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mercoledì 13 aprile 2011

La favola del processo breve


di Gian Carlo Caselli

Noi italiani siamo convinti di essere molto furbi. Più furbi degli altri e orgogliosi di ciò. Non c’è barzelletta che abbia come protagonisti, per dire, un francese, un tedesco e un italiano che non ci veda prevalere alla grande. Ma forse siamo cambiati. Perché ormai ce le beviamo tutte con allegria. Da tempo, infatti, ci prendono in giro e siamo contenti. Ci ingannano e godiamo. Cadere in trappola ci inebria.

Formule come “riforma (epocale) della giustizia” e “processo breve” sono né più né meno che ipocrisie degne della peggior propaganda ingannevole. Se le parole avessero ancora un senso, e non fossero usate come conigli estratti da un cilindro, sarebbe chiaro che di riforma della giustizia si potrebbe parlare soltanto se si facesse qualcosa per accelerare la conclusione dei processi. Ma se non si fa niente in questa direzione, parlare a vanvera di riforma della giustizia equivale a sollevare spesse cortine fumogene intorno al vero obiettivo: che è quello di mettere la magistratura al guinzaglio della maggioranza politica del momento (oggi, domani e dopodomani), buttando nella spazzatura ogni prospettiva di legge uguale per tutti.

QUANTO AL SEDICENTE “processo breve”, siamo al gioco di prestigio. La riforma, infatti, avrebbe come effetto non un processo breve ma un processo ammazzato a tradimento (con l’aggravante dei futili motivi). Ovviamente schierarsi contro il processo breve è da folli. Sarebbe come rifiutare una medicina efficace contro il cancro. Qui però non si tratta neanche dell’elisir di Dulcamara! Non basta urlare a squarciagola che il processo sarà breve. Occorre fare qualcosa di serio (procedure snellite; più mezzi agli uffici giudiziari) perché si possa arrivare a sentenza in tempi più rapidi. Se non si fa nulla è come proclamare ai quattro venti che la squadra di calcio del Portogruaro vincerà sicuramente la Champions, confidando nella disattenzione o dabbenaggine di chi ascolta.

ORA, COME per vincere la Champions ci vuole una squadra attrezzata, così per avere un processo davvero breve ci vogliono interventi che il processo lo facciano finire prima: ma finire con una sentenza nel merito (innocente o colpevole), non con una dichiarazione di morte per non aver rispettato un termine stabilito ex novo, più o meno a capocchia. In verità la riforma ha un sapore di truffa (verbale), perché i tempi non saranno ridotti ma castrati, ed i processi non saranno abbreviati ma morti e sepolti. In parole povere: si fissa un termine che deve essere rispettato a pena di morte senza minimamente preoccuparsi del fatto che l’attuale sfascio del sistema non consentirà di rispettarlo in una infinità di processi. È come pretendere che un palombaro vestito da palombaro percorra i cento metri in pochissimi secondi, sennò muore. Assurdo, esattamente come il sedicente processo “breve”. Una mannaia che impedirà di accertare colpe e responsabilità e concluderà il processo con un’attestazione di decesso (estinzione) tanto burocratica quanto definitiva e tombale. Uno schiaffo alla fatica che le forze dell’ordine compiono per assicurare alla giustizia fior di delinquenti. Uno schiaffo al dolore e alla sofferenza delle vittime dei reati.

UNO SCHIAFFO alla sicurezza dei cittadini. Proprio quella sicurezza su cui sono state costruite solide fortune elettorali. Sicurezza che ora diventa – di colpo – roba di scarto, rivelando con assoluta evidenza come il tema sia considerato un’opportunità da sfruttare biecamente, anche gabbando la povera gente, più che un problema da risolvere. E tutto questo perché? Per fare un favore a LUI, all’altissimo (ed ecco i futili motivi). Non sfugge a nessuno, difatti, che l’obiettivo vero non è tanto ammazzare migliaia di processi, quanto piuttosto sopprimere – nell’ammucchiata – anche quel paio di cosucce che appunto interessano a LUI. Con tripudio di un esercito di scippatori , borseggiatori, topi d’alloggio e ladri assortiti, truffatori, sfruttatori di donne, spacciatori di droga, corruttori, usurai, bancarottieri, estortori, ricattatori, appaltatori disonesti, pedofili, violenti d’ogni risma, operatori economici incuranti delle regole che vietano le frodi in commercio e tutelano la salute dei consumatori, imprenditori che spregiano la sicurezza sui posti di lavoro e via elencando... Questo catalogo già sterminato di gentiluomini che la faranno franca, che si ritroveranno impuniti come se avessero vinto al totocalcio senza neppure giocare la schedina, si “arricchirà” all’infinito con la cosiddetta “prescrizione breve”: un’altra misura che sa di presa per il naso, l’ennesima leggina “ad personam” (meglio, la fotografia di LUI in persona) che fa a pugni col principio di buona fede legislativa. Sarebbe poco se fosse una di quelle barzellette che il premier usa raccontare in pubblico per il divertimento di chi ama l’ossequio servile. Invece si tratta di una bastonata in testa a una giustizia che già sta affogando. Una catastrofe per l’Italia, perché il feudo di Arcore possa continuare a svettare sulla palude nella quale annaspano i comuni mortali in cerca di giustizia.

venerdì 11 marzo 2011

Una riforma al giorno toglie il giudice di torno


di Gian Carlo Caselli

Le leggi “ad personam” hanno imbarbarito il sistema violando i principi fondamentali dell'ordinamento ma non sono servite a granché. L’ossessione del premier per i suoi processi non si è calmata, e poco sollievo gli è venuto dall’incessante azione di illustri avvocati che intrecciano la difesa privata con responsabilità istituzionali.

Meglio lasciare da parte l’accetta che trancia di netto i delitti più “rischiosi”. Persino un’opinione pubblica assuefatta e ipnotizzata potrebbe a un certo punto svegliarsi. Invece delle brutali leggi “ad personam” si possono imboccare strade più elusive ma non meno efficaci.

Per esempio qualche modifica della Costituzione che consenta al governo di condizionare la magistratura o addirittura di impartirle direttive.

ESATTAMENTE questa è la situazione che si avrà con la sedicente riforma della Giustizia (sobriamente denominata epocale...) che il Consiglio dei ministri ha messo in cantiere.

Direttore dei lavori è un cavaliere/presidente che nello stesso tempo è imputato in vari processi. Un ossimoro? Forse, ma soprattutto un modo per regolare i conti con questa magistratura golpista ed eversiva che continua a coltivare un’assurda pretesa: chiedere conto anche al premier di azioni od omissioni che si presentino in contrasto con la legge penale.

Ma anche a prescindere (e non si può) dalle vicende giudiziarie del premier e dalle sue ansie, è evidente innanzitutto che non si tratta di una riforma della Giustizia (l’inefficienza del sistema resterà tal quale), ma del tentativo di liberare il potere politico dal fastidio di aver a che fare con magistrati indipendenti. È poi impossibile ignorare un dato di fatto: il nostro – purtroppo – è tuttora un paese caratterizzato da un fortissimo tasso di illegalità che comprende una spaventosa corruzione, collusioni e complicità con la mafia assai diffuse, gravi fatti di mala amministrazione e fenomeni assortiti di malaffare. Quasi sempre ci sono pezzi consistenti di politica coinvolti in tali vicende, per cui consentire loro (come avverrà con la pseudo-riforma della Giustizia) di pilotare la magistratura nel modo che ad essi più conviene sarebbe micidiale: per l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e per la stessa credibilità della nostra democrazia.

In altre parole, grazie alla pseudo-riforma potrà dare ordini alla magistratura, stabilendo come e chi indagare, proprio quel potere politico che di solito – è storia – respinge i controlli di legalità relativi ai suoi esponenti, preferendo autoassoluzioni perpetue. Ad esempio minimizzando il gravissimo cancro della corruzione sistemica riducendolo (la tradizione al riguardo si è consolidata negli anni) ad isolate performance di “mariuoli” o “sfigati” di poco conto. E non è un caso che il presidente del Consiglio, presentando baldanzosamente la “sua” riforma, abbia dichiarato con candore che così Mani Pulite non ci sarebbe stata. Che se invece avessimo a che fare anche noi con politici capaci di dimettersi sol perché scoperti a copiare una tesi di laurea, allora potremmo pure discutere sull’opportunità o meno dell’opzione legata alla separazione delle carriere. Per contro, la concreta realtà del nostro paese (ancora fuori degli standard delle democrazie occidentali per ciò che qui interessa) non ci consente assolutamente un simile lusso. Posto infatti che sempre – ovunque vi siano forme di separazione – il governo in un modo o nell’altro ha poteri direttivi sui pm, in Italia (nella situazione ancora attualmente data) il sistema sarebbe suicida, perlomeno finché certe decisive componenti della classe politica resteranno esclusivamente preoccupate della propria impunità. Sarebbe come affidare alle volpi la custodia del pollaio! Se poi la separazione delle carriere si combina (come previsto nella pseudo-riforma del governo) con altre misure mirate all’impunità dei potenti, ecco che il cerchio si chiude ed i giochi sono fatti. Così, l’indebolimento dell’obbligatorietà dell’azione penale mediante liste, stabilite dalla politica, che distinguono quali reati perseguire e quali no; - il controllo delle attività investigative della polizia giudiziaria esercitato dal governo e non più dal pm; - la mortificazione del Csm a ruoli meramente burocratici; - la previsione di un Csm separato per i pm, così sottratti all’utile “koinè” con la magistratura giudicante; - il conferimento al Guardasigilli di un potere di ispezione e relazione sulle indagini destinato a funzionare come ponte verso la costruzione di un rapporto gerarchico con l’ufficio del pm; - una nuova disciplina della responsabilità dei magistrati che rischi di esporli a bufere scatenate strumentalmente, incompatibili con la serenità e l’autonomia della giurisdizione.

SON TUTTI interventi che univocamente convergono verso l’obiettivo di riservare al potere politico l’apertura o chiusura del “rubinetto” delle indagini, prevedendo per giunta forme indirette ma efficaci di dissuasione verso i pm che tardino a capire che conviene “baciare le mani” a chi può e conta, piuttosto che servire gli interessi generali. La posta in gioco è la qualità della democrazia. E forse è bene cominciare a rileggere quel passo di Calamadrei in cui sta scritto che “la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi di non sentire mai”.

lunedì 31 gennaio 2011

“La misura è colma, democrazia a rischio”


di Gian Carlo Caselli

Il 12 gennaio 2002, in questa stessa aula, inaugurando anche allora l’Anno giudiziario, Maurizio Laudi – parlando a nome dell’Associazione magistrati – ebbe a dire: “Ci indigna che il capo del governo, in sede internazionale, rappresenti l’azione di alcuni uffici giudiziari come atto di persecuzione politica. Ci indigna perché queste accuse non sono vere e perché vengono ripetute come verità acquisite che non richiedono di essere provate”.

Parole coraggiose, necessarie per arginare una pericolosa deriva già allora in atto. Deriva che, peraltro, è continuata. Come fosse ossessionato dai suoi problemi giudiziari, il presidente Berlusconi ha moltiplicato gli interventi volti ad indurre, nei più, l’immagine della giustizia come “campo di battaglia” fra interessi contrapposti, anziché luogo di tutela di diritti in base a regole prestabilite; contribuendo così alla devastazione di tale immagine. La tecnica della ripetizione assillante che trasforma in verità anche i falsi grossolani continua a essere applicata in modo implacabile . E dopo aver proclamato la necessità di istituire una commissione parlamentare d’indagine per accertare se la magistratura opera con fini eversivi, il capo del governo ha sostenuto (in un videomessaggio trasmesso a reti unificate) che i Pm devono essere “puniti”, mentre si preannunziano manifestazioni di piazza contro i giudici “politicizzati” per il prossimo 13 febbraio.

Così la misura è colma. Non la misura della nostra pazienza (l’impopolarità dei magistrati nelle stanze del potere è fisiologica e talora necessaria per una giurisdizione indipendente: la provarono in vita anche Falcone e Borsellino...). Vicina al livello di guardia è la misura della compatibilità con le regole di convivenza istituzionale proprie di un sistema democratico.

Nessun leader democratico al mondo ha mai osato sostenere che “per fare il lavoro (di magistrati) bisogna essere malati di mente; se fanno questo lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. Il presidente Berlusconi invece lo ha sostenuto.

Nessun leader democratico al mondo (ancorché inquisito) ha mai osato parlare di “complotto giudiziario” ordito ai suoi danni da magistrati indicati come “avversari politici”. Le reazioni dei personaggi pubblici inquisiti – all’estero – sono le più svariate, ma sempre contenute in un ambito di accettazione e rispetto della giurisdizione. Solo in Italia si lanciano contro la magistratura, senza prove, grottesche accuse di macchinazione o persecuzione; quando si deve leggere, piuttosto, insofferenza per il controllo di legalità e per la rigorosa applicazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale.

Nessun leader democratico al mondo coinvolto in vicende giudiziarie si è mai sognato di difendersi DAL processo anziché NEL processo. In Italia, invece, il premier ha sperimentato una strategia di contestazione del processo in sé, quasi una sorta di impropria riedizione del cosiddetto processo di rottura da altri praticato in passato.

Sotto nessun cielo democratico del mondo il potere politico ha mai operato sui giudici interventi per ottenere una certa interpretazione della legge o si è sostituito ad essi nell’interpretazione. Sarebbe un vulnus intollerabile al principio della separazione dei poteri. Solo in Italia si registrano simili strappi. Basti ricordare la mozione approvata dalla maggioranza del Senato il 5 ottobre 2001, per indicare ai giudici (testualmente) “l’esatta interpretazione della legge” dopo una pronunzia di tribunale in tema di rogatorie non gradita al Palazzo. Oppure la decisione di due giorni fa della Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, che ha stabilito quale ufficio giudiziario sia competente a procedere in una specifica indagine (ovviamente qui non si fa questione di merito, ma solo – per così dire – di titolarità della competenza a stabilire la competenza).

Invece di indulgere a un riequilibrio dei poteri a danno delle prerogative costituzionali della magistratura (quella requirente in particolare); sarebbe tempo di pensare, finalmente, a una vera riforma della giustizia, capace di migliorare l’efficienza del sistema e di ridurre i tempi dei processi.

Infine, chi parla a vanvera di “partito dei giudici”, voglia prendere atto che un “partito dei giudici” esiste davvero, ma nell’accezione dello storico Salvatore Lupo, secondo cui è “attraverso l’impegno di alcuni e (purtroppo) il martirio di altri, che l’idea del partito dei giudici prende forma. Nasce dalla sorpresa che, in un’Italia senza senso della patria e dello Stato, ci siano funzionari disposti a morire per il loro dovere, per questa patria e per questo stato. Ad ogni funerale, ad ogni commemorazione prende forma l’idea di per sé contraddittoria dei magistrati come rivoluzionari, in quanto portatori di legalità”. Ecco: definire “cospiratori” coloro che sono semplicemente portatori di legalità, non è solo offensivo. È soprattutto profondamente ingiusto.

(Questo è il testo integrale dell’intervento del procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli pronunciato ieri all’inaugurazione dell’anno giudiziario).

venerdì 12 novembre 2010

Giudici da vivi e da morti


di Gian Carlo Caselli

Le parole di Roberto Saviano su Giovanni Falcone, inserite nel discorso di Vieni via con me contro i “fabbricatori di fango”, hanno suscitato polemiche ingiustificate. Falcone e Borsellino - è bene ripeterlo - osannati da morti, sono stati ostacolati e alla fine umiliati, umanamente e professionalmente, da vivi. Ho fatto parte del Csm (1986-90) che ripetutamente dovette occuparsi di loro. Il primo caso, poco dopo la conclusione del Maxi-processo a Cosa Nostra, riguardò Paolo Borsellino, quand’egli fece domanda di trasferimento dal Tribunale di Palermo (pool dell’ufficio istruzione specializzato in indagini su “Cosa Nostra” ) per essere nominato procuratore capo a Marsala.

LA SPACCATURA all’interno del Csm riguardò i criteri di nomina dei dirigenti degli uffici giudiziari in terre di mafia. Concorrente di Borsellino era un magistrato molto più anziano ma inesperto di criminalità organizzata. All’interno del Consiglio si crearono due fronti, uno a favore dell’anzianità di servizio, allora principale criterio di assegnazione degli incarichi “ordinari”, un altro a favore delle specifiche attitudini antimafia di Paolo Borsellino. Questo secondo orientamento poggiava su una delibera adottata dal Csm il 15 maggio 1986, contenente l’impegno di nominare i dirigenti degli uffici interessati nella lotta alla mafia in modo “mirato”, tenendo conto del criterio della professionalità specifica. Alla fine, la maggioranza del Csm si espresse in favore di Borsellino. Sembrava tutto finito. Invece scese in campo il Corriere della Sera. Il maggiore quotidiano italiano pubblicò un editoriale di Leonardo Sciascia, intitolato “I professionisti dell’Antimafia”. Sciascia è un gigante, in assoluto uno dei miei scrittori preferiti, ma questo articolo fu un errore clamoroso, causa di danni permanenti. Parlare di Borsellino come di un “professionista dell’antimafia” nel senso di un arrivista che sgomita per buttare fuori dalla carreggiata colleghi più meritevoli è cosa assurda, destituita da ogni plausibilità. Tanto più se i meriti del concorrente erano (oltre all’anagrafe) il non aver mai fatto neppure un processo di mafia e ammetterlo “con schiettezza e lealtà” da “magistrato gentiluomo” (così nell’articolo di Sciascia). Anni dopo, proprio parlando con Borsellino, Sciascia riconoscerà di essere stato male informato (e che ci sia stato un “informatore” interessato lo si intuisce dall’incipit dell’articolo, che cita il “Notiziario straordinario n. 17 del 10 settembre 1986 del Csm”, che certo non era in vendita nelle edicole di Regalbuto...). Ma tant’è, l’autorevolezza dell’autore e della testata avevano centrato l’obiettivo e fatto male. Difatti, la polemica sui “professionisti dell’antimafia” non tardò a produrre altri effetti, e a farne le spese fu Giovanni Falcone. Nel 1987 Antonino Caponnetto decise di rientrare a Firenze. Aveva dato molto. Quattro anni di vita “blindata” a Palermo gli erano bastati per mettere a punto il pool (completando il lavoro avviato da Rocco Chinnici) e ottenere lo straordinario risultato del Maxi-processo, la fine del mito dell’impunità di “Cosa Nostra”. Lasciò la Sicilia nell’assoluta convinzione che il suo successore naturale alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo sarebbe stato Giovanni Falcone, uomo di punta del pool. Non fu così.

ALLA CANDIDATURA di Falcone si contrappose (come nel caso Borsellino) quella di un magistrato di ben maggiore anzianità ma digiuno di processi di mafia. L’articolo di Sciascia ebbe un peso fortissimo e venne ampiamente strumentalizzato. Nel Csm, spesso richiamandosi proprio a tale articolo, molti di quelli che avevano votato per Borsellino cambiarono idea, pur in una situazione tutt’affatto identica. Risultato: questa volta la maggioranza si espresse non per il più bravo nell’antimafia, ma per il più anziano, anche se non esperto di mafia. E dire che il concorrente di Falcone aveva ben chiarito al Csm come la pensasse: lui del pool, del “metodo Falcone”, non sapeva che farsene; se fosse stato nominato avrebbe subito cancellato la collaudata squadra di specialisti che ormai da tempo si occupava soltanto di “Cosa Nostra” accumulando esperienze sempre più preziose; i magistrati del suo ufficio avrebbero dovuto occuparsi di tutto un po’.

DETTO FATTO: il magistrato preferito dal Csm a Falcone una volta nominato frantumò le inchieste su “Cosa Nostra” e le parcellizzò in mille rivoli, senza alcuna comunicazione o circolazione di dati. La specializzazione e la centralizzazione (parametri vincenti nel contrasto del crimine organizzato) furono relegate in soffitta. A un passo dalla vittoria, si rinunziò a combattere e si ricominciò a sparare a salve, mentre sul Palazzo di Giustizia di Palermo presero a volare corvi e corvacci che spandevano veleni di ogni sorta su Giovanni Falcone, calunniato per nefandezze varie (ovviamente inesistenti) fino a costringerlo ad emigrare da Palermo.

venerdì 29 ottobre 2010

Toghe, compleanni e consigli


di Gian Carlo Caselli

Si apre oggi a Napoli il XVIII Congresso di Magistratura democratica (Md), la “corrente” che ossessiona il premier. Da tempo infatti egli l’ha assunta a paradigma di quel “sistema giudiziario politicizzato” che è obbligatorio inventarsi se si vuole mascherare una cronica riluttanza ai controlli di legalità.

MD NASCE nel 1964, quando - dopo anni di sostanziale inadempimento costituzionale - cominciò un formidabile processo (consolidatosi negli anni ’70) che innescò un rinnovamento sociale e politico denso di conseguenze anche sulla giurisdizione. Con lo statuto dei lavoratori (maggio 1970) i giudici si videro attribuire un inedito ruolo di garanti e promotori dei diritti sociali e il sistema giudiziario divenne strumento di emancipazione dei cittadini. Il modello era, per definizione, espansivo e in breve si affermò anche in altri settori : la casa, lo studio, i diritti degli utenti, la famiglia, i minori, l'handicap, le aree emarginate, la tossicodipendenza, la sofferenza psichica, l'immigrazione, etc. Passò meno di un decennio e la magistratura dovette misurarsi con la stagione del terrorismo (nero e rosso) e poi con i fatti e i misfatti di poteri occulti e illegali (dai servizi deviati alla P2), con una mafia sempre più aggressiva e potente, con una corruzione di estensione abnorme e addirittura sistemica. Di qui la proiezione della magistratura nella dimensione, egualmente inedita (e non senza forti esposizioni anche personali), di garante del diritto dei cittadini alla legalità nei confronti dei poteri forti, sia privati che pubblici, e di strumento di controllo dell'esercizio di tali poteri.

LA SITUAZIONE così determinatasi non poteva essere indolore né restare senza reazioni. Cominciano allora gli attacchi sia alla Costituzione repubblicana sia alla magistratura che ispirandosi ad essa ha saputo e sa interpretare il suo ruolo in modo indipendente, determinato e coraggioso. Poiché Md è sempre stata in primissimo piano nell’accompagnare, stimolare e proporre i positivi cambiamenti intervenuti nella giurisdizione negli ultimi quarant’anni, ecco spiegati gli “speciali” e rancorosi attacchi a Md da parte di chi vorrebbe limitare quell’indipendenza e quel ruolo. Ed ecco dimostrata – nello stesso tempo – la costante centralità di Md, nonostante le alterne fortune elettorali. Oggi emergono, nella magistratura, segnali di inquietudine e di insofferenza. Costretta ad essere efficiente se non spietata nelle direttissime e nei processi per i reati di strada ed insieme ridotta all'impotenza nei confronti delle bancarotte, delle corruzioni, delle concussioni e della intera criminalità dei potenti, la giurisdizione è in crisi. I giudici sempre più si percepiscono come funzionari preposti a una funzione burocratica e ad un servizio inevitabilmente inefficiente. Di conseguenza cercano rifugio nei confini di un controproducente isolamento corporativo. Le “idee” hanno sempre meno appeal e Md – secondo una tesi certamente non disinteressata – avrebbe fatto il suo tempo. Sbagliato.

AL CONTRARIO, la situazione è tale da richiedere un rinnovato impegno ed un superamento delle tentazioni all’isolamento, anche sforzandosi di costruire un ceto di giuristi capace di interlocuzione sui temi del diritto e delle regole con tutti i soggetti interessati, a partire dai politici che non abbiano a cuore soltanto i loro interessi personali.

Basta elencare alcuni dei problemi della difficile stagione che stiamo attraversando: l’obiettivo di uguaglianza predicato dall’art. 3 capoverso della Carta fondamentale (impegnativo anche per i magistrati) sembra sempre più allontanarsi;- il sistema del welfare e dei diritti subisce attacchi pesanti;- le relazioni industriali vengono quotidianamente riscritte all’insegna del primato dell’economia;- il diritto penale diseguale è pane quotidiano;- lo sfascio organizzativo generale della giurisdizione ne accentua i tradizionali caratteri selettivi (come dimostrano la composizione e la tragedia del carcere);- la questione morale è più che mai acuta;- corruzione e collusioni col malaffare dilagano.

IN QUESTO ragionare e confrontarsi pubblicamente sul ruolo della giurisdizione, stimolare e organizzare la riflessione e l’analisi critica su ciò che accade in essa e intorno ad essa è fondamentale, tanto quanto lo è stato nei 40 anni passati. Ed è più che mai necessaria la presenza di una Magistratura democratica forte e rigorosa (anche nella critica al giudiziario): capace di allontanare la rassegnazione, l’indifferenza, il disimpegno e il riflusso, se non addirittura il trasformismo e l’opportunismo. Sono le scelte che facciamo oggi a preparare il futuro. La speranza, nell’interesse della giustizia, è che questa consapevolezza si affermi ed esca rafforzata dal Congresso di Napoli.

sabato 23 ottobre 2010

Ascensore per l’impunità


di Gian Carlo Caselli

Prendere in giro non è bello. Ma essere presi in giro è peggio. Parliamoci chiaro. Usare la categoria della “riforma della giustizia”, con riferimento alla bozza di provvedimenti che il governo ha in cantiere, è una burla o un inganno. La giustizia si riforma rendendola più efficiente, dotandola di maggiori risorse e razionalizzandone l’impiego. Soprattutto snellendo e accelerando le procedure, oggi vergognose perché interminabili e perché simili non ad una linea retta ma piuttosto ad un percorso ad ostacoli, se non ad una prateria sterminata che consente all’infinito eccezioni e cavilli d’ogni genere.

Nel cantiere del governo nessun argine al disastro. I tempi dei processi resteranno biblici ed i diritti dei cittadini (a partire dalla tanto invocata sicurezza) saranno sempre meno tutelati. In realtà siamo al solito sterminio del significato corrente delle parole. Si dice giustizia, ma gli obiettivi sono altri: dall’impunità dei potenti alla mortificazione dei magistrati che pretendono (ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto) di fare il loro dovere nei confronti di tutti, potenti compresi.

ALCUNI OTTIMISTI (per sfinimento?) si dicono disposti a votare la “riforma” in tutto o in parte: perché non se ne può più di una situazione bloccata dalla cronica ossessione del premier per le sorti dei suoi processi. Con la “riforma” tramonterebbe per sempre l’epoca delle vergognose leggi ad personam. Può essere vero, ma il rimedio sarebbe peggiore del male. Le leggi ad personam di fatto son servite per bloccare inchieste e processi o per indirizzarli verso esiti graditi ai diretti interessati. Ora, se lo stesso risultato si può ottenere influendo “a monte” sulla magistratura o addirittura impartendole direttive, le leggi ad personam diventano inutili. Ed è esattamente questa la situazione che si avrà con le “riforme” in cantiere. Per capirlo, dribblando le beffe, occorre partire dal dato di fatto che il nostro – purtroppo – è tuttora un Paese caratterizzato da un fortissimo tasso di illegalità che comprende una spaventosa corruzione, collusioni e complicità con la mafia assai diffuse, gravi fatti di mala amministrazione e fenomeni assortiti di malaffare. Quasi sempre ci sono pezzi (consistenti) di politica coinvolti in tali vicende, per cui consentire ad essi di condizionare la magistratura che dovrebbe accertare le eventuali responsabilità sarebbe micidiale: per l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e per la credibilità della nostra democrazia.

Vediamo, dunque, alcuni punti della ”riforma” in cantiere e quali ne sarebbero gli effetti (con la precisazione, confermata dalle cronache degli ultimi giorni, che il “pacchetto” cambia di giorno in giorno, forse perché le idee sono ancora confuse o forse perché conviene farle sembrare tali per avere più margini di trattativa prospettando 100 per accordarsi su 50):

1) Composizione del Csm. Che l’azione del Consiglio possa essere caratterizzata non solo da ritardi sul piano organizzativo e amministrativo ma anche da prassi lottizzatorie e metodi clientelari, è un fatto. Ma andrebbe decisamente peggio se i componenti eletti dalla politica fossero non più 1/3 ma 2/3 (la maggioranza). Da organo di governo autonomo della magistratura, capace – con tutti i suoi difetti – di tutelarne l’indipendenza, il Consiglio inesorabilmente finirebbe per trasformarsi in organo di eterodirezione (politica!) della magistratura stessa.

2) Obbligatorietà dell’azione penale. Se viene meno questo basilare principio di democrazia, anche solo prevedendo che il Parlamento stabilisca ordinarie corsie diversificate per la trattazione degli affari penali, si apriranno inevitabilmente alla politica spazi per dire ai magistrati a chi fare la faccia feroce e a chi invece gli occhi dolci; anziché giudici soggetti “soltanto alla legge” avremo giudici dipendenti dai potentati politici od economici di turno.

3) Rapporti fra pm e Polizia giudiziaria. Se si rompe l’attuale vincolo di dipendenza, è del tutto evidentechesaràilgovernoapoter decidere – di fatto – tempi, modi e indirizzi delle indagini, posto che si affermerà con tutta la sua forza la dipendenza della polizia di Stato, dei carabinieri e della guardia di finanza, rispettivamente dal ministero degli interni, della difesa e dell’economia.

4) Separazione delle carriere fra pm e giudici (cosa ontologicamente diversa dalla separazione delle funzioni, ormai realtà concreta del nostro ordinamento, capace di garantire in pieno la terzietà dei giudici). È fuori discussione che in tutti i Paesi che conoscono forme di separazione delle carriere il governo può impartire ordini, direttive od orientamenti al pm. Ma sono Paesi in cui basta che un politico sia trovato con qualche traccia di marmellata sulle mani perché debba irreversibilmente farsi da parte. Anche così si manifesta il primato della politica. Un primato che da noi invece è malamente inteso come pretesa della politica di sottrarsi al controllo di legalità (si vedano le clamorose ma non infrequenti negazioni di autorizzazioni all’arresto o a procedere o all’uso di intercettazioni). Figuriamoci che cosa accadrebbe se alla politica fosse data la possibilità di intervenire alla fonte, regolando il rubinetto delle indagini. La corruzione sistemica, ad esempio, sarebbe ridotta a faccenduola di qualche mariuolo sfigato, e morta lì.

5) Responsabilità civile dei giudici. Il facile slogan “chi sbaglia paga”, se non calibrato con precisione assoluta, rischia di funzionare da cavallo di Troia perché i controlli sugli interventi giudiziari (più che interni al processo) siano esterni ad esso, con esposizione dei magistrati a venti e tempeste incompatibili con la serenità e l’autonomia della giurisdizione.

CERTO NESSUNO avrà mai l’impudenza di redigere le norme della “riforma” esplicitando una qualche riduzione dell’indipendenza della magistratura. A parole, al contrario, essa sarà solennemente e fermamente ribadita. Ciò non toglie che la “riforma” nel suo complesso converga di fatto verso questo obiettivo. Cui non è estranea la selta (che il guardasigilli avrebbe in programma) di “costituzionalizzare” la figura ed i poteri degli ispettori, posto che – fatti salvi i differenti compiti – sul piano dei principi sarebbe un po’ come attribuire rango costituzionale ai... questori della Camera. Non vedere tale obiettiva convergenza può essere superficiale o miope, ma anche interessato od ipocrita. Piace a qualcuno essere più eguale degli altri. E il varo di un nuovo “lodo Alfano”, con validità anche per i reati commessi prima della carica, di sicuro non fa registrare un’inversione di tendenza.

venerdì 15 ottobre 2010

Giudici, l’antidoto ai veleni


di Gian Carlo Caselli

Di un libro come Giustizia - la parola ai magistrati (curato da Livio Pepino ed edito da Laterza - pagg. 225, euro 16) c’era proprio un gran bisogno per una boccata d’aria fresca contro i miasmi di certe strumentali polemiche. Viviamo infatti una stagione che vede ogni dibattito sui temi della giustizia fortemente condizionato dall’ossessione del premier di scrollarsi di dosso le inchieste e i processi che lo riguardano. Un’esclusiva del nostro paese, ignota a ogni altra democrazia. Com’è sconosciuto a qualunque cielo del mondo un premier che riesce a cancellare il signor Charles de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu (quello diventato famoso per la teorizzazione della necessaria divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario), avanzando la pretesa di sottoporre a una commissione parlamentare d’inchiesta i magistrati istituzionalmente titolari del potere-dovere di accusa, compresi (se non soprattutto) quelli che tale potere hanno doverosamente esercitato nei suoi confronti.

QUESTA SITUAZIONE non rispettosa dell’ordine costituzionale e dell’equilibrio dei vari poteri è indubbiamente favorita dal fatto – rilevato da Pepino nell’introduzione del libro – che “si assiste a un crescente smarrimento di senso delle parole e a un uso marcatamente e impudicamente strumentale delle stesse”. Sicchè “la fonte del potere si sposta dalla conoscenza delle parole alla capacità di manipolarle e al possesso dei mezzi per diffonderle e amplificarle (rendendo vero, con l’ossessiva ripetizione, anche ciò che è macroscopicamente falso)”. Un fatto che è particolarmente evidente quando si tratta di legalità e di giustizia, per cui proprio la difficoltà della stagione politica richiede ai magistrati - qui ed oggi – di intervenire, esercitando da un lato un diritto personalissimo incontestabile e nel contempo fornendo un contributo professionale utile alla chiarezza e alla realizzazione di una giustizia migliore (contributo, oltre che utile, per certi profili indispensabile, essendo il nostro un paese in cui tutti parlano di giustizia, ma spessissimo – anche in “alto loco” – con toni da bar dello sport).

Per tutti questi motivi, di un libro come La parola ai magistrati c’era proprio – ripeto – un gran bisogno. Ad esso hanno collaborato non solo giudici che con il curatore Livio Pepino hanno in comune l’esperienza di Magistratura democratica, ma anche altri magistrati, spesso assai diversi per idee, sensibilità e cultura. Lo evidenzia l’elenco degli autori, mentre i titoli degli argomenti trattati sono testimonianza di un impegno molto articolato ai cui risultati potrà attingere chiunque voglia discutere di giustizia senza abbeverarsi a luoghi comuni o frasi fatte che – se vanno bene per urlare in qualche comizio – fanno rischiare derive illiberali e disgreganti: perché se la giustizia viene pregiudizialmente e patologicamente sfiduciata anche da pulpiti istituzionali onnipresenti sui media (di solito senza adeguato contraddittorio), alla fine si incrina un elemento che in democrazia, lungi dall’essere un “optional”, è strutturale. Compongono il libro Giustizia - La parola ai magistrati i seguenti interventi: Difesa (Paolo Borgna); Errore (Giuseppe Santalucia); Garantismo (Raffaello Magi); Giudici (Matilde Brancaccio); Indipendenza (Rita Sanlorenzo); Giustizia e informazione (Giancarlo De Cataldo); Intercettazioni (Antonio Ingroia); Legittimazione e consenso (Pier Luigi Zanchetta); Libertà personale e custodia cautelare (Andrea Natale); Obbligatorietà dell’azione penale (Armando Spataro); Pena e carcere (Carlo Renoldi); Politicizzazione (Livio Pepino); Prescrizione (Margherita Cassano); Separazione delle carriere (Letizio Magliaro); Tempo (Luigi Marini); Uguaglianza (Carla Ponterio).

NEL COMPLESSO , un’analisi argomentata e approfondita, sempre agganciata a dirette esperienze di lavoro di notevole rilievo nei vari settori volta volta interessati, mai viziata da visioni corporative od “autoreferenziali”, capace anzi di guardare al proprio interno senza intenti meramente “difensivistici” ma razionalmente critici. Una base di conoscenza e riflessione davvero seria. In grado – si spera – di funzionare da antidoto contro le parole malate usate per denigrare i magistrati definendoli cancro da estirpare, disturbati mentali, antropologicamente diversi dal resto della razza umana... O contro le parole false, tipo persecuzione giudiziaria, uso distorto della giustizia per fini golpisti, partito dei giudici, giustizialismo... Parole false perché basate sul nulla (se mai divenisse operativa la minaccia di una commissione d’inchiesta, parlerebbero finalmente gli atti e i documenti contro le bufale propagandistiche), ma buone per frenare i magistrati che ricercano la verità con coraggio e determinazione (requisiti, un altro segno dei tempi, divenuti ormai indispensabili al pari dell’onestà e della preparazione): sia rendendo esilissima la linea di confine fra attacco e intimidazione; sia consolidando sempre più il “teorema” secondo cui giustizia giusta – quando si tratta di imputati che contano – è quella che assolve; mentre quella che osa indagare o addirittura (a volte capita) condannare è giustizia per definizione ingiusta, da bollare con campagne mediatiche feroci.

venerdì 10 settembre 2010

Il “divo Giulio” si attivò per il bancarottiere


NELLA SENTENZA DI PALERMO È DESCRITTO IL SUO IMPEGNO PER DIFENDERE MICHELE SINDONA

di Gian Carlo Caselli*

L’elenco delle vittime della violenza mafiosa è purtroppo infinito. Spesso ci siamo detti che se hanno dovuto morire è anche perché lo Stato, anche noi, non siamo stati sino in fondo quel che avremmo dovuto essere. Loro hanno visto la sopraffazione, la ricchezza facile e ingiusta, la compravendita della democrazia, lo scialo di morte e violenza, il mercato delle istituzioni. E non si sono voltati dall’altra parte. Hanno cercato la giustizia. Per questo sono morti. Noi, invece, troppe volte abbiamo subito e praticato, invece di spezzarlo, il giogo delle mediazioni e degli accomodamenti. Non ci siamo scandalizzati abbastanza dell’ingiustizia. Non siamo stati abbastanza “vivi”. E queste cose ce le ripetiamo sperando che sempre meno soli siano lasciati coloro che si ostinano a fare il proprio dovere e non diventino - restando isolati - un più facile bersaglio per la criminalità mafiosa. Parole al vento, inutili e vuote, se Giulio Andreotti, un signore che è stato 7 volte presidente del Consiglio e 22 volte ministro, osa dire che Giorgio Ambrosoli è stato ucciso perché “se l’andava cercando”. Fa rabbrividire il cinismo con cui si pensa di poter liquidare un modello morale e civile di onestà, oggi universalmente riconosciuto, come Ambrosoli.

Ma il cinismo di Andreotti, per quanto spietato, non spiega tutto. Una luce sinistra sulle parole dello “statista” la proietta la sentenza del Tribunale di Palermo che lo assolse dall’imputazione di associazione con la mafia siciliana (attenzione : la sentenza sarà poi riformata in appello, dove verrà dimostrata – fino al 1980 – la sussistenza del reato, commesso ma prescritto, e questa pronunzia sarà poi confermata in Cassazione; ma in primo grado la sentenza fu di assoluzione, per ciò stesso emessa da giudici tecnicamente catalogabili tra quelli meno sgraditi all’imputato). Ebbene, esaminando la vicenda di Michele Sindona, bancarottiere legato alla mafia siciliana, condannato come mandante dell’omicidio Ambrosoli, il Tribunale di Palermo scrive che Andreotti destinò a Sindona “un continuativo interessamento proprio in un periodo in cui egli ricopriva importantissime cariche governative”. Fu “attivo” il suo “impegno per agevolare la soluzione dei problemi di ordine economico-finanziario e di ordine giudiziario” di Sindona e per avvantaggiarlo nel “disegno di sottrarsi alle conseguenze delle proprie condotte”. Se “gli interessi di Sindona non prevalsero ciò dipese, in larga misura, dal senso del dovere, dall’onestà e dal coraggio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, il quale fu ucciso, su mandato di Sindona, proprio a causa della sua ferma opposizione ai progetti di salvataggio elaborati dall’entourage del finanziere siciliano, a favore dei quali, invece, si mobilitarono il senatore Andreotti, taluni esponenti politici, ambienti mafiosi e rappresentanti della loggia massonica P2”. Andreotti “anche nel periodo in cui rivestiva le cariche di ministro e di presidente del Consiglio si adoperò in favore di Sindona, nei cui confronti l’autorità giudiziaria italiana aveva emesso fin dal 24 ottobre 1974 un ordine di cattura per bancarotta fraudolenta”. “Il significato essenziale dell’intervento spiegato dal senatore Andreotti (anche se non le specifiche modalità di esso) era conosciuto dai referenti mafiosi del Sindona”.

Dunque, il cinismo di oggi – in Andreotti – si intreccia inestricabilmente con l’antica “benevolenza” verso Sindona, mentre Ambrosoli (probo rappresentante di un pubblico interesse al risanamento di una situazione degenerata) era costretto - sempre più isolato - a fare i conti con un losco sistema di connivenze, trame e protezioni. Certo è che se il “divo Giulio” non esita a sostenere che Ambrosoli “se l’andava cercando” (biascicando fuori di un “fraintendimento”!), diventa sempre più difficile affrontare un tema ancora oggi di decisiva importanza, vale a dire pretendere che siano cancellati dalla politica e dall’amministrazione tutti coloro che continuano a intrattenere proficui rapporti, d’affari o di scambio, con l’ambiente e con l’entourage mafioso.

Le cronache offrono - di questo opaco mondo - uno spaccato tutt’ora sconvolgente. Che ci siano ancora personaggi del mondo “legale” (talora con responsabilità istituzionali di rilievo), disposti a trescare e trattare con mafiosi e/o paramafiosi come se niente fosse, con assoluta “normalità”, è una vergogna che dovrebbe far rizzare i capelli a tutti. Invece chi viene colto con le mani nel sacco può sempre sperare nella solidarietà dei suoi capi cordata, sia locali che nazionali, mentre quelli che si indignano sono sempre di meno, e ancor meno saranno quando ascolteranno le parole di Andreotti su Ambrosoli. Ma così ci ritroveremo sempre da capo: a piangere l’ennesimo morto e insieme la nostra democrazia gravemente storpiata ed incompiuta.

Per fortuna ci aiutano a resistere molti documentari della “Storia siamo noi” di Giovanni Minoli, come quello (dedicato appunto alla vita e alla morte di Giorgio Ambrosoli) che risulta “impreziosito” dalle incredibili parole di Andreotti. Anche se è difficile capire perché mai trasmissioni di questa qualità (che certamente la fame di notizie della gente premierebbe con ottimi ascolti) siano relegate a tarda notte. Ma forse è persino troppo facile capirlo...

*Procuratore capo a Torino

martedì 27 luglio 2010

La lezione di Falcone


di Gian Carlo Caselli

Le inchieste avviate o riaperte dalle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze sulle stragi del 1992/93 serviranno a stabilire quali pericoli abbia corso la democrazia in quel biennio. Perciò vanno sostenute in ogni modo in quanto utili ad evitare che rischi simili abbiano a ripetersi. Gli ostacoli non saranno pochi, posto che conservano ancora oggi gran parte del loro spessore le illuminanti parole che Giovanni Falcone ebbe a scrivere nella seconda metà degli anni ’80, constatando che restavano senza risposte la sue pressanti richieste di una normativa che regolasse la materia dei pentiti: “Se è vero, com’è vero, che una delle cause principali, se non la principale, dell’attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”.

Mandanti occulti e trattative

TANTO premesso, saranno le inchieste a dire se vi furono mandanti esterni delle stragi del 1992/93 e se vi furono – a ridosso delle stragi – trattative o accordi con forze e personaggi facenti parte di quel multiforme sistema criminale che Roberto Scarpinato ha evocato proprio sulle pagine del Fatto Quotidiano. Non va però dimenticato (come ormai troppo spesso accade) che in quegli anni la democrazia contro cui altri tramavano è stata letteralmente salvata dai tanti che sono rimasti fedeli alla Costituzione. Ricordiamo le sconsolate e drammatiche parole del grande Caponnetto subito dopo la tragedia di via D’Amelio: “È tutto finito, non c’è più niente da fare”.

Come “nonno Nino” tutti gli italiani onesti erano convinti che le stragi del ’92 stessero precipitando il Paese in un baratro senza fondo. Un crudele “uno-due” di ferocia spietata a neppure due mesi di distanza: prima un chilometro e mezzo di autostrada polverizzato, poi un quartiere di Palermo come fosse Beirut.

Il rischio del crollo e la reazione

UN ATTACCO di violenza inaudita indirizzato al cuore delle istituzioni, che rischiava concretamente di trasformare l’Italia – senza ritorno in un narco-Stato o in uno Stato-mafia. Eppure, col concorso di molti (Forze dell’ordine, magistratura, società civile dei “lenzuoli”, giornalisti e uomini politici responsabili) siamo riusciti a risollevare la testa e a non soccombere alla prepotenza criminale – che sembrava inarrestabile – della mafia stragista. Di qui gli imponenti risultati ottenuti reagendo alle stragi, risultati impensabili subito dopo il verificarsi delle stesse: una serie lunghissima di latitanti finalmente catturati; uno “tsunami” di pentiti; arsenali di armi (da fare invidia persino ad un esercito regolare) sequestrati a ripetizione; per la prima volta nella storia dell’antimafia beni confiscati per importi che ricordano quelli di una Finanziaria; 650 ergastoli e centinaia di anni di carcere inflitti all’ala militare di Cosa Nostra; processi anche agli imputati “eccellenti” collusi con la mafia, con esiti complessivi che solo la miopia interessata o disinformata di qualche commentatore può pretendere di svalutare.

Professionalità e spirito di servizio

IN BREVE, se oggi è possibile continuare a contrastare le organizzazioni mafiose e se i Pubblici ministeri di Palermo, Caltanissetta e Firenze sono in grado di riproporre il tema dei lati oscuri (fuori scena e perciò “osceni”) del potere criminale mafioso, ciò è indubbiamente merito della professionalità e dello spirito di servizio di quei magistrati: ma è merito anche del fatto incontestabile che dopo le stragi siamo riusciti a non crollare, ma – pur costretti in ginocchio – abbiamo saputo risollevarci. Certamente con fatica e sacrificio. Forse anche a dispetto di chi protervamente remava contro.

martedì 15 giugno 2010

Pretendiamo rispetto


di Gian Carlo Caselli

Ennesimo attacco del premier contro i giudici, che sarebbero “politicizzati” e avrebbero l’obiettivo di rovesciare per via giudiziaria il risultato elettorale. Tesi non priva di un che di grottesco. Liquidata dalla “Jena”, sul quotidiano “La Stampa”, osservando che dopo 16 anni di tentativi inutili i giudici andrebbero licenziati per manifesta incapacità…

Ma l’ironia non basta. La ripetizione ossessiva di una tesi, anche bislacca, con martellanti campagne spesso prive di contraddittorio, finisce per diffondere e consolidare un pregiudizio pericoloso per la democrazia. Perché in democrazia la fiducia dei cittadini nella giustizia non è un optional, ma un elemento strutturale: se viene meno, si affaccia il rischio di derive illiberali e disgreganti.

I tentativi del premier di circoscrivere i suoi attacchi ad una parte della magistratura non sono credibili perché smentiti dalle vicende degli ultimi anni. L’attacco si è rivelato a geometria variabile, nel senso che è di assoluta evidenza come siano stati costretti a subirlo tutti i magistrati (proprio tutti: pm e giudici, fino alle Sezioni Unite della Cassazione e addirittura alla Corte costituzionale) che adempiendo i loro doveri, in qualunque città o ufficio, abbiano avuto la sventura di imbattersi in interessi che pretendono di sottrarsi ai controlli istituzionali previsti per tutti gli altri.

Ma l’obiettivo di una propaganda tanto infondata quanto insistita è anche distogliere l’attenzione rispetto ai veri problemi che angosciano il Paese. Riproporre il vecchio ma sempre verde ritornello della magistratura politicizzata significa parlare meno della crisi economica; della manovra finanziaria; delle pensioni; del lavoro che non c’è o se c’è è sempre più spesso nero, precario, insicuro. Significa provare ad offuscare la realtà incontestabile di una legge sulle intercettazioni che stritola in una tenaglia micidiale informazione, investigazione e sicurezza dei cittadini, picconando in un colpo solo alcune pietre angolari della democrazia. Significa continuare ad ignorare la catastrofe annunziata del sistema giustizia, per tirare invece la volata a riforme che invece di migliorare anche solo un poco l’efficienza del sistema taglieranno ancora di più le unghie agli inquirenti.

Dunque, evocare complotti giudiziari, disegni politici realizzati mediante l’azione penale, persecuzioni per motivi di parte può essere utile perché sempre meno si ragioni sui fatti. Ma questi metodi e questa cultura rischiano di uccidere la verità e la giustizia, rendendo un pessimo servizio al Paese.

L’Associazione nazionale magistrati, facendo il suo mestiere, prova ad arginare questa strumentale ondata di propaganda basata sul nulla, ma gli spazi che riesce a ritagliarsi sono sempre più esigui.

Il Consiglio superiore della magistratura ha sempre fatto di tutto per difendere l’autonomia e l’indipendenza dei giudici contro gli attacchi di certa politica, ma non possiede radio o televisioni che diffondano ovunque il suo “verbo”. Anzi, dovrà presto pagare il rifiuto sempre opposto alle richieste di maggior “docilità” subendo una trasformazione (due Csm separati per separare le carriere, in vista della agognata – anche se a parole negata – sottoposizione del pm al governo), trasformazione che non è prevista dalla Costituzione, ma tanto si sa che la Costituzione è vista da qualcuno come una pratica da archiviare, non come una Carta di valori irrinunciabili, una spinta al continuo miglioramento del tasso di democrazia del sistema, che nello stesso tempo funziona da argine ai tentativi di arretramento.

Il ministro Guardasigilli, il presidente della Camera e il presidente del Senato potrebbero, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze istituzionali, intervenire in qualche modo per recuperare un clima di rispetto verso l’ordine giudiziario. Non mi sembra che abbiano molta voglia di farlo. E allora, non resta che sperare in qualcun altro. Che però è troppo in alto perché possa arrivargli la voce sommessa di uno dei tanti servitori dello Stato stanchi di essere vilipesi “a gratis”.

giovedì 11 marzo 2010

Il decreto oltre confini


di Gian Carlo Caselli

Un gran pasticcio. Le ricostruzioni dei fatti divergono, ma frequente è la denunzia di varie forme di “dilettantismo”, con (si dice) contrasti di bottega per i nomi in lista e un’insaziabile avidità di panini. Segue un tentativo del governo di rattoppare in qualche modo la situazione con un decreto-legge interpretativo “salva liste”. Tentativo dai più giudicato maldestro, perché ha innescato una spirale di pronunzie della magistratura (ordinaria e amministrativa), con code di ricorsi e contro-ricorsi, mentre alcune regioni intendono rivolgersi alla Consulta denunziando un conflitto. Con la cupa prospettiva, ora, che la situazione possa degenerare in una sorta di rissa dagli esiti incerti.

Sullo sfondo (come poteva mancare?) il logoro refrain dei magistrati che “ce l’hanno con noi” e una intuibile “orticaria” per le regole, buone soprattutto quando sono gli altri a doverle osservare.

Come si vede, una matassa assai ingarbugliata, che ha prima di tutto gravi profili politici, dei quali però non intendo occuparmi perché ritengo di non avere né titolo né ruolo per farlo. Restando invece nel perimetro degli aspetti tecnico-giuridici della “querelle”, mi sembra di decisiva importanza interrogarsi – in ogni caso – su una questione di fondo: se si comincia a voler scrivere le sentenze con decreto-legge, dove andremo a finire?

Ho iniziato a pormi questo interrogativo sabato scorso, ascoltando al mattino le rassegne stampa radiofoniche che sintetizzavano un’intervista del ministro della Difesa Ignazio La Russa al Corriere della Sera sul tema appunto del decreto interpretativo. Credevo di aver capito male. Non può essere – mi dicevo – che un ministro della democratica Repubblica italiana, che come tutti deve ispirarsi alla Costituzione, sostenga tesi del genere. Poi ho comprato il giornale e ho letto coi miei occhi (pagina 2 del 6 marzo, intervista di Alessandro Trocino intitolata “Ora è impossibile che il Tar ci dia torto”) questa testuale dichiarazione del ministro: “Non potevamo (aspettare il Tar): questo decreto serve al Tar per decidere meglio. Ora è impossibile che ci dia torto”. Stropicciarsi gli occhi, darsi dei pizzicotti non è servito a nulla. Le parole quelle erano e quelle restavano. Carta canta. Ed ecco snocciolato, sostanzialmente, il principio che le sentenze si possono scrivere con decreto governativo. Per di più da un pulpito autorevole e prestigioso come quello di un ministro.

Ora sappiamo che il ministro è stato cattivo profeta, ma questo “infortunio” nulla toglie alla sostanza del problema. Ero e sono convinto – in base al principio della separazione dei poteri – che non spetta al governo scrivere le sentenze (con decreto legge o in qualsivoglia altro modo), ma esclusivamente alla magistratura. Me l’avevano insegnato sui banchi dell’università.

Ne avevo trovato conferma leggendo, tra gli altri, un certo Charles de Secondat, barone di La Brède, meglio noto ai giuristi e non solo come Montesquieu. Quello che ha insegnato e ancora oggi insegna a tutti che la libertà si ottiene col rispetto della legge, ma è garantita – appunto – dalla divisione dei tre poteri principali dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario. Principi che nella nostra Costituzione sono ripresi e consacrati con assoluta, univoca chiarezza, disegnando un sistema di bilanciamento dei poteri (“checks and balances”) che è proprio di ogni democrazia occidentale. Bilanciamento in assenza del quale la “tirannide della maggioranza” è sempre in agguato, come scriveva già un paio di secoli fa Alexis de Tocqueville, altro pilastro del pensiero liberale moderno.

Vero è che il libero e autonomo esercizio della funzione giudiziaria ha dovuto subire – nel nostro paese – condizionamenti non infrequenti. Lo dimostra la lunga sequenza di leggi “ad personam”, talora finalizzate anche all’assoluzione di imputati eccellenti, ad esempio stabilendo che il fatto (caso tipico il falso in bilancio) non è più previsto dalla legge come reato, oppure dimezzando la prescrizione in corso d’opera. Ma si è trattato di leggi che venivano presentate come ispirate anche ad esigenze di carattere generale. Forse una foglia di fico, ma la facciata era fatta salva. Ben altra, invece, è la lunghezza d’onda quando si scrive un decreto legge perché un giudice (sia pure amministrativo) non possa decidere dando eventualmente torto alla maggioranza governativa, e si rivendica questo proposito con impegnative dichiarazioni “ministeriali”.

Posto un simile precedente, cosa potrebbe succedere, domani o dopodomani? Nel lontano 1900 (ma le sue parole valgono ancora oggi…) Gaetano Mosca scriveva: “È sperabile che le nostre classi dirigenti, edotte dall’esperienza, comprenderanno finalmente che, quando si permette uno strappo alla giustizia e alla legalità, non è possibile prevedere dove lo strappo andrà a fermarsi e che può eziandio accadere che esso si allarghi tanto da ridurre a brandelli tutto il senso morale di un popolo civile”. Parole che dovrebbero far riflettere. Ma se scivolano come acqua sul marmo i sacri postulati di Montesquieu o Tocqueville, figuriamoci Mosca. Eppure, chiedere che la tentazione di scrivere sentenze con decreto-legge non si riproponga, chiedere che nessuno abbia mai più a prospettare una simile idea, oggi in sostanza significa chiedere – semplicemente – che non siano oltrepassati i confini dell’accettabilità democratica.

mercoledì 3 marzo 2010

Scioperare lavorando


di Gian Carlo Caselli

La protesta pacifica cui hanno dato vita domenica scorsa seimila cittadini aquilani “armati” di carriole e secchi, rimuovendo parte delle macerie che da oltre un anno bloccano la ricostruzione del centro storico della città, richiama alla mente lo “sciopero alla rovescia” organizzato da Danilo Dolci nel febbraio 1956.

Per denunziare pubblicamente la cronica mancanza di lavoro che affliggeva (affliggeva?) migliaia di siciliani, spingendoli in molti casi a subire la tentazione della tagliola dell’illegalità, Danilo Dolci decise di occupare con i cittadini di Partinico, per sistemarla e ripristinarla, la trazzera vecchia”, una strada demaniale divenuta inutilizzabile a causa dell’incuria dell’amministrazione. L’idea di base della manifestazione organizzata da Dolci era molto simile a quella che ha mosso i cittadini de L’Aquila. Diceva Dolci che se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, allo stesso modo un disoccupato può scioperare lavorando. Così gli aquilani: colpiti dai ritardi e dalle inadempienze del potere pubblico, hanno deciso di rimboccarsi le maniche e di lavorare allo sgombero delle macerie al posto di chi avrebbe dovuto, quanto meno, cominciare a farlo. Ed ecco una lunga, emozionante teoria di carriole e nello stesso tempo una coinvolgente catena umana per il passaggio di mano in mano di secchi pieni di macerie, con una civilissima selezione terminale per la raccolta differenziata. A sostegno delle scelte di Danilo Dolci, Piero Calamandrei pronunziò parole che ben si possono adattare alla vicenda dei cittadini aquilani. Anche a L’Aquila, come a Partinico, il contrasto è tra chi difende le ragioni – spesso ottuse – della burocrazia, e chi invece obbedisce alla legge morale della coscienza e rivendica i diritti che sono garantiti a tutti dalla Costituzione democratica, chiave ineludibile di interpretazione delle leggi e dei regolamenti amministrativi. In queste leggi e in questi regolamenti i cittadini de L’Aquila, con una corretta ed urbana protesta, hanno voluto far circolare le loro speranze, il loro sangue e il loro pianto, respingendo la prospettiva che i diritti possano di fatto ridursi ad ostaggio di carte morte.

Ieri a Partinico – oggi a L’Aquila e non solo – della legalità e dell’amministrazione i cittadini comuni hanno spesso l’idea di un meccanismo ostile, buono soprattutto per gabbare le loro ragioni e soffocare i loro giusti reclami. Questa è stata – troppe volte – la “maledizione” del nostro paese, evocata da Calamandrei per dare un senso e una giustificazione costituzionali alla protesta dei disoccupati di Partinico. Danilo Dolci e gli aquilani – ciascuno a suo modo e nel suo tempo – hanno voluto dire “basta” a questa maledizione: denunziando le vere colpe e le vere incurie di un potere che tende perennemente ad autoassolversi nonostante le disuguaglianze che le disfunzioni rafforzano – vigilando sul comportamento dei politici e degli amministratori, così da esercitare un diritto fondamentale – in una democrazia compiuta – perché ad una posizione di sostanziale sudditanza si sostituisca una cittadinanza effettiva. Che è poi (variando, ma non di molto, il campo d’osservazione) la stessa ambizione del “popolo viola”, che continua a riempire la strade e le piazze: un popolo di giovani che rifiuta rassegnazione, indifferenza, disimpegno e riflusso. Che ha il coraggio di allontanare da sé tutto ciò che è suggestivo ma vuoto, dimostrando invece capacità di critica argomentata e intelligente. Giovani che lavorano ad una comunità finalmente capace di rompere privilegi e ingiustizie. Ripartendo – anche in questo caso – dalla Costituzione.

sabato 13 febbraio 2010

DOVE STA LA LINEA DI CONFINE FRA ATTACCO E INTIMIDAZIONE?


Ogni sentenza non gradita al presidente del Consiglio genera accuse e insulti: l’investitura popolare non dà a nessuno il diritto di offendere

di Gian Carlo Caselli

Vergognatevi! E’ il delicato invito che il presidente Berlusconi ha rivolto ai magistrati fiorentini “colpevoli” di aver scoperchiato quello che (pur con le cautele imposte dal principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza) sembra essere l’ennesimo maleodorante intruglio di corruzione e malaffare, con relativo spreco di denaro pubblico e conseguente impoverimento della collettività.

Per favore, basta con gli insulti. Che i magistrati non debbano inseguire il consenso, meno che mai gli applausi, è sacrosanto. Ma pretendere rispetto è un’altra cosa. E se invece del rispetto dovuto (che è la regola di tutte le democrazie) i magistrati ricevono fango perché stanno facendo il loro dovere (ricorrendone i presupposti in fatto e diritto l’azione penale – in Italia – è obbligatoria; e la legge uguale per tutti), c’è poco da stare allegri. Intendiamoci, le critiche sono sempre benvenute: aiutano a sbagliare di meno. Ma le aggressioni non sono critiche. Dire che i magistrati sono una metastasi, un cancro da estirpare, sostenere che sono pazzi, antropologicamente diversi dal resto della razza umana, persecutori politicizzati e via offendendo, arrivando infine a prescrivere la vergogna come terapia, non è certo criticare. La canzone ormai è vecchia e sembra piuttosto un disco rotto. Ma anche se le note sono scassate, c’è sempre uno sciame di chansonniers (epigoni del “capo”) pronti a esibirsi. Lo spartito è sempre lo stesso, ma gli obiettivi cambiano.

All’inizio ad essere oggetto di attacchi apodittici ed indiscriminati erano solo alcuni procuratori. Ma poi – man mano che le indagini si concludevano – hanno cominciato ad essere delegittimati e offesi i magistrati giudicanti: tutte le volte che han dovuto occuparsi di processi “sgraditi” e han deciso in maniera contraria alle pretese dei diretti interessati. Poi l’attacco si è addirittura rivolto contro le Sezioni unite della Corte di Cassazione e contro la Corte costituzionale, vertici giudiziari e di garanzia del nostro sistema democratico, colpevoli di non aver deciso “a modino” in due casi che molto stavano a cuore all’eccellentissimo imputato. Il problema dunque non è costituito da qualche procuratore. L’attacco è per così dire a geometria variabile, nel senso che può subirlo qualunque magistrato – pm o giudice, quale che sia l’ufficio o città in cui opera – ogni volta che abbia la sfortuna (non trovo altra parola) di imbattersi in vicende delicate, e le sue decisioni risultino sgradite lassù in alto. Lo prova (salvo improbabili omonimie) la vicenda del gip di Firenze che ha scritto l’ordinanza al centro dell’ultima “querelle”: oggi attaccato, ieri invece (quand’era gip a Milano) osannato per l’archiviazione – gradita al premier – dell’inchiesta sul cosiddetto Lodo Mondadori.

A volte mi tormenta un paradosso: se un magistrato non subisce mai certi attacchi, è particolarmente fortunato oppure non gli farebbe male un po’ di introspezione? Paradossi a parte, in ogni caso si pongono alcune questioni che ovviamente prescindono da questo o quel caso specifico, essendo evidente la loro portata istituzionale. E’ giusto gettare pregiudizialmente fango su un magistrato solo perché indaga – per fatti specifici – dove qualcuno vorrebbe che non si mettesse il naso? E viceversa, quando si tratta di personaggi di peso (indagati – ripeto – per fatti specifici e non certo per il loro status) giustizia giusta è, per definizione, solo quella che assolve? Ragionando in questo modo, non si sovvertono le regole fondamentali della giustizia? Non si incide sulla serenità di giudizio? Dove sta la linea di confine fra attacco e intimidazione? La magistratura – ne sono convinto – dimostra di saper tenere la barra dritta: ma fino a quando? Entrare in simili ragionamenti (anche solo per respingere vuote accuse) costa molta fatica, ma tacere sarebbe profondamente ingiusto, posto che l’investitura popolare non dà a nessuno – neppure al premier – il diritto di offendere.