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martedì 12 aprile 2011

Un litigio permanente


Arringando la sua folla, davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, il premier ha detto ieri di aver trascorso una «mattina surreale». Ecco: sono mesi che l'Italia vive una condizione surreale. La maggioranza più estesa della storia repubblicana è diventata ostaggio di un pugno di «responsabili» che già annunciano, obliquamente, che domani il governo potrebbe vivere momenti difficili alla Camera sulla prescrizione breve.

Le riforme «epocali», come quella della giustizia, svaporano o si rattrappiscono in provvedimenti ad personam che costringono il Parlamento a ripetute maratone condite da urla e insulti. La benefica «scossa» all'economia, annunciata con solennità quasi due mesi fa, si è arenata nel nulla. Ora è il turno del piano triennale per la «Riforma lavoro». Si spera che stavolta vada avanti, certificando fattivamente una volontà riformatrice sinora disattesa. Una speranza obbligata, mentre la maggioranza sembra inabissarsi nell'era del litigio permanente.

Si litiga con la magistratura, oramai a ritmi spossanti, con le udienze in tribunale che si trasformano nei comizi del lunedì, con le squadre dei fan e degli odiatori che si fronteggiano per strada. Si litiga con l'Europa per gli immigrati: con qualche buona ragione, ma smentita da minacce neo isolazioniste che rischiano di far ripiombare la Lega, e con essa stavolta tutta la maggioranza, in un'eurofobia autolesionista. Si litiga nel Pdl, con le cene correntizie che profilano una condizione di guerra tribale di tutti contro tutti. Scatti di nervi, tentazioni scissionistiche. E il fantasma del «25 luglio» che da reminiscenza storica si trasforma in uno scenario da incubo evocato da uno degli esponenti di punta del berlusconismo come Fabrizio Cicchitto.

La rendita assicurata dall'annessione del variopinto manipolo dei «responsabili» si sta esaurendo. Per un attimo, dopo il trionfo parlamentare nel voto di fiducia dello scorso 14 dicembre, si era pensato che la legislatura potesse affrontare la fase finale con un piglio riformatore che era mancato nei mesi precedenti: giustizia, economia, ora il lavoro. Ma nel giro di poche settimane la politica italiana sembra risucchiata nella sua nevrosi chiassosa e inconcludente. Nel frattempo, incombe la crisi economica e finanziaria, e scoppia una guerra a un passo da noi. Ma l'Italia, sottoposta a continui traumi sociali, sembra conservare una sua miracolosa tranquillità e persino l'emergenza dell'immigrazione viene affrontata tutto sommato con calma e freddezza.

Il Paese appare solido, la politica in continua fibrillazione. Il contrario del Napoleone raffigurato da Jacques-Louis David, dove il cavaliere tiene con fermezza le redini di un destriero irrequieto e smanioso: qui in Italia è invece il cavaliere - la politica - a dare in escandescenze mentre l'Italia si mostra composta e auto-controllata. Stavolta c'è bisogno di una svolta vera, altrimenti non si vivacchia ma si sprofonda. E le elezioni potrebbero risultare il male minore.

Pierluigi Battista
12 aprile 2011

domenica 6 febbraio 2011

Il teatrino della politica


Umberto Bossi ha ammesso che il capo dello Stato ha ragione quando chiede alla maggioranza, per il rispetto dovuto al Parlamento, che il decreto del federalismo debba passare per l’aula di Montecitorio. Il leader della Lega avrebbe potuto pensarci il giorno prima. E il Consiglio dei ministri, convocato d’urgenza in via straordinaria, avrebbe potuto evitare la forzatura di un decreto fatto apposta per neutralizzare un parere parlamentare in contrasto con la linea del governo. Una provvisoria via d’uscita frettolosa, sbrigativa, irrituale che Giorgio Napolitano non avrebbe consentito di imboccare. Giulio Tremonti, pochi minuti prima del comunicato del Quirinale, aveva definito il decreto sul federalismo una «svolta storica». Ecco, una svolta storica di queste proporzioni non può realizzarsi per strade oblique, con espedienti mediocri, con un rapporto tanto spregiudicato nei confronti delle istituzioni rappresentative.

E il federalismo? Il federalismo è diventato un guscio vuoto, un simbolo, una bandiera da sventolare. Un pretesto. L’ennesimo, in questo scorcio di legislatura in cui ogni voto parlamentare diventa il giorno del Giudizio, il momento supremo e definitivo che sancisce il destino di ciascuno. Giovedì tutti i protagonisti non si sono misurati sul federalismo, ma ne hanno fatto strumento per ingaggiare una prova di forza. Bossi ha legato l’esito del voto della commissione parlamentare alla sopravvivenza del governo. Le opposizioni hanno rivisto il miraggio della spallata al governo che avrebbe mandato a casa il premier o addirittura, come Gianfranco Fini, l’oggetto di un mercanteggiamento con il leader della Lega: promessa di un voto favorevole di Futuro e libertà in cambio di un acrobatico sganciamento del Carroccio da Berlusconi. I vertici del Pdl, per ammansire i malumori leghisti, ne hanno fatto il teatro di una spettacolare prova di supremazia, anche a costo di uno strappo istituzionale che Napolitano si è visto costretto a riparare.

I contenuti del federalismo, la «svolta storica» evocata dal ministro dell’Economia, inevitabilmente svaniscono. Si perdono nel nevrotico conteggio quotidiano che dovrebbe dimostrare alla maggioranza di esistere, forte dell’apporto dei singoli parlamentari via via strappati all’opposizione, e a quest’ultima di contare ancora qualcosa, pur nello sgocciolio di defezioni e ritirate. I voti parlamentari diventano così tappe di una gara giocata allo spasimo, tanto da suggerire a Berlusconi l’immagine di un trionfale punteggio sportivo: «sette a zero». L’invito del capo dello Stato a evitare la guerra permanente viene disatteso. Il conflitto tra politica e magistratura raggiunge l’apice, e si minaccia da parte del governo di reinserire nel calendario parlamentare materie esplosive come la legge sulle intercettazioni e quella sul processo breve. Una nevrosi del «tirare avanti» che logora e dissolve la discussione politica in un perenne incontro di pugilato senza costrutto. Questo è il cruccio del capo dello Stato. E una ragione in più per prendere atto, con rammarico, che una stagione è finita e che il ricorso al voto anticipato, anche con una pessima legge elettorale, forse è diventata una scelta obbligata.

Pierluigi Battista
05 febbraio 2011

sabato 1 novembre 2008

Questi fantasmi



di Pierluigi Battista
IL CORRIERE DELLA SERA

La violenza politica è una bestia che si autoalimenta, che si dilata a dismisura quanto più riesce a occupare il centro della scena, quando riesce a imporsi con prepotenza nel cuore del discorso pubblico. L’escalation violenta è una profezia che si autoavvera se riesce a trasmettere con successo la sua atmosfera impastata di angoscia e di tensione. Perciò i trecento violenti che da opposte sponde, durante una manifestazione di migliaia e migliaia di studenti, si sono affrontati con le mazze e le spranghe a Piazza Navona, riuscirebbero a riscattare la loro miserabile minorità quantitativa se si regalasse loro un supplemento di attenzione (e di apprensione) che non meritano. E raggiungerebbero un altro scopo: risvegliare i nostri fantasmi facendoci smarrire il senso della realtà e delle sue giuste proporzioni.

I violenti esistono, e di loro si devono efficacemente occupare i responsabili dell’ordine pubblico. Esistono (sempre) le frange lunatiche, gli irriducibili dell’estremismo manesco e arrogante. Si sono esibiti a piazza Navona ed è più che probabile che nel girotondo dei cortei e delle occupazioni possano trovare altri palcoscenici propizi per le loro ostentazioni di potenza para-militare. Ma quello che ci attanaglia e ci impedisce di capire è invece lo spettro della violenza, il ricordo lancinante di stagioni in cui la violenza, il terrore, il sangue, lo scontro fisico e persino i deliri di annientamento del nemico politico diventarono il tragico tono dominante di un’epoca, trascinando l’intero «movimento» di allora nei gorghi di una deriva cruenta. È il fantasma degli «anni Settanta » che ci induce ogni volta a decifrare le cose come un’eterna ripetizione del sempre uguale, come la replica e la riattualizzazione interminabile di un momento archetipico della nostra storia.

A intensificare questo sentimento di perenne già visto e già sofferto contribuiscono certo le liturgie, i modi d’essere e di parlare di una generazione che anche stavolta non finisce di abbeverarsi alla mitologia di un fantastico e primigenio ’68 da far rivivere con appositi riti mimetici. E del resto il lugubre armamentario dei violenti di piazza Navona (le solite spranghe, i soliti caschi, i soliti visi coperti, le solite agili movenze che teatralizzano lo scontro fisico, i soliti camioncini zeppi di armi contundenti) appare anch’esso come il canovaccio ossessivo di chi vuole recitare il remake degli eterni anni Settanta.

Ma, come in un gioco di specchi, la stessa fissazione rischia di riverberarsi nelle teste e nelle penne di chi commenta, interpreta i fatti di questi giorni, indaga la dinamica delle piazze solcate dagli studenti, appannando la capacità di distinguere e cogliere le differenze, ingigantendo allarmi, fobie, timori alimentati dai traumi del passato. E invece trecento violenti non sono la prefigurazione di ciò che dovrà necessariamente accadere in dimensioni maggiori e più drammatiche: sono trecento violenti e basta. Non un prolungamento dei cruenti anni Settanta, ma una scheggia delimitata e circoscritta cui si può ancora impedire di contaminare i tanti che con la pratica e il mito della violenza non hanno (al momento) nessuna dimestichezza, nessuna attrazione fatale.

La violenza degli anni Settanta disponeva di una diffusa ideologia che forniva ai violenti legittimazione e credibilità. Si inscriveva in un contesto emotivo e morale che aveva ancora nel mito della palingenesi rivoluzionaria la sua fonte di ispirazione. Era immerso in un movimento che individuava nella figura del poliziotto il braccio armato dello «Stato borghese» da abbattere con tutti i mezzi. La guerra sanguinosa tra «fascisti» e «comunisti» era l’orizzonte esistenziale di un numero incalcolabile di giovani e meno giovani. Oggi fare il gioco della guerra tra «fascisti» e «comunisti» è solo un patetico rifacimento di una storia senz’anima e il richiamo alle identità maledette del passato, una recita in cui l’attimo dello scontro violento ne è solo il compimento rituale. La sovraesposizione mediatica di cui la scena violenta inevitabilmente gode dipende dalle qualità spettacolari che l’urto delle spranghe e dei volti coperti contiene in sé. Ma la paura che il tafferuglio di piazza Navona possa essere l’inizio di una svolta violenta destinata a coinvolgere centinaia di migliaia di persone finora immuni dal virus della violenza è piuttosto la proiezione di un incubo, l’incubo degli anni Settanta, che rischia di materializzare i fantasmi evocati, anziché allontanarli e tenerli a bada.

Perché ciò non accada, molto dipenderà dagli stessi studenti se saranno in grado di arginare la tentazione della radicalizzazione violenta inopinatamente risvegliata dai fatti di piazza Navona e se sapranno sottrarsi all’incantamento politico-mediatico in cui si privilegia il gesto che fa scalpore a scapito di tutto il resto. Molto dipenderà dalla saggezza di chi nel governo ha le redini dell’ordine pubblico e vorrà muoversi per isolare e rendere innocui i pochi violenti e non per regalare generosamente loro un piedistallo martirologico. Molto dipenderà anche da chi commenta e interpreta la protesta, se riuscirà a non lasciarsi imprigionare dai fantasmi del passato e da uno schema ricalcato sugli avvenimenti di oltre tre decenni fa. La storia non è un destino già scritto in partenza e la lezione del passato non può essere un alibi, un automatismo mentale per non capire che non tutto è sempre uguale a se stesso, malgrado le apparenze.

31 ottobre 2008