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martedì 5 gennaio 2010

Italia dei valori (e delle incompatibilità)


di Francesco Pardi


Flores d’Arcais ha aperto sul Fatto una discussione utile. E’ inevitabile chiedersi che cosa possa fare l’Idv “per una nuova larghissima opposizione”.
L’idea dirompente di scioglimento nel crogiuolo sociale è motivata dalla necessità di un profondo processo rigeneratore dell’intera opposizione. Ma se il partito invitato a sciogliersi ritiene la palingenesi troppo rischiosa? La prossimità delle elezioni regionali favorisce quanto meno il rinvio della questione. E’ vero che chi considera il partito insufficiente dubiterà che possa crescere nel consenso elettorale. Ma al contrario si può porre la domanda: sciogliere il partito alla vigilia delle elezioni?
Ora il partito va al primo congresso della sua breve storia. E’ impossibile che affronti la scadenza con la programmazione dello scioglimento. Ma potrebbe adottare scelte che facciano capire senza ambiguità la direzione presa. L’Idv deve prendere atto che la sua debolezza nel voto amministrativo dipende dall’incapacità del partito locale di essere all’altezza della sua funzione nazionale. E la diffidenza dell’elettorato è oggi determinata assai più dai dubbi sulla natura interna del partito che dalle sue scelte programmatiche.
Per superare le diffidenze l’Idv dovrebbe considerare i circoli luoghi dove si eserciti il libero confronto con le molteplici istanze della società, come ha già scritto Di Pietro. Ma se saranno trattati come organi di partito i circoli sono già morti.
L’Idv dovrebbe fare passi decisi verso una maggiore trasparenza e democrazia della sua struttura. Vattimo ha difeso a spada tratta la leadership carismatica. Ma il carisma non si trasmette per via gerarchica. E il partito si avvantaggia di una struttura fluida fatta di persone competenti e responsabili ben più che di una struttura rigida incardinata su esecutori acritici. Il congresso dovrebbe fissare l’elezione di un organo dirigente collegiale e, per distinguere il futuro dal passato, togliere il nome del leader dal simbolo. Nel partito si dovrebbe fare carriera non per anzianità ma per merito: aver svolto dignitosamente compiti organizzativi non dovrebbe costituire motivo automatico per candidature a incarichi elettivi. Nel futuro si potrebbe immaginare una prassi diversa dal tesseramento, che porta all’irrigidimento di piccole caste, a favore di una partecipazione sulla base della capacità promozionale. In questo senso anche i circoli, dall’esterno, potrebbero dare contributi costruttivi. Il volto che il partito mostrerà nelle elezioni regionali sarà decisivo: l’Idv deve proporre candidati di profonda competenza e affidabilità pubblica.
L’Idv dovrebbe porsi con maggiore decisione il tema delle incompatibilità. Non è sufficiente la rinuncia ai doppi incarichi ma è necessario individuare le numerose inconciliabilità: tra professione e incarico elettivo (e anche incarichi di rilievo nel partito); tra soggetti di iniziativa politica e organi di controllo. Gli organi di garanzia (tipo collegio dei probiviri) non possono, a qualsiasi livello, essere scelti dall’autorità politica. Altrimenti l’autonomia del controllo va a farsi benedire.
L’Idv dovrebbe adottare l’anagrafe più trasparente degli eletti e dei propri esponenti di spicco: proprietà e fonti di reddito devono essere rese pubbliche. Alla fine della legislatura i cittadini devono poter verificare se l’eletto abbia tratto vantaggi indebiti dalla sua carica. Il partito dovrebbe impegnarsi a porre un proprio limite alla durata degli incarichi elettivi.
Non so se la sola legislatura, indicata da Flores, sia un limite praticabile e utile ma, intanto, porre con rigore il limite delle due legislature sarebbe comunque un passo avanti. Va da sé che l’Idv dovrebbe puntare sempre a realizzare la parità di genere negli incarichi elettivi e direttivi.
C’è infine un punto su cui il giudizio dei cittadini, e in particolare quelli dei movimenti, sarà sempre più impietoso: essere parente o convivente stretto di un eletto non può essere condizione preferenziale per la candidatura. Qui semmai dovrebbe vigere il criterio opposto: proprio perché sei parente o convivente dell’eletto, e proprio per i valori sostenuti dal tuo partito, è bene che tu ti dedichi a qualche altra occupazione degna della tua capacità creativa.
Tutto ciò sarà prassi molto più modesta del Big Bang immaginato da Flores ma potrebbe essere un primo passo per costruire una nuova larghissima opposizione e uno strumento efficace per un’autentica alternativa di governo.

lunedì 6 luglio 2009

I cortigiani di Re Silvio


5 Luglio 2009
Autore
Pancho Pardi


La vicenda della cena tra massimi esponenti politici del governo e della maggioranza con due giudici costituzionali assume toni da farsa. Mentre gli esperti di bon ton istituzionale raccomandano di affrontare la situazione "con passo felpato", il giudice Mazzella, nella cui casa si è svolto il convivio, applica il consiglio a modo suo: rompe gli indugi e rivendica il diritto di invitare il "caro Silvio" tutte le volte che vuole e vorrà.

Lo fa con un proclama in cui sostiene che solo un dominio totalitario potrebbe impedirgli questa libertà personale. Il giudice Mazzella non avrà letto l'articolo su Europa in cui Federico Orlando ricorda che da bambino nelle passeggiate col padre sulla via della stazione incontrava un signore che scambiava al massimo con chiunque un breve saluto di convenienza. Alla sua richiesta di spiegazioni il padre rispose che era il procuratore del Regno e non poteva parlare con nessuno senza ledere l'immagine di imparzialità della giustizia. Qui giunge opportuna la precisazione di Tania Groppi su l'Unità: in Germania la Corte Costituzionale risiede a Karlsruhe, lontana dalla capitale.

Alcuni commentatori hanno sostenuto che Di Pietro, con la sua richiesta di dimissioni dei due giudici, avrebbe invaso l'autonomia della Corte Costituzionale. Curiosa logica: se la Corte deve essere autonoma non si capisce come due giudici costituzionali possano comprometterla esponendola al sospetto che possa essere condizionata proprio dalla loro fisica partecipazione a un irrituale incontro con esponenti dei poteri esecutivo e legislativo.

La questione non è solo teorica. Tra breve la Corte dovrà pronunciarsi sul Lodo Alfano (ministro presente alla cena) con cui il presidente del consiglio viene sollevato da tutti i numerosi e infamanti provvedimenti giudiziari a sua carico. Il cittadino preoccupato potrebbe temere che la decisione della Corte possa essere influenzata da contiguità che non avrebbero mai dovuto verificarsi. Ma in un certo senso la lettera di Mazzella fa involontariamente chiarezza e rende evidente che i due giudici presenti alla cena non possono più partecipare alla decisione sul Lodo Alfano. E si potrebbe aggiungere: se vogliono andare a cena col presidente del consiglio sono liberi di farlo ma liberino la Consulta del loro ingombro. Da parte sua la Corte Costituzionale saprà esercitare la sua autonomia.

giovedì 14 maggio 2009

Boicottiamo il referendum

05.05.09

Pare che molti nel centrosinistra siano orientati a votare Sì nel referendum Guzzetta. Spero che cambino idea.

Non c’è una sola ragione al mondo per votare in quel senso. Il quesito del referendum è stato rappresentato come un tentativo di eliminare gli effetti negativi della legge Calderoli. Non è affatto vero. Se accolto produrrebbe un secco peggioramento della legge: il passaggio automatico da un bipolarismo coatto a un bipartitismo coatto. E non solo: la lista di partito che prende più voti ottiene la maggioranza assoluta dei seggi.

C’è chi ripete che una riforma non deve essere giudicata in base alla contingenza ma per i suoi effetti di sistema. L’assunto può avere senso in una democrazia normale, ma in Italia non c’è una democrazia normale. Non si capisce perché si dovrebbe giudicare la soluzione Guzzetta trascurando le sue conseguenze nei prossimi dieci o venti anni. Dopo ciò che accadrà in questo periodo gli effetti di sistema della legge uscita dal referendum avrebbero l’efficacia di una medicina sul corpo del morto. Perché?

Perché nelle condizioni date oggi in Italia, il successo del Sì ha un solo significato: la vittoria definitiva di Berlusconi. Se passa il Sì potrà sostenere che si deve andare a elezioni anticipate con la nuova legge elettorale. Il PdL vincerà e otterrà una maggioranza schiacciante che gli permetterà di fare ciò che vuole. D’Alema e molti altri sostengono che se vince il Sì sarà necessario scrivere una nuova legge elettorale. L’ipotesi è già stata smentita dal PdL: la legge cambiata dal Sì sarà immediatamente applicabile e applicata.

La Lega ha capito benissimo che così perderà ogni potere di condizionamento sul centrodestra e che il PdL potrà governare da solo. Perciò si oppone con decisione. E se davvero Berlusconi fosse intenzionato a far votare Sì, la Lega non avrebbe forse altra scelta che far cadere il governo prima del referendum. Che lo faccia o no dipenderà dalla sua volontà. Ma in ogni caso nelle sue file l’allarme è suonato.

Non si capisce invece perché i partiti del centrosinistra dovrebbero scegliere un voto che li avvia a un sereno suicidio. Il PD può accampare il motivo di aver da tempo sostenuto la validità di una soluzione molto bipolare. Ma a questo punto dovrebbe essersi reso conto che la scelta “coraggiosa” di andare da solo lo fa passare solo da una sconfitta all’altra. Da parte sua IdV può giustificare la scelta del Sì solo perché aveva raccolto le firme per il referendum. Ma oggi è assai più chiaro di allora che la soluzione Guzzetta è un netto peggioramento della legge Calderoli. Dunque perché insistere? E poi la coerenza verso una scelta infelice e ormai superata vale molto di meno della coerenza dovuta alla propria vocazione: sì alla democrazia pluralistica, no al potere unico.

In ogni caso PD e IdV devono confrontarsi con un futuro già segnato. Se vincerà il Sì, dopo elezioni anticipate Berlusconi avrà da solo il pieno possesso del Parlamento. Cambierà la Costituzione e la Corte Costituzionale. Diventerà presidente della repubblica con accresciuti poteri. Le assemblee elettive, che già oggi contano ben poco, diventeranno l’arredo di contorno del presidenzialismo. La democrazia italiana sarà sfigurata per sempre.

Di fronte a questa prospettiva non si può nemmeno propagandare il No. Lo schieramento a favore del Sì, anche senza l’inclinazione al suicidio del centrosinistra, è già abbastanza temibile. Si deve sperare che il 21 giugno sia una data che di per sé scoraggi la partecipazione popolare e occorre mobilitarsi con tutte le nostre forze per far mancare il quorum. Non si tratta di dire: andate al mare. Si deve spiegare con cura estrema: la soluzione Guzzetta dà tutto il potere in mano a chi ha già il pieno dominio sui mezzi di comunicazione. Questa non è democrazia. E’ instaurazione di un potere plebiscitario assoluto.

Far mancare il quorum non è manifestazione di indifferenza. E’ difesa attiva della democrazia.

Pancho Pardi

giovedì 19 marzo 2009

Dalla parte della societa' civile



PANCHO PARDI
19 Marzo 2009

Il senato ha discusso ieri sugli "strumenti della legislazione" fin qui usati: si tratta di una sorta d'analisi delle norme fin qui approvate: il quadro che ne esce, in termini succinti, è di un larghissimo abuso di decreti, previsti dalla Costituzione per condizioni di straordinarietà ed urgenza, utilizzati invece come strumento ordinario e prevalente.


Come a dire: anziché affidarsi al Parlamento che propone e discute disegni di legge, il Governo ha scavalcato le Camere e ha prodotto decreti legge a tutto spiano su molteplici argomenti, interpretando a modo suo il concetto di necessità ed urgenza.


Il risultato? Dall'inizio della XVI legislatura sono stati approvati dalle Camere 58 provvedimenti legislativi: 30 conversioni di decreti legge, 6 disegni di legge ordinari ma di iniziativa governativa, 19 sono disegni di legge di ratifica, ovviamente presentati dal governo (altri 4 risultano in corso di pubblicazione).

Vi sono, a dire il vero, anche 3 leggi di iniziativa parlamentare, 2 delle quali hanno però limitatissima portata "esterna" in quanto istitutive di Commissioni parlamentari di inchiesta. Resta di significativo, la sola legge di parziale riforma del sistema elettorale per le imminenti consultazioni elettorali europee.

Per tirare le somme: eccettuate le leggi ordinarie di bilancio, quelle di ricostituzione di commissioni d'inchiesta e una legge delega Camera e Senato sono stati convocati dai rispettivi Presidenti per approvare una (di fatto l'unica) proposta di legge ordinaria rilevante, seppur di iniziativa governativa: quella per salvare il Presidente del Consiglio dai suoi procedimenti penali in corso. Norma esaminata in soli 3 giorni – con una forzatura regolamentare senza precedenti - alla Camera dei deputati e licenziata dal Senato con altrettanta celerità.

Si è messa in azione una vera e propria "macchina di ratifica" dei provvedimenti del governo, in cui il Parlamento è affannato nel ricorrere i provvedimenti da convertire in legge.

E' quindi dimostrato che il governo manifesta un poderoso disinteresse verso le Camere rappresentative. All'ultimissimo posto degli interessi della maggioranza ci sono poi le proposte di legge di iniziativa popolare. L'Atto Senato n. 3, riguardante una proposta di iniziativa popolare sul limite alle legislature e sull'incandidabilità dei condannati nonché sulla scelta delle candidature, derivante dall'iniziativa di Beppe Grillo e gruppi della società civile, è stato portato all'attenzione del Parlamento il 22 maggio 2008, formalmente avviato il 22 dicembre 2008 e tuttavia attende ancora penosamente di essere discusso, nonostante sia stato già sollecitato l'esame in sede di ufficio di presidenza della commissione competente Affari Costituzionali.

Quanto finora ottenuto grazie ai nostri interventi sembra essere una prossima audizione di Beppe Grillo in commissione, ma se vi fosse almeno la metà della determinazione dimostrata per le leggi "care al Presidente", si dovrebbe avere un esame spedito ed efficiente.

Abbandonare a volute lungaggini le leggi di iniziativa popolare in un contesto di approvazione a velocità siderali per i provvedimenti del governo porta ad una sola conclusione: vi è una antipatia atavica e un'allergia malcelata verso i metodi democratici. Ma questa non è una novità.

giovedì 19 febbraio 2009

17.02.09 - Mills corrotto, Berlusconi la fa franca


PANCHO PARDI

La notizia del giorno sono le dimissioni di Veltroni dalla segreteria del PD. Il rovescio in Sardegna, ma anche la vittoria a Firenze di un candidato alternativo al suo, lo hanno consigliato a lasciare un incarico che era divenuto una corona di spine. Ma questo tema dominerà la scena per parecchio tempo.
Perciò concentro l'attenzione sull'altra notizia del giorno, che senza le dimissioni di Veltroni avrebbe spiccato con la massima evidenza. L'avvocato Mills, accusato di essersi fatto corrompere da Berlusconi, è stato condannato a quattro anni e sei mesi. Poiché nel processo non ci sono altri soggetti coinvolti nell'accusa di corruzione, il risultato della sentenza è chiaro: Mills è stato corrotto, non ci sono altri corruttori oltre Berlusconi.
Ma Berlusconi non patirà alcuna conseguenza. Con saggia previdenza si era fatto confezionare dal suo ministro, che era in origine uno dei suoi tanti segretari, una legge, detta Lodo Alfano, che lo ha sciolto dal vincolo delle leggi e gli ha garantito immunità e impunità.
L'Italia ha un presidente del consiglio che, in qualsiasi altro paese democratico al mondo, andrebbe ora sotto processo per corruzione. Invece nel conformismo dominante si assisterà di sicuro alla gara tra chi riuscirà a parlare meno di questa storia. Chi vorrà farlo sarà tacciato di voler insistere a sconfiggere l'avversario per via giudiziaria, mentre, si sostiene, va battuto politicamente.
Si deve osservare che il centrosinistra ha fatto l'impossibile per fallire in questo compito. Quando è riuscito, con fatica immensa, a vincere le elezioni, entrambe le volte la sua classe dirigente ha reso vano il successo e ha fatto cadere il governo di chi aveva, nonostante l'enorme disparità di mezzi, battuto Berlusconi. E sia quando ha vinto sia quando ha perso il centrosinistra ha fatto tutto il possibile per convincere gli italiani in generale e il suo stesso elettorato in particolare a considerare normale il fatto che un possessore di mezzi di comunicazione potesse salire al vertice del potere politico. Quanto alla via giudiziaria, il centrosinistra non l'ha mai davvero perseguita e anzi si è ingegnato a complicare oltre misura l'attività della magistratura e a contenerne il ruolo di controllo sulla legalità.
Non sappiamo se con la sconfitta in Sardegna abbiamo toccato il fondo. A questo punto dovremmo augurarcelo. Ma è troppo presto per parlare di rivincita. C'è però una lotta da fare prima ancora della rivincita: bisogna scongiurare il pericolo che Berlusconi salga al Quirinale. Chi non fa mistero dell'intenzione di sfigurare la Costituzione non può esserne il custode. Il campione dell'interesse privato non può essere il garante dell'interesse pubblico. Berlusconi al Quirinale: mai.

Pancho Pardi

martedì 17 febbraio 2009

I parlamentari disobbediscano

PANCHO PARDI
17 Febbraio 2009

Prendiamo atto che il governo vuole introdurre la censura. Con la nuova legge sulle intercettazioni telefoniche il governo attacca direttamente gli editori, li minaccia di pene e di multe salate se oseranno pubblicare ciò che finora era possibile pubblicare in base al diritto di cronaca. Un solo esempio: con questo sistema non avremmo saputo nulla dell’affare Parmalat e dei danni a decine di migliaia di piccoli risparmiatori.

Gli esperti di diritto si eserciteranno nell’analisi e nella spiegazione di questa nuova trovata del centrodestra. Ma è fin da subito facile tirare una conclusione: per impedire che l’attività dei potenti venga conosciuta dall’opinione pubblica, il governo è pronto a minare alla radice le possibilità di indagine e conoscenza su tutti i reati. I giornalisti non potranno più dare informazioni sui processi, né potranno nominare i magistrati e gli imputati fino che tutta l’udienza preliminare non sarà conclusa. Passeranno anni. E quando si saprà sarà sempre troppo tardi.

E nella nuova legge di controriforma della giustizia si prepara una perla per impedire che l’eventuale condanna di Mills per corruzione si traduca in pubblico riconoscimento del ruolo di chi l’ha corrotto. Indovinate chi.

A questo punto si deve inventare qualcosa di più della mobilitazione classica. Opposizione parlamentare e manifestazioni di piazza sono obbligatorie. Ma ci vuole un’iniziativa speciale. Se in Italia gli editori diventano punibili perché pubblicano ciò che nel resto del mondo si continuerà a pubblicare, è necessario organizzare un nuovo tipo di disobbedienza civile.

I parlamentari che non vogliono condividere questa infamia si mettano a disposizione nell’esercizio delle loro funzioni per diffondere pubblicamente ciò che non si dovrà più sapere. Chi si intende della materia provi a immaginare soluzioni creative e a proporre suggerimenti in merito. Chi non lotta si consegna inerme al dominio di un potere incontrollabile.

domenica 28 dicembre 2008

LA DERIVA

ITALIA DEI VALORI
PANCHO PARDI

Riporto un mio articolo, pubblicato su Micromega di mercoledì 24 dicembre, in tema di alleanze.

"Forse è ormai tardi per commentare il risultato elettorale dell’Abruzzo, ma la sequenza degli scandali di argomento urbanistico diffusi in varie regioni lo fa restare tema d’attualità. E purtroppo con qualche temibile proiezione verso il futuro.
Dopo la vicenda Del Turco, indipendentemente dal suo aspetto giudiziario, era impossibile per il centrosinistra vincere in Abruzzo. Allo stesso modo, ma in misura ancora maggiore, era stato impossibile vincere in Campania nelle ultime elezioni politiche: Bassolino e le montagne di spazzatura avevano precluso ogni speranza.
In Abruzzo, la battaglia elettorale è stata combattuta con grande intensità solo da Italia dei Valori. Tutti i testimoni attendibili raccontano che il Partito Democratico si è impegnato solo in parte. Molti pensano che la parte che ha dosato al minimo le sue forze l’abbia fatto con lo scopo di indebolire Veltroni. Ma anche senza immaginare retroscena maliziosi, resta il fatto di un risultato micidiale. Il 15 % di IdV è assai lusinghiero per il partito ma non compensa il 20 % del PD, catastrofico per la coalizione.
Il suggello sul risultato l’ha posto, il giorno dopo il voto, l’incriminazione del sindaco di Pescara, che era stato peraltro uno dei candidati più accreditati per la presidenza regionale prima che la coalizione scegliesse Costantini. Immaginiamo solo come sarebbe stata commentata la situazione abruzzese se al posto del deputato di IdV fosse stato candidato il sindaco di Pescara. La cui situazione giudiziaria ora alleggerita non comporta certo una rivalutazione politica della sua eventuale candidatura.
Ma la brutalità del risultato non solo non invita al silenzio ma addirittura scatena i sostenitori della scelta più autolesionista per il centrosinistra. C’è una varietà di posizioni che sostengono, con argomenti e obbiettivi diversi, la cosiddetta vocazione maggioritaria. Questa richiederebbe da parte del PD la scelta di andare da solo, necessaria per manifestare appieno tutta la sua natura riformista, sfigurata dall’alleanza con IdV. Ora sarebbe crudele infierire sulla base del voto abruzzese. Dove possa arrivare da solo il PD partendo dal 20 % dei suffragi lo vede ognuno da sé: non gli basterebbe nemmeno raddoppiarli, prospettiva ben lontana dalla sua portata.
Ma Follini propone al PD di lasciare IdV e allearsi stabilmente con l’Udc. Cosa che in Abruzzo significa aggiungere al 20 il 5%. Ecco, dopo aver aggiunto una cognata o un cugino, bisognerebbe raddoppiare il 25 per arrivare al 50 %, più uno, necessario a vincere. E sul piano nazionale? Al confronto con l’Abruzzo, qui Follini ha minori difficoltà, anche se non è semplice oggi valutare la somma delle due forze che vuole unire. Il PD oggi è dato dai sondaggi intorno al 28 % ma con un po’ di fiducia – e considerando, con un potente sforzo di volontà, ininfluenti le altre vicende giudiziarie in Campania, Basilicata, Toscana - si potrebbe assumere il 33 % raggiunto nelle ultime elezioni e sommarvi l’incerta percentuale nazionale dell’Udc: sempre meglio che in Abruzzo ma sempre al di sotto del 40 %. Una quota con cui non è possibile vincere in un sistema bipolare.
E’ inevitabile chiedersi: per quale motivo l’alleanza con l’Udc sarebbe preferibile a quella con IdV? Senza dubbio meno efficace sotto il profilo dei numeri, che in democrazia qualcosa contano, dovrebbe almeno essere assai più persuasiva dal punto di vista politico, quindi additare una prospettiva, magari meno a portata di mano, ma più suscettibile di ampliamenti futuri. Ma quale prospettiva può garantire l’alleanza con l’Udc se non la deriva verso un centrismo asfittico e per di più velleitario dato che tutto il lato destro del centro è saldamente presidiato dal centrodestra e dal suo monopolio mediatico?
Tuttavia Follini propone almeno un’alleanza. Nega la validità per il PD della scelta solitaria e invita a un rapporto per ora ben poco invitante dal punto di vista della percentuale ma, nelle sue intenzioni, dinamico nel futuro.
Ci sono invece i sostenitori della scelta solitaria presa sul serio, come unica via di uscita dalla situazione attuale. Il primo autore di questa scuola era lo stesso Veltroni, al quale però tutti i sostenitori della vocazione maggioritaria rimproverano fin dall’inizio scarsa coerenza per avervi rinunciato a favore dell’alleanza con IdV. Oggi, tutti costoro – con larga varietà di accenti ma con una intesa di fondo, che corrisponde alla presenza sulle pagine del Corriere e in parte di Repubblica – insistono sulla necessità per il PD di andare solo davvero, rinunciando ad alleanze che appaiono loro debilitanti. Nessuno di loro sa e vuole spiegare per quale alchimia un PD in calo, o al massimo stazionario, dovrebbe riguadagnare consensi solo perché rinuncia all’alleanza con IdV che porta alla coalizione il beneficio di un aumento dei consensi. E in ogni caso chi sostiene che il PD da solo può raggiungere la maggioranza dovrebbe almeno indicare quale parte dell’elettorato, che ora gli nega il voto, sarebbe indotto a premiare la sua solitudine.
Di fronte alla mancanza di una spiegazione razionale, qui si deve in realtà immaginare un nuovo regno della speranza. Una speranza moltiplicata, come la fede, dalla durezza degli ostacoli. Tanto più ardua la difficoltà, tanto più grande il merito. Così non solo si sopravanza di un balzo la terribile prospettiva di salire dal 28, o dal 33, sopra al 50 % con un partito senza alleati. Ma addirittura si ritiene la meta realistica per un partito che ora deve fronteggiare una crisi a tutti i livelli e che vede destituita di credibilità una porzione non piccola di quella classe dirigente nelle assemblee elettive regionali, provinciali e comunali, che era stata un giorno la sua forza originaria e diffusa.
Invece oggi appare sempre più chiaro come la connessione tra politica, amministrazione, gestione del territorio e affari rappresenti il comune terreno di coltura di una sterminata rete di conflitti d’interesse. Ciò forse aiuta a spiegare perché il centrosinistra sia stato sempre così refrattario a legiferare sul tema, anche quando ne aveva piena facoltà. Ed è un tremendo contrappasso che oggi solo il centrosinistra, nella sua parte cospicua impersonata dal PD, sia chiamato a rappresentare sulla scena pubblica tutte le tare possibili di quella rete di conflitti, quando il suo massimo esponente assiste dall’alto – incontaminato perché ormai sciolto dal vincolo delle leggi, trionfante e con la mente al Quirinale – alla macerazione dell’avversario che non ha saputo e voluto fermarlo quando poteva.
Si tocca qui con mano quanto pesi l’inerzia, l’irresolutezza, la sottovalutazione del pericolo, la mancanza di volontà nell’affrontarlo, che il centrosinistra ha manifestato negli ultimi quindici anni. Ma oggi, più che la rassegna ormai accertata degli errori commessi, preme un interrogativo che ha qualcosa di angoscioso: come può un partito indebolito, indeciso sulla strada da prendere, e con una classe dirigente scossa fin dalle sue fondamenta, rifiutare il contributo delle forze che avevano da tempo esercitato la lotta che lui non ha voluto e saputo fare?
In realtà chi pensa che il PD debba camminare senza alleati ritiene che esso debba competere sullo stesso terreno del centrodestra. E infatti si sprecano gli inviti ai colloqui su tutti i temi scottanti. Il PD collabori a una riforma della giustizia che limiti la magistratura nel controllo di legalità sull’operato della politica. Proponga una sua versione di rafforzamento del potere esecutivo accompagnato da qualche dolciastra compensazione per le diminuite potestà del Parlamento. Consideri con favore la scomparsa, possibilmente definitiva, della rappresentanza politica degli elettori di sinistra. Appoggi il ridimensionamento delle organizzazioni sindacali e si adatti alla crescente e irresistibile precarietà di quasi tutti i lavori. Acconsenta a privatizzare i beni comuni. E infine rinunci a incidere sul monopolio dell’informazione del presidente del consiglio e magari si adatti, in nome della pacificazione, a farlo salire alla massima carica dello stato. E chissà che così non si apra una nuova stagione di opportunità…
Certo, per questa prospettiva, non c’è davvero bisogno di alleanze. E soprattutto le alleanze non sarebbero nemmeno immaginabili con chi in questi anni ha promosso e accompagnato le lotte del protagonismo civile. Ma, sulla soglia di una scelta fatale, consideri il PD che se questa è la vocazione maggioritaria essa garantirà un eterno destino di minoranza. Minoranza impotente di fronte al dominio spettrale di un soggetto che non era eleggibile e che in qualsiasi democrazia sarebbe incompatibile con l’esercizio del potere politico."

lunedì 20 ottobre 2008

Le mani sulla consulta


PANCHO PARDI
ITALIA DEI VALORI
20 Ottobre 2008

In una repubblica normale sarebbe difficile spiegare ai cittadini come si possa immaginare un baratto tra le nomine, da una parte, del giudice da anni mancante nella Corte Costituzionale e, dall’altra, del presidente della Commissione di vigilanza sulle telecomunicazioni.

La prima è carica di assoluto rilievo costituzionale: la Corte, come si sa, è l’unico organo che possa giudicare la costituzionalità delle leggi. La seconda è al massimo una carica di rilievo istituzionale, ma soprattutto di rilievo politico: la consuetudine infatti attribuisce all’opposizione la presidenza delle commissioni cosiddette di controllo e quindi anche della Vigilanza sulle telecomunicazioni. Sono entità incommensurabili, non solo per profonda differenza di rango ma anche perché non c’è motivo al mondo per cui i componenti della Corte Costituzionale debbano essere scelti in base all’appartenenza politica, mentre il criterio di scelta politica è naturale e inevitabile nel caso della Vigilanza. Anche se per quest’ultima le parti politiche di solito si impegnano a proporre persone dotate di equilibrio e capacità di dialogo.

Per capire come un fatto impossibile possa invece accadere in Italia, basta svelare a chi non lo sa (forse quasi tutti) che la maggioranza ritiene che il giudice da eleggere deve essere da essa stessa proposto, perché a suo tempo si era dimesso un giudice costituzionale che per generale ammissione era in quota al centrodestra. Si tratterebbe dunque di una sostituzione, anche se procrastinata nel tempo. Ma in ogni caso non si capisce perché i due atti debbano essere così strettamente connessi. Appare massima l’intenzione di far apparire all’intera opinione pubblica l’evidenza dello scambio reciproco: Pecorella alla Consulta in cambio di Orlando alla Vigilanza. L’avvocato di Berlusconi, e promotore sostanziale di provvedimenti ad personam a suo favore, deve andare a giudicare la costituzionalità delle leggi, se il centrosinistra vuole alla presidenza della Vigilanza Leoluca Orlando, già sindaco di Palermo e deputato dell’Italia dei Valori.

E siccome la votazione per la Corte Costituzionale è stata un discreto disastro per Pecorella, ora Berlusconi dice: scordatevi Orlando alla Vigilanza. Era evidente la duplice debolezza della candidatura Pecorella: coinvolto in un’indagine per favoreggiamento al suo difeso Zorzi, imputato nella strage di Brescia, e per di più gravato da un conflitto d’interessi evidente. Ma il gioco è truccato. Il disastro nel voto per Pecorella dipende non dal centrosinistra ma dal centrodestra che ha fatto mancare all’appello circa un centinaio di voti: forse metà dovuti alla partenza obbligata dei parlamentari prima dello sciopero dei voli aerei, ma l’altra metà spiegabile solo con disaccordi interni. Qualche fine interprete immagina che la candidatura Pecorella fosse imposta da opportunità interne alla maggioranza ma che al tempo stesso ne fosse anche previsto il fallimento, per far avanzare altre candidature meno ingombranti e più conformi allo scopo. Se avanza questo gioco, la maggioranza pretenderà comunque un giudice costituzionale favorevole a Berlusconi e al tempo stesso considererà superata la candidatura Orlando per la caduta del “patto di scambio”. Patto impossibile, inesistente e tuttavia accreditato.

Accreditato, ma non da tutti. Qualche giorno fa Berlusconi proclamava: non voglio Orlando a nessun costo; datemi una rosa di nomi, purché non ci sia Giulietti, deputato eletto nell’Italia dei Valori. Il che ha permesso a Giulietti di ribattere, in replica elegante, di sentirsi onorato dall’ostracismo. Alla fine risalta più che esplicita la pretesa di Berlusconi di mettere le mani sulla Consulta. Vuole garantirsi un controllo amichevole sulle leggi ad personam e in particolare sul Lodo Alfano che lo rende immune e impunibile qualsiasi cosa abbia fatto e faccia. Vuole aggiungere al suo smisurato potere extraistituzionale e al suo altrettanto smisurato potere politico anche il potere di controllo sulla legittimità delle leggi, in particolare quelle che lo riguardano.

E siccome c’è sempre qualcuno disponibile ad aiutare chi ha già mezzi bastanti per aiutarsi da solo, il presidente emerito Cossiga propone uno scambio solo in apparenza simmetrico: la maggioranza voti Violante al posto del mancato Pecorella e il Presidente Napolitano, appena si libererà un posto in Consulta, nomini lui stesso Pecorella. Non è affatto detto che Napolitano accetti il suggerimento. La proposta è sfacciata: se riuscisse sarebbe la soluzione finale per la Consulta.

martedì 30 settembre 2008

Berlusconi al Quirinale, inciucio Massimo



MICROMEGA
29 settembre 2008


Si può sperare che non sia vero. Se è vero...


La Repubblica riporta, in parte tra virgolette, un’opinione di D’Alema. La prima parte è analitica: Berlusconi gestisce il Parlamento come un’azienda, pensa di poter comandare solo lui. Considera diritto dell’opposizione solo la sua possibilità di dichiararsi d’accordo con lui. E’ difficile poter dialogare con un soggetto che concepisce solo il monologo.
Sono cose note da molto tempo ma fa piacere che anche D’Alema, dopo lunga riflessione, ci sia arrivato.


La seconda parte è sintetica e trae dalla prima una conclusione sorprendente.
Berlusconi dunque è fatto così. Ma se ci fosse il presidenzialismo, Berlusconi potrebbe aspirare al ruolo e l’esistenza di pesi e contrappesi gli consentirebbe di governare meglio.


Speriamo che la stranezza della conclusione dipenda tutta dalla fretta del giornalista. Se invece il pensiero è stato riportato correttamente sono dolori. Nostri, è ovvio.


Intanto ringraziamo il cielo che non ci sia il presidenzialismo. Mancando questa condizione si può sperare che anche D’Alema ritenga che nelle condizioni attuali (a Costituzione invariata) il ruolo di presidente della repubblica sia precluso al monopolista. Sarebbe simpatico sentirlo dire senza ambiguità.


Motivo di timore è la logica concessiva: l’esistenza di pesi e contrappesi sarebbe fattore capace di rendere accettabile l’eventualità di un monopolista televisivo al vertice dello stato e, in subordine, di un pluriimputato per corruzione della magistratura alla presidenza del Consiglio superiore della magistratura.
Ma ancora più preoccupante è il doppio carattere della logica concessiva. D’Alema non valorizza l’esistenza di pesi e contrappesi come possibili impedimenti a un perfezionamento temibile dell’anomalia istituzionale che ha inquinato la politica italiana. Gli piace invece immaginare che pesi e contrappesi diano all’anomalo la possibilità di governare meglio.


Uno dei maggiori capi dell’opposizione ha tolto l’anomalia italiana dall’orizzonte dei suoi pensieri e si preoccupa solo del fatto che possa governare bene.
Un antico detto dice: con un amico così non ha bisogno di nemici. Qui funziona bene il suo rovescio: con un nemico così Berlusconi non ha bisogno di amici.

Pancho Pardi

sabato 13 settembre 2008

Pecorella e Violante, assalto bipartisan alla giustizia



Pancho Pardi
12 settembre 2008
Micromega


Fin dall’inizio della sua avventura Berlusconi si è fatto scortare in Parlamento da una nutrita compagnia di suoi avvocati. Nei primi tempi passavano la maggior parte del loro tempo a difenderlo dai processi e dedicavano all’attività legislativa solo i ritagli di tempo.

Ora che il Lodo Alfano li ha sollevati da qualsiasi peso processuale hanno molto più tempo a disposizione. E gli effetti si vedono. Ne riferisce Dino Martirano sul Corriere.

Gaetano Pecorella ha sfornato una proposta di legge costituzionale che sfigura l’intero assetto della giustizia e perfeziona la resa dei conti di Berlusconi con la magistratura..

Giudici e pubblici ministeri vengono separati all’origine con due diversi concorsi di ingresso. E ci saranno per loro due diversi consigli superiori della magistratura. Non senza ironia si immagina che quello dei pubblici ministeri venga presieduto dal ministro della giustizia: se il pm possa o non possa essere sottomesso all’esecutivo diventerà discussione di sapore archeologico.
Viene istituita una Corte di giustizia disciplinare in cui i magistrati e non togati saranno di pari numero: solo grazie alla clemenza di Pecorella non saranno in minoranza.

Ci sarà una Cassazione centrale per i reati gravi e Cassazioni regionali per i reati minori: si accettano scommesse su dove finiranno i reati di natura finanziaria e corruttiva.

Unica reale misura garantista è la custodia cautelare sul modello francese: si va in carcere solo dopo il contraddittorio davanti al giudice. Ma c’è da vedere in quali condizioni diverse vi arriveranno imputati di diverso peso.

L’obbligatorietà dell’azione penale sarà regolata per legge. Anche qui sarà interessante controllare il diverso destino tra i reati comuni e reati dei colletti bianchi.

In pratica la proposta Pecorella sovverte integralmente tutte le disposizioni fondamentali della Costituzione vigente.

E poiché le modifiche costituzionali sono laboriose e l’esperienza insegna che possono essere bocciate dal popolo nel referendum consultivo, il centrodestra mette all’opera i suoi tecnici anche su un piano più pratico e meno visibile. Su Repubblica D’Avanzo ha sostenuto che c’è un disegno per sottrarre la polizia giudiziaria al controllo del pubblico ministero. E’ cosa assai meno vistosa di una riforma costituzionale ma può essere altrettanto insidiosa.

Se la polizia giudiziaria non risponde al magistrato è normale che risponda all’autorità da cui dipende: il ministero dell’Interno. E potrebbe far sapere al giudice solo le cose filtrate dal controllo di quel ministero. L’autonomia del pubblico ministero non sarebbe nemmeno sfiorata ma la sua azione ne risulterebbe devitalizzata all’origine. D’Avanzo scrive che su questo progetto ci sarebbe un’intesa tra Ghedini e Violante. Sempre su Repubblica Violante smentisce ma in una forma che conferma la sua intenzione di dare alla politica un ruolo di indirizzo sull’azione giudiziaria: precisamente ciò che “la politica” vuole e che la Costituzione impedisce.

Negli ultimi tempi è circolata assai la voce secondo cui Violante sarebbe candidato autorevole per la Corte Costituzionale. La sua smentita odierna è preoccupante almeno per due motivi: il suo tono potrebbe confermare che la candidatura è reale; le sue dichiarate intenzioni fanno temere sul serio che possa raggiungere quel ruolo ed esercitarlo.

Non sarebbe confortante scoprire tra qualche anno qualcosa di simile a quando si è dovuto ascoltare quel suo intervento in Parlamento rivolto al centrodestra: …ve l’avevamo detto che non toccavamo le reti televisive di Berlusconi…era ineleggibile ma nella giunta per le elezioni l’abbiamo votato…