Monti, dal canto suo, ha dato a tutti una lezione di stile politico a cui eravamo disabituati. Ha ascoltato i suoi interlocutori. Ha risposto e argomentato con pacatezza e senso dell'umorismo. Ha cercato di tenere conto delle richieste che avrebbero reso la manovra più equa, ma non ha permesso che l'impianto dell'operazione venisse tradito e snaturato. Ha spiegato perché certe misure richiedano uno studio accurato dei loro effetti e non possano venire adottate sull'onda della rabbia o dell'indignazione. Ha evitato di lasciarsi trascinare in quegli sterili litigi che fanno la gioia delle telecamere, ma si lasciano alle spalle un vuoto sconcertante di idee e di programmi. Chi temeva che un governo tecnico tradisse la volontà degli elettori dovrebbe almeno confessare che il «tecnico» non sta facendo nulla che possa pregiudicare, alla fine della legislatura, le sorti della democrazia italiana.
sabato 17 dicembre 2011
Un professore senza allievi
Monti, dal canto suo, ha dato a tutti una lezione di stile politico a cui eravamo disabituati. Ha ascoltato i suoi interlocutori. Ha risposto e argomentato con pacatezza e senso dell'umorismo. Ha cercato di tenere conto delle richieste che avrebbero reso la manovra più equa, ma non ha permesso che l'impianto dell'operazione venisse tradito e snaturato. Ha spiegato perché certe misure richiedano uno studio accurato dei loro effetti e non possano venire adottate sull'onda della rabbia o dell'indignazione. Ha evitato di lasciarsi trascinare in quegli sterili litigi che fanno la gioia delle telecamere, ma si lasciano alle spalle un vuoto sconcertante di idee e di programmi. Chi temeva che un governo tecnico tradisse la volontà degli elettori dovrebbe almeno confessare che il «tecnico» non sta facendo nulla che possa pregiudicare, alla fine della legislatura, le sorti della democrazia italiana.
martedì 8 novembre 2011
Lunga agonia, costi aggiuntivi


Sul Corriere del 21 settembre avevamo suggerito una via d'uscita che sarebbe stata utile a Silvio Berlusconi, al governo e soprattutto al Paese. Il presidente avrebbe annunciato che non intendeva chiedere un rinnovo del suo mandato e avrebbe proposto di anticipare le elezioni alla primavera dell'anno prossimo.
L'opposizione avrebbe smesso di concentrare tutto il suo fuoco polemico contro la persona di Berlusconi e si sarebbe preparata al voto con un programma su cui vi sarebbero stati confronti e discussioni. L'aria del Paese si sarebbe svelenita, l'Europa e i mercati avrebbero assistito con maggiore pazienza a una fase naturale della politica italiana, destinata a concludersi entro tempi certi, e il Pdl avrebbe avuto il tempo per organizzare il passaggio dei poteri dal suo fondatore all'uomo che ne avrebbe preso la successione.
Più o meno è quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane. Ma in un quadro confuso e disordinato, dopo un lungo periodo durante il quale abbiamo trasmesso all'Europa l'immagine di un Paese allo sbando, privo di un progetto credibile, governato da un uomo che sembra ormai ossessionato dal dramma della sua fine e si accanisce al tavolo da gioco con la testardaggine di chi spera ancora di recuperare, con un'ultima carta, il capitale perduto. Se Berlusconi tiene all'immagine che lascerà di sé nella storia politica italiana di questi anni, temo che le sue scelte degli ultimi giorni siano state le peggiori possibili. Se crede che quest'ultima sfida possa giovare alla storia del suo governo, commette un imperdonabile errore. Non giova né al Paese, ingiustamente schernito dai partner europei e punito dai mercati, né a quel partito della destra moderata di cui ogni Paese democratico ha bisogno.
Tocca all'opposizione ora giocare le sue carte. Deve permettere l'approvazione del rendiconto (un atto dovuto che sarebbe assurdo e irresponsabile sabotare), ma può presentare una mozione di sfiducia e cercare di accorciare i tempi di questa lunga agonia. Attenzione, tuttavia. Nel chiedere la sfiducia l'opposizione deve anche dire con chiarezza con quale programma andrà al governo se riuscirà a vincere le prossime elezioni. Non può limitarsi a condannare Berlusconi. Deve anche indicare quale sarà la sua linea in materia di pensioni, mercato del lavoro, privatizzazioni, liberalizzazione degli ordini professionali. Per conquistare il consenso dell'Europa non basta agitare i cartelli e gli slogan degli indignati o di una qualsiasi manifestazione sindacale. Occorre un programma che risponda alle preoccupazioni della Banca centrale europea, della Commissione, dell'Eurogruppo, del Fondo monetario internazionale. In altre parole occorre un programma che assomigli alla lettera indirizzata al governo, qualche settimana fa, dal presidente della Banca centrale europea e dal governatore della Banca d'Italia.
Se l'opposizione si nascondesse dietro programmi generici, scritti con vaghezza per compiacere i suoi potenziali alleati della sinistra populista, gli osservatori stranieri giungerebbero alla conclusione che la fine del governo Berlusconi non significa necessariamente l'avvento di un governo più credibile e affidabile. E gli elettori andranno alle urne, se ci andranno, con gli stessi sentimenti di rabbia e frustrazione con cui hanno giudicato la politica italiana in questi ultimi anni.
Sergio Romano
08 novembre 2011
venerdì 21 ottobre 2011
I volti di un satrapo


Il colonnello Muammar Gheddafi non fu soltanto il satrapo orientale, vestito di una uniforme operistica che si pavoneggiava a Roma ostentando il ritratto di Omar El Mukhtar, martire della resistenza anti-italiana, sul bavero della giacca. Prima di seppellirlo conviene ricordare che il tiranno era pur sempre un leader nazionale e che perseguì progetti diversi, quasi sempre folli, ma non privi di una loro perversa genialità .
Il primo Gheddafi imparò la politica sulle pagine del Mein Kampf di Gamal Abdel Nasser, pubblicato e diffuso nel mondo arabo sotto il titolo di «Filosofia della Rivoluzione». Scelse la carriera militare perché le forze armate potevano essere, come nel caso del leader egiziano, la piattaforma da cui balzare alla conquista del potere. Riunì intorno a sé un gruppo di giovani ufficiali perché così aveva fatto Nasser nel 1952. Volle che il primo atto della rivolta fosse la cacciata del re perché Idris, ai suoi occhi, era la versione libica dell’egiziano Farouk. Scelse per sé il grado di colonnello, dopo la vittoria, perché nessun altro rango militare gli sarebbe apparso più desiderabile di quello dell’adorato Nasser. Fu nazionalista e panarabista perché quelli erano i due cardini dell’ideologia con cui Nasser voleva promuovere la rinascita politica e morale del mondo arabo. Dovette comprendere rapidamente, tuttavia, che l’identità nazionale libica era molto più labile delle identità nazionali dell’Egitto, del Marocco, dell’Algeria e della Tunisia.
La sua prima mossa fu quella di utilizzare il periodo coloniale italiano per risvegliare un sentimento nazionale non ancora esistente. La sua seconda mossa fu il panarabismo, vale a dire la formula adottata dalle fusioni che Nasser aveva già tentato con
I suoi interessi e le sue ambizioni, nel frattempo, si spostavano dal mondo arabo all’Africa. Dopo avere sfrontatamente comperato con un diluvio di denaro la presidenza dell’Unione africana, cominciò a definire se stesso, senza un’ombra d’ironia, «re dell’Africa», anzi «re dei re dell’Africa», la carica che in passato era stata del «Negus Negast», imperatore d’Etiopia. In patria invece sosteneva di non avere cariche istituzionali e di essere semplicemente il «fratello leader», «guida verso l’era delle masse», «capo della rivoluzione». Per educare il suo popolo e rinnovare lo Stato scrisse un «libro verde» in cui erano esposti i princìpi politici ed economici della Terza Teoria Universale, una sorta di ultima profezia che avrebbe definitivamente seppellito quelle del capitalismo e del comunismo. Queste diverse incarnazioni, puntellate dai suoi generosi finanziamenti, lo avevano trasformato fisicamente.
Il giovane tenente del 1969, sobriamente vestito in una uniforme militare di taglio inglese, era diventato un nababbo orientale, avvolto in burnus sgargianti, spettinato, irsuto, mal rasato, regalmente capriccioso, protetto da un drappello di formose e robuste moschettiere. Le sue successive incarnazioni hanno procurato a Gheddafi uno stuolo di nemici.
Ma il suo scudo più efficace fu il peso degli interessi petroliferi nell’economia dei Paesi che lo odiavano. La svolta ebbe luogo quando lo stesso Gheddafi, assediato dalle sanzioni e consigliato forse dal figlio Sef El Islam, decise che la rinuncia al nucleare gli avrebbe permesso di rompere l’assedio. Comincia così una fase in cui il colonnello non cambia stile e non abbandona le sue stramberie, ma esce dall’isolamento e mette a segno qualche successo come la liberazione di uno degli attentatori di Lockerbie, detenuto in un carcere scozzese. Sembra che le sue colpe siano state dimenticate e che i suoi potenziali nemici siano disposti ad accogliere festosamente (qualcuno troppo festosamente) il ritorno all’ovile della pecora nera. Molti sperano di averlo ammansito e contano di fare con il suo Paese affari importanti.
Tutto cambia ancora una volta quando il suicidio di un giovane tunisino fa saltare il coperchio della pentola in cui bolle e ribolle la rabbia dei giovani arabi. La rivolta libica scoppia a Bengasi, vale a dire in quella parte del Paese dove esiste una vecchia fronda che Gheddafi non è mai riuscito a estirpare. Ma la protesta non sarebbe bastata a detronizzare il Raìs se alcuni dei suoi vecchi nemici non avessero deciso di sostenere i ribelli riducendo considerevolmente la forza della repressione. Qualcuno lo ha fatto per saldare vecchi conti, recitare la parte del paladino della democrazia araba, prenotare per sé una fetta considerevole della ricchezza petrolifera della Libia. E qualcuno, come l’Italia, lo ha fatto per non essere estromesso dalla partita finale. Se avesse potuto difendersi in un’aula di tribunale, Gheddafi avrebbe forse chiamato sul banco dei testimoni molti soci d’affari. Ma della sua umiliante fine politica e umana, se avesse conservato un briciolo di intelligenza, avrebbe potuto rimproverare soltanto se stesso.
Sergio Romano
21 ottobre 2011
lunedì 3 ottobre 2011
Il quadro incerto del dopo Cavaliere


Un referendum sulla legge elettorale, soprattutto se è firmato da più di un milione d'italiani, cambia il quadro politico. Tutti coloro che avrebbero preferito evitarlo (esistono a destra come a sinistra) sanno che non è possibile attendere il responso della Corte di cassazione sulla validità delle firme e quello della Corte costituzionale sulla sostanza del quesito. Le soluzioni alternative vanno preparate subito. Qualcuno sosterrà che è meglio anticipare la fine della legislatura e andare alle urne con l'attuale legge elettorale. Altri penseranno che il modo più giusto e decoroso, per evitare la consultazione referendaria, sia quello di cambiare in Parlamento la legge elettorale. Fermo restando che tutto, anche un voto con questa legge, mi sembra preferibile al prolungamento dell'agonia, credo che lo straordinario successo dell'iniziativa referendaria comporti un obbligo politico e morale: quello di dare una risposta positiva al desiderio di una legge diversa.
La seconda soluzione, quindi, è preferibile. Ma migliorerà il pessimo clima italiano soltanto se questa nuova legge elettorale sarà il risultato di una intesa fra partiti di maggioranza e d'opposizione. Esistono due fronti che attraversano in diagonale il campo dei due schieramenti: i «bipolaristi» a cui preme conservare due grandi forze che si alternino alla guida del Paese, e i «proporzionalisti», ansiosi di tornare a un sistema in cui i negoziati per la formazione del governo cominciano dopo la chiusura delle urne e l'annuncio dei risultati. Se il Pdl, come ha detto il suo segretario, è risolutamente bipolarista, deve ricercare un'intesa con quella parte dell'opposizione che ha le stesse convinzioni.
Naturalmente non basta accordarsi sul nuovo modo di votare. Una nuova legge elettorale avvicinerebbe la data del prossimo voto e dovrebbe costringere i partiti a uscire dal circolo vizioso delle reciproche accuse e dalla vaghezza con cui fanno abitualmente le loro proposte. L'opposizione non potrà limitarsi a sostenere che il governo è stato commissariato dalla Banca centrale europea. Dovrà dirci che cosa pensa delle raccomandazioni di Trichet e Draghi in materia di pensioni, contratti aziendali, riduzione degli stipendi della funzione pubblica. Il Partito democratico dovrà dirci come intende scegliere il candidato alla guida del governo. Proporrà il segretario del partito o sceglierà il metodo delle elezioni primarie? L'opposizione non potrà continuare a compiacersi delle censure pronunciate dal cardinale Bagnasco sui comportamenti del presidente del Consiglio senza dirci contemporaneamente come intende affrontare i problemi bioetici che interessano
Sinora, per fare politica, bastava criticare l'avversario. D'ora in poi, con una nuova legge elettorale alle porte, occorrerà scendere dal pulpito delle denunce e delle indignazioni per formulare proposte precise e assumere impegni. Le stesse osservazioni, naturalmente, valgono per il governo, troppo incline a trarsi d'imbarazzo accusando l'opposizione di essere solo inutilmente polemica e pregiudizialmente ostile. Se il referendum avrà l'effetto di trasformare la rissa in dialogo e confronto, dovremo ringraziare non soltanto i suoi promotori, ma anche, uno per uno, quelli che lo hanno firmato.
Sergio Romano
02 ottobre 2011
giovedì 22 settembre 2011
Una possibile soluzione


Il giudizio di Standard & Poor's sull'Italia fa esplicito riferimento, con motivazioni politiche, alla credibilità internazionale e alla tenuta del governo. Ma, io ritengo, se il presidente del Consiglio fosse costretto a dimettersi domani, le agenzie e i mercati s'interrogherebbero sulla stabilità del sistema politico italiano e sulla sua capacità di fare fronte agli impegni assunti con l'ultima manovra finanziaria. Credo che l'abbassamento del rating dipenda soprattutto dalla constatazione che il Paese non cresce e paga il debito soltanto con imposte sempre più salate: una ricetta che può soltanto garantire un futuro peggiore del presente.
Ma esiste un altro rating , più importante, ed è quello del Paese. Il problema in questo caso è certamente il presidente del Consiglio. Berlusconi è stato per molti italiani una speranza di stabilità politica e dinamismo economico. Oggi quella speranza si è dissolta sotto il peso di una micidiale combinazione di promesse non mantenute, incidenti di percorso, scandali, comportamenti indecorosi e sorprendenti imprudenze. Oggi il maggiore problema italiano è la fine dell'era Berlusconi. Tutti, anche i migliori tra i suoi amici, sanno che l'era è finita e che Berlusconi deve uscire di scena. Ma non vi è ancora un accordo sul modo in cui voltare pagina. Qualcuno spera che la mirabolante e tempestosa storia del cavaliere di Arcore termini in un tribunale alla fine di un processo per corruzione, frode o indegnità morale. Altri sperano in un risolutivo messaggio alle Camere del capo dello Stato. Sono due soluzioni che avrebbero uno stesso effetto: quello di provare l'impotenza della democrazia italiana, la sua incapacità di affrontare il problema con gli strumenti propri di un sistema democratico. Berlusconi deve andarsene, ma in un modo che non faccia violenza alla Costituzione e salvi ciò che della sua fase politica merita di essere conservato.
Penso in particolare al suo partito. Non è interesse di nessuno che una grande forza politica, votata in tre circostanze dalla maggioranza degli elettori, si dissolva. Per evitarlo, per lasciare un segno del suo passaggio terreno, Berlusconi dovrebbe annunciare che non si candiderà più alla guida del governo e che le elezioni avranno luogo nella primavera del 2012. I sette od otto mesi che ci separano dalla prossima scadenza elettorale avrebbero un effetto simile a quello che si è prodotto in Spagna quando Zapatero ha rinunciato al terzo mandato e ha poi anticipato le elezioni al 20 novembre di quest'anno. La sua mossa ha favorito l'intesa con l'opposizione su alcune questioni d'interesse nazionale e ha dato al candidato socialista, il ministro degli Interni Alfredo Pérez Rubalcaba, il tempo necessario per consolidare il suo ruolo al vertice del partito.
I vantaggi per l'Italia sarebbero considerevoli. Daremmo all'Europa e al mondo lo spettacolo di un Paese che è capace di organizzare razionalmente il proprio futuro, magari cambiando (ma non mi faccio grandi illusioni) una pessima legge elettorale. Restituiremmo la parola a un'opinione pubblica che oggi può soltanto manifestare rabbia e insofferenza. Daremmo ai partiti il tempo di prepararsi al confronto elettorale. Confermeremmo a noi stessi che gli italiani possono risolvere i loro problemi con i naturali meccanismi della democrazia. E Berlusconi potrebbe dire, non senza qualche ragione, che il merito di questa transizione è anche suo.
Sergio Romano
21 settembre 2011
giovedì 3 marzo 2011
Quelle parole sul nostro paese


Le parole pronunciate da Gheddafi sull'Italia possono sorprendere il presidente del Consiglio, probabilmente convinto di avere stretto con il colonnello libico un rapporto infrangibile fondato sulla reciproca ammirazione e sugli interessi comuni. Non possono sorprendere chiunque abbia qualche familiarità con il trattamento che Gheddafi ha riservato all'Italia sin dal giorno in cui conquistò il potere a Tripoli nel 1969.
Non vi è stato momento della sua lunga dittatura in cui il Colonnello abbia rinunciato a usare il colonialismo italiano come una piaga aperta della memoria nazionale.
Se ne è servito per distinguersi da Idris, il re bonario e saggio che aveva stabilito rapporti cordiali con l'Italia, aperto il Paese all'Eni nel 1959, lasciato che gli italiani vivessero indisturbati e svolgessero attività utili per il suo Paese.
Se ne è servito per dimostrare che nessuno meglio di lui incarnava l'orgoglio nazionale.
Se ne è servito anche quando investiva denaro nelle imprese italiane, riceveva i ministri italiani nella sua tenda, stringeva calorosamente la mano dei nostri presidenti del Consiglio.
Si potrebbe sostenere che nulla gli importava veramente quanto la possibilità di dire ai suoi connazionali, con parecchie forzature, che all'origine dello Stato libico vi erano le sofferenze e le umiliazioni subite durante il periodo coloniale.
L'anticolonialismo e la denuncia delle colpe italiane sono stati lo zoccolo del suo potere, l'argomento retorico che gli consentiva di rappresentare se stesso come l'uomo che aveva liberato i libici dallo stato di soggezione morale e psicologica in cui avevano continuato a vivere durante il regno di Idris.
Beninteso, questo non gli ha impedito di fare affari con l'Italia e con la sua maggiore compagnia petrolifera. Ma accusarlo di duplicità sarebbe sbagliato. Duplice è l'uomo che nasconde i suoi pensieri e le sue intenzioni. Gheddafi, invece, ha agito sempre su due piani egualmente visibili. Era pronto a trattare con l'Italia, ma non avrebbe mai smesso di usarla come la bestia nera del suo Paese, il nemico secolare della nazione. Ne abbiamo avuto una ennesima prova quando ha portato con sé, durante la visita a Roma, un veterano della resistenza anti-italiana e appiccicato sul bavero della sua giacca il ritratto di Omar el-Mukhtar, il leader cirenaico che il generale Graziani fece impiccare nel settembre 1931.
È davvero sorprendente che questo nuovo attacco all'Italia coincida con una fase in cui il suo potere è traballante? Mai il «nemico italiano» gli è stato utile come in questo momento. Per certi aspetti l'ennesima sfuriata anti-italiana è un segno della precarietà della sua situazione.
Potremmo alzare le spalle e compatirlo se non avessimo il sentimento di avere contribuito al suo disprezzo. Ho sempre pensato che l'Italia avesse un interesse, non soltanto economico, a seppellire il passato. Tutti i maggiori Paesi coloniali (
Sergio Romano
03 marzo 2011
mercoledì 16 febbraio 2011
Accettare il giudizio

Credo che Berlusconi, dopo la decisione del giudice per le indagini preliminari, debba calcolare attentamente i possibili effetti delle sue parole e iniziative. Può criticare alcuni magistrati, ma non può attaccare la magistratura. Può persino spingersi sino a denunciare l'esistenza di un disegno malevolo nei suoi confronti, ma non può rifiutare procedure che appartengono ai compiti e alle funzioni dell'ordine giudiziario.
Non potrebbe farlo un cittadino senza assumere implicitamente un atteggiamento eversivo. Non può farlo, a maggiore ragione, un presidente del Consiglio perché il suo atteggiamento verrebbe percepito come un atto di guerra e l'inizio di un insanabile conflitto istituzionale. In tribunale i suoi avvocati possono sollevare eccezioni (compresa quella dell'incompetenza della sede di Milano) e servirsi di tutti gli strumenti che la giustizia garantisce a un cittadino. Ma l'imputato, quando è capo dell'esecutivo, non può rifiutare il giudizio senza esprimere contemporaneamente un voto di sfiducia contro l'intera magistratura e autorizzare obiettivamente i suoi connazionali a comportarsi nello stesso modo.
È possibile d'altro canto che l'accettazione del giudizio gli assicuri qualche punto di vantaggio. Darà una prova di coraggio. Avrà l'occasione di fare valere le sue ragioni. Eviterà di offrire ai suoi critici argomenti polemici a cui non sarebbe facile replicare. Forse farà persino nascere qualche dubbio nella mente di coloro che già lo considerano colpevole. Non è necessario essere berlusconiano o elettore del Pdl per assistere con disagio a certe iniziative della magistratura inquirente.
A nessun italiano può piacere che il presidente del Consiglio si serva della sua autorità per scavalcare tutti i passaggi intermedi e mettere in imbarazzo un funzionario di questura con richieste telefoniche a cui è difficile per un sottoposto non aderire. Ma questa è anzitutto una colpa politica e per di più una delle più diffuse e frequenti in un sistema in cui non sono molti gli uomini pubblici che si astengono dall'approfittare della propria posizione. Si è detto frequentemente, negli scorsi giorni, che anche la magistratura degli Stati Uniti si sbarazzò di Al Capone imputandogli un reato minore. Ma l'evasione fiscale non era un reato minore ed è stata sempre perseguita in America con particolare severità ; mentre la concussione imputata a Berlusconi è uno dei reati meno perseguiti della politica italiana. Sarebbe giusto cominciare a farlo. Ma oggi, in queste circostanze, dimostrerebbe che in Italia non esiste soltanto un caso Berlusconi. Esiste anche un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale alla stagione di Mani pulite e che non siamo ancora riusciti a sciogliere.
Vi è un'altra ragione per cui Berlusconi deve accettare il giudizio. Il presidente del Consiglio ha un interesse che è anche nazionale. Deve evitare che questa legislatura finisca in un'aula di tribunale. Il solo modo per impedire che questo accada è quello di governare accettando, giorno dopo giorno, il confronto con il Parlamento. Se dimostra di avere una maggioranza, nessuno, se non una sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi. Se la maggioranza non è sufficiente occorre tornare alle urne. In ambedue i casi avremo dimostrato che la politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali.
Sergio Romano
16 febbraio 2011
sabato 5 dicembre 2009
Tutti i dubbi (ragionevoli)

Gaspare Spatuzza, testimone nel processo contro Marcello Dell’Utri, è un «pentito». Appartiene quindi a una categoria di testimoni di cui è lecito chiedersi se non rappresentino in molti casi, per usare un’espressione militare, la prosecuzione della guerra di mafia con altri mezzi. Non parla di fatti recenti, sui quali è possibile raccogliere altre testimonianze, ma di eventi accaduti più di quindici anni fa. Quali sono le sue credenziali? E’ permesso chiedersi perché parli ora, con tanto ritardo, e fornisca informazioni che colpiscono Berlusconi nel momento in cui il presidente del Consiglio è messo alle strette da altre indagini? Non credo vi sia uomo politico o magistrato di buon senso che non abbia avuto, ascoltandone le dichiarazioni, questi dubbi e queste perplessità .Ma la giustizia non può scartare una ipotesi senza averla verificata e deve quindi, come usa dire in queste circostanze, andare sino in fondo. Nulla da eccepire, come abbiamo già scritto, se i processi fossero ragionevolmente brevi e dessero una rapida risposta ai nostri dubbi. Ma viviamo in un Paese dove quello di Perugia è durato, dal giorno del delitto, due anni; ed è, come sappiamo, un puzzle di cui la magistratura possiede tutti i pezzi: il cadavere, l’arma del delitto, la stanza della morte, i possibili assassini. Che cosa accadrà di un processo che concerne fatti lontani e che ha perduto lungo la strada, per ragioni anagrafiche, alcuni possibili imputati e testimoni? Può un intero sistema politico essere indefinitamente ostaggio di una vicenda giudiziaria che getta sul premier l’ombra di una colpa non ancora provata ma tale da intaccare la sua autorità ? In Francia, quando un magistrato cominciò a indagare sul presidente della Repubblica, fu possibile decidere che le indagini sarebbero state riprese alla fine del suo mandato. In Italia, come abbiamo visto, soluzioni di questo genere si scontrano con le resistenze della magistratura e le sentenze della Corte costituzionale. Forse perché i magistrati, come sostiene Berlusconi, gli sono nemici? Credo piuttosto che le ragioni siano, nel senso migliore della parola, professionali. Molti giudici e procuratori si rendono conto della gravità della situazione, ma non vogliono prendere decisioni che sembrerebbero, nel clima surriscaldato della politica italiana, una diminuzione del ruolo pubblico conquistato negli ultimi vent’anni. Ed eccoci tutti prigionieri di un processo che potrebbe anche assolvere Berlusconi, ma che, nel frattempo, avrà condannato l’Italia alla paralisi. Chi indennizzerà il Paese del tempo perduto, delle occasioni mancate, delle riforme accantonate? Ho descritto il labirinto italiano, ma rifiuto di credere che non abbia, come tutti i labirinti, una via d’uscita. Spetta alla politica trovarla; e la strada maestra potrebbe essere quella di un impegno congiunto fra maggioranza e opposizione per riforme istituzionali che mettano fine a una transizione durata ormai poco meno del regime fascista. Ma occorrono almeno due sacrifici. L’opposizione deve lasciare che il processo faccia il suo corso senza utilizzarlo politicamente. E Berlusconi deve permettere alla magistratura di lavorare (anche ai processi contro di lui) e deve capire che nulla potrà garantirgli il completamento del mandato quanto un’intesa con l’opposizione sui nodi istituzionali che la maggioranza, da sola, non può sciogliere.
Sergio Romano
05 dicembre 2009
mercoledì 18 marzo 2009
Se le fusioni non bastano

Se avremo finalmente due grandi partiti lo dovremo paradossalmente ad alcuni leader (Veltroni, Rutelli, Berlusconi, Fini) che, pur combattendosi da posizione opposte, hanno deciso di imitarsi e di avanzare su strade parallele verso uno stesso obiettivo. La durata e la felicità di questi matrimoni, tuttavia, non sono scontate. La nascita del Partito democratico ricorda per molti aspetti l’unificazione socialista nell’ottobre del 1966. Il Psi di Nenni e il Psdi di Saragat si fusero, ma conservarono le loro rispettive strutture, i loro apparati burocratici e persino i centralini telefonici delle due direzioni. Bastarono i risultati elettorali della primavera del 1968, quando il partito unificato conquistò il 15,5% alla Camera contro il 13,8% al Psi e il 6,1% al Psdi nelle elezioni precedenti, perché i due partiti rimproverassero all’unificazione le loro sventure e decidessero di divorziare.
Ciò che è accaduto al Partito democratico dopo le elezioni politiche dell’anno scorso dimostra che i matrimoni, soprattutto nella loro prima fase, sono fragili e possono sciogliersi bruscamente da un momento all’altro. I malumori visibili nel partito di Gianfranco Fini alla vigilia del Congresso che deve proclamare la fine di Alleanza Nazionale e la sua fusione con Forza Italia, suggeriscono le stesse riflessioni. Se confrontato al Pd, il Pdl ha certamente un vantaggio: la leadership di Silvio Berlusconi e la sua popolarità nel Paese. Ma una forza politica così strettamente legata al ruolo di una persona può maggiormente subire, soprattutto nella sua fase iniziale, i contraccolpi della cattiva fortuna. Siamo dunque condannati a un bipartitismo precario e provvisorio? Per rispondere a questa domanda conviene ricordare che il bipolarismo imperfetto costruito in Italia negli ultimi quindici anni è in buona parte il risultato delle due leggi elettorali con cui il Paese è andato alle urne dopo la riforma del 1993.
Vi sono stati due blocchi contrapposti perché i partiti hanno dovuto coalizzarsi per sopravvivere. Ma nei Paesi dove le famiglie politiche sono tradizionalmente numerose e la cultura rimane tenacemente proporzionalista, le leggi elettorali, come abbiamo constatato nel corso di questi anni, non bastano da sole a garantire l’unità delle coalizioni per la durata dell’intera legislatura. L’esempio francese può servirci a comprendere il problema italiano. In Francia il bipartitismo è il risultato di due fattori complementari: il doppio turno con un’alta soglia di sbarramento e l’elezione popolare del presidente della Repubblica. Ogni qualvolta la scena politica tende nuovamente a frammentarsi l’elezione presidenziale costringe i partiti a unirsi dietro un candidato con buone possibilità di vittoria.
Furono le istituzioni del generale de Gaulle che permisero a François Mitterrand di fare del partito socialista e di se stesso, negli anni Settanta, il partner maggiore della coalizione social-comunista. I comunisti sapevano che il loro candidato non poteva vincere e dovettero votare per lui. Non è tutto. Una volta superata la soglia del palazzo presidenziale, il capo della V Repubblica mantiene, grazie ai suoi poteri, l’unità del suo partito e costringe i suoi oppositori a fare altrettanto. La Francia continua ad avere una pluralità di forze politiche. Ma l’elezione del presidente semplifica il quadro elettorale, garantisce la stabilità dell’esecutivo e assicura una migliore governabilità . Questo non significa che le istituzioni francesi siano necessariamente adatte all’Italia.
Il bipartitismo e la governabilità possono essere ottenute con formule costituzionali che tengano maggiormente conto delle nostre consuetudini e delle nostre idiosincrasie. Ma è meglio ricordare che le fusioni non bastano. Occorre un quadro istituzionale che tenda alla creazione di due leader contrapposti. E occorre che questi leader abbiano i poteri necessari per mantenere uniti i loro rispettivi partiti. Fino a quando non avremo riformato quelle parti della Costituzione che concernono il premier, il governo e il Parlamento, le unificazioni rischiano di essere fragili e provvisorie.
18 marzo 2009


