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giovedì 22 dicembre 2011

Le banche sono nude




di Marco Onado

L’intervento della Bce di ieri non va salutato come gli “arrivano i nostri” dei western classici, ma poco ci manca: 500 miliardi di liquidità immessi nel sistema rappresentano molto più di una boccata d’ossigeno per un sistema bancario europeo che ha un disperato bisogno di fondi (l’anno prossimo scadono oltre 700 miliardi di obbligazioni bancarie). I problemi a breve delle banche sono così superati ed è tutto sommato secondario chiedersi quanta parte di questa liquidità andrà ai titoli di Stato: l’importante è riavviare il meccanismo del credito nel suo complesso. Una forte domanda di titoli di Stato che fa cadere finalmente gli spread come è successo martedì in Spagna è una buona notizia per tutti e giova anche al credito alle imprese perché fa diminuire parallelamente i tassi dei prestiti.
NON BISOGNA però dimenticare che si tratta di una terapia di emergenza e che per attuarla Mario Draghi ha spostato di molto il confine dell’ortodossia degli interventi delle Banche centrali. Rimangono sul tappeto tutti i nodi della crescita europea e italiana, cioè la necessità di attivare le politiche economiche necessarie per evitare che il rigore fiscale si traduca in un’enorme spinta depressiva. E rimangono sul tappeto i problemi delle banche, della loro robustezza patrimoniale e delle regole necessarie per evitare che in futuro esse si trasformino in generatori e propagatori di crisi finanziarie come è avvenuto.
E su questo fronte finora non ci sono segnali positivi. L’unico punto su cui i paesi europei sembrano d’accordo è quello di sabotare il livello comunitario di regolamentazione finanziaria. Al vertice di Bruxelles David Cameron ha posto un autentico ricatto perché ha detto chiaro e tondo: approvo il patto di rigore fiscale se l’Europa la smette di pensare a una regolazione più severa dei servizi finanziari. Come direbbe un famoso slogan: toccatemi tutto, ma non la City. L’ironia vuole che nello stesso momento a Londra venisse pubblicato un ponderoso rapporto che dimostra come il dissesto bancario più grave della storia inglese, quello di Royal Bank of Scotland, sia dovuto non solo a errori manageriali clamorosi, ma anche a una vigilanza all’acqua di rose, la cui preoccupazione principale era quella di turbare il meno possibile le scelte dei soggetti controllati.
CON LA FACCIA di marmo che solo i politici consumati sanno esibire, Cameron ha usato la stessa argomentazione, per di più per l’atto di rottura più grave compiuto da un governo di Sua Maestà negli ultimi anni, scagliando così un autentico siluro contro le speranze di una risposta europea adeguata alla gravità dei fattori che hanno creato la crisi. Sia le ipotesi che stavano faticosamente prendendo corpo a Bruxelles (fra cui quella di una tassazione delle attività finanziarie, che era stata caldeggiata dal Fondo monetario) sia le nuove autorità di regolamentazione si trovano oggi fatalmente in difficoltà.
Purtroppo non è solo un problema dei soliti inglesi. Al tiro al bersaglio contro il livello europeo di regolamentazione si stanno esercitando in molti. Italia, Spagna e Germania fanno oggi a gara nel criticare l’autorità europea in campo bancario (Eba) che ha dato trasparenza e rigore agli esercizi di stress test, ma ha avuto il torto di chiedere alle banche europee una ricapitalizzazione di 115 miliardi (di cui 15 per le banche italiane, ma quasi la stessa cifra per quelle tedesche e il doppio per quelle spagnole). La reazione è stata furibonda: l’autorità, che pure ha agito su impulso del Consiglio europeo, cioè dei capi di governo, è accusata di mettere in ginocchio banche altrimenti solide e di strozzare l’offerta di credito al settore produttivo.
La colpa maggiore di cui si è macchiata l’Eba è quella di aver proclamato che il re è nudo. Di aver detto, ad esempio, che Commerzbank è priva di capitale e dovrà essere nazionalizzata. Cioè quello che tutti (tranne i tedeschi si capisce) hanno sussurrato a mezza voce per anni. Oppure di aver riconosciuto che da qualche mese i mercati penalizzano azioni e obbligazioni delle banche perché considerano i titoli pubblici nei loro portafogli come un fattore di rischio e di aver dedotto che la ricapitalizzazione delle banche è condizione necessaria (ancorché non sufficiente) per ripristinare la fiducia. Una realtà dolorosa, ma da tempo affermata da operatori e studiosi di ogni parte: una recente ricerca citata da Financial Times afferma che occorre immettere “tonnellate di soldi” nelle banche. Anche loro talebani?
DELEGITTIMARE L’EBA Ã¨ fin troppo facile: in Italia ad esempio si è saldato il fronte fra il management delle banche, che certo non sprizza di gioia all’idea di aver un maggior volume di capitale da remunerare in futuro, e le fondazioni azioniste dei principali istituti, che hanno risorse ormai ridotte al lumicino. Ma così facendo si ripropone la stessa logica che ha mosso Cameron: gli interessi dell’industria nazionale avanti a tutto. Con il risultato di indebolire il livello di vigilanza europea, che era una delle poche risposte efficaci alla crisi e che diventa essenziale nel momento in cui le debolezze stanno esplodendo e dunque un livello internazionale di supervisione è essenziale. O si crede davvero che la vigilanza tedesca da sola avrebbe riconosciuto la fragilità di Commerzbank?
   Il guaio è che, nonostante rapporti ponderosi (e tardivi) come quello su Rbs dimostrino al di là di ogni ragionevole dubbio i disastri che possono essere causati da una vigilanza troppo benevola, al momento della verità le banche osannano le Banche centrali che dispensano liquidità a basso costo a piene mani, ma vogliono autorità di vigilanza come la Fsa di allora: un cane da guardia che si muoveva leggero come un passerotto in un’aiuola di petunie.

venerdì 18 novembre 2011

Fine delle illusioni


di Marco Onado

Un programma di governo serio, che merita attenzione e apprezzamento e che sarà tutt’altro che facile da realizzare, dopo che per tre anni il governo Berlusconi ha prima negato che la crisi riguardasse anche l’Italia e poi ha preso misure inadeguate. Il programma di governo può essere diviso in due parti: errori da correggere e misure da prendere.

Lo stile asciutto da tempo dimenticato nella politica italiana non deve ingannare. Monti ha fatto un elenco impietoso delle illusioni con cui il centrodestra aveva cullato il paese.

L’abolizione dell’Ici, i tagli indiscriminati alla spesa pubblica, il rinvio all’infinito dei tagli ai costi della politica, la mancanza di una seria lotta all’evasione, l’idea che il debito pubblico italiano fosse in sicurezza grazie al rigore di Tremonti e alle virtù dei risparmiatori italiani.

Tradotto in euro, tutto ciò significa che alla manovra varata in estate, si devono sommare le misure legate alla lettera di intenti inviata a Bruxelles e “misure aggiuntive”: verosimilmente i 20 miliardi stimati dalla Banca d’Italia.

Il capitolo più delicato è quello delle misure necessarie per rilanciare l’economia e per convincere finalmente i mercati che l’Italia, oltre che essere finalmente rappresentata da un governo serio, ha un debito pubblico sostenibile e un’economia che cresce.

Qui il governo prende un impegno preciso, che è quello di coniugare sviluppo, rigore ed equità, il che significa perseguire i tre obiettivi congiuntamente.

Nel campo del lavoro, delle pensioni e della fiscalità ci sono disparità enormi accumulate nel tempo e che pochi governi finora (non solo il centro-destra) hanno potuto o voluto toccare. É possibile intervenire oggi in modo da evitare che siano i soliti noti (i contribuenti, i giovani, le donne, i lavoratori precari e guai a chi appartiene a tutte e quattro le categorie contemporaneamente) a essere colpiti dalle misure necessarie?

L’impegno è ambizioso, ma forse necessario per bilanciare l’incognita politica che pesa su questo governo, perché qualsiasi riforma che rispetti contemporaneamente i tre obiettivi difficilmente potrà essere bocciata dalle parti sociali e in Parlamento.

Per ora, non si può che apprezzare il coraggio degli impegni programmatici: se fossero realizzati non solo usciremmo dal baratro, ma risolveremmo problemi che ci trasciniamo da decenni. E proprio per questo il governo avrà bisogno anche di molta attenzione critica alla sua azione che comincia da oggi.

mercoledì 2 novembre 2011

Quanto costa B. alle banche


MARCO ONADO

L’entusiasmo dei mercati per la lettera di intenti del governo Berlusconi è durata l’espace d’un matin, come la rosa del poeta. Venerdì il tasso sui titoli italiani a 10 anni ha oltrepassato la soglia del 6 per cento e le ultime due giornate sono state la degna cornice della notte delle streghe. Il differenziale di tasso rispetto a quello tedesco è balzato a 452 punti (4,52 punti percentuali). Per rinnovare i nostri debiti paghiamo il triplo della Germania e il doppio della Francia. È la prova definitiva del fatto che l’Italia ha perso la fiducia dei mercati.

L’Italia è così costretta a ricevere ultimatum tanto pressanti quanto umilianti. Dai problemi di oggi si esce o innestando la marcia dello sviluppo economico o tagliando senza pietà le spese pubbliche per ridurre il debito. Se non riusciamo ad imboccare la prima strada, ci spingono sulla seconda e comunque in Italia qualcuno apprezza che ciò comporti anche una bella botta ai diritti sindacali. L’abolizione dell’articolo 18 è come un diamante per una fanciulla: un regalo per sempre. A questo bivio siamo arrivati con un progressivo smottamento da inizio anno scandito dai downgrading del Paese e dall’aumento degli spread: quello a due anni, già prima delle ultime giornate di fuoco era aumentato di 183 punti base rispetto a dicembre scorso; per la Spagna l’aumento è stato di soli 70 punti base. È la misura più lampante della differenza con cui oggi i mercati guardano al nostro Paese: è quello che ci costa l’agonia del governo.

Fra le vittime di questa situazione ci sono anche le banche, cui l’autorità bancaria europea (Eba) oggi chiede di aumentare i capitali (per le prime 5 italiane si tratta di 15 miliardi su un totale di 106 per le principali 70 dell’Unione). Un importo indispensabile per garantire un flusso adeguato di crediti all’economia.

Lunedì i principali banchieri italiani hanno chiesto una sostanziale riduzione degli obblighi di capitale imposti dall’Europa, ma è difficile che le loro richieste arrivino a Bruxelles, perché nessuno oggi è disposto a fare sconti all’Italia. Ma soprattutto dovrebbero capire che stanno chiedendo soccorso a chi è la causa dei loro principali problemi, che derivano in larga misura proprio dalla spirale perversa degli spread. Per le banche infatti questi aumenti di tassi sono dannosi quanto per le casse statali. Da un lato devono accantonare più patrimonio per fronteggiare le perdite potenziali sul debito pubblico e su quello privato che subisce gli effetti dei downgrading. Dall’altro, vedono aumentare i costi della raccolta sul mercato obbligazionario e interbancario, perché gli spread bancari si muovono parallelamente a quelli del debito pubblico.

In termini pugilistici, un uno-due micidiale. Solo per le banche oggetto della richiesta dell’Eba, il primo effetto comporta maggiori esigenze di capitale per quasi 9 miliardi per ogni 100 punti base di spread. Basterebbe cioè oggi essere fra 300 e 350 punti (che sarebbe comunque il doppio di dicembre) per ridurre di due terzi l’onere che viene imposto dall’Europa e renderlo ben più tollerabile. E poi ci sono i maggiori costi di raccolta: le 5 banche hanno rinnovato titoli per 94 miliardi nel corso del 2011: ogni punto percentuale di maggior tasso è dunque costato quasi un miliardo. Per la raccolta interbancaria, 65 miliardi, l’incremento dei costi è attenuato dalle condizioni di favore della Bce, ma vale comunque qualche centinaio di milioni. In totale, un aumento dei costi di 1,2 miliardi significherebbe il 14% dei profitti lordi prima delle tasse del 2010 e dunque una sostanziale riduzione della capacità di aumentare i capitali accantonando utili futuri. E ci meravigliamo se in borsa i titoli bancari scendono?

Insomma: ogni 100 punti base di spread comportano per le banche un salasso di 9 miliardi in termini patrimoniali e 1,2 di riduzione dei profitti lordi. Ed è ragionevole ipotizzare che la debolezza delle risposte italiane alla crisi vale almeno tanto, che è comunque meno del differenziale che si è aperto rispetto alla Spagna. Ma cosa è questa se non la misura della “tassa Berlusconi”, la nuova versione della “Robin tax” che all’inizio del suo mandato il ministro Tremonti, quello che aveva previsto la crisi, proponeva di far pagare alle banche? Altro che chiedere al governo di essere protette a Bruxelles; le banche dovrebbero limitarsi ad una sola parola: vattene.

Il Fatto Quotidiano, 2 novembre 2011

domenica 30 ottobre 2011

Le falle del piano Ue


È ancora presto per dire se a Bruxelles è stato scritto un finale felice al thriller europeo della crisi finanziaria. Quello che è certo è che si è fatto un passo importante e necessario: è stato imposto alle banche un costo adeguato alla gravità della situazione e nello stesso tempo sono state fornite garanzie sulla loro robustezza. Una condizione necessaria, ma non sufficiente: molti dettagli tecnici fondamentali sono ancora da definire e soprattutto è ancora incerto se i Paesi europei, in particolare quelli più deboli come l’Italia, sapranno finalmente avviarsi su un sentiero di crescita permanente.

Dopo un estenuante braccio di ferro, le banche hanno infine ceduto e hanno accettato una ristrutturazione del debito greco, che comporta una perdita del 50 per cento circa, in linea con le valutazioni dei titoli da qualche mese a questa parte. Il debito greco scende così al 120 per cento del Pil, un livello che può essere ragionevolmente stabilizzato. Secondo il Fondo monetario oggi è pari al 166 per cento, quasi 30 punti in più del dato previsto dallo stesso Fondo solo un anno fa (139,3). È la misura più impietosa di quanto ottimisti fossero i piani approntati dal momento in cui la crisi greca è esplosa e soprattutto di quanto fosse sottovalutata la caduta del reddito conseguente a un’ondata senza precedenti di tagli e sacrifici. Ma era molto comodo far finta che il conto potesse essere presentato solo ai cittadini greci e non alle banche che avevano finanziato il loro governo.

A luglio l’Europa aveva strappato alle banche una prima ristrutturazione con una perdita per esse di circa il 20 per cento (forse inferiore secondo i calcoli di molti): troppo poco per essere credibile e infatti da allora è cominciata l’estate più calda delle banche europee. La crisi greca (ma anche di Irlanda e Portogallo) si è rapidamente estesa all’Italia e alla Spagna, facendo schizzare verso l’alto i tassi di interesse e in particolare la differenza (spread) rispetto a quelli tedeschi. Lo spread italiano a 2 anni è passato da circa 2 punti percentuali di gennaio a 4 a settembre (il livello greco di aprile 2010, per intenderci). E a questo punto ovviamente i timori si sono estesi all’intero sistema bancario europeo, che è il principale finanziatore degli Stati. Come sempre nei momenti in cui la crisi precipita, non era realistico pensare che il mercato potesse trovare autonomamente una posizione di equilibrio e in particolare che bastasse un aumento di capitale delle banche per fugare i timori sulla loro robustezza.

Le decisioni di mercoledì agiscono finalmente su entrambi i lati del problema. L’Europa ha dimostrato che c’è una volontà precisa di realizzare finalmente un programma serio di stabilizzazione della Grecia, anche se questo comporta costi non piccoli per le banche dei paesi creditori (Francia e Germania soprattutto). Questo significa una volontà politica di mantenere la Grecia all’interno dell’area dell’euro e dunque di garantire la sopravvivenza dell’Unione monetaria alla crisi più grave finora vissuta. Nello stesso tempo, sotto la regia dell’autorità di vigilanza europea è stata fatta una stima dei nuovi capitali che dovranno essere immessi nelle banche per assorbire le perdite potenziali e si è assicurato che la Bce continuerà a fornire alle banche i fondi necessari in questa difficile fase. Per quanto riguarda i capitali, si tratta di 106 miliardi per le principali banche europee, di cui circa 15 per quelle italiane.

Ma qui cominciano i problemi. Potranno le banche trovare sul mercato una cifra così ingente, più del doppio di quanto hanno raccolto nei primi quattro mesi dell’anno in condizioni ben più favorevoli? Se pensiamo alla situazione italiana non tira certo una buona aria e le fondazioni che sono importanti azioniste di almeno tre di esse non sembrano aver molta voglia di mettere ancora una volta mano al portafoglio. Sarà allora il Fondo europeo (Efsf) a intervenire, cioè il fondo che dovrebbe anche acquistare titoli pubblici sul mercato per stabilizzare la situazione? E in questo caso, avrà sufficienti risorse per essere veramente efficace e stroncare alla base la speculazione?

Si può solo citare il saggio di “Quelli della notte”: “ah saperlo, saperlo”. I dettagli sul potenziamento del fondo sono ancora tutti da definire e ruotano intorno a ipotesi inquietanti di ingegneria finanziaria, molte delle quali non promettono nulla di buono. Bisognerà aspettare almeno metà novembre per dare un giudizio completo. Nel frattempo, l’incertezza fondamentale riguarda la crescita che è la strada maestra per uscire dalla crisi. Un problema comune a tutta l’Europa, ma particolarmente acuto in Italia, per l’incapacità conclamata del governo Berlusconi di approntare misure adeguate. La lettera inviata dal governo Berlusconi non è solo un elenco di pie intenzioni, è l’elenco delle promesse mancate degli ultimi quattro anni: basta pensare a che fine ha fatto la “sferzata” all’economia di primavera. Ma all’Europa questo importa poco: quello che Bruxelles ci chiede è di non creare troppi problemi con il nostro debito pubblico: se questo succede perché tagliamo selvaggiamente la spesa sociale o quella per la salvaguardia del territorio o svendendo pezzi di patrimonio nazionale, poco importa. E già che ci siamo, perché non dare qualche botta anche alle tutele sindacali?

Insomma, non solo è troppo presto per festeggiare gli accordi di Bruxelles: la probabilità che da questi, se non cambia il quadro politico, derivino solo sacrifici e costi per gli italiani, è molto alta. I mercati sono euforici, forse troppo. Noi dovremmo essere più cauti; anzi, dalla parte degli indignati.

Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2011

venerdì 26 agosto 2011

Attenti, la Germania è stufa


di Marco Onado

In fondo al tunnel della crisi europea non si vede la luce, ma solo la crescente rigidità della posizione tedesca, sempre più convinta di aver fatto fin troppo per i Paesi che non hanno rispettato i sacri principi del rigore fiscale. Mercoledì è sceso in campo niente meno che il capo dello Stato, Christian Wulff, che ha detto papale papale che gli acquisti di titoli di Paesi in difficoltà operati dalla Bce sono “giuridicamente discutibili”, in altre parole mettendo in discussione l’operato recente e futuro dell’istituzione di Francoforte. Un’affermazione gravissima sul piano politico, ma non del tutto sorprendente. Basta leggere l’ultimo bollettino della Bundesbank per capire che Berlino dista ormai anni luce da quanti ogni giorno chiedono ai governi europei soluzioni coraggiose e condivise, a cominciare dagli eurobond, per porre fine a una spirale che rischia di travolgere l’intera costruzione monetaria e politica.

L’integralismo monetario della Bundesbank

A QUELLE richieste la Bundesbank,sempre più arroccata nel suo integralismo monetario, risponde come il Vaticano di Pio IX: “Non possumus” o, se preferite, “abbiamo già dato”, riferendosi al piano da 109 miliardi deciso il 21 luglio scorso per salvare la Grecia. Il guaio è che quel piano si è rivelato subito tardivo e insufficiente, come tutte le risposte precedentemente elaborate dalla politica europea. Non a caso proprio da quel giorno è cominciato il contagio verso Spagna e Italia e il tracollo in Borsa delle banche europee.

Eppure la bocciatura dei mercati non smuove la posizione tedesca di un millimetro. Con teutonica testardaggine, la Bundesbank insiste e lancia tre messaggi chiarissimi. Innanzitutto, ci dice che l’accordo di fine luglio “trasferisce rischi sostanziali ai Paesi che forniscono gli aiuti e ai loro contribuenti” e dunque contribuisce a rendere comuni all’intera area i rischi causati dai Paesi con finanza allegra. Dunque, aprite bene le orecchie: “Fintanto che le politiche fiscali verranno decise da governi democraticamente eletti a livello nazionale, i rischi e i pesi relativi saranno sempre più sopportati dalla Comunità in generale e dai Paesi finanziariamente solidi in particolare, senza essere adeguatamente controbilanciati da poteri concreti di intervento sulla sovranità delle politiche nazionali di bilancio”. Di qui il primo messaggio: con il faticoso accordo del 21 luglio abbiamo tirato la corda del consenso tedesco al limite di rottura. Oltre non si andrà e la Bundesbank, direttamente e come componente del Sistema europeo di banche centrali, si adopererà in ogni modo per mantenere la sua posizione.

Osserva inoltre la banca centrale tedesca che non è in discussione alcuna revisione dei trattati europei che affronti alla radice questo problema e dunque c’è il rischio concreto che alcuni Paesi aumentino ulteriormente il loro debito, indebolendo senza rimedio le istituzioni dell’unione monetaria, cioè la Banca centrale europea, “chiedendole di assumere un atteggiamento troppo accomodante”. E qui c’è il secondo messaggio, ancora più chiaro e forte per Mario Draghi, rinforzato dal presidente tedesco in persona, caso mai gli fosse sfuggito qualcosa.

Ma secondo le migliori regole, la coda è ancora più velenosa. Sostiene la Bundesbank che il salvataggio di Stati membri “è ancora scolpito nel trattato europeo” fino a quando non vi sarà una sostanziale “resa (surrender nel testo inglese) della sovranità fiscale dei singoli Paesi”. Insomma il terzo messaggio è ancora più minaccioso e suona più o meno così: arrendetevi alla disciplina tedesca e affidate a un’autorità centrale la politica di bilancio, sottraendola ai vostri governi e ai vostri parlamenti, oppure stringete la cinghia fino a quando avrete messo i conti in ordine.

Il rischio recessione dietro l’angolo

POCO IMPORTA se la cura da cavallo imposta a una parte sempre più ampia dell’unione monetaria può causare una recessione che inevitabilmente si ripercuote sull’economia e sul sistema finanziario tedesco. Ancor meno importa che sia stata la Germania (insieme alla Francia) a ignorare in passato il sacro principio del trattato europeo che impedisce deficit pubblici superiori al 3 per cento. Senza fare neanche un plissé, come direbbe Jannacci, la Bundesbank, per bocca di Angela Merkel, richiede anzi che tutti i Paesi europei si impegnino costituzionalmente al pareggio di bilancio, come se questo bastasse a placare la tempesta e facendo finta che violare la Costituzione sia più grave di violare il trattato costitutivo dell’Unione europea. Le ruvide certezze tedesche non sono sfiorate neppure dal sospetto che l’oltranzismo rischia sempre di essere scavalcato a destra. Nei giorni scorsi la Finlandia ha negoziato con la Grecia un accordo-capestro che impone la costituzione di riserve in oro e valuta a fronte del prestito ottenuto. Lunedì l’Olanda ha immediatamente dichiarato di voler seguire la stessa strada. Il prossimo chiederà un’ipoteca sul Partenone. E poi? Persino Moody’s ha dichiarato che l’Europa è ormai in chiaro conflitto di interessi quando tratta con la Grecia e gli altri Paesi in difficoltà. Se le agenzie di rating pontificano sul conflitto di interessi, è segno evidente che siamo arrivati al fondo e le speranze di una risposta politica chiara e forte da parte dei governi europei sono ormai ridotte al lumicino. Come ha scritto Stefano Micossi su voxeu.org , stiamo rischiando davvero di “perdere il paziente”. Ma è l’inevitabile risultato di una politica rigida che vuole solo la resa dei Paesi in difficoltà e anche senza l’onore delle armi. Se almeno Sarkozy si ricordasse, nei suoi incontri con Angela Merkel, cosa ha risposto il suo antenato Cambronne quando gli chiesero di arrendersi.