Visualizzazione post con etichetta LUCA TELESE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LUCA TELESE. Mostra tutti i post

mercoledì 29 dicembre 2010

Il “signor Brambilla” e la farsa delle elezioni all’Aci-Milano


BINI SMAGHI DENUNCIA: “FATTO FUORI DALL’AUTOMOBIL CLUB, CON MODALITÀ BULGARE, PER PIAZZARE GLI UOMINI DELLA MINISTRA”

di Luca Telese

Iacopo Bini Smaghi non se l’aspettava. Manager, 50 anni, una lunga esperienza all’Altea (società dell’indotto auto) tutto immaginava, quando ha presentato la sua lista per il Cda Aci di Milano, tranne che sarebbe stato eliminata, favorendo quella di un odontotecnico. Che ha una dote: è il compagno del ministro Brambilla.

Quando inizia questa storia?

Più o meno un anno fa: quando le dimissioni “sospette” di alcuni consiglieri impongono la necessità di nuove elezioni.

Perché usa questo vocabolo?

Vede, l’Aci club di Milano gestisce la Sias. E la Sias ha in mano il Gp di Monza, un affare da 50 milioni di euro. Sa cosa significa? Chi gestisce l’Aci Milano ha in mano quella partita.

Tutto interessante. Ma non ha risposto alla domanda...

Dimissioni “sospette” perché permettono al nuovo ministro di entrare nella partita del nuovo Cda. Infatti la Brambilla nomina un commissario straordinario, Massimiliano Ermolli.

Questa nomina non va bene?

Cominciamo.... Massimiliano è consigliere di Sinergetica, società di pianificazione aziendale di famiglia, di cui è presidente il padre Bruno che svolge attività di consulenza per l’Aci, con appalti da centinaia di milioni di euro. Un conflitto di interessi in contrasto con lo statuto.

C’è dell’altro?

Eccome. Ermolli indice le elezioni, con annuncio all’ultimo giorno utile. Poi lui, che doveva essere il garante della regolarità della competizione si candida in una lista. Curioso, no?

Altro conflitto di interessi?

Basta il buonsenso per capirlo. Di più. Nella lista Ermolli c’è il dottor Eros Maggioni.

Il signor Brambilla?

Curiosamente Maggioni si è iscritto all’Aci, a Milano, malgrado risieda a Lecco, due giorni prima del termine utile. Curiosamente fa l’odontotecnico.

Voi, la lista concorrente dove vi eravate iscritti?

A Milano, facevamo parte del cosiddetto Aci club. Una tessera che secondo lo statuto equivale a tutti gli effetti alle altre.

Perché mi dice questo?

Perché una commissione, sotto la responsabilità dell’Ermolli commissario, ci contesta il diritto a partecipare alle elezioni contro l’Ermolli candidato.

E poi che succede?

La commissione che fa capo dell’Ermolli commissario non ammette la nostra lista, spianando la strada all’Ermolli candidato.

E voi che fate?

Si arriva alla farsa di elezioni bulgare. C’è solo una lista in campo, quella degli amici e del compagno del ministro. Ovviamente vince. Non ha concorrenti!

Protestate?

Di più: facciamo due esposti alla procura e uno al Tar.

Il ministero dice che quello al Tar è stato bocciato.

Non è vero. Avevamo chiesto l’annullamento della nostra cancellazione dalla competizione, ma il giudizio è arrivato dopo il voto: il Tar dice, come è ovvio, non possiamo più intervenire su quella controversia.

Quindi partita chiusa?

Per nulla. Bisogna rivotare.

Perché mai?

C’è una norma che impone un Cda di 5 membri. In questo caso sono 9. Se quattro non si dimettono, e ne dubito, l’attuale Cda decade, e si deve rivotare.

Pazzesco...

Ermolli ha favorito una lista in cui lui stesso, e il compagno della ministra che l’ha nominato, erano candidati! Si tratta di un intervento fuori di qualsiasi norma. Ma non è finita....

C’è dell’altro?

A parte il fatto che tra i consiglieri l’unico che ha una qualche esperienza in materia è Geronimo La Russa, figlio del ministro: ha fatto il pilota!!....

A parte questo?

...Tra loro c’è il dottor Bongiardino, presidente della Camera di commercio, che ha sede in uno dei palazzi di proprietà dell’Aci! Come Presidente della Camera di commercio chiede di comprarlo. Cosa si risponderà come consigliere Aci?

Altro conflitto di interesse?

Plateale. Ma c’è di peggio.

Mi dica...

Il Cda ha designato dei consiglieri nella Sias. Tra cui Fabrizio Turci, direttore Aci di Milano.

Come è possibile?

Non lo so. Va chiesto alla Brambilla come si possa essere sia controllore che controllato!

C’è dell’altro?

Ciliegina sulla torta. Pier Fausto Giuliani, altro membro del Cda. Sa il suo precedente lavoro?

Quale?

Tesoriere dei Circoli della libertà la ministra l’ha definito uno dei miei “13 uomini d’oro”.

Morale della favola?

Il Cda in cui siede il marito del ministro nomina alla Sias uno dei principali collaboratori del ministro. Mica male.

domenica 26 dicembre 2010

B. e la Brambilla per un nuovo miracolo kazaco


LUCA TELESE

Alla fine è inciampato proprio sulla domanda de Il Fatto, sulla parentopoli di governo. E dispiace. Se non altro perché ci aveva provocato con tono spavaldo: “Se non ci fossi io, voi de Il Fatto non esistereste, eh eh…“. Allora glielo avevamo chiesto, senza giri di parole con questa domanda: “Scajola ha sistemato la casa, a sua insaputa. Lunardi ha sistemato l’azienda, e l’ha pure ammesso. La Brambilla ha sistemato il compagno all’Aci e ha detto che è bravo. Bertolaso ha sistemato la moglie e il cognato, spiegando che non poteva discriminarli. Bondi ha sistemato il figliastro e il marito della moglie, con le consulenze, ma ci ha detto che erano casi umani… Cosa pensa del passaggio dal governo del fare a quello del sistemare?“.

Il vecchio Caimano, un tempo non avrebbe deluso. Avrebbe investito il cronista con fuoco e fiamme fino a incenerirlo. Avrebbe negato tutto, individuando la responsabilità di qualche perfido “comunista”. Invece, quello di giovedì scorso, cominciava male, provando con il trucco della diversione: “Vede, la sinistra…“. Che c’entra la sinistra?. E lui: “…mi lasci finire! Questi del governo sono casi di puro dilettantismo rispetto a una professionalità assolutamente elevata della sinistra in questa materia…“. Come come? Casi di dilettantismo?

Insomma quella parentopoli Silvio Berlusconi, in prima battuta, durante la conferenza stampa, la ammette e la condanna, sia pure minimizzando: “È nella natura umana che ci sia qualcuno abbastanza lontano dalla santità…“. Poi in serata è costretto a un curioso comunicato di rettifica. Curioso perché non difende tutti i suoi ministri (come potrebbe?), ma la sola Michela Brambilla. E dispiace anche questo, se non altro per quel tenerone di Bondi. Ma Silvio è chirurgico: due ministre sono già andate, bisogna tenersi stretta l’ultima donna che non gli dà problemi.

Qualcosa è successo fra le 14.30 e le 19.00, quando Palazzo Chigi ha dovuto correggersi per salvare il salvabile con una rettifica riparatrice: “Il Presidente Berlusconi – si leggeva nel comunicato toppa-peggio-del buco – ha potuto verificare l’assoluta e totale inconsistenza delle infondate accuse mosse al ministro Brambilla“. Quattro ore prima aveva detto su di lei, su Bondi, su Scajola, su Lunardi e su Bertolaso: “Sono casi spiacevoli“.

Poi la Brambilla ha alzato il telefono, si è imbufalita, ha chiesto di essere separata dagli altri. Per lei Silvio ha corretto il tiro, per gli altri si è tenuto sul generico: “In relazione alla risposta data dal Presidente Berlusconi alla domanda del giornalista Luca Telese de Il Fatto Quotidiano, si deve precisare che le indicazioni esposte dal giornalista stesso sono frutto di mere illazioni e sue personali supposizioni“. E anche in questo caso dispiace.

Ma cominciamo dall’inizio. Il tempo del sogno è finito, il Silvio di Berlusconi di ieri, nella tradizionale conferenza di auguri di fine anno sembrava entrato nell’età della prosa. Niente più miracoli, niente sorrisi sfavillanti, niente sorprese, niente promesse, niente milione di posti di lavoro: “Abbiamo cercato una soluzione alla crisi, anche al vertice dei presidenti del Consiglio: non c’è” (non c’è!). Ma anche il caimano non c’era più, e nemmeno il grande venditore che incantava gli italiani. il tono bonario era quello del vecchio zio che rispolvera i successi di sempre, del cantante che si esibisce nel revival di se stesso, un simpatico bobbysolo del centrodestra, che da sedici anni strimpella gli stessi accordi: “Magistrati golpisti”, “Faremo un piano unico per il fisco” e altre amenità già fritte e rifritte mille volte.

Roma, Villa Madama. Silvio Berlusconi aveva iniziato la conferenza stampa alla sua maniera. Una breve premessa di 60 minuti (Sic!), e alcune brevi risposte di venti minuti. C’erano trenta domande previste, lui se la cava con venti, come le squadre della zona retrocessione che fanno catenaccio. E, ancora una volta, dispiace. Non è più il Berlusconi scintillante delle grandi promesse e delle battute affilate, e fa quasi simpatia perché ne sembra consapevole, bonario e crepuscolare.

A un certo punto il cavaliere si aggrappa alla domanda di politica estera – che é come la domanda a piacere nelle interrogazioni – e parla per quasi mezz’ora: i giornalisti crollano, quando parla dell’Africa sub-sahariana e del piano casa (ma quello di Gheddafi) persino il fidato Paolo Bonaiuti – un guerriero highlander – gli fa il gesto di spremitura con la mano: “Stringi! Stringi!“. Uomo saggio: altri cinque minuti e si sarebbero addormentati tutti.

Berlusconi parlava come se avesse mille anni davanti, e sapesse di rischiare di non mangiare la colomba, con il suo governo. Anche gli effetti speciali erano da B-movie, molto teneri: “Arriverò a 325 deputati, senza coinvolgere nessun partito nella coalizione!“. E poi: “Nei colloqui mi hanno detto che si sta costituendo un gruppo di responsabilità nazionale” (scelta onomastica infelice. Parla di quello di Moffa, in cantiere ma con il nome di quello di Scilipoti). “Penso che arriverò alla fine della legislatura“.

Berlusconi si dissocia da sua figlia (“I figli, si sa, sono influenzabili dalle madri“). Poi ricorre al vecchio successo contro i magistrati: “La loro tesi è che la corruzione si perfeziona non quando c’è il passaggio di denaro ma quando i soldi vengono spesi. E quando anche altri giudici convergono su questa tesi, non si può negare che ci sia nella magistratura un’associazione tesa all’eversione“. E allora cosa propone Berlusconi? “Una Bicamerale che accerti se non ci sia nella magistratura una associazione tesa all’eversione“. Caspita, originale!

Infine la perla: il Cavaliere individua un nuovo, meraviglioso modello riformista: “In Kazakhstan si danno i permessi in una settimana“. Dal “nuovo miracolo italiano”. Al “nuovo miracolo kazaco”. Meno male che Silvio c’è.

venerdì 24 dicembre 2010

Botta e risposta tra Berlusconi e Telese




Durante la conferenza stampa di fine anno del premier il giornalista del Fatto pone una domanda, il Cavaliere risponde ma in serata con una nota corregge il tiro solo sulla Brambilla. E il ministro del Turismo annuncia una querela

Oltre due ore di conferenza stampa, 39 domande da parte dei giornalisti ma soltanto una meritevole addirittura di doppia risposta: la prima da Berlusconi in diretta tv, chiara e immediata; la seconda dall’ufficio del portavoce del premier dopo alcune ore, studiata a tavolino, per correggere il tiro. Forse qualche ministro non ha gradito le parole del Cavaliere. Inutile dire che a indispettire il presidente del Consiglio durante il consueto incontro di fine anno con la stampa, è stato un giornalista del Fatto Quotidiano: Luca Telese. La conferenza di Berlusconi è stata trasmessa in diretta da Sky e da Rai Uno integralmente. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini ha persino posticipato il telegiornale per non interrompere l’intervento fiume del premier. Per dovere di cronaca vale la pena trascivere integralmente, per chi si fosse perso il video, domanda e risposta. Seguite, ovviamente, dalla nota, postuma e correttiva, di Palazzo Chigi.

Al minuto 128 (due ore e 8 minuti) della conferenza stampa, dopo diversi siparietti tra il premier e alcuni giornalisti (“Saluti a lei e alla sua famiglia, che conosco”, risponde Berlusconi al cronista del Messaggero; “un uccellino mi ha detto che lei oggi compie gli anni, auguri per i suoi splendidi 23 anni”, dice alla giornalista del Corriere della Sera che sorride imbarazzata) arriva il turno di “Luca Telese del Fatto Quotidiano”, annuncia il presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino.

“Buongiorno presidente, lei sa che la seguiamo con particolare attenzione”. Berlusconi tenta di interromperlo: “Sì direi non con imp..” ma Telese aggiunge: “anche con affetto, simpatia, slancio. Siamo i principali esegeti dell’operato del suo governo”. Il premier sorride: “Se non ci fossi io non esistereste editorialmente”. Telese arriva alla domanda: “Oltre alle realizzazioni del suo governo, che lei ha elencato in estrema sintesi, ce n’è anche altre: il ministro Scajola ha sistemato la casa a sua insaputa, l’ex ministro Lunardi ha sistemato l’azienda e ha avuto il buon cuore di ammetterlo, il ministro Brambilla ha sistemato il compagno all’Aci, il ministro Bertolaso ha sistemato moglie e cognato, non poteva non farli lavorare; il ministro Bondi ha avuto la simpatia di sistemare il figliastro e l’ex marito della compagna con una consulenza al suo ministero, diceva però che erano casi umani. Allora volevo chiederle: visto che molti elettori del centrodestra sono delusi da questo, non del centrosinistra, che cosa pensa di questo passaggio dal governo del fare a quello del sistemare? Si sente di condannare questi atteggiamenti?”.

Il premier risponde: “Se andiamo a vedere cosa ha fatto la sinistra, e cosa fa dove è al governo nelle regioni rosse dove c’è l’occupazione della sinistra, questi diventano casi di puro dilettantismo, a fronte del professionismo della sinistra. Sono casi spiacevoli, ma su 100 persone è impossibile trovare 100 santi, qualcuno può essere abbastanza lontano dalla santità. Succede nell’apparato umano, succede in tutta la società. Succede nei corpi che ammiriamo. Succede tra i Carabinieri, l’86% degli italiani ama l’arma dei Carabinieri, ma abbiamo visto che ci sono Carabinieri che fanno cose indebite. Succede tra i sacerdoti, in altre categorie. Succede perché l’uomo e la donna non sono esseri perfetti”.

Una risposta chiara, esauriente. Con tanto di sondaggio sul gradimento dei Carabinieri. Certo non entra nel merito della domanda, non una parola sui casi di cui Telese aveva chiesto chiarimenti o una condanna da parte del Presidente del consiglio. Solo alle 19 verrà toccato il caso del ministro Brambilla: nel comunicato stampa inviato da Palazzo Chigi. Una nota battuta dalle agenzie dal titolo “Illazioni e accuse infondate”.

L’ufficio del portavoce del premier, Paolo Bonaiuti, scrive: “In relazione alla risposta data dal presidente Berlusconi alla domanda del giornalista Luca Telese de Il Fatto Quotidiano, si deve precisare che le indicazioni esposte dal giornalista stesso sono frutto di mere illazioni e sue personali supposizioni. La risposta del presidente perciò non conteneva alcun giudizio di disvalore su quelle vicende, da lui mai approfondite; si trattava soltanto di un’osservazione di carattere generale. In particolare, il presidente Berlusconi ha potuto verificare l’assoluta e totale inconsistenza delle infondate accuse mosse al ministro Brambilla in cui il presidente ripone assoluta fiducia e che ha sempre dimostrato grandi capacità nella più assoluta trasparenza del suo agire. Inoltre, le elezioni dell’Aci sono avvenute con la massima regolarità e i consiglieri ricoprono un incarico meramente onorifico e non retribuito”.

Passa un’altra ora e, sempre dalle agenzie, arriva la voce del ministro Brambilla che comunica di “avere dato mandato ai suoi legali di procedere nelle sedi competenti nei confronti del giornalista Luca Telese, per le affermazioni del tutto mistificatorie e distorsive della realtà, riguardanti l’Automobile club di Milano, da lui fatte durante i programmi televisivi Exit, Mattino cinque e la conferenza stampa del presidente del Consiglio trasmessa quest’oggi sulle reti Rai”. Un recidivo dell’informazione, questo Telese, per Brambilla. Che non dimentica il lato umano della vicenda e annuncia che “devolverà la somma richiesta in sede di causa civile per il risarcimento del danno di immagine subito ad un ente benefico”. Telese si sentirà in colpa: se vince la causa (quando e se perverrà) l’ente benefico non vedrà neanche un euro.

Dunque il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, non avrebbe sistemato nessuno all’Aci, scrive la presidenza del Consiglio. Per le dichiarazioni riguardo Sandro Bondi, Claudio Scajola, Pietro Lunardi e Guido Bertolaso, nulla da eccepire, non ha approfondito. Ricapitolando: “Il ministro Scajola ha sistemato la casa a sua insaputa, l’ex ministro Lunardi ha sistemato l’azienda, il ministro Bertolaso ha sistemato moglie e cognato, non poteva non farli lavorare; il ministro Bondi ha avuto la simpatia di sistemare il figliastro e l’ex marito della compagna con una consulenza al suo ministero, diceva però che erano casi umani”.

Secondo il premier senza di lui il Fatto Quotidiano non esisterebbe, ma anche i suoi ministri gli danno una buona mano.

sabato 18 dicembre 2010

La grande arte di farsi male da soli del Pd


Contrordine compagni. Addio alle primarie e addio anche al “Nuovo Ulivo”, o come cavolo si chiamava: Pierluigi Bersani ha cambiato di nuovo idea.

Ma perchè Bersani e gli altri dirigenti del Pd sono così cattivi con i loro elettori? A furia di dire una cosa (possibilmente in modo fumoso), e poi fare esattamente il contrario, infatti, hanno portato il partito al 23% nei sondaggi. Esempi di scuola? La coalizione e il candidato premier. Il governo Berlusconi è in agonia, ma i leader del Pd decidono che non vogliono costituire una nuova alleanza (e infatti ad oggi non c’è). Perché? Evidentemente per tenersi le mani libere, in attesa di un grande accordo di Palazzo (che però non arriva). Alla fine dell’estate, Bersani fa una intervistona a La Repubblica per dire che occorrono “un nuovo Ulivo e una Alleanza Democratica”. Sono così urgenti che non convocano nemmeno uno straccio di vertice. Poi Enrico Letta prospetta un accordo con i centristi che tagli fuori Idv e Sel. Poi Bersani corregge e dice che vuole che si alleino “Tutti quelli che sono contro Berlusconi” (da Casini a Ferrero?). Poi Franceschini dice che ci vuole dentro anche Futuro e libertà. Poi è Fini che dice che non entra nemmeno morto.

Con le primarie è peggio. Il Pd è l’unico partito che le ha addirittura nello Statuto: un ottimo motivo per non farle. Quando ad agosto Nichi Vendola si candida, il solito Bersani commenta: “Sono premature”. Poi cambiato idea, di nuovo. A ottobre dice, sorridente e sicuro, dopo un lungo pranzo con Vendola: “Le faremo!” (Wow!). Poi ieri cambia ancora idea. E consegna a Goffredo De Marchis un tortuoso giro di parole: “Rinunciare alle primarie? In nome di una strategia che chiede a ogni forza politica di non peccare di egoismo e di dare qualcosa, siamo pronti a mettere in discussione anche i nostri strumenti”. Forse occorre tradurre, come nel vecchio Parla come mangi di Cuore: i leader del Pd non fanno le primarie perché pensano di non arrivare primi e non costruiscono la coalizione di centrosinistra perché convinti di perdere (peccato che allearsi con i centristi farebbe perdere voti anche a loro). Ma se uno è così certo della sconfitta come mai può vincere? L’unica verità è nel teorema-Nanni Moretti: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”.

Il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2010

venerdì 17 dicembre 2010

“Soldi? No, solo contropartite”


“Esisteva un partito della seconda chiama, molti del Pd. Gaglione era con noi. Guzzanti? L’hanno fermato i figli”

di Luca Telese

Il suo nome saltava fuori in ogni trattativa, in ogni passaggio della battaglia per la fiducia del 14 dicembre. Chi tratta con i radicali? L’onorevole Mario Pepe! E chi è andato a dire a Paolo Guzzanti “Guarda che se questo governo cade ce ne andiamo tutti a casa te compreso?”. Sempre Pepe. Chi si è guadagnato il soprannome di “Bounty killer azzurro?”. Ancora una volta lui. Qualcuno dice che c’è stato un calciomercato indegno, qualcun altro che è sempre stato così, ma se vai da Mario Pepe - medico deputato del Pdl, area Forza Italia, pedigree liberale - lui fa addirittura il modesto: “Ne ho provate tante, ma ho anche fallito…”. Allora l’intervista può cominciare. Con una dichiarazione preliminare, diciamo così spontanea dell’onorevole: “Tu mi vuoi fottere, dì la verità!”

Onorevole Pepe, è pronto al terzo grado?

Voi del Fatto siete dei bei furbacchioni, io non dovrei parlare lo so….

Ma lei non ci conosce…

Non pensi di fregarmi. Io vi leggo tutti i giorni!

Non può fare a meno di Travaglio?

No, seguo il precetto di Licio Gelli, ma questo non lo scriva.

Che precetto?

Leggi sempre tutti i necrologi, partecipa a tutti i matrimoni, non perderti un solo funerale.

E cosa c’entra, scusi?

Perché le mogli portano spesso alla rovina i mariti, perché quando vedi i necrologi capisci la rete delle amicizie, e perché dai funerali capisci tutto il resto. Il che per un politico è indispensabile.

Cos’è tutto il resto?

La mappa del potere. Perché, soprattutto nel mio sud, i funerali sono l’omaggio al potere di chi resta, non certo alla memoria del morto, di cui non gliene fotte più nulla a nessuno.

Avete dato la caccia a tutti i voti.

È stato un lavoro di squadra.

Lei è riuscito a corteggiare i radicali!

(sorride) Effettivamente l’idea è stata mia. Ma io sono iscritto anche ai radicali. Ero a casa mia. Ho offerto un onesto voto di scambio. Il mio slogan era: ‘Sei voti per sei leggi’, mi sembrava una trattativa trasparente.

Cosa ha detto alla fine a Pannella, quando non ha votato?

‘Marco, sei stato un coglione: così non hai ottenuto nulla’.

Sempre aulico, lei?

Sono un deputato eretico…

Eretico e berlusconiano!

Non sono berlusconiano, sono un laico. O meglio: è Berlusconi che in questo momento rappresenta quello a cui tengo di più: la salvezza dell’Italia.

Per questo avete fatto calciomercato?

Non scherzi. Io non ho offerto soldi a nessuno. Solo contropartite politiche. Tutto legittimo. E in alcuni casi ho perfino fallito.

Lei ha tampinato tutti.

Senta, io faccio il medico, sono abituato a parlare con tutti, ad ascoltare tutti. Una professionalità che è tornata utile.

Serve sempre un endocrinologo per prendere la fiducia?

Non faccia lo spiritoso. Vuole che le racconti il segreto per cui la nostra vittoria è ancora più importante?

Prego.

Qui c’è il partito della seconda chiama che comanda.

Chi?

Sono quelli del centrosinistra che erano d’accordo con noi per votare Berlusconi. E che invece non l’hanno fatto, eh, eh... A noi risultavano 320 voti. Ne abbiamo presi 314.

Come come?

Tutti quelli che hanno aspettato la seconda chiama hanno fatto questa mossa: se vedo che Berlusconi ha già la fiducia non mi espongo. Se invece ce l’ha già mi astengo. Ma non mi faccia fare nomi.

Lei non li farebbe nemmeno sotto tortura?

Non c’è bisogno. Si veda l’elenco di quelli che sono andati alla seconda chiama

E poi c’è stata la trattativa con Guzzanti. Anche lì ha fallito.

Ero sicuro che Paolo avrebbe votato con noi.

Lei lo aveva minacciato: “Se cade Berlusconi qui non ci torni più”.

Più che una minaccia era una constatazione, e vale ancora. Ero certo, poi, purtroppo, sono intervenuti fattori familiari.

Cioè?

(sospiro) I figli!

Ma cos’altro gli aveva proposto?

Di federare il suo Pli al Pdl.

Il che voleva dire seggi sicuri.

Non è andata in porto. Ma vede, le spiego un segreto della nostra strategia…

Quale?

Aver messo in dubbio i voti dei radicali ha fatto scoppiare molti di Futuro e libertà. È stata guerra psicologica!

E il centrosinistra?

Hanno provato anche loro. Ma la congiura di Pisanu è fallita. Diceva di averne dieci con sé, era un generale senza esercito.

Lei si è arricchito con la politica?

Macché, avrò perso duecentomila euro l’anno.

E perché lo fa?

Passione di famiglia. Sono il nipote di Salvatore Valitutti, il dirigente liberale. Ero candidato già nel 1992, seimila preferenze nel Pli. Più dei voti del partito. Nel 2001, con seimila voti, ho strappato un collegio sicuro ai castelli, nel feudo rosso delle Frattocchie.

Berlusconi almeno l’ha ringraziata?

Non ancora. Ma è come se l’avesse fatto.

Torniamo al calciomercato.

Si sono dette un sacco di balle. Tipo dei denti pagati a Razzi.

Non è vero?

Glieli ha pagati la mutua della Camera. Dubito che gliene servissero altri!

Ma il medico lo fa ancora?

Ieri venti visite e 50 euro.

Come mai così poco?

Tutti gratis, tranne uno ha insistito fino alla morte per pagare.

Lei è un benefattore?

No, ora mi interessano voti e consenso. Ho un archivio di ventimila pazienti.

Cosa ha fatto a Scilipoti?

Io nulla! Di lui si sono occupati altri. Io l’ho solo rianimato tre anni fa, quando è svenuto in aula dopo un focoso intervento... Contro Berlusconi, eh, eh...

Lei è uno di quelli che nega l’esistenza delle veline?

Al contrario: i vizi di Berlusconi esistono. Ma sono il prezzo che si paga per godere delle sue virtù.

Mi dica i nomi di due del partito della seconda chiama.

Te ne dico due per farti capire, ma non li scrivere: Moffa e Gaglione.

Ma come, Gaglione ha detto che si asteneva!

Invece era già pronto. A noi aveva detto: se serve il mio voto lo do. Siamo amici carissimi. Medico, cardiologo, del sud.

Adesso Bondi rischia?

No, c’è il gruppo dell’“ultima sigaretta” che ci aiuta. Molti deputati del Pd, soprattutto quelli di origine Margherita, che non vogliono morire vendoliani. Sono alla seconda legislatura. Sanno che non saranno ricandidati. E quindi ci aiuteranno. Niente ribaltoni. Bastano le assenze strategiche. Eh, eh.

giovedì 16 dicembre 2010

“PRESSIONI? AIUTACI CHE TI AIUTI”


“PRESSIONI? AIUTACI CHE TI AIUTI”


Paolo Guzzanti e i corteggiamenti del Cav

di Luca Telese

Nel giorno della sfida finale, per 24 ore, è stato considerato il possibile ago della bilancia del voto sulla sfiducia. Inseguito dai giornalisti di mezzo mondo, capace di dosare rivelazioni, indiscrezioni, colpi di scena, beffe mediatiche. Forse – ma lui nega – in alcuni momenti autenticamente incerto. Capace di tenere (discretamente, come vedremo) in apprensione i figli. Di sicuro corteggiato (come lui racconta) da tutti i proconsoli del Cavaliere. Paolo Guzzanti il 14 alla fine ha votato la sfiducia. Ma oggi ammette di aver accreditato anche l’idea contraria (un po’ alla Jannacci, per vedere l’effetto che fa). E un po’ per accendere i riflettori sulla sua battaglia personale.

Paolo, confessa, ci hai preso in giro?

Assolutamente no.

Ti sei giocato lo stipendio al Giornale, allora?

Preferirei che tu non facessi battute su questo.

Il Corriere della Sera ti ha fatto un’intervista per sapere se stavi mettendo in ballo il tuo stipendio nel quotidiano di Feltri e Sallusti.

È per colpa tua, perché questa questione è saltata fuori nel tuo programma, In Onda.

Non è colpa mia se Sallusti, che era ospite, ha raccontato che non credeva che avresti votato la fiducia...

...era libero di farlo.

E che sarebbe stato felice di rinnovare il tuo contratto di collaborazione.

Ammesso e non concesso che fosse un condizionamento, ti dico questo, e poi non un parola in più: se il mio contratto fosse rinnovato malgrado io abbia votato la sfiducia, al Giornale dimostrerebbero di essere dei veri galantuomini.

Resta il fatto che hai lasciato il Pli. Davvero eri in contrasto con De Luca perché lui voleva sfiduciare Berlusconi?

No, due balle, almeno in questi termini.

Ma come, non ti sei dimesso dal partito?

No. O meglio, sì. Ma sono pronto a lanciare la sfida al congresso, dove conto di diventarne segretario.

Dici sul serio?

Il mio blog è passato a 10 mila contatti al giorno. E ci sono circa 400 commenti a botta, la maggior parte giovani, che sognano un partito liberale moderno, pluralista.

Ma non eri convinto che fosse già così? Eri amico di De Luca!

Sì. Anzi, non del tutto. Io avevo costruito visibilità mediatica sul mio voto prendendo iniziative politiche. Lui si è messo a fare casino per arraffare un po’ di visibilità.

Lui voleva che tu votassi contro.

Io avevo già deciso di votare contro, ma non ho mai cambiato idea. Ho fatto intendere il contrario per vedere cosa accadeva, senza mai ripensarci.

Avevi chiesto a Berlusconi un impegno sulla legge elettorale e sulle privatizzazioni! Ti ha persino risposto in Parlamento: “Ai miei amici liberali dico...”, e si riferiva a te.

Sì, ma non ha preso nessun vero impegno.

Vi siete parlati in pieno Transatlantico!

Sì, ma per puro caso.

Ci devo credere?

Lui parlava ai giornalisti, io pure, anche se molti meno. Gli suono quasi andato a sbattere contro.

Ci devo credere?

Mi ha detto: ‘Paolo, devi credermi, io ho sempre seguitato a volerti bene...’.

Affettuoso.

Credo che in quel momento fosse convinto che io votassi per lui.

Ahia. Cosa gli hai risposto?

Ho sempre sottolineato, anche nei miei libri, la simpatia umana che ho per te, criticandoti ferocemente e attaccandoti politicamente.

E lui?

Mi fa: ‘Tu mi attacchi per l’amicizia con Putin, ma io credo davvero che Vladimir sia un uomo diverso da quel che tutti pensano’.

Oddìo, l’ha detto a te, che lo vorresti processato come Milosevic!

Il bello è quello che ha aggiunto dopo: ‘Mi piacerebbe fartelo conoscere a cena, se capiterà l’occasione, quando viene a Roma’.

E tu?

Ero incredulo: Silvio insisteva: ‘Perché no? Credo che se lo vedessi e ci parlassi, ti renderesti conto. E anche il presidente russo è un uomo perbene. Posso invitarti?’

Cosa gli hai risposto.

Avrei dovuto dire: mi porto la cena da casa, e rifiuterò un tè al polonio. Invece ho detto: ‘E perché no? Potrei fare qualche domanda interessante a Vladimir...’.

Ma no mi vorrai far credere che nessuno del centrodestra ti ha contattato?

Non l’ho mai detto. Sono stato bombardato di telefonate dal mio amico Mario Pepe.

Eccolo! il bounty killer di deputati incerti...

Sì, ma con lui avevo un rapporto. Pensa che volevo che diventasse liberale.

Cosa ti ha detto?

È stato affettuoso, ha tentato la carta della mozione degli affetti. Aiutaci, in nome dei vecchi tempi, aiutaci che ti aiuti...

Cioè?

Ha detto: ‘Se Silvio perde si scioglie il Parlamento e restate tutti a casa’.

Alla faccia della pressione affettuosa.

Ha provato a farmi notare una cosa che è politicamente possibile.

Poi hai preso anche un caffè con Verdini.

Se uno se ne va alla galleria Alberto Sordi, di certo non pensa di passare inosservato.

E lui cosa ti ha detto?

(intona parlata fiorentina) ‘Oh Paolinoòòò! Devi darci una mano, siamo tutti nella merda’.

Adesso invece, te ne vai al vertice del terzo polo.

Ridendo e scherzando abbiamo cento parlamentari, 80 solo alla Camera.

Fini è stato battuto?

Secondo me no.

La battaglia ti ha cambiato?

Ho scoperto un amico, Giorgio La Malfa. Siamo compagni di banco, leggiamo gli stessi libri. Fini e Casini sono molto affettuosi con noi.

E Rutelli?

Nel momento del dubbio mi ha mandato un sms: ‘Guz, ma che, davero davero...?’.

E tu?

A Francè, ma che te sei ammattito? Eh eh...

E a casa? Pressioni terrificanti?

Nemmeno una parola prima del voto. Poi messaggi entusiastici di Corrado e Caterina, in inglese.

Ma perché?

Perché siamo così, noi Guzzanti. Aristocratici e liberali quando si sceglie. Affettuosi dopo.

LA NUOVA TRINCEA DI GIANFRANCO FINI


Pressing Pdl per le dimissioni B. continua la caccia ai “delusi”

di Luca Telese

Dicono che a Montecitorio abbia perso e che ora sia spacciato. In realtà la prima cosa è sicuramente vera, ma per ora si tratta solo di una delle tante battaglie, di una guerra che si preannuncia ancora lunga. La seconda cosa invece è sbagliata, e la riprova è il fatto che ieri Gianfranco Fini è già partito in contropiede con una decisione che ha fatto andare su tutte le furie Sandro Bondi: la scelta di calendarizzare per la prossima settimana il voto di sfiducia sul ministro della Cultura. Un bellissimo regalino di Natale per il ministro che offre lavoro ai suoi famigli.

Dicono che Futuro e libertà, perdendo altri tre deputati si sia indebolita. È vero. Ma mai come questa volta, nella politica italiana, epurandosi ci si rafforza: i trenta che sono rimasti con Fini dopo la sfiducia, sono determinati, come dice (sorridendo, ma nemmeno troppo) Enzo RaisiA battersi con il coltello fra i denti”. Dicono che Berlusconi stia corteggiando altri tre futuristi: senza dubbio vero. Ma anche se riuscisse a strapparli quasi tutti, quelli che restano sarebbero comunque in grado di far andare sotto il governo.

Scrive Ezio Mauro che adesso il leader di Futuro e libertà si dovrebbe dimettere da presidente della Camera, per avere le mani più libere. Lui dice ai suoi di essere “amareggiato, e fa filtrare ai giornali: “È possibile, prendo in considerazione l’ipotesi. Ma non lo farei certo perché me lo chiedono quelli del Pdl”.

Insomma, è un bel rebus, quello che prende corpo intorno a Gianfranco Fini, un altro capitolo di una storia che sta diventando una saga. Il viso serba traccia dello stress, il volto si fa spesso cipiglioso, ma è anche un piccolo esercito quello che si è raccolto intorno a lui nel fuoco della battaglia: “Siamo cento parlamentari”, spiega con orgoglio Paolo Guzzanti “un piccolo esercito”. Si riferisce al neonato - nome provvisorio - “Partito della Nazione”. Mentre - su questo invece non c’è dubbio - per ora alla Camera le carte le continua a dare lui. Il caso Bondi è emblematico. Il voto di sfiducia era stato già iscritto all’ordine del giorno, poi sospeso e congelato, in vista del dibattito sulla sfiducia. Poi ora torna, come una spada di Damocle sospesa sulla testa di tutto l’esecutivo.

Spiega Benedetto Della Vedova, deputato di estrazione radicale che adesso è diventato uno dei grandi consiglieri di Fini: “Attenzione. Perché sulla carta Bondi i numeri per salvarsi dovrebbe averli. Ma la prima domanda che bisogna farsi è: siamo sicuri che tutti quelli che hanno votato per Berlusconi muoiano dalla voglia di venire a difendere Bondi. Io non ho nulla di personale contro di lui. Ma al suo posto mi preoccuperei un po’...”.

E in effetti Bondi si preoccupa, e nemmeno poco. Anzi. Invia una lettera al presidente della Repubblica per denunciare “una abnorme commistione tra l’imparzialità del presidente della Camera e la leadership di un gruppo parlamentare”. Sostenendo poi che la scelta di mettere in calendario il voto metterebbero in dubbio “il ruolo di garanzia istituzionale di Fini”. La verità è che Bondi è irritato per alcune ricostruzioni apparse sui giornali in base alle quali Fini avrebbe espresso giudizi di parte sulla sfiducia che lo riguarda. Ma anche Fini risponde al colpo attraverso il suo portavoce Fabrizio Alfano: “Bondi avrebbe potuto semplicemente chiedere la veridicità delle dichiarazioni e ne avrebbe ricavato una netta smentita”.

Il clima è teso, e intorno al caso Bondi si accende l’ennesima scintilla. A metà pomeriggio interviene anche lo stesso Berlusconi, che fino a ieri si era tenuto prudente sulla questione delle questioni. Il leader del Pdl chiede apertamente la testa di Fini, sia pure con il velo di un piccolo escamotage dialettico: “Metà Assemblea gli ha chiesto già le dimissioni - dice il premier - e questa è una scelta sua che riguarda la sua dignità”.

Anche in Transatlantico si discute dell’opportunità delle dimissioni del presidente della Camera. Nel Pdl e nella Lega tutti concordano nel ritenerle più che opportune, ma solo alcuni però si spingono fino a chiederle ufficialmente: “Dovrebbe rendersi conto che così non può andare avanti e presentarle lui stesso”, spiegano alcuni parlamentari a mezza bocca. Anche il capogruppo del Carroccio, Marco Reguzzoni, punzecchia il presidente della Camera senza affondare il colpo finale: “Il suo atteggiamento - spiega - è tutt'altro che sopra le parti come invece richiederebbe il suo ruolo. Di questo deve rendere conto”.

Ma a dimostrazione che i finiani in Parlamento sanno come gestirsi, ci sono le parole di Fabio Granata, che rilancia la palla in campo avverso, tornando a parlare del ministro: “Bondi stia sereno sull'equilibrio e la terzietà del presidente Fini - dice - Si preoccupi della disastrosa gestione del ministero della Cultura, piuttosto, attraverso un primo gesto apprezzabile e responsabile: le sue immediate dimissioni”.

Berlusconi continua a mandare messaggi di pace: “Delusi, venite da me”. E per decidere la rotta riunisce in serata lo stato maggiore del Pdl a Palazzo Grazioli. Al centro di una discussione accesa sul che fare, ci sono le contromosse da prendere per contrastare il polo e per discutere sul coordinamento unico nato ieri in Parlamento. Intorno al tavolo ci sono i tre coordinatori del partito, Denis Verdini, Ignazio La Russa e proprio Bondi, i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta e Paolo Bonaiuti, i capigruppo di Camera e Senato, Cicchitto e Gasparri, e il vicecapogruppo a Palazzo Madama, Quagliariello. Il problema più grande, per questi centurioni riuniti intorno al leader, è decidere se rompere le ultime riserve nell’assalto allo scranno più alto di Montecitorio. Finché questo non accade, Fini ha in mano le carte del gioco.

mercoledì 15 dicembre 2010

LO SCONTRO FINALE HA DUE PERDENTI


Fli si sfilaccia, la maggioranza è risicata

di Luca Telese

Un duello feroce, spietato, infinito, verticale. Ieri Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi si sono sfidati senza guardarsi, separati da pochi centimetri - in verticale - ma in realtà da un abisso. Fuori scontri furibondi, zona rossa, fumo nero a un passo dal Parlamento. Ma dentro Montecitorio nessun rumore di fondo arriva all’orecchio dei deputati, solo il clangore della sfida senza tregua.

La prima scena che resta sul taccuino è quella finale, i trenta passi di Silvio Berlusconi nel Transatlantico. Dovrebbe essere il giro d’onore di un re taumaturgo che si gode l’ennesima vittoria. In realtà sembra una passeggiata nel nulla: gli occhi sono spalancati, l’espressione è interdetta, il sorriso si accende e si spegne sul volto, in modo meccanico, come una lampadina che si sta per fulminare. Pochi istanti prima, invece, Fini corre tagliando il Transatlantico come una freccia, un capo guerrigliero in una ritirata strategica. Silvio Berlusconi ha vinto la battaglia, ieri, ma ha perso la guerra. Il suo governo ha la stessa maschera di cera del suo sorriso, le ore contate. Fini ha perso la battaglia, ma continua a combattere: staccherà la spina presto. Entrambi i gladiatori sono in grado di ferire l’altro, nessuno ha la forza di infliggere il colpo di grazia.

La seconda scena è il capannello intorno a Roberto Maroni alla buvette. Scherza, ma nemmeno tanto, il ministro dell’Interno: “È una regola di questi anni, infallibile. Se il Milan va bene, i governi di Berlusconi vanno male. Se il Milan va male, Berlusconi va bene”. E come va il Milan quest’anno? “Benissimo”. Si ride. Altra perla, Roberto Calderoli, ingiacchettato di verde Padania. Sospira, prima del voto, l’uomo forte della Lega: “Ho confidato nella luna piena”. Possibile? Riti drudici. Esercizi scaramantici? Macché, lotta contro il pallottoliere: “C’erano tre gravide, e tutte e tre avevano annunciato il voto per l’opposizione, ho sperato ardentemente in una fase lunare che favorisse... i parti. Purtroppo la luna non c’è stata d’aiuto”. Battute, certo. Ma tutti capiscono che la Lega guarda già oltre il governo. Folgorante la sintesi di una vecchia volpe come Paolo Cirino Pomicino: “Berlusconi ha giocato tutte le sue carte per vincere, ma il vero paradosso è tutto qui. La violenza che ha dovuto mettere in campo per portare a casa questo risultato, produce l’energia che impedirà che si possa ricucire con Futuro e Libertà, e anche con l’Udc, dopo la fiducia. Il voto che lo salva - insomma - è anche quello che lo condanna”. Se li guardi in aula, i duellanti ti rendi conto quanto sia vero. Gli incarnati dei due leader parlano meglio di ogni cosa. Fini sembra scolpito nella cera, tende all’impassibilità. Regala un sorriso solo al vecchio combattente Mirko Tremaglia, che passa sotto il suo banco, agitando verso di lui il bastone dopo aver gridato il voto al segretario d’aula: “Sì!”. Tremaglia è malato di Parkinson da tempo, il suo gesto di passione politica, comunque la si pensi, strappa qualche applauso persino sui banchi del Pdl. Ma quando si chiude questo lampo di pace è guerra.

Antonio Di Pietro, piantato nel centro del Parlamento insieme con Maurizio Zipponi, escogita un’ingegnosa strategia difensiva per mettere in difficoltà i due deputati che lo hanno tradito, sedotti dalla sirena del Cavaliere. I “tre tenores”, infatti, avevano annunciato, come spiegava Calearo: “Io non partecipo alle prime due chiamate. Così se non sono determinante mi astengo...”. Apriti cielo: Di Pietro scorre l’elenco dei suoi deputati, ne chiama due: Zazzera, Rota... Voi due restate in aula, ma non rispondete all’appello!”. È una trovata che ha qualcosa di geniale. Sottrarre due voti certi fa saltare i conti di chi calcola come spendere il suo voto. Così sia Calearo, che Razzi che Scilipoti sono costretti ad uscire allo scoperto e a votare al secondo giro, tra gli applausi del centrodestra. Durante il voto Fini diventa una sfinge, Berlusconi invece se ne sta in piedi, davanti al banco del governo, come un capo del commando in Curva. Si potrà dire qualsiasi cosa, di questa giornata, ma non c’è dubbio che il Pdl vince perché il Caimano non molla la presa fino all’ultimo. Se parli con transfughi come l’onorevole Grassano - una vita da consigliere comunale ad Alessandria, poi approdato fra i liberaldemocratici, poi berlusconizzato - scopri che B. ha trattato con loro fino all’ultimo momento utile, ieri: “Mi ha assicurato che farà il federalismo.... Sapeva tutto della mia disavventura giudiziaria.... Sa che io sono uno che non si è piegato davanti ai magistrati”. Bello. L’ultimo paradosso, in questa serata di furia, di cori e di tricolori agitati in aula, di piccole icone epiche, come quella di Giulia Bongiorno che vota in sedia a rotelle, è che il calciomercato di Berlusconi ha prodotto una vittoria parlamentare. E che il lavorio tecnicamente magistrale del terzo polo aveva partorito una sfiducia virtuale. È furibondo Luca Barbareschi , quando esce: “Ha vinto Berlusconi dite? Sì, ma con i voti di gente che dovrebbe stare in galera!!!”. Il duello fra le due maschere di cera, il volto gonfio di Berlusconi protetto da due cordoni di commessi mentre non si capacità di quello che è successo, il viso scuro e le guance arrossate di Fini mentre torna nel suo quartier generale sono l’emblema di una sfida fratricida. Stasera Berlusconi vince, per la prima volta nella storia, arruolando sei deputati eletti nel centrosinistra. In questo ha ragione Italo Bocchino: “Il vero ribaltone lo ha fatto lui”.