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lunedì 14 febbraio 2011

Il grido delle donne al paese umiliato


di NATALIA ASPESI

Duecentomila a Roma, centomila a Milano e Torino, 50mila a Napoli, 30mila a Firenze, 20mila a Palermo, persino a Bergamo 2000. In tutte le 230 piazze italiane, più una trentina straniere, almeno un milione, forse di più, non ha importanza. Importa l'immenso, forse inaspettato successo, il risveglio improvviso di chi sembrava rassegnato al silenzio, a subire, ad adeguarsi.

Invece il messaggio delle donne, 'se non ora quando?', è corso veloce ovunque, e ha riempito le piazze come un richiamo ineludibile, finalmente sorridente, entusiasta, liberatorio.

Basta, basta, basta! il basta delle donne al di là di bandiere e partiti, il basta contro questo governo e questo premier, il basta contro la mercificazione delle donne ma anche contro l'avvilimento di tutto il paese. Il basta gridato da tutte, le giovani e meno giovani, le attrici e le disoccupate, le studentesse e le sindacaliste, le suore e le immigrate, le casalinghe e le donne delle istituzioni, facce note ma soprattutto ignote, donne tutte belle finalmente, non per tacchi a spillo o scollature o sguardi seduttivi, ma per la passione, e l'indignazione, e l'irruenza, e la coscienza di sé, dei propri diritti espropriati e derisi: e uomini, tanti, finalmente non intimiditi o infastiditi dal protagonismo femminile, consci che il basta delle donne poteva avere, ha avuto, un suono più alto, più felice, più coraggioso, cui affiancarsi, da cui ripartire per cambiare finalmente lo stato del paese. In mano alle donne, ieri, la politica si è fatta più

radicale e credibile, perché ha usato le parole, le voci, i gesti, non per le solite invettive e ironie e slogan e promesse che intorbidiscono e raggelano, ma per raccontare il disagio, la paura, la fatica, la rabbia, l'umiliazione, che le donne vere sopportano ogni giorno, come lavoratrici senza lavoro, e madri senza sostegno pubblico, e professioniste la cui eccellenza non le esime dalla precarietà, e giovani donne che non possono fare figli perché senza sicurezze per il futuro, e donne che nessuno protegge dallo sfruttamento, dai maltrattamenti, dall'amore assassino dei loro uomini.

Si sa che l'armata mediatica del berlusconismo che deve il suo imperio alla menzogna e alla capacità di confondere, aveva stabilito che la manifestazione di oggi sarebbe stata dettata dal bigottismo di donne così sfortunate da non poter fare le escort, e da una superba rivalsa contro le vittoriose ragazze di Arcore e altrove. Che delusione! Nessuna, delle tante donne che si sono alternate sul palco, emozionate eppure decise, forti, ha avuto parole arroganti di separazione tra le buone e le cattive. Al massimo è stato detto quello che anche le belle signore del Pdl dovrebbero condividere: che cioè i letti dei potenti più o meno ossessionati dal sesso non dovrebbero essere istantanee scorciatoie per entrare in ruoli pubblici di massima responsabilità. E per esempio la sempre improvvida Gelmini, prima ancora che le piazze cominciassero a riempirsi, annunciò che ci sarebbe stato solo un gruppetto di desolate radical chic, termine così stantio e irreale che forse gli esperti di slogan del governo dovrebbero modificare. Povera ministra da poco mamma e scrittrice di libri per l'infanzia, oltre che falciatrice dell'istruzione pubblica italiana. Davanti a quelle migliaia di persone in ogni piazza, a quel milione accorso al richiamo di un piccolo gruppo di donne arcistufe e finalmente decise a ribellarsi, cosa avrà pensato?

Se persino le donne scese in piazza, persino i partiti dell'opposizione, non si aspettavano un simile successo, figuriamoci gli altri: hanno cominciato a perdere la testa, e prima ancora che vengano dettate dal politburo governativo gli slogan denigratori per negare la realtà, han fatto la loro brutta figura, accusando curiosamente la manifestazione di essere antiberlusconiana: come infatti vistosamente, fortemente, appassionatamente, voleva essere. I cervelloni berlusconisti da poco tornati a galla come ultima trincea, terrorizzati da quelle piazze gremite, hanno parlato di "odioso sfruttamento delle donne per abbattere il premier" non avendo capito niente dell'autentica civile autonoma rabbia femminile; c'è chi ha vaneggiato di una contro-manifestazione da parte delle ministre in carica, "di orgoglio e di amore anche nelle sue perversioni", e la solita sottosegretaria cattivissima, lei devota ad ogni sospiro del suo idolo e fan delle sue movimentate serate, ha accusato le centinaia di migliaia di donne in piazza "di essere solo strumenti degli uomini", non si sa quali, ma di sicuro non dell'ormai pericolante premier.

Chissà se le tante donne intelligenti e libere che hanno trovato mille colte ragioni per disertare una manifestazione che non risultava loro sufficientemente femminile o femminista, si sono alla fine commosse nel vedere tante altre donne, più sbrigative e meno sofisticate, gridare insieme, senza divisioni, senza distinzioni, il loro bisogno di dignità e di cambiamento. Che poi la differenza è anche questa: le donne non berlusconiane sono in grado di scelte differenti, libere di agire secondo i loro principi in contrapposizione con altre anche se le divergenze sono capillari: nessuna delle signore berlusconiane, dai loro scranni di ministre, sottosegretarie, rappresentanti di partito, osano esprimere non si dice un dissenso, ma un lievissimo, simpatico dubbio. Loro sì, pare, sono al servizio del maschio padrone.

Però una domenica come quella di ieri, così bella, e appassionata, e corale, dovrebbe mettere in guardia anche l'opposizione. Le donne hanno detto basta a questo governo e al suo leader, ma resteranno vigili: dalle piazze ieri è venuta allo scoperto una riserva di energia, di intelligenza, di bellezza, di potere, di senso del futuro femminile, che parevano dispersi o rassegnati. Le donne promettono obiettivi ambiziosi, assicurano che non torneranno indietro, soprattutto che dopo una così straordinaria, spontanea prova di forza, niente, ma proprio niente, sarà più come prima.

(14 febbraio 2011)

domenica 17 ottobre 2010

La miseria nel cuore


di Natalia Aspesi

CHI se la ricorda più la piccola Sarah, dal corpicino sottile e dal sorriso innocente, coi biondi capelli lisci di tutte le sue identiche coetanee, e la minigonna sulle gambe infantili. Quindici anni e l´aspetto ancora di bambina, a vederla nelle immagini del cellulare e dei video di famiglia, mentre fa le smorfie e ha voglia di scherzare, di giocare: di vivere. L´hanno ammazzata, e perciò col passare dei giorni da protagonista si è fatta comparsa, la sua immagine si è affievolita, poi si è annebbiata la sua persona, si è dimenticato che era viva: è uscita di scena, perché anche nei romanzi gialli, nei film noir e nelle fiction thriller, della vittima si finisce col perdere le tracce, ciò che conta sono gli assassini, e meglio se ad ogni capitolo, ad ogni scena, la storia si ingarbuglia, i sospetti crescono, deviano, si fanno sempre più caldi, gli indizi si accumulano, i detective indagano, arrivano le prove scientifiche, poi le confessioni: e la ferocia si estende dall´atto terribile che spegne una vita così breve, alla morbosità del coro sempre più vasto, della moltitudine di estranei che rimuovono le crepe della loro vita immergendosi senza pietà nelle storie macabre degli altri: spettatori di una tragedia che gelidamente infiamma ed eccita, i vicini, il paese, la stampa, ovviamente la televisione che tutto accumula e tutto cancella.

Ci sarà prima o poi un omicidio in diretta, o un suicidio come nel vecchio (1976), preveggente ‘Quintopotere´di Sidney Lumet, e in quel momento il picco di share farà del sagace e fortunato conduttore una star insuperabile? Sino a ieri il protagonista della maratona televisiva da Avetrana era questo Michele Misseri, un orco dall´aspetto intristito e fragile, attaccato al suo cappelluccio come al distintivo della sua modesta persona, in grado di narrare, della sua vita spenta e invisibile di operaio, di contadino, di padre di famiglia, quel momento buio e luminoso, inenarrabile: «Ãˆ stato un raptus. L´ho strangolata nel garage di casa mia, poi l´ho caricata in macchina e l´ho portata in campagna, l´ho spogliata, ho bruciato i vestiti e ho seppellito Sarah nuda». Dice anche di aver violentato il giovane corpicino cadavere. C´era bisogno di raccontare agli inquirenti tanto orrore, non bastava dire l´ho ammazzata? No, non bastava, forse per liberarsi da un incubo o forse per rendere ancora più appetibile la sua orribile storia alla stampa e soprattutto alla televisione, che appena c´Ã¨ un´efferatezza l´afferra e la dilaga non ponendosi più alcun limite.

Finalmente nella vicenda che fa perdere la testa a ogni conduttore (pare di sentire le voci di quegli imprenditori che dopo il terremoto dell´Aquila se la ridevano), entra l´immancabile Donna Funesta, che di solito è una fatalona crudele come le sapeva dipingere Boldini. Ma in questa storia la femmina sinistra è una ragazza di 22 anni un po´ cicciotta, con gli occhi azzurri del padre assassino, molto chiacchierina, sicura di sé, e se davvero colpevole, grande attrice: anche lei ha vissuto il suo momento fatale, è uscita dal torpore della vita di paese, ha intravisto il futuro luminoso che tutti pensano l´apparire in televisione possa assicurare. Lei, Sabrina, ragazza senza storia, è stata vista da milioni di persone, che hanno parlato di lei, l´hanno ammirata, compatita, ed ora si divideranno come sempre in innocentisti e colpevolisti.

Lei si dice innocente, e forse lo è, e non basta il suo esibizionismo o forse la sua capacità di mentire a fare di lei una colpevole. Anche perché se lo fosse, bisognerebbe chiedersi da quale miseria del cuore e del pensiero può venire l´odio, il desiderio, il gesto che uccide, anche qui senza ragione: non si uccide per eliminare una rivale di un amore inesistente, non si uccide perché la cuginetta è più carina e più felice, non si uccide per paura che si venga a sapere che il padre è sporcaccione, non si diventa complici del padre assassino che ha appena strangolato la cuginetta ed amica del cuore. A vent´anni non può essersi spento il senso della vita, non si può dimenticare un padre nel momento in cui strangola la sua amica e cugina, senza restarne segnata per sempre.

Ma Sabrina non si è mai mostrata sconvolta e per questo forse si proverà che non è colpevole. O che lo è doppiamente. O forse si può davvero uccidere o diventare complici di un assassino perché succede nei romanzi e negli sceneggiati, dove spesso però c´Ã¨ chi resuscita (vedi Beautiful) e comunque se sei in gamba, la fai franca. Si sa che è in famiglia, la sacra famiglia che tutti vogliono proteggere, che accadono i fatti più spaventosi, ma ogni volta pare impossibile: lo zio, la nipote, la cuginetta, chissà chi altro, e tutti finalmente in televisione, spettatori, conduttori, a dimenticare la pietà, il rispetto, il dolore. Lo share sarà stato fantastico, a ‘Chi l´ha visto?´, ‘La vita in diretta´, ‘Porta a porta´, ‘Quarto grado´ ‘Matrix´ e continuerà ad esserlo attorno al cadavere della povera Sarah. Ma poi i numeri hanno un senso tutto loro: se l´altra sera ‘Matrix´ ha raggiunto il recordo storico, se ‘Quarto grado´ l´han seguito in più di 4 milioni, vuol dire che la maggioranza assoluta degli italiani ha visto altro, o, più probabilmente, ha tenuto spenta la tv.

(17 ottobre 2010)

giovedì 4 marzo 2010

Efe Trans: "Vi svelo i segreti dei mariti italiani"


di NATALIA ASPESI

In attesa che qualche volonteroso seminarista scriva le sue memorie dal possibile titolo Quel che ai Lavori Pubblici ormai sanno, rispunta con una autobiografia un'altra eminente star dell'ingordigia sessuale maschile, tanto di moda qualche mese fa: la trans. Anzi una trans speciale, quella Efe definita "la più bella del mondo", o "la cerbiatta", già molto invitata in tv, intervistata dai giornali, tre siti con 200mila contatti al mese e al mese almeno 120 movimentati incontri, che ha raccontato la sua vita alla giornalista Stefania Berbenni in un libro edito da Mondadori, dal titolo tanto antipatico quanto veritiero, Quello che i mariti non dicono. Tranne quelli, una minoranza, che dalla seducente ragazza, arricchita come l'uranio per l'atomica, da un simpatico "pene molto grosso" come esplicitamente richiesto dai clienti, ci vanno accompagnati dalla loro signora contentissima della variante.

Efe, di famiglia turca di dubbia e tramontata ricchezza, da dieci anni in Italia, cittadinanza italiana, ha 30 anni. È una signorina maschile di aspetto più dolcemente femminile della maggior parte delle donne: a parte l'altezza, 1 metro e 90, infrequente in una donna, per il resto è carinissima; taglia 42, seno piccolo, occhi verdi, capelli corti ramati, non ha niente in comune con le giovanottone brasiliane dai seni contundenti e un po' di barba, che sbucavano da ogni angolo televisivo, ospiti soprattutto di melliflui conduttori arrappati, quando il più attraente (per le donne) presidente di regione, loro fervente estimatore, pur comportandosi come ogni bravo marito, cioè stando zitto, fu meno abile degli altri tanto da provocare un can-can politico-erotico-conventuale.

Con le sue confidenze, subito Efe impensierisce Berbenni: "... prima o poi qualsiasi uomo vuole provare l'esperienza del trans... non dico tutti ma quasi tutti.... Se fossi sposata non mi fiderei. Non c'è cittadino al di sopra di ogni sospetto...". Efe sa cinque lingue, vive a Milano, viaggia dove ricchi sporcaccioni la chiamano, da Roma a Brescia a Malta a Parigi, oppure batte vicino al Monumentale o riceve nel suo appartamentino dipinto di rosa dove la sua mamma sta in salotto a leggere riviste e il rottweiler Goran ringhia: ogni tanto qualcuno la pesta ma pazienza, ne è sempre uscita viva. Intanto si è comprata alcuni appartamenti, da cittadina onesta si sente umiliata per non sapere come pagare le tasse: "Ci vorrebbero l'Ici sul sesso mercenario, la trans-tassa. Servirebbe a ripulire il mercato". Ha la passione delle automobili, Bmw, Porsche, Mercedes, Corvette; veste Chanel, borse Gucci, scarpe Prada, biancheria di seta candida, beauty-case zeppo di preservativi, cui non rinuncia mai: tanto per dimostrare la sua affidabilità, in fondo al libro c'è il suo ultimo referto (dicembre 2009) del test Hiv, naturalmente negativo.

Nelle storie che Efe racconta forse gli uomini non fanno una gran figura, trattandosi normalmente di babbi appassionati e mariti esemplari secondo il loro standard, che non è quasi mai quello delle mogli; maschi che, specchiandosi nel loro stesso sesso e gradendone molto le molteplici performance, si scatenano e si sfrenanano come ovviamente mai capitò con la loro signora. Per esempio il Signor Moderato, famoso per i suoi modi garbati nei dibattiti televisivi, cui lei fornisce bustini panterati e scarpe rosse col tacco a spillo, prima di sottometterlo. Dario, il tipo "Noneroio", adora farsi la povera Efe nel letto coniugale dalle lenzuola di seta rosa, mentre la bella moglie è in vacanza coi piccini. Il giovane supermilionario John si fa raggiungere dove si trova con la moglie e la riceve nel massimo lusso sfidando il pericolo di essere scoperto. Di Umberto che è gelosissimo si innamora, chissà, forse lui lascerà la moglie malata, poi lo scopre che la tradisce con una donna.

Sono migliaia gli uomini che la pagano per fare cose che se mai le raccontassero alla propria donna, anche la più aperta, o innamorata, o indifferente, o cinica, o porca, li butterebbero dalla finestra, fuggendo con i loro figli e svuotandogli la cassetta di sicurezza. "Potrei dire che noi trans siamo avvantaggiate perché, avendocelo, sappiamo come far godere un uomo... eppure ciò che eccita i miei clienti è vedere che ce l'ho duro...". Si potrebbe su questo magari arrendersi, non c'è gara, ma sui cioccolatini ad ogni incontro, e le borse Vuitton in ragalo, e i ristoranti di lusso, e gli alberghi sette stelle, e le coccole e i modi garbati e una luce mai vista nei loro occhi, proprio quello no, non si può perdonare. In più ci si può chiedere: se c'è tutto questo affannoso fornicare con trans, seminaristi o altro, ci vorrà tempo, denaro, complici discreti e disimpegno sul lavoro: sarà per questo che la folla dei distratti, dei pasticcioni, dei collusi, dei corrotti, dei mascalzoni, sta aumentando vertiginosamente?

(04 marzo 2010)

venerdì 18 dicembre 2009

Garlasco, niente prove e tanti pregiudizi, ma ha vinto Alberto, il ragazzo no-fiction


di NATALIA ASPESI

Non c'era la certezza dell'innocenza. Non c'era la certezza della colpa. Quindi il giudice dell'udienza preliminare Stefano Vitelli, che da solo, in base ai risultati del lungo processo, doveva decidere, ha scelto secondo giustizia.

Per arrivare a una condanna, dice l'art. 530 del codice di procedura penale, bisogna che l'imputato risulti colpevole "al di là di ogni ragionevole dubbio", frase di derivazione americana che ha sostituito l'italiana "per insufficienza di prove". E di dubbi ragionevoli ce ne erano una montagna, in questa storia delittuosa, resa inestricabile dall'accavallarsi di indagini disordinate, dall'intervento esagerato di una ventina di periti di ogni genere, dalle solite assurde chiacchiere di paese e da virtuali scoop giornalistici, che hanno oscurato uno dei tanti delitti orribili di questi anni, quelli che hanno come vittima una giovane donna. E siccome ormai capita sempre più spesso che ad ammazzarla sia una persona molto vicina, un marito geloso, un amante abbandonato, anche un padre-padrone, o un fidanzato fragile, poche ore dopo il massacro a randellate di Chiara Poggi già si puntavano gli occhi i sussurri e i primi sospetti su quel suo ragazzo carino e sfuggente, dalla vita normale, di cui perciò c'era poco se non niente da raccontare: e già questo pareva un indizio.

Adesso Alberto Stasi, due anni e quattro mesi dopo quella mattina del 13 agosto del 2007, quando, in una Garlasco semivuota per le ferie, entrò nella casa dove Chiara era sola perché i genitori erano in ferie, per ritrovarla ammazzata su un pavimento chiazzato di sangue, esce da un lungo incubo che ha sopportato con silenzioso e indecifrabile distacco. Ha continuato la sua vita, in quel paese di cui era diventato un ambiguo eroe negativo, ha studiato, si è laureato, non ha dato notizie di sé, non ha alimentato le cronache, è rimasto nell'ombra delle sue semplici giornate, ha sopportato gli sguardi dei suoi compaesani, si è sottratto ad ogni esibizionismo. Si sa che soprattutto nei talk-show, i sospettati di crimini e gli accusati degli stessi prima durante e dopo i processi, sono star molto richieste perché consentono epocali scontri tra colpevolisti e innocentisti, essendo di solito il conduttore propenso all'innocenza anche per non perdere il fruttuoso personaggio. Rifiutando questo palcoscenico, Stasi non è stato a un gioco che tutti ormai sembrano pretendere, in questo modo aumentando la sospettosità della gente-pubblico. E già sin dall'inizio, i colpevolisti sembravano molti di più degli innocentisti, e anche per ragioni antilombrosiane: se infatti il vecchio studioso indicava come tratti fisiognomici del criminale quelli che oggi caratterizzano molti politici (ovviamente innocenti), Alberto, che al momento della tragedia aveva 24 anni, pareva e tuttora pare, un cherubino: biondo, pallido, dai tratti gentili, occhi chiari e innocenti, corpo ancora adolescente. E questa sua antilombrosità era un'altra ragione per ritenerlo l'assassino.

Si sa che ci sono regole di comportamento codificate dalle fiction televisive e in passato dalle sceneggiate napoletane: l'innocente strepita e durante il funerale della donna amata e uccisa si dispera, singhiozza, si fa sostenere dai parenti, sviene, invoca la cattura del colpevole. Alberto, neppure una lacrima: come si fa a credere a uno così, essendo la dignità e il pudore virtù che non fanno spettacolo, perciò del tutto dimenticate? Certo, c'era stato qualche tentativo di trovare altri colpevoli, alacremente segnalati dalle news, un parente alla lontana, due cugine gemelle sciocchine, forse anche un immancabile extracomunitario, però mai segnalato nella zona. Per fortuna c'era quel ragazzo lì, neppure tanto simpatico, il colpevole ideale.

Una girandola di storie si abbatteva su di lui, sempre più splatter, biciclette sporche di sangue, scarpe troppo pulite, sospetti di pedofilia informatica, i suoi computer e cellulari rivoltati da squadre di esperti, ora del massacro e orari dei suoi spostamenti continuamente ribaltati. Da questa montagna di indizi fluttuanti e intercambiabili non è venuta fuori una prova provabile. In tanto tempo, nessuno tra gli alacri detective e giornalisti in veste di Sherlock Holmes sono riusciti a trovare qualcosa che potesse essere definita l'arma del delitto. Di solito poi se si ammazza una ragione c'è, pur assurda: questo processo è nato invece per far luce su un delitto senza un movente, se non quelli che la fantasia può suggerire. Magari veri, reali, ma se non li puoi provare restano immaginari.

Il pm e le parti civili avevano chiesto 30 anni e si può immaginare come quel ragazzo dall'aria chiusa abbia aspettato la sentenza: che è stata letta a porte chiuse, ma già pochi minuti dopo si sapeva che Alberto Stasi, giudicato innocente, finalmente abbia pianto, dopo mesi e mesi in cui ha negato agli altri lo spettacolo delle sue lacrime. Capita così che qualcuno cominci a pensare che forse da quella mattina tragica in cui ha visto il corpo esanime della sua ragazza abbia provato un sentimento che nessuno sino ad ora aveva pensato di attribuirgli: magari sensi di colpa, magari paura, magari vergogna, sì, ma dolore, il dolore della perdita e della assenza, no. I legali della famiglia Poggi forse ricorreranno in appello: ragionevolmente, perché non è possibile accettare che nessuno paghi per l'atroce fine della loro bambina, di quella giovane donna studiosa che aveva tutta la vita davanti. Ma se Alberto Stasi è davvero innocente come dice la sentenza, sarebbe orribile che fosse lui a pagare. Pare anche impossibile ricominciare a indagare, a cercare un diverso colpevole, nel deserto immemore che resta di quella tragedia. Intanto il presunto assassino, dichiarato innocente dalla sentenza di primo grado, è giovane e chiude col passato: dicono che abbia un'altra ragazza, e Chiara per lui non è ormai forse, altro che l'ombra sempre più evanescente di un incubo.

(18 dicembre 2009)

lunedì 2 novembre 2009

Quei sogni segreti dei nostri uomini


di NATALIA ASPESI


IN questa settimana di intenso teletrans, non ci sono state trasmissioni e conduttori che non abbiano esibito il loro o i loro trans, veri o caricaturali. E per esempio a "Annozero" c'era una signora stile Carmen. Con grande ventaglio rosso, di massima arguzia, serietà e intelligenza, che rendeva particolarmente avvilente il vociare maschile politicosessuale, come sempre del tutto inconcludente. Stessa bella figura e sempre nella stessa arena selvaggia, ha fatto un'altra signora dall'aria intellettuale, che da Milano raccontava come aveva dovuto fuggire da Roma, dove l'eccesso di pretendenti di gran notorietà, in politica e altrove, assediavano e avvilivano la sua vita di donna più completa delle altre in quanto fornita di sesso maschile.

Non è che non si sapesse, ma dopo tanto clamore, non si può più dubitarne; l'Italia (o forse tutto il mondo), pullula di trans, non più un raro fenomeno genetico e psicosessuale riservato a rari intenditori, ma una professione, una corporazione, una etnia, un mondo, un mercato, un popolo, una folla. Dietro la stazione Garibaldi di Milano, per esempio, c'è un vecchio grandioso palazzo abitato soprattutto da trans che, crisi o non crisi, ogni notte saltano giù da enormi limousine abitate da uomini pregiati, e attraversano i cortili verso i loro appartamenti, indossando tanga e poco altro.

Nelle piccole città, dico per esempio a Sarzana perché ci vado spesso, c'è una strada solitaria dove solo a tarda notte, svettavano sino a pochi mesi fa ragazze di sesso maschile particolarmente avvenenti: poi la popolazione non le ha volute più, con la scusa che davano cattivo esempio ai bambini, anche se gli stessi solitamente non dovrebbero aggirarsi dopo mezzanotte nelle strade deserte, né soli né accompagnati. Si sa anche dalle recenti cronache, che il trans, contro ogni idea di peccato e trasgressione, è più diurno che notturno: la massima ressa nelle loro alcove è infatti nelle ore di ufficio, e se lo sapesse Brunetta, altroché fannulloni e tornelli.

Adesso in tv, a mettere in ombra il travestito da oratorio, il pur apprezzato genere Platinette, arriva la fascinosa Carmen, e qui non si ride più: chissà se ai telespettatori maschi di buona famiglia saranno venuti i cattivi pensieri guardando quelle labbra di fuoco e quegli occhi scintillanti di misteri, certo le telespettatrici si saranno impensierite. Nessuna signora conosce un uomo che riveli di frequentare le prostitute, che pure prosperano a centinaia di migliaia e non si sa quindi come, disoccupate, arrivino a fine mese. Figuriamoci se uno dirà mai di averci anche solo provato con un trans, così per curiosità, o per studio sociologico, o per portarlo sulla retta via, o spingendolo alla monacazione, o per altre ragioni umanitarie.

Eppure la fiction americana li ha già sdoganati per quello che sono, non come macchiette o come stravaganze (vedi Grande Fratello): in "Sex and the city" la vispa Samantha (lei stessa assomigliante a un trans, per quanto rigidamente femmina), non riesce a dormire per il casino che fa un gruppo di trans di colore sotto le sue finestre, e l'unico modo per ottenere il silenzio notturno è diventarne amica. Il trans gran signora è tra i protagonisti del magnifico serial "Dirty Sexy Money" putroppo interrotto dopo sole due stagioni per audience insufficiente: si tratta dalla bionda e statuaria Carmelita, di cui è pazzo il candidato al Senato Patrick Darling, al punto di volerla sposare, malgrado sia già sposato. Naturalmente finisce male, ma intanto il ruolo lo ha avuto l'attrice Candis Cayne, che prima di operarsi era l'attore Brendan McDaniel: cioè un uomo che ha scelto di essere donna, quindi un trans già transitato.

Se uno si attiene alle cronache, parrebbe che i trans siano solo brasiliani e che la prostituzione sia la sola loro professione: non è vero, spiega Gianni Rossi Barilli, direttore del mensile gay "Pride", ce n'è di casalinghe e di milanesi, solo che per loro fortuna non fanno notizia. Ciò che lo stupisce "è il panico con cui soprattutto gli studiosi affrontano l'argomento, non riuscendo ad accettare le mille sfumature dell'ambiguità sessuale tanto da preconizzare un immane caos".
E per quanto il travestito, l'ermafrodito, l'androgino, il trasgender, l'intersessuale, la donna nel corpo di uomo o viceversa, siano figure antiche, anche mitiche, "il trans come lo si intende oggi è un personaggio molto recente, nato dal momento in cui c'è stata l'opportunità di manipolare genetica e biologia, di costruire il proprio corpo al di là della sua forma naturale codificata dai generi".

Prima si pasticciava e ci si accontentava, aspirando ancora al modello femminile: come la delicata, fragile Eva Robin's, nata Roberto Maurizio Coatti, che quando finalmente apparve sullo schermo, nuda e di fronte, suscitò nel pubblico un hoo sbigottito; o come in "La moglie del soldato", film girato nel 1992 da Neil Jordan, la bellissima mulatta Jaye Davidson, nata Alfred Amey, che quando il terrorista Forrest Whitaker la vede nuda, oltraggiato, le/gli dà uno schiaffo.

Oggi, dice Rossi Barilli, "il trans può costruirsi secondo l'immaginario erotico degli uomini, offrirsi al loro desiderio profondo". Le signore trasecolano, ci rimangono molto male: ma come, non le volevano esili, soffici, tenere, levigate, persino piccine, quasi infantili, insomma femminili, e loro per ansia di piacere, a dieta, a far ginnastica, ad ammorbidirsi e depilarsi ovunque; e poi si scopre che quel che sognano in segreto i loro innamorati sono donnone grandi e muscolose, con seni enormi e contundenti, consentita la barba e la voce profonda, soprattutto indispensabile quella parte del corpo che con tutta la buona volontà di accontentare i gusti degli uomini, proprio si ostina a mancare.

(2 novembre 2009)

domenica 21 giugno 2009

Le quote rosa secondo il Cavaliere



di NATALIA ASPESI


"SI E' PRESENTATA al partito a marzo o aprile, ha chiamato il mio capo della segreteria dicendo che voleva candidarsi e l'abbiamo inserita come quota rosa, di cui c'è una percentuale da rispettare".

Vero o non vero, l'ha dichiarato Salvatore Greco, ex deputato e coordinatore della lista di centrodestra "La Puglia prima di tutto" parlando di Patrizia D'Addario, la showgirl o escort che, come fosse Eva Kant, va alle feste, anche a quelle del premier, munita di registratore, si immagina micro data la piccante esiguità del suo abbigliamento serale, figuriamoci quello notturno. La frase, per smentire di essere stato lui a contattare per primo la intraprendente signora, dà alcune simpatiche conferme a notizie che si erano perse nell'incasinamento (per dire confusione) della politica italiana:
1) almeno a livello di partito o di elezioni comunali, in questo caso baresi, esistono ancora le famose Quote Rosa di cui si era persa traccia;
2) C'è una certa difficoltà (maschile) a trovare signore che abbiano tutti i numeri, di avvenenza e disponibilità, da remunerare inserendole nel gruppo QR;
3) Se si pensa che sia più spiccio e più facile fare politica che fiction, basta presentarsi alla sede di un partito, non necessariamente con registratore ma di sicuro con il proprio photobook o calendario per far subito Quota Rosa, essere immediatamente inserita nelle liste e magari anche (non le due suddette signore però) eletta dovunque si eserciti la politica; comune, provincia, regione, Parlamento, italiano o europeo.
Soprattutto in quei luoghi, c'è posto, finalmente, per (quasi) tutte le donne.

In particolar modo per quelle giuste passate alle giuste feste, nei giusti palazzi e ville, ovvio. Paiono molto lontani, e non lo sono, i tempi in cui le signore litigavano tra loro pro o contro le Quote Rosa: chi le trovava indispensabili per ricordare ai maschi che anche le donne avevano il diritto di fare cuccù o il gesto dell'ombrello dagli scranni del Parlamento, ma che, dato il loro (degli uomini) incatenamento alle poltrone, era necessaria addirittura una legge che rendesse questo diritto obbligatorio. Chi invece, come l'eroica Emma Bonino che ai tempi della sua campagna (ovviamente persa), "Emma for president", si era presentata come "L'uomo giusto per il Quirinale", trovava le quote femminili inutili e dannose, buone per l'Afghanistan ma non certo per un paese evoluto come l'Italia: dove secondo lei, si poteva, si può dimostrare il proprio valore senza tener conto del genere. Giusto, anche gli uomini erano d'accordo, le donne valgono troppo per contingentarle: e infatti nell'ottobre del 2005 alla camera le Quote Rosa ebbero 140 voti favorevoli e 452 contrari.

Trasversalmente, a destra al centro e a sinistra. Con alcuni illuminanti commenti, tipo: "Queste non ci devono scassare la minchia". "Avranno la quota quando smetteranno di ragionare con quella parte che non è il cervello". "Vedove allegre... un pericolo per il Parlamento...". Durante un drammatico Consiglio dei Ministri, la bella e giovane Stefania Prestigiacomo ministro delle Pari Opportunità, si impegnò sino alle lacrime, ma inutilmente, per ottenere le benedette Quote, un anno dopo ebbe uno scontro con la bella e giovane Mara Carfagna, allora deputata del suo stesso partito, Forza Italia; la quale, con la sua soave innocenza dichiarò, e non aveva torto, che ci voleva ben altro per risolvere i problemi delle donne: e forse per questa sua contrarietà che corrispondeva a quella della maggioranza del partito, appena possibile fu promossa Ministro proprio delle Pari (o impari) Opportunità. Nel 2006 l'Italia, quanto a Quote Rosa, era al 48° posto, e certo faceva una certa impressione che al primo ci fosse il Rwanda. Con le elezioni politiche del 2008, vinte abbondantemente dal Pdl, quel che viene chiamato ormai assurdamente "gentil sesso", ha ottenuto maggior visibilità, 21,1% alla Camera (più nel Pd, 65 seggi su 217, che nel Pdl, 54 su 273); 17,4 al Senato (più nel Pd, 36 seggi su 113, che nel Pdl, solo 13 su 147, forse perché ancora in vigore l'età minima, controproducente per le signore, di 40 anni). Però già da allora il discorso si stava spostando dalle Quote Rosa alle Quote Rosso Fuoco, cominciando, come voleva la signora Carfagna, "a selezionare dal basso", piuttosto che perder tempo con signore già in alto, magari, dio ne scampi, preparate ma fuori taglia.

Ma se le donne aspiravano ad avere più voce in Parlamento, soprattutto a portare nei luoghi del potere i problemi, i bisogni, i desideri delle donne, pare che quell'aspirazione si sia molto impolverata. Come se bastasse chiedere, e onorevole o disonorata, farebbe proprio lo stesso: in televisione, in Parlamento, sul set, bastano visibilità, successo e denaro, che oltretutto, nel caso delle cariche politiche, è un buon affare per l'eventuale filiera degli "utilizzatori", che al massimo se la cavano con una collanina alla escort aspirante parlamentare; che poi, se eletta, allo stipendio ci penseranno i contribuenti.

Purtroppo bisogna averne il fisico, l'età, l'astuzia, lo stomaco, le giarrettiere e le foto col sedere per aria. E il promoter giusto, e le feste giuste. E l'indulgenza, e lo sguardo, e la generosità, e il favore, e l'autorizzazione di quegli uomini che, ragionando anche loro, si teme, "con quella parte che non è il cervello", non sono contrari ai "grandi quantitativi" di belle ragazze. Mai le donne, tutte le donne, sono state tanto lontane dalle cosiddette pari opportunità, dalla parità stessa, da una vera autonomia e naturalmente dalla gestione della politica, quella che conta.

(21 giugno 2009)

mercoledì 13 maggio 2009

Veronica e le donne al tempo del Cavaliere


di NATALIA ASPESI


Lui un buon uomo addolorato, un marito ferito, un padre che, pur oberato dai suoi impegni internazionali, passa le serate col figlio e spera solo in una riconciliazione, in nome dell'amore e della famiglia: lei una povera donna che è caduta in una trappola mediatica, una moglie che si è fatta plagiare, una persona fragile, incapace di autonomia, forse addirittura disturbata, per non dire matta.

La vera trappola mediatica è invece la "rotocalchizzazione", quella che il potente sbarramento di quotidiani, settimanali, mensili, televisioni, siti al servizio del premier, ogni giorno si spalanca su Veronica Lario, per macchiarla, denigrarla, distruggerla. Per fare di lei non una moglie che non sopportando più le umiliazioni e le stranezze del marito, chiede come è suo diritto la separazione, ma una creatura suggestionabile, instabile, irragionevole, soggetta a incubi, forse addirittura pericolosa a sé e agli altri. É come se all'impero della comunicazione di cui il premier è padrone, fosse stato ordinato non tanto di far rilucere le sante ragioni di un marito sofferente per le folli accuse di una moglie, contemporaneamente sottolineando la sventatezza e i torti di lei: ma piuttosto di rendere questa moglie da subito inaffidabile, incapace di intendere e volere, nel caso decidesse prima o poi di dire la sua: perché nessuno conosce, oltre alle virtù di un marito, i suoi segreti, gli errori, le debolezze, i peccati, gli abissi, più di una compagna di trent'anni di vita.

Ma la signora Lario tace, non reagisce a nessuna provocazione, ha scelto, con grande intelligenza e fermezza, il silenzio, l'ombra, l'invisibilità. E nella volgare ragnatela di pettegolezzi, pareri, offese, diagnosi, barzellette, sondaggi, supposizioni, invettive, sghignazzi, ragazzette e ministre e vecchie foto, che stanno macchiando la sempre più servizievole e provinciale informazione italiana, quel silenzio, quell'ombra, quell'invisibilità, mettono a disagio i lanzichenecchi dell'insulto, li fanno sentire impotenti, nell'incapacità di creare un vero e proprio scontro che consenta loro aggressioni sempre più violente e infamanti.

Il silenzio, per ora, è la lama più affilata che la signora Lario, una moglie come tante, come tante offesa, che ha con sé solo il potere delle sue ragioni e della sua ragione, può opporre non a un marito come tanti, ma a un premier che si crede invincibile e immortale, ricchissimo e certo che tutto sia in vendita, che ha con sé un governo che mai dissente, una maggioranza parlamentare ubbidiente, una moltitudine di avvocati sapienti, una folla di cortigiani disposti a tutto, un muro compatto di giornali e televisioni di massimo cinismo, una parte rilevante degli italiani, uomini e donne, intrappolati da una specie di incantamento che nulla scalfisce. Forse le ultime avventure familiari ed extrafamiliari? Dipende: un sondaggio Swg dice che il 67% degli italiani si schiera con Veronica, mentre dai focus group di parte risulta che stanno con Silvio l'85% delle donne italiane.

Delle donne, italiane! Di sicuro una balla, o una macroesagerazione, ma è vero che le ultime vicende personali di cui è stato protagonista il presidente del consiglio, hanno esasperato una nuova mutazione, un ripiegamento, una perdita di equilibrio del costume italiano, segnando la fine del politicamente corretto di genere, del rispetto verso le donne; di quelle fantomatiche pari opportunità che dopo aver prodotto una deliziosa ministra carica di sue invidiabili opportunità e quindi antifemminista, servono solo a privilegiare ragazze giovani e carine, di cui si decantano le lauree plurime, come se bastassero a sostituire esperienza, passione, sacrificio, competenza.

Le donne sono tornate a essere il bersaglio del maschilismo più fascistoide, con giornali che delle signore che danno fastidio pubblicano subito foto discinte e rastrellamento di ex amanti, perché la donna torna ad essere solo corpo, solo sesso, da disprezzare, irridere, additare al pubblico ludibrio, oppure, se servizievole, da esaltare e promuovere, soprattutto nella freschezza e stupidaggine della minore età. Bastava vedere nell'ormai celebre puntata di Annozero, con che disprezzo virilista l'avvocato Ghedini al servizio del premier e quindi promosso parlamentare, trattava Emma Bonino, la cui fermezza, e intelligenza, e preparazione, e storia, meritano sempre ascolto; ma non per Ghedini, cresciuto alla scuola che se irridi e parli sulle parole dell'altro, quelle parole preziose vengono cancellate. E nella stessa trasmissione si ha avuto la conferma che anche le donne hanno perso la testa: dopo che Noemi Letizia è stata paragonata a Cenerentola, la direttrice di un settimanale rosa, graziosa anche se non minorenne, ha spiegato il suo appoggio al presidente del consiglio in veste di marito perché "è bellissimo" e pure molto galante. Il boato del pubblico l'ha molto stupita, e amareggiata. Tutti i settimanali di gossip, non solo quelli di proprietà berlusconiana, con qualche distinguo, hanno elogiato, in questa occasione di prezioso pettegolezzo, oltre al politico, il tombeur des femmes, dando vita al nuovo Principe Azzurro che fa impazzire le donne: ultrasettantenne, sempre truccato, con cinque figli e due mogli, simpaticamente donnaiolo, e con un patrimonio e un potere immenso che nessun principe azzurro tradizionale si è mai sognato di possedere. Il colpo finale lo ha dato la piccola massima diva del momento, la diciottenne Noemi che con la sua grazia gentile è un clone indistinguibile delle sue coetanee, tutte con capelli biondi e lisci, corpicino stretto, sorriso fisso, pazze per lo shopping, meta Il Grande Fratello, per lei oltre a papi, si capisce.

E' stata lei, in totale incoscienza, a sfoderare una parola che era uscita dal vocabolario di uomini e donne persino in confessionale, che non era più comparsa tra i problemi, le angustie e le indispensabili virtù femminili: proprio lei ci ha ricordato che "la verginità è un valore importante" e chissà come si dispereranno i suoi cloni, che se ne erano dimenticate e potrebbero da adesso sentirsi fuori moda.

(13 maggio 2009)

lunedì 9 febbraio 2009

Giù le mani da quel corpo


di NATALIA ASPESI

Attorno a un corpo assente, in cui il tempo e il sangue scorrono insensibili come sabbia in una clessidra, isolato nel silenzio e nell'estraneità alla vita, continua ad agitarsi dissennata una parte del Paese.

Quella parte di Paese che ha perso la testa umiliando oltre a se stesso anche la sacralità di un lunghissimo calvario, la sofferenza eroica di una famiglia, il vuoto muto di un'inesistenza. Nell'assoluto disprezzo di quel corpo, che avrebbe diritto di finire nella quiete e nell'amore il prolungamento di un interminabile doloroso viaggio già concluso 17 anni fa, prosegue un fracasso di pareri, un esibizionismo di cortei, un vergognoso andirivieni di ispettori, di incaricati, di ficcanaso governativi, e adesso di bollettini che raccontano le raccapriccianti fasi che dovrebbero accompagnarlo dove il tormento finirà.

Non si tratta più di Eluana, che del resto manca al mondo da un tempo infinito, se se ne contano i giorni; né si tratta più del diritto alla vita o a una fine dignitosa, della morale religiosa o dell'etica laica, di Dio o dello Stato. Ma di un drammatico conflitto istituzionale, e si può già immaginare che chi lo ha provocato, continuerà a servirsi politicamente di quel corpo, sia che trovi finalmente, cristianamente pace o che sia costretto dalla più torva crudeltà degli interessi di potere a ripiombare nella prigione disumana delle funzioni fisiche artificiali.

Il signor Englaro, nella cadenza quotidiana di troppi anni, ha visto, giorno dopo giorno, il giovane corpo della sua bellissima, ridente figlia, trasformarsi, perdersi, rinchiudersi, sbiadire, diventare altro, neppure l'ombra di quello che era, una forma immobile e perduta, svincolata da ciò che la circonda, che la grandezza di un padre ha potuto continuare ad accudire teneramente, dolcemente, per inestinguibile amore. In quel corpo che ha sostituito Eluana, lui solo può riconoscere sua figlia, e continuare ad amarla: è per questo che con eroico orgoglio l'ha difeso da ogni squallido tentativo, e ce ne sono stati, di rubarne le immagini drammatiche. Per tutti, per chi crede al diritto di interrompere l'inesistenza e per chi invece questo diritto vuole negarlo, Eluana è sempre quella selva di capelli neri, quel sorriso splendente, quello sguardo felice, quella ragazza che invece ha finito di vivere tanti anni fa.

Adesso il signor Englaro invita sia il premier che il capo dello Stato a visitare ciò che resta di sua figlia. Si fa, lo fanno sempre i nostri rappresentanti quando accadono disastri e "si recano", come dicono i telegiornali, al capezzale dei feriti, a consolare i parenti delle vittime. Essi non possono esimersi, soprattutto il premier che tanto tiene che quel corpo continui il suo percorso artificiale, ha il dovere, al più presto, di portare in quella stanza in penombra il conforto della sua presenza, e di restarci da solo, per un lungo tempo, a riflettere, pensando alla vita, immaginandosi padre di quella creatura, dimenticandosi per un momento della sua smania di potere. Sarebbe vile rifiutarlo, sarebbe come rendere vane tutte le parole, e non solo le sue, in difesa non della vita in generale, ma solo di questa vita spenta, diventata ostaggio politico.

Certo se il premier farà il suo dovere, in quella stanza della clinica di Udine non pensi di trovare quella deliziosa attrice che nel film di Almodovar "Parla con lei", è una ragazza in coma da quattro anni, così bella da far innamorare l'infermiere che cura anche troppo intimamente il suo corpo insensibile. Pensava a quella storia il premier quando ha pronunciato quella tragica frase, "Eluana potrebbe avere dei figli"? Nel film di Almodovar la ragazza in stato vegetativo, che non sa, non sente, non può reagire, non esiste, resta incinta, vittima ovviamente di uno stupro necrofilo. Pensandoci, oggi vengono i brividi, e non c'è altro da dire.

(9 febbraio 2009)

mercoledì 14 gennaio 2009

Gomorra, schiaffo da Hollywood

LA REPUBBLICA
NATALIA ASPESI
14 GENNAIO 2009

Non ha vinto il Golden Globe, è stato escluso dalla rosa di nove finalisti all’Oscar per il miglior film straniero.
Non è per patriottismo che spiace questa strana sconfitta di GOMORRA, ma perché si tratta di un bellissimo film, soprattutto un bellissimo, importante, sincero, tragico film italiano, uno dei pochi che hanno ridato splendore ed onore al nostro cinema.
Lo aveva capito la giuria internazionale di Cannes, che gli aveva assegnato il Gran Premio della Giuria.
Lo aveva capito quella degli Oscar europei, con cinque premi.
Lo aveva capito quella degli Oscar inglesi, che l’aveva scelto come miglior film straniero
.
Tra i nove che invece concorrono all’Oscar lasciando fuori GOMORRA, ne ho visti qualcuno, e posso dire che sono belli pure loro, può darsi non meno, ma certamente anche non di più: è questione di gusti o di scelte per emozioni del momento, è non è umiliante che la giuria dei Golden Globe abbia preferito al film di Garrone “Walzer con Bashir”, grande film sugli orrori della guerra negli stessi luoghi dove oggi la guerra continua; non sarebbe stato neppure scandaloso che la notte degli Oscar gli avessero preferito un altro film: è invece scandaloso che non sia stato messo in condizioni di perdere, ma anche di vincere, un film che segna una specie di rinascita del venerato nostro vecchio grande cinema, e che è grande in sé, meritando quindi considerazione e rispetto.
Come gli altri perché alla fine nove sono tanti ed è impossibile pensare che tutti e nove valgano più del nostro.
Ci sono spiegazioni ? Tante se ne troveranno, cominciando da quella che vorrebbe gli americani incapaci di capire un film così esemplare e reale sulla piaga della camorra.
Non c’è niente da capire, a parte il fatto che il libro di Saviano cui il film si è ispirato è molto conosciuto egli Stati Uniti. Al massimo si può pensare che abbia destato incredulità, che sia apparso come una storia virtuale, immaginaria, non collegabile con un paese moderno, con premier così contento di sé e del suo perfetto paese.
Non può essere stata la stanchezza per la violenza, perché il film tedesco sulla banda Baader-Mainhof lo è anche di più, come del resto Bashir.
Nel vaneggiare sulle possibili, incomprensibili cause la fantasia vola: è se fosse la camorra, che si è ben installata in California, a punire uno specchio spaventoso della sua pochezza di vita, della sua miserabile sanguinaria avventura ?
O si fosse dato da fare a spegnere gli eventuali entusiasmi per il film di Garrone chi pensa che “i panni sporchi si lavano in famiglia” e mostrarli addirittura agli Oscar sarebbe stato alquanto inopportuno ?
Eccessi di fantasia: certo è che l’Italia, e non il suo cinema, malgrado la grancassa in patria, ha ben poche ragioni per essere ammirata all’estero e infatti le sue eventuali eccellenze non compaiono quasi mai nelle ricerche straniere, come se gli italiani e il nostro paese fossero ormai dei fantasmi.
Questo era una bella occasione perché di sicuro GOMORRA è un film di cui possiamo essere fieri.
Prima o poi ci diranno il perché e non ci consolerà.