Visualizzazione post con etichetta IGOR MAN. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta IGOR MAN. Mostra tutti i post

venerdì 3 aprile 2009

Un medico sul pianeta galera


3/4/2009
IGOR MAN

Quarantanove anni fa prendemmo la casa dove tuttora vive il Vecchio Cronista perché il sensale ci disse che bastava attraversare Ponte Sisto per tuffarsi nel verde, «unico», del Giardino botanico. Davvero «unico» il Giardino, ma a strapiombo del verde insisteva la lugubre mole di Regina Coeli, il carcere di Roma. La sua sorte ci ha accompagnato fin qui e non c’è una volta che passando con la fedele Croma davanti alla vecchia galera non ci si strizzi «er core». Ed è facile ricordare come, immancabilmente, a ogni cambiamento di governo si sia:
a) denunciato «lo stato fatiscente» della galera;
b) annunciato l’imminente adeguamento delle strutture (il cesso al posto del bugliolo).
Non c’è governo che non abbia affermato che Regina Coeli ha i giorni contati. Ha fatto eccezione l’attuale guardasigilli, Angelino Alfano. Ha detto chiaro che la situazione è «esplosiva». E ciò per «carenze amministrative e di personale». A Favignana le celle si trovano 7 metri sotto il livello del mare e non hanno finestre. A Catania in pochi metri quadri si stipano tredici detenuti, alcuni costretti a dormire in terra per la mancanza di letti. A Torino nella Casa circondariale Lorusso-Cutugno i reclusi sono 1600 mentre la capienza sarebbe di 923. Ancora: oltre 38 mila dei 60 mila carcerati sono «in attesa di giudizio». Di più: nelle 206 galere si scontano una serie di pene accessorie NON previste dal Codice, «lesive della dignità umana e della Costituzione», denuncia Alfano. Che, fuori da ogni buonismo, ha varato un piano-carceri interessante. Contempla lo sdoppiamento dei «circuiti carcerari» il che significa che ci saranno carceri pesanti per detenuti pericolosi «che han commesso crimini con violenza», e carceri «leggere» per quanti siano considerati «a bassa pericolosità». Per questi «si apriranno spazi di socialità, facendo sì che la cella diventi solo spazio di riposo».

Codesto piano-carceri è l’estrema Thule del pianeta-galera. «Tutto lascia prevedere che entro questa settimana saremo a quota 61 mila reclusi quando la capienza «regolare» dovrebbe essere di 43.169 carcerati con un limite tollerabile di 63.623». Lo dice Leo Beneduci, segretario del Sindacato di polizia penitenziaria (cfr. Avvenire, Paolini-Scavo). Nell’estate 2006 si ricorse all’indulto che portò alla liberazione di circa 26 mila dei 60 mila reclusi di allora, ma già nei primi giorni «l’effetto dello sconto generalizzato di pena era svanito». L’attuale governo ha nominato un commissario straordinario (il neodirettore del Dap Franco Ionta) che «entro maggio» dovrà indicare «dove e come costruire» 17 mila nuovi «posti letto». Il piano-carceri di Alfano è civile, innovativo, ma il punto, forse, è un altro. Lo indica Enrico Sbriglia, direttore del carcere di Trieste. Dice: «Possiamo dare ai detenuti quante più attività culturali si vuole, ma quello che i prigionieri chiedono è di poter lavorare» o addirittura di imparare un mestiere. Il lavoro educa, rafforza il legame del carcerato coi suoi cari, gli permette di giovarsi d’un buon avvocato.

Là dove è stata possibile la terapia-lavoro ha visto non pochi detenuti salvarsi dalle tentazioni della criminalità organizzata. Servono nuove carceri, certo, ma il «maestro di vita» rimane il lavoro, cioè il carcere-bottega secondo il modulo rinascimentale. «Drento Regina Coeli / ce sta ’na campana / possino ammazzallo / chi la sona».

venerdì 9 gennaio 2009

Nel kibbutz per capire Israele

LA STAMPA
9 /1/2009
IGOR MAN

Sono giornate devastanti quelle che scorrono in Medio Oriente e il Vecchio Cronista una volta ancora ricorda l’incontro, nel 1959, con Berta Grinstein. Non la vedevo dal 1939 (io fanciullo, lei signora di mezza età), allorché venne cacciata, con la famiglia, dall’Italia in forza delle leggi razziali. Ci vedemmo a Waterbury (Co) e fu lei a procurarmi l’intervista con Ben Gurion, suo mezzo parente. Alla lettera di presentazione, Berta aveva accluso un bigliettino per me: «Se vuoi capirci, se vuoi capire Israele, devi, devi visitare Lahomei Haghetaot. Shalom, shalom». È un kibbutz dove gli scampati alla strage di Varsavia (3 agosto 1944) in soli trenta metri hanno allestito un museo della Memoria. L’impatto è forte. L’ambiente è scabro, fiero, ma niente affatto retorico; evidente è l’intenzione di far parlare «in diretta» la Storia affinché la Memoria duri. Sui muri spiccano le macchie gialle delle stelle di pezza imposte da Hans Franck agli ebrei; gli stampati con la scritta Jood da affiggere sulle botteghe; una svastica e un documento che ci riporta, sgomenti, nell’Italia repubblichina: «Questura di Roma - oggetto: traduzione ebrei al concentramento di Carpi, in numero di 38 (trentotto). Pregasi di rilasciare al funzionario latore relativa ricevuta. Firmato: il Questore Pietro Caruso. Roma addì 25 febbraio 1944, XXII».

Quel che colpisce è «relativa ricevuta»: cose erano, povere cose gli ebrei in «traduzione». Cose destinate a finire nel gas nazista. Cose. Che tuttavia risorgeranno: come ci dicono i disegni dei bambini ebrei condannati a morte perché ebrei. Capovolgendo la realtà (siamo, in fatto, al Presagio) quegli innocenti disegnavano gli adulti: il papà, lo zio, l’amico che, armati di lunghi fucili, mettevano in fuga le SS. Inconsciamente quei bimbi ebrei si ribellavano al cliché dell’ebreo rassegnato, eterno perdente. Quei disegni reclamano il diritto d’esser dichiarati profetici. Essi anticipano la mutazione degli sfiniti reduci dai campi di sterminio in soldati vincenti: quelli che hanno costruito Israele, anzi il Nuovo-Israele, paese democratico, prima potenza militare del Medio Oriente, primatista nella Ricerca.

Quello che i Padri fondatori hanno creato in Palestina è certamente da ammirare ma paradossalmente il suo limite è la Supremazia. Un ebreo d’antica famiglia, Gad Lerner, ha citato su Repubblica il «Giobbe» di Joseph Roth: «Tutto ciò che è improvviso è male, il bene arriva piano piano». Magari ne serbassero memoria gli Israeliani, esclama Gad. «Esasperati da un assedio senza fine ma tuttora accecati dal mito della guerra-lampo-risolutiva che nel 1967 parve durare sei giorni appena e invece li trascina, dopo oltre 41 anni, a illudersi nuovamente: bang, un colpo improvviso bene assestato, e pazienza se il mondo disapprova, l’importante è che il nemico torni a piegare le ginocchia». Insomma, dice Gad: la guerra non risolve. Ancorché sempre vittorioso, Israele è tuttora accerchiato da nemici che ne sognano la distruzione. Guerre brevi assicurano lunghi periodi di pace ma a ogni vittoria Israele vede crescere l’odio dei vicini. Esiste una dicotomia geopolitica alla base dell’eterno limbo in cui (coraggiosamente) Israele vive. Nell’arengo mondiale è un paese come gli altri, nell’ambito regionale è «un corpo estraneo» condannato a morte dall’islam militante; al tempo stesso è la testimonianza d’una superiorità che esaspera il complesso d’inferiorità dei suoi (frustrati) vicini. Temo che questo scenario non muterà mai. Voglio ricordare che nel 1956 i soldati israeliani cantavano: «Sempre in tre saremo: io, tu e la prossima guerra».

lunedì 5 gennaio 2009

Sangue senza fine

LA STAMPA
4/1/2009
IGOR MAN

E’ un momento grave. L’anno nuovo, segnato dalla spedizione punitiva di Israele a Gaza, cavalca l’incognita del «dopo» - e cioè tutto finirà quando Hamas sarà in ginocchio ovvero il blitz accenderà un nuovo fronte, in Libano, dove Hezbollah sarebbe in pre-allarme? L’interrogativo verosimilmente cadrà nelle prossime quarantott’ore, allorché sarà possibile capire se l’operazione «Piombo fuso» avrà raggiunto l’obiettivo fissato dallo stato maggiore di Tzahal, obiettivo oggi difficile da individuare. Al Cairo quegli esperti puntano l’attenzione sul consenso popolare in Israele, alto.

L’80% della popolazione appoggia «Piombo fuso», solo il 4 per cento si oppone. Detto una volta ancora che Israele s’è mosso per difesa davvero legittima, sarà utile ricordare che gli accadimenti mediorientali non possono misurarsi col metro occidentale. C’è una «previsione» sul risultato del blitz israeliano sulla quale occorre per altro riflettere. A formularla è stato un leader di Hamas, il giuresperito Nizar Rayan, esattamente quattro giorni fa. Dopo aver dettato la «previsione» alle agenzie di stampa, il dottor Rayan è morto: nelle macerie dell’Università islamica rasa al suolo dall’aviazione israeliana. «Qualsiasi cosa faccia Israele ad Hamas, Hamas vincerà. E questo perché se ci uccideranno diventeremo martiri - se non ci uccideranno consacreranno la nostra vittoria». Ipse dixit uno dei più popolari uomini di Hamas. Se le sue parole saranno percepite dai miliziani, sarà estremamente difficile per Israele bonificare Gaza. Certamente i soldati di Israele potrebbero distruggere (nel senso di tabula rasa) Hamas magari in pochi giorni ma l’esercito di Tel Aviv non è un esercito di lazzaroni. Ci sono regole che solo banditi di passo potrebbero violare; c’è un’etica che va rispettata ancorché sia fatta di sangue e odio. Va detto altresì che gli uomini di Hamas sapevano che la pazienza di Israele si era esaurita, la pioggia di razzi sulle città israeliane invalidava un Paese intero. Israele è territorialmente piccolo, è una sorta di «piccola provincia» dove un po’ tutti si conoscono, come da noi nel Sud; ogni persona o soldato ha nome cognome e indirizzo. Tutto il Paese chiedeva da tempo che finisse l’incubo dei razzi di Hamas. Va detto ancora che le formazioni politiche sono sul piede di guerra in vista di prossime elezioni. Ed è possibile che la dura reazione israeliana alla sistematica provocazione dei «guerriglieri di Dio» sia stata anticipata in vista, appunto, della consultazione elettorale.

C’è, poi, un risvolto interno nella tragedia. La guerra è sempre una tragedia e non risolve: è dal 1947 che Israele ha fatto, fa guerre. Per resistere al crescente stillicidio di colpi di mano, conflitti e tregue, insomma per sopravvivere. Israele, oggi, è una minuscola nazione nucleare, ha l’aviazione più forte del mondo e ci precede nel campo della ricerca. E’ diventata un Paese piccolo e felice che tuttavia non ha saputo rassegnarsi a considerare il dramma di un altro popolo, quello palestinese. C’è stato un momentum che la pace con l’eterno nemico sembrava possibile: sul tema della pace ad ogni costo, Rabin, e con lui il partito laburista, vinse le elezioni proponendo agli israeliani un futuro «normale». Ma un giovinetto forse pazzo volle leggere nella Torah che Rabin era un «rinnegato», e come tale passibile di morte. E lo uccise. Da quel momento Israele ha camminato su due piani: la pace ma non ad ogni costo - la pace con tutti i nemici, quindi anche con Hamas, con Hezbollah. Queste due opzioni han finito con l’annullarsi ed oggi, paradossalmente, Israele a dispetto della sua potenza è in difficoltà.

Rimane solo da augurarsi che gli innocenti che fatalmente questo blitz frantuma non siano morti invano. I morti non risolvono il dramma dei vivi: la guerra è un vicolo cieco. Ma la Storia ci dice che sempre dal grembo insanguinato della guerra è nata la pace.

venerdì 5 dicembre 2008

Su Mumbai il turbante di Khomeini

LA STAMPA
5/12/2008
IGOR MAN


La strage di Bombay è passata in pagina interna ma non son pochi i lettori che continuano a interrogarsi e interrogano il Vecchio Cronista. Anticipiamo l’avvenire andando su Marte ma facciamo della Terra un mattatoio? domanda il signor Pietro Lamanna (Chieti). Vediamo. Il terrorismo nichilista («mi uccido per uccidere») è il frutto di una cinica manipolazione del Corano, che si vuole sia stato dettato da Allah al profeta Maometto per il tramite dell’Arcangelo Gabriele. È Khomeini, l’imam che ha spodestato lo Scià Reza Pahlevi con la sua rivoluzione a mani nude, a «inventare» codesta bomba umana.

Intervistato ad hoc in quanto insigne giuresperito, Khomeini afferma che sì il Corano condanna il suicidio. Ma chi si uccide per ammazzare il nemico è degno di «amore e rispetto» e dunque meritevole del Paradiso. L’imam cava dal suo logoro turbante la terribile carta quando l’Iran deve affrontare l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein, inopinatamente promosso, dagli Usa, alleato (scomodo ma valido). Un esercito raccogliticcio, quello persiano, contiene l’offensiva irachena, non solo: riesce a insidiare Bassora, città chiave del conflitto. Gli iracheni lamentano tuttavia la mancanza di sminatori sicché gli tocca segnare il passo. Qui il colpo di teatro: Khomeini arruola i bambini. Li veste di bianco con la benda del sacrificio in fronte, li manda, scalzi, a bonificare i campi minati. Saltando per aria con le mine.

Come a prevenire lo stupore e lo sdegno del mondo, Khomeini riempie i giornali delle fotografie degli impuberi «martiri», pubblica lettere esaltate dei genitori dei piccoli i cui parenti il governo colmerà di benefit. Nonostante il sacrificio dei bimbi-martiri, Khomeini subirà il cessate il fuoco dell’Onu. Da quel momento il vecchio gufo di Javaran varerà l’insegnamento del «martirio» spedendo pasdaran un po’ dappertutto nel mondo. La tattica operativa del terrorismo attuale risale presumibilmente ai dettati dell’organizzazione russa Narodnaya Volya (1878-1881): colpire nel mucchio «per uccidere sbalordendo». Anteriore ai russi assassini dello zar Alessandro II, la leggenda del Grande Vecchio della Montagna, capo della setta degli «assassini»: si vuole che fossero ismailiti venuti dalla Persia in Siria nel secolo undecimo: uccidevano anch’essi «per sbalordire». Epperò non si uccidevano per uccidere. Dopo la liberazione di Saigon, il generale Giap disse che «il terrorismo serve ma non risolve». In ogni caso i terroristi andavano classificati come «commandos speciali», non eroi. Così i tre vietcong terroristi, già considerati eroi, rimasero senza medaglia.

Da sempre il terrorismo viene considerato arma «non eroica». L’Agenzia ebraica e Ben Gurion condannarono con sdegno la strage di Deir Yassin (9 aprile 1948), opera dell’Irgun e del Lehi: 250 palestinesi massacrati e gettati nei pozzi o lasciati marcire all’aperto.

Il «salto di qualità» si ha con Khomeini, fonte, l’imam, d’un turpe contagio. Khomeini «spiega» che suicidarsi non è peccato mortale quando si uccide il nemico infedele. Non necessariamente, dunque, i terroristi-suicidi (vedi i replicanti di Bombay) sono tutti persone senza più nulla da perdere come la maggior parte dei «martiri» palestinesi nati e cresciuti in quelle fogne che chiamiamo «campi». E allora? Nel nuovo disordine che ci angustia dopo lo stupro delle Torri Gemelle, riesce difficile immaginare che il terrorismo-suicida più non colpisca. Ma come tutte le cose terrene, finirà. Mai nella storia la contestazione terroristica è diventata istituzione.

venerdì 28 novembre 2008

I misteri delle patrie galere

LA STAMPA
28/11/2008
IGOR MAN

«Ãˆ una strage», dice Angiolo Marroni. Non si riferisce a Mumbai bensì all’Italia. Meglio: alle carceri italiane. A spingerlo a parlar di «strage» è Emiliano L., 35 anni, morto in cella nel carcere di Viterbo. Un «decesso misterioso» che ha spinto la Procura ad aprire un fascicolo «contro ignoti». Angiolo Marroni è il «garante regionale» dei detenuti. Una funzione certamente nobile, nelle intenzioni. Un pannicello caldo, nei fatti. Vediamo.

Il ministro della Giustizia, Alfano, lo ricorderete, ha proposto di affrontare con realismo e un minimo di pietas l’annoso problema-carceri. Spicca nella bozza del suo ddl la «messa in prova». E cioè: sotto la soglia d’un reato che non superi i 4 anni, si può, se incensurati, scontare la pena fuori dal carcere. Il ddl è parente stretto della probation anglosassone. Ha il pregio di «costringere» chi ha errato a danno del prossimo a cercare una sorta di riabilitazione sociale nel lavoro: sia di concetto, sia manuale. Di più: può in qualche misura sfollare le carceri che letteralmente scoppiano. La popolazione carceraria italiana è in «travolgente crescita»: mille detenuti ogni mese. Abbiamo nelle patrie galere 58.426 carcerati a fronte d’una capienza di 42.562. Se il trend è questo, e lo è, nella prossima primavera «verrà superato il limite (tollerabile) di 63 mila detenuti».

La probation è congegnata dall’avvocato Ghedini che tuttavia è visto come un giurista sol preoccupato di evitare leggi che possano «disturbare qualcuno». C’è, poi, a insidiare la probation la «fissa» della Lega che la vede alla stregua di un «favore» agli extracomunitari. Il ministro Maroni, anch’egli contrario, ha tirato fuori l’oramai decrepito «problema delle carceri»: occorre un piano edilizio, le carceri scoppiano, eccetera. Anche per La Russa: prima le carceri, poi il resto. Sono pressappoco 60 anni che il Vecchio Cronista sente parlare di carceri da costruire e da ristrutturare. Molte chiacchiere, niente fatti. La settimana scorsa in Palazzo Chigi-bis (la residenza di Berlusconi) il premier ha convocato gli «addetti ai lavori» per discutere del ddl di Alfano. Sappiamo di un intervento cristianamente audace, politicamente lucido di Gianni Letta che potremmo paragonare a una bilancia coi giusti pesi; ci auguriamo che quando questo scritto uscirà, il governo sia evaso dal tunnel.

Al tempo di Tangentopoli il Vecchio Cronista percorse San Vittore dalle 7 del mattino alle 7 della sera. Una ricognizione che mi ha lasciato, dentro, una cicatrice complicata. «Noi responsabili delle carceri - mi disse Pagano, il direttore - insistiamo da anni sulla necessità d’una profonda riforma che sia anche edilizia. Un recluso, innocente o colpevole che sia, è innanzitutto un essere umano ma la civiltà dei consumi se ne accorge solo quando scoppia la rituale sommossa. È ingiusto, incauto comportarsi così». Abito da 57 anni nella vecchia Roma, a un passo da Regina Coeli e sono 57 anni che sento e leggo della sua «prossima» chiusura: per farne addirittura un hotel di lusso. Ma la vecchia galera è sempre lì. Fu costruita nel 1881, ha celle simili a sepolcreti: 17 mattonelle per otto. In tanto angusto spazio che contiene la tazza del cesso, stanno in media due persone.

«Drento Regina Coeli c’è ‘na campana / possi morì ammazzato chi la sona / La sona ‘n boiaccia de carne umana». Così cantano i carcerati e le loro voci arrivano al Gianicolo, dove bivaccano i famigliari dei prigionieri. I parenti affidano al vento richiami e messaggi. È una tradizione che non s’arrende, un rito amaro, non senza solennità.