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sabato 20 novembre 2010

E Silvio si arroccò nel maniero di Re Artù


di Lia Celi

Probabili scenari per l'ultimo capitolo della Berlusconeide. Ispirati al subcomandante Marcos, a David Crockett e al Rocky Horror Picture Show

(19 novembre 2010)

C'è chi evoca il bunker di Berlino, chi la fine lussuriosa di Sardanapalo, chi lo scroscio di uno sciacquone. Una cosa è certa: l'ultimo capitolo della Berlusconeide, quando verrà, sarà spettacolare. E il suo protagonista non lascerà nulla al caso. Anzi, com'è nel suo stile, sta già valutando diversi scenari, uno più grandioso dell'altro, per consegnarsi alla Storia senza consegnarsi alla giustizia. Ecco quelli più accreditati.

IPOTESI DAVY CROCKETT
Un viaggio segreto in Texas, un sopralluogo a El Alamo, un salto in un'agenzia immobiliare. E ora sul citofono del forte dove nel 1836 il mitico Davy Crockett e un drappello di volontari resistettero fino alla morte contro l'esercito messicano, c'è il suo nome: Silvio Berlusconi. Conquistato dalla figura di Crockett, come lui cacciatore infallibile di selvaggina da pelo, il premier avrebbe acquistato l'intero forte per trasferirvi il suo stato maggiore in vista di un eventuale assedio finale da parte di giudici, giornalisti faziosi e squillo ingrate. Le postazioni dove Crockett aveva disposto cannoni che sparavano palle devastanti verranno occupate da Vittorio Feltri e Augusto Minzolini, e Nicolò Ghedini, alla testa del Settimo Cavilleria, cercherà di scompaginare le linee dei pm. Per ora, tuttavia, ad assediare Alamo non sono né magistrati né inviati di «Repubblica», solo orde di texani infuriati per essere stati pelati a poker da Emilio Fede.

IPOTESI RE ARTU'
Suffragato dal recente acquisto di un maniero in Cornovaglia, lo showdown berlusconiano in stile Camelot fa sognare giovane destra fantasy che fa capo a Giorgia Meloni. Seguendo la leggenda di re Artù, il generoso sovrano che passava la vita a liberare donzelle indifese prigioniere in lugubri questure, il premier e il suo seguito verrebbero trasportati in un castello fatato perduto nelle nebbie nordiche, per cadere in un sonno profondo – più o meno quel che succede durante le feste ad Arcore quando Lele Mora rimane imbottigliato in autostrada con le ragazze e la bumba. Marina Berlusconi starebbe già battendo i mercatini dell'usato in cerca di armature originali per i paladini più fedeli: Dell'Uther Pendragon, il prode Lancicchitto, il purissimo Gasparsifal e Alemanno, il cavaliere romano che combatté valorosamente contro il pedaggio sul Sacro Gra.

IPOTESI REV. JONES
Durante il suo ultimo suo soggiorno ai Caraibi il premier ha visitato la Guyana, dove nel 1978 il reverendo Jim Jones, un mandrillo megalomane filostalinista accusato di vari crimini, si avvelenò insieme ai suoi seguaci per sfuggire all'arresto. Panico tra i berlusconiani, al pensiero che il capo volesse ripeterne la nemesi suicida; ancora più terrorizzati i superstiti della setta di Jones, che alla vista di un Berlusconi abbronzatissimo, in completo bianco e parrucchino tropicale, si sono nascosti nella giungla urlando: «Ma allora è vero che non era morto». Offeso per essere stato confuso con un filo-stalinista come Jones, il Cavaliere ha lasciato frettolosamente il Paese. «Ho sempre avuto il sospetto che questo Jones fosse un coglione,» ha spiegato, a bordo del suo aereo privato. «Si è suicidato pur avendo ancora 900 seguaci, quando gliene bastavano 315 per ottenere la fiducia alla Camera e farla franca.» Comunque, a scanso di brutte sorprese, ora gli invitati alle feste del premier si portano le bevande da casa.

IPOTESI SUBCOMANDANTE MARCOS
Il crepuscolo del premier Berlusconi potrebbe essere l'alba del subcomandante Silvios. Ad avvalorare i sospetti, la sua nota passione per il Chiapas, oltre per le Tetas, e voci insistenti sull'acquisto di una foresta non lontana dalla capitale, in cui rifugiarsi in caso di tracollo politico. Berlusconi come il guerrigliero Marcos? «Sì, ma lui crede si tratti di Ferdinando Marcos, l'ex dittatore filippino,» confidano quelli del suo staff, «e poi indossare sempre il passamontagna gli consentirebbe di diradare i lifting». Nessun progetto utopistico alla Robin Hood: la presenza del ministro Tremonti (che avrebbe suggerito il nome di "Selva Lacondona") garantisce che i guerriglieri di Silvios continueranno a rubare ai poveri per dare ai ricchi. Ma la fuga nei boschi potrebbe non essere imminente: malgrado i tagli del governo all'ambiente, le foreste italiane sono ancora piene di alberi disposti a caso dalla Natura, mentre Berlusconi ha in mente una foresta hi-tech, con ruscelli riscaldati, usignoli che cinguettano canzoni napoletane, scoiattoli-barman e Cappuccetti rossi in topless. Il progetto c'è già, ma per realizzarlo ci vorranno almeno due anni e una congrua tangente ai fratelli Grimm.

sabato 30 ottobre 2010

Ruby, l'assordante silenzio dei finiani


di Fabio Chiusi

L'opposizione chiede la testa di Berlusconi, Famiglia Cristiana gli dà del matto. La stampa estera è sconsolata. L'unica voce che manca sulla vicenda della minorenne e il Presidente è quella di Futuro e Libertà

(29 ottobre 2010)

Il Pdl fa quadrato intorno al suo padre-padrone mentre l'opposizione ne chiede la testa. Famiglia Cristiana gli dà del matto e la stampa estera si produce in un "ci risiamo". Ma sulla vicenda della minorenne che avrebbe frequentato feste ad alto tasso di "bunga bunga" ad Arcore insieme al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi manca una voce: quella di Futuro e Libertà. Che fine hanno fatto i professionisti della dichiarazione, Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio?

L'ala definita addirittura "giustizialista" dai giornali di famiglia del premier oggi tace. Così come tace il sito di Generazione Italia, solitamente pronto a cogliere al balzo la palla della polemica con l'odiato egoarca.

Nemmeno una parola sulle peripezie di Ruby. Niente sulle telefonate in Questura che Berlusconi, tramite il suo staff o direttamente, avrebbe effettuato per chiedere il rilascio della controversa cubista accusata di furto, con precedenti, senza documenti e diciassettenne. Attribuendole addirittura lo status di nipote di Hosni Mubarak, il capo di Stato egiziano che, tuttavia, con la disinibita aspirante carabiniere non ha nulla a che fare. Gianmario Mariniello, direttore del sito, si è limitato a uno status su Facebook: «Il bunga bunga della libertà».

Anche l'altro ariete dell'area finiana, il webmagazine della fondazione Farefuturo, non si sbilancia. C'è solo un pezzo apparso sul Secolo d'Italia in cui ci si limita ad osservare, genericamente ma non troppo, che «le alte cariche dovrebbero essere indipendenti da vizi privati». E il direttore, Filippo Rossi, è lapidario: «Ãˆ una vicenda che raccontiamo ma non commentiamo». E loro, i "giustizialisti", che pensano al riguardo? Briguglio si cuce la bocca, anche se controvoglia: «Non voglio commentare questa vicenda, non in questo frangente».

Eppure qualcosa gli scappa: «Posso dirle che la ritengo molto squallida, e che se emergeranno elementi che possano in qualche modo riguardare la sicurezza della persona del premier allora, così come ho fatto per villa Certosa, chiederò che nelle sedi competenti, a cominciare dal Copasir, si affronti la questione. Ma limitatamente a questo aspetto». Dunque il premier è ricattabile? «Le ho già risposto». Bocchino è più loquace, ma non meno cauto: «Preferiamo non entrare proprio in questa vicenda, riguarda i comportamenti personali del premier e non sono oggetto di valutazione politica». Ma la telefonata in Questura? «Se si provasse l'intervento diretto e personale del premier sulla Questura per favorire il rilascio della ragazza, dicendo per giunta il falso sull'identità di un familiare di un capo di Stato estero, allora la questione porrebbe problemi molto più gravi al governo. Allo stato attuale lasciamo giudicare al cittadino».

Ma alla domanda sulla ricattabilità del premier, Bocchino risponde con un lungo sospiro e una certa titubanza. Prima di sfoderare un politichese impeccabile: « Io penso che il presidente del Consiglio abbia il dovere di governare, e prima attuerà il programma meglio sarà per tutti». Chi si sbottona è, al solito, Fabio Granata, falco tra i falchi finiani: «Un altro tassello si unisce a un panorama non certo esaltante», dice a L'espresso. E se il membro della commissione Antimafia invita a non dare troppa importanza alla questione («ci sono cose ben più gravi», sospira), dall'altro è costretto a registrare il continuo riproporsi di «episodi in cui l'immagine complessiva della politica e del presidente del Consiglio escono fortemente danneggiate». Il comportamento di Berlusconi, dunque, è stato ancora una volta «tutt'altro che attento e rigoroso» come si converrebbe al ruolo istituzionale che ricopre.

L'aspetto più negativo in tal senso? «La telefonata in Questura non è certamente un gesto che può essere addotto ad esempio». Poca cosa, dunque. Soprattutto se si commisura alla forte impronta che il nascente partito vorrebbe lasciare nel solco dell'etica pubblica e della legalità. La posizione questa volta è compatta: la questione non è politica. Lo ribadisce Benedetto Della Vedova, che invita ad «occuparsi di altro»: «Già quando facciamo politica siamo costretti a parlare solo di giustizia...», rivela con insofferenza. Come a far intendere che se di crisi si deve trattare, non sarà per del "ciarpame senza pudore", ma per una riforma e, più in generale, un'agenda politica che a Gianfranco Fini e ai suoi fedelissimi proprio non piace.

Nell'attesa che il divorzio si consumi, e le premesse ci sono tutte, si registra la posizione più dura sull'affaire Ruby. E viene proprio da uno stretto collaboratore parlamentare dell'ex radicale, Piercamillo Falasca. Che accusa: «Ognuno ha il diritto alla propria vita privata, alla propria sessualità e ai propri bunga bunga party. Ma governare un paese significa anzitutto rinunciare ad una parte della propria sfera personale, accettando le convenzioni morali della democrazia». Il finale è col botto: «Da centrodestra, la butto lì: non sarebbe il caso che Berlusconi lasciasse a Tremonti la presidenza del Consiglio?».

Chissà quanti, nel partito, la pensano come lui ma non possono dirlo.

'Firme false per Nicole'


di Alessandro Capriccioli

Le irregolarità nella presentazione della lista Formigoni sono connesse con la volontà del premier di inserire a tutti i costi la candidata Minetti, oggi indagata per le feste ad Arcore. La denuncia del radicale Cappato

(29 ottobre 2010)

C'è un collegamento molto diretto tra le attività per le quali oggi è indagata Nicole Minetti (l'ex igienista dentale del San Raffaele eletta nel marzo scorso consigliere regionale in Lombardia) e le gravi irregolarità con cui alle regionali è stata presentata la lista Formigoni. E quanto sostiene il radicale Marco Cappato, promotore, insieme agli altri radicali, della denuncia sulle irregolarità nel listino di Formigoni.

Allora, Cappato, che c'entra il "bunga bunga" con le firme irregolari di Formigoni?
«Te lo dico in cinque minuti, ma per farlo c'è bisogno di un passo indietro».

Facciamolo.
«Bene, allora ti faccio una domanda io: secondo te è plausibile che una coalizione come quella di centrodestra (Pdl più Lega) che in Lombardia è fortissima, non sia riuscita a raccogliere 3.500 firme regolari in una regione di 12 milioni di abitanti, avendo per giunta a disposizione decine di migliaia di consiglieri comunali e regionali da usare come autenticatori?»

In effetti sembrerebbe un compito facile facile...
«Direi ridicolo. Quindi se non ce l'hanno fatta a portarlo a termine regolarmente dev'esserci un motivo preciso. E sai qual è? Fino all'ultimo giorno prima del deposito delle liste si sono scannati per inserire nei posti migliori - quelli blindati nella parte alta del listino bloccato - i candidati sponsorizzati da questo o da quell'altro».

Addirittura scannati?
«Certo. Le cronache locali raccontano addirittura che nell'ultima riunione siano volati schiaffoni, e non metaforici: da un lato c'erano i candidati graditi al Cavaliere, dall'altro i leghisti che volevano garantirsi quante più poltrone possibili...».

E quindi?
«E quindi fino all'ultimo non si sapeva su quali nomi raccogliere le firme: se avessero iniziato a farlo dopo la chiusura delle liste, come impone la legge, avrebbero avuto a disposizione solo poche ore. Una missione impossibile perfino per una coalizione così forte, perchè comunque un po' di tempo ci vuole, non foss'altro che per far certificare le firme dai comuni. Così, vista l'aria che tirava, qualcuno ha pensato di avvantaggiarsi, raccogliendo in anticipo le firme su liste "in bianco" (sono più della metà), e qualcun altro ha avuto l'alzata d'ingegno di falsificarle nel poco tempo che rimaneva tra la chiusura delle liste e il termine di presentazione. Poi c'è anche chi si è avvantaggiato falsificando, ma qua stiamo parlando dei fuoriclasse...e infine ci sono pure i "veggenti", che hanno chiesto ai comuni i certificati elettorali di gente che non aveva ancora firmato e che poi -guarda caso- firmerà nello stesso esatto ordine di emissione dei certificati (il mago Otelma in confronto non è nessuno)».

Un quadretto edificante, non c'è che dire: ma continua a sfuggirmi cosa c'entri col "bunga bunga".
«Uno dei candidati per cui la battaglia è stata più aspra fino all'ultimo era Nicole Minetti, l'igienista dentale di Berlusconi che ora è indagata per favoreggiamento della prostituzione».

Anche lei fu inserita al fotofinish?
«Certo, e la cosa è documentata. C'è un'intervista del 25 febbraio (parliamo di 48 ore dal termine di deposito delle liste) in cui lei stessa ammette che "non c'è nulla di definito". E le prime firme sul listino sono state raccolte e autenticate il 13 febbraio, vale a dire dodici giorni prima. Si chiama falso ideologico, e tutto per poterla infilare dentro all'ultimo secondo lei e un altro...».

Poi, due mesi dopo, la ritroviamo nell'anticamera della questura nella quale Ruby è stata fermata, proprio mentre arriva la telefonata della presidenza del Consiglio che fa pressioni per liberarla...
«Già. Ma fosse solo questa, la telefonata... ».

Prego?
«In questa storia ce ne sono tante, di telefonate. E anche di visite. Per esempio quella di Pasquale Lombardi, presunto faccendiere della cosiddetta P3, che va a trovare il giudice Marra...»

Il presidente della Corte d'Appello che si è dimesso per "ristabilire la verità" sulla P3?
«Proprio lui. Lombardi lo va a trovare dopo che l'ufficio elettorale ha sospeso il listino di Formigoni in seguito alla denuncia dei radicali: e ci va, come riporta Marra, con il ricorso dei legali di Formigoni in mano, tanto perché siano chiari i motivi della visita».

Non pare esattamente ineccepibile...
«Non lo è. Ma non è tutto. C'è anche la telefonata, sempre a Marra, del Prefetto di Milano, che si informa sulla questione delle firme false e gli riporta voce secondo le quali la decisione dell'ufficio elettorale di accogliere il ricorso dei Radicali sarebbe "infondata". Proprio come Palazzo Chigi ha confermato la telefonata per Ruby, anche la Prefettura ha confermato la telefonata per Formy, dicendo che "rientrava nell'ordinarietà" dei rapporti istituzionali».

E tutto per inserire la Minetti in lista?
«Tutto per manovrare posti fino all'ultimo, Minetti inclusa. E sai cosa? Il "bunga bunga" sarà tormentone a reti unificate delle prossime settimane, ma della truffa contro gli elettori lombardi si continua a parlare solo nelle cronaca milanesi di qualche giornale».

giovedì 28 ottobre 2010

Corruzione, si ferma così



di Mauro Munafò

«Non servono pene più severe, ma leggi per far emergere il reato. Il contrario di quello che avviene da noi, con la depenalizzazione dei reati finanziari». Dopo il rapporto-choc sull'Italia, parla il giudice Piercamillo Davigo

(27 ottobre 2010)

Il Palazzo della politica, in grandissima parte, ha accolto con una scrollata di spalle una notizia che in tutti gli altri paesi sviluppati sarebbe stata un terremoto: il crollo del "rating" del nostro Paese nelle classifiche mondiali della corruzione. A segnalare il degrado italiano è stata un'organizzazione indipendente, Transparency International, che nel suo rapporto sul grado di onestà nei diversi paesi del mondo ha classificato l'Italia al 67esimo posto nel mondo con il punteggio di 3,9 su 10: mai così in basso da quando viene pubblicato il rapporto e ultima tra le democrazie occidentali. Ma, per capirci, siamo sotto perfino il Rwanda e Ghana. Nello stesso documento, l'associazione internazionale segnala l'importanza di approvare in fretta una nuova legge contro la corruzione. Una legge che in Italia corrisponde al Ddl anticorruzione, attualmente parcheggiato in Commissione al Senato e rimasto fermo per dare la priorità al Lodo Alfano. La corruzione è una piaga che, secondo la Corte dei Conti, ci costa sessanta miliardi l'anno: quasi mille euro a persona.

'L'espresso' ne ha parlato con Piercamillo Davigo, consigliere della Corte Suprema di Cassazione ed ex pm del Pool di Mani Pulite ai tempi di Tangentopoli, di recente autore con Grazia Mannozzi del volume "La corruzione in Italia: percezione sociale e controllo penale".

Dopo l'ennesima bocciatura internazionale, si torna a parlare del disegno di legge anticorruzione. Ha senso approvarlo in fretta?
«Credo che questo disegno di legge non abbia in realtà alcuna efficacia nei confronti dei reati che dice di voler perseguire. Anche se venisse approvato non cambierebbero i veri problemi».

Perché?
«Si possono anche inserire pene più severe per la corruzione, persino l'ergastolo, ma questo non risolve nulla. Si devono invece introdurre delle norme che aiutino a far emergere la notizia di reato. Altrimenti si finisce per avere delle pene molto severe per dei reati che non si possono scoprire. Le faccio un esempio: in venti anni alla Corte di Appello di Reggio Calabria ci sono state solo due condanne per corruzione. Se si vuol credere che quella è un'isola felice va bene, ma forse c'è qualcosa che non va».

Cosa serve per una vera lotta alla corruzione?
«La corruzione è un reato che solo in minima parte viene denunciato. La differenza tra i casi denunciati e quelli che davvero accadono è molto elevata e si deve trovare un modo per far emergere questo sommerso».

E oggi non è possibile?
«E' molto più difficile. Le leggi degli ultimi anni, approvate sia da destra sia da sinistra, hanno depenalizzato una serie di reati finanziari che aiutavano a smascherare la corruzione. L'abuso di ufficio oggi è molto difficile da provare, il falso in bilancio è stato in gran parte depenalizzato. Ed era proprio dal falso in bilancio e dai fondi neri creati in questo modo dalle aziende che partivano spesso le indagini per corruzione. Senza parlare dei tempi di prescrizione che hanno trasformato i processi in una corsa contro il tempo prima che scadano i termini».

Con quale risultato?
«La corruzione non ha effetti nefasti solo dal punto di vista etico, ma anche pratico. In altri termini, costa moltissimo a tutto il Paese e a tutti i contribuenti. Ci sono settori economici che dopo la scoperta di vicende di corruzione hanno visto crollare i prezzi degli appalti anche del 50 per cento. Senza dire che prendersi un appalto con le mazzette è una distorsione del mercato e della libera concorrenza, e ha come conseguenza una minore efficienza delle imprese»

sabato 2 ottobre 2010

Corruzione, la grande beffa



di Paolo Biondani

Ufficialmente oggi in Italia ci sono meno di cento imputati per mazzette, contro i duemila di 15 anni fa. Tutti diventati onesti? Macchè, è l'effetto delle leggi che hanno cancellato i reati. Ed ecco i dati veri

(30 settembre 2010)

Febbraio 1992: Mario Chiesa, politico socialista di livello comunale, viene arrestato a Milano mentre intasca una tangente di 7 milioni di lire. In carcere confessa. Fa arrestare otto imprenditori da lui favoriti. Che vuotano il sacco. Comincia Mani Pulite. Febbraio 2010. Milko Pennisi, politico berlusconiano di livello comunale, finisce in manette sotto Palazzo Marino mentre incassa una mazzetta di 5 mila euro. In banca è pieno di liquido. I pm interrogano una decina di imprenditori da lui favoriti. Nessuno parla. E Pennisi patteggia ammettendo quell'unica bustarella.

Secondo flash. Il gruppo Eni, che fu travolto da Mani Pulite, è di nuovo sotto inchiesta per presunte maxi-tangenti versate in Nigeria per gas e petrolio. Negli Usa il colosso italiano patteggia, versando 365 milioni di dollari. In Italia rischia al massimo una multa da mezzo milione: manca solo il timbro finale della Cassazione.

La corruzione ha vinto. Nel 2008 in tutta Italia sono diventate esecutive solo 255 condanne per mazzette, come rivelano i dati ottenuti da "L'espresso": un bilancio da paese normale, quasi immune dal malaffare. Invece, diciotto anni dopo Tangentopoli, l'Italia continua a restare in coda a tutte le nazioni civili nelle classifiche sulla legalità: Transparency, l'organizzazione internazionale che misura la "corruzione percepita", ci colloca al 63esimo posto nel mondo, allo stesso livello dell'Arabia Saudita. Ci battono, e di molto, tutti gli Stati occidentali (scandinavi, europei e anglosassoni), ma anche paesi africani come il Botswana e paradisi offshore come Hong Kong o l'ormai celebre isola di Saint Lucia. Le inchieste di Mani Pulite sembravano aver abbattuto il sistema delle tangenti: tra il '92 e il '93 solo a Milano si aprivano in media cinque indagini al giorno per corruzione. Ora, però, una serie di dati raccolti per la prima volta da "L'Espresso" documentano che il periodo di massiccia emersione degli scandali, con imprenditori e politici in coda per confessare, è durato in realtà poco più di un anno. Già dal '94 le inchieste e le denunce si sono ridotte a meno di un quarto. Che Tangentopoli non fosse un'invenzione dei magistrati, lo provano i risultati (parziali) dei primi dieci anni di processi del pool milanese: 1.408 condannati per concussione, corruzione, finanziamento illecito dei partiti e falso in bilancio. Ma da allora in poi, come mostrano i dati finora inediti, il numero degli indagati e dei condannati si è sempre più assottigliato. Un calo continuo, che si è accentuato in tre anni chiave (1997, 2002, 2005), in coincidenza con le più criticate leggi che hanno cambiato il codice penale e le regole dei processi. Oggi nel nostro Paese la lotta all'illegalità è ai minimi storici: sempre meno denunce, sempre meno condanne. L'effetto finale è una gigantesca bolla d'impunità. Che gonfia i costi dell'Azienda Italia, complicando l'uscita dalla crisi. E preoccupa le autorità internazionali, al punto da farci rischiare sanzioni dall'Ocse. Mentre il problema più grave, secondo gli esperti, è che una corruzione così pervasiva e vincente favorisce anche l'assalto mafioso all'economia.

Condanne dimezzate
L'ex pm Piercamillo Davigo e la professoressa Grazia Mannozzi, nel libro "La corruzione in Italia", avevano analizzato i reati commessi dal 1983 al 2002, scoprendo che solo il due per cento dei colpevoli ha scontato in carcere la condanna definitiva. Negli ultimi anni, come certificano i dati dell'Istat raccolti da "L'espresso", l'area della punibilità si è ancora più ristretta. Nel 2008 in Italia sono stati condannati con verdetto definitivo solo 77 accusati di concussione (tangenti estorte da politici o funzionari pubblici), contro i 158 del 2001. Negli stessi otto anni si sono dimezzati anche i condannati per corruzione, scesi da 354 a 178.

Nel periodo d'oro di Mani Pulite ('93-97) in Italia si contavano 1500-2000 condanne definitive all'anno. Ora a Milano gli uffici statistici della procura ne hanno contate appena 23 nel 2009 e solo 14 tra gennaio e settembre 2010. Politici e imprenditori sono diventati più onesti o è solo diventato più facile ottenere l'impunità? A suffragare l'ipotesi peggiore è il dato sull'"istigazione alla corruzione", che fotografa i rari casi in cui politici o burocrati rifiutano la bustarella offerta da un privato. Per questo reato-termometro, le condanne definitive restano costanti: 121 colpevoli nel 2001, altrettanti nel 2008.

Salvati dalla legge
Le statistiche offrono altri indicatori cruciali. Le condanne definitive per tutti i reati di Tangentopoli sono calate drasticamente subito dopo tre riforme che furono ribattezzate "leggi-vergogna" da una parte dell'opposizione. Il primo crollo è l'effetto del cosiddetto "giusto processo", varato tra il '97 e il '99 da destra e sinistra (dopo che la Consulta l'aveva dichiarato incostituzionale), che ha tolto ogni valore alle confessioni non ripetute in aula. Tra centinaia di beneficiati, spicca l'imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone: inquisito per corruzione nel maxi-progetto immobiliare Portello-Fieramilano, ha conquistato l'assoluzione piena quando l'ex tesoriere dc Gianstefano Frigerio, diventato parlamentare di Forza Italia, ha scelto di non accusarlo più, trasformando in carta straccia le sue precedenti ammissioni.

Le condanne esecutive per tangenti diventano ancora più rare dopo il maggio 2002, quando passa la legge berlusconiana sul falso in bilancio, e dopo il dicembre 2005, quando la "ex Cirielli" dimezza i termini di prescrizione (già prima favorevolissimi agli indagati italiani, come denunciavano l'Ocse e il Consiglio d'Europa). Poi, nel 2006, l'indulto bipartisan ha cancellato tre anni di carcere anche ai pochi condannati per le corruzioni più gravi, come l'ex ministro Cesare Previti: sei anni di reclusione rimasta soltanto teorica.

Fondi neri
Le più importanti inchieste di Mani pulite nascevano dalla scoperta di colossali falsi in bilancio: la famosa maxi-tangente Enimont, in gran parte versata al pentapartito (ma con una mazzetta anche per la Lega di Bossi), fu svelata dalle indagini sui fondi neri dell'Eni e della Montedison di Gardini. Ora questa strada è chiusa. Nel 2001 l'Istat aveva registrato 419 condanne definitive per falso in bilancio. Nel 2008 sono scese a 69, di cui ben 57 sanzionate come semplici contravvenzioni.

All'apertura dell'anno giudiziario 2010, il vice-procuratore generale di Milano, Laura Bertolè Viale, ha bollato di "irragionevolezza" la nuova legge: "In tutto il distretto di corte d'appello sono pendenti solo cinque processi per falsi in bilancio. Sarebbe bello pensare a un'improvvisa esplosione di correttezza delle società, ma l'aumento esponenziale dei fallimenti mi fa scartare questa affascinante ipotesi. Di fatto è venuta meno la funzione del falso in bilancio come reato-ostacolo, idoneo a prevenire la corruzione e la bancarotta".

Mafia e politica
Dopo Sicilia, Campania e Calabria, i capitali sporchi delle cosche stanno riversandosi al Nord. La maxi-inchiesta dei pm milanesi Boccassini, Dolci e Storari, che ha svelato la cupola della 'ndrangheta, ha fatto scoprire anche favoritismi politici e amministrativi alle imprese controllate dalla mafia. Le intercettazioni svelano che i boss, già infiltrati nell'Alta velocità ferroviaria, erano pronti a mettere le mani perfino sui lavori preparatori dell'Expo 2015: dalle strade all'edilizia. Ora le procure di Milano e Monza indagano su decine di appalti e subappalti truccati. Ai tempi di Mani pulite sarebbe scattata l'accusa-base di abuso d'ufficio, che però è stata di fatto abolita con la bicamerale del '97: da allora favorire un privato con soldi pubblici, di per sé, non è più reato. Quindi i pm antimafia sono costretti a dimostrare che politici e funzionari erano consapevoli di arricchire i boss oppure che hanno intascato tangenti. Le inchieste dunque continuano, ma anche qui sono caduti i reati-barriera. Che sia proprio questa impunità una delle cause del contagio mafioso? Grazia Mannozzi, docente di diritto penale, risponde mentre si prepara a un convegno in Finlandia, dove i politici sono preoccupatissimi di aver perso una sola posizione nella classifica di Transparency: "Mafia e corruzione, all'origine, sono industrie autonome. È però verosimile che, in presenza di una corruzione capillare e diffusa, la catena della pubblica amministrazione presenti anelli deboli tali da favorire l'ingresso della criminalità organizzata: come emerge pure in Lombardia. Inoltre, dove è più massiccia la sua presenza, la criminalità finisce col gestire anche il mercato della corruzione, degli appalti pubblici e del voto di scambio. Il metodo mafioso fa sì che lo scambio corruttivo diventi a tenuta stagna: il convergente interesse al silenzio di corrotto e corruttore è rafforzato dall'intimidazione e dall'omertà".

Libera cricca
Trattati internazionali come la Convenzione Ocse firmata dall'Italia nel '97, imporrebbero al nostro Parlamento di prevedere nuove forme di corruzione. In molti Paesi, ad esempio, è reato la "retribuzione illecita" (o "traffico d'influenza"): politici e burocrati sono condannabili per il solo fatto di aver preso soldi o accettato regali da un privato. In Italia invece i giudici devono dimostrare anche quale atto specifico è stato comprato con le mazzette. Proprio con questa motivazione, l'ex giudice romano Renato Squillante è stato assolto dalla Cassazione, che pure ha considerato provato il fatto che incassava soldi dagli avvocati di Berlusconi su un conto estero. Nel caso dell'ex ministro Claudio Scajola, è certo che un costruttore della cosiddetta cricca ha versato 600 mila euro in nero per comprargli una casa a Roma, ma resta dubbio se questa in Italia sia corruzione. L'ex ministro-lampo Aldo Brancher, dopo due prescrizioni per Tangentopoli, è stato appena condannato perché nel 2004-2005 intascava denaro dal banchiere Gianpiero Fiorani. Corruzione? No: i magistrati hanno potuto accusarlo solo di "ricettazione". E per vincere il processo hanno dovuto dimostrare non solo che prendeva soldi mentre era parlamentare, ma soprattutto che era "consapevole di ricevere denaro sottratto alla banca". "Il Fatto quotidiano" ha proposto una legge per riempire questi e altri vuoti ratificando le convenzioni internazionali, ma il governo ha altre priorità: meno intercettazioni (con la legge bavaglio), più prescrizioni ("processo breve").

Corruzione internazionale
Tangenti pagate da multinazionali a politici, burocrati o dittatori stranieri: è l'unico campo in cui l'Italia è all'avanguardia, collocandosi al terzo posto nel mondo per quantità di condanne (punite 18 società con 21 manager). Nicola Bonucci, direttore degli affari legali dell'Ocse, precisa però che questo positivo giudizio internazionale "riguarda l'azione della magistratura italiana, non la legislazione che continua a presentare numerosi aspetti di criticità". Ma anche quest'unico successo italiano ora è minato. Le imprese inquisite per corruzione internazionale, infatti, temono soprattutto le misure interdittive previste dalla legge 231: dal blocco dei contratti pubblici fino al commissariamento. L'avvocato dell'Eni, Angelo Giarda, ha scoperto però che la legge 231 si è "dimenticata" di applicare le misure interdittive proprio alla corruzione internazionale: "A Milano il gip e il tribunale del riesame ci hanno già dato ragione: ora attendiamo la conferma definitiva della Cassazione". Il caso riguarda le tangenti pagate dal gruppo Eni per aggiudicarsi contratti miliardari in Nigeria (e già ammesse negli Usa). L'Ocse sta seguendo con grande allarme l'udienza in Cassazione. E tra i pm di Milano gira una battuta amara: "Se salta anche la corruzione internazionale, ci mandano i caschi blu". Ma anche il guardasigilli Angelino Alfano sembra pronto a riformare la legge 231: uno scudo in Italia non si nega a nessuno, tantomeno alle società di capitali.

ha collaborato Giovanna Trinchella


martedì 7 settembre 2010

No al razzismo, sì al pane


di Ettore Longhi

Francavilla, Puglia. Un consigliere comunale si inventa un'aggressione col coltello da parte di un immigrato nigeriano. Una panettiera lo smentisce, fa scarcerare il ragazzo e incriminare il politico per calunnia

(07 settembre 2010)

Alessandra Latartara fa la panettiera a Francavilla Fontana, comune di 35 mila abitanti in provincia di Brindisi noto per le sue splendide chiese un po' fatiscenti, le processioni della Settimana Santa e i dolci del luogo, le mandorle ricce. Il suo negozio si chiama "Voglia di pane" e sta in via Immacolata, a pochi passi da piazza Umberto I: insomma, in pieno centro. Non fa politica, non è un'eroina: ma forse un piccolo ringraziamento pubblico, nell'Italia del 2010, lo merita lo stesso.

La signora Latartara, nella tarda mattinata di lunedì 23 agosto, se ne sta come sempre al suo negozio. Subito fuori, a chiedere l'elemosina, c'è invece Friday Osas, immigrato nigeriano, 24 anni, a cui ogni tanto la panettiera allunga un po' di focaccia. Ma quel 23 agosto in via Immacolata, proprio davanti a "Voglia di pane", è di passaggio Benedetto Proto, consigliere comunale del Pdl, già noto in città per aver promosso - tempo fa - le prime "ronde pugliesi" per vigilare sugli extracomunitari. Ignaro di questo pregresso, Friday chiede a Proto, come a tutti, qualche spicciolo, ma il consigliere gli risponde bruscamente di andarsene, che lì dà fastidio. Il nigeriano gli risponde, c'è qualche minuto di tensione, poi tutto sembra finire lì. Invece, continuando a camminare, Proto estrae il suo cellulare e, pochi minuti dopo ecco avvicinarsi al negozio due vigili urbani. L'immigrato li vede e, immediatamente, scappa. I due lo inseguono tra le vie del centro, come se fosse un rapinatore, lo acchiappano e lo arrestano. Il motivo? Il consigliere comunale sostiene che il nigeriano lo aveva minacciato con un coltello.

La panettiera, però, ha visto tutto. E lo ricorda benissimo: non c'è stata nessuna minaccia, né alcun coltello. Solo un paio di parole di troppo, più dal politico che dall'immigrato. Che fare? Proto è un personaggio di un certo peso, in città. Friday invece è solo un immigrato e un clochard. Alessandra ci pensa due giorni e due notti. Poi va dalla polizia a raccontare la verità: "Quello si è inventato tutto. L'unica cosa che Friday aveva in mano era un pezzo di focaccia che gli avevo dato io". Testimonianza poi confermata ai giornalisti locali e sotto giuramento, al processo per direttissima. E in udienza la panettiera va oltre: "Friday è un bravissimo ragazzo, non ha mai fatto del male a nessuno e aiuta gli invalidi in carrozzella a entrare nel mio negozio”.

Alla fine quella della signora Latartara viene considerata una testimonianza credibile al punto che anche il pm, Giuseppe De Nozza, si convince dell'innocenza di Friday Osas e ne chiede l'assoluzione. Che infatti arriva pochi giorni dopo, con formula piena, e le scuse a nome di tutta la comunità. "Sono cristiano, non provo nessun rancore, conosco il valore del perdono", commenta il nigeriano uscito di galera. Proto invece si arrabbia: "Perché alla vista dei vigili l'immigrato è fuggito? Evidentemente aveva qualcosa da nascondere", insiste il consigliere comunale. Ma con poco successo, perché ora rischia l'imputazione per calunnia. E intanto - su pressione tanto non solo dell'opposizione ma anche di buona parte del suo partito - ha dovuto anche dimettersi da consigliere comunale: "Questa città non merita il mio impegno", ha scritto nella lettera d'addio.

'Happy end', dunque. Forse sì. Ma i siti locali raccontano che la panettiera in questi giorni ha ricevuto degli "avvertimenti". Non si sa di chi, non si sa perché. Ecco: Alessandra Latartara è solo una cittadina italiana per bene, come dovremmo essere tutti. Facciamo in modo che non diventi mai un'eroina.

venerdì 3 settembre 2010

Giulio? Quando si scioglie è irresistibile


di Susanna Turco

"Guavdate questo Consiglio dei ministri: altro che governo, sembva la caverna di Guerre Stellari". Il copyright della battuta è di quelli autorevoli: Giulio Tremonti. Alla faccia di quell'aria antipatizzante, infatti, il ministro dell'Economia è tipo da far sganasciare dal ridere. Intrigando con l'intelligenza. Lo giurano alcune tra le donne che con lui hanno un minimo di confidenza: giusto un minimo, perché Supergiulio non è certo il tipo che ti dà di gomito.

Signore parlamentari a lui vicine, dunque, pochissime. Una volta il sottosegretario Laura Ravetto, oggi la Pdl Maria Teresa Armosino, una delle rare in commissione Bilancio. "Anche quelle che a Montecitorio baciano tutti, da lui si tengono distanti", sintetizza una lingua arguta ex azzurra. "Tremonti è un tipo col quale è difficile entrare in comunicazione, però quando si scioglie è irresistibile", spiega la deputata finiana Chiara Moroni, che con lui ha in comune la provenienza socialista. Lo descrivono misogino, ma la circostanza non è confermata dalle "tremontine". Certo forse non l'ha molto aiutato nella scioltezza con le donne quella sua vulcanica sorella Angiola, pittrice, più piccola di un anno, solita spiegare: "è lui mio fratello, non io sua sorella".

Una volta raccontò che Giulietto, a quindici mesi, festeggiò la sua nascita correndo per tutta casa brandendo minaccioso un mestolo. Anche sessant'anni dopo, serve un po' per saltare lo steccato. Ma poi, vai. "È un provocatore, divertentissimo, uno con cui farei una vacanza", assicura il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, che ha stretto i rapporti ai tempi della comune vicepresidenza della Camera: "Nella sua relazione sullo stato delle carceri, il Guardasigilli Alfano concluse dicendo: "C'è bisogno di tempo e di fondi". E Tremonti, prontissimo: "Di tempo ne abbiamo in abbondanza. Fine della comunicazione", racconta lei. In Consiglio dei ministri, leggendari i suoi battibecchi con Renato Brunetta, tanto che ormai i due sono per tutti "Raimondo e Sandra". E quando la mannaia della battuta non si può calare, pare che sia un must il suo occhio che si allarga, espressivo e bovino, a sottolineare la cretinata in via di esplicitazione: chi sa lo guarda al momento giusto e si gode la scena.

"Un uomo che al di là della politica ha un suo perché", sintetizza il sottosegretario Daniela Santanchè che nel 2005 fu relatrice della Finanziaria, lui ministro: "Sospetto sia vanitoso, di certo non pensa al corpo come prigione dell'anima, e vivaddio si sa vestire, in un mondo di uomini che non sono capaci di farsi un nodo decente alla cravatta". Fuor di dubbio, però, che sia un timido: bastava vederlo in giardino al ricevimento del Quirinale per il 2 giugno, impalato come il lampione al quale si era appoggiato, ripetere al telefono a Luciana Littizzetto: "Sì, sì, ti ringrazio, mi fa piacere, certo, riparliamone". Lei gli stava facendo dei complimenti - professionali, è chiaro - lui era rosso in volto come un peperone. Forse non è abituato.

lunedì 2 agosto 2010

Pronti al partito di Nichi?


di Marco Damilano

Mentre il Pdl si dissolve e Bersani prende tempo, Vendola è pronto per la sfida. Con lui stanno già Cofferati e Bettini, probabile l'appoggio di Veltroni e Franceschini. E perfino l'ambasciatore americano...

Si ritroveranno dalla stessa parte dopo che per decenni l'antipatia personale e l'ideologia li ha divisi su tutto. Dopo l'estate due capi storici della sinistra italiana, due ex sindacalisti della Cgil, Sergio Cofferati e Fausto Bertinotti, si uniranno per la prima volta nella lotta. Un endorsement neppure tanto mascherato per l'ospite d'onore dell'incontro: il candidato ufficiale per la leadership del centrosinistra, il governatore della Puglia Nichi Vendola.
'E se Nichi riesce a far stare allo stesso tavolo quei due, ogni impresa diventa possibile', gongola un ambasciatore vendoliano. Miracoli di San Nichi.

Fino a poche settimane fa sembrava davvero impossibile che Vendola si candidasse alla leadership dell'Italia che non vuole morire berlusconiana con qualche possibilità di successo. Troppo meridionale. Troppo comunista. Troppo cattolico. Troppo gay. Ma ora che il treno è partito, dopo la convention a Bari del suo movimento, la Fabbrica, si scopre che Vendola fa paura.

In largo del Nazareno, la sede del Pd di Pier Luigi Bersani, la sola idea di essere chiamati a contendergli la guida della coalizione scatena il panico. Pienamente giustificato: quando sul tavolo del segretario del Pd è arrivato il primo sondaggio il risultato è stato da brivido. Se si votasse oggi il governatore pugliese vincerebbe le primarie battendo il candidato del Pd. Per questo da giorni i bersaniani si affannano a spiegare che a norma di statuto il candidato premier del centrosinistra sarà il segretario, ma senza troppa convinzione. Anche perché l'operazione Nichi è pianificata in ogni dettaglio. Mentre le manovre per bloccarlo, finora, sono confuse e improvvisate.

Per scalare il Pd, la ricetta di Nichi è addirittura banale. Ripercorrere le tappe che nel 2008 hanno portato un certo Barack Obama dall'anonimato alla conquista della nomination democratica contro Hillary Clinton, fino alla Casa Bianca. Partire da Terlizzi per approdare a Palazzo Chigi non è esattamente la stessa cosa, certo, ma l'identificazione di Vendola con il presidente nero è totale. E c'è poco da scherzare, perché l'ex comunista con l'orecchino convertito ai dogmi della politica americana, presidenzialismo e personalizzazione, ha incuriosito un importante amico dell'Obama originale, l'ambasciatore americano David Thorne, che lo ha voluto conoscere di persona.

E ci credono i Nichi boys, tutti pugliesi (anzi, baresi), agguerriti e trentenni, precari e creativi, rappresentativi della loro generazione, che hanno studiato la 'mission impossible' di Obama fin nei particolari. Come si è capito alla kermesse delle Fabbriche di Nichi a Bari, dove i due seminari più affollati sono stati quelli dedicati all'analisi del modello americano (titolo: Win for left), affidati a due giovani ricercatori Mattia Diletti e Mattia Toaldo.

Una campagna fondata su tre pilastri: la comunicazione, i comitati di base, la leadership carismatica. Un vascello agile, 'un soft power' (egemonia, si sarebbe detto un tempo), lo definisce Vincenzo Cramarossa, 33 anni, studi di politiche del lavoro alla London School of Economics e a Milano alla scuola di Pietro Ichino e Michele Salvati, motore organizzativo delle Fabbriche. A curare l'immaginario (tradotto in vendolese: 'la narrazione') ci pensa Silvio Maselli, 35 anni appena compiuti, un passato alla Fandango e un incarico di prima fila nella Puglia di Vendola, la direzione della Apulia Film Commission, la fondazione regionale nata nel 2007 con un budget di un milione di euro per attrarre investimenti nel campo audiovisivo e diffondere le location pugliesi nel mondo. Lo spin doctor, il David Axelrod di Vendola, è un ragazzo di 26 anni, Dino Amenduni: 'I nostri punti di forza? L'attivazione giovanile, la creazione di un nuovo senso di comunità e di appartenenza, i comitati elettorali atipici, la delega della decisione sul piano organizzativo e creativo'. Tutte cose che dovrebbero fare i partiti, se ancora esistessero.

Amenduni lavora per l'agenzia Proforma che ha curato anche l'ultima campagna elettorale del Pd ma alla domanda sul perché quelle di Vendola siano da tutti considerate belle e efficaci e quelle del Pd da dimenticare risponde semplicemente: 'Nichi è più facile da comunicare. E ha un'identità politica definita'. L'appartenenza come risorsa, non come zavorra, come pensavano i tanti leader light e trasformisti dell'ultimo decennio. In più, a fare da supporto, un gruppo di intellettuali, possibilmente non ancora logorati dai soliti circuiti accademico-editoriali, un think tank che ha il compito di animare il dibattito di idee attorno alla candidatura Vendola (nome in codice: Nichi-pedia), perché le parole e le idee contano in politica, peccato che la sinistra non se ne ricordi più. Una società di fund raising internazionale a trovare le risorse per una campagna che non si annuncia breve.

E una spregiudicata azione di conquista del campo avversario (ovviamente il Pd), in cui andare a pescare consensi e accordi. Ma di questo si occupa Vendola in persona, che fa politica fin da bambino e quando ci si mette sa essere più spregiudicato del suo maestro. Massimo D'Alema, già.

Altro che sinistra radicale: i Franco Giordano e i Gennaro Migliore restano defilati, a Bari l'unica maglietta di Che Guevara la indossava un ragazzo del Pd. Per conquistare la leadership Nichi l'americano punta a conquistare il campo riformista: 'Un riformismo vero, non scolorito, per chiudere il trentennio conservatore', spiegano alla Fabbrica. In casa del Pd il governatore pugliese ha messo a segno qualche colpo a effetto: il sindaco di Bari Michele Emiliano si è schierato apertamente dalla sua parte, nononostante i violenti scontri degli ultimi mesi, l'emergente consigliere regionale lombardo Giuseppe Civati è stato ospite alla Fabbrica, un gruppo di senatori del Partito democratico ha voluto incontrarlo. Tra loro, la prodiana Albertina Soliani e Paolo Nerozzi, per anni potente uomo macchina del sindacato del pubblico impiego e mente politica della Cgil.

Poi ci sono gli elefanti del Pd da attrarre nella rete. Di Cofferati si è già detto, e sarebbe una sorpresa vederlo dalla parte di Vendola. In privato si dice pronto al sostegno un peso massimo come Goffredo Bettini. Il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti ci sta riflettendo.

Walter Veltroni guarda a Vendola con una punta di invidia: pesca nel suo stesso vocabolario, ma con in più la voglia di giocare all'attacco ('Scompaginare il centrosinistra'), una mentalità corsara e da combattimento che è sempre mancata all'ex sindaco di Roma. E alla fine Veltroni e Dario Franceschini, i due primi segretari del Pd, potrebbero ritrovarsi a far votare per Vendola. Il governatore va a caccia di consensi perfino nei sancta sanctorum dalemiani. Ad affiancarlo come consigliere c'è Franco Neglia, nome importante del Pci-Pds di Bari. Tra gli esperti invitati alla Fabbrica ci sono i giovani economisti Salvatore Monni e Alessandro Spaventa (figlio dell'ex ministro Luigi), relatori nei convegni della fondazione dalemiana Italianieuropei. E negli ultimi giorni Vendola ha incassato l'appoggio inatteso del braccio destro di D'Alema, Nicola Latorre: 'Vendola raggiunge un mondo che il Pd non raggiunge, sarebbe una follia escluderlo. E il prossimo leader andrà scelto con le primarie'. Chissà quanto apprezza il suo capo. Una prima vittoria è già arrivata: il verbo di Vendola, presidenzialismo e carisma, è già imitato dai settori del Pd più lontani da lui. L'incontro di fine agosto organizzato da Enrico Letta in Trentino, VeDrò, sarà dedicato quest'anno al tema della leadership. Titolo: 'The leader is...'.

Laboratori modellati a somiglianza della Fabbrica. Un trampolino di lancio per il giovane Letta che qualcuno vede come il vero competitore di Vendola se si dovessero fare le primarie: Bersani in quel caso si ritirebbe in un ruolo di regista della coalizione. E la sfida nazionale ricalcherebbe alla perfezione quella pugliese, dove il lettiano Francesco Boccia è stato sconfitto due volte da Vendola. E dire che D'Alema si ostina a chiamare tutto questo poesia: 'Non ne abbiamo bisogno'. È prosa, invece. La dura battaglia di Vendola per conquistare il potere. Da sinistra.

domenica 25 luglio 2010

L'autunno del grande seduttore


di Emiliano Fittipaldi

Il mistero Noemi Letizia. La rottura con Veronica. Lo scandalo escort. I festini. Così la passione per le donne è diventata il tallone d'Achille del Cavaliere

(11 dicembre 2009)

Negli ultimi anni Silvio Berlusconi ha raccontato la sua barzelletta preferita in sei-sette occasioni pubbliche, ma le volte in cui l'ha ripetuta in privato sono incalcolabili. Di sicuro mai si sarebbe immaginato che il 3 maggio 2009 la storiella, che sempre fa scattare gli applausi e le risate degli astanti cortesi e dei cortigiani di professione, sarebbe diventata una realtà da incubo. "Vi ricordate le fotografie di 'Oggi'? Pensate che quando sono ritornato a casa, c'era Veronica che mi aspettava. Io mi sono giustificato così: 'Amore, erano in cinque ma io ne ho corteggiate solo quattro'. Poi sono entrato in casa e ho trovato Veronica che stava preparando le valigie. Allora le ho chiesto: 'Cosa fai? Te ne vai?'. No, mi ha risposto, le valigie sono le tue. E allora, da grande comunicatore, l'ho convinta ed è rimasta lì, ahimè". Scherzando e ridendo, Veronica se n'è andata davvero.

Il premier non ha mai nascosto la sua smodata passione per le donne, meglio se giovani e di bella presenza. Da un po', però, sembra aver perso il tocco magico, quella sorta di impunità da sciupafemmine arcitaliano che gli ha permesso di infilare una serie impressionante di avventure, gaffe, battute spinte e comportamenti da macho senza subire danni sul piano politico e mediatico. Per lustri è andata bene, ora la musica è cambiata. Non solo all'estero, dove il sexygate lo ha definitivamente trasformato, nell'immaginario collettivo, nel merlo maschio che incarna i peggiori luoghi comuni del latin lover tricolore. Ma anche a casa sua, in Italia. Dove le donne sembrano diventate il suo tallone d'Achille.

Prima le veline da piazzare in Rai, poi il "ciarpame" delle eurocandidate in giarrettiera, infine gli scandali Noemi e D'Addario, il gentil sesso ha fatto saltare il rapporto privilegiato di Berlusconi con le gerarchie vaticane e i cattolici più osservanti. Pure le elettrici, il tradizionale bacino di voti del presidente del Consiglio, hanno preso a guardarlo con occhio più critico, e sono causa principale del calo di popolarità registrato dai sondaggi, mentre la moglie sta imbastendo una causa civile che potrebbe costargli carissimo. "Ha spinto troppo sull'acceleratore, la corda si è spezzata", dice un amico sconsolato: "Ma lui è fatto così, è un amatore di professione". L'universo femminile, ossessione del Casanova di Arcore, gli si sta rivoltando contro. Per il premier non sarà una partita facile da gestire: nel personale pantheon di prostitute e ministre, show-girl e assistenti fedeli, sgallettate e figlie amatissime, in tante gli stanno facendo penare le pene dell'inferno.

La moglie furiosa
Marcello dell'Utri l'ha detto alla fine dell'udienza, senza sorridere: "La mafia? Oggi Berlusconi teme più la moglie che Spatuzza". Veronica Lario, seconda moglie di Silvio (dopo Carla Elvira Dall'Oglio), madre di Barbara, Eleonora e Luigi, ha intentato una causa di divorzio 'con addebito'. Una battaglia che rischia di smembrare l'impero economico del marito. (FOTO Scene da un matrimonio)

Silvio era stato avvertito da un pezzo, almeno dal 2007, quando dopo vari apprezzamenti a belle signore (ad Aida Yespica: "Con te andrei dovunque") Veronica uscì dall'angolo chiedendo pubbliche scuse. Le ottenne, e la rabbia venne congelata. Per deflagrare furiosa dopo l'affaire di Noemi Letizia, quando la Lario assesta un colpo durissimo all'immagine di marito premuroso e di padre affettuoso: Berlusconi viene definito un uomo "malato", uno che "frequenta minorenni", responsabile di aver candidato "vergini che si offrono al drago" nelle liste elettorali del partito, simbolo massimo di un "ciarpame senza pudore" mai visto prima. Nessuno aveva fatto tanti danni quanti ne ha fatti Veronica in una sola dichiarazione.

Viva le veline La donna è mobile, scriveva Giuseppe Verdi, e il Cavaliere si è dato il compito di catturarla. Lui, però, non ne vuole una, ma tutte. Gli aneddoti (comprese le gaffe internazionali come quelle con la Merkel e con la presidente finlandese) ci svelano che nell'immaginario berlusconiano le femmine sono, in ultimo, prede da conquistare. Il campo di caccia prediletto è quello dei set televisivi, dove Silvio il bracconiere conosce ogni segreto e cespuglio. A parte i Capodanno organizzati con le maggiorate anni '80 del 'Drive In', se mettiamo in fila i flirt veri o presunti, bisogna ammettere che la pazienza della Lario è stata notevole.

Nel 1993 è Francesca Dellera, attrice poi scomparsa dalla scena, a finire nei pettegolezzi dell'entourage berlusconiano, in seguito tocca a Valeria Marini e Loredana Lecciso. Il meglio deve ancora venire. Dal 2006, dopo la sconfitta elettorale, scatta una sorta di bulimia irrefrenabile. Tra Villa Certosa, Milano, Roma e Napoli Berlusconi è fotografato e chiacchierato con Angela Sozio, ex 'Grande Fratello', le portafortuna Imma ed Eleonora De Vivo ('Isola dei Famosi'), alle sue feste timbrano il cartellino le meteorine di Emilio Fede, Imma Di Ninni ('Un-due-tre: stalla'), mentre il legame con l'annunciatrice Virginia Sanjust, moglie di un agente del Sisde, è più solido, e porterà pure un'indagine (archiviata) per abuso d'ufficio. (FOTO 1 2)

Le telefonate con Agostino Saccà
(L'AUDIO) aggiungono altri tasselli rosa alla collezione di attrici e veline: Berlusconi raccomanda al dirigente Rai Evelina Manna (che una volta dice al premier: "Io credo ancora che ci sia qualcosa di più speciale, nel mondo dei sogni con te!" L'AUDIO), Camilla Ferranti e la napoletana Elena Russo, protagonista di fiction Mediaset e alcuni spot del governo sull'emergenza monnezza. "La mia frequentazione con lui", ha spiegato, "va ben oltre il sesso, è fatta di stima e di rispetto". Anche Sabina Began è annoverata tra le donne-chiave del pantheon del proprietario di Mediaset: l''Ape regina' ha organizzato per lui più di un party a Villa Certosa, dove il re si consola con la compagnia di stelline come Siria De Fazio e Susanna Petrone.

Le sconosciute "Le donne sono il regalo più bello che Dio ha dato a noi uomini", Silvio dixit davanti a un esterrefatto Zapatero, durante una conferenza stampa diventata ormai leggenda. Ornamento in una cena, simbolo del piacere, oggetto da palpare (memorabile il tentativo fallito su un assessore provinciale durante una visita nell'Abruzzo terremotato), quest'anno le donne per Berlusconi sono divenute un rischio mortale. L'allarme diventa rosso quando sul proscenio appaiono ragazze della porta accanto che vantano e millantano rapporti stretti con il sovrano. Fanciulle uscite dai book fotografici, o fan sfegatate che mettono in piedi improbabili comitati politici. La femme fatale che porta al divorzio ha infatti le sembianze bionde e provinciali di Noemi, la "minorenne" di Portici entrata non si sa ancora come in intimità con l'uomo più potente d'Italia. Quando la ragazza lo chiama "Papi" in due interviste è il finimondo. Il primo ministro si avvita per settimane in bugie e giustificazioni poco credibili. Veronica chiede il divorzio, il danno d'immagine è devastante.

Noemi non è l'unico rischio che Berlusconi si è preso. Il 2 agosto del 2008 mostrando ai giornalisti un foglietto con gli impegni di lavoro, il capo della Pdl svela vari appuntamenti inspiegabili con Antonella Troise (l'attrice che, come chiosa Silvio a Saccà, "sta diventando pericolosa"), la solita Evelina Manna, la modella ucraina Marianna Yushchak (scovata da 'Novella 2000') e tal Selvaggia. Tutti pensano alla procace opinionista Lucarelli, che smentisce secca. La fortunata che deve incontrarlo alle 20,30, in effetti, pare non si chiamasse davvero così: Selvaggia, risulta a 'L'espresso', è solo un soprannome affettuoso appiccicato dal premier a una (ex) cameriera di un noto ristorante romano.

Giampi-girl Noemi è solo l'antipasto di quello che accadrà d'estate. Berlusconi è pure sfortunato: la passione per l'altro sesso è tale che ogni investigatore d'Italia, intercettando un Saccà o un Tarantini per inchieste che non lo riguardano affatto, inciampa nel Cavaliere. Che spesso discetta dei suoi argomenti preferiti, donne e festini. Lui non sa, mentre organizza con Giampaolo Tarantini la cenetta con Patrizia D'Addario, che l'escort gli darà un'altra mazzata. "Non ho mai pagato un euro per una prestazione sessuale, la soddisfazione più bella è la conquista", si giustifica Berlusconi. Ma l'inchiesta di Bari svela un giro vorticoso di prostitute e di ragazze immagine che entrano ed escono da palazzo Grazioli: Vanessa Di Meglio, Terry De Nicolò, Barbara Montereale, Barbara Guerra, l'Angelina Jolie della Puglia Graziana Capone, la escort 'Ana', Sonia Carpendone detta Monia, Lucia Rossini, e chi più ne ha più ne metta: quasi una serata su tre, nel periodo di tempo tra agosto 2008 e giugno 2009, è dedicata a signore e donnine varie. Berlusconi diventa un leader 'azzoppato', un leader moderato che non potrà mai più cavalcare temi come quelli difesi dai cattolici nel Family day.

(LE INTERCETTAZIONI)

Ti nomino ministra Dopo le mogli, le veline, le sconosciute e le prostitute, l'altra categoria che completa la galassia rosa di Berlusconi sono le signore che lo accompagnano nella sua avventura politica. Si dividono in due gruppi: le assistenti alla Mity Simonetto, come Marinella Brambilla, Deborah Bergamini (oggi deputata) e Francesca Impiglia, che lo accudiscono dalla mattina alla sera, e quelle che Silvio il pigmalione ha voluto trasformare, dal nulla, in donne di Stato. Le frecciate sulle ministre Mara Carfagna ("Se non fossi sposato, ti sposerei" le sussurrò), Michela Brambilla e Mariastella Gelmini si sono moltiplicate, ma di sicuro la loro scalata al potere è stata favorita dal miglior talent-scout sulla piazza.

Deve ringraziare Berlusconi pure Elvira Savino, deputata eletta Miss Montecitorio, la deputata Nunzia De Girolamo da Benevento, le neo-europarlamentari Barbara Matera e Licia Ronzulli, mandate a far leggi a Bruxelles, la bella Gabriella Giammanco, inserita nelle liste bloccate. Maschilista e seduttore d'accatto per le radical-chic di sinistra, generoso e geniale per Francesca Pascale, 25 anni, lanciata sulla ribalta dopo aver fondato con altre giovani napoletane il comitato 'Silvio ci manchi'.

Ecco, il Cavaliere sa che almeno con loro può stare tranquillo. "Non mi tradiranno mai, mi devono tutto", sostiene. Berlusconi può contare davvero su di loro. Almeno fino al prossimo scandalo.

Papi girls, tutte in carriera



di Claudio Pappaianni e Emiliano Fittipaldi

Alcune sono diventate assessori e ministre della Repubblica. Altre hanno girato film e spot per la televisione. Poche fortunate sono finite sulle copertine dei settimanali della Mondadori, una ha dato la maturità da privatista e deve scegliere a quale università iscriversi, molte continuano a fare le escort. Tutte, al di là di cosa fanno e cosa diventeranno, resteranno nell'immaginario collettivo come le "Papi Girls", l'esercito di belle donne che per due stagioni ha ballato alle feste di Villa Certosa e frequentato le stanze di Palazzo Grazioli, la residenza romana del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
A un anno dagli scandali firmati Noemi Letizia e Patty D'Addario, il premier dice di aver cambiato vita. Con il divorzio da Veronica Lario è tornato single, anche se le battute sul gentil sesso continuano ad essere uno dei suoi cavalli di battaglia. Di liaison ufficiali nemmeno l'ombra. L'estate 2010 è appena iniziata, ed è probabile che ai vecchi bagordi sardi Silvio preferirà la quiete del castello di Tor Crescenza, la dimora dei Borghese immersa nel verde a cui fa sempre più spesso visita, location per matrimoni (organizzati dalla Relais le Jardin, società del genero di Gianni Letta) ben lontana da occhi indiscreti.

Profumo di Noemi

Ma che fine hanno fatto le ragazze che collezionavano ciondoli a forma di farfallina e si facevano tatuare sulla caviglia frasi tipo: "L'incontro che ha cambiato la mia vita: S.B."? L'elenco delle fanciulle che sono entrate in confidenza con Silvio e con le prime pagine di quotidiani importanti e periodici rosa è lungo.
Partiamo da Noemi Letizia, che minorenne partecipò al capodanno 2007 a Villa Certosa e che chiama ancora oggi "Papi" il Cavaliere che presenziò al suo diciottesimo compleanno. Dopo essere passata dal chirurgo plastico, punta ancora sul cinema e sogna di sfondare nel mondo dello spettacolo. Poche occasioni, finora. Quest'anno ha seguito corsi di dizione e canto, e ha studiato italiano e matematica da privatista. Da qualche giorno è ragioniere: "L'esame di maturità? La ragazza ha sfiorato il massimo dei voti", dice il padre Elio. Noemi andrà all'università, ma intanto sta lavorando per lanciare una linea di abbigliamento e profumi, "Noemi L.". L'estate la passerà in Sardegna.

Escort e dintorni
Patrizia D'Addario, invece, non fa più la escort. La donna che ha registrato la voce del premier in camera da letto e che ha dato il nome a un emendamento della legge sulle intercettazioni, ha scritto due libri sulle sue avventure ("Gradisca Presidente" è uscito a novembre ma non è mai entrato in classifica, la prossima fatica - legge bavaglio permettendo - dovrebbe uscire a dicembre). Da poco Patrizia ha ottenuto la licenza edilizia per costruire il famoso residence sui terreni di famiglia. Una pratica bloccata da 40 anni, tanto che chiese aiuto (inutilmente) al Cavaliere durante l'incontro del 4 novembre 2008.
Giampaolo Tarantini, oltre alla D'Addario, ha portato a via del Plebiscito altre ragazze e modelle che hanno guadagnato gettoni di presenza per passare una sera insieme al leader: Graziana Capone, detta l'Angiolina Jolie di Bari, da gennaio collabora con Roberto Gasparotti, l'esperto che cura l'immagine televisiva di Berlusconi. La prostitutaTerry De Nicolò, famosa per essersi concessa anche all'ex assessore del Pd Sandro Frisullo, fa la ragazza immagine e di tanto in tanto appare nei salotti tv di Michele Santoro, Monica Setta e Gad Lerner. Durante l'anno si è anche dovuta difendere dalle (presunte) persecuzioni del finanziere che coordinava le inchiese sul premier, il colonnello Nicola Paglino, arrestato qualche settimana fa anche per stalking. Vanessa Di Meglio, a Palazzo Grazioli il 5 settembre 2008, è invece stata avvistata a Parigi: sembra che faccia ancora l'accompagnatrice.

Chi sta provando a trasformarsi da "Ape Regina", questo il nomignolo affibbiatole da Dagospia, in protagonista di fiction Mediaset è invece Sabina Began, la ragazza col tatuaggio che ha presentato Tarantini al Cavaliere: ancora molto vicina a Silvio, ha strappato una particina ne "Il falco e la colomba" (in conferenza stampa è scoppiata a piangere lamentandosi dei tagli in montaggio sul suo personaggio, praticamente muto) e un'altra in un horror Usa in fase di pre-produzione: si intitolerà "The reapers", regia di tal Sargon Yoseph. Niente di eccezionale, ma sempre meglio di Barbara Montereale, la girl amica di Emilio Fede che scattò le foto nei bagni di Palazzo Grazioli: nel suo carniere ha solo uno spot per una catena di negozi di gioielli, la "Giallo Oro" di Bari in compagnia di Corrado Tedeschi e Gigi di Gigi e Andrea.

I love Naples
Berlusconi, si sa, ama la città del Vesuvio e adora le sue abitanti. A parte Noemi da Casoria, le Papi Girls che parlano con accento del Golfo non si contano. Il Cavaliere è generoso, e nonostante i chiacchiericci e le malelingue, un anno dopo sembra averle piazzate tutte, o quasi. La stragrande maggioranza si è buttata in politica. Francesca Pascale, fondatrice del comitato "Silvio ci manchi" ed ex velina di Telecafone, nel novembre 2006 saliva sull'aereo privato di Silvio, destinazione Villa Certosa. Insieme a lei le avvenenti Emanuela Romano e Virna Bello, oltre alle gemelline De Vivo. Da allora la Pascale ha lavorato nell'ufficio stampa di Forza Italia, poi con il sottosegretario Francesco Giro. Alle ultime elezioni è stata eletta consigliere provinciale con 7500 voti (tre anni prima alle comunali ne aveva presi 83).
L'agognata poltrona da assessore, però, l'ha guadagnata l'ex meteorina Giovanna Del Giudice, già ragazza immagine del Billionaire e frequentatrice del famoso corso di formazione targato Pdl nel quale si allevavano le ragazze da mandare a Bruxelles. Il presidente Luigi Cesaro, nonostante Giovanna sia arrivata penultima alle regionali, gli ha consegnato le deleghe alle Pari opportunità e alle politiche giovanili. Di recente Giovanna ha litigato in radio con Luca Telese e Giuseppe Cruciani che le chiedevano quali fossero le sue esperienze: "Non fate battute maliziose solo perché una donna ha avuto un incarico politico", ha detto salutando i conduttori.

Un posto al sole
Emanuela Romano, dopo infinite peripezie culminate nel gesto del padre che si è dato fuoco davanti a Palazzo Grazioli è assessore al Lavoro a Castellammare. Virna Bello, l'ultima del terzetto del comitato, ex pr di Torre del Greco chiamata dagli amici "la Braciulona", è diventata assessore all'Istruzione nella sua città natale (ma la nomina le è stata revocata qualche mese fa). Le altre vip care al presidente, le sorelle Valanzano, stanno seguendo carriere diverse: Benedetta recita in "Un posto al sole" e ha ballato sotto le stelle con Milly Carlucci; l'avvocato Maria Elena, nonostante la promessa di varie candidature, è ancora a spasso. Ora potrebbe entrare a far parte dello staff del neogovernatore Stefano Caldoro.
Nunzia De Girolamo, detta "la Carfagna del Sannio", brilla ovviamente su tutte: deputata dal 2008, era presente all'incontro ristretto di Palazzo Chigi che ha portato alle dimissioni di Nicola Cosentino. Si vocifera che possa essere proprio lei a sostituire Nick o'Americano alla testa del Pdl Campano. In ultimo, Elena Russo, una delle cinque "raccomandate" nelle telefonate Berlusconi-Saccà: in un anno ha inanellato uno spot per Napoli finanziato dal governo e due fiction Mediaset. Dopo molto tempo passato in Sicilia per accompagnare il fratello che lavora come elettricista su un set. Nel futuro un viaggio in Lituania per dieci pose per un film tv, che dovrebbe andare su Canale 5 il prossimo inverno.

Tutte in Parlamento

A parte l'inarrivabile Mara Carfagna che brilla ormai di luce propria, sono tante le ragazze di Silvio finite sugli scranni di Montecitorio e negli uffici di Strasburgo. Licia Ronzulli, insieme a un gruppetto di avvenenti pulzelle, fu fotografata a Ferragosto 2008 sul motoscafo di Berlusconi, immagini che "L'espresso" pubblicò in esclusiva lo scorso luglio. Lei smentì di essere un habitué di Villa Certosa, ma fece un passo indietro quando la Montereale la indicò come la responsabile "della logistica dei viaggi delle ragazze: è lei che decide chi arriva e chi parte. E smista nelle varie stanze". Ex caposala dell'ospedale Galeazzi di Milano, con quasi 40mila preferenze è stata eletta europarlamentare. Di recente ha difeso la Nutella dagli attacchi dei tecnocrati ("Nessuno potrà impedirci di fare colazione con pane e Nutella"), e all'ultimo meeting di Confindustria a Parma si è seduta a tavola tra il premier ed Emma Marcegaglia.

Anche Barbara Matera e Laura Comi, che hanno seguito il famoso corso di formazione, ce l'hanno fatta: la prima, ex letteronza della Gialappa's e annunciatrice Rai, è stata la più votata - dopo il suo mentore - nella circoscrizione Sud e sta battendo a Strasburgo tutti i record di attivismo. La seconda ha presentato un'interrogazione sui giocattoli (prima di andare a Strasburgo lavorava come brand manager per la Giochi Preziosi) e promosso, insieme all'amica Gelmini e ai ministri Frattini e Bondi, la fondazione "Liberamente".
A colpi di tacco Elvira Savino, invece, è deputata. Celebre per essersi presentata il primo giorno a Montecitorio con un tacco 14 marchiato Gucci, è lei a far conoscere Tarantini alla Began (sua compagna di appartamento a Roma). Si è sposata un anno e mezzo fa con il napoletano Ivan Campili - testimone di nozze Berlusconi in persona - ed è finita in una brutta inchiesta della magistratura pugliese su mafia e appalti: accusata di aver aiutato una banda di malviventi a riciclare denaro sporco (nell'ordinanza ci sono anche nomi di spicco del clan Parisi), è di fatto scomparsa dalle cronache mondane e politiche dall'inizio del 2010. Ufficialmente, ha scritto in una nota, per problemi di salute del figlio piccolo.
Chi è sempre sulla breccia è invece Gabriella Giammanco, giornalista del Tg4 che Berlusconi volle inserire a sorpresa nelle liste siciliane per le politiche del 2008: nipote del boss di Cosa Nostra Michelangelo Alfano, condannato in via definitiva per mafia e morto suicida nel 2005, la reporter nata a Bagheria oggi si batte soprattutto contro la caccia e per la difesa degli animali ("grazie a me sono state introdotte agevolazioni fiscali a favore dei circhi senza animali") e fa coppia fissa nella Dolce Vita romana con il "direttorissimo" del Tg1 Augusto Minzolini.

Show-girl e ballerine
Altre Papi girls si sono invece dovute accontentare. Al corso per volare a Strasburgo c'erano anche Angela Sozio, Camilla Ferranti e Eleonora Gaggioli. La rossa del Grande Fratello, fotografata da "Oggi" mano nella mano con il premier mentre passeggiavano nei vialetti della Certosa, non è mai stata candidata, nonostante le voci insistenti che venivano da via dell'Umiltà, sede del Pdl dove Frattini e Brunetta tenevano le lezioni. Da qualche tempo ha lasciato il posto come contabile della società di Antonio Flora (imprenditore del ramo sanità) e lavora, anche lei, per Mediaset. L'ultima fatica: giurato del reality "La pupa e il secchione", insieme ai giudici-colleghi Platinette, Claudio Sabelli Fioretti, Vittorio Sgarbi ed Alba Parietti.

Angeli e diamanti
La compagna di banco Camilla Ferranti, ballerina e figlia di un medico del premier, vanta nel suo lungo curriculum una parte da tronista di "Uomini e donne" e una raccomandazione di Silvio Berlusconi ad Agostino Saccà intercettata dalla procura di Napoli. È tra quelle che, nell'ultimo periodo, ha lavorato di più. In questi giorni è nei cinema protagonista di "Alice", prodotto dalla Videodrome e distribuito dalla Medusa, mentre nel 2011 tornerà su Mediaset: sarà attrice in "Angeli e Diamanti", una sorta di Charlie's Angels all'italiana.
Nemmeno la Gaggioli, anche lei finita nell'inchiesta - poi archiviata - su Saccà, può lamentarsi: dopo le lezioni non è stata candidata ("allieva sveglia e informata" raccontava "Il Foglio"), ma intanto ha recitato su Canale 5 nel tv-movie "Fratelli Benvenuti". Si prepara a sbancare il botteghino con il cinepanettone di Natale, senza dimenticare che nel 2008 ha avuto l'onore di presentare il concerto della polizia di Stato.
Pure le altre due "raccomandate" non sono restate con le mani in mano: Antonella Troise, che il Cavaliere definiva affettuosamente una "pazza pericolosa", ha girato "Negli occhi dell'assassino" (Canale 5 in prima serata) e un cammeo in un'altra serie di quattro puntate, mentre Evelina Manna, dopo aver comprato una casa a via Giulia da 950mila euro, ha girato come protagonista il mistery "La donna velata", in arrivo sui piccoli schermi. Ovviamente Mediaset.

Starlette in cerca d'autore
Le Papi Girls sono tante, e sono ovunque. Non tutte hanno avuto lo stesso destino. Se le gemelle De Vivo sembrano in sonno e l'aristocratica Virginia Sanjust da tempo si è ritirata a vita privata, Susanna Petrone (con la Renzulli fotografata sul Magnum 70 di Berlusconi nell'estate del 2008) non ha ottenuto la candidatura alle europee ma è la conduttrice sexy di Guida al Campionato (Mediaset) e regina del gossip milanese. Siria De Fazio, conosciuta come la "lesbica" del GF9, fa ancora show come mangiafuoco, ma non ha ancora sfondato nel jet-set dello spettacolo. Nessuna notizia recente della vincitrice di "Un-Due-Tre Stalla", Imma Di Ninni, due volte ospite a Villa Certosa, né delle gemelline e meteorine Ferrera, mentre la collega del Meteo 4 Francesca Lodo oggi è nota soprattutto alle riviste rosa e al pm Frank Di Maio, che la interrogò per l'inchiesta su vip e cocaina. Carolina Marconi (finita secondo i racconti di Tarantini due volte a Palazzo Grazioli) si è sposata pochi mesi fa con l'imprenditore Salvatore De Lorenzis, il re delle slot-machine del Salento, mentre l'altra attrice venezuelana Aida Yespica (che Berlusconi presentò addirittura al presidente Chavez) resta una delle show girl più note d'Italia. Anche Barbara Guerra, ex Fattoria, è ancora un personaggio in cerca d'autore: l'ultima apparizione è nella giuria di Sanremo per l'elezione del più bello d'Italia 2010, con lei Lele Mora, Alfonso Signorini e Siria De Fazio.

Più fortunata Nicole Minetti, l'igienista dentale del Cavaliere: buttati spazzolini e filo interdentale, è stata eletta consigliere per la Regione Lombardia alle ultime elezioni. Ora passa le giornate seduta vicino a Renzo "la trota" Bossi. Insomma, quasi tutte le Papi Girls se la passano bene. Brave e capaci? "Per fare questo mestiere" ha detto al mensile di Mondadori "First" la Manna "non serve lo sculettare delle vallette tivù. Il giro dei soldi è tale che se non vali nessuno ti prende, non serve essere raccomandati". Se lo dice lei...