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venerdì 3 settembre 2010

Quel che so di Schifani


di Lirio Abbate

La verità sull'avvocato Renato Schifani dice di conoscerla bene l'imprenditore palermitano Giovanni Costa, con un patrimonio di centinaia di milioni di euro posto sotto sequestro e una condanna sulle spalle a nove anni per riciclaggio, accusa per la quale è in corso il processo d'appello. È una verità finora inedita e se fosse riscontrata dalla magistratura potrebbe portare ad attivare nuove indagini. Il nome di Costa, 56 anni, compare nell'elenco delle persone che la Procura di Palermo intende interrogare, insieme al dichiarante Gaspare Spatuzza: dall'imprenditore i pm pensano di ricavare notizie ancora riservate sull'ex avvocato.

In particolare gli inquirenti vogliono far luce su eventuali collegamenti che ci sarebbero stati nei primi anni Novanta tra Schifani ed esponenti di Cosa nostra, in particolare i fratelli Graviano autori delle stragi siciliane del 1992 e di quelle di Roma, Milano e Firenze del 1993.

Per il presidente del Senato questa ipotesi "è priva di ogni fondamento", ma ha assicurato "la massima disponibilità con l'autorità giudiziaria qualora decidesse di occuparsi della questione". Alle rivelazioni di Spatuzza si aggiungono ora i retroscena di cui è a conoscenza Costa, che racconta a "L'espresso" una storia che spetterà poi ai magistrati verificare.

Secondo il suo racconto, Costa è stato per anni uno dei clienti dell'amministrativista Schifani incaricato di fargli da consulente in alcuni affari sui quali hanno indagato gli investigatori antimafia.

"Lui era il mio consulente, la persona che mi consigliava, quello che riusciva a mettere le carte a posto controllando i documenti con i quali chiudere affari senza avere problemi".

Questa volta il dito contro il senatore eletto nel collegio di Corleone non lo punta un ex sicario come Gaspare Spatuzza, bensì un imprenditore che in passato avrebbe avuto contatti con la mafia palermitana e da anni si è trapiantato a Bologna dove ha portato avanti società immobiliari, assicurative e di costruzioni.

Il giro d'affari gestito da Costa fra gli anni Ottanta e i primi Novanta era enorme e su questo patrimonio i pm hanno puntato le indagini con le quali hanno accertato che si trattava, in parte, di riciclaggio. "Ho sempre fatto le mie mosse con la consulenza di Schifani, lavoro per il quale gli pagavo dal 1986 uno stipendio mensile di due milioni di lire per seguire i miei lavori a 360 gradi. Era il mio consigliere. Ma nel processo in cui sono stato condannato lui, chiamato a testimoniare, non ha detto la verità. Ha preso le distanze stravolgendo i fatti, sostenendo addirittura che lo avevo inserito nel consiglio di amministrazione di una società di Milano a sua insaputa. E invece era stato lui a chiedermelo perché voleva lasciare Palermo, per questo gli proposi l'incarico di presidente o di amministratore delegato. Poi decisi che non se ne faceva più nulla".

Costa in passato sarebbe stato collegato a un boss di Villabate, cittadina alle porte di Palermo, e secondo l'accusa avrebbe ripulito somme di denaro provenienti da attività degli affiliati a Cosa nostra e da una truffa finanziaria organizzata in Sicilia agli inizi degli anni Novanta da Giovanni Sucato, definito "il mago dei soldi", poi morto carbonizzato nel 1995. Ma l'imprenditore nega ogni contatto con la mafia. E ricorda che Schifani nell'anno in cui la mafia uccide prima Salvo Lima e poi Falcone e Borsellino "voleva andar via da Palermo perché aveva paura. Mi aveva chiesto di venire a Milano e di inserirlo nel consiglio di amministrazione dell'Alpi assicurazioni di Fabbretti. Non voleva stare più a Palermo, sospettavo che avesse paura". Nel racconto lo stesso Costa si chiede: "Ciò significava forse che era "impastato" (colluso con i mafiosi, ndr)?". E si risponde testualmente: "Se hai paura della propria città ci sarà un motivo". Ma alla domanda precisa se Schifani avesse contatti con la mafia, l'imprenditore risponde: "Non lo so. Però lo conoscevano tutti. Era un bravo civilista e lui forse queste persone le conosceva perché trovava le pratiche già allo studio... Lui comunque nel 1992 continuava a ripetermi che voleva andare a Milano, forse perché già era innamorato di Berlusconi...".

Negli anni Ottanta Schifani difendeva i beni dei mafiosi davanti ai giudici per evitare il sequestro e lo faceva con grande professionalità e impegno da avvocato esperto in diritto amministrativo e in urbanistica, "perché quando prendeva una difesa diventava "fedele a te"".

"Noto però", aggiunge Costa, "che molti nomi di suoi ex clienti non vengono fatti. Eppure erano persone che all'epoca avevano un peso a Palermo". E aggiunge: "Prima o poi la verità su Schifani la racconterò tutta fin dal primo giorno in cui l'ho conosciuto", perché "la verità viene sempre a galla".

Ma come avvenne il primo incontro con Schifani? E perché lo scelse come suo avvocato? "Me lo indicarono alcuni amici. All'epoca", ricorda Costa, "avevo bisogno di risolvere alcuni problemi amministrativi e lui mi era stato segnalato come la persona che poteva risolvere tutto: oltre che bravo, mi dicevano, aveva conoscenze negli uffici più importanti per un imprenditore, a cominciare da quello per l'edilizia privata del Comune di Palermo, dove aveva lavorato suo padre, fino al Tar. Era bravo, forniva consulenze e dava consigli su come agire in casi di difficoltà". Non svolgeva dunque solo il ruolo di avvocato? "Era anche il mio consulente. Faceva in modo di sistemare i conti e le carte. All'epoca se avevi denunciato un reddito di 300 mila lire e poi ti trovavi ad acquistare un bene da 100 miliardi di lire, era complicato spiegarlo al fisco. Si doveva trovare la forma per concludere l'affare, perché allora eravamo tutti evasori fiscali, non riciclatori. E lui era bravo a trovare le soluzioni per portare a termine l'acquisto".

Gli episodi vissuti da Costa al fianco di Schifani affiorano alla mente dell'imprenditore che li descrive con grande cura, senza tralasciare nessun particolare, compresi gli incontri di lavoro nel suo studio legale: "Schifani sapeva tutto di me e dei miei affari, mi consigliava in quello che dovevo fare. Non facevo nulla se prima i documenti non venivano esaminati da lui. Ogni mossa era concordata con l'avvocato Schifani. Alla fine però sono stato condannato per riciclaggio e lui al processo non è venuto a dire la verità, che lui conosce bene".
A una parte di questa ricostruzione dei fatti, Renato Schifani ha già risposto ai giudici, un anno prima della sua nomina a presidente del Senato, come testimone nel processo a Costa per riciclaggio. Dinanzi alla quarta sezione del tribunale di Palermo, vengono poste a Schifani poche domande dalla difesa che lo ha citato. È qui che sostiene di aver seguito come legale l'imputato "negli anni Novanta per alcune vicende di carattere civile". Costa parla invece di un rapporto di lavoro avviato già nell'86. Il senatore dice che si trattava di "attività extra-giudiziaria, civilistica, contrattualistica" e poi che Costa lo aveva nominato consigliere d'amministrazione della Alpi assicurazioni. "Non accettai", ha precisato Schifani, "perché dissi che questo esulava dal mio ruolo professionale. Lo aveva fatto a mia insaputa, infatti non ho mai accettato, perché ho detto che io svolgevo il ruolo professionale, non ho mai accettato, perché non ho mai frapposto il mio ruolo professionale con altri tipi di ruoli che nascessero da interessi clientelari". Ma Costa insiste: "Non andò così, chiamerò Schifani a testimoniare nel processo d'appello".

venerdì 2 luglio 2010

Il gradino sopra Dell'Utri


di Lirio Abbate

La condanna in appello lascia aperta la questione del patto tra mafia e Forza Italia. Mentre vanno avanti le indagini sui misteri delle stragi. E il parlamentare prosegue gli affari con Carboni e Verdini

Mentre a Milano infuria Tangentopoli l'ex democristiano Ezio Cartotto viene ingaggiato in gran segreto da Marcello Dell'Utri per studiare un'iniziativa politica della Fininvest in previsione del crollo dei partiti amici. Siamo fra maggio e giugno del 1992 e l'allora numero uno di Publitalia pensa a come far nascere Forza Italia. Dell'Utri però sostiene che l'idea del partito "azzurro" gli fu comunicata a sorpresa da Silvio Berlusconi "solo a fine settembre 1993". La tesi sostenuta dalla procura di Palermo sull'origine del movimento politico avvenuta quasi in concomitanza con le stragi di Falcone e Borsellino, potrebbe essere avvalorata dalla sentenza dei giudici della Corte d'appello che hanno confermato la condanna per il senatore Dell'Utri, riducendola a sette anni (in primo grado erano nove gli anni inflitti) per concorso esterno in associazione mafiosa.

La sentenza chiude una volta per tutte il capitolo sui rapporti tra il partito azzurro e Cosa nostra? Non proprio. I magistrati di secondo grado, pur riconoscendo il coinvolgimento del braccio destro di Berlusconi negli affari della mafia negli anni Settanta e Ottanta, hanno però posto dei paletti al capo di imputazione che gli veniva contestato. Il limite oltre il quale non si deve andare, secondo la corte d'appello, è proprio quello del 1992. Da quell'anno orribile, insanguinato dalle stragi, Dell'Utri va assolto. Ufficialmente in quel periodo è ancora un manager al fianco dell'imprenditore Berlusconi, ma i suoi contatti con i boss proseguono. E forse proprio allora si trasforma in politico. Lui che non aveva mai fatto politica fino ad allora. Una metamorfosi che potrebbe essere avvenuta proprio nel 1992 un anno prima dalla data che l'imputato fornisce ai magistrati, diventando così da manager a uomo che si occupa di politica.

La corte d'appello fissa dunque dei paletti al capo d'imputazione i cui reati vengono contestati a partire dal 1970 "in poi". Oltre trent'anni di storia criminale riversata sulle spalle di un Marcello Dell'Utri imprenditore, uomo d'affari, intermediario, manager. Poi, però, diventa politico. Ed è su questo confine che i giudici possono aver alzato un muro. Se le motivazioni della sentenza di condanna lo confermeranno, ci potremmo trovare davanti ad un fatto nuovo che potrebbe avere ripercussioni nelle inchieste giudiziarie che le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze stanno conducendo sulla trattativa fra Stato e mafia, sulle stragi e i loro mandanti occulti. Infatti, se venisse accertato anche in secondo grado che si inizia a preparare la nascita di Forza Italia in prossimità delle bombe di Capaci e via D'Amelio, i risvolti giudiziari potrebbero essere notevoli. In ambienti giudiziari fanno notare che la sentenza decisa dalla corte presieduta da Claudio Dall'Acqua riguarda solo Dell'Utri imprenditore, quello che riesce a saldare i patti fra Cosa nostra e le aziende di Silvio Berlusconi.

Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non troverebbe più applicazione quando l'imputato diventa politico. In questo caso, rispettando probabilmente il dettato giurisprudenziale della Cassazione, sarebbe più difficile provare il patto con i boss, o il "guadagno" che ne avrebbe avuto Cosa nostra. Ma se così fosse, sostengono in procura a Palermo, quel "gradino" che voleva il pubblico ministero dalla Corte potrebbe essere stato realizzato. Il pg Nino Gatto, che ha sostenuto l'accusa, lo ha detto chiaramente nell'ultima udienza ai giudici che stavano per entrare in camera di consiglio: "Dovete prendere una decisione storica, non solo dal punto di vista giudiziario, ma per il nostro Paese. Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino salito il quale, forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno far accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure potete distruggere questo gradino".

I fatti di questo processo a Dell'Utri, che viene visto come "mediatore", "tessitore", colui il quale interviene in modo provvidenziale a risolvere i problemi di crisi dell'organizzazione mafiosa con il mondo economico e quello politico, sono dimostrati da una serie impressionante di elementi concreti documentati da testimoni insospettabili, carte, agende, filmati, fotografie, intercettazioni telefoniche e ambientali, addirittura ammissioni dello stesso imputato. E da qui i pm sono risaliti alle parole dei collaboratori di giustizia, quegli ex mafiosi che spiegano quei fatti secondo la logica interna e l'evoluzione storica dell'organizzazione di cui hanno fatto parte per una vita. Il tema della strategia stragista e della sua attuazione è rimasto fuori dal processo. I pm avevano fatto emergere davanti ai giudici del tribunale solo il loro punto di vista che è stato espresso parlando dell'evoluzione della strategia. Ciò che è emerso è il risultato di buoni rapporti fra gli uomini di Cosa nostra e Dell'Utri che sono sopravvissuti agli anni del "terrore". La considerazione di cui il braccio destro di Berlusconi godeva fra i clan prima della stagione delle bombe, per i magistrati "è rimasta intatta pur nel clima di terrore di quegli anni, in cui diventarono obiettivo della violenza mafiosa non solo i nemici della mafia, ma anche quelli che un tempo erano ritenuti dai boss di Cosa nostra amici della mafia, ma ora non più affidabili".

L'accusa aveva sostenuto che la mafia si era adoperata nei primi anni '90 per irrobustire la rete delle relazioni con Dell'Utri e rendere più pesante il suo ruolo, favorendo la trasformazione da semplice uomo d'affari a uomo politico. "Per agevolarne l'ingresso dalla porta principale del mondo delle istituzioni, per incrementare il peso all'interno del mondo di cui faceva parte e in quello dello Stato" come ha sostenuto il pm Antonio Ingroia. Tutto ciò è al limite con quello che il dispositivo della sentenza di appello stabilisce adesso, fissando il contributo del parlamentare a Cosa nostra fino al 1992. L'ex procuratore antimafia Pier Luigi Vigna davanti ad una decisione come quella presa dalla corte d'appello vuole essere molto cauto: "Il concorrente esterno, come nel caso di Dell'Utri, non è permanente all'organizzazione. È possibile che le cose possano essere cambiate dal '92 in poi. Questa decisione complica le cose per i colleghi che stanno lavorando su quei fatti che riguardano le stragi. Adesso è tutto più difficile, anche se le motivazioni potranno svelarci la giusta strada da percorrere". E poi aggiunge: "Se in passato la procura di Firenze nel periodo in cui ero procuratore chiese ed ottenne l'archiviazione per Dell'Utri e Berlusconi, un motivo valido c'era e forse questa decisione di Palermo si potrebbe collegare alle nostre motivazioni di allora".

Il ruolo svolto dal senatore nei primi anni Novanta è però collegata in qualche modo a indagini che sono in corso sulle stragi e la presunta trattativa fra boss e uomini della politica e delle istituzioni. A Firenze si tenta di accertare il presunto ruolo di Dell'Utri nella strategia di Cosa nostra, di cui ha parlato il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza; a Caltanissetta è stata riaperta l'inchiesta sull'autobomba di via D'Amelio proprio su nuove rivelazioni di pentiti; a Palermo l'indagine sulla trattativa riguarda anche la nascita del nuovo soggetto politico che sostituì i "vecchi referenti" spazzati via da Tangentopoli, dalle bombe e dagli omicidi. I magistrati impegnati in queste istruttorie sono tranquilli di poter proseguire la loro attività, nonostante questa sentenza ponga un temine temporale. "Potrebbe essere ostativo a nuove indagini solo se i giudici di Palermo nelle loro motivazioni scrivessero di aver trovato la prova inoppugnabile che Dell'Utri non ha commesso i fatti per i quali in passato è stato indagato a Firenze, Caltanissetta e Palermo. Solo in questo caso potrebbe essere fermato il nostro lavoro. La corte d'appello non è la Cassazione che vincola. Noi le indagini dobbiamo continuare a farle, tenendo conto di quello che la corte d'appello scrive, ma proseguiremo nelle nostre attività".

Anche Marcello Dell'Utri va avanti con le sue iniziative, non solo parlamentari. Le ultime indagini lo indicano ancora attivo negli affari, in società con Flavio Carboni: il faccendiere più volte chiamato in causa nelle trame italiane, di ieri e di oggi. L'inchiesta sugli impianti eolici in Sardegna ha evidenziato il ruolo di un misterioso ufficio romano, a cui facevano capo Carboni, Dell'Utri e Denis Verdini, l'uomo che l'ha sostituito nel coordinamento del partito.

martedì 27 aprile 2010

Catania Connection


27/4/2010

di Lirio Abbate e Gianfrancesco Turano

Il caso Lombardo riporta l'attenzione sull'altra capitale siciliana. Dove Cosa nostra, politici e imprenditori proseguono i loro affari nel silenzio

Milioni di metri cubi e un nuovo partito politico. Catania costruisce. Catania inaugura. Chiacchiera, anche. Qui non siamo a Palermo, dove mezza parola deve bastare. I catanesi raccontano tutto. Tutto degli altri, ovviamente. Così, mentre a Palermo le inchieste giudiziarie e gli arresti hanno messo in ginocchio Cosa nostra e i suoi favoreggiatori borghesi, a Catania la mafia si rafforza sempre di più, perché intreccia imprenditoria e politica, facendo avanzare in silenzio volti nuovi, inseriti anche ai vertici delle associazioni di categoria.

Il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, catanese con casa a pochi passi dalla chiesa del Carmine, nella piazza dove si tiene il mercato della 'fera 'o luni' (fiera del lunedì), ha replicato alle accuse di mafia mettendo all'indice il trasversalismo dei suoi nemici. Fra i bersagli del presidente siciliano ci sono soprattutto i concittadini Enzo Bianco, ex sindaco oggi senatore Pd, e Pino Firrarello, senatore Pdl dell'ala lealista, quella che lotta contro la destabilizzazione portata dal Mpa di Lombardo e che vede l'ipotesi di Lega del Sud come il fumo dell'Etna.

Questo scontro politico-giudiziario rallenta l'afflusso di denaro e il sereno andamento degli affari. Ma, secondo gli osservatori locali, lo sciame sismico turberà ancora per poco la pax catanensis. Lombardo è dato in uscita. A giugno è prevista la chiusura dell'indagine e una richiesta di rinvio a giudizio bloccherebbe l'espansione del governatore. Dopo le scosse, gli affari potranno riprendere sotto l'occhio di una magistratura finora poco incline agli assalti e di un'informazione dominata da Mario Ciancio Sanfilippo, editore della Sicilia e di Telecolor, padrone della pubblicità locale, membro del comitato esecutivo dell'Ansa e immobiliarista dal tocco infallibile. Sui terreni che aveva comprato vicino all'aeroporto di Fontanarossa alla fine di marzo è stato aperto un nuovo mega centro commerciale con un mega guadagno per Ciancio. Alle ore 14 c'era l'inaugurazione, alle 10 il Comune ha inaugurato la strada.

Nella stessa zona periferica a sud della città, verso le spiagge dorate della Plaia. Ciancio dispone di altri 600 mila metri quadrati di ex agrumeti ridotti a sterpaglie e pronti a trasformarsi nella prossima strepitosa plusvalenza grazie al Pua. La sigla sta per Piano urbanistico attuativo del Comune, dove comanda il sindaco Raffaele Stancanelli, compagno di Lombardo dai salesiani e pidiellino lealista. Il piano prevede sul lungomare un palazzo dei congressi, campo da golf, cinema multisala, parco del mare, acquario e campi da tennis. Il tutto a breve distanza dalla mitica Etna Valley, il distretto industriale specializzato in elettronica sulla falsariga della Silicon Valley californiana e trainato negli anni Novanta dalla Sgs di Pasquale Pistorio.

La crisi, qui, ha colpito duro. La St microelectronics, che è subentrata a Sgs, nel 2009 ha fatto due mesi di cassa integrazione. "Etna valley ha nuovi scenari con le energie alternative e i film fotovoltaici ultrasottili", dice il presidente di Confindustria locale, principe Domenico Bonaccorsi di Reburdone, eletto dopo uno scontro terrificante basato su chi era il più antimafioso del reame. La battaglia si è conclusa con la sconfitta del montezemoliano Fabio Scaccia, che nel frattempo ha fondato la Banca Base insieme all'industriale delle mozzarelle Zappalà e a Pietro Agen, potente presidente della Camera di Commercio.

Alla domanda su quante imprese siano state estromesse da Confindustria Catania secondo i dettami del presidente regionale Ivan Lo Bello, la risposta di Bonaccorsi è: una su 600. Né si può sapere quale sia. "Posso solo dire", dice Bonaccorsi, "che l'azienda operava negli appalti pubblici e che si è, correttamente, autosospesa".

Nonostante le speranze fotovoltaiche, lo sviluppo dell'industria appare stentato. Appena oltre la sede di St microelectronics, Etna Valley è stabilmente occupata da cani randagi, non tutti amichevoli. Sono i discendenti dei bastardi che scorrazzavano fino alla centralissima via Etnea, ai tempi del crac delle finanze municipali e dell'Enel che tagliava la luce dei lampioni al sindaco-taumaturgo Umberto Scapagnini. Fra capannoni abbandonati e strade accidentate, l'altra zona viva del distretto industriale è quella occupata da due ditte di trasporti. Una è la Di Martino, del vicepresidente di Confindustria locale Angelo Di Martino. L'altra è la Sud Trasporti della famiglia Ercolano. Insieme possiedono diverse centinaia di tir, tanto che Angelo Ercolano è presidente regionale della Fai, la Federazione autotrasportatori.

Non proprio uno qualunque, Angelo Ercolano. È l'ultimo rampollo della principale famiglia mafiosa della città. Lo zio Pippo è il reggente della cosca Santapaola (Nitto è suo cognato). Il cugino Aldo sta all'ergastolo per aver ucciso il giornalista Giuseppe Fava. Per decenni la famiglia Ercolano ha investito i propri denari nella ditta di trasporti, l'Avimec, poi confiscata per mafia. E non c'è subappalto per movimento terra, da queste parti, che sia sfuggito alla premiata ditta. Il vecchio boss Pippo, buon amico di Ciancio, fu arrestato in un sottoscala negli uffici della sua azienda. E anche Nitto Santapaola da latitante si spostava nascosto dentro i camion dell'Avimec. Adesso il nipote Angelo, incensurato titolare della Sud Trasporti rappresenterà 1.500 padroncini catanesi e sarà il punto di riferimento della Fai nazionale, oltre che un appoggio importante per la Camera di Commercio di Agen, ligure di Imperia importato a Sud.

A Catania dopo la nomina di Ercolano nessuno si stupisce. Perché qui la mafia ha un volto borghese. I boss trascurano da tempo la lupara e si sono trasformati in imprenditori nel campo dei rifiuti, dei trasporti, delle costruzioni e del commercio. All'ombra dell'Etna l'organizzazione criminale non vuole apparire violenta, secondo un metodo illustrato dai pizzini di Provenzano. Il boss corleonese consigliava di fare impresa ai capi a lui più vicini. È lo stesso suggerimento del boss Nitto Santapaola che ha sempre cercato la ricchezza nel silenzio delle armi.

Fra chi è riuscito a inserirsi nei subappalti per la realizzazione dei centri commerciali che circondano Catania c'è la Incoter della famiglia Basilotta. Uno dei fratelli, Vincenzo Basilotta, è stato arrestato nel 2005 in un'operazione che ha svelato i rapporti tra le cosche, il mondo delle imprese e quello della politica. Dal carcere Basilotta ha ceduto le sue quote dell'azienda a uno dei fratelli. Per i magistrati è un imprenditore organico a Cosa nostra, in particolare al clan La Rocca, che rappresenta la famiglia Santapaola nella zona di Caltagirone. I Basilotta si sono intrufolati in tutti i lavori più importanti del catanese, del nisseno e dell'agrigentino. Da poco tempo hanno acquisito anche una cava. Possibile? Certo. In Sicilia per ottenere una cava in concessione dalla Regione non occorre alcun certificato antimafia. "La mafia è niente al confronto della piovra burocrazia, così simile a quelle alghe che soffocano il fondale marino". La valutazione è del presidente dei costruttori Andrea Vecchio, in prima fila per la legalità e contro il racket, ma con un'indagine a carico per avere simulato minacce telefoniche. La burocrazia non ha scoraggiato l'arrivo sulla piazza di qualche impresa continentale. Sono molto attivi i vicentini Maltauro, che hanno rilevato quanto restava dell'impero di Carmelo Costanzo, uno dei quattro Cavalieri che furoreggiavano negli anni '80. I Maltauro hanno realizzato Etna Polis, subappaltata ai Basilotta, e si sono alleati con Uniter, la potenza locale emergente nelle infrastrutture pubbliche. Nel giro di pochi anni dalla nascita (2003) Uniter è diventata una delle maggiori imprese italiane, con lavori sulla Salerno-Reggio, sulla Terni-Rieti, a San Donà di Piave, al porto di Genova. A Catania Uniter ha l'ospedale San Marco e la metropolitana. I suoi fondatori sono un esempio del trasversalismo alla catanese. C'è Mimmo Costanzo (nessuna parentela con Carmelo), ex assessore di Bianco. E c'è Santo Campione, ex braccio destro del cavaliere Mario Rendo. Uniter e Maltauro realizzeranno la Catania-Ragusa (815 milioni) insieme all'eurodeputato Pdl Vito Bonsignore, cugino di Firrarello che, a sua volta, è suocero di Giuseppe Castiglione, presidente della Provincia e coordinatore del Pdl siciliano. Tutti e tre brontesi e tutti nemici di Lombardo.

Uniter è candidata anche ai lavori della darsena. La linea del litorale, il cosiddetto waterfront, è la più calda per i buoni affari. Gli sbancamenti previsti dovrebbero cambiare volto alla costa con un impatto ambientale devastante. I padroni della città hanno già preso posizione. La Vecchia dogana del porto è finita a Ennio Virlinzi, erede di una dinastia di industriali del ferro che producevano i tondini per le monete, al tempo della lira. Virlinzi è legato a Ciancio in vari business. Fra questi, quello dei parcheggi, un'altra costante catanese insieme ai centri commerciali. L'editore-immobiliarista e l'imprenditore siderurgico sono finiti sotto inchiesta assieme alla famiglia Di Martino per lo scempio di piazza Europa, sul lungomare in centro, dove la sabbia lascia il posto alla splendida scogliera lavica. La magistratura ha sequestrato i cantieri a metà dell'opera. Adesso piazza Europa sfoggia un ecomostro di pilastri mozzi.

I giudici sono stati più tolleranti con l'ex mulino Santa Lucia, una sorta di meringa a mare fabbricata dall'Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone. Il costruttore romano ha potuto completare i lavori prima che fosse emesso il decreto di sequestro. L'incidente di percorso non ha impedito all'università di Catania di laureare Caltagirone honoris causa in ottobre alla presenza di politici e del procuratore generale Giovanni Tinebra (Guarda il video).

Acqua Marcia si augura che l'opera non resti bloccata quanto la lottizzazione di Corso Martiri della Libertà, una colossale vasca nel cuore della città dove da decenni si avvicendano progetti e proposte. Il pallino è in mano a un altro forestiero, l'immobiliarista romano Sandro Parnasi, appoggiato da un manager di ritorno come il catanese Aldo Palmeri, storico braccio destro di Luciano Benetton a Ponzano Veneto. Per ora, l'unica decisione presa è l'abbattimento di una scuola che è uno dei pochi edifici antisimici della città.

Contro la demolizione è intervenuto Dario Montana, coordinatore provinciale di Libera. È il fratello del commissario Beppe Montana, assassinato dai corleonesi nel 1985 alla vigilia del maxiprocesso di Palermo. Nell'occasione 'La Sicilia' di Ciancio rifiutò di pubblicare il necrologio della famiglia. "È un'operazione insensata e una beffa", dice Montana. "A fine maggio dedicheranno il teatro della scuola a mio fratello e la palestra a Giuseppe Fava. Subito dopo spianeranno l'edificio per spostarlo duecento metri più in là, dov'era previsto un parcheggio per la Circumetnea. Tutto per fare cassa". E per costruire altri centri commerciali oppure hotel che rimangono vuoti come le casse del Comune.

Così è, se vi pare. A Catania sono in pochi a indignarsi, come è accaduto il 9 ottobre 2008, quando 'La Sicilia' ha pubblicato senza alcun commento la lettera del boss detenuto Vincenzo Santapaola. "La lettera", scrive il magistrato Roberto Alfonso nella relazione della Direzione nazionale antimafia, "è stata fatta uscire dal carcere tramite il difensore sottraendola in tal modo al controllo della direzione" del penitenziario. Il tutto in violazione al regime di 41 bis, il carcere duro imposto ai detenuti più pericolosi. A Catania accade anche questo. L'importante è battere la burocrazia.

(23 aprile 2010)

martedì 26 gennaio 2010

Il mistero delle celle scomparse


di Lirio Abbate


Intere sezioni chiuse o usate per altri scopi. Perché non ci sono guardie. E così molte carceri sono sovraffollate

Intere sezioni destinate ai detenuti trasformate in uffici, ambulatori medici o magazzini. Celle chiuse e mai utilizzate. Si restringono così gli istituti di pena nel nostro Paese. Anzi, si riduce così la capienza regolamentare o tollerabile delle carceri, in particolare in quelle di provincia dove i detenuti vengono stipati in pochi metri quadrati, creando sovraffollamento. Si potrebbe parlare di truffa delle carceri, dove nella realtà gli spazi esistono ma sulla carta vengono cancellati. Tutto a discapito dei detenuti. Non è certo tutto così il pianeta carceri. In alcuni istituti moderni e ampi si trova ancora spazio, come il carcere esemplare di Bollate, alle porte di Milano, che può contenere senza problemi 1.400 detenuti, e oggi ha spazio per altri 300 ma non possono arrivare perché mancano gli agenti di polizia penitenziaria. E questo è un altro fattore che intralcia l'amministrazione penitenziaria perché i poliziotti sono mal distribuiti: nelle regioni del Nord vi è il maggiore disagio e si registrano situazioni drammatiche, rispetto a quelle del Sud che non hanno carenze di organico.

I posti occultati e la mala organizzazione carceraria emergono da relazioni di servizio di cui è in possesso il Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria). Dossier riservati che sono rimasti nei cassetti dei vertici dell'amministrazione e dai quali emergono considerazioni tecniche che già in passato avrebbero portato ad evitare il sovraffollamento delle carceri e ottenere una buona vivibilità dei detenuti. «Si deve considerare», si legge in una relazione del Dap, «quello che normalmente avviene nel momento in cui si attiva un nuovo istituto penitenziario, quando direttore e comandante di reparto si trovano con la necessità di dover avviare in tutta fretta (talvolta anche per ragioni estranee all'amministrazione penitenziaria) la struttura, potendo contare su un numero di unità di personale oggettivamente limitato. Questo comporta, necessariamente, scelte che tendono a diminuire notevolmente i posti di servizio e, di conseguenza, a sacrificare gli spazi originariamente previsti per i detenuti e, dunque, i vertici dell'istituto devono "inventarsi", trovando normalmente l'accordo degli organi superiori, soluzioni apparentemente legittime ma che, in realtà, rispondono alla duplice esigenza di utilizzare meno unità di personale e ridurre la capienza dell'istituto». Questo è probabilmente quello che è avvenuto, fra gli altri, al carcere di Monte Acuto di Ancona, in quello di Modena e Reggio Emilia, a Siena, al Pagliarelli di Palermo, a San Cataldo in provincia di Caltanissetta e a L'Aquila.

Una riforma che può allentare l'emergenza carceri è dunque sotto gli occhi degli operatori, i quali, ottimizzando e recuperando le sezioni originariamente destinate ai detenuti, distribuendo meglio gli agenti, potrebbero fare largo a un migliaio di posti. Il giudice Alfonso Sabella è stato direttore dell'ufficio centrale dell'ispettorato del Dap fino al momento in cui l'allora capo del Dipartimento, Giovanni Tinebra, ha disposto la soppressione dell'ufficio, e in questo ruolo aveva riscontrato nelle carceri i posti occultati. «Ãˆ un fenomeno che ho purtroppo constatato frequentemente », conferma Sabella. «Per fare qualche esempio ricordo ad Ancona una sezione detentiva da oltre cento posti da cui sono stati addirittura rimossi i cancelli allo scopo di destinarla, ma solo apparentemente, a presunti laboratori di medici specialisti. Oppure un'intera sezione del carcere di Cassino che era stata adibita, e credo lo sia tuttora, ad accogliere gli archivi del vecchio carcere dell'isola di Santo Stefano, chiuso mezzo secolo fa. Mi viene in mente la sezione dell'alta sicurezza di Trapani dove le pareti venivano ciclicamente imbiancate per far apparire l'esistenza di lavori di ristrutturazione in corso oppure ancora le centinaia di stanze destinate formalmente a magazzini che ho trovato in molte carceri emiliane in cui erano sistemati solo un secchio e una scopa».

Il magistrato svela alcuni retroscena di questo sistema carcerario. «Potrei continuare a lungo», aggiunge l'ex direttore dell'ispettorato, «segnalando gli stratagemmi utilizzati da molte direzioni per non aprire le sezioni disponibili allegando inesistenti ragioni di sicurezza come per esempio a L'Aquila dove un intero piano detentivo veniva tenuto vuoto perché in quello sotto c'era Leoluca Bagarella, o ancora del padiglione D2 di Viterbo capace di quasi 400 posti che non veniva aperto perché la direzione non provvedeva, da anni, a collegare con un metro di tubo la rete fognaria a quella comunale. O a Cassino dove la nuova sezione detentiva da oltre cento posti non veniva aperta perché mancavano due rubinetti delle cucine e la direzione, invece di comprarli con i fondi dell'economato, aveva inserito l'istanza di finanziamento dei pochi spiccioli necessari in una richiesta di rifacimento del muro di cinta per milioni di euro e che quindi sarebbe stata concessa dopo anni. E tutto ciò senza parlare delle numerosissime ex sezioni femminili perfettamente agibili e presenti in tante carceri e totalmente inutilizzate».

Per Sabella al Pagliarelli di Palermo vi è stata per molto tempo una sezione, originariamente prevista per oltre 250 donne, che non veniva aperta. Ma come possono essere trasformati i dati delle carceri? «Sulle capienze ufficiali il discorso sarebbe troppo lungo», precisa il giudice. «Mi limito a segnalarle che i dati ufficiali forniti dal Dap non corrispondevano nemmeno con quelli che mi avevano fatto avere i Provveditori regionali con scarti anche rilevanti di diverse migliaia di posti detenuto. Avevo infatti effettuato delle verifiche e avevo accertato, per esempio, che per il servizio informatico del Dap il Piemonte aveva una capienza inferiore di 1.400 posti rispetto a quelli che si ottenevano sommando i dati che mi avevano comunicato dalle singole carceri piemontesi e lo stesso era avvenuto per il Lazio con 1.200 posti in meno».

La responsabilità dell'occultamento dei posti detenuti, secondo Sabella, non è da attribuire ai direttori, i quali «svolgono con vera abnegazione e professionalità un compito difficilissimo». Il nostro Paese ha adottato, con rare eccezioni, la scelta del regime chiuso nel senso che i detenuti, compresi quelli considerati di bassa e media sicurezza, vengono tenuti nelle loro celle per 20 ore al giorno e fanno, normalmente, due ore d'aria in cortile e due di socialità ma sempre all'interno della loro sezione. Ciò, se da un lato rende inutilmente più gravose le condizioni di vita dei detenuti, tanto che l'Italia è ai primi posti nel mondo occidentale per suicidi ed atti di autolesionismo in carcere, dall'altro comporta che almeno un agente debba costantemente trovarsi all'interno della sezione per controllare i detenuti, posto di servizio - secondo ambienti del Dap - particolarmente sgradito al personale di Polizia penitenziaria. Da qui la scelta dei direttori di operare la concentrazione dei detenuti in modo da poterli controllare con un numero minore di agenti.

Nel carcere di Bollate vi sono 1.038 detenuti e 381 agenti di polizia penitenziaria, di questi solo 250 lavorano con i carcerati. E in questo istituto viene applicato il regime aperto. I detenuti sono liberi di circolare nella struttura. Non vi è sovraffollamento, nonostante il numero di reclusi, e lo scorso anno vi sono stati solo otto episodi di autolesionismo e nessun suicidio. Un dato che dimostra come questo regime aperto funzioni. Per i gravi motivi che affliggono il sistema penitenziario il deputato Augusto Di Stanislao (Idv) ha proposto alla Camera l'istituzione di una commissione d'inchiesta. E in una mozione sottolinea le condizioni di insicurezza in cui è costretta a lavorare la polizia penitenziaria rivelando che «mediamente un agente deve sorvegliare 100 detenuti di giorno, circa 250 nei turni notturni; per garantire le traduzioni il personale (circa 6 mila agenti al giorno, ndr.) è costretto a viaggiare anche per 20 ore consecutive su mezzi non idonei». Sulla base dei dati negativi del sovraffollamento il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale e ha previsto, oltre all'assunzione di 2 mila poliziotti, la costruzione di 47 nuovi padiglioni (entro il 2010, quando finirà l'emergenza) e poi di 18 nuovi istituti, con 21.709 posti in più. Nel frattempo i detenuti sono diventati 64.406, i suicidi dietro le sbarre sono 72, e l'Italia è stata condannata per la prima volta dalla Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo per «trattamenti inumani e degradanti » a causa della mancanza di spazio nelle carceri.

Per rendere esecutivo il piano è stato nominato commissario delegato Franco Ionta, capo del Dap, il quale avrà poteri «eccezionali in deroga alle procedure ordinarie» per velocizzare e semplificare le gare d'appalto, e potrà avvalersi, in deroga alle norme in vigore, anche di consulenti esterni e decidere la secretazione delle procedure di affidamento dei contratti pubblici. Insomma, l'iter della costruzione delle nuove carceri sarà semplificato, e sotto la regia del presidente del Consiglio, la documentazione relativa agli appalti potrà essere classificata come «riservatissima ». In questo modo consentirà di selezionare gli operatori economici interessati agli appalti e di proteggere tutta la documentazione relativa ai lavori milionari. Come braccio operativo avrà la Protezione civile spa ed a Ionta sono stati messi a disposizione 500 milioni di euro.


(21 gennaio 2010)

giovedì 17 dicembre 2009

La mafia e i silenzi di Silvio


di Lirio Abbate


I pm di Palermo a Palazzo Chigi per interrogare Berlusconi. Che scelse di tacere. Ecco i quesiti che gli volevano porre. Per chiarire l'origine dei capitali di Fininvest

Ci sono domande che lo inseguono da circa trent'anni, che tornano periodicamente alla mente di imprenditori, politici e investigatori. Sono i 'buchi neri' della vita professionale del cavaliere Berlusconi, affiorati durante indagini sulle presunte collusioni mafiose. Interrogativi semplici. Lo sono, perlomeno, per chi non ha nulla da nascondere. Gli investigatori ipotizzano che nelle casse che fanno capo alle aziende del premier potrebbe essere stato versato denaro proveniente dai traffici illeciti della mafia palermitana. Per i giudici avrebbe ricevuto finanziamenti "non trasparenti" fra gli anni '70 e '80. Dietro l'origine di queste fortune economiche, per gli inquirenti, si nasconderebbero i fantasmi del passato: incontri riservati nella 'Milano da bere' di trent'anni fa invasa dai siciliani, colloqui evocati da pentiti di mafia e testimoni. Ma di questi fatti Silvio Berlusconi non vuole parlarne nemmeno ai magistrati che processano il suo amico Marcello Dell'Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Preferisce restare in silenzio davanti ai giudici. E attaccarli appena mette la testa fuori dall'aula giudiziaria.

Il codice di procedura penale gli ha consentito, sette anni fa, di avvalersi della facoltà di non rispondere, per via di un'inchiesta palermitana sul riciclaggio in cui era stato indagato e poi archiviato. Indagine che potrebbe essere riaperta se dovessero arrivare nuovi spunti investigativi. Era il 26 novembre 2002 ed il tribunale che processava Dell'Utri si era spostato nella sede istituzionale di Palazzo Chigi per sentire il premier nella qualità di 'indagato di procedimento collegato'. E lui, dopo tanti rinvii per sopravvenuti impegni istituzionali, si è avvalso della facoltà di non rendere interrogatorio. Un po' come ha fatto la scorsa settimana il boss Giuseppe Graviano chiamato dalla corte d'appello nel processo al co-fondatore di Forza Italia. Entrambi - Berlusconi e Graviano - davanti ai giudici hanno preferito restare in silenzio e non chiarire le posizioni del passato che potrebbero avere punti in comune fra il '93 e '94.

A guardarli dall'esterno sono posizioni diverse, ma il messaggio che arriva è identico. Il presidente del Consiglio non ha certo contribuito a far luce su vicende che riguardavano un suo stretto e antico collaboratore oltre che su una serie di interrogativi che si pongono all'origine delle sue fortune finanziarie e sulla nascita di Forza Italia. Interrogativi che emergono dalle indagini. Per il mafioso e stragista Giuseppe Graviano "il silenzio è d'oro", perché in Sicilia "la migliore parola è quella che non si dice". Chi sostiene di prendere le distanze dal suo passato, senza pentirsi, è Filippo Graviano fratello di Giuseppe. Accettando di rispondere in aula alle domande dei pm nel processo d'appello a Dell'Utri, il maggiore dei Graviano afferma di non conoscere il senatore. Non riscontrando in questo modo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che coinvolgono Dell'Utri e il presidente del Consiglio nel groviglio istituzionale delle indagini sulle stragi e sulla 'trattativa con lo Stato'. La deposizione dei Graviano è stata anomala. Nei processi di mafia i pm non citano mai le fonti dei collaboratori di giustizia 'se si tratta di affiliati non pentiti', perché - come sostiene la giurisprudenza - non potrebbero che negare. È come se Totò Riina fosse chiamato dai giudici a riscontrare le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.

Per cercare di dipanare le ombre che coprono i buchi neri nel passato di Berlusconi, i pm di Palermo, Domenico Gozzo e Antonio Ingroia, sette anni fa avevano preparato una lunga lista di domande - un centinaio, che abbracciavano quasi trent'anni di attività - che gli avrebbero voluto rivolgere. 'L'espresso' è in grado di ricostruire i punti essenziali - contenuti in 90 pagine scritte dalla procura - che avrebbero costituito l'esame al quale il premier doveva essere sottoposto. A cominciare da chi gli avesse dato i soldi all'inizio della sua scalata imprenditoriale. Si sarebbero voluti far ricostruire al teste i flussi finanziari relativi alle società del gruppo Fininvest. La vera genesi e lo sviluppo del rapporto con Dell'Utri, con il finanziere Filippo Alberto Rapisarda e con l'imprenditore Francesco Paolo Alamia, entrambi amici di Vito Ciancimino, e con il mafioso palermitano Gaetano Cinà (deceduto due anni fa, coimputato di Dell'Utri e condannato in primo grado a 6 anni per associazione mafiosa ndr).

I pm avrebbero voluto sapere dal premier perché nel 1974 ingaggiò come fattore Vittorio Mangano, nonostante i suoi precedenti penali e in base a quali competenze lo aveva scelto visto che gli unici due cavalli che il boss fino a quel momento aveva avuto erano stati proprio quelli di villa San Martino ad Arcore. Una spiegazione l'avrebbero voluta per comprendere l'assoluta assenza di preoccupazione di Berlusconi durante una conversazione telefonica con Dell'Utri dopo l'attentato che aveva subito in via Rovani a Milano, davanti gli uffici Fininvest il 28 novembre 1986, in cui veniva ipotizzato che l'autore fosse Mangano.

Ai magistrati interessava sapere se Dell'Utri conoscesse Bettino Craxi e quali rapporti avessero, visto che dalle intercettazioni emergono riferimenti all'ex segretario del Psi. Se il capo del governo fosse informato dei continui contatti fra il suo amico Marcello e il mafioso Cinà: incontri avvenuti a Milano nel 1987 con l'uomo d'onore palermitano che avrebbe partecipato anche ad una riunione in cui si sarebbe discusso dell'acquisto di Rete 4 da parte della Fininvest. I magistrati avrebbero voluto sapere se Berlusconi avesse mai conosciuto i mafiosi Francesco Di Carlo, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, il Gotha di Cosa nostra che nel 1974 lo avrebbe incontrato negli uffici della Edilnord per assicurargli 'protezione'. E se è vero che cenasse insieme a Mangano e alla sua famiglia, in particolare la sera del 7 dicembre 1974 in cui avvenne il sequestro del principe D'Angerio dopo esser stato ospite ad Arcore.

Ci sono anche i rapporti con l'imprenditore Flavio Carboni e il cassiere della mafia Pippo Calò. Gli investimenti immobiliari che avrebbero concluso in Sardegna. L'appartenenza alla P2 alla quale Berlusconi si era iscritto nei primi mesi del 1978 su invito di Licio Gelli. Nella lista ci sono domande sul pagamento di somme di denaro ad associazioni criminali per lo svolgimento di attività produttive, con particolare riferimento agli attentati ai magazzini Standa di Catania - di cui la Fininvest deteneva il 75 per cento - e per i quali l'azienda non si costituì parte civile nel processo ai responsabili del rogo. E il motivo per il quale non avesse denunciato le estorsioni subite dalle sue attività in Sicilia. Inoltre se avesse o meno saputo di rapporti tra la Fininvest siciliana e un lontano parente di Tommaso Buscetta.

Le domande si allargano alla parte economica, in particolare al motivo per il quale nel 1998 il premier mandò a prelevare copia delle carte sulle holding che formano la Fininvest e le nascose ai consulenti della difesa di Dell'Utri che in questo modo non hanno potuto chiarire le "anomale" operazioni miliardarie. E il perché fossero state utilizzate le identità di casalinghe, disabili colpiti da ictus e disoccupati ai quali erano state intestate alcune azioni del gruppo. E da dove arrivassero tutti quei miliardi di lire di provenienza ignota affluiti nelle holding Fininvest tra il 1975 e il 1985. E poi perché non avesse reso noto i nomi dei soci effettivi, cioè di coloro che hanno versato le prime disponibilità finanziarie. E infine l'aspetto politico: se avesse avuto contatti nel 1993 con il partito Sicilia Libera voluto dal boss Leoluca Bagarella con il quale voleva stringere un accordo elettorale; e in quale data avesse preso la decisione di "scendere in campo".

Ma il premier si è avvalso della facoltà di non rispondere. Alla verità ha preferito il silenzio.

In quella occasione, ad avviso del tribunale, come è riportato nella motivazione della sentenza di primo grado che ha condannato Dell'Utri a nove anni, Berlusconi "si è lasciato sfuggire l'imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica in esame", cioè "sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone e con ben altra autorevolezza e capacità di convincimento, avrebbe potuto illustrare. Invece, ha scelto il silenzio".

Quando il Cavaliere stava per alzarsi dal banco dei testimoni anche i pm tentarono di rivolgergli un appello per non rinunziare al suo contributo alla verità, ma rimase inascoltato, dando così luogo ad un appuntamento mancato con la verità.

Ciò nonostante, quel silenzio non è stato capace di cancellare con un colpo di spugna ciò che è stato faticosamente accertato durante le indagini preliminari che lo hanno riguardato: prima l'inchiesta in cui il capo del governo è stato indagato per riciclaggio insieme all'imprenditore Alamia, e poi in quella di Dell'Utri.

I silenzi del premier, le resistenze dei consulenti della Fininvest, le insufficienze della documentazione bancaria e societaria messa a disposizione delle parti, non hanno annullato la valenza indiziaria degli elementi acquisiti dai magistrati che hanno indagato sulle prime basi finanziarie su cui si è creato l'impero economico del Biscione. Vero è che i riscontri alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo e a quelle dell'industriale Rapisarda non sono stati sufficienti per provare l'accusa di riciclaggio. E trovandosi senza elementi di diretta conferma a queste affermazioni, manca la prova specifica del reato: e infatti il procedimento per Berlusconi è stato archiviato dieci anni fa.

Restano tanti interrogativi che ci vengono imposti dai numeri che sono emersi dall'analisi delle holding. Sono le cifre a nove zeri che i magistrati hanno trovato nelle società che formano la Fininvest. Miliardi di lire versati in contanti di cui Berlusconi non ha mai indicato l'origine. E il periodo coincide con quello segnalato da collaboratori di giustizia e testimoni che facevano riferimento alla disponibilità di Dell'Utri al reinvestimento di denaro di provenienza illecita, versato - come sostengono gli inquirenti - nelle casse della Fininvest. Rapisarda ha riferito di un impiego di dieci miliardi di lire nel 1978-79, e di un investimento di 20 miliardi nel 1980-81.

Nessuno è autorizzato a trarre argomenti dal silenzio, perché il silenzio è nemico della verità. "Ma se tutto era davvero così chiaro", come hanno sottolineato i magistrati, "bastava chiarire quel che c'era da chiarire". Un appuntamento mancato sulla strada dell'accertamento dei fatti. Davanti ai giudici Berlusconi preferisce tacere. E, così, i dubbi sul suo passato restano.

(16 dicembre 2009)

lunedì 7 dicembre 2009

I misteri di Brenda

di Lirio Abbate


Due morti, un protagonista sparito nel nulla. E tanti ricatti che cominciano a emergere solo adesso. Cosa c'è oltre lo scandalo Marrazzo

Ci sono due morti sospette e una trans scomparsa nella vicenda di sesso e prostituzione che ha travolto Piero Marrazzo. La storia, alimentata ormai da dichiarazioni - difficili da riscontrare - fatte dai trans, sembra condurre dentro un racconto da film giallo, dove i protagonisti hanno nomi di vip, ma anche del mondo della politica e del giornalismo. È come se fosse un thriller, ma è solo la ricostruzione di episodi che coinvolgono politici, divise deviate, spacciatori e transessuali sui quali la Squadra mobile sta indagando.

C'è Brenda, l'amica brasiliana dell'ex governatore della Regione Lazio, trovata cadavere nella sua abitazione perché soffocata dal fumo dell'incendio appiccato nella sua abitazione. I magistrati sospettano possa essere stata uccisa.

C'è Michelle, un'altra trans che insieme a Brenda condivideva gli incontri con Marrazzo, fuggita all'estero e di cui non si hanno più notizie. E c'è Gianguarino Cafasso, il 'pappone' e pusher di molti transessuali che per primo, d'accordo con i quattro carabinieri arrestati lo scorso ottobre, aveva cercato di vendere il video che riprende Marrazzo insieme a Brenda.

Cafasso l'hanno trovato morto il 12 settembre nella stanza di un motel alla periferia di Roma. E anche la sua fine è misteriosa. Perché è vero che era tossicodipendente e malato, ma aveva 37 anni e la perizia tossicologica conferma che ad ucciderlo è stata l'assunzione di eroina purissima corretta da sostanze per camuffarne l'odore e il sapore. Infatti neppure un cocainomane come Cafasso ha sospettato che la droga sniffata fosse una miscela mortale. Forse preparata per ucciderlo? È l'idea del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, che ha aperto un fascicolo ipotizzando l'omicidio.

Cafasso era anche il confidente di Carlo Tagliente e Luciano Simeone, i due carabinieri che con Nicola Testini (indicato dai pm a capo del gruppo) e Antonio Tamburrino componevano la squadra antiprostituzione della compagnia Trionfale, arrestati lo scorso ottobre. E sono questi quattro militari in divisa a sconvolgere la vita a professionisti e politici, sorpresi nelle riservate alcove dei trans in via Gradoli a Roma. Per gli inquirenti eseguivano operazioni criminali mascherate da interventi di polizia giudiziaria. Operazioni 'inquinate' dal modo in cui procedevano durante i blitz.

Nelle camere da letto dei trans i militari facevano irruzione, tra l'altro, prelevando dosi di cocaina che accompagnava gli incontri a luci rosse. Blitz organizzati grazie alle soffiate dei pusher, ma anche di qualche trans. La droga sarebbe stata poi consegnata a spacciatori, tra i quali Cafasso, che la rivendevano, dividendo i guadagni. Non solo, i clienti delle trans sarebbero stati costretti a pagare centinaia o migliaia di euro per evitare denuncia e scandalo. È in questo quadro di violenza, esercitata durate le operazioni di servizio, che si stanno muovendo gli investigatori del Ros. I magistrati vogliono accertare se si tratta solo di un affare fra trans, sfruttatori e carabinieri infedeli, che ha sullo sfondo il seminterrato di via Gradoli 96, zona da tempo di gran traffico, dicono alcuni testimoni, di "auto blu con lampeggianti ", vip in cerca di incontri proibiti annaffiati dalla cocaina e pagati migliaia di euro.

Il vero nome del transessuale Brenda era Wendell Mendes Paes ed era nato in Brasile il 28 novembre 1977. Il suo corpo nudo è stato trovato disteso sul pavimento del monolocale, invaso dal fumo. Una borsa sembra aver preso fuoco e il monossido di carbonio ha ucciso il trans che prima di andare a letto aveva mandato giù un flacone di Minias (potente sonnifero e ansiolitico) e una bottiglia di Ballantines. Brenda era diventato protagonista dell'indagine sul ricatto a Marrazzo, e sarebbe stata anche la custode di un video con le immagini di un festino al quale aveva partecipato con lo stesso presidente della Regione e Michelle. Ma era anche depositaria dei segreti di chi da anni si muove sulla scena di quel mondo del sesso a pagamento, dove la maggior parte dei clienti chiede di trovare anche cocaina in un groviglio di interessi gestiti dalla criminalità. E Brenda aveva la passione di filmare alcune scene, realizzando mini spot come quello che riprende Michelle in una vasca da bagno con l'ex governatore. Quel video non è mai stato trovato. Si ipotizza che possa essere stato memorizzato nel pc trovato nel monolocale il giorno della morte di Brenda. L'hard disk verrà esaminato dai periti, alla presenza di Capaldo, nei prossimi giorni. È possibile che in quel pc ci possano essere i video privati di Brenda o quelli a luci rosse che girava di nascosto ai clienti.

E proprio perché in quella memoria lasciata nel monolocale il giorno della morte del trans si ipotizza che ci possono essere immagini compromettenti, gli investigatori ritengono che l'autore del delitto non potrebbe essere uno dei protagonisti dei filmati. Gli inquirenti sospettano, invece, di qualcuno che si è infastidito per la pressione di investigatori e giornalisti che ogni giorno assediano le zone in cui lavorano i trans. Rompendo la riservatezza che li ha sempre contraddistinti. Sono tanti, infatti, a lamentarsi che da quando è scoppiato il caso Marrazzo in via Gradoli non si vedono più clienti. Ma sono anche tanti i trans che vanno in tv a parlare dei loro clienti misteriosi e importanti, lasciando spazio all'immaginazione e alimentando un mercato di illazioni, anche a pagamento.

Un paio di clienti, rintracciati dal Ros, hanno ammesso di aver subito una rapina da parte dei carabinieri mentre erano in compagnia dei trans. Ma queste storie sono tutte da dimostrare. E tutte denunciate con ritardo. Gli investigatori vogliono pure accertare il motivo per il quale Brenda aveva problemi economici, tanto da essere stata costretta, un mese prima di morire, a vendere la tv a plasma per 200 euro e la telecamera per 100. Non aveva i soldi nemmeno per pagare l'affitto di casa. Che fine avrebbero fatto i guadagni a luci rosse? Controlli sono stati avviati in Brasile, attraverso anche i money-transfer, per accertare quante somme di denaro sono state spedite da Wendell Mendes Paes.

Infine il terzo protagonista. Brenda e Michelle erano amici. Ma l'idillio è finito all'inizio della scorsa estate, proprio quando stava per partire il piano per incastrare Marrazzo. Gli altri trans ricordano che i due non si sopportavano più nell'ultimo periodo. Avevano liti continue e Brenda aveva cominciato a scolarsi intere bottiglie di Ballantines. Così, tra giugno e luglio Michelle se ne va. Non scappa perché ancora non ne avrebbe motivo. Cambia aria e dice di essere diretta a Parigi. Da quel momento nessuno l'ha più vista o sentita. Il Ros la cerca per interrogarla da testimone, ma è difficile trovare una persona di cui si ignora la vera identità. Michelle potrebbe conoscere i retroscena del piano per ricattare Marrazzo. Potrebbe aver appreso le complicità che possono essere nascoste dietro il video che Cafasso e i carabinieri tentavano di vendere ai giornali. È come in un thriller un uomo con il volto da donna di cui però si conosce solo il nome d'arte.

(04 dicembre 2009)

domenica 22 novembre 2009

Pm negli uffici dei Servizi


di Lirio Abbate


I magistrati della procura antimafia di Caltanissetta e Palermo hanno notificato al prefetto Gianni De Gennaro un ordine di esibizione di atti riservati sulle stragi Falcone e Borsellino. Vogliono acquisire i documenti contenuti negli archivi dei servizi segreti Una foto d'archivio della strage di Capaci


I magistrati della procura antimafia di Caltanissetta e Palermo hanno notificato stamani al prefetto Gianni De Gennaro, direttore del dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), un ordine di esibizione di atti riservati che riguardano le stragi Falcone e Borsellino. I pm vogliono acquisire documenti che sono contenuti negli archivi dei servizi segreti.

I capi degli uffici di Caltanissetta e Palermo, Sergio Lari e Francesco Messineo, dopo aver consegnato il provvedimento che è diretto alla presidenza del Consiglio da cui dipendono i servizi di intelligence, hanno dato corso all'acquisizione degli atti che viene curata dai pm dei due uffici giudiziari siciliani.
La decisione è stata adottata dagli inquirenti nell'ambito delle indagini avviate sui mandanti esterni a Cosa nostra per le stragi di Capaci e via d'Amelio e su alcuni informatori dei servizi che potrebbero essere stati coinvolti in omicidi su cui indaga la procura di Palermo. Un ruolo dei 'servizi' è stato ipotizzato per il fallito attentato dell'Addaura a Giovanni Falcone, quando nel 1989 una carica di esplosivo minacciò di far saltare l'abitazione estiva del giudice, che per primo attribuì l'avvertimento a "'menti raffinatissime".

A quell'attentato potrebbe essere legate la misteriosa scomparsa a Palermo di Emanuele Piazza, il giovane collaboratore del Sisde ucciso e poi sciolto nell'acido, e l'uccisione dell'agente Nino Agostino, assassinato misteriosamente nell' estate dell'89 insieme alla moglie. Sull'omicidio Agostino, il pentito Giovan Battista Ferrante ha negato ogni coinvolgimento di Cosa nostra. "Se lo 'asciugarono' loro", ha detto parlando dell'agente palermitano.
I pm nisseni indagano inoltre anche su un altro agente dei servizi che ha la faccia da 'mostro' e che sarebbe stato utilizzato per commettere omicidi in Sicilia.

(18 novembre 2009)

lunedì 2 novembre 2009

L'Angelino custode



di Lirio Abbate


I rapporti con il figlio di Ciancimino, le accuse per i disegni che ostacolano la lotta alla mafia, la sua rete siciliana. Ecco chi è il ministro Alfano, fedelissimo di Berlusconi, che deve sistemare la questione giustizia

Quando il Cavaliere sentì pronunciare per la prima volta il nome di Angelino Alfano disse: "E chi è?". Era il 1999. Silvio Berlusconi all'epoca non conosceva ancora le doti dell'enfant prodige della politica siciliana. E nove anni fa, presentandosi a Villa San Martino, insieme al suo "padrino" Gianfranco Miccichè per spiegare che in Regione volevano fare il ribaltone, portando Totò Cuffaro nel centrodestra, Berlusconi incontrò i due siciliani tra la sala da pranzo e il giardino. L'anno dopo, però, la scrivania di Alfano era nell'ufficio accanto a quello del leader a Palazzo Grazioli. La stessa stanza in cui aveva lavorato a lungo Gianni Letta. Angelino era diventato deputato, ma anche il capo della segreteria politica di Berlusconi. Un fedelissimo. E per questo è un uomo di governo che non può riservare sorprese al suo premier. L'uomo giusto - per Berlusconi - alla guida del ministero della Giustizia. Il Cavaliere sembra aver un debole per i siciliani. In uno degli incontri ad Arcore gli chiese, sorpreso: "Ma davvero lei è siciliano? La sento parlare in italiano...".

Di Angelino dicono tante cose. Ma la democristianissima abilità nel tessere e tranciare alleanze negli ultimi due anni ha spezzato il cuore a Miccichè e a Stefania Prestigiacomo, per via del fatto che ormai il Guardasigilli è il vero padrone del Pdl in Sicilia.

Strettissimo è invece il legame con Schifani, tanto che in via del Plebiscito li chiamano "Angelino e Renatino". Alla vigilia dell'ultima campagna elettorale per la presidenza della Regione, Raffaele Lombardo viene preferito ad Alfano. Lui storce il naso e commissiona un sondaggio nel quale il 70 per cento dei siciliani ha un sogno solo, andare a cena con Angelino Alfano. E di pranzi e cene il futuro ministro ne ha fatte diversi con Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo. I contatti tra l'enfant prodige e il "dichiarante" chiave nelle indagini sulle trattative tra Stato e mafia sono agli atti delle inchieste in cui Ciancimino è imputato. Contatti mediati dal palermitano Vincenzo Lo Curto, ex amministratore delegato di Biosphera spa - uno dei carrozzoni che gravano sui bilanci della Regione Sicilia - amico del parlamentare Dore Misuraca (Pdl). E attraverso Lo Curto e Misuraca, Alfano ha viaggiato pure sull'elicottero dell'Air Panarea, riconducibile per i pm sempre a Ciancimino. Secondo il figlio dell'ex sindaco, Alfano si sarebbe imbarcato sull'elicottero in due occasioni con la moglie, l'avvocato Tiziana Miceli, per raggiungere Panarea fra giugno e luglio 2004, insieme a Dore Misuraca e alla moglie. Viaggi che sarebbero stati pagati, secondo gli atti acquisiti dalla procura, da una società del figlio dell'ex sindaco mafioso. Dettaglio di cui però Alfano potrebbe non essere stato a conoscenza.

Ma Angelino, 39 anni, avrebbe cominciato a prendere il volo molto prima, decollando dall'agrigentino. Brucia le tappe in politica: eletto a 25 anni all'Assemblea regionale, poi parlamentare a Roma, nel 2005 diventa coordinatore di Forza Italia in Sicilia. Nell'estate di quell'anno, davanti al Consiglio nazionale del partito, Berlusconi presenta il suo trapianto di capelli come una nuova manifestazione della sua energia indomabile, la prova regina delle sue capacità quasi soprannaturali: "Ho vinto il cancro, ho vinto la calvizie. Questo vuol dire che chi crede ci riesce ". Alfano lo ascolta strabuzzando gli occhi. Sempre con ammirazione. Pensa alla sua pelata. Ai capelli folti che aveva al liceo. Pensa a quanto il premier tenga all'immagine dei suoi uomini. Così arriva l'idea di far anche lui un trapianto. E il consiglio su uno specialista al quale rivolgersi lo chiede direttamente a Massimo Ciancimino. Lui aveva sperimentato il trapianto qualche anno prima, e lo aveva confessato al deputato azzurro durante uno dei loro incontri. Così tre anni fa il futuro ministro della Giustizia viene indirizzato nello studio medico di un professore sulla Salaria a Roma. E il trapianto, senza bandana, viene eseguito.

Il 2005 è l'anno dell'exploit. La prima uscita tv da coordinatore regionale di Forza Italia la fa su Raidue. È una puntata su Cosa nostra che va in onda dal quartiere Brancaccio di Palermo. Alfano scandisce con nitidezza: "La mafia mi fa schifo". E aggiunge: "Io appartengo a una generazione di ragazzi che andava alle elementari quando hanno ucciso Mattarella, alle medie quando hanno ammazzato Dalla Chiesa, all'Università quando sono saltati in aria Falcone e Borsellino. Noi abbiamo il marchio a fuoco dell'antimafia". La trasmissione viene seguita in carcere anche da alcuni boss agrigentini. Lo racconta il "pentito" Ignazio Gagliardo: "Abbiamo visto Angelino Alfano parlare in televisione e dire che la mafia fa schifo". Poi aggiunge che il padre del ministro - un insegnante conosciuto ad Agrigento come notabile della locale corrente fanfaniana - "aveva chiesto ai boss voti per Angelino".

Di giustizia in senso stretto si è occupato ben poco Alfano prima di arrivare in via Arenula. Laureatosi in legge alla Cattolica a Milano, non ha mai preso l'abilitazione per fare l'avvocato, e dunque non ha mai affrontato la trincea forense. La politica ha preso subito il sopravvento. Seppure abbia alle spalle un dottorato in diritto dell'impresa e abbia collaborato con la cattedra palermitana di Istituzioni di Diritto Privato, non ha mai indossato la toga. Sua moglie, Tiziana Miceli, 37 anni, è invece un avvocato molto richiesto nel civile. Ed è anche una professionista che riceve consulenze esterne da parte di pubbliche amministrazioni gestite prima da Forza Italia, ora dal Pdl. Le nomine sembrano coincidere con l'ascesa politica di suo marito. Stessa cosa vale per il collega con il quale l'avvocato Miceli divide lo studio a Palermo. È Cirino Gallo, 42 anni, sindaco nel messinese. Ha ricevuto consulenze dal Comune di Agrigento nel settembre 2004, nello stesso periodo in cui Alfano era assessore. Una vicenda per cui il legale è stato indagato e poi prosciolto dal gip.

Coincidenza vuole che nel 2004 il suocero dell'onorevole Misuraca - il suo compagno di vacanze alle Eolie - il professore Ettore Cittadini allora assessore regionale alla Sanità, avesse nominato Tiziana Miceli fra i tre componenti del Consiglio di amministrazione della Fondazione Michele Gerbasi. Doveva gestire il centro di eccellenza materno-infantile previsto a Palermo, per un costo di circa 58 milioni di euro. Quando entra a far parte del governo, però, Alfano non si spende per il suo amico Misuraca, che punta a diventare coordinatore regionale. E qui si spezza una lunga conoscenza: Misuraca, con la sua grande dote di voti lo molla, e sceglie il braccio di Miccichè, che adesso è un nemico del ministro.

Lontano da Palermo, gli avversari diminuiscono. E ci sono altre questioni da tenere a bada. Il primo giorno nel palazzone di via Arenula Alfano sostiene che gli sono venuti i brividi quando è passato accanto alla targa che ricorda Giovanni Falcone. Ad ogni buon siciliano viene la pelle d'oca quando pensa alle vittime delle stragi del 1992. Ma la sua linea antimafia, professata in ogni occasione pubblica, fin da quando era al liceo, sembra in rotta di collisione con alcuni provvedimenti o disegni di legge.

Lo dicono gli stessi magistrati che conducono inchieste sulla criminalità organizzata e i politici collusi. Lo sostiene il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia: "La legge sulle intercettazioni (il ddl Alfano, ndr) che si sta tentando di far approvare al Parlamento è frutto della ricerca di impunità a tutti i costi di una classe politica incline a delinquere. E che ha paura della condanna morale dei cittadini. Per questo si vuole imbavagliare la stampa".

Alfano ha dedicato la sua nomina a Guardasigilli al giudice agrigentino Rosario Livatino, ucciso dalla mafia all'età in cui Angelino è diventato ministro. È biasimato dai magistrati non per i suoi discorsi, ma per i fatti. Nei suoi interventi ricorda spesso che la sua generazione "ha una sorta di vaccino culturale antimafia". I pubblici ministeri invece lo criticano. E il suo disegno di legge è stato attaccato nelle sedi istituzionali: lo ha fatto Piero Grasso davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Il procuratore nazionale a febbraio ha dichiarato: "Lo avremmo preso Provenzano, lo storico capo latitante di Cosa nostra, se avessimo avuto in vigore norme come quelle previste dall'attuale ddl sulle intercettazioni che appesantiscono moltissimo il ricorso alle riprese video, a quei filmati che ci hanno consentito, con telecamere piazzate in tutta Corleone, di arrivare al rifugio del boss?".

È una delle contestazioni più decise al disegno di legge: la volontà di rivoluzionare le regole sulle intercettazioni ambientali e sulle telecamere nascoste, strumenti fondamentali contro Cosa nostra. Il ministro replica e sostiene che occorre "evitare alcuni abusi soprattutto in materia di privacy che è un diritto costituzionale". Ma più che alla privacy dei comuni cittadini, sono molti tra gli operatori della giustizia a ritenere che la nuova raffica di riforme nate nel dicastero di Alfano possa servire a tutelarne solo alcuni.

Negli anni caldi dello scontro politica magistratura, non sono mancate sue dichiarazioni di solidarietà a Marcello Dell'Utri, dopo la condanna in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il futuro Guardasigilli sosteneva allora che "si sono costruiti teoremi per condannare Dell'Utri, ma il risultato è che oggi abbiamo un'altra prova che la giustizia è malata". Nel Transatlantico in tanti sostengono però che il vero ministro è l'avvocato-deputato Niccolò Ghedini, il difensore del premier. Mentre negli uffici del dicastero di via Arenula la persona che temono di più è Augusta Iannini, il capo dell'ufficio legislativo, moglie di Bruno Vespa. Ghedini e Iannini è la coppia da cui passano i provvedimenti più importanti che devono essere varati dal ministero. Martedì scorso poi anche il suo amico Schifani si è rimesso a dettare l'agenda per il Guardasigilli: "La nuova legge sulle intercettazioni, il nuovo codice penale, le nuove regole di speditezza nella celebrazione dei processi civili, la riforma dell'ordine forense per creare avvocati che possano contribuire al funzionamento della giustizia sono le vere priorità". E Alfano? Berlusconi dieci anni fa avrebbe detto: "E chi è?".

(28 ottobre 2009)

sabato 24 ottobre 2009

Tra mafia e Stato



di Lirio Abbate


Brusca rivela: Riina disse che il nostro referente nella trattativa era il ministro Mancino. Ma dopo l'arresto del padrino, i boss puntarono su Forza Italia e Silvio Berlusconi


E' la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. I picciotti sono impressionati per come il capo dei capi sia così felice. Tanto che quando Giovanni Brusca entra in casa, Totò ù curtu, seduto davanti al tavolo della stanza da pranzo, lo accoglie con un grande sorriso e restando sulla sedia gli dice: "Eh! Finalmente si sono fatti sotto". Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: "Ah, ci ho fatto un papello così..." e con le mani indica un foglio di notevoli dimensioni. E aggiunge che in quel pezzo di carta aveva messo, oltre alle richieste sulla legge Gozzini e altri temi di ordine generale, la revisione del maxi processo a Cosa nostra e l'aggiustamento del processo ad alcuni mafiosi fra cui quello a Pippo Calò per la strage del treno 904. Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del "papello" Brusca le ricorda così: "Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino".

L'uomo che uccise Giovanni Falcone - di cui "L'espresso" anticipa il contenuto dei verbali inediti - sostiene che sarebbe Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm che nel 1992 era ministro dell'Interno, il politico che avrebbe "coperto" inizialmente la trattativa fra mafia e Stato. Il tramite sarebbe stato l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, attraverso l'allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. L'ex responsabile del Viminale ha sempre smentito: "Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell'Interno confermo che nessuno mi parlò di possibili trattative".

Il contatto politico Riina lo rivela a Natale. Mediata da Bernardo Provenzano attraverso Ciancimino, arriva la risposta al "papello", le cui richieste iniziali allo Stato erano apparse pretese impossibili anche allo zio Binu. Ora le dichiarazioni inedite di Brusca formano come un capitolo iniziale che viene chiuso dalle rivelazioni recenti del neo pentito Gaspare Spatuzza. Spatuzza indica ai pm di Firenze e Palermo il collegamento fra alcuni boss e Marcello dell'Utri (il senatore del Pdl, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa), che si sarebbe fatto carico di creare una connessione con Forza Italia e con il suo amico Silvio Berlusconi. Ma nel dicembre '92 nella casa alla periferia di Palermo, Riina è felice che la trattativa, aperta dopo la morte di Falcone, si fosse mossa perché "Mancino aveva preso questa posizione". E quella è la prima e l'ultima volta nella quale Brusca ha sentito pronunziare il nome di Mancino da Riina. Altri non lo hanno mai indicato, anche se Brusca è sicuro che ne fossero a conoscenza anche alcuni boss, come Salvatore Biondino (detenuto dal giorno dell'arresto di Riina), il latitante Matteo Messina Denaro, il mafioso trapanese Vincenzo Sinacori, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella.

Le risposte a quelle pretese tardavano però ad arrivare. Il pentito ricorda che nei primi di gennaio 1993 il capo di Cosa nostra era preoccupato. Non temeva di essere ucciso, ma di finire in carcere. Il nervosismo lo si notava in tutte le riunioni, tanto da fargli deliberare altri omicidi "facili facili", come l'uccisione di magistrati senza tutela. Un modo per riscaldare la trattativa. La mattina del 15 gennaio 1993, mentre Riina e Biondino si stanno recando alla riunione durante la quale Totò ù curtu avrebbe voluto informare i suoi fedelissimi di ulteriori retroscena sui contatti con gli uomini delle istituzioni, il capo dei capi viene arrestato dai carabinieri.

Brusca è convinto che in quell'incontro il padrino avrebbe messo a nudo i suoi segreti, per condividerli con gli altri nell'eventualità che a lui fosse accaduto qualcosa. Il nome dell'allora ministro era stato riferito a Riina attraverso Ciancimino. E qui Brusca sottolinea che il problema da porsi - e che lui stesso si era posto fin da quando aveva appreso la vicenda del "papello" - è se a Riina fosse stata o meno riferita la verità: "Se le cose stanno così nessun problema per Ciancimino; se invece Ciancimino ha fatto qualche millanteria, ovvero ha "bluffato" con Riina e questi se ne è reso conto, l'ex sindaco allora si è messo in una situazione di grave pericolo che può estendersi anche ai suoi familiari e che può durare a tempo indeterminato". In quel periodo c'erano strani movimenti e Brusca apprende che Mancino sta blindando la sua casa romana con porte e finestre antiproiettile: "Ma perché mai si sta blindando, che motivo ha?". "Non hai nulla da temere perché hai stabilito con noi un accordo", commenta Brusca come in un dialogo a distanza con Mancino: "O se hai da temere ti spaventi perché hai tradito, hai bluffato o hai fatto qualche altra cosa".

Brusca, però, non ha dubbi sul fatto che l'ex sindaco abbia riportato ciò che gli era stato detto sul politico. Tanto che avrebbe avuto dei riscontri sul nome di Mancino. In particolare uno. Nell'incontro di Natale '92 Biondino prese una cartelletta di plastica che conteneva un verbale di interrogatorio di Gaspare Mutolo, un mafioso pentito. E commentò quasi ironicamente le sue dichiarazioni: "Ma guarda un po': quando un bugiardo dice la verità non gli credono". La frase aveva questo significato: Mutolo aveva detto in passato delle sciocchezze ma aveva anche parlato di Mancino, con particolare riferimento a un incontro di quest'ultimo con Borsellino, in seguito al quale il magistrato aveva manifestato uno stato di tensione, tanto da fumare contemporaneamente due sigarette. Per Biondino sulla circostanza che riguardava Mancino, Mutolo non aveva detto il falso. Ma l'ex ministro oggi dichiara di non ricordare l'incontro al Viminale con Borsellino.

Questi retroscena Brusca li racconta per la prima volta al pm fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sui mandanti occulti delle stragi. Adesso riscontrerebbero le affermazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, che collabora con i magistrati di Palermo e Caltanissetta svelando retroscena sul negoziato mafia- Stato. Un patto scellerato che avrebbe avuto inizio nel giugno '92, dopo la strage di Capaci, aperto dagli incontri fra il capitano De Donno e Ciancimino. E in questo mercanteggiare, secondo Brusca, Riina avrebbe ucciso Borsellino "per un suo capriccio". Solo per riscaldare la trattativa.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia si spingono fino alle bombe di Roma, Milano e Firenze. Iniziano con l'attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio '93 e hanno termine a distanza di 11 mesi con l'ordigno contro il pentito Totuccio Contorno. Il tritolo di quegli anni sembra non aver portato nulla di concreto per Cosa nostra. Brusca ricorda che dopo l'arresto di Riina parla con il latitante Matteo Messina Denaro e con il boss Giuseppe Graviano. Chiede se ci sono novità sullo stato della trattativa, ma entrambi dicono: "Siamo a mare", per indicare che non hanno nulla. E da qui che Brusca, Graviano e Bagarella iniziano a percorrere nuove strade per riattivare i contatti istituzionali.

I corleonesi volevano dare una lezione ai carabinieri sospettati (il colonnello Mori e il capitano De Donno) di aver "fatto il bidone". E forse per questo motivo che il 31 ottobre 1993 tentano di uccidere un plotone intero di carabinieri che lasciava lo stadio Olimpico a bordo di un pullman. L'attentato fallisce, come ha spiegato il neo pentito Gaspare Spatuzza, perché il telecomando dei detonatori non funziona. Il piano di morte viene accantonato.

In questa fase si possono inserire le nuove confessioni fatte pochi mesi fa ai pubblici ministeri di Firenze e Palermo dall'ex sicario palermitano Spatuzza. Il neo pentito rivela un nuovo intreccio politico che alcuni boss avviano alla fine del '93. Giuseppe Graviano, secondo Spatuzza, avrebbe allacciato contatti con Marcello Dell'Utri. Ai magistrati Spatuzza dice che la stagione delle bombe non ha portato a nulla di buono per Cosa nostra, tranne il fatto che "venne agganciato ", nella metà degli anni Novanta "il nuovo referente politico: Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi".

Il tentativo di allacciare un contatto con il Cavaliere dopo le stragi era stato fatto anche da Brusca e Bagarella. Rivela Brusca: "Parlando con Leoluca Bagarella quando cercavamo di mandare segnali a Silvio Berlusconi che si accingeva a diventare presidente del Consiglio nel '94, gli mandammo a dire "Guardi che la sinistra o i servizi segreti sanno", non so se rendo l'idea...". Spiega sempre il pentito: "Cioè sanno quanto era successo già nel '92-93, le stragi di Borsellino e Falcone, il proiettile di artiglieria fatto trovare al Giardino di Boboli a Firenze, e gli attentati del '93". I mafiosi intendevano mandare un messaggio al "nuovo ceto politico ", facendo capire che "Cosa nostra voleva continuare a trattare".

Perché era stata scelta Forza Italia? Perché "c'erano pezzi delle vecchie "democrazie cristiane", del Partito socialista, erano tutti pezzi politici un po' conservatori cioè sempre contro la sinistra per mentalità nostra. Quindi volevamo dare un'arma ai nuovi "presunti alleati politici", per poi noi trarne un vantaggio, un beneficio".

Le due procure stanno già valutando queste dichiarazioni per decidere se riaprire o meno il procedimento contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, archiviato nel 1998. Adesso ci sono nuovi verbali che potrebbero rimettere tutto in discussione e riscrivere la storia recente del nostro Paese.

(21 ottobre 2009)