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lunedì 20 dicembre 2010

Ma i diritti non sono tutti uguali


MICHELE AINIS

Calma e gesso, per favore. Anche perché di scalmanati in abito gessato ce n’è fin troppi in giro. A cominciare dall’onorevole Gasparri, che invoca arresti preventivi, retate di massa, e in conclusione un nuovo 7 aprile. Insomma la ricetta del 1979, benché Gasparri abbia citato il 1978. E allora proviamo a dare i numeri, di questi tempi non saremo i primi a farlo. Proviamo a misurare sui numeri della Costituzione non tanto la sparata di Gasparri (qui è più facile: zero), quanto piuttosto l’idea di Mantovano e di Maroni, quella d’esportare ai manifestanti il Daspo che s’applica ai tifosi. Ossia il divieto comminato dal questore - e dunque senza una pronuncia giudiziaria - a carico di persone che si ritengono pericolose, impedendo loro d’entrare in uno stadio, o per l’appunto in una piazza gremita da cortei.

Sulle prime, parrebbe una misura di buon senso. Se il Daspo ha funzionato per i disordini sportivi, perché non dovrebbe rivelarsi altrettanto efficace per i disordini politici?
Peccato tuttavia che non abbia senso equiparare il diritto di tifare per la Lazio al diritto di manifestare contro la Gelmini. Peccato che ai costituenti interessasse la regolarità delle elezioni, non la regolarità dei campionati.

Peccato infine che il libero esercizio del diritto di voto è possibile soltanto a condizione che il voto venga espresso in un clima democratico, con un’informazione pluralista, con un dissenso garantito in Parlamento e nelle piazze.

Insomma i diritti non sono tutti uguali: taluni hanno dignità costituzionale,
altri s’esercitano sotto l’ombrello della legge. E a loro volta i diritti costituzionali non pesano sempre in modo eguale: come diceva Bobbio, i diritti politici sono strumentali a tutti gli altri, e dunque li precedono, e dunque vantano uno statuto superiore. Significa che subiscono soltanto restrizioni circoscritte, tassative, temporalmente limitate. Altrimenti, se la sicurezza fosse un passe-partout per scardinarli, tanto varrebbe vietare le manifestazioni. Faremmo prima, e con un risultato garantito.

Tuttavia non è possibile, vi s’oppongono per l’appunto i numeri della Costituzione.
Articolo 16: chiunque può circolare in ogni contrada del nostro territorio, salvo i limiti che la legge disponga in nome della sicurezza. Ma guarda caso tali limiti non possono mai venire ispirati da ragioni politiche. Articolo 17: la libertà di riunirsi può essere negata per motivi («comprovati») di sicurezza pubblica, ma non ai singoli, bensì all’intero gruppo che chiede di manifestare. Articolo 27: la responsabilità penale è personale, e c’è inoltre una presunzione d’innocenza fino alla sentenza definitiva di condanna. Vuol dire che non è reato partecipare a un corteo dove altri commettono reati, e vuol dire inoltre che i reati sono tali solo quando lo dichiara un giudice, e nessun altro giudice possa rovesciare il suo verdetto. Al limite, se proprio vogliamo un Daspo politico dopo quello sportivo, se ne potrà forse discutere per chi ha subito una condanna, quantomeno in primo grado.

E c’è in ultimo un risvolto politico di queste chiacchiere imprudenti, ben più saliente del profilo giuridico. Perché nessuno ha mai evocato misure preventive di polizia dopo i fatti di Genova, dopo altri disordini che pure hanno scandito gli anni Zero? Che c’entra Roma del 2010 con Padova del 1979, dove i professori insegnavano con un coltello alla gola? Risposta: niente, non c’è niente in comune. C’è solo una politica, una classe dirigente, una generazione di governo che ha bisticciato con la nuova generazione, e allora mostra i muscoli, non avendo altro da mostrare.

michele.ainis@uniroma3.it

domenica 12 dicembre 2010

Corrotti e corruttori


MICHELE AINIS

Il voto di fiducia è come una messa solenne nel tempio delle istituzioni. Celebra la sacralità del Parlamento, che attraverso questo rito sceglie un nuovo papa, o riconsegna al vecchio le chiavi pontificie. Ma al contempo celebra i governi, innalzandoli alla gloria dell’altare. Invece la politica italiana ha trasformato la messa in messinscena, la liturgia in commedia. Se i santini sono questi, per noi fedeli sarà dura raccoglierci in preghiera.

È il caso, innanzitutto, del governo Berlusconi. Davvero c’è da attendere il 14 dicembre per decretarne i funerali? Davvero lo stesso giorno potremmo viceversa assistere al miracolo della sua resurrezione? È insomma un voto in meno o in più che può restituirci un esecutivo autorevole e longevo?

Evidentemente no, non è così. Se anche Berlusconi la spuntasse per il rotto della cuffia, il giorno dopo si ritroverebbe come Prodi, appeso agli umori del trotzkista Turigliatto o della moglie di Mastella. L’Italia ha urgenza d’una stagione di riforme, ma nessuna compagine ministeriale potrà mai inaugurarla senza una forte base in Parlamento.

Servirebbe dunque guadagnare nuovi soci, allargare la coalizione di governo con un programma condiviso.

Servirebbe, in breve, la politica; invece a Montecitorio va in onda il calciomercato. Signori di mezza età corteggiati come fanciulle in fiore, adescati uno per uno. Oppure comprati con qualche lingotto d’oro, se è autentico il sospetto della procura di Roma.

Ecco, il sospetto. Sta corrodendo la residua credibilità del Parlamento, proprio nel giorno che avrebbe dovuto sancirne il primato. In Italia nessun governo è mai caduto in seguito a una mozione di sfiducia (Prodi si dimise dopo una «questione» di sfiducia, che è cosa diversa): sempre crisi extraparlamentari, consumate scavalcando le assemblee legislative. Adesso no, le Camere sono tornate al centro della scena. Ma la crisi in Parlamento via via si è tramutata in una crisi del Parlamento, e quest’ultima ha infine messo in crisi le garanzie costituzionali che proteggono la dignità delle due Camere.

Qual è infatti la trincea giuridica su cui si è asserragliato il centrodestra? L’art. 67 della Costituzione, che pone il divieto di mandato imperativo. Se ogni deputato è libero di votare un po’ come gli pare, sarà anche libero d’accettare incenso e mirra per ogni voto espresso. Ma libero rispetto a chi? Rispetto alla mamma, alla sorella, al Popolo della libertà? No, libero rispetto ai suoi elettori. Peccato tuttavia che i nostri parlamentari, grazie al porcellum, siano stati scelti dai partiti, non dagli elettori. Peccato quindi che la garanzia del libero mandato si sia svuotata come un uovo per assenza del mandato.

C’è però un’altra garanzia costituzionale, sta appena un rigo sotto. Si conserva nell’art. 68, che proclama i membri del Parlamento insindacabili per le opinioni e i voti in aula. Da qui un’irresponsabilità giuridica, che a sua volta è di tre tipi. Civile (se rivelo un segreto industriale, nessuno potrà chiedermi i danni). Penale (se ti diffamo durante un discorso in Parlamento, non hai il diritto di sporgere querela). Disciplinare (se critico il ministro di cui sono dipendente, lui non potrà applicarmi una sanzione). E se invece voto la fiducia in cambio della cassaforte di Zio Paperone? Alla lettera, l’art. 68 vale pure in questo caso. Ma fu concepito per proteggere la libertà intellettuale dei parlamentari, non la libertà di mettersi all’asta. La loro indipendenza, non la dipendenza dal denaro.

C’è allora una lezione che ci impartisce questo tempo di briganti. La malattia etica che ha fiaccato la politica reclama una nuova etica politica, non le medicine del diritto, non il soccorso della Costituzione. Anche perché la nostra Carta è la prima vittima di questa malattia. Ma riesce ancora a vendicarsi, sia pure mentre esala l’ultimo respiro. Se infatti il voto del parlamentare corrotto è insindacabile, l’offerta del parlamentare corruttore no: quell’offerta non è un voto, non è un’opinione, non è protetta dal divieto di mandato imperativo. Sicché alla fine della giostra la procura di Roma potrebbe fare un’esperienza inversa rispetto alla procura di Milano. Nel caso Mills c’era un corrotto senza corruttore (improcessabile); qui avremmo un corruttore senza corrotti (improcessabili). Mezzo reato per un Parlamento dimezzato.

michele.ainis@uniroma3.it

venerdì 26 novembre 2010

Il gioco dell'oca dei partiti


MICHELE AINIS

A riascoltarla adesso, la Grande promessa di semplificazione che ha inaugurato la legislatura suona come un Grande imbroglio.

Sono trascorsi due anni, sembrano due secoli.

Nel 2008 s’unirono in matrimonio antiche tradizioni politiche, giurandosi fedeltà in eterno.

A sinistra gli eredi della Democrazia cristiana e del Partito comunista battezzarono il Partito democratico, a destra Forza Italia e Alleanza nazionale si sciolsero nel Popolo della libertà. La soglia di sbarramento completò il lavoro, cacciando dal Parlamento la destra estrema e la sinistra radicale.

Uscì di scena la carovana delle microliste personali, quelle di Dini o di Mastella, e poi i verdi, i gialli, gli arcobaleni. Dagli 11 partiti che cingevano d’assedio il governo Prodi siamo passati a un esecutivo bicolore (Pdl-Lega), mentre a Montecitorio prendevano posto 6 gruppi parlamentari in tutto, compreso il gruppo misto.

Ma la politica italiana ha un debole per il gioco dell’oca: ritorna sempre alla stazione di partenza.

I co-fondatori dei due partiti principali (Fini di qua, Rutelli di là) hanno divorziato già durante il viaggio di nozze, e nel frattempo si sono affacciate alla ribalta nuove formazioni, partito del Sud contro il partito del Nord, l’antipolitica di Grillo contro la politica ufficiale, polo di centro contro i poli terrestri.

C’è un’esigenza, c’è una domanda sociale che alleva la scomposizione del quadro politico? Può anche darsi, giacché ormai l’Italia è frastagliata in lobby, sindacati, categorie professionali dove trionfano soltanto gli egoismi collettivi. Ma sta di fatto che in quest’agonia della seconda Repubblica la classe politica si sta rivelando ben peggiore della società civile, come ha osservato Montezemolo e come osservano in coro gli italiani.

Le scissioni, le riaggregazioni, le nuove creature non puntano a riflettere una geografia sociale in movimento; servono piuttosto a procurare un posto in prima fila agli oligarchi di partito che stavano un po' stretti nei loro vecchi condomini. Da qui l’inflazione delle sigle; ma le facce no, quelle sono sempre uguali. Queste facce ci hanno regalato un tasso di crescita dello 0,2%, il più basso fra i Paesi Ocse. Ci hanno regalato inoltre lo sfascio della nostra cittadella pubblica, dalla giustizia alla sanità, dal fisco alla scuola. Siccome non gli basta, stanno per regalarci il terzo scioglimento delle Camere nell’arco d’un quinquennio. Come reagirà l’elettorato? Per una volta, tutti i sondaggi sono convergenti: il partito del non voto (che alle scorse regionali ha toccato il 40%, sommando all’astensione le schede bianche e nulle) continua a gonfiarsi come un panettone. Viceversa il Pdl perde da 7 a 11 punti percentuali, il Pd frana a sua volta (da 8 a 10 punti in meno). Guadagna qualcosa la Lega, guadagnano Casini, Vendola, Di Pietro. Ma il menu che assaggeremo molto presto avrà il sapore d’una marmellata elettorale, dove il pezzo più grosso è soltanto il meno piccolo.

E tuttavia, attenzione: la marmellata contiene un paio di frutti velenosi. Colpa dello chef che ha cucinato le regole del voto, definendole lui stesso una «porcata». Del primo frutto abbiamo già fatto indigestione: è la regola che converte gli eletti in nominati, e che ha immediatamente intossicato la nostra vita pubblica, svilendo il prestigio delle assemblee legislative. Quanto al secondo, fin qui non ce ne siamo troppo accorti. Però a certe condizioni diventa l’ingrediente più letale, non basta una lavanda gastrica per venirne fuori indenni. Quest’altro frutto si chiama premio di maggioranza; le condizioni che lo rendono mortale dipendono per l’appunto dalla marmellata elettorale; i suoi effetti possono stroncare l’esile corpo della democrazia italiana. Come mai potrebbe sopravvivere, se la trasformazione del nostro voto in seggi diventa una rapina a mano armata? Se un partito del 25% s’accaparra il 55% delle poltrone in Parlamento? Se a quel punto nessun governo ha più l’autorità per governare?

Da qui l’urgenza di sbarazzarci di questa legge elettorale, prima che la legge si sbarazzi della nostra democrazia. Ma la politica, di nuovo, fa il gioco dell’oca. Il Pd è d’accordo sull’urgenza, e infatti chiede un governo tecnico per cambiare sistema elettorale; così offrendo al Pdl una buona ragione per opporsi al cambiamento, perché il governo tecnico rovescerebbe il risultato delle urne. Ma dopotutto è sempre la stessa tiritera, i nostri mandarini non stanno litigando sulle regole, bisticciano sui posti di governo, su una sistemazione per le loro auguste chiappe.

C’è allora un lodo da proporre a questi carissimi nemici: Berlusconi continui a governare, il Parlamento modifichi la legge elettorale.

Servirà una maggioranza diversa da quella che sostiene l’esecutivo in carica? Non è un delitto, è la normalità costituzionale.

Il delitto è quello che altrimenti ci verrà servito in tavola alle prossime elezioni.

michele.ainis@uniroma3.it

martedì 16 novembre 2010

Mezza fiducia non fa un governo


MICHELE AINIS

Senza i ministri di Futuro e libertà, il governo Berlusconi ormai somiglia al visconte dimezzato di Italo Calvino. Sarà per questo che cerca di tagliare il problema in due come una mela: mezza fiducia (quella del Senato), mezza crisi (magari un rimpasto può bastare), e in ultimo mezze elezioni (facendo rivotare gli italiani solo per la Camera). C’è una logica in queste mezze trovate? Ce n’è metà, e dunque non ce n’è nessuna.

Primo: la mezza fiducia. Se il Senato la concede, mezzo governo è salvo. E l’altro mezzo? Affonda nel pozzo della crisi, se e quando la Camera gli vota la sfiducia. Ma c’è spazio nel nostro ordinamento per un governo dimezzato? Solo a patto di scambiare il due con l’uno. Il bicameralismo, l’esistenza di due Camere gemelle, è un po’ come il matrimonio: per sposarsi bisogna essere d’accordo in due, per divorziare basta che lo decida uno. Ecco perché se una Camera respinge un progetto di legge posto in votazione, a quel punto il procedimento s’interrompe, anche se l’altra Camera l’avrebbe approvato a spron battuto. Ed ecco perché basta un solo voto di sfiducia per far cadere la compagine ministeriale: nessun governo è mai stato sfiduciato da ambedue le assemblee parlamentari.

La gara a chi voterà per prima la fiducia (o la sfiducia) al gabinetto Berlusconi cozza con la logica, o meglio con la matematica: se ho bisogno di due sì ma prevedo d’incassare un no, non ha alcun rilievo l’ordine dei voti. E comunque i precedenti (10 su 11) danno la priorità alla Camera.

Secondo: il «rimpastino» come tampone della crisi, come espediente per evitare che divampi. In astratto è praticabile, e d’altronde nei suoi cinque semestri di governo Berlusconi ha già sostituito una folla di ministri, viceministri, sottosegretari. In concreto la via è tutta in salita, perché senza Fli non c’è più maggioranza. Anche se quel partito aveva un solo generale (Andrea Ronchi) tra i banchi dell’esecutivo, anche se la sua forza elettorale rimane tutta da verificare. Nel novembre 1987, per esempio, a dimettersi fu l’unico ministro (Zanone) del partito liberale, che a sua volta rappresentava appena il 2% dell’elettorato, benché a guidarlo fosse un segretario che si chiamava Altissimo; e il Premier dell’epoca (Goria) un minuto dopo rassegnò le dimissioni del governo.

Terzo: le mezze elezioni. Se Berlusconi ci tiene così tanto a mettersi anzitutto in tasca l’appoggio del Senato, è per porre i deputati dinanzi a un altolà: volete sciogliere il governo? E allora il governo scioglierà la Camera. Un’eventualità - di nuovo - praticabile in astratto, irragionevole in concreto.

Intanto, se poi uscisse dalle urne una maggioranza ostile al gabinetto Berlusconi, per coerenza dovremmo sciogliere anche quest’altra Camera, o in alternativa sciogliere il corpo elettorale. In secondo luogo, perché mai non potremmo viceversa mandare a casa i senatori? Il (mezzo) ragionamento del presidente del Consiglio è infatti perfettamente rovesciabile: se la Camera dei Deputati gli voterà contro è perché da quelle parti si sarà formata una diversa coalizione, e non c’è ragione di privilegiare l’una o l’altra maggioranza. In ultimo, lo scioglimento anticipato d’un solo ramo del Parlamento implica per il futuro uno sfasamento temporale delle due assemblee legislative, dunque elezioni ogni due anni, e ogni due anni una crisi di governo. E allora per quale motivo la nostra Carta lo consente? Per casi - davvero - eccezionali. Per esempio di fronte a un’assemblea dominata da partiti antisistema, oppure infarcita di briganti, o altrimenti secessionista, golpista, piduista. Ma non è questo lo scenario d’oggi (sul domani, non ci giureremmo).

E c’è infine un presupposto indispensabile, per mandare a squadro questa mezza strategia: un mezzo presidente. Spetta infatti al Capo dello Stato officiare le crisi di governo, e sempre a lui spetta la decisione estrema, quella di sciogliere le Camere o al limite una sola. Se il governo pretende di dettargli le proprie decisioni, significa che ha letto mezza Costituzione. L’altra metà deve ancora studiarla.

michele.ainis@uniroma3.it

giovedì 11 novembre 2010

L'incubo della politica in stallo


MICHELE AINIS

Proviamo a figurarci un’esperienza surreale, come quelle che talvolta capita d’attraversare in sogno, specie dopo una cattiva digestione. Proviamo a immaginare un mondo immobile: nessun aereo in volo, i treni fermi alle stazioni, un lungo corteo d’autovetture inchiodate sull’asfalto. Proviamo infine a declinare questa stessa condizione nei palazzi del potere. Lì c’è un partito al contempo dentro e fuori la maggioranza di governo: vota regolarmente la fiducia verso l’esecutivo, però non vota i suoi provvedimenti. Sicché zero leggi, zero decisioni, zero riforme economiche e sociali.

A propria volta il premier inarca un sopracciglio, ma tira dritto come se nulla fosse. Allora quel partito ritira i suoi ministri dal governo, con l’intenzione di farlo cascare giù per terra. Invece il premier si rialza, rimpiazza i dimissionari con qualche faccia nuova, inarca il secondo sopracciglio, ma infine resta incollato alla poltrona. L’opposizione avrebbe l’opportunità di tirargli uno sgambetto, presentando una mozione di sfiducia in Parlamento.

Opportunità sulla quale tuttavia esita per mesi, un po’ perché i suoi leader sono altrettanti cacadubbi, un po’ perché temono che alla prova del nove il partito bicefalo si schiererà dall’altra parte. Sotto sotto sperano che li cavi dall’impaccio il capo dello Stato, ma lui è a sua volta ostaggio di questa situazione: mica può dimettere d’autorità il governo, non ha i poteri di Carlo Alberto di Savoia. Nel frattempo il governo c’è ma non si vede, la maggioranza si vede ma non c’è, l'opposizione non c’è e non si vede, e così via per tutti i secoli a venire.

Per tirarci fuori da quest’incubo, proviamo allora a chiamare in soccorso codici e pandette, dovrà pur esserci una regola per gli sregolati. Articolo 94 della Costituzione, primo comma: «Il governo deve avere la fiducia delle Camere». Ma quella ce l’ha, nessuno gliel’ha tolta. Quantomeno in apparenza, poi di fatto il partito bicefalo ha più fiducia in Vanna Marchi. Quarto comma: «Il voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta del governo non importa obbligo di dimissioni». Giusto, altrimenti il minimo incidente parlamentare scatenerebbe una crisi di governo. Ma se i voti contrari sono tre, com’è successo l’altro ieri? E se ogni giorno si moltiplicano per tre? Nessuna norma detta la risposta. C’è soltanto il secondo comma, che reclama una formale mozione di sfiducia per far chiudere bottega al premier con tutti i suoi ministri.

Succede tuttavia (nella realtà e nell’incubo, ormai non fa troppa differenza) che un soprassalto di coraggio spinga il maggior partito dell’opposizione a raccogliere le firme in calce a un documento di benservito. Finalmente un’occasione di chiarezza? Non è detto. In primo luogo il partito bicefalo potrebbe ripetere la scelta con cui il 3 agosto scorso ha impedito la sfiducia su Caliendo, o con cui il 29 settembre s’è opposto alla sfiducia a Berlusconi. In secondo luogo perché mai dovrebbe marciare a traino? Se avesse già deciso di staccare la spina, la mozione di sfiducia l’avrebbe presentata in prima persona: più redditizio, più altisonante dinanzi agli elettori. In terzo luogo votare la sfiducia senza una soluzione di ricambio comporta il rischio d’anticipare le elezioni anticipate, e magari le truppe non sono ancora pronte. Ma c’è un accordo fra questi carissimi nemici sulla legge elettorale? Se esiste, è il segreto meglio conservato della nostra vita pubblica. Se non esiste, difficilmente il capo dello Stato aprirà ad altri la cassaforte del governo.

Sicché all’orizzonte si profila la perpetuazione dello stallo, un’aria ferma come quella che precede un temporale. Ecco, il temporale. Se i macchinisti che dovrebbero guidare il nostro treno collettivo restano immobili come statue di sale (per dirla in chiaro: se Berlusconi non va a dimettersi con le proprie gambe, se Fli gli rinnova la fiducia contrastandone però l’azione in Parlamento, se l’opposizione non trova l’intesa per giustificare un altro esecutivo), allora meglio un diluvio d’acqua, che tolga via lo sporco e sciolga pure il sale di cui sono fatti lorsignori. Significa che a quel punto Napolitano potrà ben sciogliere le Camere, anche in assenza d’una crisi formale. Dopotutto il suo mestiere - come ha scritto una volta Gaetano Silvestri - è d’operare "ut scandala eveniant", di tirar fuori la polvere da sotto i tappeti.

michele.ainis@uniroma3.it

sabato 23 ottobre 2010

Riforme a rischio ricatto


MICHELE AINIS

C’è una virtù che cercheremmo invano nelle parole dei politici: la franchezza. Volete uno scudo processuale per Silvio Berlusconi? E allora ditelo. Volete estenderlo alle accuse che lo inseguono per i fatti più remoti, quando il presidente del Consiglio usciva ancora con i calzoni corti? Ditelo di nuovo, ditelo guardando in faccia gli elettori. Qualcuno non sarà d’accordo, qualcun altro potrà osservare che dopotutto la serenità dei governanti è un bene costituzionale, l’ha stabilito pure la Consulta. Ma invece no, la politica preferisce strade più tortuose. Il processo breve, col rischio d’ammazzarne cento per salvarne uno, dato che alla fine della giostra le 170 mila prescrizioni che si consumano ogni anno nei nostri tribunali diventeranno il doppio. Oppure il lodo Alfano redivivo, tirando in mezzo il Capo dello Stato per non lasciare troppo solo il presidente del Consiglio. Anzi: in questo caso con una fava si possono catturare due piccioni. Domani, perché no?, Berlusconi potrebbe trasferirsi al Quirinale, e dunque non è male costruirsi un salvacondotto preventivo, non si sa mai, queste procure comuniste non hanno rispetto per nessuna istituzione.

C’è un problema, però, su queste colonne ne avevamo già parlato. Ieri lo ha segnalato il presidente Napolitano in una lettera ufficiale, sicché il problema è diventato alto come un grattacielo. Si dà il caso infatti che la Carta del 1947 ospiti una sola norma sulla responsabilità penale del Capo dello Stato: l’art. 90, per i delitti di alto tradimento e d’attentato alla Costituzione. In tali fattispecie può metterlo in stato d’accusa il Parlamento, ma a maggioranza assoluta dei suoi membri, la stessa maggioranza con cui si può riscrivere la Carta costituzionale. Invece il lodo Alfano copre i reati comuni, e s’accontenta della maggioranza semplice, ossia la maggioranza di governo. Per intenderci: nel primo caso servono i finiani, nel secondo probabilmente no. Significa che Napolitano sarà più tutelato se organizza un golpe o se vende la Patria allo straniero, piuttosto che se testimonia il falso o ruba la spesa alla vecchietta. Ma significa altresì che finisce sotto lo schiaffo del governo: facile ricattarlo con l’arma dell’autorizzazione a procedere, tanto un giudice anticomunista che gli si scagli addosso prima o poi si trova. Ecco perché il Presidente ha evocato l’indipendenza che dovrebbe accompagnarsi alla sua carica, e ha puntato l’indice contro l’irragionevolezza di questa disciplina.

Oltretutto nel suo caso non serve affatto la sospensione dei processi penali, dato che l’improcedibilità viene già sancita dalla prassi. Quando s’incide sui poteri dello Stato, sul loro reciproco equilibrio, bisognerebbe affrancarsi dal tornaconto di giornata. Bisognerebbe farsi carico delle conseguenze, delle reazioni, dei danni a lungo termine. Ma la lungimiranza, da queste parti, è una virtù smarrita, come la franchezza, come la buona creanza.

martedì 12 ottobre 2010

Ordigni di pace e di guerra


MICHELE AINIS

C’è un che di surreale nel modo in cui la politica italiana ha reso omaggio ai quattro alpini uccisi nel lontano Afghanistan. Il ministro della Difesa ha detto che a questo punto bisogna armare i nostri aerei con le bombe. Il suo predecessore gli ha risposto che non si può fare, è vietato dalla Costituzione. Il successore del predecessore ha controrisposto che tutto dipende dal bersaglio delle bombe. Insomma i nostri arsenali ospiterebbero bombe costituzionali e bombe incostituzionali, bombe di pace e bombe di guerra.

In realtà a venire bombardata ormai da tempo è proprio la nostra vecchia Carta. Che non è affatto una Costituzione pacifista, e dunque imbelle, come costantemente si ripete; tant’è che in quel testo la parola «guerra» risuona per 6 volte (erano 7 nel documento licenziato dai costituenti), innervando altrettante disposizioni costituzionali. Per quale ragione? Perché tutta la civiltà giuridica moderna nutre l’ambizione di porre l’emergenza sotto il prisma del diritto, d’imporle procedure e regole, anche nella condizione più estrema, quando l’emergenza incendia i cannoni.

E perché i nostri padri fondatori le bombe in testa le avevano sperimentate per davvero, avevano vissuto una guerra di conquista e una di resistenza all’esercito invasore, senza che il popolo italiano fosse mai stato convocato dal fascismo per esprimere la sua libera opinione.

Sicché dissero: mai più. Però non adottarono la scelta pacifista della Costituzione tedesca, o quella neutralista della Costituzione giapponese, le altre due nazioni sconfitte dalle truppe alleate. Dissero mai più alle guerre d’aggressione, e così scrissero l’art. 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Fu approvato con due soli voti contrari in Assemblea costituente, dai cattolici e dai marxisti insieme, saldando una lezione illuminista (quella consegnata alla Costituzione francese del 1791) all’etica professata da don Sturzo (che nel febbraio 1947 definì la guerra «atto immorale, illegittimo e proibito»). E fu scritto distillando ogni parola, a partire dal «ripudio» della guerra. Non «rinuncia», come qualcuno aveva suggerito, perché possiamo rinunciare all’esercizio di un diritto, e perché la guerra non è affatto un diritto.

Non «condanna», termine che esprime una valenza etica piuttosto che giuridica. Loro scelsero di ripudiare la guerra per sconfessare ogni intervento armato fuori dai nostri confini.

Ma che è accaduto negli anni successivi? Nel 1949 l’Italia ha aderito al patto Nato, dal quale è scaturito un obbligo di mutua assistenza militare fra gli Stati contraenti, sul presupposto che ogni attacco armato contro uno di essi «sarà considerato quale attacco diretto contro tutte le parti». Da qui una prima incrinatura nell’edificio costituzionale, benché lo stesso art. 11 menzioni limitazioni di sovranità in favore d’organizzazioni sovrannazionali. Ma soprattutto dagli Anni Ottanta in poi si sono moltiplicate le occasioni d’intervento militare all’estero, con o senza Nato, con o senza l’egida dell’Onu: il Libano, la Somalia, l’Iraq, la Bosnia, il Kosovo, o per l’appunto l’Afghanistan. E l’art. 11? Desaparecido. O meglio apparve come un Ufo sui cieli di Montecitorio nella primavera del 1999, durante il dibattito parlamentare che accompagnò i bombardamenti in Kosovo. Per un istante la Lega Nord e la sinistra estrema ne scoprirono difatti l’esistenza, nonché la manifesta violazione; al punto che un esponente della maggioranza - Clemente Mastella - consigliò di riformularlo per riallineare i principi costituzionali alle nuove circostanze.

Ma è stato un attimo, un battito di ciglia. Prima, durante e dopo quel dibattito tutto è continuato come sempre: le guerre ormai non si dichiarano (come vorrebbe l’art. 87 della Costituzione), si fanno e basta; non si deliberano (come vorrebbe l’art. 78); e naturalmente non servono mai a difendere il nostro territorio, a prescindere dalle bombe sugli aerei. L’unico effetto dell’art. 11 è un’ipocrisia verbale, come tante altre cui ci ha abituato la politica. Niente più guerre, solo conflitti armati, o meglio ancora operazioni di polizia internazionale. D’altronde in Italia non ci sono più spazzini, solo operatori ecologici. Ma si tratta pur sempre di monnezza.

michele.ainis@uniroma3.it

mercoledì 15 settembre 2010

15/9/2010 Un compromesso per la legge elettorale


MICHELE AINIS

Doveva risuonare la voce d'un inglese, per raccontarci come siamo fatti noi italiani. Nell'editoriale pubblicato ieri dalla Stampa, Bill Emmott ce l'ha cantata chiara: lasciate perdere il maggioritario, dalle vostre parti non funziona. Ha generato coalizioni artificiali, governi instabili, e in conclusione zero riforme. Meglio per voi il proporzionale, anzi un proporzionale perfetto, all'irlandese. Così ogni idea, ogni opinione, ogni cultura potrà specchiarsi in Parlamento. Senza nessuna camicia di gesso, che tanto va poi regolarmente in pezzi al primo starnuto.

La diagnosi di Emmott riecheggia una lezione che fu di Montesquieu: sono le leggi che devono adattarsi agli uomini, non gli uomini alle leggi. Sicché nessun vestito normativo è buono in assoluto, dipende dalla taglia del popolo che dovrà indossarlo. Anzi: secondo Montesquieu dipende anche dal clima, dal territorio, e naturalmente dalla storia. La nostra storia racconta un'Italia dei Comuni mai del tutto tramontata, tant'è che ne sopravvivono 8 mila, ciascuno rivale dell'altro. Ma se è per questo, sopravvive inoltre una congerie di corporazioni, lobby, sindacati, ordini professionali.

E naturalmente di partiti, dentro e fuori il Parlamento. Noi italiani siamo così, 60 milioni di commissari tecnici, ciascuno con la sua formazione in testa per la nazionale di pallone. Potremmo mai intonare un'unica canzone quando discutiamo di politica? Potremmo mai filare d'accordo, sia pure per lo spazio d'una legislatura? No, e infatti Bobbio disse una volta che la nostra storia costituzionale si è snodata attraverso un'altalena di crisi di governo (spesso molto lunghe) e di governi in crisi (spesso molto brevi). La sola novità che la seconda Repubblica ci ha recato in dote è la sostituzione della crisi con un eterno stato di pre-crisi, ma il rantolo è lo stesso.

Però se la premessa è esatta, sulla conseguenza che ne trae Bill Emmott va depositata un'opinione dissenziente. Non perché il bipolarismo sia diventato la nostra legge di natura; questo vincolo funziona esclusivamente nella geografia terrestre, dove un polo di centro non esiste, esistono soltanto il Polo Nord e il Polo Sud. Viceversa nella politica italiana il terzo polo prese forma già in Assemblea costituente (dove oltre ai cattolici e ai marxisti operò una pattuglia quanto mai agguerrita d'orientamento liberale), e in seguito ha sempre continuato a manifestarsi in varia guisa. Evidentemente la scelta binaria ci sta stretta, di fidanzate ne vogliamo almeno tre. Quanto al bipartitismo, poi, non ne parliamo; o meglio ne parlano soltanto i Radicali, che tuttavia non hanno mai accettato di diluire la propria identità in una formazione politica più vasta.

Ma davvero tutto ciò significa che per salvarci dovremmo scimmiottare le istituzioni dell'Irlanda? A parte le difficoltà di comprensione (lì il presidente si chiama Uachtarán na hÉireann), a parte il fatto che da quelle parti il capo del governo nomina 11 senatori su 60 (vabbè, tutto sommato funziona così pure in Italia), a parte che fin qui eravamo stati noi a offrire sangue italiano agli irlandesi (quello di Trapattoni), sta di fatto che il loro sistema elettorale rischia d'aumentare i nostri guai, anziché diminuirli. Tranquilli, non entro in tecnicismi: metodo Hare (peraltro non troppo diverso dal metodo d'Hondt con cui nella prima Repubblica venivano assegnati i seggi del Senato), formula a voto singolo trasferibile (tu voti per me, dopo di che se io ho già fatto il pieno elettorale il tuo voto lo acchiappa il mio rivale), e via elencando. Ma il punto è che un proporzionale esasperato - sia pure con una soglia minima per far scattare il seggio - finirebbe per frazionarci ulteriormente, mettendo a nudo tutti i nostri vizi. No, non è questa la terapia di cui abbiamo bisogno. Non cresceremo d'una spanna passando dal bipolarismo coatto alla disgregazione forzata. Meglio per noi i sistemi misti, com'era il Mattarellum: tre quarti di maggioritario, un quarto di proporzionale. E se il Porcellum, con il suo premio di maggioranza esorbitante, ha alimentato un bipolarismo falso e muscolare, formulo a mia volta una proposta: correggiamo il maggioritario con un premio di minoranza. Per com’è messa l'opposizione di sinistra, sarebbe un'opera di carità.

michele.ainis@uniroma3.it

mercoledì 8 settembre 2010

Inamovibile per liberarlo dai ricatti


MICHELE AINIS

L’ennesima zuffa tra i poteri dello Stato ha un antefatto più remoto del discorso pronunziato da Gianfranco Fini a Mirabello. Trae origine dalla voracità dei partiti politici italiani, il cui appetito - in questa seconda Repubblica, ancor più che nella prima - ormai supera quello di Pantagruel. E allora facciamo un esercizio storico, dato che la memoria non è precisamente la nostra qualità migliore.

Ai tempi della Democrazia Cristiana, Montecitorio veniva offerto in appannaggio a un esponente dell’opposizione: vi si avvicendarono Ingrao, la Iotti (rimasta in sella 13 anni di fila, un record), Napolitano. Nel 1994, con il successo elettorale di Silvio Berlusconi, la seconda Repubblica riceve il suo battesimo, e a quel punto la nuova maggioranza occupa tutti i posti in tavola, compresa la poltrona di Montecitorio. La sinistra strepita, ma nel 1996 - quando arriva il suo momento - s’adegua volentieri: così Violante subentra alla Pivetti. E però non basta, il cibo sul piatto non è mai abbastanza. Dal 2001 in poi la presidenza della Camera entra negli accordi elettorali, tant’è che regolarmente vi s’insedia - in cambio d’uno o due ministri in meno - il leader del secondo partito della coalizione vittoriosa: Casini, poi Bertinotti e adesso Fini. Una nuova convenzione, accettata (o meglio digerita) sia a destra che a sinistra.

Dice: ma Fini fa politica, si comporta da capopartito. E che, non lo sapevi quando l’hai votato? Ri-dice: ma la politica di Fini è una requisitoria contro l’operato del governo. E quale mai sarebbe la notizia? Nel dicembre 2007 Bertinotti paragonò il gabinetto Prodi a Vincenzo Cardarelli, «il più grande poeta morente»; e per sovrapprezzo aggiunse che quell’esperienza di governo era stata un fallimento. Eppure nessuno chiese la sua testa, nessuno pensò di scomodare addirittura il Quirinale, come s’accingono a fare Bossi e Berlusconi. E Napolitano? Secondo loro è il nuovo Erode, deve saziarne l’appetito offrendogli la testa di san Gianfranco decollato. Siccome non può farlo (il Capo dello Stato non gestisce le assemblee parlamentari, altrimenti andrebbe a farsi friggere la separazione dei poteri), c’è il rischio che domani qualche Salomè delusa pretenda pure la sua testa.

Ecco infatti dove ci ha condotto la bulimia dei partiti: a una rissa permanente fra i vari commensali. Sarebbe stato meglio lasciare in piedi la vecchia regola non scritta, consegnando Montecitorio all’opposizione; non è andata così, e allora per venirne fuori dobbiamo chiedere soccorso alla regola scritta. È giusta la pretesa che il presidente della Camera sia allineato come un soldatino al presidente del Consiglio? No, è un fossile giuridico. Andava così nell’Ottocento, quando il primo si dimetteva contemporaneamente alla caduta del governo (Biancheri nel 1876, Farini nel 1879, e via elencando), o quando si dimetteva il presidente del Consiglio se la Camera bocciava il suo candidato (Menabrea nel 1869, De Pretis nel 1878, Zanardelli nel 1902). Ma già da Crispi in poi il presidente della Camera non vota, per marcare la propria distanza dal governo. Diventa un organo imparziale, nel quale si rispecchia l’intera assemblea. E siccome il Parlamento ha una funzione di controllo sull’esecutivo, il suo presidente finisce giocoforza per esercitarsi in un ruolo dialettico, anche a costo d’alzare un po’ la voce. Da qui le rampogne di Ingrao contro il governo Andreotti (gennaio 1977), quelle di Nilde Iotti contro il governo De Mita (marzo 1989), giù giù fino all’altro ieri.

A questo punto tuttavia s’affaccia la seconda imputazione a carico del presidente Fini: non rappresenti il governo (e va bene), ma neppure più la Camera. È il capo d’accusa più insidioso, perché ne revoca in dubbio l’autorità, la legittimazione. Sennonché questo processo non si può celebrare, dato che i regolamenti parlamentari escludono la mozione di sfiducia verso il presidente d’assemblea. Lo fanno per liberarlo dai ricatti della maggioranza, per renderlo appunto indipendente, e perciò imparziale. Magari non sarà una buona regola, ma intanto abbiamo questa. Domanda: e se invece Fini fosse messo ai voti? Con l’aria che tira, per Berlusconi c’è il concreto rischio che un’altra maggioranza gli rinnovi la fiducia. Autogol.

michele.ainis@uniroma3.it


giovedì 19 agosto 2010

Italia ferma nell'ingorgo degli "ex"


Un personaggio segnato dalle rughe s’aggira fra i palazzi del potere. Non ha un nome, benché in gioventù ebbe un nome altisonante. Non ha una carica, o almeno non così solenne come quelle che rivestì in passato. Non ha più lustro, né energie per lustrare la sua targa d’ottone. Tuttavia non si contenta affatto dei ricordi. No: traffica, cospira, confabula, almanacca, e in conclusione non esce mai di scena. È l’ex.

La politica italiana trabocca di questi pluridecorati, perennemente a caccia di trofei per rimpolpare il proprio medagliere. E non c’è troppa differenza fra sinistra e destra, fra estremisti e moderati. Pensateci: con chi deve vedersela tutti i santi giorni il segretario del Pd Bersani? Con gli ex segretari D’Alema, Franceschini, Veltroni. Tutti lì, ancora e sempre in prima fila. Ma d’altronde quel partito ha affidato il Dipartimento Riforme all’ex presidente della Camera Violante, nonché ex magistrato, ex docente, ex parlamentare, ex capogruppo, ex presidente dell’Antimafia. Siccome di riforme non ne parla più nessuno, almeno in questo caso la poltrona dell’ex è un’ex poltrona.

E a destra? Solo per citare le figure più eminenti, ci trovi per esempio Fabrizio Cicchitto, già deputato e senatore socialista. O Giulio Tremonti, che fin qui ha girato il Psi, Alleanza democratica, il Patto Segni, la Federazione liberaldemocratica, Forza Italia, il Pdl. Senza dire del centro, dove il riciclo è come l’usato garantito. Tanto per dire, la nuova formazione politica fondata da Rutelli (Alleanza per l’Italia) è la sua quinta creatura.

Infatti, il fondatore è stato via via eletto in Parlamento con i Radicali, i Verdi arcobaleno,
la Margherita, il Pd, mentre adesso rappresenta per l’appunto l’Api.

È la tragedia dell’Italia: un Paese immobile, come le sue classi dirigenti. Al più cambiano le sigle, mai le facce. È anche il fallimento della seconda Repubblica, che nei primi Anni Novanta aveva allevato la speranza d’un ricambio generazionale. Ci guadagnò una rispettabile pensione Giulio Andreotti, 7 volte presidente del Consiglio, 26 volte ministro. Esordirono in politica uomini nuovi, a partire da Silvio Berlusconi. Dopo quasi vent’anni, dopo cinque elezioni vinte o perse, anche lui è diventato un ex. Ma la sua età rimane in media con quella della classe politica italiana: secondo il Rapporto Luiss 2008 il 60% ha più di settant’anni, mentre nella Penisola iberica lo stesso dato s’arresta al 4,3%. D’altronde in Spagna Aznar e Zapatero avevano entrambi quarant’anni, quando ottennero le chiavi del governo. E il primo ha lasciato la politica dopo una sconfitta elettorale, al pari di John Major, Tony Blair, Michail Gorbaciov, Al Gore, Carl Bildt. Tutti cinquantenni, mica vecchi come il cucco.

Ma in Italia nessuna sconfitta è mai definitiva. Specialmente con questa legge elettorale, che toglie agli elettori ogni potere sugli eletti. Decidono loro, i capibranco, i signori dei partiti; e decidono in base alla ferrea regola della cooptazione. Significa che promuovono se stessi, o al più i loro maggiordomi. Poi capita talvolta che non si mettano d’accordo (gli oligarchi sono molto suscettibili); e allora smembrano le truppe, vanno in sartoria a cucirsi una divisa tutta nuova, la indossano insieme ai propri soldatini. Ma le parole no, quelle sono sempre uguali, come le bocche che gli danno fiato.

Sarà probabilmente questo lo scenario che ci consegneranno le prossime elezioni: qualche nuovo partito, nessuna faccia nuova. Eppure c’è una volontà di cambiamento in giro per l’Italia, un senso di stanchezza per le litanie e le risse di palazzo, la voglia di respirare un vento fresco, anche a costo di buscarsi un raffreddore. La politica, invece, spranga le finestre. Tuttavia stavolta non potrà arricciare il naso se gli italiani, chiamati a celebrare il trionfo dell’ex, trasformeranno il loro voto in un ex voto.

michele.ainis@uniroma3.it

sabato 31 luglio 2010

Uno scontro tra due idee di democrazia


MICHELE AINIS

C’è un conflitto più grave, più esteso e lacerante, della frattura che in queste ore ha spaccato in due come una mela il maggiore partito politico italiano. È il conflitto tra due concezioni della democrazia, della legalità costituzionale. La prima è una democrazia plebiscitaria: significa che la sovranità si trasferisce dagli elettori al leader, il quale poi la esercita dettando in solitudine l'agenda di governo così come l'organigramma dello Stato. La seconda è una democrazia parlamentare, con i suoi riti, con i suoi tempi, con i suoi equilibri perennemente instabili. È alla prima concezione che si è richiamato Silvio Berlusconi, cacciando dal partito Fini e licenziandolo dallo scranno più alto di Montecitorio. È alla seconda che s'appella viceversa il presidente della Camera, alla sovranità del Parlamento anziché del Capo carismatico. Non che le democrazie debbano temere le occasioni di contrasto. Meglio portarle allo scoperto che nascondere la polvere sotto i tappeti. Non per nulla la nostra Carta regola il conflitto d'attribuzioni fra i poteri dello Stato. E infatti la nascita d'un gruppo parlamentare autonomo chiude una stagione di congiure, dove non era chiara nemmeno l'identità dei congiurati.

Ora finalmente potremo fare un po' di conti, ma soprattutto dovrà farli Berlusconi. Perché sta di fatto che sbarazzandosi del proprio oppositore interno in nome della democrazia plebiscitaria, paradossalmente ha rivitalizzato la democrazia parlamentare. È in Parlamento, difatti, che il suo gabinetto dovrà trovare i numeri per continuare a governare. È lì che le forze politiche potranno decidere di battezzare un altro esecutivo. Ed è sempre al Parlamento che il Premier dovrebbe riferire circa la fase politica che si è aperta nel Paese. Lo farà? È giusto dubitarne: nella democrazia plebiscitaria le Camere sono un orpello, un accidente inutile. Ecco allora l'autentico conflitto che in Italia si consuma ormai da molti anni: quello fra Costituzione scritta e Costituzione materiale. È un conflitto fra diritto e anti-diritto, che in ultimo ci rende viandanti nel deserto del diritto, perché i due regimi s'elidono a vicenda. Eppure si profilano entrambi all'orizzonte specie durante il frangente d'una crisi, quando sarebbe maggiormente necessario il salvagente delle regole. Accadde per la prima volta nel 1994, dopo il ribaltone di Bossi che colò a picco il primo governo Berlusconi. Lui reagì chiedendo elezioni anticipate, in nome per l'appunto della democrazia plebiscitaria; invece il presidente Scalfaro insediò il governo Dini, in nome della democrazia parlamentare. Adesso ci risiamo: Fini non si dimette, le regole scritte non contemplano alcuna mozione di sfiducia verso i presidenti delle assemblee legislative, Berlusconi tira in ballo le regole non scritte. C'è però un colpevole, c'è un killer a viso scoperto, in questa strage delle regole di cui siamo costretti a celebrare i funerali. Questo colpevole è il sistema dei partiti: tutti, di destra e di sinistra.

Nella seconda Repubblica si sono avvicendati a turno sui banchi del governo, senza mai adeguare la Costituzione scritta al nuovo ordinamento materiale, o senza contrastarlo in nome della legalità formale. In più trattano le istituzioni come la propria cameriera. Ne è prova lo scandalo del nuovo Csm, dove hanno trovato un posto al sole l'avvocato di Bossi (Brigandì), quello di Berlusconi (Palumbo), quello di D'Alema (Calvi). Ne è prova altresì la lunga occupazione della presidenza di Montecitorio da parte dei segretari di partito, ancora senza differenze tra sinistra e destra: nell'ordine Casini, Bertinotti, Fini. E poi ti meravigli se il capopartito continua a fare il primattore anche da lassù? Non sei stato proprio tu - Prodi, Berlusconi - a farlo votare? Nella prima Repubblica, quando s'affermò la convenzione che la presidenza della Camera spettasse al Pci, Berlinguer ci mandò la Iotti, senza mai sognarsi d'occuparla in prima persona. Ma Berlinguer è morto, e neanche noi ci sentiamo troppo bene.

michele.ainis@uniroma3.it


mercoledì 28 luglio 2010

Gli elettori senza potere


MICHELE AINIS

C’è un fantasma nella nostra scena pubblica: la legge elettorale. La sua riforma non ha mai occupato i desideri della maggioranza di governo, ora non interessa più nemmeno all’opposizione. Perché dovrebbe? È così comodo manovrare un esercito di soldatini di piombo travestiti da parlamentari.

Niente capricci, niente alzate d’ingegno: altrimenti la volta prossima te ne rimani a casa, anche se la tua pagina su Facebook conta un popolo di lettori e di elettori. E poi nell’agenda politica incalzano altre urgenze, altre questioni: la manovra finanziaria, le intercettazioni, il federalismo, l’università. Perché mai dovremmo attardarci sugli alambicchi del maggioritario o del proporzionale?

Eppure c’è un nesso tra i funerali della legalità e il battesimo della nuova classe dirigente. Basta misurare le reazioni dei politici finiti sotto torchio. Verdini: una congiura mediatica. Cosentino: un complotto giudiziario. Brancher, Dell’Utri, Caliendo: idem. E comunque l’essenziale è mantenere la fiducia del Capo, chissenefrega dei giornali. Tanto è lui, soltanto lui, che decide il tuo posto in Parlamento. L’insubordinazione, ecco il delitto più infamante.

Per i disobbedienti s’agita il randello dell’epurazione, oggi dal Pdl contro il finiano Granata, ieri dal Pd verso Riccardo Villari, dal Pdci verso Marco Rizzo, da Idv verso Nicola D’Ascanio, dalla Lega con una lista di proscrizione lunga come l’elenco del telefono. D’altronde Bossi l’ha detto chiaro e tondo, inaugurando nei giorni scorsi la sezione di Travedona Monate: «chi pianta casino è fuori dal partito». Berlusconi usa un linguaggio più tornito, ma anche per lui la «lealtà» costituisce la prima virtù dei suoi parlamentari. Insomma ai padroni del vapore sta a cuore la fedeltà, non certo l’onestà. Le nomine si fanno per appartenenza, non per competenza. Sicché gli incompetenti disonesti sono ormai il grosso della nostra classe dirigente.
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Negli Stati Uniti o in Inghilterra non succederebbe. Lì, se un deputato viene sorpreso con le dita nella marmellata, la sua constituency gli sbatte la porta in faccia senza troppi complimenti, e lui poi difficilmente trova un altro collegio elettorale. Lì l’accountability, la responsabilità dell’eletto verso l’elettore, è l’olio che fa girare il motore democratico. Lì la reputazione dei politici è come la verginità: quando l’hai persa è per sempre, non c’è chirurgo plastico che tenga. Noi, in Italia, questa medicina non l’abbiamo mai bevuta. Neanche ai tempi della Dc, un partito che ha pietrificato per 45 anni ogni alternanza di governo. Sarà che abitiamo in un Paese cattolico, dove il confessionale monda ogni peccato. Sarà l’eredità delle corporazioni medievali, un mondo dove il mestiere dei padri spettava di diritto ai figli, senza concorrenza, senza ricambio d’uomini e di idee. Ma certo dal 2005, da quando abbiamo in circolo questa legge elettorale, lo spettacolo è scaduto ulteriormente. Servirebbe l’uninominale, uno contro uno. Servirebbe la possibilità di revocare gli eletti immeritevoli. Invece la politica italiana ha revocato gli elettori.

michele.ainis@uniroma3.it

mercoledì 14 luglio 2010

Un Paese immerso nella palude


MICHELE AINIS

L’Italia che s’accinge a celebrare un secolo e mezzo di storia nazionale è diventata una palude, uno stagno d’acque limacciose nel quale siamo immersi fino al collo. Scorri le cronache che incalzano giorno dopo giorno, e t’accorgi che nessun ceto sociale, nessuna categoria professionale è fuori dalla melma. Ci trovi dentro il poliziotto e il giudice, l’imprenditore e il generale, il direttore della Asl così come il prefetto, il banchiere, il professore. E ovviamente il politico di turno, con le sue mani rapaci. Tutti affaccendati in faccende deplorevoli ma ben retribuite, e infatti il faccendiere ormai incarna il mestiere con la maggiore schiera di seguaci.

Tu vedi che l’Italia è questa, ma sai pure che non è soltanto questa. All’università imperversano piccoli baroni (fateci caso: in genere sono anche bassi di statura), ma i più insegnano, studiano, scrivono, non passano tutto il proprio tempo a imbastire trame e organigrammi.

Succede lo stesso negli ospedali, nei tribunali, negli studi professionali, nelle aziende. Succede tra le forze dell’ordine, al di là di qualche mela marcia. Proprio ieri 300 arresti hanno decapitato la ’ndrangheta dal Sud al Nord della penisola, dopo i colpi già andati a segno contro la mafia e la malavita organizzata. E allora perché mai il presidente del Consiglio, invece di menarne vanto, difende ora Brancher ora Verdini ora Cosentino, vittime a suo dire d’un furore giacobino? Ma soprattutto: perché noialtri giriamo gli occhi altrove? Da quando abbiamo perso ogni capacità reattiva? Per quale ragione non riusciamo a espellere il furbetto della stanza accanto, e anzi lo guardiamo con ammirazione? A che si deve questo sonno collettivo?

La risposta suonerà forse impietosa, ma è da qui che dobbiamo cominciare. Se gli onesti camminano per strada a mani alzate, ciò accade perché sono un popolo sconfitto. L’Italia del malaffare è anche l’Italia dei potenti, di chi ha vinto la partita. E alle nostre latitudini i potenti sono immarcescibili, hanno bevuto l’elisir di lunga vita. Al massimo accettano di scambiarsi le poltrone, come nel gioco dei quattro cantoni. Capita fra i membri delle authorities come nei consigli d’amministrazione, nelle regioni, nei gabinetti ministeriali. È quest’antica confidenza col Palazzo che li fa sentire onnipotenti, al di sopra della legalità costituita. Ed è al contempo quest’esempio che indebolisce la nostra tempra collettiva. Sai che puoi farti spazio nella vita soltanto per graziosa concessione del sovrano, e sai inoltre che il sovrano applica regole diverse da quelle stampate sulle Gazzette ufficiali.

Insomma la questione legale è figlia d’un paese bloccato, senza ricambio nelle sue classi dirigenti. E dunque senza premio per i meriti, né castigo per i demeriti. Un paese dove il tuo destino dipende dal certificato anagrafico che hai ricevuto in sorte, oppure dalla benevolenza dei potenti. Questa sciagurata condizione tradisce la promessa di riscatto per i deboli conservata nel principio d’eguaglianza sostanziale, il pilastro sul quale i nostri padri fondatori edificarono la Costituzione del 1947. E in secondo luogo tradisce l’ambizione su cui vent’anni fa sorse la seconda Repubblica.

Se il primo tempo delle nostre istituzioni restituì un’immagine pietrificata, con un partito al governo per 45 anni di fila, il secondo tempo avrebbe dovuto aprirci viceversa alla competizione, alla mobilità sociale, alla meritocrazia. Altrettante riforme mancate, progetti abbozzati e subito abortiti. Ma senza riforme non verremo mai fuori dalla nostra palude collettiva.

michele.ainis@uniroma3.it