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martedì 13 luglio 2010

Così la "cosca" tentò l'aggancio a Letta Tutti gli uomini dell'Operazione Insider


Il modus operandi - scrivono i carabinieri - rivela una struttura riservata costituita da Carboni, Martino e Lombardi. Il gruppo ha due referenti politici: Dell'Utri e Verdini

di FRANCESCO VIVIANO

Quindicimila pagine, ore ed ore di intercettazioni, di conversazioni tra affaristi, magistrati e politici. E tra questi il coordinatore del Pdl, Denis Verdini ed il creatore di Forza Italia, il senatore Marcello Dell'Utri. Tutti insieme a tramare, ad organizzare convegni per pilotare affari, assunzioni ed anche candidature politiche. Sponsorizzandole oppure tentando di affossarle diffondendo false informazioni. Un'operazione mastodontica che fa tremare tanti palazzi e che i carabinieri coordinati dal procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, hanno chiamato "Operazione Insider".

I "pupari" di questa associazione, definita dai magistrati "massonica" tanto da ipotizzare il reato di violazione della leggi Anselmi anche per Denis Verdini e Marcello Dell'Utri, erano il noto faccendiere ed ex P2 Flavio Carboni, il geometra tributarista, Pasquale Lombardi e l'imprenditore napoletano, Arcangelo Martino. Tutti insieme a tramare, a "nominare" politici e magistrati, a tentare di fare affari con milioni (molti transitati dal Credito Cooperativo fiorentino di Denis Verdini) da parte di imprenditori che facevano cordata con Carboni ed Arcangelo Martino. E, come dimostrano le numerose intercettazioni telefoniche agli atti dell'inchiesta, gli indagati riuscivano ad avere rapporti con i vertici della magistratura, del Csm, della Corte Costituzionale, e con molti capi di Procure italiane, non esclusa quella di Firenze che proprio in quei mesi stava indagando sul G8, sui grandi appalti della Maddalena e sulla Scuola dei Marescialli.

"Il modus operandi e le attività degli indagati rivela una vera propria struttura riservata - scrivono nell'informativa del 18 giugno scorso i carabinieri di Roma - costituita e partecipata da Flavio Carboni, da Arcangelo Martino e da Pasquale Lombardi.. Una organizzazione che svolgeva in maniera sistematica e pianificata un'intensa, riservata ed indebita attività di interferenza sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali di amministrazioni pubbliche allo scopo di ottenere vantaggi economici o di altro tipo. Un gruppo che si giova dell'appoggio di due referenti politici, i parlamentari Dell'Utri e Denis Verdini. Altri personaggi vicini al gruppo che prendono parte alle riunioni nel corso delle quali vengono impostate le principali operazioni e che paiono fornire il proprio contributo alle attività d'interferenza sono individuati nei giudici Arcibaldo Miller, Antonio Martone ed il sottosegretario alla giustizia, Giacomo Caliendo".

In particolare il rapporto dei carabinieri rileva che le operazioni più importanti del sodalizio riguardavano "l'operazione Lodo Alfano" che si discute durante una riunione in casa di Denis Verdini, presente Dell'utri, Carboni, Martino e Lombardi ed alti funzionari dello Stato per "pianificare l'avvicinamento di alcuni Giudici Costituzionali".

E, soprattutto Lombardi vantava amicizie e rapporti, molte vere altre millantate con magistrati e politici, compreso Gianni Letta. E nel rapporto c'è una conversazione tra Pasquale Lombardi e Nicola Cosentino, che era candidato alla presidenza della Regione Campania e che è stato poi sostituito perché raggiunto da una richiesta di custodia cautelare in carcere. Ed in questa conversazione i due parlano di Gianni Letta che dovrebbe intervenire a favore di Cosentino.

"Lombardi invita il Cosentino a spingere tale Letta (evidentemente il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta) a chiamare una terza persona (evidentemente il Carbone). E si riporta la conversazione. Lombardi: "Nicò stammi a sentire, tu domani stai a Roma? Benissimo allora io ho fatto il novanta per cento e il dieci per cento lo fai tu . Cioè tu domani mattina te ne va un po' da Letta, mi segui? Il quale è in ottimi rapporti con il mio amico". Cosentino che risponde sempre "Si", dice "Vabbè, Vabbè" . Ed ancora Lombardi: "Vai... già ha parlato Pasqualino, chiamalo annanzi a me e digli che ci tieni pure tu perché io ce l'aggio ditto a nome suo pure, ha capito... Gianni, allora domani mattina fammi sapere, davanti a te deve chiamare..". Ed il giorno dopo Lombardi chiama Flavio Carboni per sapere se Gianni Letta, gli ha telefonato. Carboni risponde di no ed il Lombardi gli dice che lo chiamerà. Ma Letta non chiama e sempre Lombardi il giorno appresso ancora sollecita Cosentino di far Chiamare Carbone da Letta. Lombardi: "Nicò chillo (Gianni Letta ndr) non ha chiamato ancora, io aggio parlato cu chillo. Cosentino risponde dicendo di non essere riuscito a parlare ancora con Gianni Letta e Lombardi lo rassicura:" s'adda fa Nicò, io domano stongo pure io a Roma se ci vulimmo da Letta ci vengo pure io, cchiu di chisto (più di questo ndr) non tu posso fa".

C'è poi un'altra intercettazione del 2 marzo del 2010 Flavio Carboni e Dell'Utri durante la quale parlano di questa "opposizione feroce di Fini" alla candidatura di Nicola Cosentino. Carboni: "Le azioni del Nicola sono scese notevolmente". Dell'Utri: "Si è vero perché c'è questa opposizione feroce di Fini.. si è Fini il quale domani incontrerà il Presidente, domani si vedrà".

E sempre sulla vicenda Cosentino, c'è una conversazione del 21 gennaio 2010 tra Martino e lo stesso sottosegretario. I due convengono sul fatto che i leader del Pdl insistono sulla candidatura di Caldoro alla Presidenza della Regione Campania, malgrado le segnalazioni sui presunti e falsi scandali che avrebbero potuto coinvolgere l'aspirante Governatore campano.

Martino: "Questi se ne fottono - dice riferendosi ai dirigenti del Pdl - io questa la chiamo arroganza". E Cosentino: "Esatto, è arroganza". Martino: "Noi diciamo guardate c'è una buca e loro ci vogliono cadere dentro". Martino: "E' un problema serio, l'unica cosa che non ancora acquisito del tutto è riscontri e informazioni ma nel momento in cui lo faranno troveranno il sistema per dire ..." . Martino: "Se incominciano a cavalcarla politicamente (riferendosi alle false accuse nei confronti di Caldoro ndr) diventa un problema recuperarla.. Il danno lo avranno". Cosentino è d'accordo. "Il problema lo avranno e lui (Caldoro ndr) dovrà farsi da parte". Ma il "dossieraggio" nei confronti dell'On. Caldoro "risulta evidente come la ragione che sta alla base degli interventi effettuati dall'organizzazione in esame non siano collegati a problematiche di carattere politico-ideologico ma a questioni di mero interesse del gruppo. Quando infatti il tentativo di abbattere la candidatura di Caldoro mediante l'uso dei documenti diffamatori risulta non avere successo, io componenti dell'organizzazione ipotizzano di mutare schieramento politico e di appoggiare il candidato della sinistra".

Ed ancora sulla vicenda Cosentino c'è una conversazione telefonica tra Martino e Carboni. Martino:"puoi informarti se è già delineata la candidatura del governatore qua in Campania? Deve fare subito l'incontro con me, per tutte le ragioni che tuoi puoi capire". Carboni risponde: "Allora io chiamo Verdini, è l'unica cosa".
Lombardi parla poi con Cosentino e fa il nome di Dell'Utri: "Lui (Dell'Utri ndr) è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il sei (giorno della decisione sul Lodo Alfano) e allora giustamente ci deve dare qualche cosa e non ha ddà scassà o cazzo..".

Sempre sulla vicenda Caldoro-Cosentino c'è una conversazione intercettata dai carabinieri tra Martino e l'assessore campano, Ernesto Sica, da ieri dimissionario, per concordare la campagna di diffamazione nei confronti di Caldoro. Sica riferisce a Martino di "avere minacciato Verdini", avanzando la sua candidatura alla Presidenza della Regione Campania. Sica dice che sarebbe stato disposto a "mettere in piazza" tutto quello che sa in relazione a episodi successi partire dall'agosto 2007: "Ho detto sono un sindaco di paese.. però sappia il Presidente che io non mi fermo, io racconterò d'agosto 2007 fino ad oggi cosa è accaduto... Berlusconi può fare tutto".

Alla fine invece Caldoro viene eletto Presidente della Regione. E per la "nuova P3" nella nomina c'è lo Zampino di Mara Carfagna. Dice Martino a Sica: "c'è chi si è battuto in maniera violentissima, c'è stato anche un litigio nella riunione, questa Carfagna, capito?. Hanno agito in maniera molto violenta anche contro di te e lei (Carfagna ndr) sostiene Caldoro lo fa perché il pelo".

Agli atti anche una conversazione tra Lombardi ed il sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo in cui l'indagato facendo riferimento alle pressioni su Carbone (Presidente della Corte di Cassazione) per giungere alla designazione di Marra alla presidenza della Corte d'Appello di Milano, parla del progetto di legge che avrebbe dovuto aumentare l'età pensionabile degli alti magistrati: "allora te lo devi lavorare tu - dice Lombardi a Caliendo - perché io me lo sono già lavorato già bene, gli ho fatto prevedere i tre anni e gli ho fatto vedere che se non succede questo succede l'altra cosa quindi lui tutto contento e soddisfatto gli ho detto vedi che Giacomino (Caliendo nmdr) sta facendo tutte le operazioni che vuoi tu".

Dalle intercettazioni emergono strettissimi rapporti, quanto meno confidenziali tra Pasquale Lombardi e numerosi vertici giudiziari tra questi il presidente della Corte di Cassazione ed il procuratore di Firenze, Pino Quattrocchi. Il 17 febbraio scorso, proprio nel pieno delle inchiesta sul G8, il procuratore Quattrocchi chiama Lombardi. Quattrocchi: "Pronto!". Risponde Lombardi e gli dice :"ohe Pino come stai." e gli spiega che sta organizzando un convegno a Milano "dove parteciperanno la maggior parte dei pubblici ministeri, di Napoli, di Roma e Milano e quindi vorrei fare partecipare anche a voi. Ci sono io, Caliendo, Martone anche un po' Alfonso Marra che mo è l'attuale Presidente della Corte d'Appello di Milano".

Quattrocchi risponde che farà girare la notizia tra i suoi colleghi di Firenze e Lombardi lo rassicura che sarà tutto gratis: "Dimmelo perché giustamente devo provvedere ai viaggi che venite da Firenze su Milano e ritorno.. quindi albergo e tutto quello che potrà servire. E Quattrocchi: "va bene Pasquale, ti ringrazio molto".
Una parte del rapporto dell'Operazione Insider è dedicata agli affari. "la veicolazione da parte del Carboni e del Martino di ingenti somme di denaro in direzione di esponenti politici e personaggi collegati a imprese pubbliche con cui essi risultavano sostanzialmente contraenti. Tali Operazione finanziarie sospette risultavano oggettivamente connesse alle attività imprenditoriali da essi svolte (iniziative pale eoliche in Sardegna e accordo quadro con una società a partecipazione pubblica nel nord Italia".

"Come detto -scrivono ancora i carabinieri- i parlamentari Dell'Utri e Verdini partecipano alle attività di pianificazione ed esecutive relative ad alcune delle operazione realizzate dal gruppo. Si fa riferimento in particolare agli interventi collegati all'operaizione imprenditoriale in Sardegna e a quelli svolti nell'ambito delle operazioni sul Lodo Alfano. Ancora, sia il Verdini che il Dell'Utri, risultavano apparentemente coinvolti in alcune operazioni finanziarie sospette condotte dal Carboni, nell'ambito delle quali egli ha veicolato titoli per centinaia di migliaia di euro messi a disposizione da un imprenditore romagnolo coinvolto nell'operazione parchi eolici negoziati successivamente dallo stesso Verdini o da persona da lui delegata". Le operazioni per ottenere appalti hanno evidentemente buon fine, Flavio carboni parla con Ignazio Farris ed è soddisfatto: "Ho fatto io un intervento abbastanza determinato. L'altro l'ha fatto Denis altrettanto chiaro e infine Marcello come sempre ha messo la sua... Tutto bene benissimo, non poteva andare meglio". Ed ancora Carboni e Dell'Utri discutono della nomina imminente di Ignazio Farris a presidente dell'Agenzia per l'ambiente della Sardegna. Carboni ironicamente: "Una bella notizia, quindi lo devo a te.. Lo faranno tra domani e dopodomani... Pare che ci abbiano concesso duecento megawatt.. a Carlo De Benedetti che era l'uomo portato da Soru ( l'ex presidente della regione Sarda ndr)"-. Dell'Utri annuisce, sembra indispettito:" E sì, come no..". Si lamenta anche Carboni:"Ecco, quindi evidentemente questa nostra amministrazione... ma, che ti devo dire..".

(13 luglio 2010)

sabato 22 agosto 2009

Gli eritrei superstiti della tragedia adesso rischiano l'incriminazione


di CARLO CIAVONI e FRANCESCO VIVIANO


I cinque eritrei sopravvissuti alla tragedia avvenuta nel Canale di Sicilia rischiano l'incriminazione per immigrazione clandestina. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Agrigento, Renato Di Natale, precisando la linea d'inchiesta che si sta seguendo. Il reato ipotizzato contro ignoti è anche quello di omicidio colposo plurimo. Sullo sfondo invece resta l'ipotesi di omissione di soccorso dei 73 immigrati morti in mare.

Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, c'è da ascoltare anche i commenti, che vogliono restare anonimi, di alcuni magistrati della Procura e le parole pronunciare a denti stretti di molti agenti della Guardia di Finanza, per capire che, sia gli uni che gli altri, per effetto del recente decreto sicurezza del Governo, sono costretti a lavorare rischiando quotidianamente l'incriminazione.

Un militare impegnato su un'unità navale a largo di Lampedusa, che pretende l'anonimato assoluto, confessa: "Se facciamo salire a bordo della motovedetta, che è territorio italiano, gli immigrati trovati in mare, per non infrangere la legge, in pochi secondi dovremmo improvvisarci medici, per stabilire se il clandestino al quale tendiamo la mano è malato oppure no".

"Oppure essere capaci di stabilire, con un'occhiata veloce, se quel disgraziato, che non parla italiano, mezzo morto di sete e fame, mentre piange e chiede aiuto, ha diritto di ricevere asilo politico perché dal suo paese non si può che fuggire, anche a costo della vita"

Ma intanto, il procuratore Di Natale non può che dichiarare ai giornali che: "Fino a questo momento stiamo procedendo per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e omicidio colposo plurimo a carico di ignoti". L'ipotesi di omissione di soccorso per i 73 inghiottiti dal mare del Canale di Sicilia, resta sullo sfondo.

Secondo le prime ricostruzioni, l'equipaggio della motovedetta maltese, infatti, si sarebbe limitato a fornire loro cinque salvagente e il carburante per proseguire verso Lampedusa. Anzi, stando alle dichiarazioni dei maltesi, gli eritrei "stavano benissimo" e avrebbero addirittura rifiutato i soccorsi.

"La Guardia di Finanza e la Polizia italiana - spiega il procuratore - stanno svolgendo una serie di accertamenti, anche sui giubbotti di salvataggio trovati a bordo del gommone. Insomma - ha concluso il procuratore Di Natale - "si tratta di una vicenda giudiziaria molto complessa".

(22 agosto 2009)

"Intercettati dai maltesi e lasciati andare - l'ultima illusione nel viaggio dell'orrore"



FRANCESCO VIVIANO


LAMPEDUSA - Versioni che si contraddicono, mezze verità, silenzi, attorno all'ultima strage del mare nel Canale di Sicilia. Quel barcone era partito il 28 luglio dalla Libia: 73 persone, eritrei ed etiopi, uomini e donne, sarebbero morti di stenti, fame, ustioni. Solo in cinque si sono salvati, veri e propri miracolati che erano stati avvistati, avvicinati e monitorati da una motovedetta della marina militare maltese.

L'avvistamento risale a martedì. Due giorni dopo, giovedì, i maltesi hanno avvertito le autorità italiane, quando il gommone era a 12 miglia da Lampedusa.
Che la richiesta di soccorso è stata fatta dai maltesi all'Italia soltanto giovedì mattina, lo conferma il prefetto di Agrigento, Angelo Postiglione che ha inviato una dettagliata relazione al ministro degli Interni, Roberto Maroni. Ma molto resta ancora da chiarire, perché le versioni restano piene di contraddizioni.
I cinque eritrei sopravvissuti, subito dopo aver toccato terra, hanno raccontato di essere stati avvicinati dai militari che gli hanno "consigliato" di proseguire la navigazione verso Lampedusa "secondo gli obblighi internazionali di Malta", precisa un portavoce del governo maltese.

Dopo essere state chiamate in causa, soltanto ieri le autorità maltesi hanno confermato di aver incrociato il gommone già martedì accusando però i cinque sopravvissuti di avere raccontato un "sacco di bugie". Secondo i maltesi, gli immigrati hanno "rifiutato" di essere trasbordati sulla loro motovedetta e godevano di "ottima salute".

Ma i cinque eritrei continuano a raccontare tutta un'altra storia. "Eravamo partiti il 28 luglio scorso dalle coste libiche a bordo di quel gommone, eravamo in 78 - dice Solomon, 26 anni - e il giorno dopo il motore s'è fermato, e per oltre 20 giorni abbiamo vagato in mare". Seduto davanti ad un computer in una stanza del centro di accoglienza di Lampedusa, Solomon, invia con messenger messaggi a parenti e amici. Racconta che molte imbarcazioni, "grandi e piccole" li hanno avvistati senza soccorrerli e che i cadaveri sono stati buttati in mare.

L'ultimo avvistamento, due giorni prima di arrivare a Lampedusa. "S'è avvicinata la nave militare maltese, chiedevamo aiuto sperando che ci salvassero. Invece quei soldati ci hanno dato giubbotti salvagenti, acqua ed un po' di pane. Poi hanno fatto ripartire il motore dicendoci di proseguire verso nord est, verso Lampedusa". Bugie, secondo i maltesi. Quella versione, raccontata mentre i sopravvissuti riuscivano a stento a parlare ed a camminare quando sono arrivati a Lampedusa, non sarebbe vera.

"Persone in quelle condizioni, che rischiavano di morire da un momento all'altro, non possono raccontare storie" dice una psicologa del centro di accoglienza di Lampedusa. Ma i maltesi, ufficialmente, smentiscono tutto. Ecco la versione del portavoce ufficiale delle forze armate maltese, Ivan Consiglio: "Punto primo - dice - quei cinque non raccontano la verità, quel gommone era stato avvistato giorni prima, da un aereo della Missione Frontex di stanza a Malta. Sul posto abbiamo inviato un pattugliatore della nostra marina che li ha intercettati. Erano in cinque e scoppiavano di salute". E ancora: "Hanno rifiutato di essere trasferiti a bordo del nostro pattugliatore dicendo che volevano continuare la navigazione. I nostri uomini quindi sono saliti a bordo del gommone, hanno aggiustato il motore, lo hanno fatto ripartire, li hanno rifocillati dandogli anche cinque giubbotti salvagente. Sono andati via, ma non li abbiamo mai abbandonati, li abbiamo sempre "monitorati" e giovedì mattina abbiamo avvertito le autorità italiane".

Una versione, quella maltese, sulla quale sta tentando di fare luce la Procura della Repubblica di Agrigento che ha aperto una inchiesta. Nel frattempo, continua il silenzio della Guardia di Finanza. Quello che si sa è che i militari della Finanza hanno intercettato il gommone (poi affondato) e soccorso i cinque superstiti, recuperato il motore ed i cinque salvagenti. Ipotesi di reato dell'inchiesta: omissione di soccorso per un intervento che, se scattato in tempo, avrebbe potuto salvare molte vite. Intanto le ricerche continuano e sono già otto i cadaveri avvistati in mare dagli aerei.

(22 agosto 2009)

sabato 9 maggio 2009

"Li avete mandati al massacro in quei lager stupri e torture"


FRANCESCO VIVIANO


LAMPEDUSA - "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini".

I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L'ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l'ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l'avrà mai.

"Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro".

Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace".

Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell'inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?".

"Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c'era anche un'amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l'Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".

(8 maggio 2009)

"Ho eseguito gli ordini ma mi vergogno. Quei disperati ci chiedevano aiuto"


FRANCESCO VIVIANO


LAMPEDUSA - "È l'ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati", dice uno degli esecutori del "respingimento". "Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia - aggiunge - ci urlavano: "Fratelli aiutateci". Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l'abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno".

Parlano i militari delle motovedette italiane - quella della Guardia di Finanza, la "Gf 106" e quella della Capitaneria di porto, la "Cpp 282" - appena rientrati dalla missione rimpatrio. Sono stati loro a riportare in Libia oltre 200 extracomunitari, tra i quali 40 donne (3 incinte) e 3 bambini, dopo averli soccorsi mercoledì scorso nel Canale di Sicilia. Un "successo", lo ha definito il ministro Maroni, che finanzieri e marinai delle due motovedette non condividono anche se hanno eseguito quegli ordini. Niente nomi naturalmente, i marinai delle due motovedette rischierebbero quanto meno una punizione se non peggio. Ma molti non nascondono il loro sdegno per quello che hanno vissuto e dovuto fare. "Eravamo impegnati in altre operazioni - dicono fiamme gialle e marinai della capitaneria - poi improvvisamente è arrivato l'ordine di andare a soccorrere quelle tre imbarcazioni, di trasbordarli sulle nostre motovedette e di riportarli in Libia".

Non è stato facile, a bordo di quelle carrette del mare c'erano donne incinte, tre bambini e tutti gli altri che avevano tentato di raggiungere Lampedusa. "Molti stavano male, alcuni avevano delle gravi ustioni, le donne incinte erano quelle che ci preoccupavano di più, ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli e li abbiamo eseguiti. Quando li abbiamo presi a bordo dai tre barconi ci hanno ringraziato per averli salvati. In quel momento, sapendo che dovevamo respingerli, il cuore mi è diventato piccolo piccolo. Non potevo dirgli che li stavamo portando di nuovo nell'inferno dal quale erano scappatati a rischio della vita".

A bordo hanno anche pregato Dio ed Allah che li aveva risparmiati dal deserto, dalle torture e dalla difficile navigazione verso Lampedusa. Ma si sbagliavano, Roma aveva deciso che dovevano essere rispediti in Libia. "Nessuno di loro lo aveva capito, ci chiedevano come mai impiegavamo tanto tempo per arrivare a Lampedusa, rispondevamo dicendo bugie, rassicurandoli".

La bugia non è durata molto, poco prima dell'alba qualcuno ha notato che le luci che vedevano da lontano non erano quelle di Lampedusa ma quelle di Tripoli. Alla fine i marinai italiani sono stati costretti a spiegare: "Non è stato facile dire a tutta quella gente che li avevamo riportati da dove erano partiti. Erano stanchi, avevano navigato con i barconi per cinque giorni, senza cibo e senza acqua. Non hanno avuto la forza di ribellarsi, piangevano, le donne si stringevano i loro figli al petto e dai loro occhi uscivano lacrime di disperazione".

Lo sbarco a Tripoli è avvenuto poco dopo le sette del mattino: "Vederli scendere ci ha ferito tantissimo. Ci gridavano: "Fratelli italiani aiutateci, non ci abbandonate"". Li hanno dovuti abbandonare, invece, li hanno lasciati al porto di Tripoli dove c'erano i militari libici che li aspettavano. Sulla banchina c'erano anche i volontari delle organizzazioni umanitarie del Cir e dell'Onu, ma non hanno potuto far nulla, si sono limitati a contare quei disperati che a fatica, scendevano dalla passerelle delle motovedette per tornare nell'inferno dal quale erano scappati. Le donne sono state separate dagli uomini e portati in "centri d'accoglienza" vicino Tripoli. Non si sa che fine faranno.
Solo uno è riuscito a sfuggire al rimpatrio. Un ventenne del Mali che aveva intuito cosa stava succedendo a bordo e si era nascosto sotto un telone. Ha messo la testa fuori solo quando la motovedetta della Finanza è attraccata a Lampedusa, ha aspettato che a bordo non ci fosse più nessuno e poi è sceso anche lui. È stato rintracciato mentre passeggiava nelle strade dell'isola ed ha subito confessato. Adesso si trova nel centro della base Loran di Lampedusa. Un miracolato.

(9 maggio 2009)