giovedì 22 dicembre 2011
Le banche sono nude
venerdì 18 novembre 2011
Fine delle illusioni


di Marco Onado
Un programma di governo serio, che merita attenzione e apprezzamento e che sarà tutt’altro che facile da realizzare, dopo che per tre anni il governo Berlusconi ha prima negato che la crisi riguardasse anche l’Italia e poi ha preso misure inadeguate. Il programma di governo può essere diviso in due parti: errori da correggere e misure da prendere.
Lo stile asciutto da tempo dimenticato nella politica italiana non deve ingannare. Monti ha fatto un elenco impietoso delle illusioni con cui il centrodestra aveva cullato il paese.
L’abolizione dell’Ici, i tagli indiscriminati alla spesa pubblica, il rinvio all’infinito dei tagli ai costi della politica, la mancanza di una seria lotta all’evasione, l’idea che il debito pubblico italiano fosse in sicurezza grazie al rigore di Tremonti e alle virtù dei risparmiatori italiani.
Tradotto in euro, tutto ciò significa che alla manovra varata in estate, si devono sommare le misure legate alla lettera di intenti inviata a Bruxelles e “misure aggiuntive”: verosimilmente i 20 miliardi stimati dalla Banca d’Italia.
Il capitolo più delicato è quello delle misure necessarie per rilanciare l’economia e per convincere finalmente i mercati che l’Italia, oltre che essere finalmente rappresentata da un governo serio, ha un debito pubblico sostenibile e un’economia che cresce.
Qui il governo prende un impegno preciso, che è quello di coniugare sviluppo, rigore ed equità , il che significa perseguire i tre obiettivi congiuntamente.
Nel campo del lavoro, delle pensioni e della fiscalità ci sono disparità enormi accumulate nel tempo e che pochi governi finora (non solo il centro-destra) hanno potuto o voluto toccare. É possibile intervenire oggi in modo da evitare che siano i soliti noti (i contribuenti, i giovani, le donne, i lavoratori precari e guai a chi appartiene a tutte e quattro le categorie contemporaneamente) a essere colpiti dalle misure necessarie?
L’impegno è ambizioso, ma forse necessario per bilanciare l’incognita politica che pesa su questo governo, perché qualsiasi riforma che rispetti contemporaneamente i tre obiettivi difficilmente potrà essere bocciata dalle parti sociali e in Parlamento.
Per ora, non si può che apprezzare il coraggio degli impegni programmatici: se fossero realizzati non solo usciremmo dal baratro, ma risolveremmo problemi che ci trasciniamo da decenni. E proprio per questo il governo avrà bisogno anche di molta attenzione critica alla sua azione che comincia da oggi.
mercoledì 2 novembre 2011
Quanto costa B. alle banche


MARCO ONADO
L’entusiasmo dei mercati per la lettera di intenti del governo Berlusconi è durata l’espace d’un matin, come la rosa del poeta. Venerdì il tasso sui titoli italiani a 10 anni ha oltrepassato la soglia del 6 per cento e le ultime due giornate sono state la degna cornice della notte delle streghe. Il differenziale di tasso rispetto a quello tedesco è balzato a 452 punti (4,52 punti percentuali). Per rinnovare i nostri debiti paghiamo il triplo della Germania e il doppio della Francia. È la prova definitiva del fatto che l’Italia ha perso la fiducia dei mercati.
L’Italia è così costretta a ricevere ultimatum tanto pressanti quanto umilianti. Dai problemi di oggi si esce o innestando la marcia dello sviluppo economico o tagliando senza pietà le spese pubbliche per ridurre il debito. Se non riusciamo ad imboccare la prima strada, ci spingono sulla seconda e comunque in Italia qualcuno apprezza che ciò comporti anche una bella botta ai diritti sindacali. L’abolizione dell’articolo 18 è come un diamante per una fanciulla: un regalo per sempre. A questo bivio siamo arrivati con un progressivo smottamento da inizio anno scandito dai downgrading del Paese e dall’aumento degli spread: quello a due anni, già prima delle ultime giornate di fuoco era aumentato di 183 punti base rispetto a dicembre scorso; per
Fra le vittime di questa situazione ci sono anche le banche, cui l’autorità bancaria europea (Eba) oggi chiede di aumentare i capitali (per le prime 5 italiane si tratta di 15 miliardi su un totale di 106 per le principali 70 dell’Unione). Un importo indispensabile per garantire un flusso adeguato di crediti all’economia.
Lunedì i principali banchieri italiani hanno chiesto una sostanziale riduzione degli obblighi di capitale imposti dall’Europa, ma è difficile che le loro richieste arrivino a Bruxelles, perché nessuno oggi è disposto a fare sconti all’Italia. Ma soprattutto dovrebbero capire che stanno chiedendo soccorso a chi è la causa dei loro principali problemi, che derivano in larga misura proprio dalla spirale perversa degli spread. Per le banche infatti questi aumenti di tassi sono dannosi quanto per le casse statali. Da un lato devono accantonare più patrimonio per fronteggiare le perdite potenziali sul debito pubblico e su quello privato che subisce gli effetti dei downgrading. Dall’altro, vedono aumentare i costi della raccolta sul mercato obbligazionario e interbancario, perché gli spread bancari si muovono parallelamente a quelli del debito pubblico.
In termini pugilistici, un uno-due micidiale. Solo per le banche oggetto della richiesta dell’Eba, il primo effetto comporta maggiori esigenze di capitale per quasi 9 miliardi per ogni 100 punti base di spread. Basterebbe cioè oggi essere fra 300 e 350 punti (che sarebbe comunque il doppio di dicembre) per ridurre di due terzi l’onere che viene imposto dall’Europa e renderlo ben più tollerabile. E poi ci sono i maggiori costi di raccolta: le 5 banche hanno rinnovato titoli per 94 miliardi nel corso del 2011: ogni punto percentuale di maggior tasso è dunque costato quasi un miliardo. Per la raccolta interbancaria, 65 miliardi, l’incremento dei costi è attenuato dalle condizioni di favore della Bce, ma vale comunque qualche centinaio di milioni. In totale, un aumento dei costi di 1,2 miliardi significherebbe il 14% dei profitti lordi prima delle tasse del 2010 e dunque una sostanziale riduzione della capacità di aumentare i capitali accantonando utili futuri. E ci meravigliamo se in borsa i titoli bancari scendono?
Insomma: ogni 100 punti base di spread comportano per le banche un salasso di 9 miliardi in termini patrimoniali e 1,2 di riduzione dei profitti lordi. Ed è ragionevole ipotizzare che la debolezza delle risposte italiane alla crisi vale almeno tanto, che è comunque meno del differenziale che si è aperto rispetto alla Spagna. Ma cosa è questa se non la misura della “tassa Berlusconi”, la nuova versione della “Robin tax” che all’inizio del suo mandato il ministro Tremonti, quello che aveva previsto la crisi, proponeva di far pagare alle banche? Altro che chiedere al governo di essere protette a Bruxelles; le banche dovrebbero limitarsi ad una sola parola: vattene.
Il Fatto Quotidiano, 2 novembre 2011
domenica 30 ottobre 2011
Le falle del piano Ue


È ancora presto per dire se a Bruxelles è stato scritto un finale felice al thriller europeo della crisi finanziaria. Quello che è certo è che si è fatto un passo importante e necessario: è stato imposto alle banche un costo adeguato alla gravità della situazione e nello stesso tempo sono state fornite garanzie sulla loro robustezza. Una condizione necessaria, ma non sufficiente: molti dettagli tecnici fondamentali sono ancora da definire e soprattutto è ancora incerto se i Paesi europei, in particolare quelli più deboli come l’Italia, sapranno finalmente avviarsi su un sentiero di crescita permanente.
Dopo un estenuante braccio di ferro, le banche hanno infine ceduto e hanno accettato una ristrutturazione del debito greco, che comporta una perdita del 50 per cento circa, in linea con le valutazioni dei titoli da qualche mese a questa parte. Il debito greco scende così al 120 per cento del Pil, un livello che può essere ragionevolmente stabilizzato. Secondo il Fondo monetario oggi è pari al 166 per cento, quasi 30 punti in più del dato previsto dallo stesso Fondo solo un anno fa (139,3). È la misura più impietosa di quanto ottimisti fossero i piani approntati dal momento in cui la crisi greca è esplosa e soprattutto di quanto fosse sottovalutata la caduta del reddito conseguente a un’ondata senza precedenti di tagli e sacrifici. Ma era molto comodo far finta che il conto potesse essere presentato solo ai cittadini greci e non alle banche che avevano finanziato il loro governo.
A luglio l’Europa aveva strappato alle banche una prima ristrutturazione con una perdita per esse di circa il 20 per cento (forse inferiore secondo i calcoli di molti): troppo poco per essere credibile e infatti da allora è cominciata l’estate più calda delle banche europee. La crisi greca (ma anche di Irlanda e Portogallo) si è rapidamente estesa all’Italia e alla Spagna, facendo schizzare verso l’alto i tassi di interesse e in particolare la differenza (spread) rispetto a quelli tedeschi. Lo spread italiano a 2 anni è passato da circa 2 punti percentuali di gennaio a
Le decisioni di mercoledì agiscono finalmente su entrambi i lati del problema. L’Europa ha dimostrato che c’è una volontà precisa di realizzare finalmente un programma serio di stabilizzazione della Grecia, anche se questo comporta costi non piccoli per le banche dei paesi creditori (Francia e Germania soprattutto). Questo significa una volontà politica di mantenere
Ma qui cominciano i problemi. Potranno le banche trovare sul mercato una cifra così ingente, più del doppio di quanto hanno raccolto nei primi quattro mesi dell’anno in condizioni ben più favorevoli? Se pensiamo alla situazione italiana non tira certo una buona aria e le fondazioni che sono importanti azioniste di almeno tre di esse non sembrano aver molta voglia di mettere ancora una volta mano al portafoglio. Sarà allora il Fondo europeo (Efsf) a intervenire, cioè il fondo che dovrebbe anche acquistare titoli pubblici sul mercato per stabilizzare la situazione? E in questo caso, avrà sufficienti risorse per essere veramente efficace e stroncare alla base la speculazione?
Si può solo citare il saggio di “Quelli della notte”: “ah saperlo, saperlo”. I dettagli sul potenziamento del fondo sono ancora tutti da definire e ruotano intorno a ipotesi inquietanti di ingegneria finanziaria, molte delle quali non promettono nulla di buono. Bisognerà aspettare almeno metà novembre per dare un giudizio completo. Nel frattempo, l’incertezza fondamentale riguarda la crescita che è la strada maestra per uscire dalla crisi. Un problema comune a tutta l’Europa, ma particolarmente acuto in Italia, per l’incapacità conclamata del governo Berlusconi di approntare misure adeguate. La lettera inviata dal governo Berlusconi non è solo un elenco di pie intenzioni, è l’elenco delle promesse mancate degli ultimi quattro anni: basta pensare a che fine ha fatto la “sferzata” all’economia di primavera. Ma all’Europa questo importa poco: quello che Bruxelles ci chiede è di non creare troppi problemi con il nostro debito pubblico: se questo succede perché tagliamo selvaggiamente la spesa sociale o quella per la salvaguardia del territorio o svendendo pezzi di patrimonio nazionale, poco importa. E già che ci siamo, perché non dare qualche botta anche alle tutele sindacali?
Insomma, non solo è troppo presto per festeggiare gli accordi di Bruxelles: la probabilità che da questi, se non cambia il quadro politico, derivino solo sacrifici e costi per gli italiani, è molto alta. I mercati sono euforici, forse troppo. Noi dovremmo essere più cauti; anzi, dalla parte degli indignati.
Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2011
venerdì 26 agosto 2011
Attenti, la Germania è stufa

di Marco Onado
In fondo al tunnel della crisi europea non si vede la luce, ma solo la crescente rigidità della posizione tedesca, sempre più convinta di aver fatto fin troppo per i Paesi che non hanno rispettato i sacri principi del rigore fiscale. Mercoledì è sceso in campo niente meno che il capo dello Stato, Christian Wulff, che ha detto papale papale che gli acquisti di titoli di Paesi in difficoltà operati dalla Bce sono “giuridicamente discutibili”, in altre parole mettendo in discussione l’operato recente e futuro dell’istituzione di Francoforte. Un’affermazione gravissima sul piano politico, ma non del tutto sorprendente. Basta leggere l’ultimo bollettino della Bundesbank per capire che Berlino dista ormai anni luce da quanti ogni giorno chiedono ai governi europei soluzioni coraggiose e condivise, a cominciare dagli eurobond, per porre fine a una spirale che rischia di travolgere l’intera costruzione monetaria e politica.
L’integralismo monetario della Bundesbank
A QUELLE richieste
Eppure la bocciatura dei mercati non smuove la posizione tedesca di un millimetro. Con teutonica testardaggine,
Osserva inoltre la banca centrale tedesca che non è in discussione alcuna revisione dei trattati europei che affronti alla radice questo problema e dunque c’è il rischio concreto che alcuni Paesi aumentino ulteriormente il loro debito, indebolendo senza rimedio le istituzioni dell’unione monetaria, cioè
Ma secondo le migliori regole, la coda è ancora più velenosa. Sostiene
Il rischio recessione dietro l’angolo
POCO IMPORTA se la cura da cavallo imposta a una parte sempre più ampia dell’unione monetaria può causare una recessione che inevitabilmente si ripercuote sull’economia e sul sistema finanziario tedesco. Ancor meno importa che sia stata



