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mercoledì 2 novembre 2011

Inseguendo la credibilità perduta


BILL EMMOTT

Cosa vuol dire «credibilità»? In uno dei suoi film Groucho Marx ha detto che la credibilità, insieme all’integrità, sono fondamentali nella vita, e che se riuscite a fingerle non avrete problemi. I mercati finanziari stanno mostrando di ritenere che, quando il 26 ottobre scorso i leader dei governi dell’Eurozona hanno annunciato una soluzione «completa» della crisi del debito sovrano, stavano fingendo.

La sfida ora consiste nel ricostruire la credibilità perduta.

Il motivo immediato per la perdita di fiducia da parte dei mercati finanziari è la Grecia, visto che il referendum sul salvataggio annunciato dal governo di Atene aumenta la probabilità di un default sul debito del Paese, unica opzione rimanente nel caso gli elettori respingessero il piano. Ma il problema maggiore riguarda non la Grecia, ma gli altri debitori in difficoltà dell’Eurozona, in primo luogo l’Italia.

Se la Grecia fosse l’unico problema dell’Eurozona la soluzione sarebbe semplice: se gli elettori greci non gradiscono le condizioni per avere sostegno finanziario, possono uscire dall’euro. Il problema è che la Grecia non è la sola. Il piano «completo» del 26 ottobre presupponeva, in qualche modo, di «isolarla» dagli altri grandi indebitati. Ma questo tentativo di innalzare una barriera è fallito. E, almeno nella visione dei mercati, il fallimento è da attribuire sia ai Paesi che hanno cercato di costruire la barriera, che a quelli che si trovavano dall’altra parte, in primo luogo l’Italia.

I costruttori della barriera hanno fallito perché non sono riusciti a mettersi d’accordo per stanziare una somma sufficiente per proteggere l’Italia. In altre parole, non hanno fornito denaro sufficiente per comprare la quantità di titoli emessi dall’Italia che servisse a compensare il gap creato dalle vendite delle banche e delle assicurazioni, oggi e potenzialmente nel futuro. Non ci sono riusciti non per avarizia. Il fatto è che, per ragioni diverse, né la Francia, né la Germania si sentivano in grado di assumersi la responsabilità collettiva - implicita nell’impegno che avrebbero dovuto prendere - per il debito presente e futuro dell’Italia.

E’ una situazione che difficilmente sarà soggetta a cambiamenti, anche nel caso il dramma in corso diventasse un’autentica emergenza. Né la cancelliera Angela Merkel, né il Presidente Nicolas Sarkozy pensano che i loro elettori accetteranno costi e sacrifici da pagare a livello nazionale per questa responsabilità collettiva. Perciò hanno scelto di continuare con la loro strategia dell’ultimo anno: stanziare un po’ di soldi nella speranza di comprare tempo.

Ma il tempo non può essere comprato facilmente quando viene a mancare la credibilità. Se i mercati potessero essere convinti che, in caso di vera emergenza, la Germania e la Francia accetterebbero la responsabilità collettiva, la strategia di comprare tempo potrebbe funzionare. Ma le democrazie sono entità trasparenti. Così come tutti sanno che la Grecia dovrà dichiarare default, tutti sanno cosa gli elettori tedeschi pensano dell’idea di assumersi il debito italiano o quello portoghese.

La democrazia italiana ha numerosi difetti, ma da questo punto di vista è identica a quella tedesca: è trasparente. Ed è per questo che, nonostante le misure di austerità adottate in estate, e nonostante la lettera d’intenti che il governo italiano ha scritto la settimana scorsa sulle misure da prendere riguardo al debito e alla crescita, agli investitori sembra di sapere già come andrà a finire. Pensano che solo poche - se non nessuna - delle misure proposte verranno realizzate perché sanno che la coalizione di governo è divisa al riguardo. Sanno che i sindacati si oppongono alle riforme del mercato del lavoro e sono abbastanza certi che nell’aprile del 2012 - cioè molto prima che la maggior parte delle misure proposte possa venire introdotta - si terranno elezioni politiche anticipate.

Se il governo di Silvio Berlusconi si fosse costruito, da tempo, una reputazione di serietà, di fedeltà alle promesse fatte, di capacità di prendere decisioni dolorose, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Gli investitori avrebbero creduto che le misure per tagliare il debito e rilanciare la crescita sarebbero state prese, e non si sarebbero preoccupati per l’eventualità di elezioni anticipate. Ma l’esperienza fa pensare ai mercati l’opposto: che il governo non è serio, e che farà il possibile per evitare decisioni dolorose.

Stavolta, potrebbe anche essere ingiusto. Ma è troppo tardi per lamentarsi. La vita è ingiusta. Soprattutto quando la credibilità è svanita. Qualunque cosa ne pensasse Groucho Marx, è troppo tardi per fingerla.

venerdì 5 agosto 2011

L'imprenditore che non capisce l'azienda Italia


BILL EMMOTT

La turbolenza dei mercati finanziari è tale da farci quasi dare ragione al presidente del Consiglio: l’Italia appare come la vittima di questa crisi, non come la sua causa. Perché in parte è vero: la crescita economica si sta indebolendo ovunque nel mondo ricco, l’America ha evitato il default del debito, ma solo attraverso un compromesso fragile e i governi della zona euro non sono riusciti a dare una soluzione esauriente al problema della Grecia, l’incapacità di rimborsare i propri debiti. Ma non siate troppo solidali con Silvio Berlusconi. L’Italia, o meglio il suo governo, ha la sua parte di colpa.

Il presidente del Consiglio ha ricordato al Parlamento che lui è un uomo d’affari. Ma poi ha dimostrato di aver dimenticato ciò che un business di successo richiede: la conoscenza dei ricavi dell’azienda, il controllo dei suoi costi, e una gestione che abbia un piano strategico credibile. Nel suo attuale ramo d’impresa, e cioè il governo dell’Italia, egli non ha messo in opera nessuna di queste tre cose. Ecco perché l’Italia oggi è nell’occhio del ciclone.

Il premier ha dimostrato di non capire l’amministrazione dei ricavi quando ha sostenuto che l’Italia è solida perché le famiglie italiane hanno risparmi elevati e debiti bassi.

Questo è vero ma irrilevante dal punto di vista delle finanze del governo, perché quei risparmi a nulla servono per incrementare i suoi ricavi, e poco per rendere più facile il prestito, perché la maggior parte dei titoli vengono acquistati dalle banche e dagli stranieri.

Citare i risparmi delle famiglie come un punto di forza per le finanze pubbliche è come per un uomo d’affari citare la ricchezza dei suoi clienti o dei suoi dipendenti come prova della solvibilità della sua azienda. L’unico modo in cui questi risparmi privati potrebbero essere d’aiuto si verificherebbe se il governo dovesse aumentare drasticamente le imposte per aumentare i ricavi, o se obbligasse le famiglie a comprare il debito pubblico. Sicuri che solo i comunisti prenderebbero in considerazione una cosa del genere?

Egli non ha il controllo dei costi del governo, perché la manovra fiscale recentemente presentata dal suo ministro dell’Economia è rimasta vaga su come ridurre la spesa e ha differito i principali tagli fino a dopo il 2013. Ancora più importante, tuttavia, è il fatto che non può avere il pieno controllo perché il governo italiano è un grande debitore che anche con gli oneri finanziari ultimamente così bassi sta pagando il 4% del Pil ogni anno per i debiti di servizi che raggiungono il 120% del Pil, il secondo più alto nella zona euro dopo la Grecia. Se i mercati obbligazionari domandassero tassi di interesse più elevati per compensare i rischi che si assumono nel gestire il debito italiano, allora tali spese per gli interessi aumenterebbero, e non c’è nulla che il governo possa fare al riguardo.

Come la maggior parte dei leader politici intrappolati in questa situazione, il presidente del Consiglio ha accusato gli speculatori. Ma in quanto uomo d’affari deve conoscere la differenza tra speculatori e investitori o finanziatori. Sono gli investitori e i finanziatori che stanno causando problemi all’Italia, perché la valutano a rischio o incapace di buone prestazioni. Un buon imprenditore avrebbe risposto presentando a questi investitori un piano strategico credibile e spiegando come intendeva aumentare i ricavi e controllare i costi: in altre parole, stimolare la crescita economica e ridurre le spese. Ma un piano del genere non esiste, e questo governo ha perso ogni credibilità sulla sua capacità di produrne uno.

Il presidente del Consiglio ha ragione, questo sì, a chiedersi: perché ora? Il mio governo non è mai stato credibile, potrebbe dire per essere perdonato, perché proprio adesso i mercati finanziari si sono messi a fare questo casino?

La risposta è, in parte, che i mercati si comportano come branchi di animali, corrono tutti insieme nella stessa direzione, rassicurandosi così l’un l’altro. La tendenza occidentale, in questo luglio e agosto, è chiaramente cattiva: rallentamento della crescita, problemi crescenti di debito, politica disfunzionale, in molti Paesi, all’improvviso, e il branco è in fuga da questo.

L’altra risposta è l’euro. È ironico, in un certo senso. Quando fu lanciata la moneta unica, nel 1999, i suoi sostenitori dicevano che avrebbe avuto due grandi effetti: sarebbe servito come strumento di pressione sui Paesi membri perché liberalizzassero le loro economie per compensare la perdita di svalutazione della moneta come strumento politico; e avrebbe dato una disciplina ai mercati obbligazionari richiedendo tassi di interesse più elevati ai Paesi a maggior rischio.

Nulla di tutto questo è accaduto durante i primi dieci anni di corso della moneta, ma ora questi effetti si stanno entrambi manifestando. È solo che stanno accadendo più improvvisamente e violentemente di quanto chiunque vorrebbe.

Inoltre, la pressione per la liberalizzazione e la disciplina dei mercati obbligazionari è rafforzata dall’esatta natura delle operazioni di soccorso che la Germania sta conducendo per la Grecia. Il vertice di emergenza del 21 luglio ha concordato su un nuovo salvataggio, ma anche sul fatto che il debito della Grecia debba essere ridotto facendo sì che i creditori privati estendano la durata delle loro obbligazioni e accettino tassi di interesse più bassi.

Vedendo questa proposta, che non è ancora pienamente attuata, agli investitori viene naturale chiedersi: se dobbiamo sopportare questi fardelli per la Grecia, per chi altri potremmo doverlo fare questo in futuro? La risposta, naturalmente, è chiunque abbia debiti di governo così alti da poter diventare insostenibili nei prossimi anni. In altre parole, l’Italia. Perché l’unica cosa veramente solida è il livello elevato del debito del governo.

[Traduzione di Carla Reschia]

lunedì 1 agosto 2011

Un patto non dirada la nebbia

BILL EMMOTT

L’ accordo quadro sulla manovra fiscale concordato ieri tra democratici e repubblicani al Congresso degli Stati Uniti e la Casa Bianca all’altro capo di Pennsylvania Avenue, non è un granché e non è nemmeno di ampio respiro. Ma quanto meno è un accordo, e assumendo che sia accettato dal Congresso durante i prossimi due giorni eviterebbe alle finanze pubbliche una crisi del tutto superflua, potenzialmente in grado di innescare una nuova crisi finanziaria globale. Anche così, non è la fine della storia, non a lungo termine.

Il direttore di una rivista italiana di recente mi ha chiesto cosa pensassi circa la differenza tra la crisi monetaria dell’Europa e quella dell’America, dicendomi che a suo avviso l’America ha il grande vantaggio di avere un sistema presidenziale. Spero che non lo pensi adesso, ma in ogni caso davvero dovrebbe prestare maggiore attenzione alla Costituzione americana. Perché questo dibattito farsesco sul tetto del debito è tutta colpa dei padri fondatori: Jefferson, Washington e gli altri.

Hanno progettato la costituzione americana, con tutti i suoi pesi e contrappesi, espressamente per ostacolare il potere decisionale di un singolo, in particolare del Presidente che avrebbe potuto rischiare di diventare dittatoriale come il re britannico Giorgio III, e sono certamente riusciti nell’intento in modo spettacolare nel corso della lunga discussione sull’innalzamento del tetto del debito nazionale di 14.300 miliardi di dollari («soffitto di debito», una sorta di limite di indebitamento legale) per evitare un default o una massa di tagli alla spesa, dopo il 2 agosto.

Un fatto degno di nota, di certo, è che in tutto questo processo praticamente nessuno nei mercati finanziari ha finora previsto il default dell’America, o anche il declassamento dalla tripla A del suo rating.

Si metta a confronto l’andamento delle trattative di questo fine settimana con quelle precedenti il vertice di emergenza della zona euro, il 21 luglio: mentre i rendimenti obbligazionari della zona euro, in particolare per la Spagna e per l’Italia, erano saliti per la paura di un default da mini-Grecia, il mercato dei buoni del Tesoro americani è rimasto abbastanza tranquillo. I tassi dei buoni del Tesoro a breve o medio termine sono saliti un po’, ma quelli a 10 anni in effetti venerdì sono caduti. Il dollaro è scivolato, ma non esattamente in modo catastrofico.

Forse i mercati aderiscono alla cinica visione che Churchill aveva dei suoi alleati: «Si può sempre contare sugli americani, fanno la cosa giusta... dopo aver provato tutto il resto...».

Più probabilmente avevano già previsto tutto; i negoziati dell’ultima ora conclusi con un cattivo affare, ma almeno conclusi, e l’apparente accordo di ieri per un presunto taglio di 3000 miliardi di dollari alla spesa in oltre dieci anni sembrano dimostrare che hanno avuto ragione. Più in profondità, la loro impassibilità potrebbe riflettere la sensazione che il vero problema è un po’ più a lungo raggio rispetto a quanto è stato rappresentato da un termine in qualche modo artificiale, come la scadenza del tetto del debito.

Il vero problema comprende un fenomeno a medio termine e una questione a lungo termine, anche se strettamente correlati. Il primo è simboleggiato, ma non circoscritto al gruppo dei conservatori repubblicani dentro e fuori il Congresso che si fanno chiamare Tea Party.

Quel gruppo, le cui eroine sono Sarah Palin e una ardita congressista del Minnesota, Michele Bachmann, è stato il cuore del blocco durante i negoziati sulla riforma fiscale e il limite del debito. Come in ogni Paese, quando c’è una piccola maggioranza parlamentare e del Congresso, un gruppo di fanatici può ottenere un potere di veto che va oltre la sua reale capacità di rappresentanza numerica. Fortunatamente, sembra probabile che il veto ora possa essere superato da un compromesso tra le forze più moderate.

I Tea Party, tuttavia, rappresentano più di un semplice veto temporaneo. La migliore analogia storica è con il movimento isolazionista nato in America durante gli Anni 30. La posizione dei Tea Party sull’ampio debito americano, sembra, di primo acchito, abbastanza ragionevole: quando qualcuno ha preso in prestito troppo, dicono, è sbagliato concedergli di più.

Ma in realtà, cercare di curare i debitori tutto d’un colpo, negando loro ogni prestito e obbligandoli a mancare ai loro obblighi, obblighi che sono stati tutti stabiliti dal precedente voto del Congresso, sarebbe stato irresponsabile e, all'atto pratico, isolazionista.

Isolazionista perché l’America è la più grande economia del mondo così come la sua più grande debitrice, e molti dei suoi titoli di Stato sono detenuti da stranieri. Un default sarebbe sostanzialmente un default sul debito estero. Ma i Tea Party non si preoccupano degli stranieri, o della credibilità internazionale del loro Paese.

Come il movimento America First negli Anni 30 e durante i primi anni della Seconda guerra mondiale, essi sostengono che il Paese dovrebbe lasciar perdere il mondo per risolvere i propri problemi, lasciare che l’America si concentri su se stessa. Peggio ancora, in un certo senso, alcuni nei Tea Party vedono il mondo come una minaccia per l’America: la signora Bachmann, attualmente l’unica dei Tea Party a essersi presentata come candidata alla presidenza per il 2012, due anni fa ha proposto un emendamento costituzionale per impedire che il dollaro venga sostituito da una valuta estera, cosa che in realtà era già illegale e che nessuno pensava di fare. Il suo obiettivo era quello di creare l’apparenza di una minaccia là dove non esisteva.

Quando nel 2008 è scoppiata la crisi finanziaria, molti economisti temevano che avrebbe prodotto un’ondata di protezionismo, soprattutto negli Stati Uniti, e ci sono stati sospiri di sollievo quando questo non è successo. Eppure la nascita dei Tea Party e il voto per il Congresso dello scorso novembre suggeriscono che la vera minaccia è l’isolazionismo, che nel tempo può produrre una nuova ondata di protezionismo commerciale e finanziario.

Sarebbe sbagliato sopravvalutare l’importanza attuale dei Tea Party: rimane una piccola minoranza rumorosa. Ma la grande battaglia di medio termine è per la Casa Bianca e per il controllo del Congresso nelle elezioni del novembre 2012.

Sarebbe rassicurante credere a tutte le persone comuni intervistate dai tg delle tv straniere che si dicono imbestialite dal comportamento irresponsabile del Congresso, in particolare dall’ostruzionismo dei Tea Party, e pensare che nelle elezioni del prossimo anno gli estremisti andranno in sofferenza.

Queste persone sono state intervistate a Washington DC e New York, e possono anche non essere rappresentative della nazione. C’è molto ancora da mettere in gioco per le elezioni del prossimo anno, e i conservatori repubblicani giocheranno in modo assai duro.

Così, la questione a lungo termine al centro della scena sarà: l’economia americana può fare ciò che ha fatto in passato, e rilanciare e riformare se stessa dal basso, nonostante le inutili partite politiche giocate a Washington? E’ notoriamente flessibile, e i veri eroi americani sono sempre stati Google, Wal-Mart, Apple e Boeing, non i lungimiranti visionari politici della capitale.

Ma gli ultimi dati economici, diffusi la scorsa settimana, hanno mostrato un quadro altrettanto stagnante in America come in Gran Bretagna. Questo non è sorprendente, in entrambi i casi: dopo aver fatto troppo affidamento sulle spese dei consumatori e sul boom del credito, entrambi i Paesi erano destinati a passare attraverso un lungo e doloroso periodo di adattamento. Anche con le esportazioni in crescita, che è il caso dell’America e della Gran Bretagna, è difficile superare completamente gli strascichi del dopo crisi, e questo era vero anche prima che i rincari dei prezzi del petrolio e dei generi alimentari facessero sentire i consumatori ancora più poveri.

Questo andrà avanti per molto tempo a venire. In un primo momento la politica fiscale è stata una soluzione, in quanto il prestito ha stimolato l’economia. Ora è un problema, perché i tagli, per quanto necessari, deprimono la domanda. In America, dove i tagli sono comunque stati differiti, c’è una complicazione aggiuntiva: la lunga disputa sulla politica fiscale e l’impostazione del governo, che durerà fino e oltre le elezioni del 2012, sta producendo una fitta nebbia che offusca non solo il futuro fiscale del Paese, ma anche il futuro delle relazioni dell’America e il suo atteggiamento verso il mondo esterno.

In questo contesto confuso e altamente incerto, sarebbe veramente miracoloso se le imprese dovessero decidere per investimenti massicci in America. Quindi la migliore ipotesi, purtroppo, è che non lo faranno. La disputa sul fisco continuerà, la nebbia rimane, e il mondo non può dipendere da una rapida ripresa dell’America.

[Traduzione di Carla Reschia]

domenica 10 luglio 2011

Italia attenta, metti a rischio la credibilità

BILL EMMOTT

Nel corso di questi ultimi due anni in cui ho scritto e parlato dell’Italia, ogni volta che ho detto qualcosa di critico sui punti deboli dell’economia italiana, quasi inevitabilmente, qualcuno tra il pubblico o tra i lettori ha risposto dicendo: «Ma noi non siamo come la Grecia, e abbiamo superato molto bene la crisi». Ho sempre contestato la seconda parte di tale argomento, che non è supportata dai fatti, ma mi sono sempre detto d’accordo sulla prima. Ecco perché è così strano, e potenzialmente tragico, che proprio il governo italiano negli ultimi giorni appaia determinato a rendere l’Italia più simile alla Grecia.

Il panico dei mercati finanziari di venerdì, con la svendita delle azioni italiane e il costo del debito pubblico in ascesa, riflette esattamente questo sentimento.

Proprio come per il Portogallo, la Spagna e la Grecia, la crescita economica in Italia è debole e il Pil e la produzione manifatturiera si riprendono più lentamente dalla crisi globale del 2008-09 rispetto a quanto è avvenuto in Francia, in Germania o nei Paesi Bassi.

Ma almeno le finanze pubbliche nazionali erano sotto controllo, con un piccolo deficit di bilancio e il rapporto tra debito pubblico e Pil stabilizzato.

Quindi, a differenza della Grecia, la debole crescita economica italiana non implicava che il Paese potesse diventare insolvente e non in grado di pagare gli interessi sui suoi enormi debiti pubblici. Situazione, comunque, che non può essere data per garantita. Perché quando si tratta di finanza pubblica, la differenza tra confortevole stabilità e dolorosa insolvenza è abbastanza esile.

Un aumento dei tassi di interesse praticati dagli investitori in obbligazioni, o un improvviso aumento della spesa pubblica o una diminuzione delle entrate fiscali possono precipitare un Paese nella crisi, soprattutto quando il debito pubblico ammonta al 120% del Pil. (A proposito, il debito pubblico dell’America, Paese spesso descritto come fiscalmente sconsiderato, arriva appena al 65% del Pil).

In alternativa, una crisi può improvvisamente scoppiare quando sorgono dubbi sulla condotta futura della politica del governo, a causa dell’instabilità politica, perché questi dubbi riguardano anche la possibilità di un controllo adeguato sulla spesa e sulle tasse. La debolezza dell’economia italiana e l’enorme debito pubblico la rendono vulnerabile esattamente a questo genere di dubbi.

In precedenza durante la crisi economica e la lenta ripresa, i timori per l’instabilità politica e dei mercati finanziari sembravano aiutare il governo di Silvio Berlusconi. Qualunque cosa tu possa pensare di noi, poteva dire il governo, sarebbe assai rischioso cambiarci o forzare le elezioni in questa situazione. Ma ora le battaglie all’interno del governo sono diventate molto più destabilizzanti delle battaglie tra il governo e i suoi critici. Se questa guerra continua, l’opzione più opportuna sarebbe quella di andare a elezioni anticipate o cambiare il governo.

Le misure fiscali proposte dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sono state accettate dal mercato, ma gli analisti sia all’interno sia all’esterno del Paese hanno notato una loro caratteristica importante: le principali riduzioni del disavanzo di bilancio avverranno in futuro. Questo è importante ora che la battaglia politica tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia è uscita allo scoperto. Perché l’inevitabile conclusione che trarranno gli analisti di mercato è che i tagli in effetti non si faranno mai. La credibilità delle misure fiscali si sta sgretolando.

Pensateci dal punto di vista di un osservatore esterno. Un giorno, il Presidente del Consiglio dichiara che si è sempre opposto alla guerra in Libia, a cui le forze italiane partecipano, come parte della Nato. Un altro giorno il presidente del Consiglio attacca il suo stesso ministro dell’Economia, rende esplicito che favorisce la riduzione delle tasse e permette che uno dei suoi giornali pubblichi notizie dannose su Tremonti. Che cosa dovrebbe credere questo osservatore? Il capo del governo si oppone alle politiche del suo gabinetto, e al suo stesso ministro.

Questo, da un punto di vista nazionale, è un suicidio. Si sta distruggendo la credibilità. L’aspetto più importante delle politiche economiche del Paese, cioè la rigorosa gestione del deficit di bilancio, viene messa in serio dubbio. Se continua su questa strada l’Italia nella mente degli investitori internazionali finirà davvero nella stessa categoria del Portogallo, dell’Irlanda, della Spagna e della Grecia: instabile, insostenibile e insolvente. E per di più tutto questo è del tutto inutile.

lunedì 30 maggio 2011

Usa-Cina la fatica del potere

BILL EMMOTT

Desideriamo tutti la semplicità, o almeno spiegazioni facili. Mentre Barack Obama compiva il suo tour trionfale, da celebrità politica numero uno in Europa, in tanti hanno voluto credere che l’America resta la potenza mondiale dominante, egemonica, nonostante tutte le profezie di un suo declino. Pochi giorni dopo, alla notizia che la Cina si sarebbe presto dotata di una base navale in Pakistan, in tanti l’hanno interpretata come una defezione di Islamabad nel campo cinese, a conferma che il potere andava a Oriente. Quale delle due affermazioni è corretta? Nessuna.

La realtà è molto più complessa. La natura e la distribuzione del potere nel mondo sono cambiate. E’ una mutazione avvenuta gradualmente nel corso degli ultimi decenni, ma ogni tanto un improvviso spiraglio di luce svela il grado di cambiamento.

Il raggio di luce che ha rivelato la vicenda del porto di Gwasar in Pakistan ha mostrato, in effetti, una di queste svolte. La Cina è stata alleata del Pakistan per più di tre decenni, essenzialmente a causa del desiderio cinese di accerchiare il suo grande rivale asiatico, l’India, con problemi e pressioni. I cinesi hanno fornito i piani tecnologici per il programma delle armi atomiche pachistane, e hanno dato a Islamabad aiuti militari negli Anni 1980-90.

Nel frattempo la Cina ha costruito con cura anche altre alleanze lungo le coste dell’Oceano Indiano, con la Birmania, lo Sri Lanka e il Bangladesh. Ma è stata anche attenta a non apparire troppo conflittuale. L’umiliazione subita dal Pakistan con il blitz americano per uccidere Osama bin Laden ha cambiato questa situazione, non dal punto di vista dei cinesi, ma dal punto di vista dei pachistani. Che all’improvviso hanno avuto un buon motivo per far vedere che non sono marionette americane, che hanno alternative. E così hanno rivelato quello che gli indiani sospettavano da anni: che l’aiuto cinese nell’espansione del porto di Gwadar comprende la concessione di strutture navali alla Cina: le prime che Pechino possiederà fuori dal proprio territorio.

Questo, a sua volta, rivela due circostanze nascoste e in parte contraddittorie. La prima è che, man mano che la Cina cresce economicamente, espandendo i suoi interessi in Africa, nel Golfo e in America Latina, è naturale che per proteggerli voglia proiettare il suo potere militare oltre le proprie coste. Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti sono rimasti praticamente l’unica potenza militare in grado di proiettare la sua influenza in tutto il mondo. Ora la base di Gwadar conferma che la Cina sta per entrare nel club, un fatto che senz’altro troverà conferma nel prossimo decennio, quando la Cina costruirà la sua flotta di portaerei.

La seconda circostanza svelata dall’annuncio del Pakistan ci fa capire che la Cina non è più in grado di controllare né di occultare la sua espansione globale. Era già successo qualcosa di simile nel febbraio scorso, quando la Cina doveva decidere se aderire alla risoluzione dell’Onu sulla Libia, Paese in cui lavoravano più di 30 mila cinesi. La tradizionale politica cinese sarebbe stata quella di astenersi. Ma per mostrarsi come una potenza globale emergente e collaborativa, invece che problematica, la Cina votò a favore, nonostante il fatto che la risoluzione contenesse la richiesta di portare il governo libico davanti al Tribunale penale internazionale per aver represso gli oppositori civili nello stesso identico modo in cui Pechino aveva fatto nel massacro di piazza Tiananmen nel 1989.

Dunque, la Cina ora ha più potere, grazie alla sua crescita economica, ma anche più problemi. Questo riguarda anche il suo potere economico, che ha reso la Cina sempre più importante per diversi Paesi, come partner commerciale, fonte di investimenti stranieri e donatore di aiuti (soprattutto in Africa e America Latina). Come il Giappone negli Anni 80, questo peso economico porta a Pechino un’influenza reale, accompagnata però da tensioni e scelte via via più difficili.

Nelle ultime settimane il Brasile, uno dei membri del cosiddetto Bric, ha cominciato a minacciare ritorsioni commerciali contro la Cina, se Pechino non apre il suo mercato ai prodotti agricoli e industriali brasiliani, e se non rivaluta la propria moneta, o addirittura lascia lo yuan libero di cercare il proprio valore autentico sui mercati internazionali. Chiunque avesse creduto che i Bric (Brasile, Russia, India e Cina, l’acronimo lanciato dalla Goldman Sachs per definire i giganti emergenti del futuro) avrebbero formato un’alleanza contro l’Occidente, dovrebbe forse ripensarci. Un raggio di luce ha messo in evidenza lo scontento brasiliano e mostrato che i Bric tendono a combattersi esattamente come fronteggiano l’Occidente.

Cosa dovrebbe fare l’Occidente? Forse sorridere, riconoscendo un’esperienza già avuta. Il potere ha molteplici dimensioni. Il potere apre opportunità ma porta anche scelte difficili. E soprattutto il potere è sempre più diffuso e diviso nel mondo, e non è un gioco a somma zero.

Che il potere sia multidimensionale non dovrebbe sorprendere nessuno.

Esiste il potere economico, l’uso del denaro e delle opportunità monetarie.

Esiste il potere ideologico, il modo in cui idee e valori possono influenzare gli altri, rivelando qualcosa sui comportamenti futuri e alleanze future.

Esiste il potere militare, l’uso diretto della forza bellica, o la minaccia di tale uso. E, in aggiunta a tutte queste varietà di potere in mano alle nazioni o alle associazioni sovrannazionali, esistono i poteri utilizzati da altre entità: grandi società, lobby, organizzazioni terroristiche, chiese.

Se guardiamo alle molteplici dimensioni del potere - economico, ideologico, militare, non governativo - diventa chiaro che la maggiore concentrazione di potere in diverse categorie continua a risiedere negli Stati Uniti. Ogni tanto la loro economia può apparire indebolita, i loro valori erosi, i suoi militari non invincibili, le sue società o le sue lobby declassate. Ma nessun altro Paese riesce a combinare tutte e quattro le dimensioni.

La Cina non possiede potere ideologico, né ha alcuna influenza attraverso organizzazioni non governative, in quanto non ne permette lo sviluppo. L’Europa è più forte nell’ideologia e nell’influenza non governativa, ma attualmente la sua forza economica è ostaggio della crisi dei debiti sovrani e dell’inflessibilità di molte delle sue economie, mentre i limiti del suo potere militare si possono osservare ogni giorno in Libia. Gli europei non riescono nemmeno a tener fede alle loro promesse di aiuti internazionali, come dimostra il caso penoso dell’Italia, Il Presidente Obama ha girato per l’Europa come celebrità politica numero uno, nonostante le sue debolezze, perché è il simbolo dei più grandi valori ideologici americani, la mobilità sociale e le opportunità. Ma anche perché il suo Paese viene tuttora visto come il più potente nel mondo, in tutte le sue dimensioni. La crisi finanziaria globale del 2008-10 ha eroso l’immagine economica dell’America, ma non l’ha distrutta. Il Paese si rivela sorprendentemente forte dopo la peggiore recessione dopo gli Anni 30, e resta un leader tecnologico ed economico.

Come ha detto il Presidente Obama nel suo discorso al Parlamento britannico la settimana scorsa, la leadership transatlantica continua a essere sia meritata che richiesta. Non esiste una sostituzione per essa, e la maggior parte del mondo continua a chiederla. Le rivolte popolari in Nord Africa e nel Medio Oriente hanno confermato l’importanza dell’idea occidentale di libertà e responsabilità dei governi. Ma la leadership transatlantica deve venire praticata in modalità che tengano conto di quanto il mondo sia cambiato.

Si tratta di un cambiamento estremamente positivo e benvenuto: grazie alla globalizzazione, lo sviluppo economico si è diffuso a un numero sempre maggiore di Paesi, facendo uscire centinaia di milioni di esseri umani dalla povertà. Questo significa che il potere è ora diffuso più che mai. Non è più concentrato in poche mani, ma si espande, in tutte le sue dimensioni.

Che si tratti di agire in Libia e nel resto del Nord Africa, o decidere la prossima guida del Fondo monetario internazionale, bisognerà prendere atto di questa diffusione del potere. Il mondo non gira intorno all’Occidente. Confrontarsi con la Cina sulla sua espansione nei mari non significa «contenerla», ma semmai trasformarla in un avversario. Se l’Afghanistan potrà mai essere stabilizzato, ciò richiederà la cooperazione tra tutti i vicini di quel martoriato Paese, inclusi India, Cina, Pakistan e perfino l’Iran.

Questo processo, questa diffusione di potere, richiede ancora una leadership. E questa leadership può venire solo dall’America, perché l’America resta l’unico leader che il mondo accetterà. Ma anche il leader oggi deve faticare di più per farsi accettare, e guadagnarsi la collaborazione degli altri.

domenica 30 gennaio 2011

L'Italia non risponde al telefono


BILL EMMOT

Pochi giorni fa un’intervistatrice tv mi ha chiesto cosa credevo potesse pensare della politica italiana un alieno proveniente da un altro pianeta, un extraterrestre che improvvisamente si fosse trovato a Roma. Una bella domanda, anche se mi sono chiesto se lei vedeva anche me come una sorta di alieno. Forse come commentatore straniero sono davvero una specie di extraterrestre, ma vorrei rilanciare: di fronte alla politica italiana oggi siamo tutti alieni, rispetto ai politici siamo tutti creature di un altro pianeta, italiani o stranieri, giovani o vecchi, di destra o di sinistra. Perciò la mia risposta è che il nostro extraterrestre chiederebbe come mai in Italia c’è così tanta politica e così poco governo. Infatti, se l’Italia fosse l’unico Paese sulla Terra visitato dall’alieno, la creatura dovrebbe concludere che in questo gioco chiamato democrazia la politica e il governo devono essere variabili indipendenti, attività non connesse, e potrebbe dedurne che in Italia il vero governo deve essere altrove, probabilmente in qualche luogo segreto, perché nessuno dei politici sembra avere nulla a che fare con esso.

Ciò che i media internazionali rispecchiano oggi, in realtà, è l’idea, affine ma più limitata, che il grande successo di Silvio Berlusconi, in effetti la vera eredità dei suoi anni a Palazzo Chigi, sia aver finalmente sostituito come cliché favorito tra gli stranieri per l’Italia «La Dolce Vita» con la frase «Bunga Bunga». Tuttavia il danno, come ben comprende il nostro alieno, è molto più grave della semplice sostituzione di una bella immagine cinematografica con uno scollacciato esotismo.

Il danno può essere riassunto adattando la famosa frase detta da Henry Kissinger, quando l’allora segretario di Stato Usa chiese a chi avrebbe dovuto telefonare se avesse voluto parlare con l’Europa. Se si fosse riferito all’Italia di oggi, avrebbe detto che il numero lo conosce, ma nessuno risponde al telefono. Non ha senso, pensano i governi stranieri o le imprese, chiamare l’Italia, perché il governo, e forse ogni iniziativa, non esiste più. I politici, almeno tutti i politici nazionali, si sono lasciati alle spalle il mondo reale. «Povera Italia», come ha detto recentemente il mio ex datore di lavoro, The Economist. La rivista fu anche rimproverata nel 2001, quando descrivemmo Silvio Berlusconi come «inadatto a guidare l’Italia», ma non ci rendevamo conto che la parola cruciale non era solo «inadatto», ma anche «guidare». Né lui né nessun altro nella politica italiana mostra alcun interesse a guidare l’Italia.

Naturalmente gli italiani hanno percepito questo per qualche tempo. Milioni di voi hanno fatto de «La casta» di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo un grande bestseller nel 2007, un fenomeno che in qualsiasi altro Paese avrebbe implicato la presenza di una forza irresistibile per il cambiamento. Ma la politica è proseguita come prima. Solo, peggio.

Che dire dell’economia? Gli analisti hanno speso un sacco di tempo l’anno scorso chiedendosi in cosa l’Italia è diversa dalla Grecia, dall’Irlanda e dal Portogallo, dato che il suo debito pubblico è uno dei più grandi d’Europa in rapporto al Pil. La conclusione popolare, soprattutto con Giulio Tremonti, è che l’Italia è diversa perché non soffre di crisi del settore finanziario, ha un deficit di bilancio relativamente modesto ed è ancora in grado di onorare i debiti, nonostante un tasso di crescita lento. Quindi questa è una buona notizia.

È tempo di convincersi del contrario. Infatti, sebbene l’analisi sia corretta, la conclusione è errata: in realtà, questa è una cattiva notizia. Perché almeno i governi di Grecia, Irlanda e Portogallo stanno facendo qualcosa sotto la pressione della loro crisi: le riforme sono state tentate. Almeno in Irlanda c’è un’opposizione che sa chi è il suo leader e sa che vuole andare al governo alle elezioni anticipate che si terranno il mese prossimo.

Così come ad altri commentatori mi viene spesso chiesto come possa il presidente del Consiglio sopravvivere a scandali che avrebbero costretto alle dimissioni in pochi giorni qualunque altro leader europeo. La ragione non ha veramente nulla a che fare con il sesso o machismo che viene spesso citato, ancora meno con l’opinione pubblica.

La differenza decisiva tra l’Italia e ciò che sarebbe accaduto in Francia, Spagna o Gran Bretagna è che gli alleati di Berlusconi, all’interno del suo partito e della sua coalizione, non gli hanno ancora chiesto di dimettersi, cosa che altrove i loro omologhi avrebbero già fatto da tempo. Essi non vedono alcuna necessità di farlo e presumibilmente credono di poter ancora trarre beneficio dall’alleanza con lui. Né l’opposizione appare seriamente intenzionata nel tentativo di costringerlo ad andarsene, o di cercare di convincere i suoi alleati, nel Pdl o nella Lega, che i loro interessi potrebbero essere serviti meglio senza di lui. Lo spettacolo piuttosto strano della legge sul federalismo fiscale e relativi dibattiti mettono in luce questa mancanza di urgenza e di determinazione. Dopo tanti anni di discussioni su questo problema, con il disegno di legge principale approvato da quasi due anni e con le scadenze per le leggi di attuazione presumibilmente imminenti com’è possibile che ci sia così poca chiarezza su ciò che davvero significa federalismo fiscale? Non sono solo gli alieni a non riuscire a decifrare il vero significato di questo cambiamento apparentemente così importante.

La domanda che devo continuare a pormi alla luce di questa scena politica triste, paralizzata, del tutto autoreferenziale, è se mi sbagliavo lo scorso ottobre esprimendo speranza e ottimismo nel mio libro «Forza, Italia: come ripartire dopo Berlusconi». Certamente non abbiamo ancora raggiunto il «dopo», ma la mancanza di leadership, o anche del desiderio di averne una, è scoraggiante.

Così, torniamo al nostro alieno e supponiamo che così come è extraterrestre sia anche un economista esperto. Se l’alieno desse un’occhiata ai dati economici dell’Italia, vedrebbe una lista familiare di punti deboli: la crescita economica più lenta rispetto ad altri Paesi della zona euro allargata, la caduta dei redditi delle famiglie; la crescita a rilento della produttività, l’invecchiamento e la stagnazione della popolazione, l’alta disoccupazione giovanile, i disavanzi del commercio della bilancia dei pagamenti, nonostante tutte le dicerie sulle esportazioni italiane (che, contrariamente alla credenza popolare, sono solo al quinto posto nell’Unione europea, sommando beni e servizi, o al quarto solo per le merci).

Ma incontrerebbe anche imprenditori che lavorano giorno e notte per creare e inventare prodotti di alta qualità venduti in tutto il mondo; vedrebbe, dal referendum Fiat, una volontà emergente tra i sindacati moderati e i lavoratori per modernizzare le pratiche del lavoro; vedrebbe le idee, l’energia e la creatività dei giovani e potrebbe essere impressionato dalla forza delle cooperative e delle reti nel lavorare insieme per obiettivi comuni. Soprattutto, noterebbe, nelle sue conversazioni con gli economisti italiani umani, un consenso insolito (per l’economia) su ciò che deve essere fatto.

Il manifesto dell’alieno sarebbe chiaro, insieme forse con la sua strategia di investimento: concluderebbe, come amano dire gli investitori, che in Italia l’«opportunità al rialzo» di una crescita economica più rapida, lungo le linee tedesche, è grande se solo ci potesse essere un accordo per liberare le energie del Paese. L’agenda richiede il passaggio a un diritto del lavoro unitario ma più flessibile; il trasferimento di risorse pubbliche dall’odierno pantano di usi improduttivi a un nuovo sistema di assicurazione contro la disoccupazione; la liberalizzazione dei mercati per i servizi e per le merci così da consentire maggiore concorrenza e innovazione e, per tutti, la riduzione dei costi. E ancora di più, naturalmente, compresa una versione molto più ambiziosa della riforma Gelmini, per trasformare le università in istituzioni di livello mondiale costrette a concentrarsi sugli studenti e sui risultati. Sarebbe un ordine del giorno liberale, non poi così diverso da quello che i leader e gli altri Paesi della zona euro chiederebbero se l’Italia dovesse in effetti trovarsi in una crisi del debito sovrano. Ecco perché una tale crisi non sarebbe una cosa negativa, nel caso dell’Italia.

Un’agenda del genere avrebbe bisogno di una leadership politica. In realtà avrebbe bisogno di politici interessati alla politica e al governo del Paese. Per il momento non lo sono. Eppure, come Hosni Mubarak, che non è lo zio di Ruby, sta imparando in Egitto, non si può contare per sempre sullo status quo.

(Traduzione di Carla Reschia)

venerdì 3 dicembre 2010

La diffidenza incrina le alleanze


BILL EMMOTT

La buona notizia riguardo alle ultime rivelazioni di Wikileaks a proposito delle relazioni dei diplomatici americani su Silvio Berlusconi è che distolgono l'attenzione dai party e dalla vita privata «rilassante» del presidente del Consiglio. Molti italiani, soprattutto sostenitori del governo di centro-destra, hanno a lungo lamentato l'eccessiva attenzione internazionale agli scandali sessuali. La cattiva notizia, tuttavia, è che queste rivelazioni ora concentreranno l'attenzione là dove avrebbe sempre dovuto appuntarsi: sul rapporto tra imprese e governo, e soprattutto tra interessi economici personali e l’esercizio della politica estera.

Le rivelazioni, che sono sostanzialmente rapporti di voci in circolazione a Roma e all'interno dello stesso partito di Berlusconi, non dovrebbero sorprendere alcun osservatore internazionale che dal 2001 abbia seguito da vicino la politica italiana. Né, ovviamente, possono necessariamente essere ritenute precise: sono accuse e sospetti, non fatti dimostrati. Ma tali indiscrezioni guadagnano un di più di autorevolezza se provengono dai messaggi di diplomatici americani, dalla consapevolezza che queste convinzioni hanno fatto la differenza negli atteggiamenti e nelle politiche relative alla sicurezza della superpotenza mondiale.

Ovviamente un alleato chiave per l’Italia. Inoltre, dovrebbero rammentarci qualcos’altro che è di fondamentale importanza nelle relazioni internazionali. Questo cruciale valore aggiunto è la fiducia. Normalmente, tra alleati di lunga data, e soprattutto tra alleati che sono democrazie, la fiducia negli affari esteri è consolidata da lunghi anni di conoscenza sempre più approfondita degli interessi sottotraccia e delle motivazioni di ciascun Paese. Per quanto riguarda la Russia, per esempio, è ben noto come la Germania abbia una visione diversa di quel Paese rispetto alla Gran Bretagna o agli Stati Uniti, a causa della maggiore vicinanza geografica, degli stretti legami commerciali e della dipendenza energetica.

Tale consapevolezza è stata un po’ complicata dal rapido inserimento di Gerhard Schroeder in un incarico assai ben remunerato come presidente del gasdotto russo-tedesco poco dopo aver lasciato la carica di Cancelliere della Germania. Dato che si era pubblicamente espresso a favore dell’operazione quando era Cancelliere, molti critici ritennero inappropriato che avesse accettato l’incarico, anzi persino scandaloso, e avevano sicuramente ragione. Ma questo sgarbo non ha minato la fiducia nella politica tedesca verso la Russia, perché l'affare era stato condotto in modo trasparente ed era in linea con quella che era diventata una costante della politica della Germania dopo la fine della Guerra Fredda.

L'importanza delle accuse riguardanti Berlusconi e Putin è che, contrariamente al caso tedesco, sembra che abbiano minato la fiducia americana riguardo le linee della politica estera italiana nei confronti della Russia e sollevato dubbi circa la coerenza di tale politica nel passato. Pur attribuendo un chiaro valore al sostegno fornito dall’Italia per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, tanto dal governo Berlusconi 2001-06 come da quello di Romano Prodi nel 2006-08, questi dispacci diplomatici indicano che in America si sono diffuse l’esasperazione, la diffidenza e anche l’amarezza per il corso della politica italiana nei confronti della Russia, in un periodo in cui il comportamento russo stava di nuovo causando particolare preoccupazione a Washington. L'essenza di questa diffidenza, è importante ripeterlo e sottolinearlo, non si fonda sul tema della politica «giusta»: un argomento del genere potrebbe essere discusso pubblicamente e del tutto apertamente con un alleato democratico come l'Italia. No, l'essenza della diffidenza sembra essere sorta dalla convinzione che la politica italiana era diventata personale e non nazionale, e dal sospetto che nascondesse interessi commerciali - di nuovo personali e non nazionali.

Tutti i governi, e tutti i capi di governo, coltivano l'idea che stretti rapporti personali fra i leader possano essere utili nelle relazioni internazionali. L’affiatamento tra Bill Clinton e Tony Blair, per esempio, sembra sia stato considerato un bene tanto in America come in Gran Bretagna. Il problema di queste rivelazioni non verte su questo tema: normalmente, sarebbe un vantaggio per uno o più leader europei godere di una sorta di relazione privilegiata con il leader russo. George W. Bush, dopotutto, ha affermato di aver «guardato nell’anima di Putin», quando i due si incontrarono per la prima volta. Queste accuse, però, vanno oltre la chimica personale.

La loro essenza mi richiama inevitabilmente alla mente la ben nota copertina pubblicata da The Economist, nel 2001, quando ero capo redattore della rivista: dichiaravamo che Silvio Berlusconi era «inadatto» a governare l'Italia. Questo non aveva niente a che fare con scandali sessuali. Aveva piuttosto qualcosa a che fare con prove e incriminazioni. Ma, soprattutto, la nostra motivazione e la nostra preoccupazione concernevano i pericoli per la democrazia insiti in una relazione troppo stretta tra un potente uomo d'affari e le istituzioni di governo. Era inevitabile che sorgesse il sospetto che le politiche del governo venissero orientate a favore degli interessi commerciali individuali o societari. E tali sospetti e accuse corrodono profondamente la fiducia nel governo, anzi nello stesso capitalismo.

Ora, da queste rivelazioni di Wikileaks, possiamo vedere che questi sospetti corrodono anche la fiducia tra gli alleati in tema di politica estera. Questo logorio è in atto da molto tempo. Ma renderlo di pubblico dominio ora rischia di rendere ancora più profonda, e più diffusa, la diffidenza.

Traduzione di Carla Reschia

domenica 7 novembre 2010

Made in Italy alla prova della realtà


BILL EMMOTT

La crisi economica globale del 2007-09 ha reso a tutti noi un cattivo servizio in più modi rispetto a quelli ovvi, e cioè aver provocato l’aumento della disoccupazione, la caduta degli standard di vita e aver accresciuto il senso di insicurezza. Ha offuscato la comprensione popolare di cosa si intende per economia avanzata e di quali siano le migliori fonti di futura prosperità. Questo danno è evidente, mi pare, soprattutto nel dibattito italiano. Il segno più eclatante è il rinnovato feticismo per la produzione, il culto del «Made in Italy». E’ importante prenderlo in considerazione perché rischia di distorcere le politiche pubbliche e quindi mette in pericolo il nostro futuro. Il danno d’immagine non meraviglia. Dopo tutto, questa crisi economica è stata causata dalle banche, sia in America sia in Europa, che hanno ampliato i propri prestiti in modo troppo temerario, incoraggiando le istituzioni finanziarie ad acquistare titoli complessi e rischiosi perché sembravano offrire alti rendimenti.

La crisi bancaria ha reso chiaro che i servizi finanziari hanno bisogno di una regolamentazione più severa e che ogni economia fortemente basata sulla crescita e sui profitti dei servizi finanziari mette una seria ipoteca sulla sua futura stabilità e prosperità. Le vittime più evidenti di questo gioco d’azzardo sono state l’Islanda e l’Irlanda.

Ma anche la Gran Bretagna - dove i servizi finanziari nel 2006, al loro meglio, garantivano l’8-10% del Pil - ha sofferto per aver puntato troppo sulla finanza. Così, naturalmente, ora c’è una reazione d’insofferenza contro la finanza. Ma perché questo dovrebbe colpire anche gli altri settori dell’industria? Durante la crisi ci sono state forze stabilizzanti, settori nei quali l’occupazione, la produzione e il reddito erano molto più solidi e affidabili rispetto alle due principali vittime della crisi, vale a dire finanza e produzione. La finanza ha causato il crollo (anche se direi che la cattiva politica macroeconomica, combinata con la debolezza delle regole, hanno reso possibile questo comportamento piratesco della finanza), ma il collasso peggiore della domanda e dei posti di lavoro è avvenuto nel settore manifatturiero.

Nonostante questo calo nella produzione durante la crisi ora sembra molto diffusa la convinzione che la produzione sia in qualche modo più affidabile, più «reale» del mondo immateriale dei servizi, e che la definizione di una economia «forte» sia un’economia per lo più manifatturiera. Questo punto di vista potrebbe avere delle conseguenze: il pericolo è che la crisi in un solo tipo di industria dei servizi, quella bancaria, potrebbe rendere ciechi i politici, gli intellettuali e il pubblico di fronte all’importanza e al valore delle altre industrie di servizi, portandoli ad adottare misure particolari dirette esclusivamente alla produzione Se fosse così questo sarebbe un grosso errore e sarebbe strano in termini puramente aritmetici.

In Gran Bretagna, per esempio, il 75% dell’economia complessiva del Pil (più propriamente, in base alla definizione dell’Ocse, il 75% del totale del «valore aggiunto», che è il Pil al netto di alcune imposte) è fornito dai servizi. Ciò significa che almeno il 65% proviene da servizi diversi da quello bancario. Se ci si concentra sulla produzione - come ha fatto di recente il governo britannico quando ha deciso di commissionare due portaerei per la Royal Navy che non sono realmente necessarie e per le quali non sarà disponibile per diversi anni alcun aereo adatto – ci si focalizza su un aspetto minoritario trascurando la maggior parte dell’economia.

Sì, certo, sono dati inglesi: ma tutti sanno che il «Made in Britain» è morto anni fa. Allora, qual è la cifra per l’Italia, un’economia che si è sempre ritenuta concentrata sulla produzione? La risposta può sorprendere. E’ il 71%. La maggior parte dell'economia italiana è costituita da servizi, forniti sia da imprese private che dal settore pubblico. Solo il 4% separa ipoteticamente la Gran Bretagna dominata dalla finanza dal paradiso italiano dell’industria manifatturiera. Di conseguenza, solo il 27% del valore aggiunto in Italia deriva dall’industria (che comprende attività estrattive, edilizia, elettricità, gas e acqua così come le fabbriche convenzionali), contro il 23,6% della Gran Bretagna (tutti questi dati sono del 2008, tratti dal Libro dei Fatti 2010 dell’Ocse, una pubblicazione progettata e ideata da Enrico Giovannini, attualmente presidente dell’Istat a Roma, e in precedenza responsabile della statistica presso l’Ocse, a Parigi).

Su che cosa, allora, dovrebbe concentrarsi l’Italia, per la prosperità delle generazioni attuali e future? Il problema di fondo è familiare: come ha detto spesso il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nei suoi discorsi, l’Italia ha registrato una crescita più lenta della produttività rispetto ad altri Paesi della zona euro, una crescita più lenta del PIL globale, e minori redditi delle famiglie. E anche il ritmo della ripresa del Paese dalla recessione del 2008-09 è stato lento, rispetto agli standard europei. In futuro, tutti concordano, occorreranno una crescita più rapida della produttività, la creazione di nuovi posti di lavoro ben pagati, un aumento del reddito delle famiglie e più innovazione.

Questo sottosviluppo della produttività è comune al settore manifatturiero e a quello dei servizi, tanto pubblici che privati. La scarsa competitività nel settore dei servizi si riflette anche sulla mancanza di grandi società di servizi che potrebbero dare lavoro a un sacco di gente ed essere competitive a livello internazionale. Dove sono in Italia i grandi studi legali paragonabili a quelli di Gran Bretagna e Germania? Dove sono le grandi agenzie pubblicitarie e di marketing come la francese Omnicom o la WPP in Gran Bretagna? Dove sono gli architetti italiani di fama mondiale, in competizione per i contratti in Cina o in India con le imprese svizzere, inglesi e americane? Dove sono, parlando di altri servizi finanziari, le grandi compagnie di assicurazione italiane? Dove sono i giganti del software italiano paragonabili alla Sap in Germania e, naturalmente, a Oracle? Dove sono le imprese di consulenza italiana? Dove sono le grandi catene alberghiere italiane di lusso? Il punto è che questa è una grande occasione mancata in un Paese dove creatività, design e ingegneria – che sono tutti servizi - hanno avuto un ruolo tanto importante nella sua storia. Inoltre, la natura non competitiva, non creativa e costosa dei servizi grava come una tassa sull’autentico «Made in Italy» di cui tanti politici e commentatori sono così appassionati. Gli economisti della Banca d’Italia hanno cercato di spiegare perché l’industria manifatturiera tedesca ha reagito molto meglio negli ultimi 10 anni rispetto a quella italiana, di fronte alla nuova concorrenza di Cina, India ed Europa dell’Est. Hanno constatato che un settore dei servizi più competitivo e innovativo è un ottimo motivo: è stato questo ad aiutare la crescita delle esportazioni della Germania e la sua mancanza a ostacolare l’Italia.

Fatemi spiegare meglio. Io sono un ammiratore della produzione italiana, specialmente dei settori ad alta qualità artigianale per i quali il Paese è giustamente famoso. Nel mio nuovo libro, «Forza, Italia: Come ripartire dopo Berlusconi» (Rizzoli), annovero produttori specializzati, di medie dimensioni, come Brunello Cucinelli, il Gruppo Loccioni e Technogym tra i miei principali esempi de «La Buona Italia». La mia preoccupazione, però, riguarda gli indirizzi futuri della politica governativa e l’impegno delle federazioni dei datori di lavoro.

Tale politica è influenzata da ricercatori come la Fondazione Edison, che celebrano il Made in Italy. Recentemente in una recensione di «Forza, Italia» su «Economy», Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison, ha scritto che l’Italia dovrebbe essere felice di essere la seconda più grande economia «reale» in Europa, dopo la Germania. Ma questo si basa su una visione primitiva e superata di ciò che è «reale» in un’economia: davvero il 71% dell’economia italiana è «irreale»? La sua professione (economista), o quella del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti (avvocato), non sono «reali», non hanno un valore? Si ignora anche la prestazione mediocre delle esportazioni del «Made in Italy» negli ultimi dieci anni: nel decennio 1998-2008, l’Italia si è classificata 25ª tra i 30 Paesi membri dell’Ocse per la crescita annuale delle esportazioni e delle merci, e 28ª nella crescita annuale delle sue esportazioni di servizi. Reale o meno, è stata una prestazione scadente.

Quindi è ora di «Get Real», come dicono gli americani, di fare i conti con la realtà. Promuovere sia i servizi sia la produzione e liberalizzare entrambi; costruire infrastrutture che serviranno a tutti e due (come la banda larga super-veloce) piuttosto che a uno solo (ponti e autostrade). E soprattutto, da un punto di vista politico: elogiare entrambi.

Traduzione di Carla Reschia

giovedì 4 novembre 2010

L'America si chiuderà in se stessa


BILL EMMOTT

E così, come previsto, le elezioni di medio termine del Congresso americano hanno portato una sconfitta drammatica per il Partito Democratico in generale e per Barack Obama in particolare, con i repubblicani che prendono il controllo della Camera dei Rappresentanti, riducono la maggioranza democratica in Senato e si aggiudicano un bel po’ di governatori di Stato. Ma cosa è realmente cambiato?

La genialità della Costituzione americana, così come progettata dai Padri Fondatori oltre due secoli fa, assicura che la risposta immediata è: molto poco. La risposta a più lungo termine, tuttavia, potrebbe essere diversa, a seconda di come il presidente Obama reagirà a questa battuta d'arresto.

Ben poco cambierà subito perché l'intero sistema democratico americano è stato progettato per impedire un cambiamento drammatico attraverso l'equilibrio dei poteri tra il Congresso, la Casa Bianca e la magistratura. Se la nuova maggioranza repubblicana alla Camera deciderà di cercare di abolire quella che è vista come la più controversa scelta politica di Obama, la sua riforma sanitaria, Obama potrà semplicemente porre il veto sulla proposta di legge.

Inoltre, per la maggior parte di quest’anno, da quando la riforma sanitaria è stata approvata ed è stato concordato il disegno di legge sulla riforma finanziaria, l’agenda di politica interna della Casa Bianca è stata comunque in una fase di stallo. Non c’era possibilità di ottenere innovazioni legislative di peso attraverso il Congresso. Quindi, di nuovo, poco è cambiato.

Una situazione in cui una parte ha la presidenza e l'altra controlla il Congresso è comunque il normale stato delle cose nella politica degli Stati Uniti. E’ stato così per sei anni del mandato di Ronald Reagan negli Anni 80, per sei anni con Bill Clinton nei 90 e per i quattro anni conclusivi di George W. Bush. Il controllo di un solo partito è l'eccezione, non la regola.

Il presidente Obama dovrà ora trovare un modo per lavorare con il Congresso dominato dai repubblicani, cercando nel contempo di garantire che questi condividano la responsabilità agli occhi del pubblico per qualsiasi difficoltà nel governare e, soprattutto, per la persistente debolezza dell’economia. I repubblicani probabilmente preferiranno il confronto, soprattutto quelli (una minoranza, ma rumorosa) che sono giunti al potere con il sostegno dell’assai conservatore, alcuni direbbero fondamentalista, movimento del Tea Party.

Eppure il tema principale del loro programma congiunto – il deficit di bilancio - lo renderà difficile. La maggior parte delle discussioni verterà sulle spese da tagliare e su dove dovrebbe diminuire la pressione fiscale. L'obiettivo della Casa Bianca, presumibilmente, sarà quello di far apparire i repubblicani contrari all'unica cosa che essi, e il Tea Party, verosimilmente auspicano: un governo più snello e un deficit minore. L'obiettivo sarà farli apparire degli ipocriti.

Ed ecco entrare in gioco la riforma sanitaria. La creazione di una copertura universale per l’assistenza sanitaria è il risultato di cui va maggiormente orgoglioso il presidente Obama, ma anche quello per cui è più impopolare. I repubblicani cercheranno di imputare il disavanzo di bilancio al suo piano sanitario, nella speranza di renderlo uno dei temi principali delle elezioni presidenziali del 2012. Il suo obiettivo, che finora non è riuscito a cogliere, sarà quello di convincere la maggioranza del pubblico americano che il piano sanitario non è solo equo e giusto, ma anche conveniente.

La battaglia per il 2012 è, in effetti, iniziata oggi. Gli aspiranti candidati repubblicani sono occupati a interpretare il significato dei risultati di medio termine per le proprie prospettive. Sarah Palin, eroina del Tea Party e ora celebrità televisiva, starà cercando di decidere per quanto tempo ancora continuare a negare la sua candidatura, per mantenere la sua carriera televisiva, ma anche per continuare a coltivare l'immagine di outsider. Ma anche la battaglia per la conservazione a lungo termine della riforma sanitaria di Obama è iniziata oggi.

Il potere di veto del Presidente assicura la sua sopravvivenza per altri due anni, e passerà indenne attraverso il cambiamento del Congresso. Ma il motivo per cui i risultati di ieri potrebbero avere un impatto maggiore nel lungo periodo, è che probabilmente non sopravviverebbe a una vittoria repubblicana nel 2012. Poi, insieme all’abrogazione del sistema sanitario arriverebbe un programma più ampio per ridurre le dimensioni e i costi del governo federale.

Il presidente Obama ha detto in passato che è meglio essere il presidente di un solo mandato che ha ottenuto grandi cose piuttosto che essere riconfermato e fallire. Ma la verità è che ha bisogno di due mandati per preservare i suoi successi. I suoi consulenti oggi staranno cercando di elaborare per lui una serie di obiettivi e parametri di riferimento per i prossimi 12 mesi, che dovrà raggiungere se vuole essere rieletto.

Uno di questi, come già detto, è cambiare il risultato dei sondaggi sulla riforma sanitaria. Più importante, tuttavia, è un calo della disoccupazione e che un po’ di merito ne vada alla Casa Bianca. L'economia americana attualmente cresce al 2% annuo, un tasso che sarebbe considerato positivo in Europa, ma che è troppo lento per ridurre la disoccupazione negli Stati Uniti, dove la popolazione e la forza lavoro sono entrambe in crescita. Terzo punto all'ordine del giorno una soluzione credibile delle crisi in Afghanistan e in Iraq, in modo da poter dire che l'America è di nuovo sulla strada giusta in politica estera e non manda più i suoi figli e le sue figlie a morire all'estero.

L'ambiente, già grande speranza dell'amministrazione Obama, per il momento può essere dimenticato. Il protezionismo, sempre un grande spauracchio quando la disoccupazione americana è alta, si avvia a diventare un pericolo crescente, in special modo se la Cina rifiuta di rivalutare la sua moneta. Soprattutto, però, da un punto di vista internazionale, l'America tra oggi e il 2012 sarà in una sorta di limbo: preoccupata per le sue lotte interne e profondamente restia a prendere iniziative all'estero, a meno che gli eventi la forzino a farlo.

traduzione di Carla Reschia