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sabato 10 luglio 2010

Il carcere è tortura. Aboliamolo


In Italia non c’è la pena di morte. Negli Stati Uniti c’è. La pena di morte è la ferita più grande, che sfregia il volto della democrazia americana. Però se facciamo qualche conto, ci accorgiamo che le cose – almeno nella sostanza – non stanno proprio così come sembra. In Italia un detenuto ogni mille muore suicida. Cioè paga con la vita la sua controversia con lo Stato (non necessariamente la sua colpa, perché la colpa non è detto che ci sia). Negli Stati Uniti, sommando condanne a morte, suicidi e omicidi in carcere, la percentuale è più bassa. Di quattro volte più bassa: un detenuto su quattromila muore di morte violenta.

Questo non vuol dire che la giustizia americana sia più tenera, o più giusta, o più umana della nostra. No, in realtà il coefficiente basso di morte violenta dipende dal fatto che gli Stati Uniti – dopo la Cina – sono, tra tutti i paesi del mondo, quello che sbatte in galera il maggior numero di persone. Quasi tre milioni di detenuti: uno ogni cento abitanti (mentre in Europa sono poco più di uno ogni mille abitanti).

Nel 2009 in Italia è stato stabilito il record di suicidi. 69. Quest’anno, nei primi sei mesi, siamo a 34. Quindi sul filo del record. Negli ultimi dieci anni i suicidi sono stati 590, una media di sessanta all’anno, con un lieve miglioramento nel 2007 (“solo” 45) e cioè nell’anno dell’indulto. In questo decennio, oltre ai 590 suicidi ci sono stati altri 1100 morti dietro le sbarre. Una strage.

Naturalmente, siccome la vita è un diritto universale, non cambia niente se le vittime del carcere sono innocenti o colpevoli. Però forse è interessante la statistica sugli innocenti. Considerate che il 50 per cento circa dei detenuti nelle carceri italiane è in attesa di giudizio. E che i suicidi avvengono in maggioranza tra quelli in attesa di giudizio (nella proporzione di 60 a 40). E pensate che tra tutti gli arrestati, negli ultimi dieci anni, il 40 per cento è risultato innocente. Vuol dire che la statistica dichiara che il quaranta per cento del sessanta per cento dei suicidi era innocente. Cioè circa un quarto delle persone che si sono tolte la vita non aveva commesso alcun reato: in cifra assoluta fa quasi 150. Se invece facciamo il conto su tutti morti, allora superiamo la cifra di 400 vittime innocenti della malagiustizia.

Né possiamo infuriarci immaginando che questa sia una particolarità tutta italiana. No, forse è una particolarità italiana il peso enorme della carcerazione preventiva; ma sul numero dei suicidi, se andiamo negli altri grandi paesi europei, le cose non vanno molto meglio. In Germania i suicidi sono appena un po’ meno che da noi. Ma in Gran Bretagna sono il doppio e in Francia quasi il triplo. Solo la Spagna sta meglio (decisamente meglio: i suicidi sono cinque volte meno che da noi).

Ci sono due ragioni di questi suicidi. Cioè due fattori che spingono il detenuto a togliersi la vita. Il primo sono le condizioni indecenti nelle quali si vive in carcere. Determinate dal sovraffollamento, dalla mancanza dei mezzi economici, da una concezione puramente punitiva della carcerazione, del diritto, della repressione. E questa è la ragione più evidente e quella che richiederebbe le riforme più urgenti e più facili. Come è possibile ridurre l’affollamento, e dunque trovare anche il modo per distribuire meglio i soldi e realizzare delle politiche carcerarie moderne, umane e anche pedagogiche? Prima di tutto riducendo almeno del 90 per cento il carcere preventivo, che è ingiusto, dovrebbe essere una misura straordinarissima, invece ormai è usato come vera e propria “pena” da infliggere ai sospettati. Un modo per rovesciare il principio della presunzione di innocenza. Cioè di “asfaltare” lo stato di diritto.

E poi depenalizzando alcuni reati minori legati soprattutto al consumo e al piccolo spaccio di droghe e all’immigrazione clandestina.

Se si attuassero queste due misure il numero dei prigionieri si ridurrebbe tra il 50 e il 75 per cento.

La seconda ragione dei suicidi è più profonda, e ha bisogno di una riforma più radicale. La ragione è questa: il carcere è incompatibile con una vita che contenga almeno alcuni elementi di felicità. E gli esseri umani non sono in grado di vivere decentemente rinunciando del tutto alla felicità o almeno alla prospettiva di felicità. Il carcere è un luogo che si fonda sull’idea che sia giusto privare della libertà alcune persone e che sia altrettanto giusto esercitare su di loro il massimo dell’oppressione possibile. Il carcere è lo strumento con il quale le società moderne hanno sostituito la tortura. Il carcere è tortura.

E quindi la riforma radicale che oggi è all’ordine del giorno è l’abolizione del carcere. Perché la tortura è la negazione della civiltà. Ed è la più importante e la più urgente delle riforme civili che l’Occidente non ha ancora affrontato. Al momento non è riuscito neppure a prendere in considerazione il tema, ad aprire una discussione. Perché? Eppure, già trent’anni fa un paese come l’Italia ebbe la forza di affrontare il tema dell’abolizione dei manicomi. Li abolì. Quale differenza c’è tra allora e oggi? L’assenza di una intellettualità pensante è la prima differenza. Che in quegli anni produsse menti illuminate e moderne come quella di Franco Basaglia. E l’assenza della sinistra. Che allora, seppure “contorcendosi nei dubbi”, diede sponda a quella intellettualità e a quelle idee. Fece da interfaccia. Oggi la sinistra viaggia su idee opposte, repressive, legalitarie, oppressive. Questa è la causa vera del grigiore nel quale viviamo. Riusciremo a rompere questo grigiore? Riusciremo a scassinare il pensiero debole della sinistra? Cioè: riusciremo a evadere?