
Quarantanove anni fa prendemmo la casa dove tuttora vive il Vecchio Cronista perché il sensale ci disse che bastava attraversare Ponte Sisto per tuffarsi nel verde, «unico», del Giardino botanico. Davvero «unico» il Giardino, ma a strapiombo del verde insisteva la lugubre mole di Regina Coeli, il carcere di Roma. La sua sorte ci ha accompagnato fin qui e non c’è una volta che passando con la fedele Croma davanti alla vecchia galera non ci si strizzi «er core». Ed è facile ricordare come, immancabilmente, a ogni cambiamento di governo si sia:
a) denunciato «lo stato fatiscente» della galera;
b) annunciato l’imminente adeguamento delle strutture (il cesso al posto del bugliolo).
Non c’è governo che non abbia affermato che Regina Coeli ha i giorni contati. Ha fatto eccezione l’attuale guardasigilli, Angelino Alfano. Ha detto chiaro che la situazione è «esplosiva». E ciò per «carenze amministrative e di personale». A Favignana le celle si trovano 7 metri sotto il livello del mare e non hanno finestre. A Catania in pochi metri quadri si stipano tredici detenuti, alcuni costretti a dormire in terra per la mancanza di letti. A Torino nella Casa circondariale Lorusso-Cutugno i reclusi sono 1600 mentre la capienza sarebbe di 923. Ancora: oltre 38 mila dei 60 mila carcerati sono «in attesa di giudizio». Di più: nelle 206 galere si scontano una serie di pene accessorie NON previste dal Codice, «lesive della dignità umana e della Costituzione», denuncia Alfano. Che, fuori da ogni buonismo, ha varato un piano-carceri interessante. Contempla lo sdoppiamento dei «circuiti carcerari» il che significa che ci saranno carceri pesanti per detenuti pericolosi «che han commesso crimini con violenza», e carceri «leggere» per quanti siano considerati «a bassa pericolosità ». Per questi «si apriranno spazi di socialità , facendo sì che la cella diventi solo spazio di riposo».
Codesto piano-carceri è l’estrema Thule del pianeta-galera. «Tutto lascia prevedere che entro questa settimana saremo a quota 61 mila reclusi quando la capienza «regolare» dovrebbe essere di 43.169 carcerati con un limite tollerabile di 63.623». Lo dice Leo Beneduci, segretario del Sindacato di polizia penitenziaria (cfr. Avvenire, Paolini-Scavo). Nell’estate 2006 si ricorse all’indulto che portò alla liberazione di circa 26 mila dei 60 mila reclusi di allora, ma già nei primi giorni «l’effetto dello sconto generalizzato di pena era svanito». L’attuale governo ha nominato un commissario straordinario (il neodirettore del Dap Franco Ionta) che «entro maggio» dovrà indicare «dove e come costruire» 17 mila nuovi «posti letto». Il piano-carceri di Alfano è civile, innovativo, ma il punto, forse, è un altro. Lo indica Enrico Sbriglia, direttore del carcere di Trieste. Dice: «Possiamo dare ai detenuti quante più attività culturali si vuole, ma quello che i prigionieri chiedono è di poter lavorare» o addirittura di imparare un mestiere. Il lavoro educa, rafforza il legame del carcerato coi suoi cari, gli permette di giovarsi d’un buon avvocato.
Là dove è stata possibile la terapia-lavoro ha visto non pochi detenuti salvarsi dalle tentazioni della criminalità organizzata. Servono nuove carceri, certo, ma il «maestro di vita» rimane il lavoro, cioè il carcere-bottega secondo il modulo rinascimentale. «Drento Regina Coeli / ce sta ’na campana / possino ammazzallo / chi la sona».
Codesto piano-carceri è l’estrema Thule del pianeta-galera. «Tutto lascia prevedere che entro questa settimana saremo a quota 61 mila reclusi quando la capienza «regolare» dovrebbe essere di 43.169 carcerati con un limite tollerabile di 63.623». Lo dice Leo Beneduci, segretario del Sindacato di polizia penitenziaria (cfr. Avvenire, Paolini-Scavo). Nell’estate 2006 si ricorse all’indulto che portò alla liberazione di circa 26 mila dei 60 mila reclusi di allora, ma già nei primi giorni «l’effetto dello sconto generalizzato di pena era svanito». L’attuale governo ha nominato un commissario straordinario (il neodirettore del Dap Franco Ionta) che «entro maggio» dovrà indicare «dove e come costruire» 17 mila nuovi «posti letto». Il piano-carceri di Alfano è civile, innovativo, ma il punto, forse, è un altro. Lo indica Enrico Sbriglia, direttore del carcere di Trieste. Dice: «Possiamo dare ai detenuti quante più attività culturali si vuole, ma quello che i prigionieri chiedono è di poter lavorare» o addirittura di imparare un mestiere. Il lavoro educa, rafforza il legame del carcerato coi suoi cari, gli permette di giovarsi d’un buon avvocato.
Là dove è stata possibile la terapia-lavoro ha visto non pochi detenuti salvarsi dalle tentazioni della criminalità organizzata. Servono nuove carceri, certo, ma il «maestro di vita» rimane il lavoro, cioè il carcere-bottega secondo il modulo rinascimentale. «Drento Regina Coeli / ce sta ’na campana / possino ammazzallo / chi la sona».



