiettivo è ora Roberto Saviano. Da destra e da sinistra, dal centro: troverete ovunque, se li cercate, i cecchini. Fanno notizia, come si dice in gergo. Cavalcano l'onda ed entrano di riflesso - sia pure per opposizione - nel cono di luce che illumina insieme ai dieci milioni di persone che lo accendono il piccolo palco del piccolo studio da cui questo piccolo uomo parla all'Italia. Gli argomenti sono vari.

Il programma è brutto e retorico, ci aspettavamo di meglio, è anticlericale, è demagogico e centrista, è tiepido, è funzionale a un progetto politico, è antipolitico, è irrispettoso della vita, addirittura, quest'ultima accusa per via del fatto che ha osato affrontare il supremo fra i tabù, il diritto ad una morte dignitosa. Immagino che Saviano se lo aspettasse, anzi lo so: se lo aspettava. Immagino anche, anzi lo so, che non lo preoccupi affatto essere additato dal Giornale di famiglia come il nuovo nemico pubblico, il nemico del mese (forse del bimestre, vedremo cosa sarà funzionale alla crisi politica). Trovo che sia questa un'occasione molto interessante per tornare sulla differenza che corre fra libertà d'opinione e campagne deliberatamente e artatamente diffamatorie - la differenza che corre tra esprimere un parere, attività sempre legittima, e diffondere falsità sul conto di qualcuno allo scopo di denigrarlo, isolarlo e farlo fuori in nome e per conto di un interesse esterno e superiore. O anche del proprio, dipende. Ne abbiamo parlato giorni fa a proposito di Feltri e del suo "metodo Boffo" che non ha nulla a che vedere, evidentemente, con la libertà d'espressione: il metodo Boffo, per definizione di un parlamentare del centrodestra, è quella campagna denigratoria che si arma contro qualcuno utilizzando e spesso mescolando notizie false con parti di informazioni autentiche allo scopo di insinuare prima il dubbio, poi la diffidenza, infine la condanna mediatica. Il metodo Boffo è di nuovo all'opera. Chi non avesse ancora imparato a riconoscerlo farebbe bene a non uscire di casa, in questi giorni di nebbia.

Chi invece pensa di avere abbastanza memoria, conoscenza e coraggio per avventurarsi a distinguere la luce dall'abbaglio può mettere una firma sul nostro sito, che tanti dicono firmare non conta ma invece conta. A futura memoria, i nomi restano.

domenica 14 novembre 2010

Bersani, oggi al via il porta a porta: «La pazienza è finita, rimbocchiamoci le maniche»


Abbiamo bisogno del tuo appoggio per suscitare un risveglio italiano». E' l'appello che Pier Luigi Bersani ha lanciato ad elettori e iscritti per la grande mobilitazione "porta a porta" che inizia oggi e si terrà in tutta Italia i fine settimana del 13, 20 e 27 novembre: 10mila gazebo e 7.000 circoli mobilitati. I fine settimana dei gazebo targati Pd saranno in programma per tutto il mese di novembre. Il 'porta a porta' democratico preparerà il campo alla manifestazione nazionale indetta dal segretario Bersani a Roma il prossimo 11 dicembre.

Iniziative sono previste in tutta Italia, da Napoli a Bologna a Milano.

A Roma, oggi alle 16.30 in via Giovanni Michelotti 29, nel quartiere di Pietralata, il segretario parlerà con i residenti, quindi incontrerà alcune famiglie che vivono nella zona e, al termine, visiterà il Centro Anziani '1 maggio’, Stazione metro Santa Maria del Soccorso.

A Pietralata, Bersani ha parlato anche della crisi di governo: «Adesso c'è la mozione di sfiducia e dicono: 'no, c'è la finanziaria, e voi volete farla saltare. non è cosi lo voglio dire: noi siamo dispostissimo a far votare in Parlamento la sfiducia dopo la finanziaria a condizione che il centro destra non faccia melina sulla legge di stabilità». «Garantiamo - ha sottolineato Bersani - tempi rapidi ma non si inventino una melina perché sarebbero loro gli irresponsabili».

«
Berlusconi adesso deve andare a casa. Di case ne ha, scelga lui, magari la più lontana delle quindici. Ora è proprio possibile che se ne vada a casa». Pier Luigi Bersani inaugura l'iniziativa porta a porta del Pd a Roma e si dice convinto che sia giunto il momento della fine del berlusconismo. «Lui resiste, avremo settimane di combattimento. Ma cominciamo a dirci che siamo arrivati al punto. E se ci siamo arrivati, non è per le case a Montecarlo, dove il bue dà del cornuto all'asino in quanto a case, non è per il protagonismo di questo o quel leader di centrodestra, ma perché questo governo non è in grado affrontare i problemi del Paese. Per due anni questo centrodestra si è avvitato sui problemi di una persona sola: lui. Per questo il centrodestra si sgretola e lascia Berlusconi in un vuoto d'aria. Sono gli stessi motivi che diciamo da due anni, ricordiamolo a chi ci fa le pulci».

Sulle altre mozione dice: «Per ora mi risulta depositata solo la nostra. Quando depositeranno le altre valuteremo».

La manifestazione a Roma è stata anche l'occasione di annunciare la manifestazione dell'11 dicembre: - «Avevamo valutato altre ipotesi, ma viste le adesioni che ci arrivano da tutta Italia, abbiamo deciso di fare la manifestazione dell'11 dicembre a piazza San
Giovanni. Da lì deve partire il risveglio del Paese».

domenica 7 novembre 2010

Abbecedario degli insultati le vittime di Silvio dalla A alla Z


di Alessandro Capriccioli

ANTONIO DI PIETRO

Di Pietro si è laureato grazie ai servizi, perché non è possibile che l'abbia presa uno che parla così l'italiano.
(26 marzo 2008)


BOSSI
Bossi, un disastro, una mente contorta e dissociata, un incidente della democrazia italiana, uno sfasciacarrozze con il quale non mi siederò mai più allo stesso tavolo.
(20 gennaio 1995)


COMUNISTI
Dio ci deve proteggere perché sono profeti di sventura, fanno male al paese.
(19 febbraio 2004)


D'ALEMA
D'Alema è il più comunista di tutti: vuole andare al potere e mantenerlo senza la democrazia.
(12 aprile 2000)


ESCORT
Non ho mai pagato una donna. Perché a pagare non c'è gusto, preferisco conquistare.
(10 settembre 2009)


FINANZIERI
Se c'è un corpo deviato dello Stato che si organizza, che pretende di avere certe somme da chi è in regola minacciando azioni su altre società di un gruppo e che poi si spartisce verticalmente tra i suoi membri il ricavato di queste sue pressioni, siamo di fronte ad una forma di associazione a delinquere.
(22 dicembre 1996)


GAY
Meglio essere appassionato di belle ragazze che gay.
(2 novembre 2010)


HI-TECH
C'è per esempio un uso di Gogol (voleva dire Google, n.d.r) e di altri strumenti che vengono offerti dal mondo di internet...


INTER
Io conoscevo un interista, amico mio e suo, che aveva un cane interista. Il cane quando l'Inter pareggiava guaiva e quando perdeva si infilava sotto il letto e non c'era verso di farlo uscire. Quando io chiedevo che fa il cane se l'Inter vince, questo amico mi rispondeva: non lo so, ce l'ho da quindici anni.
(16 giugno 2010)


LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO
Montezemolo mi copia.
(25 maggio 2007)


MAGISTRATI
La magistratura è una malattia della nostra democrazia.
(10 marzo 2006)


NICOLAS SARKOZY
Non esiste il modello Sarkozy. Sono io il suo modello. Lui ha copiato da me.
(9 maggio 2007)


OBAMA
Ha tutto per poter andare d'accordo con lui: perché è giovane, è bello e anche abbronzato.
(6 novembre 2008)


PRODI
Per Prodi si è usata la stessa tecnica di Lenin e Stalin: quella dell'utile idiota.
(15 aprile 1995)


QUOTE ROSA
Zapatero ha fatto un governo troppo rosa che noi non possiamo fare anche perché in Italia c'è una prevalenza di uomini.
(15 aprile 2008)


ROSY BINDI
Lei è più bella che intelligente.
(8 ottobre 2009)


SUPERMAN
Malato io? Sono Superman, anzi Superman a me mi fa ridere.
(2 SETTEMBRE 2009)


THATCHER
Se fosse stata una bella gnocca me ne ricorderei.
(6 luglio 2007)


UNITA'
Lei non prova imbarazzo a scrivere su quel giornale?
(21 dicembre 2003)


VELTRONI
Veltroni è un coglione.
(2 febbraio 1995)


ZOFF
Nella finale di ieri è stato indegno: si è comportato come l'ultimo dei dilettanti.
(4 luglio 2000)

02 novembre 2010

venerdì 29 ottobre 2010

Prodi: «Bene Bersani candidato premier, ma si può anche cambiare»


Il Pd potrebbe anche non schierare il suo segretario per la corsa alla guida del governo, se ci fosse una personalità con più chance di vittoria. Lo ha detto Romano Prodi a Bruno Vespa per il suo libro «Il cuore e la spada. 1861-2011» in uscita il 5 novembre. «Quando un partito si chiede come conquistare il governo - spiega Prodi - la prima persona a cui pensa è il segretario. Ma se ci fosse qualcun altro con maggiori possibilità, allora si può cambiare». Prodi, che da comunque un giudizio positivo su Pier Luigi Bersani, esclude un proprio ritorno nell'agone politico.

«Un governo così litigioso - osserva Prodi a proposito dell'esecutivo a guida Berlusconi - avrebbe costruito dovunque la fortuna dell'opposizione. In Italia le vicende faticose della formazione del Pd e la sua difficoltà a trovare coesione hanno fatto camminare per mesi e mesi un moribondo come questo governo».

Bersani ha fallito la sua missione?, chiede Vespa. «No - replica - perchè negli ultimi tempi è andato molto meglio. Per troppo tempo ha però dovuto accettare che non ci fosse nel partito nessuna disciplina. Se non hai disciplina, non hai nemmeno forza. E lo dico per esperienza». Il segretario democratico deve essere il candidato premier?, domanda il giornalista. «Ãˆ l'eterno problema di tutte le democrazie - osserva Prodi - Quando un partito si chiede come conquistare il governo, la prima persona a cui pensa è il segretario. Ma se ci fosse qualcun altro con maggiori possibilità, allora si può cambiare. Prendiamo la Francia. Martine Aubry è diventata segretario del partito socialista. Ma è possibile che Dominique Strauss- Kahn (oggi direttore generale del Fondo Monetario Internazionale) abbia maggiori probabilità di battere Nicolas Sarkozy. Il segretario, insomma, deve mettere insieme il suo ruolo e la possibilità di vincere. Bersani lo può fare».

Per battere Berlusconi c'è bisogno di un 'papa straniero', come suggerisce Veltroni? «Mi sembra di avere già risposto di no. Comunque, con la sua frase Veltroni non si riferiva certamente a me. Non mi sento straniero, sono iscritto al Pd fin dall'inizio e ho sempre molto lavorato per mettere insieme le forze riformiste». È pensabile un Prodi ter? «No, assolutamente - risponde Prodi - Per due ragioni: la prima, non c'è una situazione politica adatta, la seconda, mi sono dedicato alla mia riacculturazione, mi sto divertendo e mi piace moltissimo quello che faccio. E poi non è vero che non c'è due senza tre». Pressioni? «Uno ha sempre degli amici che magari gli dicono una bugia».

29 ottobre 2010

L'incubo del premier: le verità della minorenne Ruby


Berlusconi: «un casino sul nulla»
«Visto che casino mi hanno fatto? Sul nulla...». Silvio Berlusconi, dopo la foto con capi di stato e di governo prima del Consiglio europeo a Bruxelles avvicina cameramen e fotografi e, sorridendo, torna sul 'caso Ruby', in un «fuorionda» poi trasmesso da La 7. «C'è l'abitudine della sinistra di fare attacchi, hanno un motto ben preciso - attacca il premier - un attacco al giorno leva Berlusconi di torno, oggi ho subito due attacchi, io dico, due attacchi al dì mi fanno restare sempre lì. Io resto». Sulla telefonata che Palazzo Chigi avrebbe fatto alla questura di Milano per far rilasciare la marocchina minorenne, Berlusconi replica: «Non ho mai fatto interventi di un certo tipo, ho semplicemente segnalato che c'era una persona che si proponeva per l'affido. Tutto qui». E la telefonata? «Non credo assolutamente attraverso Palazzo Chigi - sostiene il premier - c'è solo stata una telefonata per trovare qualcuno che potesse rendersi disponibile all'affidamento per una persona che aveva fatto a tutti molta pena, perchè aveva raccontato a tutti una storia drammatica a cui noi abbiamo dato credito. Tutto qui».

Una ragazza della casa famiglia: Ruby aveva parlato del premier
Il 'Kinderheim' è la casa famiglia che si trova a Sant'Ilario, sulle colline di Genova, dove dal maggio scorso dovrebbe risiedere Ruby. La ragazza era stata mandata qui dal tribunale dei minori di Milano «La sento spesso al cellulare - dice una ragazzina affacciata alla finestra - ma è sempre lei che mi chiama. Oppure chattiamo su facebook». Poi aggiunge (ma – precisa l'agenzia di stampa - non c'è modo di verificare quello che dice): «Certo che sapevamo del premier, ce l'aveva detto che lo conosceva. Ci ha detto che le ha fatto un sacco di regali, anche una macchina, un'Audi R8 che costa un mucchio di soldi. A volte arrivava con tanti soldi».

Ruby è stata sentita «una decina di volte» in questi mesi. Racconti lunghi, complessi, pieni di dettagli ma anche di correzioni e di imprecisioni, notti brave, festini, incontri a base di sesso con uomini importanti e di potere in cambio di regali, gioielli, comparse in tv.

I piani le speranze e le promesse di una ragazza-immagine minorenne e straniera che ha un solo obiettivo: arrivare. Racconti in parte già verificati, in parte anche smentiti. Tutti verosimili e possibili in un mondo dove il corpo, specie se giovane e bello, è l’unico altare a cui tutto è riferito e da cui tutto discende.

L’inchiesta che sta togliendo il sonno al Cavaliere, e non solo a lui in base a quello che trapela in ambienti giudiziari milanesi, è un fascicolo su cui il procuratore Edmondo Bruti Liberati ha fatto calare il più totale silenzio.

Almeno da maggio quando è possibile collocare l’inizio della storia di cui è protagonista Ruby, nome d’arte di questa appariscente, sempre ben vestita e piena di gioielli minorenne marocchina che vive in Italia da anni.

INTERVIENE BERLUSCONI
«Sono una persona di cuore e mi muovo sempre per aiutare chi ha bisogno di aiuto». Il presidente del consiglio risponde così a chi gli chiede «perché Palazzo Chigi è intervenuto» nel caso della ragazza fermata dalla questura. Berlusconi cita la vicenda nel corso di una conferenza stampa, ad Acerra, sulla nuova emergenza rifiuti e puntualizza che la sua visita è legata alla «spazzatura vera... Della spazzatura mediatica - sottolinea - lascio a voi di occuparvene».

E conclude denunciando che nei suoi confronti si usa «il 'sistema Anno Zero', accuse e insulti, contradditorio a zero». Il 'caso-ruby' è arrivato questa mattina sulle prime pagine dei quotidiani, tra smentite e mezze ammissioni da parte dei protagonisti, mentre è al vaglio della Procura di Milano.

Ruby è una ragazza di origine marocchina, minorenne all'epoca dei fatti e parla di incontri con Berlusconi nella Villa di Arcore e di festini a sfondo erotico. Secondo i legali del cavaliere si tratta di invenzioni e uno dei presunti indagati per favoreggiamento della prostituzione, il direttore del Tg4, Emilio Fede, puntualizza: «Forse ho visto Ruby a cena da Berlusconi, ma non è mai accaduto niente di trasgressivo».

Fede aggiunge di non sapere cosa sia il 'bunga-bunga', il rituale del dopo cena che avrebbe descritto la ragazza. Anche il sottosegretario all'attuazione del programma, Daniela Santanchè, indicata tra i commensali di una cena insieme a George Clooney e a Elisabetta Canalis, smentisce di aver mai partecipato, «in nessun luogo del mondo» a cene con il noto attore Usa. Sempre nel corso dell'incontro con la stampa, Berlusconi aveva ironicamente attribuito all'età un suo lapsus, spiegando che invecchiando restano chiari i concetti, «mentre con i nomi si ha qualche difficoltà... Meno che su quelli delle ragazze».

«MIA VERITA' MANIPOLATA»
«Sono amareggiata, la mia verità è stata manipolata». Così la giovane di origine marocchina Ruby, commenta la notizia di un suo coinvolgimento nella vicenda in cui sono indagati Lele Mora, Emilio Fede e il consigliere regionale della Lombardia Nicole Minetti.

Statista bunga bunga


Ce lo possiamo permettere? Chiediamoci questo. L'Italia, noi italiani viviamo in un paese così prospero, così egualitario, così giusto, così salubre e così efficiente, in un paese così ricco di tutte quelle ricchezze che fanno dignitosa la vita degli uomini da poterci permettere - in questa democrazia avanzata e matura, solida e coesa - la bizzarria di avere a capo del governo un uomo anziano ossessionato dalla sua stessa vecchiaia, avvelenato di farmaci che gli assicurano apparente vigore e devastato dalle plastiche che ne fingono l'eterna giovinezza, un ex chansonnier piduista di tortuose fortune e discutibili amicizie oggi impegnato a tempo pieno a garantirsi l'impunità dai molti processi e a comprarsi le alleanze che lo portino al Quirinale oltrechè, da una certa ora del giorno in poi, ad organizzare notti in villa e trasferte in dacia così da poter ricevere in accappatoio bianco le ospiti procacciate a nugoli dai suoi servitori intanto messi a capo di imprese commissioni parlamentari reti televisive e ministeri, riceverli con il calice in mano e fare le sei del mattino raccontando barzellette di sapore africano dei tempi di Macario, e tutti giù a ridere prima di tuffarsi in piscina o nel letto?

No perché penso, in fondo, che se l'Italia fosse un paese così sano produttivo progredito ed autosufficiente potrebbe persino sopportare il temporaneo vuoto di potere democratico (che dell'assoluto arbitrio di uno solo è sinonimo) determinato dalla provvisoria permanenza al governo di Silvio B. In fondo dieci anni o anche venti di fronte all'eternità sono un attimo.

La Roma di Augusto, l'Italia di Einaudi potrebbe sopravvivere facilmente a questa caricatura di imperatore che gli è toccata in sorte: che si è scelta per motivi che solo gli storici con saggezza chiariranno, le responsabilità è ovvio che siano tra tutti equamente distribuite. Tra chi lo ha scelto e chi non ha saputo o potuto opporre alternativa e rimedio.
Il vero problema, temo, è che non siamo in queste condizioni. Avremmo bisogno di un governo, in realtà: non possiamo permetterci di sostituirlo con un comitato d'affari dedito nei ritagli di tempo a particolari evoluzioni erotiche.

Ci servirebbe, e anche in fretta, qualcuno che si occupasse - meglio se a tempo pieno - del lavoro che non c'è, di quante ore di cassa integrazione saranno erogate l'anno venturo, di una riforma del fisco che non chiami sempre gli stessi a pagare, della camorra che gestisce e manovra a scopi di suo personale tornaconto il disastro dei rifiuti, della ricerca e del sapere azzerati e irrisi, di dare una casa e un'occupazione a chi ha meno di trent'anni perché possa diventare adulto e farsi carico in proprio delle responsabilità che gli spettano, di dare ospedali ai malati assistenza ai vecchi asili ai bambini, stimolo alle imprese, fiducia alle persone.

Al contrario, vedete, di tutto questo non si parla né temo si parlerà per parecchie settimane, forse mesi. Il Paese è ostaggio dei fantasmi che agitano le notti insonni del premier: i suoi parlamentari/avvocati si dividono fra la cura dei suoi problemi pubblici - in parlamento a studiare lo scudo che lo salvi dai processi - e quelli privati, tutti convocati ad Arcore a studiare la linea difensiva dall'ennesima vicenda a sfondo sessuale.

Questa volta un po' più grave del solito dal momento che la storia del giorno è condita da più di un elemento da codice penale: siamo in terreno di furti, sfruttamento della prostituzione, corruzione di minore. Ghedini e gli altri, il governo stesso: sono tutti impegnati su questi due fronti. I processi pubblici e privati, le leggi e le linee difensive.

Qualcuno si occupa di distrarre annunciando 300 mila tagli alla pubblica amministrazione.

Qualcun altro si affanna a spiegare come mai il signor B. abbia condonato 160 milioni di debito al paradiso fiscale di Antigua proprio mentre con i politici di quell'isola si stringevano con il premier personali affari immobiliari.

E poi la battaglia sull'informazione, certo, perché l'unica cosa che conta è che di tutto questo niente si dica. Anzi, vedrete. I giornali e i tg di famiglia non si occuperanno di indagare sul bunga bunga ma strilleranno alla trappola, al complotto. Parleranno di inchieste ad orologeria. Diranno di un pover'uomo perseguitato per via dei suoi atti di carità. «Sono una persona di cuore, aiuto chi ha bisogno», ha detto ieri il signor B. per spiegare come mai la presidenza del Consiglio dei ministri sia intervenuta presso una Questura ad impedire l'identificazione di una minore implicata in un furto. Lo avrebbe fatto se Ruby si fosse chiamata Mohamed? Figuriamoci, senz'altro sì. Servirà in questo caso un centralino dedicato, perché ci sono migliaia di stranieri non identificati nelle questura d'Italia proprio in questo momento. Se Palazzo Chigi vuole occuparsene ha la possibilità e la facoltà di farlo, possibilmente nel rispetto della legge: serviranno trenta persone al telefono come minimo, è una buona cosa. Trenta posti di lavoro.

C'è un secondo aspetto delicatissimo in questa terrificante storia di lelemora e emiliofede, di ragazzine reclutate nelle discoteche e nei privè milanesi che tanto piacciono a Ignazio La Russa e Daniela Santanchè, in passato già soci del Billionaire di Briatore, altro campione di vita smeralda eletto ad esempio di stile dai rotocalchi di famiglia: giornali che alternano le foto (rubate?) della primogenita Marina nuda a quelle del tatuato Corona e dati in gestione agli alfonsosignorini, neomaestri di moderna eleganza.

Oltre alla paralisi del governo e del Parlamento, all'assoluto disinteresse per la vita del paese e delle quotidiane fatiche degli italiani c'è il tema della vulnerabilità e della sicurezza dei luoghi di governo e dei protagonisti che li abitano. Un tema che già si pose ai tempi in cui Patrizia D'Addario e le sue colleghe pugliesi entravano ed uscivano da palazzo Grazioli senza filtri senza controlli e in auto blu, munite di registratori cellulari per le riprese e chissà cos'altro. Se ne occupò Gianni Letta, allora.

Facciamo finta di essere un paese normale. Facciamo finta che nelle stanze, anche private, di un presidente del Consiglio ci siano - come ci sono - carte e documenti, codici e segreti che in ogni Paese del mondo sono nella disponibilità pressoché esclusiva del capo del governo. Possono, da quelle stanze, entrare ed uscire senza controllo maggiorenni o minorenni non identificate, magari pregiudicate, sfuggite ai controlli ed evase dai centri di protezione, accusate di furto?

Qual è il rischio, a parte l'evidente ricattabilità del padrone di casa, che difatti è regolarmente ricattato (in questo caso, che paradosso, parte lesa)? Quali sono i rischi per la credibilità del Paese all'estero, per la sua autorevolezza internazionale, per il peso che può avere nelle decisioni che riguardano la vita di tutti? A parte Putin e Gheddafi, che evidentemente condividono con il premier letti in regalo ed harem personali oltre al repertorio di barzellette e alle forniture di petroli e di gas: gli altri leader del mondo, che dicono? Cosa scriverà l'ambasciatore egiziano al suo governo: che Silvio B. ha fatto rilasciare una ragazzina di nome Ruby figlia di un ambulante messinese e vincitrice di un concorso locale di bellezza, tuttora sotto la tutela del sindaco di Letojanni (fino al 2 novembre, quando la giovane compirà 18 anni) dicendo, testualmente, «Ã¨ la nipote di Mubarack?». Che ne pensa Mubarack? Possiamo permettercelo?
Personalmente di quel che fa Silvio B. nelle sue magioni, quali posizioni preferisce, di quanto la sua camera da letto sia affollata e nel dettaglio da chi non mi interessa per nulla. Credo anche che ci sia una quota di italiani sfinita da tutto questo, che non ha proprio nessuna voglia di infilarsi nel tunnel di un nuovo caso Noemi o D'Addario.

Penso però anche che questi italiani, io fra loro, costituiscano una minoranza. La verità è purtroppo che il voyeurismo del nuovo medioevo mediatico è lo spirito del tempo. In tv, nei siti internet e suo giornali quel che è successo nel garage di Sarah Scazzi suscita un interesse enormemente più alto delle vicissitudini di un precario della scuola, di un artigiano alle prese col fisco, di un laureato disoccupato o del diario di un operaio di Pomigliano. Figuriamoci la nuova kermesse erotica di palazzo Chigi denominata bunga bunga. Un tormentone. Un boom di accessi ai siti. Non si parla d'altro. Su questo stesso giornale: mentre (poche) lettere e mail ci chiedono di ignorare queste miserie e continuare ad occuparci del Paese, migliaia di lettori e di utenti del web vanno a cercare le foto di Ruby. E' questo l'esito del ventennio che abbiamo attraversato: immondizia televisiva, impoverimento economico, nessuna alternativa reale al reality show. Torna a casa in tutta fretta c'è il Biscione che ti aspetta. Parabole e miseria.

Due parole, per concludere nel merito della storia. Gli insegnamenti del giorno, ad uso collettivo, sono che: se a rubare è la nipote di Mubarack va rilasciata immediatamente, se non è nipote di nessuno resta dov'è.

Se è il presidente del Consiglio a frequentare una minorenne è un uomo non è un santo, fa del bene a chi ha bisogno: se siete voi andate in galera.

Se è un direttore di Tg a procurare le ragazze sta facendo un favore a un amico, cosa c'entra la prostituzione.

Se nelle stanze del premier si fa bunga bunga - rituale tribale di sesso anale collettivo, lo dico per quei tre o quattro che non lo avessero appreso ieri - nessuno osserva che è l'Italia ad essere messa in ginocchio, lei sì, collettivamente: le due paroline diventano un divertente tormentone sul web, barzellette alla radio, allusioni e risate.
La storia di Ruby è quella di una giovane deviante, una ragazza disadattata: fughe, ricoveri in case famiglia, denunce per furto. Davvero una ragazza che avrebbe bisogno di aiuto. Ma non del genere che ieri il presidente del Consiglio ha confermato di averle fornito. Il modo per aiutare una minorenne che ruba non è farla uscire dalla porta principale di una questura accompagnate dal pronto intervento di un'igienista dentale fatta eleggere consigliera in Lombardia. E' indirizzarla verso un luogo dove possa, finché è in tempo, trovare una strada.

Migliaia di giovani, non solo marocchini, ne hanno bisogno proprio in questo momento. Vorremmo un governo che si occupasse di immigrati e di ladruncoli anche se non portano la quarta di reggiseno. Che garantisse integrazione per chi lo merita e sanzioni per chi no. Sicurezza e insieme coesione. Opportunità ai meriti, punizione ai demeriti. Ma come vedete questo non è il linguaggio delle notti di Arcore, né dei suoi giorni. Non fa ridere: non ci sono negri con membri giganti che sodomizzano nessuno, in questa proposta. Dunque chiudiamo pure le Camere, tutte tranne la camera da letto. La sua, naturalmente: in attesa della prossima barzelletta sui negri e sugli ebrei, bunga bunga e bongo bongo. Vediamo dove porta. Magari al Quirinale, Ruby e le altre al posto dei corazzieri proprio come piace al Colonnello, chissà.

giovedì 28 ottobre 2010

L'incubo del premier: le verità della minorenne Ruby


di Claudia Fusani e Giuseppe Vespo

uby è stata sentita «una decina di volte» in questi mesi. Racconti lunghi, complessi, pieni di dettagli ma anche di correzioni e di imprecisioni, notti brave, festini, incontri a base di sesso con uomini importanti e di potere in cambio di regali, gioielli, comparse in tv.

I piani le speranze e le promesse di una ragazza-immagine minorenne e straniera che ha un solo obiettivo: arrivare. Racconti in parte già verificati, in parte anche smentiti. Tutti verosimili e possibili in un mondo dove il corpo, specie se giovane e bello, è l’unico altare a cui tutto è riferito e da cui tutto discende.

L’inchiesta che sta togliendo il sonno al Cavaliere, e non solo a lui in base a quello che trapela in ambienti giudiziari milanesi, è un fascicolo su cui il procuratore Edmondo Bruti Liberati ha fatto calare il più totale silenzio.

Almeno da maggio quando è possibile collocare l’inizio della storia di cui è protagonista Ruby, nome d’arte di questa appariscente, sempre ben vestita e piena di gioielli minorenne marocchina che vive in Italia da anni.

INTERVIENE BERLUSCONI
«Sono una persona di cuore e mi muovo sempre per aiutare chi ha bisogno di aiuto». Il presidente del consiglio risponde così a chi gli chiede «perché Palazzo Chigi è intervenuto» nel caso della ragazza fermata dalla questura. Berlusconi cita la vicenda nel corso di una conferenza stampa, ad Acerra, sulla nuova emergenza rifiuti e puntualizza che la sua visita è legata alla «spazzatura vera... Della spazzatura mediatica - sottolinea - lascio a voi di occuparvene».

E conclude denunciando che nei suoi confronti si usa «il 'sistema Anno Zero', accuse e insulti, contradditorio a zero». Il 'caso-ruby' è arrivato questa mattina sulle prime pagine dei quotidiani, tra smentite e mezze ammissioni da parte dei protagonisti, mentre è al vaglio della Procura di Milano.

Ruby è una ragazza di origine marocchina, minorenne all'epoca dei fatti e parla di incontri con Berlusconi nella Villa di Arcore e di festini a sfondo erotico. Secondo i legali del cavaliere si tratta di invenzioni e uno dei presunti indagati per favoreggiamento della prostituzione, il direttore del Tg4, Emilio Fede, puntualizza: «Forse ho visto Ruby a cena da Berlusconi, ma non è mai accaduto niente di trasgressivo».

Fede aggiunge di non sapere cosa sia il 'bunga-bunga', il rituale del dopo cena che avrebbe descritto la ragazza. Anche il sottosegretario all'attuazione del programma, Daniela Santanchè, indicata tra i commensali di una cena insieme a George Clooney e a Elisabetta Canalis, smentisce di aver mai partecipato, «in nessun luogo del mondo» a cene con il noto attore Usa. Sempre nel corso dell'incontro con la stampa, Berlusconi aveva ironicamente attribuito all'età un suo lapsus, spiegando che invecchiando restano chiari i concetti, «mentre con i nomi si ha qualche difficoltà... Meno che su quelli delle ragazze».

«MIA VERITA' MANIPOLATA»
«Sono amareggiata, la mia verità è stata manipolata». Così la giovane di origine marocchina Ruby, commenta la notizia di un suo coinvolgimento nella vicenda in cui sono indagati Lele Mora, Emilio Fede e il consigliere regionale della Lombardia Nicole Minetti.

domenica 5 settembre 2010

Gheddafi e le hostess proletarie

NADIA URBINATI

Caro direttore,

c’è qualcosa di sano, di straordinariamente sano nelle risposte delle hostess proletarie che hanno recitato la parte del pubblico nello show di Gheddafi nella Roma berlusconiana: la paga giornaliera è una cosa seria, le stupidaggini dei politici clown sono un pretesto. Sfogliando il Libro verde della rivoluzione libica ricevuto insieme al Corano come gadget della parata, una ragazza (che doveva premunirsi di restare anonima per non perdere il salario) ha cosí commentato, secondo le parole riportate dal giornalista di Repubblica: «Siamo qui per soldi, per noi è solo un lavoro». È un lavoro fare platea, anche perché se non fosse per il compenso alle spettatrici, il nuovo profeta islamico non avrebbe avuto pubblico. Il pubblico lo si deve in qualche modo risarcire, e se non è la rappresentazione che vale da risarcimento allora occorre pagare.

A preoccuparsi debbono essere i cittadini italiani, dobbiamo essere noi: poiché la politica nel nostro paese ha generato nuove professioni, agenzie che fanno affari con lo spettacolo politico e i suoi attori. Questo è grave, e le ragazze in fila per la “giornata” ce lo ricordano con limpida semplicità. E lo fanno con straordinario disincanto: poiché non sono lí per essere convertite, anche se al tiranno libico conviene essere visto in questa veste (ecco perché la condizione per essere selezionate è stata il silenzio stampa!), ma per fingere di poter essere oggetto di conversione: le tre presunte convertite pare abbiamo ricevuto un extra. Tutto finto, come l’ottone quando viene esposto per ingannare chi lo guarda ed essere scambiato per oro. Sono loro, quelle ragazze, con il loro ragionare economico spiccio e diretto, con la loro curiosità un po’ troppo da Canale 5 che ce lo fanno capire bene. Ci fanno capire che la parata libica è stata un espediente per affari altri da quelli mostrati alle televisioni.

Ci fanno naturalmente porre la domanda che noi, come cittadini/e, dobbiamo e siamo legittimati a porre a chi ci governa: sul conto di chi è stato messo lo show per il leader libico? Insomma, chi ha pagato le hostess a giornata? E poi, quali sono esattamente gli affari succulenti che sono stati siglati con la scusa del circo - poiché soltanto questo ha attirato l’attenzione dei media? Per il bene di chi si è messo in scena uno spettacolo del quale c’è da vergognarsi di fronte a tutte le nazioni del mondo, e soprattutto a quelle politicamente e culturalmente più vicine a noi? Anche perché è davvero imbarazzante vedere come Berlusconi sia l’unico nei paesi democratici a dirsi e comportarsi come amico dei dittatori e degli autocrati: di quello della Bieolorussia, della Russia e della Libia. A chi giova questa sua amicizia privata? Giova alla nostra nazione? Giova alla nostra economia e agli impegni politici che il nostro Stato ha solennemente preso per difendere i diritti umani e operare per promuoverli?

C’è dunque una ragione fondata per restare allibiti/e nel vedere che le ragazze italiane hanno messo nella lista delle possibili (e sempre più necessarie) attività saltuarie quella di apparire alle feste organizzate dalla politica di Stato. Quando ero universitaria, le mie coetanee racimolavano qualche soldo facendo le stagiste nelle fiere (Bologna, città fieristica, era un buon mercato per molte). Per noi ragazze “impegnate” quella scelta era disdicevole, ma non dichiaravano ostracismo per quelle di noi che avevano bisogno di raccogliere qualche soldo e si mettevano la divisa di stagiste. Cosí oggi non dovremmo penalizzare quelle ragazze hostess del circo Gheddafi-Berlusconi. Però oggi, c’è di diverso e davvero gravissimo che i capi di Stato (per giunta quelli di un paese democratico) si sentano autorizzati a fare dello spazio pubblico una fiera, di aver bisogno di stagiste per offrire all’ospite di turno ciò che chiede. Oggi le ragazze da convertire al Corano, e domani? E com’è possibile che la Farnesina acconsenta di fare tanti strappi al protocollo delle cerimonie ufficiali?

Ciò che è diverso rispetto ai tempi andati è che la politica si faccia essa stessa fiera, che si faccia piazza per affari - grandi e piccoli - che i cittadini e le cittadine abbiano appreso che c’è un nuovo tipo di bracciantato, al quale si sottomettono senza nemmeno chiedersi per quali piani sono prestatori d’opera, al di là di quelli fasulli nei quali essi sono i primi a non credere. Di diverso c’è che queste agenzie assoldino e paghino (con il contributo di chi?) a patto che le ragazze non parlino con i giornalisti - ma non era questa “fiera” libica un evento promosso sotto l’egida dello Stato? Com’è possibile che per poter fare un servizio che è a tutti gli effetti pubblico le ragazze siano state invitate a non parlare con il pubblico? È questo permanente privatismo dello spazio pubblico che disturba, inquieta e deve, giustamente, fare rabbrividire. Ed è grazie alle hostess alla giornata che vediamo meglio questo disgustoso spettacolo. Ma perché l’opposizione non incalza con un’interpellanza parlamentare per porre queste domande al governo a nome nostro, di noi cittadini attoniti?

02 settembre 2010

Quelle hostess senza dignità


VALERIA BRIGIDA

Cara Nadia Urbinati,
la sua lettera aumenta i pensieri che già da tempo affollavano la mia mente. Faccio parte della generazione che solitamente definisco “generazione delle giovani donne adulte”. Mi riferisco a quelle donne che oggi hanno più o meno 30 anni e che dieci anni fa facevano, come le chiama lei, «le stagiste» di fiera. Quelle donne che, invece, la generazione a cui appartengo chiama promoter o hostess. Dieci anni fa studiavo all’università e, per racimolare un po’ di soldi e non doverli chiedere ai miei genitori, facevo non solo la baby sitter, ma anche la hostess per eventi culturali di teatro e concerti, e la promoter nei supermercati, vendendo prodotti gastronomici ai pensionati o alle casalinghe che venivano a fare la spesa. Lo facevo senza remore, con dignità. Dovevo solo essere gentile, accompagnare le persone in sala, prendere i loro cappotti, o regalare il gadget alla vecchina che convincevo a comprare due confezioni di latte in omaggio. Avevo una divisa da indossare ed ero pagata tra i 5 e i 10 euro l’ora.

Sono passati circa 10 anni. Oggi sono una giornalista, ho una laurea, due master, diversi corsi di specializzazione alle spalle e molte esperienze all’estero. Ma non ho neanche uno straccio di lavoro che mi consenta di ricevere tra i 5 e i 10 euro l’ora. Ogni tanto mi capita di collaborare. Ma sono briciole! E, a scanso di equivoci per chi ce l’ha con la «casta» dei giornalisti, quando scrivo «briciole» mi riferisco a 40 euro per un articolo pubblicato. Non vengo più presa per fare la hostess perché non ho più l’età. Né per fare la commessa o la cameriera perché, mi sento rispondere, è preferibile uno straniero o un non laureato con la motivazione che almeno non c’è pericolo che reclamino qualche diritto. Quando finiranno i soldi delle mie piccole collaborazioni mi ritroverò a fare quello che non facevo neanche a 20 anni: chiedere i soldi ai miei genitori. Perché io ancora ho dei genitori. E se un giorno non dovessero più esserci? Fortunatamente non ho figli da mantenere! E mentre scrivo fortunatamente sento che si disegna un ghigno ironico sul mio volto: perché anche io ho l’istinto di maternità, com’è naturale che sia alla mia età! Spesso affronto questi argomenti con molte altre giovani donne adulte che hanno il mio stesso problema. E, spesso, purtroppo, concludiamo con sarcasmo che sarebbe più redditizio se andassimo a fare le prostitute!

Eppure lo confesso. Anche io, quando ho visto quelle hostess per Gheddafi, ho provato sensazioni contrastanti: da un lato, infatti, ho pensato che ci trovassimo di fronte a una delle sfaccettature della crisi finanziaria che sta attraversando (anche) il nostro Paese. Dall’altro, tuttavia, mi sono chiesta se 70 euro al giorno per accogliere e ascoltare sorridendo un dittatore – perché è di questo che si tratta - non sia, in realtà, una svendita della propria persona. E allora mi chiedo: come è potuto accadere che in Italia si sia arrivati alla svendita totale non solo del proprio corpo ma anche e, soprattutto, della propria identità culturale e di genere? Alla stregua dei commercianti, anche noi italiani e italiane siamo nell’era della svendita totale per cessata attività culturale? Io non condivido la scelta di chi decide di prostituirsi con il proprio corpo. Né tantomeno voglio aprire un dibattito morale o antropologico su quello che viene definito «il mestiere più vecchio del mondo». Perché già so che non porterebbe a nulla. Ma, certamente, sono contraria con tutta me stessa allo sfruttamento della prostituzione, alla riduzione in schiavitù. Allora la domanda che voglio porre è proprio questa: non pensa che quanto accaduto con le hostess di Gheddafi sia assimilabile, e forse anche più grave, dello sfruttamento della prostituzione? In questi giorni mi sono ritrovata a pensare a quelle ragazze come a un branco di «giovani donne adulte» intrappolate in modelli imposti da una cultura che sta regredendo, che sta addormentando le coscienze e che sta facendo scivolare nel dimenticatoio il ricordo delle battaglie delle nostre mamme e delle nostre nonne. Io non avrei mai accettato neanche per 5 euro l’ora di assecondare l’autocelebrazione di un dittatore, né tantomeno di un leader che si professa democratico. La sera del 31 agosto, davanti alla Caserma dei Carabinieri di Roma Salvo D’Acquisto, io stringevo in mano due libri e, per quanto circondata da forze dell’ordine, mi preparavo a partecipare insieme ad altri uomini e donne al flash mob «Un libro per il Colonnello». A chi mi chiedeva con quali libri avrei sfilato, rispondevo: «Sfilerò in un abito doubleface. Ho scelto un modello per tutte le stagioni!». Nella mano destra stringevo il passato: «Una donna», di Sibilla Aleramo. Nella mano sinistra stringevo il futuro, la battaglia che sono chiamata a compiere: «Il corpo delle donne», di Lorella Zanardo.
Perché anche io sono un prodotto della crisi finanziaria globale. Ma come «giovane donna adulta» non ci sto alla mercificazione del mio corpo e della mia mente.


Nei momenti cruciali torna sempre a vendere tappeti. Voi direte: ai suoi trucchetti da baro non ci crede più nessuno, nemmeno un ragazzino si farebbe più incantare dal gioco delle tre carte dopo averlo visto in azione migliaia di volte. Non è detto: avendo ridotto gli italiani ad un popolo ipnotizzato dall'avanspettacolo di tv e di governo è possibile che invece molti stiano lì incantati dall'affabulatore in parrucca.


La barzelletta di oggi è che Silvio B. dice che del processo breve non gli importa più. Dopo aver paralizzato l'attività legislativa e di governo per anni al solo scopo di scrivere e far scrivere leggi che lo salvassero dai processi, che gli garantissero l'immunità e l'impunità (per sé e per la cricca, che dopo la pausa estiva torna protagonista delle cronache) ora all'improvviso con una delle sue videocassette il venditore annuncia che no, invece, il processo breve non è più la sua priorità. Come mai? Cos'è successo? Tanto per cominciare naturalmente non è vero. Lo stuolo di deputati-avvocati personali ministro di giustizia compreso sono già lì a studiare una via di fuga alternativa provvisoria: non allo snellimento del processo, richiesta sacrosanta che si otterrebbe dando più denaro e più mezzi a chi dei processi si occupa, ma alla salvaguardia del Capo sì da evitare l'odiosa eventualità dell'interdizione dai pubblici uffici, norma accessoria che come capite gli impedirebbe di fare, per dire, il presidente della Repubblica in un futuro prossimo. Lo dice, Silvio B., solo perché ha ben chiaro che votare in queste condizioni non gli conviene, ha paura del voto con la Lega che cresce Tremonti che incombe e Fini che scalpita. Dunque allestisce il tavolino con la merce e parte il baratto: io tolgo dal tavolo il processo breve, dice, in cambio voi finiani tornate tutti a Canossa, lasciate perdere Gianfranco e tornate da me che siccome sono buono vi offrirò un seggio sicuro alle prossime elezioni, vi perdonerò la scappatella. A parte la visione mercantile della politica qui ridotta a vero baratto (minacce, ricatti, promesse, tutto il repertorio) a parte lo squallore di quello che Farefuturo chiama il pifferaio di Arcore, voi ci credereste? Vi fidereste? E la dignità politica? E quella umana? Beni di lusso, di questi tempi.
Dice poi B. che la legge elettorale è perfetta: funziona benissimo. La porcata è l'ideale. Difficile, in queste condizioni, immaginare che ci sia anche una vaga possibilità di cambiarla. Conviene, lo diciamo da tempo, cominciare ad attrezzarci per una controffensiva dal basso. Le primarie di circoscrizione sono la nostra proposta. Sarebbe un inizio: contiamo chi dice di no, poi valutiamolo.


La convulsa giornata di ieri, solo un assaggio dell'autunno che ci aspetta, ha fatto registrare la prevedibile contestazione di Schifani ospite della festa del Pd. Schifani è Schifani, conosciamo bene la sua biografia e il suo profilo. Una contestazione è una contestazione, un rischio che fa parte del mestiere. Forse affrontarlo senza esasperare i toni, senza farne un'emergenza democratica aiuterebbe ad occuparsi delle questioni serie, dei problemi reali, delle emergenze che davvero abbiamo davanti. Senza lasciarsi distrarre, che sono già in molti - mi pare - abbastanza distratti da quello che conta davvero.

domenica 29 agosto 2010

Il senso del futuro


Come vi avevamo detto, come non era difficile prevedere, è il premier che non vuole andare al voto. I più attenti lo avranno notato. La pantomima dell'uomo con le mani sui fianchi - e allora subito alle urne! Cosa c'è? La sinistra ha paura? - è durata un quarto d'ora. Il tempo di fare due conti, di leggere gli adorati sondaggi che vedono volare la Lega (anche al Sud? Sì, ora anche al Sud: si vede che chi muove le fila delle convenienze politiche, a Mezzogiorno, ha cambiato cavallo) nonostante la crescente difficoltà per ditomedio Bossi a tenere a freno un elettorato a cui da anni promette il federalismo gridando «Roma ladrona»: il federalismo non è mai arrivato e «Roma ladrona» è il brodo di coltura dei nuovi affari leghisti - le banche, le tv, i sottopancia nei ministeri, le cricche che un tempo la Padania denunciava alla quali oggi tocca reggere il sacco. I più attenti, dicevamo. Perchè la stragrande maggioranza degli italiani, sventato per un pelo Bruno Vespa a Sanremo in piena crisi politica, hanno comunque di che abbeverarsi dai tg del prode Minzolini, dagli svaghi offerti dal Biscione, dalla propaganda di regime. Per i più dotti, quelli che vogliono e possono permettersi un quotidiano, ecco pronto Il Giornale che ogni giorno rende edotti delle vicissitudini della famiglia Tulliani. Interessante, certo. Ma diciamo che in Italia accade anche qualcos'altro. (E a proposito de Il Giornale: vi avevamo raccontato giorni fa come sui voli Alitalia - ricordate la propaganda sulla compagnia di bandiera, orgoglio del Paese - sui voli nazionali sia distribuito solo quello. Scelta aziendale. Lo abbiamo sperimentato di persona: proteste dei passeggeri, hostess imbarazzate, comandante del volo costretto a intervenire. Scelta aziendale, ha ribadito al microfono declinando la colpa. L'Italia è diventata anche questo).

Solo per restare all'oggi: mi piacerebbe parlare del caso Fiat e della storia dei tre operai divenuti simbolo dello scontro fra presunta modernità e diritti. Delle donne che negli ospedali continuano a morire di parto. Della gente dell'Aquila dimenticata, che ora che i riflettori si sono spenti sul teatrino allestito ad uso di scena può finalmente gridare in pace quello che prova: disgusto. Del ministro Alfano che continua a confondere il suo ruolo con quello di legale di fiducia del premier, momenti duri per Ghedini. Della cricca di cui nessuno parla più mentre gli imputati trascorrono l'estate a bordo piscina. Di tutto questo vi raccontiamo ogni giorno. Non smetteremo un minuto di farlo. Oggi però lasciatemi dire due parole sul senso di sollievo che si prova quando si sente di essere in tanti. Giovanni Maria Bellu vi spiega nelle pagine interne che cosa sia accaduto dal momento in cui abbiamo pubblicato il nostro appello per restituire agli elettori il potere di scelta degli eletti, abbiamo chiesto una cosa semplice e fattibile: hanno risposto a migliaia. Ecco. Io non so dire se voteremo né quando. Non so naturalmente neanche dire chi vincerà, eventualmente. Però so con certezza che milioni di persone sono lì, in attesa di qualcuno che dia loro voce e che si faccia carico delle loro attese, delle paure e delle speranze. Voltar loro le spalle sarebbe l'unico modo certo per perdere. Non solo le elezioni, parlo del senso del futuro. Non sarà facile, troveremo cento e mille resistenze. Noi siamo qui. Se saremo tanti, tantissimi, ce la faremo.

domenica 22 agosto 2010

«Il caso Moro resta il mistero mai svelato da Cossiga»


di Oreste Pivetta

Quando muore un uomo come Cossiga, per gli incarichi che ha rivestito, per la stagione che ha attraversato, è naturale chiedersi quanti misteri si porti appresso… Sergio Flamigni, per vent’anni parlamentare del Pci, membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro, vivendo le più drammatiche e intricate vicende della nostra storia repubblicana, ha avvicinato molti di quei misteri.

Flamigni, è fondato pensare che Cossiga qualche mistero l’abbia mantenuto per sé?
«Di un mistero, soprattutto, mi sentirei di dire: il mistero legato al caso Moro, la vicenda che gli creò il turbamento maggiore, come ebbe lui stesso modo di ripetere. Ma ricordare il caso Moro significa innanzitutto, e purtroppo, mettere in rilievo il fatto che Cossiga fu il più fallimentare ministro degli Interni della Repubblica, segnando con il suo comportamento la storia del nostro paese, con il concorso ovviamente di altri fattori, anche internazionali. Peraltro, già prima di Moro, la sua gestione del Viminale fu caratterizzata da errori gravi e, addirittura, da atteggiamenti provocatori, che ebbero l’effetto di accentuare la tensione e di rinvigorire il terrorismo, anziché sconfiggerlo. Basterebbe ricordare quanto avvenne a Roma, nel 1977, il 12 maggio: gli agenti in borghese infiltrati che sparano, la morte di Giorgiana Masi. Pochi mesi prima era stato il giovane militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso, a cadere, ucciso da un colpo esploso da un carabiniere, nel corso di una protesta a Bologna. Quello sarebbe stato il momento di usare la massima cautela, di lavorare tutti per convincere i giovani, non per reprimere soltanto. Cossiga aveva la tendenza a ricorrere alle misure militari. Gli piaceva schierare i blindati. Lo criticammo aspramente per questo. Lo criticai anch’io, quando ero capogruppo del Pci alla commissione interni della Camera...».

I servizi segreti furono oggetto prediletto della sua attenzione…
«All’inizio del 1978, con il governo Andreotti dimissionario e quindi in carica solo per l’ordinaria amministrazione, il 31 gennaio, Cossiga sciolse per decreto il servizio di sicurezza della polizia, unico servizio segreto che avesse ottenuto grandi successi contro il terrorismo: prima contro i Nap, nuclei armati proletari, poi contro Br, preparando la mappa del brigatismo. Determinando ovviamente perdita di professionalità, di competenze, disseminando personale specializzato in servizi di ben minore importanza. In compenso creò l’Ucigos, mettendo al comando il suo amico, questore di Sassari, che nel merito non vantava alcuna esperienza. Santillo, che era stato a capo del servizio di polizia e che sapeva di terrorismo, venne promosso alla carica di vicecapo della polizia: cioè venne promosso a un posto di tutto riposo. Nel frattempo il comando generale dei carabinieri aveva sciolto il primo servizio antiterrorismo creato dal generale Dalla Chiesa, dopo il sequestro Sossi. In compenso vennero inseriti nei servizi segreti con ruoli dirigenziali personaggi che risulteranno poi iscritti alla P2. Con un governo in crisi e senza un’ombra di consultazione delle commissioni parlamentari, con le conseguenze che presto si sarebbero potute apprezzare. Intanto, Aldo Moro, che lavorava per convincere i più riottosi del suo partito perché condividessero un’alleanza di governo con il Pci, malgrado i numerosi avvertimenti, venne lasciato senza adeguata protezione».

Se parliamo del sequestro Moro, la prima sensazione è di impotenza…
«Di fronte alla strage di via Fani e al sequestro di Aldo Moro, Cossiga seguì, d’accordo con Andreotti, la strada prediletta: mobilitazione dell’esercito e posti di blocco ovunque. Misure adatte solo a soddisfare l’opinione pubblica. Ricordo d’aver partecipato con Pecchioli e Violante, il 20 marzo 1978, quattro giorni dopo il rapimento, a palazzo Chigi, ad una riunione che avrebbe dovuto discutere misure antiterrorismo, in vista di un decreto previsto per il giorno successivo. Proponemmo, in quella riunione, presente con Cossiga anche il ministro di Giustizia Bonifacio, di anticipare nel decreto le norme di riforma della polizia, già approvate in commissione, norme che prevedevano il coordinamento dei vari corpi di sicurezza. Sarebbe stato il momento giusto dopo quanto era successo: mettere in campo le forze migliori, quando erano necessarie capacità investigativa, intelligenza, conoscenza, astuzia. Socialisti e repubblicani furono d’accordo, sembrarono tutti d’accordo… Cossiga si oppose. Inspiegabilmente. Obiettò solo che i carabinieri non avrebbero mai accolto un simile provvedimento. Pecchioli replicò citando il “comandamento” del Corpo: usi a obbedir tacendo. Cossiga non cambiò idea. Così la linea della fermezza divenne la linea della fermezza passiva e in cinquantacinque giorni di prigionia di Moro non vivemmo un solo giorno di gloria: neppure un terrorista arrestato. Più avanti, con il generale Dalla Chiesa, si capì quanto quelle misure sarebbero state necessarie e poi efficaci (ad esempio nella individuazione del covo di via Monte Nevoso e nella liberazione del generale Dozier). Continuo a non capire quel rifiuto di Cossiga. Forse non si fidava dei suoi stessi sottoposti…».

Di chi si fidava, allora?
«Dei suoi amici e di pochi altri… Durante la prigionia di Moro, si affidò all’esperto americano di antiterrorismo, che gli era stato spedito in soccorso dal dipartimento usa, un uomo assunto da Kissinger e in attività anche sotto l’amministrazione Carter… il professor Steve Pieczenik, che fu incaricato di guidare il comitato di esperti e che si preoccupò soprattutto di preparare l’opinione pubblica alla notizia della morte di Moro, come fu con il comunicato a proposito del lago della Duchessa, di orientare i rapporti con la famiglia, di controllare l’informazione».

Cossiga mise in piedi altri comitati, quello tecnico operativo e quello dei servizi segreti.
«… che pullulava di uomini della P2».

C’era anche Licio Gelli?
«Dall’inchiesta del giudice Priore, il giudice di Ustica, risultò soltanto che Gelli aveva frequentato il Palazzo della Marina, che per un certo periodo di tempo, per ragioni pratiche, aveva ospitato gli uffici di Cossiga. Ma non c’era rapporto con il caso Moro».

Che cosa la colpì della personalità di Cossiga?
«Era attratto dai misteri e per questo coltivava un autentica passione per i servizi segreti. L’altra sua passione era la massoneria. Era grande amico del capo della massoneria, Corona, sardo come lui: quand’era presidente, a Roma, non gli faceva mai mancare l’auto di Stato. Sicuramente non disprezzava neppure la massoneria di Licio Gelli: non esitò a dichiarare che tra gli iscritti alla P2 vi erano anche molti patrioti».

Di Gladio disse che era una organizzazione di patrioti.

«Di Gladio si occupò molto presto quando era sottosegretario agli Interni. Conosceva benissimo Gladio, che aveva peraltro la sua base operativa principale in Sardegna. Il giudice Casson, quando trasmise gli atti della sua inchiesta per incompetenza, perché l’indagine sarebbe andata oltre i suoi poteri investigativi, scrisse che Gladio era un paravento che nascondeva altre attività… Cossiga negò. Sicuramente Gladio, pensata per rispondere a un nemico esterno, divenne una meccanismo con il compito di impedire al Pci qualsiasi responsabilità di governo, ottenuta per via democratica naturalmente».

Malgrado tutto, lo votaste presidente della Repubblica.
«Un errore per il solito politicismo. Sono convinto che se Berlinguer fosse stato ancora al mondo, il nostro partito non l’avrebbe mai votato. Berlinguer fu assai risoluto quando scoppiò il caso Cossiga. Donat Cattin. Donat Cattin fu avvisato in anticipo del futuro arresto del figlio, capo di Prima Linea. Berlinguer pretese il dibattito parlamentare e dopo quel dibattito il governo Cossiga s’avviò verso la crisi».

Torniamo all’inizio, al mistero.
«Tutto conferma che Cossiga sapeva molto di più e qualcosa di diverso da quanto aveva sempre dichiarato…».

22 agosto 2010