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mercoledì 25 marzo 2009

Un'authority per le banche


LUIGI ZINGALES


Prima di diventare governatore della Riserva Federale, Ben Bernanke era conosciuto tra gli economisti come 'helicopter Ben'. Si era guadagnato questo nomignolo per il modo peculiare con cui sosteneva che la liquidità dovesse essere immessa nel sistema economico nelle situazioni più estreme: con lanci di banconote da un elicottero. Anche se non ha usato l'elicottero, Bernanke si è dimostrato degno del suo nomignolo, immettendo enormi quantità di denaro nel sistema.

Dopo il salvataggio di Bear Stearns, Bernanke si è guadagnato il nomignolo di 'bailout Ben', per le sue convinzioni che gli intermediari finanziari debbano essere salvati ad ogni costo. Come scrissi lo scorso anno, l'altra faccia del 'bailout Ben' era quella di 'regulator Ben'.

Se le grosse istituzioni finanziarie sono troppo grandi per fallire, la conseguenza logica è che debbano essere fortemente regolamentate: senza rischio di fallimento e senza regolamentazione mancherebbero di qualsiasi forma di disciplina, con le conseguenze ormai note a tutti. Come era facilmente prevedibile, quest'altra faccia è apparsa dopo l'elezione di Obama.

Con un discorso al Council on Foreign Relations, Bernanke ha reso esplicita la sua posizione in materia. A questo punto la domanda non è più se ci sarà nuova regolamentazione, ma quale forma questa regolamentazione dovrà prendere e chi dovrà supervisionarla.

Sul primo punto la risposta è relativamente semplice. Per eliminare il rischio di insolvenza bancaria basta imparare da come le banche si comportano con i loro clienti. Quando un cliente prende a prestito dei soldi per investire in Borsa, la banca richiede un margine di garanzia (ad esempio il cliente deve investire almeno il 20 per cento del costo dell'operazione) e una soglia minima al di sotto della quale o il cliente versa capitale addizionale o la banca liquida la sua posizione, prima che il valore del titolo scenda al di sotto del valore del debito.

La stessa idea si può applicare alle banche. Il capitale di rischio altro non è che il loro margine di garanzia. Il problema è che oggi tale margine è stato pensato solo per proteggere i depositati. Se l'obiettivo è quello di proteggere anche tutte le controparti di una banca contro il rischio di insolvenza, il livello di questo capitale di rischio deve aumentare significativamente. Ma questo non basta. Per quanto ampio sia questo capitale di rischio, può essere rapidamente depauperato da forti perdite.

Per eliminare il rischio di insolvenza delle banche è necessario introdurre un meccanismo di intervento rapido, simile a quello che la banca adotta con i propri clienti. Siccome non è pensabile un meccanismo di liquidazione forzata, è necessario avere almeno un meccanismo di amministrazione controllata che scatta ogniqualvolta le banche scendono al di sotto di una soglia minima di capitale di rischio e non siano in grado di reintegrarlo rapidamente con un'emissione azionaria. In amministrazione controllata il top management della banca viene rimpiazzato e la banca viene gestita con lo scopo di reintegrare il capitale di rischio o di liquidare lentamente l'attivo per soddisfare in toto i creditori.

L'aspetto più complicato è a quale organismo dare questo potere, che corrisponde a un diritto di vita o di morte sulle banche. Bernanke e tutte le banche centrali lo vorrebbero avere loro. Ma la funzione di stabilità sistemica è distinta da quella di gestione della politica monetaria, e può entrare in conflitto con essa. Quando una banca centrale sta cercando di stimolare l'economia, l'ultima cosa che desidera è che una delle principali banche venga gestita in maniera prudenziale in un'amministrazione controllata. Questo trade-off tra rischio di recessione e rischio di crisi sistemica è essenzialmente politico e deve essere risolto in modo trasparente, non all'interno di una burocrazia non soggetta ad alcun controllo politico.

Pertanto, questo potere deve essere assegnato a una nuova authority, diversa dalla Fed, che abbia come obiettivo primario la stabilità sistemica. Tale authority dovrebbe poi negoziare i propri interventi con la Fed e l'autorità di controllo della Borsa, in un apposito comitato, che pubblichi i verbali delle proprie decisioni, garantendo l'opportuna trasparenza.

La Fed, come tutte le banche centrali, si opporrà con veemenza a questa soluzione, che vede come una riduzione del proprio potere. Ma, come disse Lord Acton, un famoso storico inglese, il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto.
(20 marzo 2009)

mercoledì 11 febbraio 2009

Tentazione protezionismo

L'ESPRESSO
LUIGI ZINGALES

Perché bisogna difendere il libero scambio anche in tempi di recessione. Evitando facili demagogie

Era inevitabile. Con l'aggravarsi della recessione, lo spettro del protezionismo si aggira non solo per l'Europa, ma per il mondo intero. L'abbiamo visto in Gran Bretagna, dove i lavoratori inglesi hanno manifestato contro l'impresa italiana che aveva vinto una commessa in loco. L'abbiamo visto negli Stati Uniti, dove il Congresso americano ha inserito nel pacchetto di stimolo la condizione che le imprese che ricevono lavori pubblici devono usare acciaio 'made in the Usa'. L'abbiamo visto in Spagna, dove il governo paga gli immigrati che se ne ritornano nel loro paese d'origine.

Per quanto prevedibile, l'insorgere di tendenze protezionistiche è l'aspetto di gran lunga più preoccupante di questa crisi. Tutti gli economisti sono d'accordo che il motivo principale per cui la crisi finanziaria americana del 1929 si tradusse in un decennio di depressione mondiale seguito da una spaventosa guerra fu l'insorgere del protezionismo. Il commercio internazionale non è un gioco a somma zero, in cui le nostre esportazioni rubano posti di lavoro all'estero e le nostre importazioni li rubano a noi, ma un gioco a somma positiva. Il progresso dell'umanità iniziò quando l'uomo primitivo smise di fare tutti i mestieri da solo, ma decise di organizzarsi in una comunità e a dividersi i compiti. Chi era più veloce si dedicava alla caccia, chi più resistente al lavoro nei campi, chi più abile manualmente alla tessitura. Il risultato di questa specializzazione, in cui ognuno si concentrava a fare solo quello che sapeva fare meglio, fu un aumento della produzione e quindi del benessere per tutti. Se questa divisione del lavoro aumenta il benessere in una comunità di cento persone, a maggior ragione lo fa quando la comunità diventa di sei miliardi di persone. Se a progettare i nuovi computer sono i più dotati al mondo, e non solo i più dotati del villaggio, i computer saranno di gran lunga migliori e molto meno costosi.

Se il principio è così semplice, perché è così difficile da accettare? Perché la globalizzazione richiede aggiustamenti e spesso sovverte l'ordine esistente. Il genio del villaggio rischia di perdere la sua supremazia, mentre quello che era considerato lo scemo può finire ad essere il miglior clown del mondo. Anche se complessivamente il villaggio ci guadagna, se il genio locale ha più potere politico dello scemo, il protezionismo finisce per prevalere. Quello che deve sorprendere non è tanto la rinascita del protezionismo, ma la sua temporanea sconfitta. Negli ultimi trent'anni abbiamo visto un'esplosione della globalizzazione. Come è stata possibile?

La riduzione dei costi di comunicazione prodotta dai satelliti prima e dai computer dopo ha aumentato a dismisura i benefici del libero scambio. Alcuni paesi hanno cominciato ad aprirsi maggiormente e questo ha messo in moto un circolo virtuoso. Quando i partner commerciali aprono le loro frontiere, i benefici del libero scambio sono così forti che è difficile per gli altri paesi rimanere protezionisti. Di fronte a questi benefici le resistenze delle élite locali sono state travolte. Il crollo del muro di Berlino è il simbolo di questa rivolta pacifica che ha portato trent'anni di straordinario progresso economico e pace nel mondo.

Purtroppo questo periodo d'oro sembra essersi concluso. I vantaggi del libero scambio rimangono, ma i benefici ulteriori sono minori e le tentazioni di tornare indietro si fanno sentire, soprattutto in un periodo di recessione. Quando la disoccupazione sale, paga politicamente giocare la carta protezionista. Ma è un gioco pericoloso. Innanzitutto, il protezionismo è contagioso. Se l'America diventa protezionista è più costoso per l'Europa mantenere aperte le sue frontiere e viceversa. In secondo luogo, alimentare il protezionismo stimola il nazionalismo, se non la xenofobia e il razzismo.

La precedente era d'oro della globalizzazione cominciò alla fine del Diciannovesimo secolo, con la riduzione dei costi di trasporto, e terminò negli anni Trenta sotto la pressione della crisi internazionale. Il rischio che la storia si ripeta è reale. Per evitarlo non bastano dichiarazioni di principio a Davos. Occorre l'impegno di ogni leader politico a proteggere il libero scambio e non usare la retorica protezionista a fini elettorali. Finora Obama ha mantenuto una posizione molto ambigua. Il voto del Congresso lo costringe a venire allo scoperto. Ci auguriamo che prenda la decisione giusta, per il benessere non solo degli Stati Uniti, ma del mondo intero.
6 FEBBRAIO 2009

giovedì 22 gennaio 2009

Quanto vale la fiducia

L'ESPRESSO
LUIGI ZINGALES

Il consumatore americano non si fida più a investire in un mercato in cui le regole sono falsate dai continui interventi della Fed e del governo L'unica cosa che dobbiamo temere è la paura, disse Franklin Roosevelt nel suo discorso inaugurale nel gennaio 1933. E nessuna citazione sarebbe più appropriata di questa per il discorso inaugurale del neopresidente Obama. Recuperare la fiducia nel Paese e nelle sue capacità di crescita è fondamentale. I dati sulla disoccupazione sono drammatici: 2,5 milioni di posti di lavoro persi nel 2008, il 75 per cento dei quali negli ultimi quattro mesi. A questo ritmo la disoccupazione potrebbe raggiungere il 12 per cento alla fine del 2009.
Per fronteggiare questa terribile crisi la maggior parte dei policy maker si è riscoperta keynesiana. Tutti parlano della necessità di uno stimolo fiscale che sostenga la domanda aggregata americana, per compensare la caduta dei consumi familiari. Il rischio di una simile manovra è che curi i sintomi invece che le cause della presente recessione. La riduzione dei consumi delle famiglie americane è un effetto salutare della crisi. Negli ultimi anni le famiglie avevano complessivamente speso più di quello che avevano guadagnato, uno squilibrio sostenuto da un forte accesso al credito reso possibile dal boom immobiliare.

Da parte sua l'amministrazione Bush aveva accentuato questo problema con una spesa federale di gran lunga superiore alle entrate. Se sia le famiglie che lo Stato consumano più di quanto guadagnano, chi paga il conto? In parte le imprese, che hanno speso meno di quello che hanno guadagnato, ma soprattutto il settore estero: negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno importato molto più di quello che hanno esportato. In altre parole, a finanziare i consumi americani sono stati i tedeschi e i cinesi, che hanno forti avanzi nei loro scambi commerciali con gli Stati Uniti.
Questo squilibro puo essere risolto solo in tre modi: con un aumento della domanda da parte dei paesi in surplus commerciale (tedeschi e cinesi), con un'ulteriore svalutazione del dollaro, e con un aggiustamento nella produzione americana verso prodotti e servizi che rimpiazzino le importazioni o aumentino le esportazioni.

Un aumento della spesa pubblica finanziato con debito fa poco o nulla per risolvere questo squilibrio. Anzi lo esagera. Da un lato, sostenendo la domanda, non fa altro che perpetuare il disavanzo commerciale. Dall'altro, sostenendo l'occupazione nei settori tradizionali, rallenta se non blocca il processo di aggiustamento. Paradossalmente, l'unico modo in cui lo stimolo fiscale può aiutare a risolvere lo squilibrio di fondo è se il disavanzo pubblico diventa così elevato da creare una crisi di fiducia nel dollaro, che porti a una forte svalutazione. Non penso che questo sia l'obiettivo dell'amministrazione Obama.
Ma allora perché la maggior parte degli economisti si professano a favore di un forte stimolo fiscale? Da un lato per paura. Il rischio di una disoccupazione al 12 per cento e lo spettro incombente della Grande Depressione incutono il terrore tra i policy maker. Nessuno vuole essere percepito un domani come corresponsabile di una nuova depressione. E visto che la Grande Depressione fu preceduta dall'immobilismo dell'amministrazione Hoover, oggi tutti si mostrano iperattivi.

L'altro, più serio motivo, è la convinzione che la crisi corrente sia accentuata dal panico. Le scelte economiche non sono solo il frutto della parte razionale del nostro cervello. Sono spesso governate dagli istinti, quegli 'animal spirits' di cui parla Keynes. Questo è tanto più vero in momenti traumatici come l'attuale. Paradossalmente il Keynes a cui tutti si rifanno non è quindi il Keynes economista ma il Keynes psicologo, che vedeva nell'intervento statale il modo per calmare e guidare questi animal spirits.
Se lo stimolo fiscale è il prezzo che dobbiamo pagare per calmare questi istinti animali, ben venga. Ma su quali basi? Se l'obiettivo è tranquillizzare gli animi e ridare fiducia, perché non affidarsi a degli psicologi veri e non a degli economisti che si improvvisano tali? Magari riescono a risolvere il problema con meno di 700 miliardi. Perché il problema oggi non è che il consumatore americano non spende abbastanza, ma che non si fida più a investire in un mercato le cui regole sono falsate ogni giorno dall'intervento della Fed e del governo. Forse lo stimolo più efficace che Obama può dare all'economia americana è la promessa che d'ora in poi il governo americano interverrà solo a protezione dei deboli, ma non sovvertirà le fondamentali leggi di mercato. È una piccola promessa, ma vale più di 700 miliardi.

(16 gennaio 2009)

lunedì 10 novembre 2008

Quale futuro per l'euro?

L'ESPRESSO
LUIGI ZINGALES

Senza una politica economica comune tra i paesi dell'Unione la moneta unica è a rischio La Banca centrale europea a FrancoforteNegli ultimi due mesi l'euro ha perso il 22per cento rispetto allo yen e il 12 per cento rispetto al dollaro. Se la rivalutazione dello yen può essere spiegata con la relativa solidità del sistema finanziario giapponese in un contesto internazionale molto difficile, come spiegare l'apprezzamento del dollaro, visto che l'epicentro della crisi è stato e rimane l'America? Alcuni sostengono si tratti solo di un fenomeno temporaneo, di una fuga verso le valute più sicure. Ma perché il dollaro è considerato più sicuro dell'euro?

Purtroppo ci sono due motivi reali che mettono in dubbio la solidità dell'Unione monetaria europea. Il primo riguarda la capacità dell'Unione di affrontare la prima vera recessione dalla sua nascita. Lo svantaggio di avere una moneta unica è che la politica monetaria non può adattarsi alle esigenze dei singoli paesi. Con valute nazionali, quando la Spagna è in recessione, ma la Germania no, la Spagna può adottare una politica monetaria più espansiva, mentre la Germania può mantenere la sua più restrittiva per controllare l'inflazione. Ma quando c'è un'unica valuta, la politica monetaria non può accontentare tutti. Allora dev'essere espansiva per aiutare gli spagnoli o restrittiva per prevenire il rischio di inflazione in Germania? Finora questa tensione è stata limitata. Le economie dei paesi europei si sono mosse in modo sincrono, eliminando il rischio di tensioni politiche tra nazioni.

Purtroppo questo fortunato periodo è terminato. Spagna, Portogallo e Irlanda risentono fortemente gli effetti della fine del boom immobiliare. In Irlanda si prevedono tre anni di crescita negativa del Pil, con forti deficit di bilancio. Per Spagna e Portogallo le previsioni si aspettano almeno un anno di recessione. Secondo le stesse previsioni, la Germania continuerà a crescere.


Qual è allora la politica monetaria giusta per la Banca centrale europea? Finora la paura dell'inflazione ha fatto prevalere una politica filo-tedesca restrittiva. Ma il crollo dei prezzi delle materie prime e lo spettro di una deflazione mondiale rendono difficile sostenere ancora queste posizioni. Se non c'è un pronto cambiamento di rotta, le tensioni centrifughe aumenteranno vertiginosamente.

L'altro motivo di incertezza sull'euro riguarda la capacità dei paesi membri di sostenere il peso dell'attuale crisi finanziaria. Nell'intervenire sul sistema bancario gli Stati Uniti hanno un grosso vantaggio: se il peso degli impegni presi dovesse rivelarsi sproporzionato alla capacità di assorbimento dei contribuenti, gli americani possono soddisfare questi impegni stampando moneta. I paesi dell'area euro invece non possono farlo, almeno non unilateralmente. Questo limite genera dubbi sulla solvibilità di alcuni governi europei, a cominciare da quello italiano. Il governo italiano non ha quantificato l'ammontare stanziato a sostegno del sistema bancario. Se l'avesse fatto sarebbe risultato evidente che il rischio è notevole. Se lo Stato fosse costretto ad assumersi effettivamente l'onere del debito delle banche italiane, il costo sarebbe stratosferico. Se lo Stato dovesse assumersi i debiti anche solo delle tre principali banche italiane, il rapporto tra debito e Pil raddoppierebbe, arrivando a più del 200 per cento. Un tale rapporto imporrebbe un peso fiscale insostenibile, che costringerebbe l'Italia a una dichiarazione di insolvenza. Ovviamente si tratta di un'ipotesi estrema. Se anche queste banche dovessero essere insolventi, l'onere per il governo sarebbe solo la differenza tra il valore del debito garantito e quella dell'attivo. Ciononostante è un rischio che il mercato percepisce come reale. Il costo di assicurarsi contro il rischio di una dichiarazione di insolvenza del sistema italiano suggerisce che il mercato attribuisce all'incirca il 2 per cento di probabilità a questo evento. Sembra poco, ma è sufficiente per creare incertezza sull'euro. Anche perché il problema non è solo italiano. La Grecia e l'Irlanda sono messe anche peggio.

Per fugare questi dubbi è necessario che i paesi dell'euro sviluppino una politica economica comune e un meccanismo di mutuo soccorso in caso di difficoltà. Negli Stati Uniti non è stato il governo della California a salvare Washington Mutual, una banca principalmente californiana, ma il governo federale. Senza un meccanismo di redistribuzione fiscale le unioni monetarie non hanno vissuto a lungo. L'euro non sarà un'eccezione.
(07 novembre 2008)

domenica 28 settembre 2008

Dio ci salvi da Wall Street



Luigi Zingales
L'Espresso


L'idea è buona, ma è folle il metodo scelto da Paulson: far pagare ai contribuenti gli errori di chi ha fatto scelte di investimento sbagliate Operatori di Wall StreetChe la situazione delle istituzioni finanziarie americane fosse precaria lo andavamo dicendo da tempo. Purtroppo nelle ultime settimane questa situazione è precipitata. L'origine, come tutti sanno, è nelle forti perdite sui mutui immobiliari. Ma il problema maggiore non è l'entità di queste perdite. Quando la bolla Internet scoppiò, più di 3 mila miliardi di dollari andarono in fumo, ma il sistema finanziario americano non ne risentì. Oggi le perdite sui mutui sono 'solo' mille miliardi, perché allora il sistema finanziario è sull'orlo del collasso?

La principale differenza sta in chi subisce queste perdite. Le perdite borsistiche ricaddero principalmente sui fondi pensione. Tutti diventammo un po' più poveri, ma nessuna istituzione finì in bancarotta. Al contrario, le perdite sui mutui oggi ricadono sulle istituzioni finanziarie che sono i principali investitori in questo mercato. Per loro natura queste istituzioni funzionano con pochissimo capitale proprio e molto debito. Perdite anche limitate sono sufficienti a renderle insolventi anche quando il loro business sottostante è profittevole. È il caso di Lehman, andata in bancarotta due settimane fa, nonostante un solido business.

Se il problema è l'insufficienza del capitale di rischio, perchè è così difficile da risolvere? Basta ricapitalizzare le banche. Ma chi deve farlo? Quando la situazione sembrava meno seria i fondi sovrani si erano affrettati ad investire. Il prezzo che pagarono, però si rivelò troppo elevato e subirono forti perdite. Ora nessuno vuole farsi avanti. In una situazione di profonda incertezza, quale quella in cui ci troviamo, è pressoché impossibile determinare il prezzo equo di un aumento di capitale.

Il solo proporlo segnala al mercato che una banca vale meno di quanto stimato, riducendone il prezzo di Borsa. Se la banca non desiste e decide di andare avanti con l'aumento di capitale, nonostante il minor prezzo, allora il mercato deduce che la banca è proprio disperata. E abbassa ancora il prezzo. Di questo passo, la banca fallisce prima di riuscire a raccogliere nuovo capitale.

Se si trattasse di una o due banche, non sarebbe un problema. Ma quando si tratta di quasi tutto il sistema finanziario, il rischio di un collasso diventa elevato. Le banche stesse rifiutano di prestarsi l'un l'altra per paura di perdere i soldi. Questo paralizza l'intero sistema finanziario. È per questo motivo che l'amministrazione Bush, nella persona del ministro del Tesoro Paulson, ha presentato un piano di salvataggio senza precedenti. L'idea di Paulson è di ricapitalizzare le banche comprando da loro i mutui incriminati. A questo scopo ha chiesto al Congresso la possibilità di utilizzare fino a 700 miliardi di dollari (più del costo della guerra in Iraq).

L'idea di un intervento radicale è buona, ma il metodo è folle. Il piano di Paulson prevede l'acquisto di centinaia di miliardi di mutui di dubbio valore da parte dello Stato. A che prezzo? Il motivo per cui il settore privato non vuole comprare è perché non è in grado di valutare questi mutui. Quale expertise ha il governo americano per fare meglio? Per funzionare il piano deve strapagare i mutui, ricapitalizzando le banche a spese dei contribuenti. È il più costoso piano di welfare mai concepito. Ma welfare per ricchi: si tassano i contribuenti per tutelare gli investitori. Come ho spiegato in un breve pamphlet disponibile su Internet (http://faculty. chicagogsb. edu/luigi.zingales/Why Paulson is wrong. pdf), un'alternativa esiste: forzare una riduzione del debito delle istituzioni finanziarie. Questa alternativa non tassa i contribuenti, ma impone sacrifici a chi ha fatto le scelte di investimento sbagliate. Ma, da un punto di vista politico, è proprio questo il suo tallone di Achille. L'interesse degli investitori è molto meglio rappresentato a Washington di quello dei contribuenti, e Wall Street adora l'idea di un salvataggio a spese del contribuente.

Ma non è solo una questione di giustizia. Socializzando le perdite (mentre i profitti restano ai privati), il piano di Paulson mina alla base il funzionamento dell'economia di mercato. È arrivato il momento di salvare il capitalismo americano da Wall Street.
(26 settembre 2008)

sabato 30 agosto 2008

Crisi Usa al bivio



Luigi Zingales
L'Espresso
È finita o i suoi effetti si faranno sentire in ritardo? Molto dipenderà dalle decisioni sui mutui e sul mercato immobiliare

A quasi un anno dall'inizio della più grave crisi finanziaria dagli anni Trenta la maggiore sorpresa è quanto solida sembra essere l'economia americana. A dispetto delle notizie catastrofiche, nel primo trimestre 2008 il Pil Usa è cresciuto dell'1%, e le stime parlano di un 2-2,5% nel secondo trimestre: tassi di crescita inferiori alla media, ma assolutamente invidiabili per noi italiani. Come spiegarlo?

Una possibilità è che gli effetti della crisi finanziaria si facciano sentire con ritardo. Quando le banche in difficoltà vogliono tagliare credito alle imprese, non riescono a farlo subito. Non possono cancellare le linee di credito esistenti, possono solo rifiutarsi di rinnovarle o di aprirne di nuove. Le imprese, da parte loro, quando non riescono ad ottenere credito, inizialmente usano le proprie riserve di liquidità per fare fronte agli impegni già presi. È solo con il passare del tempo che gli effetti della crisi del credito si ripercuotono sugli investimenti delle imprese ed i consumi delle famiglie, riducendo la domanda di beni e servizi e precipitando la crisi. Se così fosse, ci attende un triste futuro.

L'ipotesi alternativa è che l'economia reale sia diventata meno sensibile alle crisi finanziarie. Prima di questa crisi le imprese avevano accumulato forti riserve di liquidità, che permettono loro di continuare ad investire nonostante le riduzioni di credito. Queste riduzioni poi non sono così terribili come anticipato, perché i fondi sovrani hanno permesso alle banche di raccogliere una quantità enorme di capitale di rischio in tempi molto brevi, sollevandole dall'obbligo di tagliare i prestiti per mantenere i rapporti patrimoniali richiesti. Grazie al forte declino del dollaro, infine, il settore delle esportazioni sta tirando e gli interessi reali negativi rendono investimenti e consumi sempre più allettanti. Se così fosse, il peggio sarebbe già passato.


Quale futuro ci attende? Purtroppo ci troviamo ad un bivio. Entrambi gli scenari sono realistici. Quale dei due si realizzerà dipende dall'andamento delle insolvenze sui mutui immobiliari. Fino a questo momento, la maggior parte delle insolvenze è stata concentrata tra i mutui più a rischio, concessi nell'illusione che il mercato immobiliare salisse sempre. Adesso, però, il declino del 20% dei prezzi delle case minaccia anche i mutui 'normali'. L' americano medio che nel 2006 ha comprato una casa per 300mila dollari con un anticipo in contanti del 5%, si trova oggi a possedere una casa che vale 240mila dollari con un mutuo di 285mila. Se abbandona la casa e si libera del mutuo (negli Stati Uniti è possibile), il signor Smith risparmia la bellezza di 45mila dollari. Al suo guadagno, però corrisponde una perdita di 142mila dollari per la banca, perché le case abbandonate non vengono mantenute e sono difficili da vendere. Storicamente la perdita è pari al 50% del credito.

Se l'economia americana (e a seguito quella mondiale) entrerà in una crisi profonda o si solleverà rapidamente, dipende quindi dalle decisioni dei molti signor Smith che si trovano in questa situazione. Se la maggior parte di queste famiglie decide di abbandonare casa e mutuo, le perdite per le banche aumenteranno e i prezzi delle case si ridurranno ulteriormente, innescando una spirale negativa. In questo caso lo scenario catastrofico è assicurato. Se invece resistono, l'economia è nelle condizioni per riprendersi.

Storicamente lo stigma sociale della bancarotta e il costo (economico e psicologico) di un trasloco ha dissuaso le famiglie che si sono trovate con un valore netto della casa negativo ad andarsene. Le insolvenze si verificavano solo quando l'onere in interessi diventava insostenibile.

Oggi, però, la situazione è diversa. Da un lato, il forte declino dei valori immobiliari aumenta la tentazione di dichiararsi insolvente. Dall'altro, il problema è talmente diffuso che tale scelta potrebbe diventare socialmente accettabile, ampliando l'entità del fenomeno. Per evitare che questo succeda sarebbe utile un intervento del governo che riduca gli incentivi ad abbandonare mutui e case. Teoricamente questo obiettivo può essere conseguito in due modi. Si possono agevolare le banche che riducono l'ammontare dei loro mutui. O si puo rendere più costoso alle famiglie dichiararsi insolventi. In un anno elettorale, però, solo la prima strada è percorribile, perché la seconda sarebbe estremamente impopolare. Ma il tempo stringe. Domani potrebbe essere troppo tardi.