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sabato 16 luglio 2011

Obama: "Accordo sul debito per evitare l'Armageddon"


"Troviamo un accordo per evitare l'Armageddon economico". Il presidente Usa, Barack Obama, nel suo discorso radiofonico settimanale, si rivolge ai membri del Congresso e li invita a trovare un'intesa sul debito per evitare quello l'apocalisse economica. "E' semplice - dice Obama - serve un approccio equilibrato, sacrifici condivisi e l'intenzione di fare scelte impopolari da tutte le parti". "Questo significa - aggiunge - spendere meno sui programmi interni, spendere meno per la difesa e prendere le leggi fiscali e tagliare alcuni sgravi e deduzioni degli americani più ricchi. Sono pronto a fare quello che è necessario per risolvere questo problema, anche se impopolare - ha detto Obama - mi aspetto che i leader del Congresso diano prova della stessa volontà per arrivare a un compromesso".

Ieri Obama aveva rinnovato il suo invito a trovare un "grande compromesso", che avrebbe tagliato alcuni programmi di spesa cari ai democratici, ma i repubblicani si sono opposti alla sua richiesta di aumentare le tasse agli americani più abbienti.
Obama oggi ha ripetuto il suo invito a trovare un'intesa dell'ultimo minuto, ricordando che gli Stati Uniti stanno andando fuori tempo massimo per evitare il default.

In un video di quattro minuti, torna a rivolgere il suo appello ai leader repubblicani, auspicando un "grande accordo" che, a suo dire, rappresenterebbe "un'occasione unica per risanare i conti e mettere in sicurezza il fisco americano".
In mancanza di un'intesa, ci sarebbe il default, "un'apocalisse economica".

Per evitare questo scenario fosco, non solo per gli Stati Uniti ma per tutta l'economia mondiale, Obama è pronto a fare la sua parte, magari accettando impopolari tagli alla spesa pubblica, duri ma necessari. Ma chiede ai leader repubblicani di fare lo stesso, di non arroccarsi per motivi elettorali sulla difesa dei più abbienti.

E, come ieri, evoca uno spirito di collaborazione bipartisan che in passato, nella storia politica americana, ha già dato buoni frutti. "Dopo tutto - spiega oggi Obama - abbiamo già lavorato assieme altre volte. Ronald Reagan ha collaborato con il democratico Tip O'Neill per tagliare le spese e riformare le pensioni. Bill Clinton - prosegue il presidente - ha lavorato fianco a fianco con Newt Gingrich e i repubblicani per mettere a posto il bilancio e creare surplus. Nessuno di loro ha ottenuto tutto ciò che voleva, ma hanno lavorato assieme e hanno portato avanti questo Paese".

Quindi, rivolgendosi agli americani, sempre più spazientiti dai litigi tra Casa Bianca e Capitol Hill, ammette che "questo tipo di collaborazione è il minimo" che i cittadini si aspettano dai loro rappresentanti. "Ci avete mandato a Washington per fare cose giuste per il Paese e vi aspettate che ognuno di noi faccia lo stesso. Non solo cosa è sufficiente per essere eletto alle elezioni del futuro, ma quello che è giusto fare per aiutare le generazioni del futuro, creare lavoro, ricostruire il benessere del ceto medio e rimettere in piedi il paese. E questo è quello che mi impegno a fare".

Obama ieri aveva chiesto ai repubblicani di presentargli un piano serio di riduzione del deficit. "La crisi nazionale del debito e dell'occupazione richiede un'azione reale - replica il leader repubblicano alla Camera, Mitch McConnell - Per cui è bene che il dibattito si sposti dalle stanze della Casa Bianca a quelle della Camera e del Senato". "E' tempo che anche i democratici si facciano seri - sostiene lo speaker del Senato, il repubblicano John Boehener - Abbiamo chiesto al presidente di guidarci, gli abbiamo chiesto di presentarci un vero piano, non discorso ma un piano reale, ma non l'ha fatto. Adesso lo faremo noi".

E la strada per un accordo sul debito Usa si fa stretta, mentre il tempo stringe in vista della scadenza del 2 agosto. Oggi il presidente, Barack Obama potrebbe convocare i leader del Congresso alla Casa Bianca per una nuova tornata di colloqui. Intanto i repubblicani fanno sapere che martedì alla Camera voteranno la loro proposta di aumento del tetto del debito, abbinata a un piano di riduzione del deficit da 2.400 miliardi, che non contiene aumenti fiscali e che Obama ha già detto di non gradire. Il dibattito su questo provvedimento catalizzerà gran parte della prossima settimana e potrebbe costituire la base per costruire un'intesa al Congresso.

(16 luglio 2011)

lunedì 11 luglio 2011

Crisi, si tratta sul debito Obama: "Accordo in 10 giorni"

L'appuntamento non era dei più invitanti: domenica sera a discutere di deficit. Eppure i big convocati da Barack Obama ieri alla Casa Bianca potevano concedersi anche più dei 75 minuti cronometrati dai cronisti. Niente. Il presidente non ha neppure regalato alla nazione il suo pistolotto sull'accordo da trovare presto e tutti. Lo show è rinviato a questa mattina. Alle 11 di Washington, già le cinque della sera in Italia, Obama farà il punto della situazione. E poi riprenderanno le trattative tra le parti che hanno promesso - almeno - di rivedersi. Tutti i giorni in questa settimana, almeno secondo le speranze della Casa Bianca.

Ma c'è poco da illudersi.
L'accordo sul taglio da 4mila miliardi in dieci anni non si farà. Washington non sarà capace di mostrare all'America di saper fare "grandi cose": come aveva chiesto Barack e come privatamente aveva concesso anche il capo dell'opposizione John Boehner. Che invece sabato sera si è presentato al tavolo della Casa Bianca con un messaggio amaro: il partito non vuole. Al massimo si potrà tentare l'accordino: un taglio da 2mila miliardi di dollari. Che sono appena una sforbiciata rispetto ai 14mila e 300 milioni raggiunti finora dal debito Usa. Praticamente l'intero Pil.

È una corsa contro il tempo. Il compromesso per alzare il tetto del debito deve essere trovato "al massimo entro la fine della prossima settimana" dice il ministro del Tesoro Tim Geithner. È il tempo tecnico per consentire poi all'ufficio del bilancio di fare i controlli di legge e al Congresso di andare al voto entro il fatidico 2 agosto. Altrimenti per la prima volta nella storia gli Usa andranno in default. Geither parla di "momento grave". "Io devo staccare 80 milioni di assegni al mese per gli americani: compresi quei 55 milioni che vivono della Social Security" che sarebbe la pensione di stato. "Dobbiamo essere in grado di completare i pagamenti. Oppure saremo fuori di altri 500 miliardi di debiti subito in agosto. E già nella prima settimana ne avremo accumulati 87 miliardi".

Eppure i repubblicani continuano a tirare la corda. Il loro capo al Senato Mitch McConnell lo dice chiaro: "Nessuno nega che non si debba aumentare il tetto del debito". Per carità. Neppure loro vogliono assumersi la responsabilità di non far arrivare gli assegni di stato nelle tasche degli elettori. Ma proprio le elezioni alle porte sono il motivo della resistenza. Nell'accordo per 4mila miliardi di dollari - oltre comunque alle sforbiciate al welfare che fanno tremare gli stessi democratici - c'è anche l'addio agli sgravi fiscali per i ricchi: che per i repubblicani è invece soltanto un ulteriore aumento delle tasse.

Ecco perché adesso si dicono disponibili soltanto a un miniaccordo: la metà di quello che vuole Obama. Così l'anno venturo siamo punto e a capo: a ridiscutere sull'aumento del tetto. Una bella pistola elettorale puntata su Obama a caccia di rielezione. È lui il cattivone. Lui che affrontando la più grave recessione dal '29 ha portato il deficit dai 10.700 mila miliardi che aveva ereditato da George W. Bush ai 14 mila miliardi di oggi. E sopratutto - cosa che alla fine gli elettori gli rinfacciano di più - con la disoccupazione ferma al 9.2 per cento. È lui lo sprecone. Non Bush che negli anni del boom di Wall Street ha raddoppiato quello stesso deficit che aveva ricevuto da Bill Clinton a 5.7 mila miliardi. Imbarcandosi nella costosissima - su tutti i fronti - guerra in Iraq.

Ma Barack non si arrende. Sempre Geithner dice che il presidente cercherà ancora "l'accordo più ampio possibile". E lo stesso Obama ricevendo gli ospiti ieri sera aveva risposto positivamente
all'appello dei reporter. Riuscirete a trovare l'accordo in dieci giorni? "We have to: dobbiamo" era stata la risposta del presidente riportata dai cronisti. Peccato che la Casa Bianca qualche minuto
abbia dovuto correggere la nota dei giornalisti. Il presidente ha detto: "We need to". Che in inglese suona più come un "dovremmo": avremmo bisogno di. Dovremmo proprio farcela. O quantomeno speriamo.

(11 luglio 2011)

giovedì 5 maggio 2011

Il giocatore di poker che ha “ingannato” il mondo


COME OBAMA È RIUSCITO PER MESI A TENERE IL SEGRETO DELL’OPERAZIONE GERONIMO

di David Usborne

Nessun uomo politico può sperare di arrivare fino alla Casa Bianca se non è capace di “ingannare” l’opinione pubblica americana, per lo meno quando è in gioco la sicurezza nazionale. Nella vita di qualsiasi comandante in capo arriva il momento di mettere alla prova la capacità di mantenere un segreto, con la faccia da poker. Per Obama i giorni cruciali sono stati quelli a cavallo tra la fine di aprile e l’inizio di maggio. In quelle decisive 72 ore tutti alla Casa Bianca si sono comportati come se nulla bollisse in pentola. Poco prima delle 9 del mattino di venerdì scorso il presidente, sua moglie Michelle e le due figlie sono saliti a bordo dell’elicottero diretti in Alabama per consolare le vittime del tornado e poi in Florida per una visita alla Nasa.

“Pensate bambine come deve essere bello salire sullo shuttle e in appena otto minuti trovarsi nello spazio”, diceva il presidente alle figlie mentre il suo vice, Joe Biden, si dirigeva alla volta dell’ambasciata della Gran Bretagna a Washington per partecipare ad un party in onore di William e Kate. Il vicepresidente era come al solito ciarliero e di buon umore. 24 ore dopo all’Hotel Hilton di Washington la nonchalance di Obama ha toccato quasi le vette dell’arte. Davanti ad una platea di giornalisti e divi di Hollywood ha scherzato, raccontato storielle e preso in giro Donald Trump.

LA MORSA intorno ad Osama aveva cominciato a stringersi l’estate scorsa quando gli analisti della Cia avevano individuato il suo nascondiglio in una cittadina a nord di Islamabad. Ma il vero conto alla rovescia è cominciato alle 8,20 di venerdì, mezz’ora prima che la famiglia Obama salisse a bordo dell’elicottero. La decisione di far scattare l’operazione era stata presa dal presidente e da quattro dei suoi uomini di primo piano, tra i quali Tom Donilon, consigliere per la Sicurezza nazionale. L’ipotesi di bombardare a tappeto il rifugio di Osama bin Laden era stata scartata dal presidente che voleva la cattura del capo di al Qaeda, vivo o morto. Aveva prevalso l’ipotesi di una operazione di commando condotta dai super-soldati della Navy Seals. Presa la decisione si trattava solo di tenere ancora la lingua a freno per qualche ora. E nessuno – tra i suoi consiglieri anche il ministro della Difesa Robert Gates, e il segretario di Stato Hillary Clinton – si è fatto scappare una parola. Per fortuna l’opinione pubblica mondiale era distratta da altri avvenimenti. Joe Biden aveva fatto la sua parte facendo credere che la cosa più importante del momento fosse il Royal Wedding e il presidente si era esibito tra gli applausi in un numero degno di un comico davanti alla stampa nazionale ed estera. Ma non mancavano gli indizi che c’era qualcosa nell’aria. Obama, ad esempio, domenica scorsa si è fermato alla nona buca invece di completare le classiche diciotto del campo di golf.

Tornato alla Casa Bianca si è precipitato nello Studio Ovale con le scarpe da golf e un’ala della Casa Bianca è stata temporaneamente chiusa ai visitatori. Domenica pomeriggio il presidente Obama, Clinton, Gates, Donilon, Brennan e pochi altri si sono riuniti nella Situation Room per seguire le ultime fasi della caccia a Geronimo in collegamento audio e video con Leon Panetta, direttore della Cia. Stando a quanto riferito da Brennan, l’atmosfera era terribilmente tesa. “Hanno raggiunto l’obiettivo”, ha detto ad un certo momento Panetta. E qualche minuto dopo ha aggiunto: “Riusciamo a vedere Geronimo”. Ed infine: “Geronimo è stato ucciso in azione”. Il commento di Obama è stato essenziale: “L’abbiamo preso”. C’era ancora qualcosa da fare. Gli esperti della Cia hanno dovuto confermare l’identità di Osama bin Laden osservando una foto del suo cadavere. Poi il corpo è stato trasportato in Afghanistan ed infine gettato in mare.

OBAMA intanto era impegnato in un giro di telefonate e ha dato la notizia anche al suo predecessore George W. Bush. Infine, alla 23,35, Obama ha dato la notizia ai giornalisti accreditati alla Casa Bianca che non avevano sospettato nulla. L’operazione che ha portato all’uccisione di Osama bin Laden è stata condotta in maniera impeccabile e segretissima come a Washington non accadeva da molto tempo.

Copyright The Indipendent

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

venerdì 29 ottobre 2010

PRESIDENTE, COSA HAI FATTO IN QUESTI ANNI?


Al Daily Show Obama risponde alla domanda che molti si fanno

di Angela Vitaliano

“Quando abbiamo promesso dei cambiamenti, non li abbiamo promessi in 18 mesi. Si trattava di cambiamenti che richiedevano tempo”. Sceglie la platea del Daily Show, Barack Obama, per chiedere ancora una volta agli americani di continuare a credere nel cambiamento e andare avanti.

NELL’HARMAN Center for the Art di Washington, sede d’eccezione dello show di Jon Stewart “in trasferta” e in preparazione del “Rally to Restore the Sanity” di domani, Obama sembra trovarsi perfettamente a suo agio anche quando si vede costretto a ribattere al suo ospite che definisce l’azione del Congresso “timida” se confrontata ad una campagna elettorale tutta basata sull’audacia. “Jon – dice il presidente – io amo il tuo show ma sono costretto a contestare la tua affermazione soprattutto se riferita alla riforma sanitaria”. Due anni difficilissimi, quelli che il paese ha appena attraversato e che “non potevano che determinare un profondo senso di frustrazione come sentimento comune a molti americani – ha detto Obama – eppure abbiamo fatto tanto per arrestare l’emorragia economica, con gli aiuti alle piccole imprese, la riforma di Wall Street e molto altro che tanti nemmeno sanno”. “Presidente, ci vuole dire che ora sta preparando un Surprise Party con le cose di cui non ci siamo accorti: posti di lavoro, ripresa economica e altro ancora?” lo rintuzza Stewart, strappandogli una risata. Nessun Surprise Party ma la convinzione che la strada sia quella giusta e che l’azione di governo sia stata in grado, finora, per lo meno di arrestare la seconda peggiore depressione che il paese abbia mai conosciuto. È tornato l’oratore che tanta parte di America ha amato, Obama, in questi giorni sfinenti di una campagna elettorale durissima che vede il serio rischio per i democratici di perdere il controllo della Camera, se non anche del Senato. Pur essendo risalito nei sondaggi, il presidente non è riuscito, infatti, ad allontanare del tutto il senso di insoddisfazione, di rabbia e di scontento che potrebbe diventare, con il cambio di maggioranza, un ostacolo enorme sulla strada delle riforme ancora da fare.

Eppure, i dati del sito web – vincitore del premio Pulitzer – Politict Fact confermano che l’amministrazione in questi due anni ha lavorato molto: 122 sono, infatti, le promesse mantenute e 41 quelle su cui sono stati raggiunti dei compromessi; 236 sono in “lavorazione”, 82 in “stallo” e 22 quelle non mantenute del tutto. Nonostante ciò, la percezione dell’americano medio è che, in questi due anni, tutto sia rimasto insopportabilmente immobile o, addirittura, sia andato peggiorando in maniera preoccupante.

LE PREOCCUPAZIONI piu’ immediate, per la maggioranza, sono il lavoro e la possibilità di pagare l’affitto, due problemi che l’amministrazione non sembra aver risolto. Un recente sondaggio del Washington Post mostra, infatti, che il 53% della popolazione è seriamente preoccupata di perdere la propria casa per l’impossibilità di pagare il mutuo. Molti, perciò, vorrebbero che la Casa Bianca imponesse alle banche, fortemente responsabili dello sfascio attuale, uno stop nei pignoramenti. L’amministrazione, tuttavia, supportata dalla gran parte degli economisti, ritiene che questa mossa potrebbe compromettere un mercato immobiliare ancora troppo debole. Una decisione “sensata”, da un punto di vista economico ma sicuramente impopolare per le conseguenze politiche che potrebbe avere. Grande scontento ha prodotto anche lo stimulus package, approvato dall’amministrazione Obama per ridare energia al mercato del lavoro. Nonostante i dati della scorsa estate avessero confermato che, proprio il pacchetto di aiuti, aveva prodotto o salvato oltre tre milioni di posti di lavoro, la sensazione prevalente è quella di un paese che non riesce a rialzare la testa. Eppure, i dati dell’ultimo weekend mostrano un sensibile calo nella percentuale di richieste per il sussidio di disoccupazione, segno che il mercato del lavoro, sebbene in maniera lentissima si stia rimettendo in moto.

“Yes we can”, ha ribadito Obama salutando Jon Stewart “ma non in un notte”. Resta, però, il fatto che il 43% degli americani, – secondo Gallup – si recherà alle urne con le preoccupazioni per l’economia al primo posto e con molta meno speranza del 2008. Non nasconde più, intanto, le sue velleità presidenziali Sarah Palin, che galvanizzata dal possibile successo dei candidati del Tea Party, da lei sostenuti, conferma in un’intervista alla Cbs che “se non ci sarà nessun altro, allora credo proprio che dovrò candidarmi io nel 2012”. Una data che anche per Mitch McConnel, leader della minoranza repubblicana al Senato, sembra essere l’unico fattore su cui focalizzarsi “per essere certi che il presidente Obama non abbia un secondo mandato”.

DA SABATO comunque, data della manifestazione organizzata da Jon Stewart e fino a mercoledì, riflettori su Washington dove, intanto, procedono le indagini dopo l’arresto di Farooque Ahmed, l’uomo accusato di tramare un attacco terroristico alla metropolitana cittadina.

martedì 12 gennaio 2010

Soldato Obama


di Antonio Carlucci


Afghanistan e Iraq. Le azioni coperte in Pakistan. I guai con l'Iran. E ora Al Qaeda nello Yemen. Mai l'America aveva avuto tanti fronti aperti. E un sistema di sicurezza così fragile Il consigliere anti terrrorismo John Brennan con Robert Gibbs e Janet Napolitano


John Brennan
, 25 anni nella Cia, oggi il più ascoltato consigliere di Barack Obama in tema di terrorismo, è un tipo assai schivo e riservato. Ma domenica 3 gennaio ha letteralmente monopolizzato lo spazio delle trasmissioni politiche della televisione. In lunghe interviste a 'State of the Union' della Cnn, 'News Sunday' della Fox, 'This Week' di Abc e 'Meet the Press' della Nbc, Brennan ha portato la voce della Casa Bianca sulla questione Al Qaeda e guerra al terrorismo dopo il fallito attentato di Natale 2009 al volo Amsterdam-Detroit.

La maratona televisiva, assolutamente non casuale e concordata nei dettagli con il presidente Usa e con il consigliere per la Sicurezza James L. Jones, è servita a evitare che lo scontro su chi ha sbagliato nell'intelligence si svolgesse in un dibattito pubblico. E a rimarcare come la Casa Bianca vuole combattere il terrorismo di Al Qaeda.

Per Obama è un rientro difficile quello dalle vacanze natalizie alle Hawaii. Il presidente Premio Nobel per la pace comincia il suo secondo anno alla Casa Bianca all'insegna della guerra e del terrorismo, dopo aver appena raggiunto una vittoria importante, ma parziale, sulla riforma sanitaria, aver perso la partita sulla legge per l'ambiente e con l'exit strategy dalla recessione e dalla crisi economica tutta da mettere a punto. Mai l'America nella sua storia è stata impegnata su tanti fronti: la guerra in Afghanistan, l'intervento con operazioni clandestine in Pakistan, l'uscita dal conflitto in Iraq, lo spettro di una crisi anche militare con l'Iran: e adesso il nemico numero uno, Al Qaeda, che sembra essersi riorganizzato nella Penisola arabica e la escalation certa di azioni clandestine in Yemen, un quarto fronte pieno di insidie e pericoli. Il tutto sapendo che il meccanismo di protezione degli Usa dagli attacchi esterni costruito negli ultimi nove anni presenta buchi evidenti. "Ci sono stati errori umani e nel sistema che io considero assolutamente inaccettabili", ha detto Obama il 29 dicembre, annunciando di voler capire come e perché l'ex studente nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab è riuscito a salire su un volo diretto negli Stati Uniti indossando un mortale congegno esplosivo nascosto nelle mutande.

Appena messo piede nella gelida Washington, Barack Obama ha convocato martedì 5 gennaio tutti gli uomini della sua amministrazione che si occupano di intelligence e di guerra al terrorismo. A loro ha chiesto di capire l'errore commesso, e di trovare le falle nel sistema di protezione, di portare alla luce gli eventuali comportamenti irresponsabili, che solo grazie a un innesco imperfetto e al coraggio di un passeggero che si è lanciato sul giovane terrorista nigeriano ha evitato l'esplosione in volo di un aereo e la morte di quasi 300 persone. Al mondo dell'intelligence ha chiesto con una certa rudezza che non ci siano più rivalità e guerre intestine come quella che si è consumata fino ai primi giorni di dicembre scorso tra il capo della Cia Leon Panetta e il direttore della National Intelligence Dennis Blair: con il secondo che voleva avere l'ultima parola sulla nomina dei capi degli agenti all'estero e sulle operazioni coperte e il primo che rifiutava ogni ingerenza nel proprio lavoro. Una crisi arrivata fino al punto che Obama ha preso ufficialmente posizione con un memo firmato dal generale Jones di appoggio alla Cia.

C'è stato qualcosa di simile, gelosie e ripicche tra spie, che può aver causato il corto circuito nell'apparato nel caso del mancato attentato sul volo verso Detroit? Abdulmutallab non era un perfetto sconosciuto al sistema di intelligence americano, una macchina che dall'attentato alle Torri Gemelle a oggi è costata finora 40 miliardi di dollari. Negli ultimi mesi diverse agenzie governative americane avevano raccolto elementi che, messi tutti insieme, avrebbero dovuto far scattare l'allarme al National Counterterrorism Center, l'organismo creato da George W. Bush per coordinare e utilizzare il lavoro dei 16 centri di spionaggio americani (vedere riquadro nella pagina seguente) e oggi diretto da Michael Leiter, un funzionario arrivato nel mondo delle spie dopo una lunga carriera come consigliere dei giudici della Corte Suprema e al Dipartimento della Giustizia. E impedire che la giovane recluta di Al Qaeda in Yemen si imbarcasse sul volo per Detroit.

C'erano le intercettazioni fatte dalla National Security Agency nella primavera del 2009 in cui si parlava di un nigeriano pronto a entrare in azione negli Stati Uniti. C'erano i comportamenti sospetti di Umar Farouk Abdulmutallab, come l'acquisto di un biglietto in contanti e l'imbarco con un semplice zainetto come bagaglio. C'erano le decisioni inglesi di non permettere più l'ingresso in Gran Bretagna all'ex studente di ingegneria. C'erano, soprattutto, le preoccupazioni espresse apertamente dal padre del ragazzo ai rappresentanti dell'ambasciata americana in Nigeria: l'uomo, un ricco e conosciuto banchiere, aveva fornito dettagli sul fatto che il figlio fosse in Yemen, che si era legato al mondo dell'estremismo e che in una telefonata lo aveva esortato a non cercarlo più. Sarebbe bastato, prima ancora del lavoro di analisi dell'intelligence, che il Dipartimento di Stato (ha subito passato alla Cia l'informazione) controllasse se Abdulmutallab avesse un visto di ingresso negli Usa e lo cancellasse, rendendo così impossibile l'inizio del viaggio.

In attesa che Barack Obama decida se qualche testa dovrà saltare per manifesta incapacità o pigrizia burocratica, le prossime settimane saranno segnate dal problema terrorismo e dalle polemiche sul modo in cui la Casa Bianca intende agire. Il presidente ha tenacemente perseguito nel corso del primo anno l'obiettivo di non fare dell'azione anti-terrore una bandiera ideologica della sua presidenza, così come ha fatto George W. Bush, ma di rendere esplicito con i fatti e le scelte militari che il suo obiettivo è Al Qaeda e i suoi militanti ovunque essi operino. Una scelta politica che i pasdaran della precedente amministrazione, a cominciare dall'ex vice presidente Dick Cheney, hanno criticato in ogni occasione. Anche subito dopo il fallito attentato di Natale, Cheney ha sparato alzo zero sulla Casa Bianca: "Ancora una volta appare chiaro che il presidente Obama pretende che noi non siamo in guerra. Sembra pensare che, rispondendo con toni bassi a un tentativo di far esplodere un aereo e uccidere centinaia di persone, noi non saremo in guerra".

È curioso, o spiegabile solo con l'ubriacatura ideologica e la difesa degli errori fatti a cominciare dalla guerra in Iraq, che Cheney critichi in questo modo Obama. Secondo uno studio del think tank conservatore New America Foundation, Barack Obama ha imboccato con maggiore decisione la via delle operazioni clandestine contro Al Qaeda rispetto al suo predecessore: nel 2009 ci sono stati 43 attacchi dei droni armati di missili, rispetto ai 38 ordinati da Bush nel 2008, contro esponenti dell'organizzazione terroristica che avevano la base in Pakistan e nelle cosiddette aree tribali al confine con l'Afghanistan. Le operazioni sono state portate avanti anche senza il consenso del governo pachistano. Stesso scenario si è aperto in Yemen dove negli ultimi mesi del 2009 ci sono state almeno due operazioni contro Al Qaeda. Obama ha dato carta bianca alla Central Intelligence Agency per i voli e i bombardamenti dei droni: e la risposta non si è fatta attendere, visto che poco prima di Natale sette operativi della Cia sono stati uccisi da un attacco suicida nella base di Khost, confine tra Afghanistan e Pakistan.

Barack Obama ancora prima di entrare alla Casa Bianca aveva detto che Al Qaeda era il suo obiettivo principale, perché quella era l'organizzazione che aveva attaccato l'America nel 2001. La prima conseguenza è stata il disimpegno in Iraq, dove è cominciato il ritiro delle truppe e l'uscita dei soldati americani dalle città, affidando la sicurezza agli iracheni (per la prima volta dall'invasione nello scorso mese non ci sono state vittime tra i soldati Usa). Ma l'allentamento della pressione in quell'area non ha portato a un minor impegno militare Usa. Anzi, Obama ha deciso nel giro di 10 mesi due aumenti dei soldati in Afghanistan: a febbraio 2009, 17 mila in più, a novembre, altri 30 mila.

Era solo il 10 dicembre scorso quando Obama prese la parola ricevendo il Premio Nobel per la pace a Oslo: "Forse la questione più profonda che avvolge il premio che ritiro sta nel fatto che io sono il Comandante in capo militare di una Nazione che è coinvolta in due guerre. Una di queste è avviata alla sua conclusione. L'altra è un conflitto che l'America non ha cercato e che vede coinvolti altri 42 paesi nello sforzo di difendere noi stessi e tutte le nazioni da altri attacchi". E più avanti, parlando di quello che lui considera il nemico numero uno dell'America, ha aggiunto: "Non commettiamo errori: al mondo il diavolo esiste... La trattativa non può convincere i capi di Al Qaeda a deporre le armi. Dire che la forza può talvolta essere necessaria non è un'espressione di cinismo, è riconoscere la storia: le imperfezioni dell'uomo e i limiti della ragione".

Adesso Obama sa che tra le imperfezioni ci sono anche quelle del sistema di difesa dell'America. Forse, a questo punto, deciderà anche di rileggere la strage che si consumò il 5 novembre scorso nella caserma più grande d'America, a Fort Hood, in Texas: il maggiore Nidal Malik Hasan, di religione musulmana e in contatto ormai accertato via e-mail con un imam fomentatore della jihad nato negli Usa, ma di origine yemenita, uccise 13 tra commilitoni e civili, ne ferì 30. Il presidente Usa dovrà comunque dare una risposta nel più breve tempo possibile alle paure del suo Paese. E non ha molto tempo, al massimo può aspettare la fine di gennaio, quando a Washington si riuniranno insieme Camera e Senato per ascoltare Barack Obama che, nel solenne discorso sullo Stato dell'Unione, spiegherà che rotta ha preso l'America.

(08 gennaio 2010)

venerdì 25 dicembre 2009

La riforma Obama, complicata e bizantina


Ma i malati escono dal gioco del mercato
di VITTORIO ZUCCONI


SE aveva certamente ragione il cancelliere tedesco Otto Von Bismarck, quando avvertiva coloro che "amano le salsiccie e le leggi" a "non guardare da vicino come sono prodotte", la riforma del sistema di assicurazione sanitaria americana approvato anche dal Senato dopo il sì della Camera fa qualcosa che nessun presidente, da Teddy Roosevelt un secolo fa, era riuscito a fare: a dire, con forza di legge, che la salute dei cittadini non è un oggetto di consumo come un'automobile o una giacca, che può essere acquistato o non acquistato secondo i proprio mezzi, ma è una responsabilità collettiva e nazionale. Non proprio, e non ancora, un "diritto", come viene considerato nei Paese europei e asiatici più avanzati, come il Giappone, ma qualcosa che non può essere lasciato al gioco del mercato, come il prezzo del petrolio o dell'oro e tanto peggio per chi non se la può permettere.

La riforma - parola da usare sempre con grande prudenza visto lo scempio e l'abuso che ne viene fatto - della sanità si fermerà prima di quel sogno della copertura totale, quando le diverse leggi votate dalle due Camere saranno "riconciliate" in commissione mista senza bisogno di nuovi voti in aula, certamente prima del Discorso sulla Stato dell'Unione in febbraio. Non è la "mutua" nè un servizio sanitario nazionale. E' un meccanismo complicato, a tratti bizantino, costoso (871 miliardi in dieci anni) costruito per estendere ad altri 31 milioni di americani quella copertura sanitaria dalla quale oggi erano esclusi. E, soprattutto, per tagliare le unghie a quelle orrende compagnie di assicurazione che oggi negano, lesinano o addirittura sottraggono cure mediche a coloro che ne hanno più bisogno: ai malati.

La riforma rovescia finalmente il crudele e scellerato paradigma delle assicurazione che - giustamente dal loro punto vista, essendo imprese per profitti, non per beneficenza - coprono i sani e respingono i malati. E basta assistere agli strepiti degli ideologi di destra, dei repubblicani che hanno votato in blocco contro la riforma, per capire quanto profondo sia questo rovesciamento e quando pericoloso per la lobby della sanità.

La legge, che in sostanza dovrebbe assicurare il 95% degli americani lasciando scoperti soprattutto gli immigrati senza permesso di soggiorno, di fatto impone, e rende accessibile, l'assicurarazione, utilizzando sussidi pubblici, ma senza diventare un carrozzone statale che molti, e non soltanto conservatori, paventano. Spezza, finalmente, tardivamente, quell'omertà ideologica attorno alla sanità che aveva reso l'America l'unica grande nazione occidentale indifferente alla sorte di chi non può pagarsi la salute e l'aveva confinata - non per caso - alle ultime posizione per attesa di vita fra i Paese sviluppati, dietro tutta l'Europa e l'Asia avanzata. E dove avevano fallito i due cugini Roosevelt, Teddy e Franklyn, Truman, Kennedy, Johnson, i Clinton - Bill e Hillary - Obama è riuscito. Per un Presidente che già sostenitori e nemici consideravano in caduta libera, questa legge garantisce che il suo nome sarà scritto nella storia dei veri riformisti americani.

(24 dicembre 2009)

domenica 8 novembre 2009

Usa: sì storico della Camera alla riforma sanitaria di Obama


WASHINGTON - Decisione storica da parte della Camera degli Stati Uniti: per la prima volta in decenni i deputati americani hanno detto sì alla riforma del sistema sanitario. La Camera, in una rara seduta di sabato conclusasi a notte fonda, ha votato a favore della riforma fortemente voluta dal presidente, Barack Obama. Il testo è passato nonostante l'opposizione compatta di tutti i deputati repubblicani tranne uno e di un certo numero di deputati democratici moderati: 220 i voti a favore, 215 i contrari.

ORA AL SENATO - Affinchè la riforma diventi legge, tuttavia, è necessario che si esprima anche il Senato, dove la maggioranza democratica non è affatto data per scontata. Nello stesso tempo, però, il sì della Camera rappresenta una vittoria politica di straordinaria portata per l'amministrazione Obama. Lo stesso presidente, infatti, nell'imminenza del voto si era recato al Congresso per esortare i deputati ad esprimersi a favore della riforma.

«GIORNATA STORICA» - E in una dichiarazione successiva aveva parlato di «momento storico» per gli Stati Uniti. Le stesse parole erano state usate dalla Speaker della Camera, Nancy Pelosi: «Oggi - aveva detto - è una giornata storica per l'America. I nostri pensieri vanno al senatore Ted Kennedy, che era solito definire la riforma sanitaria come il grande lavoro incompiuto del nostro Paese».

LA RIFORMA - La riforma prevede la assistenza sanitaria nei confronti di 36 milioni di cittadini americani che attualmente non godono di alcuna copertura. Inoltre prevede in un arco di dieci anni di arrivare a coprire il 96% della popolazione, per un ammontare complessivo di 1.200 miliardi di dollari. Il testo introduce poi una serie di norme restrittive per le compagnie assicurative rispetto al sistema attuale. Non solo prevede di introdurre nel mercato la tanto contestata «public option», l'opzione pubblica voluta dal governo per calmierare il mercato, ma contiene regole nuove come per esempio l'obbligo da parte dei datori di lavoro di assicurare i loro dipendenti; oppure il divieto nei confronti delle compagnie di assicurazione di negare a clienti la copertura sulla base delle cosiddette «condizioni mediche preesistenti», oppure di alzare in misura significativa il prezzo delle polizze nei confronti delle persone più anziane.

08 novembre 2009

domenica 30 agosto 2009

Il Kennedy che ebbe tempo


30/8/2009
BARACK OBAMA


Oggi siamo qui per dire addio al figlio più giovane di Rose e Joseph Kennedy. Il mondo ricorderà a lungo Edward come l’erede di un lascito pesante; il protettore di chi non ne aveva alcuno; l’anima del partito democratico; il leone del Senato, che ha scritto più di trecento leggi.

Ma chi di noi lo ha amato e piange la sua scomparsa conosce Ted Kennedy con gli altri suoi titoli: padre, fratello, marito, zio, nonno. Io, come molti altri nella città dove ha lavorato per quasi mezzo secolo, lo conoscevo come collega, maestro e soprattutto amico. Ted Kennedy era il piccolo di casa diventato patriarca; il sognatore irrequieto diventato la roccia. Quando i suoi fratelli lo buttarono fuori dalla barca perché non sapeva che cosa fosse un fiocco, Teddy aveva solo sei anni ma imparò ad andare a vela. Questa capacità di recupero lo avrebbe accompagnato attraverso più dolori e più tragedie di quante la maggior parte di noi conoscerà mai nella sua vita. A 16 anni aveva già perso due fratelli. Vide gli altri due strappati con la violenza al Paese che li adorava. Disse addio all’amata sorella Eunice negli ultimi giorni della sua vita. Sopravvisse per miracolo alla caduta di un aereo, vide due suoi figli lottare con il cancro, seppellì tre nipoti e visse fallimenti e battute d’arresto private nel modo più pubblico possibile. Una catena di eventi che avrebbero spezzato un uomo meno forte. Sarebbe stato facile per Ted diventare amaro o duro, arrendersi all’autocommiserazione e al rimpianto; ritirarsi dalla vita pubblica. Nessuno lo avrebbe biasimato. Lui però era diverso. Era il «guerriero felice» di William Wordsworth, che «più è messo alla prova e più sopporta». Come ci disse una volta, «errori o fragilità individuali non sono una scusa per arrendersi né una dispensa dall’obbligo di spendersi». Attraverso le sue sofferenze divenne più sensibile alle sofferenze altrui: i bambini malati che non potevano essere visitati da un medico; i giovani soldati mandati in battaglia senza blindati; i cittadini cui venivano negati i diritti per il loro aspetto o le loro inclinazioni. Le leggi fondamentali che difese - sui diritti civili, i disabili, gli immigrati, la salute dei bambini, i congedi per maternità o malattia - hanno tutte un filo che le lega: dare voce a chi non era ascoltato, aggiungere un piolo alla scala delle opportunità, rendere reale il sogno dei nostri padri fondatori. Gli era stato regalato il tempo, che i suoi fratelli non avevano avuto. E usò quel dono per toccare tutte le vite che potè toccare e raddrizzare tutti i torti che gli fu possibile raddrizzare.

Possiamo ancora sentire la sua voce rombare attraverso il Senato, vedere il suo viso rosso, il pugno che batteva sul podio: una forza della natura per appoggiare la riforma sanitaria o i diritti dei lavoratori. E mentre le cause per cui si batteva diventavano personali, non lo divennero mai i disaccordi. Era il prodotto di un’epoca in cui la gioia e la nobiltà della politica impedivano che le differenze di partito e di filosofia diventassero ostacoli alla collaborazione e al reciproco rispetto - un’epoca in cui gli avversari si consideravano ancora vicendevolmente dei patrioti.

È così che Ted Kennedy è diventato il massimo legislatore del nostro tempo. Lo divenne attenendosi ai principi ma anche cercando compromessi e cause comuni. Non con la sola contrattazione ma anche con l’amicizia, la gentilezza, l’umorismo. Una volta corteggiò il senatore Orrin Hatch - del cui voto aveva bisogno per l’assicurazione sanitaria infantile - facendogli fare una serenata con una canzone che lo stesso Orrin aveva composto; un’altra volta fece arrivare un vassoio di dolciumi a un collega repubblicano un po’ scontroso.

Sono passati solo pochi anni da quando Teddy mi bloccò al Senato chiedendomi di votare una certa legge. Promisi, ma espressi anche un certo scetticismo sul fatto che sarebbe passata. Invece ottenne i voti di cui aveva bisogno. Guardai Teddy con stupore e gli chiesi come avesse fatto. Lui mi battè sulla spalla e mi disse: «La fortuna degli irlandesi!». Ovviamente la fortuna aveva ben poco a che fare con il successo legislativo di Ted Kennedy, e lui lo sapeva benissimo.

Ma se la storia ricorderà i suoi successi, è il suo cuore generoso che mancherà a noi. Era l’amico e il collega sempre primo a fare una telefonata di vicinanza. Era il capo così adorato dal suo staff che per la festa dei suoi 75 anni arrivarono in cinquecento. Era l’uomo che mandava gli auguri di compleanno o un biglietto di ringraziamento o un regalo a tante persone che mai si sarebbero immaginate che un senatore degli Stati Uniti dedicasse loro un po’ del suo tempo e dei suoi pensieri. Io ho nel mio studio un paesaggio di Cape Cod che regalò a me, matricola della nuova legislatura che l’aveva ammirato nel suo studio dove mi aveva invitato per darmi il benvenuto a Washington. Sembra che tutti abbiano una storia così da raccontare.

Ted Kennedy era il padre che si occupava non solo dei suoi tre figli, ma anche di quelli di John e Bob. Li portava in campeggio e in barca a vela. Rideva e ballava con loro ai matrimoni e piangeva con loro nelle tragedie. E trasmise loro lo stesso senso del servizio che i suoi genitori avevano instillato in lui. Poco dopo aver accompagnato la nipote Carolina all’altare, ricevette un biglietto da Jacqueline: «Su di te, il fratello spensierato, è caduto un peso che un eroe avrebbe supplicato gli venisse risparmiato. Noi ce l’abbiamo sempre fatta perché tu eri sempre lì con il tuo amore».

Noi non possiamo sapere quanto resteremo quaggiù, non possiamo conoscere i piani di Dio su di noi. Quello che possiamo fare però è vivere la nostra vita nel modo migliore, con una scopo, con amore e con gioia. Possiamo usare ogni giorno per dimostrare a chi ci è più vicino quanto lo amiamo e trattare gli altri con la gentilezza e il rispetto che vogliamo per noi. Possiamo imparare dai nostri errori e crescere grazie ai nostri fallimenti. Possiamo lottare per un mondo migliore così che un giorno possiamo guardarci indietro e sapere che abbiamo speso bene la nostra vita. Questo è il modo in cui è vissuto Ted Kennedy. Questa è la sua eredità.

lunedì 17 agosto 2009

Basta risse sulla Sanità, chi è malato vuole la riforma


di BARACK HUSSEIN OBAMA


IL NOSTRO Paese, oggi, è impegnato in un grande dibattito sul futuro dell'assistenza sanitaria in America. Nel corso di queste ultime settimane, gran parte dell'attenzione dei media si è concentrata sulle voci di coloro che gridavano più forte. Ciò che non abbiamo udito sono le voci dei milioni di americani che silenziosamente lottano ogni giorno con un sistema che spesso avvantaggia più le compagnie di assicurazione che loro.

Sono persone come Lori Hitchcock, che ho incontrato nel New Hampshire la scorsa settimana. Lori, attualmente, è una lavoratrice autonoma e sta cercando di avviare un'attività commerciale, ma a causa di una epatite C non riesce a trovare un'assicurazione che le stipuli una polizza. Un'altra donna mi ha raccontato che una società di assicurazioni non copre le patologie dei suoi organi interni, provocate da un incidente avvenuto quando aveva 5 anni.

Un uomo ha perso l'assicurazione sanitaria durante un ciclo di chemioterapia. Perché la società assicuratrice ha scoperto che aveva i calcoli biliari, di cui egli non era a conoscenza quando aveva stipulato la sua polizza. Poiché la cura è stata sospesa, l'uomo è morto. Ho ascoltato tutti i giorni tante storie come queste, ed è per questo che stiamo lavorando con rapidità affinché la riforma sanitaria possa essere approvata entro quest'anno.

Non devo spiegare ai quasi 46 milioni di americani sprovvisti di copertura sanitaria quanto ciò sia importante. Ma è altrettanto importante per gli americani che sono assicurati. Sono quattro i modi in cui la riforma che proponiamo darà più stabilità e sicurezza ad ogni americano. Primo, se non avete un'assicurazione sanitaria, potrete avere comunque una copertura di qualità ad un costo accessibile, per voi e per le vostre famiglie, copertura che vi seguirà anche se vi trasferirete, se cambierete lavoro o se lo perderete.

Secondo, la riforma metterà finalmente sotto controllo una spesa sanitaria che è alle stelle, il che significa un risparmio reale per le famiglie, per l'economia e per il governo. Taglieremo centinaia di miliardi di dollari di sprechi e di inefficienze che si nascondono nei programmi sanitari federali come Medicare e Medicaid (i due programmi di assistenza pubblica destinati agli anziani e ai poveri, ndt), e nei sussidi ingiustificati dati alle società di assicurazione che non fanno nulla per migliorare l'assistenza e tutto per aumentare i loro profitti.

Terzo, rendendo Medicare più efficiente, saremo in grado di garantire che venga destinato più denaro a favore dell'assistenza agli anziani, anziché per arricchire le assicurazioni.

Infine, la riforma darà ad ogni americano alcuni strumenti di tutela del consumatore che metteranno le assicurazioni nella condizione di rispondere del loro operato. Un'indagine nazionale del 2007, in effetti, dimostra che nei tre anni precedenti, le assicurazioni avevano discriminato più di 12 milioni di americani che avevano malattie o disturbi già in atto. Le società assicuratrici si sono rifiutate di stipulare loro una polizza, oppure hanno fatto pagare un premio più elevato.

Noi metteremo fine a questa pratica
. La nostra riforma proibirà alle società assicuratrici di rifiutare la copertura a causa della storia medica di un individuo. Né permetteremo loro di revocare l'assistenza in caso di malattia. Non potranno più ridurre la copertura proprio quando se ne ha più bisogno. Non potranno più limitare arbitrariamente il livello di copertura assicurativa che può essere ricevuta in un determinato anno o nel corso della vita. Nessuno in America deve rovinarsi in caso di malattia.

Più importante di tutto, chiederemo alle società assicuratrici di coprire anche i controlli di routine, le cure preventive e gli esami di controllo, come le mammografie e le colonoscopie. Non c'è ragione per la quale non dovremmo affrontare queste malattie in via preventiva. È ragionevole, può salvare delle vite e far risparmiare denaro.

Il lungo e acceso dibattito sull'assistenza sanitaria che si è svolto negli ultimi mesi è un segno positivo. L'America è questo. Ma assicuriamoci di parlare gli uni con gli altri, non gli uni sopra gli altri. Possiamo essere in disaccordo, ma dobbiamo esserlo sui temi veri, non su assurdi travisamenti che non hanno nulla a che vedere con ciò che è stato proposto. Questo è un argomento complesso e delicato, e merita un dibattito serio.

Malgrado ciò che abbiamo visto in televisione, credo che in tutte le case americane si stia discutendo con serietà. Negli anni recenti ho ricevuto innumerevoli lettere e domande riguardo all'assistenza sanitaria. Alcuni sono favorevoli alla riforma, altri sono preoccupati. Ma quasi tutti si rendono conto che bisogna fare qualcosa. Quasi tutti sanno che dobbiamo iniziare a rendere le società assicuratrici responsabili e dare agli americani un maggior senso di stabilità e di sicurezza in materia di assistenza medica.

Sono certo che quando tutto sarà stato detto e fatto, potremo avere il consenso di cui abbiamo bisogno per raggiungere questo obiettivo. Siamo più vicini ad avere una riforma della copertura sanitaria di quanto sia mai accaduto in passato. Abbiamo dalla nostra parte l'American Nurses Association e l'American Medical Association, perché le infermiere e i medici del nostro Paese sanno bene quanto sia necessaria questa riforma. Abbiamo un largo consenso al Congresso sull'80 per cento di ciò che stiamo tentando di fare. Abbiamo un accordo con le società farmaceutiche per rendere più economiche le prescrizioni mediche per gli anziani. L'AARP (associazione di tutela dei pensionati, ndt) sostiene questa linea politica e concorda con noi che la riforma deve entrare in vigore quest'anno.

Nelle prossime settimane, i cinici e gli oppositori continueranno a sfruttare politicamente i timori e le preoccupazioni. Ma ciò che è veramente spaventoso, e rischioso, è la prospettiva di non fare nulla. Se manteniamo lo status quo, continueremo a vedere ogni giorno 14.000 americani perdere la loro assicurazione sanitaria. I premi continueranno ad aumentare. Il nostro deficit continuerà a crescere. E le società di assicurazione continueranno a fare profitti discriminando chi è malato. Questo non è il futuro che voglio per i miei figli, o per i vostri. E non è il futuro che voglio per gli Stati Uniti d'America.

Alla fine, questo non riguarda la politica. Riguarda la vita e la sopravvivenza della gente. Riguarda le attività economiche. Riguarda il futuro dell'America, se saremo capaci, negli anni a venire, di guardare indietro e dire "quello fu il momento in cui abbiamo fatto i cambiamenti di cui avevamo bisogno e abbiamo dato ai nostri figli una vita migliore". Sono convinto che possiamo farlo e che lo faremo.

(17 agosto 2009)

venerdì 14 agosto 2009

Allarme Fbi, troppe minacce al presidente


Minacce ne sono sempre arrivate ma mai come in questo periodo, da quando Obama ha accelerato sul tema della riforma del sistema sanitario. Cresce negli Stati Uniti la preoccupazione tra i servizi di sicurezza che vigilano sull'incolumità del presidente. Fbi, Secret Service e agenzie di intelligence hanno registrato un numero crescente di segnali «degni di attenzione».

L'ultimo in ordine di tempo: è stata aperta un'indagine ufficiale nei confronti di un uomo che si è presentato ad un comizio in Maryland sulla riforma sanitaria esibendo questo un cartello a due facce: da un lato scriveva «Morte a Obama»; dall'altro «Morte a Michelle e alle sue due stupide bambine». Nei giorni scorsi invece in New Hampshire un'altra persona, identificata e interrogata, si era presentata al comizio esibendo volutamente una pistola.

Secondo gli investigatori non si tratta solo di un esibizionismo di cattivo gusto. È semmai la manifestazione di un sentimento di avversione nei confronti del primo presidente nero degli Stati Uniti che nelle ultime settimane si è accentuato in modo preoccupante. «Sono episodi che danno l'idea del clima spaventoso presente in alcuni gruppi» ha commentato alla Abc un ex agente dell'Fbi, Brad Garrett. Secondo il quale anche all'interno del Secret Service «c'è chi comincia ad aver paura che qualcosa possa succedere al presidente».

Secondo Mark Potok, direttore dell'Intelligence Project presso il Southern Poverty Law Center, si stanno riorganizzando e prendendo piede le cosiddette "milizie", gruppi spontanei di simpatizzanti di estrema destra attivi negli anni Novanta. Utilizzando You Tube e Internet per diffondere messaggi estremi che fanno presa sulla parte più radicale dell'elettorato di destra, questi gruppi «stanno diffondendo la convinzione che il presidente nero li stia espropriando della "loro" America - ha detto Potok - quella ricevuta avuta dai padri fondatori bianchi e cristiani. L'amministrazione Obama starebbe trascinando la "verà America" verso l'abisso socialista».

Messaggi di questa natura vengono frequentemente diffusi anche da Rush Limbaugh, una sorta di star radiofonica per l'estrema destra americana. Da parte dell'Fbi nessuna dichiarazione ufficiale, ma solo questa precisazione: nei giorni scorsi il Federal Bureau of Investigation, in accordo con Cia e Secret Service, ha diffuso a tutti i suoi uffici le direttive per l'operazione "Lupi Solitari": un allarme interno per invitare tutti gli addetti alla sicurezza ad aumentare la vigilanza su potenziali casi isolati di terrorismo.

14 agosto 2009

sabato 25 luglio 2009

Obama chiede scusa alla polizia. "Avrei dovuto misurare le parole"


ANGELO AQUARO


NEW YORK - Ammissione numero uno: "Il sergente Crowley è un ottimo poliziotto". Ammissione numero due: "Il professor Gates può avere avuto una reazione eccessiva". Ammissione numero tre: "Avrei dovuto calibrare meglio le mie parole". E se non sono le scuse che la polizia di Cambridge si aspettava, beh, Obama ci è andato molto, molto vicino. Mai l'America prima d'ora aveva assistito allo spettacolo di un presidente che in tv dà dello "stupido" a un suo poliziotto. E mai aveva assistito allo spettacolo dello stesso presidente costretto a tornare in tv chiedendo di poter fare chiarezza.

Dopo il calo di otto punti nei sondaggi, dopo l'appello per approvare in fretta la riforma sanitaria - salutato dal sonoro no del Senato, l'incredibile vicenda di Henry Louis Gates jr, il professore di Harvard arrestato in casa sua "perché nero", come ha denunciato lui stesso, si è trasformato ora nell'ultimo imprevedibile colpo subito da Barack Obama.

Il primo colpo di scena arriva ieri da Cambridge, con una conferenza stampa a sorpresa convocata dai sindacati di polizia. C'è anche lui, "lo stupido", il sergente James Crowley, giacca e cravatta, il volto teso di chi è finito in una storia più grande di lui. Dennis O'Connor, il leader degli agenti, attacca il presidente e il governatore, di colore, del Massachusetts, Deval Patrick, che ha definito l'arresto "l'incubo di ogni uomo nero e, per molti neri, la realtà". Il poliziotto insorge: "Come fanno a parlare senza conoscere i fatti? Solitamente uno si aspetterebbe di sentirsi dire: non ho elementi per commentare". Il riferimento a Obama è diretto. E ieri perfino il Wall Street Journal si chiedeva: "Non siamo sicuri che un episodio avvenuto in un quartiere di lusso, che riguarda una delle persone più privilegiate d'America, possa significare di più che un malinteso".

La svolta nel pomeriggio. Obama si presenta ai giornalisti. "Nella scelta delle mie parole, purtroppo, credo di aver dato l'impressione di parlare male della polizia di Cambridge e del sergente Crowley in particolare". E allora: "Avrei dovuto calibrare meglio le mie parole: ho contribuito alla controversia, spostando l'attenzione dai problemi veri, come la riforma sanitaria". Aggiunge che ha sentito il sergente al telefono, conferma di ritenerlo "un eccellente poliziotto e un brav'uomo. Abbiamo anche pensato di rivederci qui, con il professor Gates, e prendere una birra alla Casa Bianca". Certo Obama continua a credere "che ci sia stata una reazione spropositata nel mettere il professore in manette", e insiste sull'argomento razziale, "molto sentito in questo Paese", ma adesso aggiunge quello che in diretta tv non aveva detto: "Probabilmente anche il professore ha avuto una reazione eccessiva. Spero solo che tutto questo ci possa insegnare qualcosa: basta alzare il volume, cerchiamo di ascoltarci l'un l'altro". Conclusione? "La mia impressione è che ci siamo trovati di fronte a due brave persone in una circostanza in cui nessuno è stato capace di risolvere l'incidente nel modo in cui doveva essere risolto". Ecco, due brave persone. E sicuramente una terza, che però abita alla Casa Bianca.


(25 luglio 2009)

venerdì 6 marzo 2009

Obama Vs Berlusconi

Due politici a confronto......
uno cerca di risollevare un paese in crisi.....
l'altro cerca di fare altro