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domenica 3 luglio 2011

Beppe Grillo: “In Val Susa prove generali di dittatura. I black bloc? Sono in Parlamento”

Beppe Grillo è intervenuto a margine della manifestazione NoTav davanti al blocco della Centrale, da dove si scorgevano i fumi dei lacrimogeni provenienti dalla Maddalena. “Siamo ormai in una dittatura di fatto”, ha detto il comico genovese, “ed è cominciata una sorta di guerra civile”. “Volevo esserci è una battaglia che con voi stiamo conducendo da tanti anni”, ha spiegato ai No Tav, che lo applaudono.

“Qui ora stanno sperimentando cosa vuol dire picchiare i vecchi”. Poi Grillo aggiunge: “Le prove generali erano state fatte già nel 2001 al G8 di Genova alla scuola Diaz”. “Hanno preso – prosegue – i cacciatori dell’Aspromonte dei carabinieri da mettere in valle per cacciare i black block. Black block che si riconoscono perché hanno un chiaro accento valsusino”. “Io sono qua – continua tra le ovazioni del popolo NoTav – per testimoniare per le persone che non sono potute venire, oramai i nostri referenti sono i poliziotti antisommossa, li vediamo a Parma a respingere i manifestanti che pacifici assediavano il comune dopo la retata di dirigenti comunali per corruzione e li vediamo qua oggi”.

Il leader del Movimento 5 stelle fa continui riferimenti alle forze dell’ordine impegnate in Val Susa. “Bisogna convincere i poliziotti che questa è una guerra civile, loro non sono informati sui fatti, loro sono persone che non farebbero mai quello che un poliziotto normale fa altrove, come rovesciare un campo tenda, come è successo”. Inoltre se la prende con i costi della Tav: “Ci son0 interessi – spiega – da 22 miliardi di euro nell’alta velocità, si dovrebbe chiamare presa per il culo e non Tav. Una presa in giro – afferma – a tutti gli italiani, non solo ai valsusini, 22 miliardi a debito di tutti gli italiani”.

Infine, rincara: “Vogliono convincerci che si tratta di un’opera utile, ma sono in preda di un delirio, parlano di cose che non sanno. Hanno fatto una manovra di 40 miliardi e ne spendono 17 per un treno inutile. Il futuro – conclude – non è la velocità si grandi distanze, ma la produzione in loco e la filiera corta. Dobbiamo spostarci meno”.

di Roberto Cuda

mercoledì 23 giugno 2010

domenica 6 giugno 2010

Forza Tonino!

"Prima ti isolano, poi ti uccidono". Questo è il pensiero che ho avuto quando ho letto il libello: "I silenzi e le ambiguità dell'onorevole Di Pietro" sul Corriere della Sera a firma di Marco Imarisio. Un lungo articolo richiamato in prima pagina, corredato da foto, basato su insinuazioni infamanti e, allo stesso tempo, puerili. La laurea a tempo di record, l'asse Lucibello - D'Adamo, la foto con Contrada degna del Bagaglino. Insomma escrementi di scrittura, merda mediatica per screditare Antonio Di Pietro. Nulla di strano se l'articolo fosse comparso su Libero o Il Giornale: difendono gli interessi del loro proprietario, Silvio Berlusconi. E lo fanno alla luce del sole, quindi sono sostanzialmente innocui. Per il Corriere della Sera il discorso è totalmente diverso. E' il quotidiano più diffuso in Italia, in apparenza moderato, e esercita una forte influenza sull'opinione pubblica. Il fatto che il Corriere sia stato l'organo ufficioso della P2 ai bei tempi di Gelli e di Tassan Din è ormai dimenticato. L'articolo è accompagnato da un occhiello inquietante: "Il caso", ma di casi non ne riporta neppure uno. Il portavoce Imarisio lancia il sasso e ritira la mano in modo così grottesco da dubitare della sua salute mentale: "Ad anni alterni torna fuori, tra dubbi e ironie, il suo personale tour de force per laurearsi in Legge alla Statale di Milano... L'Istituto di presidenza della facoltà confermò che tutto era in regola. Ma le illazioni, falsità di vario genere, sono proseguite, nel silenzio del diretto interessato...". Il "diretto interessato" ha mostrato la sua laurea in un video e querelato Berlusconi che l'aveva messa in dubbio. Che altro doveva fare? Telefonare a Imarisio? Il quale non molla: "Dopo la sua recente pubblicazione con il dirigente del Sisde Bruno Contrada (in una caserma dei carabinieri e ben prima che Contrada fosse arrestato, ndr) il Corriere lo invitò a un confronto sul tema". Antonio Di Pietro ha risposto sulla stampa e sul suo blog, anche se, a mio avviso, era sufficiente una pernacchia. Di quale confronto sul tema si parla se non c'è nessun tema? La chiusa sulle dichiarazioni di Minzolini è da applausi piduistici: "Secondo Di Pietro la pubblicazione dei verbali dell'architetto Zampolini va letta come "parte di una strategia eversiva" nei suoi confronti, decisa da "mandanti e beneficiari occulti", Colpa delle lobby, colpa di una informazione schierata contro di lui". Di Pietro ha repinto in modo circostanziato le accuse e querelato. Che altro doveva fare? Telegrafare al Corriere per metterlo al corrente?
Il sottotitolo è, infine, puro prodotto allucinogeno: "
Sospetti e accuse inseguono da tempo (da quello di Previti, ndr) l'ex pm. Lui in tribunale ha sempre vinto, ma su alcune questioni non ha ancora fatto chiarezza". Ma se in tribunale ha sempre vinto, che altro doveva chiarire?
Imarisio comunque non c'entra e neppure l'addetto alla portineria del Corriere, l'ex giornalista
Ferruccio De Bortoli. La linea del Corriere la decide il consiglio di amministrazione, per l'appunto le lobby. Ecco un breve e incompleto elenco (*) dei consiglieri RCS: Philip Elkann, presente anche nel consiglio Fiat, Diego Della Valle, presente nei consigli di Assicurazioni Generali, Tod's e CIA, Jonella Ligresti, presente nei consigli di Mediobanca, Italmobiliare, Milano Assicurazioni, Fondiaria e Premafin finanziaria, Enrico Salza, presente nel consiglio di Intesa San Paolo, Bernardino Libonati, presente nei consigli di Telecom Italia, Telecom Italia Media e Pirelli, Renato Pagliaro, presente nei consigli di Pirelli, Mediobanca e Telecom Italia. La barzelletta che la linea editoriale del Corriere è decisa dal direttore e dal comitato di redazione è, per l'appunto, una barzelletta. Quando vedrò un articolo del Corriere come quello su Di Pietro su Della Valle, Ligresti o Philip Elkann, forse mi ricrederò. Antonio Di Pietro non deve rimanere isolato. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

domenica 2 maggio 2010

La Grecia in fiamme e il pompiere Tremorti

"Serve il federalismo fiscale altrimenti l'Italia fa la fine della Grecia, è assolutamente necessario." Lo ha detto Bossi, senza aggiungere che con il federalismo fiscale, di cui nessuno ha calcolato i costi, faremo invece la fine dell'Argentina. La scelta è difficile, fallire subito o rimandare? Le agenzie di rating hanno declassato i titoli di Stato greci a spazzatura. Il debito della Grecia non ha più mercato, i suoi titoli sono invendibili. Li possono comprare solo banche greche su ordine del Governo centrale.

Senza il ricorso al debito, la Grecia può invocare unicamente la carità degli altri Stati per non fare bancarotta e dichiarare il suo debito insolvibile con l'uscita obbligatoria dall'euro.

L'elemosina, comunque insufficiente, tarda però ad arrivare, un aiuto stimato in 45 miliardi di euro per non fallire subito. La Grecia ha necessità di reperire 160 miliardi di euro per i prossimi tre anni solo per finanziare gli interessi sui titoli di Stato emessi, pagare i titoli di Stato in scadenza e il disavanzo annuo tra entrate e uscite. Il prestito di 45 miliardi sarà finanziato dal Fondo Monetario Internazionale per 10/15 miliardi e da alcune nazioni europee, tra queste la Germania con 8,4 miliardi e l'Italia con 5,5 miliardi (quasi il triplo dell'Olanda e più della Spagna con 3,7 miliardi).

L'86% dei tedeschi è contrario al prestito, non vuole pagare per la finanza allegra di altri Paesi. Tremorti invece è entusiasta, il parere degli italiani non è noto anche perché nessuno li ha interpellati. La Merkel, prima di consegnare i soldi dei tedeschi al primo ministro greco George Papandreou vuole avere la rassicurazione che la Grecia metterà a posto i suoi conti. Tremorti ha invece fretta di erogare il prestito per paura che il fuoco divampi. La Grecia, infatti, è vicina. Il nostro debito pubblico è di circa 1.800 miliardi, nei primi mesi del 2010 è aumentato di più di 30 miliardi, il tasso di disoccupazione italiano è comparabile a quello greco, il saldo import/export 2009 è stato negativo per circa 280 milioni di euro, mentre nel 2008 era positivo per 10 miliardi. Le entrate fiscali sono in diminuzione mese dopo mese, la spesa pubblica è in continuo aumento ed è la peggiore sul Pil degli ultimi 10 anni, pari al 52,3%.

I numeri greci e quelli italiani sono simili, qualche volta sono peggio loro, altre volte stiamo peggio noi. Se fallisce la Grecia, l'euro vacilla. Se fallisce l'Italia, l'euro sprofonda insieme a tutti i nostri creditori. Per ora il nostro immenso debito pubblico ci protegge.

Nel 2010 Tremorti deve collocare 450 miliardi di euro di titoli e pagare 70/80 miliardi di interessi (pari a 4/5 finanziarie) su quelli già emessi. I greci, a confronto, sono dei dilettanti.

BEPPE GRILLO INTERVIENE ALL'ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI TELECOM

Oggi sono venuto a celebrare i funerali di Telecom Italia. Ho il lutto al braccio. La ex prima azienda tecnologica del Paese è finita, ogni anno, da 10 anni, diventa più piccola, più marginale nel contesto internazionale. Nel periodo 2008/2012 tra tagli effettuati e tagli futuri sono previsti altri 13.000 licenziamenti. L’organico di Telecom Italia al 31.12.2009 era di 54.236 dipendenti, nel 1999 quando fu ceduta a debito da Massimo D’Alema ai capitani coraggiosi Gnutti e Colaninno e Consorte aveva quasi il doppio di dipendenti.

Telecom si sta estinguendo. Quando un’azienda esternalizza i suoi migliori informatici e ingegneri per fare efficienza non ha futuro. 3000 tra i migliori del Paese sono esternalizzati in una grande scatola dal nome SSC che sarà “efficientata” e poi venduta con comodo. Che futuro ha un Paese che licenzia gli ingegneri e importa mano d’opera a basso costo? Telecom deve essere venduta al più presto a Telefonica o a qualche grande gruppo internazionale prima che gli attuali azionisti ne spolpino anche le ossa. Telecom è morta, ma si possono espiantare i suoi organi e salvare l’occupazione ancora rimasta.

Il presidente di Telecom Galateri ha detto che: “c’è il debito da ridurre, lo faremo”, ma come può pensare di farlo se continua a distribuire dividendi agli azionisti tutti gli anni, anche quest’anno. La casa va a fuoco e usano l’acqua rimasta per farsi una doccia. Negli ultimi 10 anni il debito è rimasto lo stesso, mentre gli azionisti e i manager si sono arricchiti e Telecom ha come dice elegantemente Galatieri “diminuito il suo perimetro”. Il perimetro dei piccoli azionisti si è invece allargato, il valore di un’azione Telecom era di circa 8 euro nel 2003 e oggi vale poco più di un euro. Nel 2009 i ricavi di Telecom Italia sono stati di 27,1 miliardi di euro con un debito di 34 miliardi di euro. Il debito è di 7 miliardi di euro più dei ricavi.

I ricavi sono in diminuzione del 6,3% rispetto al 2008 ed è previsto un ulteriore calo del 3% nel 2010 e, dopo aver ceduto quasi tutto in questi dieci anni, dalle partecipazioni estere, agli immobili, a società innovative come Telespazio, Italtel Sirti, si annuncia la prossima cessione del 50% di Telecom Argentina.

Si parla di investimenti nei prossimi anni quando la Rete è un colabrodo e siamo ultimi nelle classifiche europee per la diffusione della banda larga.

Vorrei fare un semplice esercizio, da ragioniere, perché io sono un ragioniere, se la Telecom in questi dieci anni ha venduto quasi tutte le sue partecipazioni, i suoi immobili, persino le centrali telefoniche, ridotto del 50% il personale, diminuito i suoi ricavi, ridotto gli investimenti, quasi azzerato il valore del titolo e, nonostante tutto questo, il debito è rimasto lo stesso di 34 miliardi. La domanda è: dove sono finiti i soldi? Chi ha distrutto la più importante azienda italiana nel campo dell’innovazione costruita con le tasse di generazioni di italiani?

I soldi sono finiti in stock option milionarie, in dividendi agli azionisti del salotto buono che hanno spolpato viva la Telecom. E’ necessario fare un’indagine patrimoniale sui manager che in questi anni hanno gestito la Telecom per verificare il loro patrimonio prima e dopo il loro ingresso in Telecom. Per verificare se le operazioni che hanno condotto in questi anni di cessioni del patrimonio Telecom abbiano procurato loro dei guadagni diretti o indiretti. La distruzione del valore di Telecom Italia è stato il più grave danno sia economico che per il futuro sviluppo legato all’innovazione procurato al nostro Paese. Gli azionisti e i lavoratori e le generazioni future hanno o stanno già pagando il conto. I responsabili di questa catastrofe sia politici che imprenditori vanno perseguiti.

Bernabè è una persona che stimo come manager, ma che non ha fatto quello che una persona con la schiena dritta avrebbe dovuto fare: chiedere conto alle precedenti gestioni, da Colaninno a Tronchetti, da Buora a Ruggiero, implicato nello scandalo delle false fatturazioni di Telecom Sparkle, delle loro azioni, dei loro enormi guadagni e in alcuni casi dell’uso privatistico dell’azienda. Lo spionaggio ai danni di decine di migliaia di persone fatto da dipendenti Telecom ha prodotto alla società un danno di immagine enorme. Chi lo paga? Chi risarcisce i piccoli azionisti di un titolo spazzatura? Colaninno e Gnutti hanno intascato una plusvalenza di 1,5 miliardi di euro quando hanno ceduto le loro quote a Tronchetti finanziato dalle banche, perché? E perché i piccoli azionisti non hanno avuto nulla?

E’ immorale che siano state distribuite stock option milionarie per anni mentre decine di migliaia di persone perdevano il lavoro.

E’ necessaria una legge per impedire la distribuzione di dividendi alle aziende con un indebitamento superiore al 50% del fatturato. Qualunque piccola media azienda con un debito superiore del 30% al fatturato chiuderebbe domani mattina. Telecom è morta, per salvare l’occupazione residua va venduta al più presto a Telefonica e la dorsale deve ritornare in mani pubbliche dando ad ogni operatore le stessa possibilità e non a un unico soggetto.

La banda larga in Italia è stretta, la più stretta in Europa, anche grazie a questo Governo che tiene bloccati gli incentivi di 800 milioni per ridurre il digital divide e introduce tasse assurde come l’equo compenso sulle memorie.

La diffusione della banda larga nelle abitazioni secondo dati della Commissione Europea è nella Lombardia, la più avanzata delle Regioni italiane, di soli 36 famiglie su 100, esattamente come le regioni europee più povere come la Mancha spagnola e peggio della Polonia.

Dopo l’Italia ci sono solo la Romania, la Bulgaria e la Grecia. Senza infrastrutture l’Italia non ha un futuro e neppure un presente. Cari Bernabè e Galateri, vendete quello che è rimasto a Telefonica, restituite la dorsale allo Stato e dopo andate a casa, insieme al consiglio di amministrazione, prima del fallimento.

Franco Bernabè risponde

Quando partecipai all'assemblea Telecom nel 2007, l'allora amministratore delegato Carlo Buora minacciò querele (mai viste). Questa volta l'attuale ad Franco Bernabè mi ha risposto. E' senz'altro un progresso importante. Purtroppo, non per colpa di Bernabè, è troppo poco e troppo tardi. Neppure Superman potrebbe salvare Telecom dalla sorte di essere accorpata a un grande gruppo straniero. Piccola, indebitata, in un Paese senza infrastrutture, dove la banda larga è stata sostituita dal digitale terrestre e gli ingegneri da tronisti e veline, con un Governo che non ha la più pallida idea del futuro. Dove un quasi ottantenne come Gianni Letta ha bloccato 800 milioni di investimenti già previsti per ridurre il digital divide che ci separa dall'Europa e ci accomuna alla Grecia.

Bernabè fa affermazioni importanti sulla distruzione di valore causata dall'Opa a debito che lui non volle e per questo (gliene dò atto) fu cacciato. Si dimentica però il cognome del responsabile della peggior decisione politico/industriale del dopoguerra: Massimo D'Alema (allora presidente del Consiglio) e di tutti coloro che in seguito grazie alla sua decisione si sono arricchiti impoverendo la società. Siamo ultimi nelle telecomunicazioni tra i Paesi che contano qualcosa, caro Bernabè, e le posso testimoniare che in Italia non esiste alcuna struttura di rete di eccellenza, e lo affermo proprio perché giro il mondo e vivo in Italia. Alla prossima assemblea se può trasmetta la diretta streaming della giornata dal portale di Telecom, lo scorso giovedì in diretta c'erano solo alcuni messaggi su Twitter e sul portale appariva la pubblicità della Hunziker. La ringrazio della sua risposta. Beppe Grillo.

Lettera di Franco Bernabè.

"C’è una cosa di cui sono contento, caro Grillo: sia io che lei, come per fortuna molti altri, abbiamo ben chiaro che l’infrastruttura portante per il futuro del nostro Paese si chiama soprattutto Telecom Italia. Su altre cose non sono d’accordo come lo ho detto ieri rispondendo al suo intervento in Assemblea, ma lei è andato via dopo aver parlato, quindi mi pare opportuno risponderle ora sul suo blog, dove il suo intervento di ieri è riassunto.

Ieri le ho detto che non c’era nessun funerale da celebrare, perché Telecom non è morta. È stata ferita, questo si, molto valore è stato sottratto nei passati dieci anni, ed io stesso ne fui facile profeta cercando fino alla fine di evitare l’Opa a debito. Ma i dati che abbiamo presentato dimostrano che possiamo farcela a rimettere in carreggiata questa importante realtà, nell’interesse dei suoi lavoratori, dei suoi azionisti e di tutti i cittadini.

Non abbiamo alcuna intenzione, né lo abbiamo mai fatto, di rinunciare ai nostri migliori ingegneri e informatici e non stiamo escludendo dall’azienda nessuna figura centrale per il nostro futuro. Stiamo solo creando strutture più razionali per poter essere un operatore del futuro, nella struttura e nelle competenze, che le garantisco deve essere ben diverso da quanto il mercato ha chiesto fino ad oggi. E mentre altri operatori che lei ha citato hanno molto da fare per gestire imperi geografici imponenti che noi non abbiamo più, pur nella cattiva sorte di doverci occupare oggi prioritariamente di creare le condizioni di una ripartenza, ci presenteremo meglio attrezzati di molti per le nuove sfide che attendono tutti, in un mondo interconnesso e digitale.

I dividendi che secondo lei non sono dovuti agli azionisti di aziende fortemente indebitati sono oggi sostenibili e sono stati tagliati dei due terzi da quando io sono in azienda. La rete non è un colabrodo ma da molti dati risulta essere una struttura di eccellenza (e lei che gira il mondo dovrebbe facilmente accorgersene), così come i nostri investimenti, che ci sono e sono ingenti, stanno continuando a far migliorare tutti gli indicatori di qualità, certificati dalla Autorità di settore, sviluppando la rete per tutti i cittadini.

Quello per cui siamo ultimi nelle classifiche europee non è come lei dice la diffusione dell’infrastruttura per la banda larga, ma il suo utilizzo presso famiglie, scuole, aziende e amministrazioni. Lo stimolo della domanda, che passa principalmente per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, è già partito con la recente introduzione della Posta Elettronica Certificata, e siamo con lei nello sperare che il processo sia veloce e produttivo per tutti.

Infine il suo lungo argomentare sulle responsabilità delle passate gestioni e sulla destinazione a lei oscura dei soldi provenienti delle molte dismissioni. Io ho sempre detto che dei reati si occupa la magistratura, io faccio il manager, non il poliziotto, e gestisco al meglio quello che mi hanno consegnato. La magistratura, che ha mezzi ben più penetranti di una azienda, mi pare invece stia già occupandosi molto di cosa è accaduto in Telecom Italia negli anni passati. Noi non possiamo che affidarci a chi deve e sa come fare il proprio mestiere, e con ogni evidenza lo sta già facendo.

Sono comunque sempre a disposizione sua e dei frequentatori del suo importante blog per chiarire tutto quello che in uno spirito costruttivo possa contribuire a far crescere la cultura digitale nel nostro Paese."

Cordialmente, Franco Bernabè

NAPOLITANO, IL DIVERSAMENTE INFLUENTE

La fama di Napolitano è arrivata anche oltreoceano.

Il TIME ha pubblicato l'elenco delle 100 persone più influenti e nessun italiano era presente.

Il TIME ha pubblicato anche l'elenco delle 100 persone MENO influenti del pianeta. NAPOLITANO è al 17° posto mondiale. Prima di lui si sono classificati pezzi da novanta come Kurmanbek Bakiyev, ex presidente del Kyrgyzstan, Mamadou Tandja, ex presidente del Niger e l'attrice Rue McClanahan.

La menzione al diversamente influente Napolitano recita: "He makes decisions, and Silvio Berlusconi ignores them. It's pretty funny." (Lui prende decisioni e Berlusconi le ignora. Questo è abbastanza buffo).

E' una grave imprecisione che segnalerò al TIME. Chi prende le decisioni è infatti Berlusconi, Napolitano si limita a firmare. E anche questo è abbastanza buffo.

venerdì 22 gennaio 2010

L'acqua pubblica di Nichi Vendola

Ho parlato al telefono con Nichi Vendola. Mi ha dato la sua parola che l'acquedotto pugliese, il più grande d'Europa, sarà pubblico nella proprietà e nella gestione (quindi dei cittadini) se lui verrà eletto presidente di Regione. E che, con una sua Giunta, per costruire centrali nucleari in Puglia sarà necessario l'uso dei carri armati da parte del Governo. Vendola ha rilasciato un'intervista per il blog. Il MoVimento a 5 Stelle non si presenta alle elezioni pugliesi e, quindi, mi sento di sostenere Vendola contro il Pdl di Berlusconi e l'alleanza del Pdmenoelle di D'Alema con Casini-Caltagirone che candida Boccia. Vendola sa che in Rete non si può mentire e che le sue parole dovranno trasformarsi in fatti. Domenica 24 gennaio si terranno le Primarie tra Vendola e Boccia, l'"Uomo per me di D'Alema". Con Vendola i pugliesi hanno una possibilità, con Boccia la certezza della distruzione del territorio e dell'esproprio dell'acqua pubblica. D'Alema si è presentato in Puglia per esercitare la sua nefasta influenza come "fratello maggiore", lui è come Caino, fratello maggiore di Abele,che ha schierato il Pdmenoelle contro Vendola. Il giudizio negativo di D'Alema per Vendola è il miglior riconoscimento possibile. Una medaglia da appuntare al petto. La battaglia dell'acqua è solo al suo inizio. La vinceranno i cittadini con l'elmetto.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

giovedì 21 gennaio 2010

BEPPE GRILLO

Napolitano se potesse firmerebbe anche il lodo Craxi. Per il momento si porta avanti citando la Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo. Peccato che neppure lui possa cambiare il passato e, anche per l'Europa, Craxi è stato un ladro e nient'altro.
"Né si può peraltro dimenticare che la Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo nell'esaminare il ricorso contro una delle sentenze definitive di condanna dell'on.Craxi ritenne, con decisione del 2002, che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il "diritto ad un processo equo" per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea" Napolitano alla vedova Craxi.

Peccato che se si va a leggere la sentenza della Corte Europea dei diritti umani si scopre che per tutti i punti tranne uno la Corte ritenne non esserci alcuna violazione e all'unanimità decise anche di non risarcire la famiglia. E' vero che la Corte constata che questa procedura ha portato la violazione dell'articolo 6 paragrafi 1 e 3 della Convenzione; ciò nonostante questa mancanza alle esigenze di un processo equo era dovuta all'applicazione da parte dei giudici nazionali delle disposizioni legislative di portata generale applicabili a tutti i cittadini.

Niente nel dossier permette di pensare che nell'interpretazione del diritto nazionale o nella valutazione degli argomenti delle parti e degli elementi a carico i giudici che si sono pronunciati siano stati influenzati dalla stessa Corte."

giovedì 31 dicembre 2009

Il caso Bianzino archiviato

E' stata chiesta l'archiviazione per la morte di Aldo Bianzino, il falegname arrestato per detenzione di piantine di marijuana e morto subito dopo in carcere. Il blog ha intervistato l'avvocato della famiglia, Massino Zaganelli, e terrà viva l'attenzione su questo caso per sempre. Infatti, un possibile reato di omicidio non va in prescrizione e neppure la nostra memoria.

Intervista all'avvocato Massimo Zaganelli.

"Venni interessato del caso non nell’immediatezza ma circa 15 giorni dopo da Roberta, perché? Era accaduto che nel corso della prima autopsia, secondo le dichiarazioni di un medico legale consulente di una delle parti, non di Roberta, nel corso di queste operazioni iniziali, sarebbero state accertate delle lesioni alla milza oltre che al fegato, le costole. Se non che poi, ultimata l’autopsia in sede di relazione, queste lesioni alle costole, segnatamente e alla milza, non vennero rinvenute, non se ne parlava proprio, salvo riferimento alla milza e Roberta venne da me e mi espose questi dubbi, ovviamente capii che erano fondati, nel senso che vista la sede, la provenienza che non è quisquae di populo, è medico legale, lei temeva che si volesse nascondere qualcosa. Ricevuto l’incarico mi attivai con il Pubblico Ministero e chiesi a lui di poter effettuare, che venisse effettuato, meglio ancora, un approfondimento autoptico sul corpo del povero Aldo. Il Pubblico Ministero ritenne che in relazione a quello che era stato già accertato non ce ne fosse bisogno, quindi decidemmo per conto nostro di procedere a questo ulteriore esame, ovviamente incontrando delle difficoltà sul piano normativo perché agire sul corpo di una persona che è morta non è propriamente semplice, c’è una normativa, la tutela del cadavere, ci può stare l’ipotesi del vilipendio, ma viste le finalità perseguite, considerato che il Pubblico Ministero pur non avendo lui disposto ulteriori accertamenti, ma non avendo anche manifestato nulla in contrario, decidemmo a riscontrare le parole di quel medico legale.
Il nostro collaboratore, medico legale era il prof. Fortuni di Bologna, della sui esperienza, notorietà e soprattutto bravura non c’era da discutere come mi venne segnalato e confermato anche da un giornalista di Repubblica. Nel corso di questi accertamenti ulteriori non venne riscontrata alcuna lesione alle costole, la milza sembrava apparentemente in buono stato anche se l’autopsia diceva qualcosa così, quindi procedemmo in seguito a questi rilievi a segnalare questo fatto, al Pubblico Ministero, quest’ultimo andò avanti nelle indagini e ritenendo comunque di aderire alle conclusioni dei suoi medici legali, chiese l’archiviazione del caso perché secondo quei medici legali il povero Aldo era morto per aneurisma cerebrale e la lesione al fegato che era stata riscontrata in sede di autopsia, secondo lui era dovuta a un massaggio cardiaco e quindi non era stata arrecata affatto in vita, ci opponemmo decisamente a questa richiesta di archiviazione in maniera molto, molto motivata, sia con riferimento a tutte le circostanze, in vero anomale, al ritrovamento del corpo, d’inverno, nudo, posizionato nel lettino superiore della brandina, quasi a simulare ancora, o a rappresentare una vita che ancora non era spenta, laddove che la scena era già di per sè veramente grottesca, incredibile e assurda.
Fatto sta che il Gip si convinse e dispose ulteriori accertamenti, all’esito dei quali i medici legali del Pubblico Ministero conclusero nello stesso identico modo, anche in questo caso c’è stata una nuova opposizione da parte nostra, ben approfondita motivata, ma il Gip ha ritenuto di dover accettare le conclusione di quei medici, conseguentemente alla tesi del Pubblico Ministero e quindi da archiviare, questo è il fatto.
Tengo a precisare che quando con il prof. Fortuni facemmo i secondi accertamenti nel corso del povero Aldo non c’era più né l’encefalo e non c’era più neanche il fegato, perché erano stati prelevati per gli esami istologici. Dopo questa archiviazione, molti si sono sentiti un po’ delusi, perché? Per tanti motivi: innanzitutto non è un’archiviazione che persuade, quindi la delusione viene da questo, quando poi avviene da un organo quale quello dello Stato, lo Stato democratico, una motivazione che non convince, non è tanto il giudice ma quello che hanno detto questi medici legali, fatta proprio dal giudice, abbiamo fatto quello che ritenevamo di fare e la delusione è tanta, soprattutto la delusione veniva poi da questa considerazione: che ritenendo che il provvedimento di archiviazione sia una vera e propria sentenza definitiva tombale, lì per lì è stato ritenuto da molti, dalla maggior parte della gente che non fa questo mestiere, che a fronte di questo provvedimento non ci fosse più nulla da fare, in realtà niente di più sbagliato. L'archiviazione al di là del significato che può evocare, in senso tecnico – giuridico, precede l’inizio dell’azione penale, quindi come tale l’azione penale può essere riaperta in ogni momento, niente che emergono elementi nuovi, anche in base a una semplice rilettura, magari approfondita con l’ausilio di ulteriori e documentate consulenze di luminari della medicina sul punto specifico fegato, può essere riaperta anche mediante la semplice rilettura. Ora che noi stessimo lavorando fin da allora e stiamo continuando a lavorare su questo specifico aspetto, è la cosa che più ci rende sicuri e tranquilli di noi stessi, ci rende estremamente sicuri, perché? Avremo sicuramente in base a questo enorme, autorevole, serissimo approfondimento, una risposta che sarà realmente decisiva e allora: se il povero Aldo sarà morto per le cause che ha evidenziato il Pubblico Ministero sarà in quel modo, ma ove non lo fosse, questa storia non potrà assolutamente essere chiusa. Sono sicuramente persuaso, certamente persuaso, profondamente convinto che questa storia per tutti gli aspetti che adesso anche specifici, piccoli particolari, tanti piccoli tasselli di un puzzle che debbono andare a trovare… non può essere assolutamente definita in questi termini, né questa sarà la sua fine, una volta tanto la lentezza della giustizia, si può dire, lavora per noi, qui non c’è nessun termine prescrizionale, siamo di fronte a un’ipotesi di omicidio, quella che ha fatto il Pubblico Ministero, per cui non ci resta altro che andare avanti su questi accertamenti."

Massimo Zaganelli

I fratelli grassi tornano a casa

I fratelli grassi stanno rientrando in Italia con fragore di campane a festa da parte dei media più vergognosi degli ultimi 150 anni. Tornano grazie allo Scudo Fiscale dell'inciucio Pdl-Pdmenoelle. I fratelli grassi sono ingrassati all'estero godendo dei servizi dello Stato in Italia senza però pagarli. Sono evasori totali, delinquenti civici. Gli italiani che hanno pagato le tasse anche per loro in questi anni, operai, impiegati, pubblici dipendenti, imprenditori, sono invece i fratelli magri. Tra i fratelli magri e quelli grassi c'è una grande differenza, i fratelli magri sono onesti, i fratelli grassi disonesti. Lo Stato accoglie il fratello grasso come un figliol prodigo, con la grancassa di giornali e televisioni come se rientrasse un eroe vittorioso dal fronte. Se Mangano era un eroe, chi ha occultato i propri guadagni al fisco merita una medaglia d'oro.
I soldi dei fratelli grassi sono di origine ignota, possono venire dalla droga, dal traffico di armi, dal commercio di organi, dalla corruzione. Sono soldi contaminati. I loro schifosi proprietari sono anonimi anch'essi e lo resteranno grazie allo Scudo Fiscale. Questa gentaglia con un obolo del 5% tornerà illibata e potrà investire i suoi soldi senza timore di alcun controllo. Non sono soldi di operai e neppure di imprenditori dotati di senso civico, italiani che hanno pagato il 50/60% di tasse, spesso anticipate, spesso presunte. E' grazie alle tasse dei fratelli magri che il Paese non è ancora fallito.
Ora, il popolo degli onesti, contrapposto al popolo dell'amore che vuole santificare un ladro di Stato come Bottino Craxi, è diventato il popolo dei fessi. Quello che ha pagato le tasse anche per gli altri. Tassati e mazziati.
Tremorti incassa l'elemosina degli evasori e le banche italiane le loro ricchezze, almeno per il momento, i soldi non hanno il passaporto. I Profumo e i Passera che vanno in tour a parlare di banca etica non muovono un sopracciglio all'ingresso dei capitali mafiosi nei loro istituti. Una sola banca ha rifiutato i soldi dei fratelli grassi ed è Banca Etica. Il Corriere, posseduto dalle banche e dalle imprese e diretto da Ectoplasma De Bortoli, titola oggi: "Scudo, il grande rientro: 95 miliardi dai paradisi". L'Italia è il nuovo paradiso fiscale, la lavatrice del mondo, il Paese del riciclaggio.
Gli imprenditori che hanno pagato tutte le tasse subiranno una concorrenza sleale e spietata da chi le tasse non le ha mai pagate e può investire nuovi capitali. I lavoratori dipendenti senza capitali continueranno a pagare i prestiti a tassi d'usura, se riusciranno ad ottenerli. Quanti deputati, senatori, ministri, sottosegretari hanno usato lo Scudo Fiscale? Se lo Stato non risponde a questa domanda può considerarsi fallito. I fratelli magri si sono rotti i coglioni.

sabato 26 dicembre 2009

Il mondo sott'acqua: intervista a Greenpeace

BEPPE GRILLO
26 dicembre 2009

A Copenhagen si doveva salvare il mondo, si sono salvate invece le industrie petrolifere, del carbone, del nucleare e, con loro, l'economia irresponsabile dei Paesi industrializzati di vecchia e nuova generazione. Dobbiamo rassegnarci, chi non sa decidere in tempo ci arriva per necessità. Le isole che scompaiono nell'Oceano Pacifico non ci riguardano, quando scompariranno l'isola d'Elba e le Tremiti insieme a Venezia, forse cominceremo a preoccuparci. Verso la catastrofe con ottimismo! Buon Natale al pianeta Terra.

Blog: "Da Copenaghen tutti dicono che è stato un fallimento, ci sono dei rischi seri, superata la soglia dei tre gradi cosa ci aspetta?"
Onufrio: "Superare la soglia dei tre gradi ... intanto da Copenaghen cosa ci aspettavamo? Le basi per un accordo vincolante che fosse un accordo equo, che distribuisse i pesi per ridurre il rischio, per rimanere al di sotto dei due gradi di aumento di temperatura, in realtà alcuni mettono in discussione anche questo obiettivo, già scritto nel documento del G8, comunque accettato dalla Comunità internazionale da tutti gli Stati. Ma già con un 1,5 gradi molte piccole isole verrebbero sommerse dall’aumento del livello dei mari che è un effetto combinato tra lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia e la dilatazione termica degli oceani.
Non si è chiuso alcun accordo, gli impegni presi porteranno a una riduzione delle emissioni dell’ordine del massimo del 20%, quando occorre almeno il doppio per stare in un percorso che ci porti entro il secolo a un aumento di solo due gradi. In realtà con gli impegni presi andremo oltre i tre gradi. Il vertice lascia il pianeta in una situazione in cui il caos climatico è garantito e si illustra sotto vari aspetti, un aumento del numero di persone del mondo che sono a rischio siccità salirebbe, dagli attuali 400 milioni, fino a 1.700.000.000.
Avremmo un aumento del rischio di perdere tra il 15 e il 40% degli ecosistemi, qui vediamo (vedi video) le temperature, questa è la soglia dei due gradi, noi al momento andremo oltre i tre con un aumento di tutti gli impatti, il numero di persone a rischio di andare sott’acqua è tra i due e i 15 milioni con un aumento di una serie di patologie…"

Onufrio: "In Italia in particolare le aree più soggette a questo rischio sono quelle del nord Adriatico e dello Ionio, l'ENEA ha calcolato 35/36 punti in cui la costa italiana andrebbe in crisi.
Cosa deve succedere adesso? Quello che non si è riuscito a ottenere è dovuto al fatto che negli Stati Uniti le lobby del carbone e del petrolio bloccano al Senato una proposta di legge, purtroppo anche essa debole, nel senso che negli Stati Uniti stanno discutendo un sistema, come c’è in Europa, di commercializzazione dei permessi di inquinamento, di emissione di CO2 che porterebbe a una riduzione sul 1990, che è l’anno che si è preso a riferimento già con il protocollo di Kyoto soltanto di quattro punti percentuali, noi chiediamo invece ai Paesi industrializzati di arrivare al 40%, l’Europa aveva già preso un impegno unilaterale di andare al 20% e era disponibile a salire fino al 30%, il minimo per il clima.
A Copenaghen non si è chiuso chiuso definitivamente il capitolo, quindi rimane una fiammella accesa, abbiamo un anno di tempo per poter aggiornare il protocollo di Kyoto e i Paesi con più lunga industrializzazione, devono prendersi le loro responsabilità, i Paesi emergenti devono accettare di stare al tavolo. Però tutto è stato bloccato dall'assenza di impegni precisi dei Paesi industrializzati. I Paesi emergenti che oggi emettono molto, ricordiamo che la Cina ha superato gli Stati Uniti in termini di emissioni, ma la composizione chimica dell’atmosfera è il risultato di emissioni avvenute negli ultimi 100 anni, l’anidride carbonica ha un tempo di resistenza atmosferica nell’ordine dei 100 anni, quindi guardando al complesso delle emissioni dell’ultimo secolo, i Paesi di lunga industrializzazione contano per il 75%, anche se la Cina oggi ha superato gli Stati Uniti, in realtà come responsabilità storica, Stati Uniti e Europa hanno la massima responsabilità.
... abbiamo visto che da parte di alcuni Paesi la disponibilità a trattare ci sarebbe, se però si mettono anche sul tavolo i soldi, perché è chiaro che nessun accordo internazionale può essere fatto senza delle risorse da dare a quei Paesi, non parliamo certamente dei paesi emergenti come la Cina, ma altri Paesi che hanno più difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti che colpiranno in particolare l’Africa e le coste dell’Asia che andranno sott’acqua... i soldi che servono a accedere alle tecnologie per ridurre le emissioni e per riconoscere a quei Paesi, nei quali ci sono ancora le grandi foreste pluviali, pensiamo all’Indonesia, al Brasile, al Congo, un riconoscimento del ruolo nel clima globale, soldi in cambio di una risorsa fondamentale per la biodiversità, per la stabilità del clima, infatti la deforestazione da sola conta il 20% dell’effetto complessivo.
Noi abbiamo visto quindi una conferenza fallire, voglio ricordare che 4 attivisti Greenpeace sono ancora in carcere in questo momento, sono quelli che hanno fatto un blitz durante la sfilata dei capi di Stato per la cena a Copenaghen. Abbiamo avuto la situazione paradossale che i capi di Stato che hanno fatto fallire l’incontro se ne sono tornati con i loro Jet personali nelle loro case, non avendo fatto il loro mestiere, e gli attivisti che si sono esposti ai rischi, che Greenpeace corre sempre quando fa delle proteste spettacolari, staranno lontano dalle loro famiglie durante le feste.
Il vertice ha deluso oltre le aspettative, noi non eravamo particolarmente ottimisti perché abbiamo visto i documenti circolare nel corso dell’ultimo anno e… però speravamo che il Presidente Obama avesse la capacità di far fare veramente un passo in avanti, invece c’è stato un documento che di fatto non chiude il discorso, ma rinvia sostanzialmente a vedere cosa succederà."

Blog: "Sembra la sceneggiatura di un film apocalittico, la corsa contro il tempo, gli attivisti e gli scienziati da una parte e la politica insofferente."
Onufrio: "Sì, è un po’ questo, l’unica cosa cambiata rispetto all'era Bush, è che adesso nessuno si permette, come purtroppo ogni tanto succede ancora nella stampa di questo Paese provinciale che è l’Italia, di dire che il cambiamento del clima non è colpa dell’uomo, che le cose non stanno così male.
Purtroppo i segnali che arrivano dalla comunità scientifica sono preoccupanti. Il rischio è di mettere in crisi forse l’unica sede internazionale in cui si può fare uno scambio tra Paesi ricchi e Paesi poveri per dare un senso anche alla concezione, ormai diffusa, che siamo in un pianeta piccolo, affollato, sempre più caldo e in cui la stessa sopravvivenza della civiltà, è messa in crisi da cambiamenti che possono avere anche delle dimensioni catastrofiche."

Blog:"Un giornale ha titolato “L’Italia paralizzata dalla neve e lo chiamano surriscaldamento del pianeta!” un po’ di disinformazione sul tema..."
Onufrio: "C’è sempre purtroppo questa piccineria intellettuale nel mettere insieme la climatologia con la meteorologia, sono due cose diverse, quando noi parliamo di aumento di temperatura parliamo di aumento della temperatura media nel corso dell’anno, ma non è che con l’aumento del riscaldamento globale smette di nevicare, il ciclo dell’acqua cambia, cambiano il numero di giorni all’anno in cui questi fenomeni si presentano. Ci sono persone che per mestiere stanno sul territorio mondiale e si rendono conto di come le cose stanno cambiando in maniera visibile, ci sono fioriture fuori stagione, sempre più frequenti, ci sono fenomeni di sbiancamento delle barriere coralline e un aumento degli areali della malaria, o della febbe dengue, il clima sta cambiando e questo in molti posti del pianeta è visibile, in particolare in quella che si chiama la cliosfera, la diminuzione complessiva della copertura ghiacciata del pianeta, questo è l’effetto più visibile che dà una media del fenomeno molto precisa ed è una delle prove più importanti: l’andamento dei ghiacciai e della superficie ghiacciata del pianeta."

mercoledì 23 dicembre 2009

Milano, la capitale morale è diventata immorale. E' la capitale della droga e del cemento senza il rock and roll, ma con l'Expo 2015. E' la capitale europea della cocaina, la si respira nell'aria insieme al CO2 per produrre di più. Anche i topi milanesi sono consumatori abituali di cocaina che fluisce nelle fogne. Mortizia Moratti nulla sa, nulla vede, nulla sente. Mafia? Cos'è la mafia? Qualcuno glielo spieghi, povera stella.

Intervista a Gianni Barbacetto.
"Sono Gianni Barbacetto, faccio il giornalista, scrivo tra l’altro su Il Fatto quotidiano, Milano è diventata ormai in maniera inoppugnabile, la capitale della ’ndrangheta, ce lo dicono magistrati che hanno speso anni e anni della loro vita per indagare su quella che è ormai la più importante organizzazione criminale in Italia, ma Milano, a differenza di Palermo, di Reggio Calabria o di Napoli, non è una città monopolizzata da un’organizzazione criminale, Milano è un mercato aperto, a Milano c’è la ’ndrangheta, ma operano anche qui uomini di Cosa Nostra, uomini della camorra.
Milano è la capitale della cocaina, uno studio dell’istituto di ricerca farmacologia Mario Negri ha valutato, analizzando l’acqua delle fogne di Milano, che ogni giorno vengono consumate a Milano 12 mila dosi di cocaina, a Milano ogni giorno ci sono 5, 6 ricoveri in un anno 2 mila persone vengono ricoverate per overdose da cocaina, è un mercato immenso, la fascia principale di questo mercato è nelle mani della 'ndrangheta che ha instaurato rapporti privilegiati con i produttori latino – americani, da questo mercato enorme della cocaina arrivano un mucchio di soldi, questi soldi poi entrano nel circuito legale e inquinano gli affari di questa città.
Ormai i gruppi mafiosi sono arrivati a Milano alla seconda, alla terza generazione, continuano i vecchi affari sporchi, a Milano nell’ultimo anno e mezzo ci sono stati 5-6 omicidi di mafia, non a Palermo, non a Napoli, continuano le famiglie della ’ndrangheta, ma anche gli uomini di Cosa Nostra e della camorra i loro traffici sporchi, sostanzialmente il traffico di droghe, continuano i regolamenti di conti, poi però ci sono gli affari puliti, questa massa enorme di soldi guadagnati soprattutto con la cocaina, vengono impiegati principalmente nel settore dell’edilizia, ormai si dice che non ci sia a cantiere a Milano e di cantieri ce ne sono tanti, in cui non siano presenti le macchine di movimento terra, i camion delle famiglie calabresi della ’ndrangheta, se tu non fai lavorare i camion della ’ndrangheta, il tuo cantiere è a rischio, potrebbero andare a fuoco i tuoi mezzi, possono farti dei furti di materiale in cantiere, molti imprenditori del nord con i cognomi lombardi, milanesissimi, fanno finta di nulla, chiudono un occhio e anche due e hanno ormai imparato a convivere con la mafia, hanno capito che per avere la vita tranquilla, qui devono far lavorare alcune famiglie.
Nell’hinterland milanese sono insediate ormai da 2, 3 generazioni famiglie di peso, cognomi che sono ai vertici della ’ndrangheta Platì a Reggio Calabria e che però hanno anche qui sviluppato i loro affari, cognomi come Sergi, Trimboli, Papalia, Barbaro lavorano in Calabria, ma hanno le loro basi ormai anche a Milano. Il settore dell’edilizia privata è ampiamente inquinato dalla presenza criminale, ma ormai le ultime indagini ci hanno detto che la ’ndrangheta ha fatto il salto, è riuscita a avere anche appalti pubblici, i lavori per esempio nella costruzione della quarta corsia dell’autostrada Milano – Brescia, lavori per l’alta velocità, ormai c’è il salto anche nei cantieri pubblici anche sui soldi pubblici, sugli appalti pubblici la criminalità organizzata ha messo le mani.
Tutto ciò non sarebbe possibile senza i contatti con la politica, la criminalità organizzata a Milano, anche a Milano, ha saputo stringere contatti con alcuni politici, naturalmente non li conosciamo, però conosciamo qualche segnale, qualche nome, per esempio sappiamo che la famiglia Morabito, un clan importante della ’ndrangheta, ha organizzato una bella cena elettorale al ristorante Gianat di Milano in onore di Alessandro Colucci che è un consigliere regionale lombardo.
Sappiamo che alcuni personaggi considerati vicini e legati alla ’ndrangheta hanno avuto rapporti con Vincenzo Giudice, un Consigliere comunale di Milano che tra l’altro ha fatto fallire e ha fatto perdere un mucchio di soldi pubblici facendo fallire una società comunale che si chiama Zincare, ma ciò nonostante è stato premiato con la presidenza ben retribuita di un’altra società comunale.
Sappiamo per esempio che un deputato della Repubblica Francesco De Luca, ha avuto contatti con una famiglia napoletana, con gli emissari di una famiglia di camorra, la famiglia Guida che opera qui a Milano, l’argomento era aggiustare un processo in Cassazione, lui si è sempre difeso dicendo: ho detto di sì, ma poi non ho fatto nulla.
I contatti ci sono, conosciamo soltanto la punta dell’iceberg probabilmente di questo fenomeno, le famiglie della ’ndrangheta, camorra, di Cosa Nostra hanno molti soldi, hanno metodi molto convincenti per riuscire a penetrare nell’economia del nord, milanese, negli affari del nord e anche hanno mezzi e persone per infiltrarsi e aprire rapporti con la politica, gli appalti dell’Expo 2015 saranno corposi e fanno gola a tutti, anche la criminalità organizzata, vorrebbe sedersi a questa tavola imbandita, quando sarà imbandita.
L’attenzione per la criminalità organizzata, per le infiltrazioni soprattutto della ’ndrangheta, ma non solo a Milano, dovrebbe essere alta, invece c’è una scarsa sensibilità della politica, anche il Sindaco Letizia Moratti, quando si parla di mafia a Milano, dice: "Non esageriamo, non si deve denigrare la città, questa è la città della moda, design, volontariato e di tante cose belle", tutto vero, ma ahimè dobbiamo imparare anche a vedere il lato oscuro di questa città, perché altrimenti l’alternativa è che senza che ce ne accorgiamo, si infiltreranno nell’economia e nella politica e quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi!".

Gianni Barbacetto

venerdì 27 novembre 2009

Giancarlo Caselli, procuratore Capo della Repubblica di Torino, spiega con parole semplici perché l'ipotesi della legge sul processo breve proposta da Berlusconi sia una colossale porcata ai danni dei cittadini onesti. Il solo fatto che la legge fosse spinta da Alfano e Mavalà Ghedini mi aveva messo sul sospetto. Lo psiconano chiede sempre cento per ottenere 50. Sa che questa legge non può passare. E' solo un espediente per una trattativa sulla riforma della giustizia, quindi su una riforma per non farsi processare. . Bersani è favorevole, Violante non sta più nella pelle. L'inciucio sulla giustizia sta arrivando mentre i problemi del Paese possono, come sempre, andare a fanculo.

Testo intervista a Giancarlo Caselli, magistrato

" Su questo problema del cosiddetto processo breve, prima di tutto bisogna dire che c’è una grande confusione: chi propaganda questo progetto come una specie di panacea per i mali della giustizia forse dovrebbe fare i conti con le regole che disciplinano la pubblicità onesta, veritiera, corretta, con il codice di autodisciplina dell’attività pubblicitaria, perché si parla di processo breve, ma questa è soltanto, se non un’illusione, un obiettivo. In realtà bisogna mettere in campo quanto necessario affinché si arrivi all’obiettivo. Fatta questa premessa, più o meno scherzosa, diciamo subito che è la nostra Costituzione che esige che il processo abbia una ragionevole durata. Poi c’è la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, ripetutamente, ha condannato il nostro Paese perché i processi durano troppo e allora che il processo debba essere breve è sacrosanto, è nella Costituzione e ce lo dice l’Europa.
Come si fa a non essere d’accordo con il processo breve? E’ come se un medico non fosse d’accordo con una medicina che abolisce il cancro, ma non basta dire processo breve, non basta proclamare un’intenzione, ci vuole altro. Prima di tutto è necessario che la riforma sia valutata per quanto riguarda le sue ricadute sulla generalità dei processi, senza avere riferimento esclusivo o prevalente a questo o quel processo che interessa a qualcuno, altrimenti se così fosse - e così potrebbe essere, leggendo i giornali - è la tecnica di Erode: uccidere due processi con una strage di innocenti, cioè di processi che, con questo o quello che interessano un determinato soggetto, non c’entrano assolutamente niente. Perché dico strage degli innocenti? Perché in realtà - e lo vedremo - non si tratta di abbreviare i tempi del processo, ma di mettere a rischio di vita, a rischio di essere ammazzati, uccisi molti, moltissimi processi. Il problema principale è che è fissato un obiettivo sacrosanto come il processo breve, poi bisogna farsi carico di come raggiungerlo e cercare di ridurre, se non eliminare, le cause dell’eccessiva durata.
Il processo dura troppo per il carico di lavoro dei magistrati, negli ultimi anni è aumentato in maniera incredibile: il cittadino è sempre più consapevole dei suoi diritti e, sempre più frequentemente, si rivolge alla giustizia affinché i suoi diritti siano tutelati e questo determina un’esplosione del numero delle cause. Pensiamo alla colpa medica: una volta si andava in ospedale e, se le cose non andavano bene, finiva lì; oggi, se le cose non vanno bene o si ritiene che non siano andate bene, non c’è malato o parente di malato che non faccia causa al medico o all’ospedale, i processi per colpa medica sono diventati un numero rilevantissimo del carico processuale. Nel contempo, il numero dei magistrati non è aumentato in proporzione: 8.000 circa, un numero insufficiente rispetto agli altri Paesi europei raffrontando il carico di lavoro con il numero dei magistrati. Oltre a non essere in numero sufficiente, sono anche mal distribuiti sul territorio: la cosiddetta geografia giudiziaria è vecchia, superata, abbiamo alcuni tribunali inutili, superflui, con pochissimo lavoro e altri che invece hanno un carico di lavoro enorme, in cui non c’è il personale che, ricavandolo, abolendo i tribunali inutili, potrebbe essere ottenuto. Poi c’è il fatto che, per la giustizia, non si spende abbastanza, per esempio, non ci sono soldi per pagare gli straordinari dei cancellieri, senza cancellieri non si fanno le udienze e le udienze che si fanno devono obbligatoriamente finire alle due, perché mancano i soldi per pagare gli straordinari. Mediamente in Italia manca il 15% di segretari e di cancellieri, di personale amministrativo rispetto agli organici, con punte anche del 30% nel nord est e nel nord ovest.
Infine, ci sono le procedure, sembrano, qualche volta, fatte apposta perché il processo non finisca mai. Un solo esempio: abbiamo un sistema tendenzialmente accusatorio, usa dire, in tutti i Paesi del mondo in cui c’è un sistema accusatorio non ci sono tutti i gradi di giudizio che abbiamo ancora. Ci sono un primo grado e un ricorso alla Corte Suprema e basta e allora anche da noi, perché il sistema accusatorio sia al passo con gli altri Paesi, abolire l’appello: non si vuole abolire l’appello, ma quantomeno introdurre dei filtri che impediscano di ricorrere sempre e comunque in appello. Oggi un imputato che, in primo grado, confessa e è condannato al minimo della pena va lo stesso in appello, sempre: perché? Perché lui e il suo avvocato sperano - che so? - in un indulto, in un’amnistia, nella prescrizione, conviene loro far passare il tempo, ma così si inflaziona il sistema e i processi non finiscono mai.
Detto tutto questo, vediamo come funzionerebbe la riforma: la riforma dice che muore tutta una serie di processi se vengono superati i due anni in primo grado, i due anni in appello o i due anni in Cassazione, sei anni complessivamente. Quelli che contano soprattutto sono i due anni in primo grado, perché è qui che si giocano le partite e sono i due anni che si calcolano dal rinvio a giudizio alla sentenza, che conclude il primo grado. Sono esclusi dalla riforma i processi per reati punibili con pena superiore ai dieci anni, i processi per reati rientranti in un elenco di eccezioni, quali mafia, terrorismo, omicidi stradali, omicidi con violazione delle norme a tutela dei lavoratori, sul posto di lavoro e sono esclusi dalla riforma anche i processi che riguardano i reati commessi dai recidivi. Tutti gli altri processi sotto i dieci anni, non rientranti nel catalogo delle eccezioni, commessi da incensurati, quando scattano i due anni senza che si sia arrivati a una sentenza di primo grado, muoiono e sono processi per fatti anche gravi, anzi sono processi per fatti di notevolissima gravità: abuso d’ufficio, corruzione semplice e in atti giudiziari, rivelazione di segreti d’ufficio, truffa semplice o aggravata, frodi comunitarie, frodi fiscali, falsi in bilancio, bancarotta preferenziale, intercettazioni illecite, reati informatici, ricettazione, omicidio colposo per colpa medica, maltrattamenti in famiglia, incendio cosiddetto semplice, aborto clandestino e via seguitando. Muoiono tutti questi processi, se non si rispetta il termine tassativo dei due anni in primo grado e via seguitando: quanti ne muoiono di questi processi? Secondo il Ministro Alfano pochi, solo l’1%: se fosse vero la riforma non avrebbe senso. Secondo l’Associazione Nazionale Magistrati sono a rischio di estinzione molti più processi: il 50% dei processi rientranti nella categoria toccata dalla riforma.
Il traguardo e bello, buono, giusto e sacrosanto, ma bisogna anche fare qualcosa affinché ci si possa arrivare: se si fissa un traguardo che va raggiunto correndo veloci, ma poi non si cura la pista, cioè la procedura, se il corridore, l’operatore giudiziario, deve correre velocemente per raggiungere il traguardo in un tempo breve, non viene dotato degli strumenti necessari, delle “scarpette per correre veloce”, ma è costretto a muoversi con scarponi da montagna, se non addirittura con uno scafandro da palombaro, quel traguardo è irraggiungibile e questa riforma, in linea di principio bella, accettabile, diventa un’incompiuta. Molte volte i tempi già lunghi del processo sono abbreviati, ridotti, grazie al ricorso ai cosiddetti riti alternativi, quali patteggiamento e giudizio abbreviato. A Torino di queste riforme ormai non se ne faranno più, perché a me, difensore di questo o di quell’imputato, non conviene - e devo fare l’interesse del mio cliente - patteggiare o andare al giudizio abbreviato. Se ho la speranza e la prospettiva che tutto muoia, se non arriva la sentenza entro due anni, bastano i riti alternativi, ma se cessano i riti alternativi avremo più processi e il sistema, invece di essere accelerato, finirà per essere ulteriormente inflazionato e le cose andranno ancora peggio di come non vanno oggi.
Poi ci sono eventuali profili di incostituzionalità: abbiamo detto che la riforma del processo breve non riguarda i reati commessi dai recidivi, anche se è una recidiva per piccole cose molto risalenti nel tempo, per le quali magari si è intervenuti a riabilitazione. E allora può succedere questo: io, incensurato, commetto un reato in concorso con persona recidiva, siamo a braccetto quando commettiamo questo reato, siamo intrecciati l’uno con l’altro inestricabilmente e io, incensurato, se il processo non si conclude entro i due anni, la faccio franca e finisce tutto, lui, recidivo per un fatterello lontanissimo nel tempo, dopo due anni e cinque giorni magari viene condannato a nove anni di reclusione per lo stesso identico fatto. C’è qualcosa che stride, qualcosa che non va troppo bene. Allo stesso modo stride che un incensurato che commette una truffa per milioni e milioni di euro possa farla franca, se il processo non si conclude in due anni, mentre per un recidivo, per un piccolo recidivo che commette una truffa per pochi spiccioli il processo non muore mai e la condanna prima o poi arriva.
Ancora un profilo: le eccezioni alla riforma del processo breve riguardano reati molto gravi, quali terrorismo, mafia, omicidi per violazione delle norme sulla circolazione stradale, sulla tutela della salute, la sicurezza dei lavoratori etc., ma in questo catalogo delle eccezioni ci sono anche reati collegati alla migrazione clandestina. Se si mettono nello stesso contenitore cose diversissime tra loro, assolutamente due mondi diversi, ecco profili di non ragionevolezza complessiva della norma, quindi profili eventuali ancora di incostituzionalità.
Vorrei chiudere dicendo che anche i magistrati devono assumersi le loro responsabilità: negli ultimi anni lo stanno facendo, per quanto riguarda l’organizzazione del proprio lavoro, l’organizzazione degli uffici, ma anche per quanto riguarda la sfida della professionalità e della produttività. Al Ministro Castelli l’Associazione Nazionale Magistrati propose controlli quadriennali sulla produttività, con pesanti riduzioni di stipendio per chi non lavorava abbastanza: questa proposta sostanzialmente, sia pure in altri termini, è diventata legge dello Stato, e se non si superano questi esami quadriennali, non si progredisce in carriera, non si perde lo stipendio, ma non si aumenta in termini di retribuzione. E’ una riforma seria, che i magistrati hanno accettato di buon grado, sono stati sostanzialmente loro i primi a proporla, perché professionalità, produttività, miglior funzionamento del servizio della giustizia, che i cittadini hanno il sacrosanto diritto di pretendere, sono cose che stanno a cuore anche, se non prima di tutto, ai magistrati."

giovedì 19 novembre 2009

D'Alema mail bombing

BEPPE GRILLO

D'Alema ha detto della sua nomina a ministro degli esteri della UE che: "Meno ne parliamo, meglio è". Il blog è qui proprio per questo. Per parlarne alla grande e diffondere la notizia di questa meravigliosa candidatura. Dopo la nomina di Mastella il ceppalonico (con moglie profuga) a Bruxelles, D'Alema è il punto più alto della nostra politica europea. D'Alema è l'uomo che non deve chiedere, a quello ci pensa lo psiconano. Lui preferisce dare. E' un generoso. Ha consegnato Telecom (la più grande azienda pubblica italiana) ai capitani coraggiosi Colaninno e Gnutti vendendola a debito (da allora non si è più riavuta e Tronchetti gli ha dato il colpo di grazia). Ha fatto una legge (numero 488, articolo 27, comma 9, pagina 32) per Testa d'Asfalto che gli assegna le frequenze televisive pubbliche (quindi nostre) al modico prezzo dell'uno per cento del fatturato. Nell'ultimo periodo della sua carriera politica si è un po' offuscato. Parla poco (ha delegato il suo maggiordomo Bersani). Non si fa vedere in giro, neppure in Parlamento. Alla votazione per l'incostituzionalità dello Scudo Fiscale non c'era. Sulla legge per la prescrizione breve non fiata (una candidatura a mister Pesc a Bruxelles vale cento prescrizioni). Per il No Berlusconi Day del 5 dicembre preferisce non pronunciarsi. La sua aria da statista corrucciato, pensoso e profondo è stata notata dal Financial Times che lo ha elogiato giusto ieri con le incoraggianti parole: "Leftwinger familiar with italian intrigue (Politico di sinistra familiare con gli intrighi italiani)", ma anche: "Pratico con le oscure arti degli intrighi politici italiani avendo cospirato per rimpiazzare Romano Prodi, un suo collega, come premier nel 1998". Un riconoscimento internazionale inaspettato. Uno così l'Europa non lo merita (ma neppure l'Italia che lo mantiene come deputato dal 1987, prima della caduta del Muro di Berlino). Io non voglio farmi rappresentare da un individuo che ha detto: "Berlusconi è un pericolo anche per l'Europa, potrebbe dare origine a una crisi democratica capace di allargarsi anche ad altri Paesi" e che ora aspetta con il piattino in mano l'appoggio dello psiconano.
E' l'ora di un "D'Alema mail bombing" al presidente della UE Barroso e a tutte le testate internazionali. Un messaggio semplice, semplice in italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo e olandese: "Io sono un cittadino italiano e non voglio essere rappresentato in Europa da Massimo D'Alema in qualità di Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune (mister Pesc) dell’Unione europea".
Inviate una email alla presidenza della UE, a El Paìs, Financial Times, The Economist, Le Monde, De Telegraaf, Der Spiegel. Vi sentirete meglio!

Ps. Se il vostro client di posta elettronica non compilasse in automatico l'email utilizzando il link precedente, potete comporre il messaggio con i seguenti campi:

A:
[email protected], [email protected], [email protected], [email protected], [email protected], [email protected], [email protected]

Oggetto:
"No to D'Alema as Mr PESC"

Testo:
*** Italiano ***
Io sono un cittadino Italiano e non voglio essere rappresentato in Europa da Massimo D'Alema in qualita' di Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune (mister Pesc) dell'Unione europea.
*** English ***
I am an Italian citizen and I do not want to be represented in Europe by Massimo D'Alema as High Representative for External Affairs (Mr. PESC) of the EU.
*** Francais ***
Je suis un citoyen italien et je ne veux pas etre represente en Europe par Massimo D'Alema en tant que Haut Representant aux Affaires exterieures (M. PESC) de l'UE.
*** Deutsche ***
Ich bin ein italienischer Staatsbuerger und ich will nicht in Europa durch Massimo D'Alema als Hoher Vertreter fuer Auswaertige Angelegenheiten (Mr. PESC) der EU vertreten sein.
*** Espanol ***
Soy un ciudadano italiano y no deseo ser representado en Europa por Massimo D'Alema como Alto Representante para las Relaciones Exteriores (Mr. PESC) de la UE.
*** Nederlandse ***
Ik ben een Italiaanse burger en ik wil niet te worden vertegenwoordigd in Europa door Massimo D'Alema als Hoge Vertegenwoordiger voor Buitenlandse Zaken (Mr. PESC) van de EU.

lunedì 16 novembre 2009

Il non-Parlamento va chiuso

Il presidente FINI ha deciso di sospendere i lavori della CAMERA per 10 giorni, fino al 9 novembre.
Inutile riunirsi e approvare impegni di spesa se manca la copertura finanziaria.
E siamo solo all'inizio.....

martedì 3 novembre 2009

Il disastro delle FS

Le Ferrovie ai tempi di Mussolini arrivavano in orario e servivano per spostarsi, Ai tempi dello psiconano e dei suoi compari del Pdmenoelle arrivano in ritardo e servono per assegnare gli appalti. In Sicilia ci sono ancora le littorine fasciste con nove ore di treno da Palermo a Ragusa. I pendolari italiani viaggiano come nei carri bestiame. In compenso avremo la Tav in Val di Susa per il corridoio europeo e il Ponte di Messina. Grandi Opere per Grandi Appaltatori.

Indice:
Un progetto collettivo nazionale abbandonato
Il baratro dell'Alta Velocità
Treni puliti e puntuali
Una responsabilità politica



Un progetto collettivo nazionale abbandonato

Mi chiamo Claudio Gatti, sono un inviato speciale de Il Sole 24 Ore di base a New York. Vivo in America da trenta anni, dove ho imparato il mestiere del giornalista investigativo e ho deciso di scrivere questo libro e di cimentarmi sulle ferrovie, perché ritengo che queste ultime rappresentino il codice genetico di un paese, ma che soprattutto siano una cartina di tornasole di tutto ciò che non va, non funziona dell’Italia e forse anche degli italiani.
In agosto Daniel Cohn Bendit, il leader del movimento studentesco tedesco, francese e il leader dei Verdi tedeschi, ha rilasciato un’intervista in cui diceva: “l’Italia è un Paese malato di individualismo e menefreghismo, è un Paese in cui manca un progetto collettivo nazionale”. Secondo me le ferrovie sono un progetto collettivo nazionale abbandonato e sono emblematiche di un modo di fare, di una cultura manageriale, di un modo di essere che è tipico dell’Italia. Per questo, secondo me, questo libro è interessante: proprio perché affronta, con questo viaggio dal di dentro, un’esperienza che è l’esperienza che hanno tutti gli italiani e un modo di operare, un modo di vivere, un modo di rapportarsi alla cosa pubblica, un modo di gestire la cosa pubblica, una gestione privatistica della cosa pubblica è lo specchio di questo Paese.
Come residente all’estero arrivo in Italia, sbarco a Fiumicino o a Malpensa e prendo il treno che mi porta in città e, così come me, lo fanno tutti gli stranieri che sono appena arrivati: quel treno per me è una cartina di tornasole dell’Italia, è il primo approccio che hanno gli stranieri con il nostro Paese e è un approccio che è emblematico del nostro Paese, perché i treni non sono puliti, perché i treni non sono puntuali. In Italia si sono investiti, negli ultimi cinque anni, circa 6 miliardi di Euro all’anno, i cittadini italiani, 22 milioni di famiglie italiane hanno pagato un canone FS, senza saperlo, di 273 Euro all’anno. Con tutti quegli investimenti l’Italia avrebbe il diritto di avere ferrovie della qualità, della pulizia, della puntualità svizzera e invece, purtroppo, dopo tutti questi anni continuiamo a avere la qualità, la puntualità e la pulizia italiana e questo è inaccettabile. Ho cercato di capire, però, a che cosa è dovuto e penso che, con l’aiuto di chi mi ha guidato, di chi mi ha dato accesso ai documenti, di chi mi ha spiegato il significato di alcuni dati, di messaggi di posta elettronica, si possa capire meglio perché questi problemi sono tutt’ora irrisolti. Ho trovato dei messaggi di posta elettronica straordinari: ce ne era uno della primavera del 2006, in cui si parlava del problema della legionella, della malattia del legionario, per cui erano stati trovati dei batteri e, in pochi mesi, era morto un conduttore, un ferroviere a Roma. Trenitalia discuteva su chi doveva fare le pulizie e c’era un rimpallo continuo. Sei mesi dopo è stato trovato nuovamente il batterio della legionellosi sui treni di Torino e il sostituto Procuratore Guariniello è intervenuto e, nonostante i media non abbiano dato alcuna notizia, ho poi appurato che Trenitalia ha avuto due funzionari multati per non aver tenuto conto del rischio legionellosi. In realtà le mails che ho trovato dimostravano che i funzionari erano perfettamente consapevoli di quel rischio e che non erano riusciti a fare nulla, a organizzare un tipo di pulizia necessario per eliminarlo.


Il baratro dell'Alta Velocità
Uno dei temi che ho voluto affrontare è stato quello dell’alta velocità, o alta velocità alta capacità: il progetto avrebbe dovuto essere finito nel 1999 e sarebbe dovuto costare meno della metà di quello che è costato. Dieci anni dopo ancora non è finito e c’è stata una serie di sprechi straordinaria: prendiamo l’esempio delle locomotive. Le locomotive a alta velocità sono arrivate a Ferrovie dello Stato a metà degli anni 90, quando non c’erano i binari e sono state sottoutilizzate per quasi 15 anni, usate in tratte in cui non potevano andare alla velocità per la quale erano state costruite. Adesso stiamo per finire di vedere i binari, l’infrastruttura completata e abbiamo locomotive ormai vecchie, antiquate, che hanno quasi 15 anni.
L’altro problema è stato l’aumento del costo di questo progetto: in Italia si è deciso di trasformare un progetto per passeggeri in un progetto passeggeri /merce, il che ha portato a un aumento dei costi enorme, anche se le merci, nelle tratte che già sono in funzione, non utilizzano questi binari, perché l’alta velocità, come in Francia, per la merce costa troppo e non ha senso, e pur dovendo avere caratteristiche tecniche necessarie perché i treni merci viaggino su questi binari, i costi della Firenze /Bologna sono aumentati in modo sproporzionato, ci sono stati degli sprechi enormi, così come ci sono stati i danni all’ambiente al Mugello. Ho raccolto la testimonianza del sostituto Procuratore di Firenze in un processo contro il Consorzio che ha costruito la Tav sulla Firenze /Bologna e si parla di 900 milioni di Euro di danni ambientali, di danni idrici, una rete di sorgenti, di torrenti, di fonti che è completamente scomparsa, boschi che hanno perso il verde e gli alberi e intere popolazioni che sono state costrette a abbandonare delle zone, perché non hanno più accesso all’acqua potabile.


Treni puliti e puntuali
Il mio obiettivo era di trovare risposta a una serie di interrogativi che tutti i passeggeri, i pendolari e chiunque prenda un treno in Italia ha, ossia come mai i treni sembrano essere in ritardo, quando le ferrovie ci dicono che sono quasi sempre puntuali; come mai non si riesce a risolvere il problema della pulizia dei treni, come mai accadono con una frequenza preoccupante incidenti, come quello più grave di Viareggio dell’estate scorsa e che cosa è stato fatto per fare sì che l’infrastruttura fosse degna di un Paese occidentale.
Attraverso una ricerca di documentazione e di materiale di testimonianze ho raccolto molti documenti che mi hanno permesso di capire che cosa le ferrovie sanno di questi problemi: il mio è un viaggio nel ventre molle delle ferrovie, con l’aiuto di varie guide di persone che sono state ex dirigenti, funzionari, sindacalisti, ma anche fornitori e politici, che mi hanno aiutato a capire come funziona il meccanismo e, da questa documentazione, ho scoperto e ho trovato risposta a tanti problemi: quello della puntualità è il primo. Ho appurato che, quando l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato ci dice “la puntualità dei treni italiani è come quella della Francia o della Germania”, in realtà bluffa: in Francia e in Germania in treni a lunga percorrenza hanno una puntualità che si calcola con standards diversi da quelli italiani, in Francia e in Germania la puntualità è data da un treno che arriva entro cinque minuti dall’orario previsto. In Italia, nella lunga percorrenza, sono 15 minuti, cioè tre volte tanto. In più c’è una serie di éscamotage che ho scoperto e ho documentato, che spiegano come mai un treno che un passeggero ha visto arrivare in ritardo risulta poi, nei dati ufficiali, puntuale: uno dei fattori chiave è quello delle cosiddette cause esterne, ossia degli elementi imponderabili, quali possono essere la fitta nebbia o addirittura il suicidio di una persona, che determinano un ritardo che non dipende dal gestore, da Trenitalia. In questo caso tutto il ritardo accumulato da quel treno non viene considerato, viene annullato. Il problema è che ho scoperto dai documenti e dalle testimonianze che in Ferrovie dello Stato si abusa di questo sistema, per cui si attribuisce a una causa esterna il ritardo di treni che in realtà non sono stati colpiti da quella causa. Un altro meccanismo che ho scoperto è quello di operare sull’orario di arrivo, ovvero sulle linee in cui c’è un ritardo cronico, anziché risolvere il problema e eliminare il ritardo, in occasione dei cambi di orario stagionali, ho scoperto un documento che dice che si poteva spostare l’orario di arrivo e ritardarlo, di modo che il treno che arriva in ritardo venga poi considerato puntuale.
Altro grande problema: le pulizie. Sono venti anni che si dice che siamo nell’emergenza pulizia treni, ebbene abbiamo visto le ferrovie fare gare europee, consolidare lotti, parcellizzare i lotti, c’è stato un ciclo continuo di gare, treni sporchi, nuove gare, treni sempre sporchi e questo ciclo non è finito e difficilmente finirà, se non si risolveranno alcuni problemi strutturali, che sono di programmazione, perché ho scoperto da documenti interni che i treni spesso non arrivano nei depositi dove devono essere puliti, nelle fasce e nelle finestre in cui è previsto che ci sia la presenza dei lavoratori delle pulizie.


Una responsabilità politica
Anche in questo caso la responsabilità ultima secondo me è della nostra classe politica: abbiamo visto una serie di governi succedersi negli ultimi 12 anni, nessuno dei quali ha proposto un piano trasporti, un piano per il trasporto pubblico per le ferrovie. La classe politica non ha dato impulsi, ha soltanto lasciato che il management gestisse in un modo che ha portato pochissimi risultati concreti, senza però dare un progetto veramente nazionale, come è stato fatto in altri Paesi. Spero che questo libro stimoli anche i nostri politici a fare un ragionamento sul sistema trasporti e non soltanto sui ritardi e le pulizie dei treni.