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domenica 20 novembre 2011

2011, c'era bisogno di una scossa nazionale


GIORGIO NAPOLITANO

Caro Direttore,

il suo giornale ha il merito di essere stato, fin dal concepimento di un programma di celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità, tra i soggetti (anche lei personalmente) che più hanno creduto nella straordinaria importanza dell’occasione che si presentava e dell’impegno che andava esplicato per un sostanziale rafforzamento delle ragioni e del sentimento del nostro «stare insieme» come italiani - nazione - Stato e cittadini.

La quantità e qualità delle iniziative che si sono succedute - tra le quali un particolare spicco hanno assunto quelle promosse a Torino - ci hanno detto che erano insieme maturata un’esigenza e insorta una disponibilità largamente condivise. C’era bisogno di una scossa nazionale unitaria di fronte alle difficoltà, alle derive, agli scoramenti che colpivano il nostro Paese e alle prove sempre più ardue che lo attendevano (e lo attendono).

Ritengo che il quasi imprevedibile successo delle celebrazioni, non ancora del tutto concluse, abbia lasciato un segno profondo, anche contribuendo al crearsi di condizioni più favorevoli per affrontare con fiducia una nuova inedita e incoraggiante fase della vita politico-istituzionale italiana.

domenica 8 febbraio 2009

Napolitano in trionfo al San Carlo. "I cittadini capiscono chi è nel giusto"


di ROBERTO FUCCILLO e CRISTINA ZAGARIA

NAPOLI - Sono le 20.30 quando un boato scuote il San Carlo. Napolitano ha appena fatto il suo ingresso in sala: parte un applauso, lunghissimo, una ovazione.

Un grido la rende esplicita, "Viva la costituzione", una sala intera, 1500 persone, si alza in piedi, Napolitano saluta con un cenno della mano, poi il maestro Riccardo Muti, che dirige il concerto, dà il via a "Fratelli d'Italia". Anche queste sono conseguenze del caso Englaro.

Napoli non ha dubbi e proclama di essere al fianco del Quirinale nella contesa aperta con Palazzo Chigi. Non a caso, per una sera è raggiante il sindaco Rosa Russo Iervolino: "Sono orgogliosa della mia Napoli, che è pur sempre la città delle quattro giornate. Vorrei trovare chi ha gridato quel "viva la Costituzione" per fargli i complimenti". Qualche imbarazzo invece fra i membri del governo, il ministro Sandro Bondi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, che siede nel palco con Napolitano e con il cardinale Crescenzio Sepe, vescovo della città. A Letta chiedono poi durante l'intervallo se abbia provato emozione per l'accaduto. Risposta: "Emozionato sì, ma per il teatro".

Un clima patriottico intorno al presidente, di cui Napolitano aveva già avuto sentore. Un gruppo di signore che all'ingresso gli urla "Napoli ha bisogno di te", altre alle quali lui stringe calorosamente le mani. Fuori dal teatro una cinquantina di radicali e aderenti all'associazione Luca Coscioni, con striscioni e bandiere che recavano slogan come "Fiero di essere Napolitano", "Beppino siamo con te", "La Costituzione non si tocca".

Era già successo in mattinata, con un gruppo di docenti universitari a gridare "viva la Costituzione" non appena Napolitano era uscito, insieme a Bondi dalla pre-visita al teatro, dove il commissario Salvatore Nastasi gli aveva esposto i lavori di restauro. "Siamo un gruppo di colleghi docenti universitari, ci siamo ritrovati qui, è venuto spontaneo", spiega uno di loro, Guglielmo Tamburrini. Del gruppo fa parte anche Eliana Minicozzi, a suo tempo referente napoletana dei "girotondi". Ha qualcosa da mandare a dire a Berlusconi: "Incredibile la sua dichiarazione su Eluana che potrebbe avere un figlio. É rivelatrice della concezione che il premier ha delle donne, sottoponibili a stupro anche in condizioni di incoscienza".

Come se non bastasse, nel pomeriggio Napolitano aveva avuto altri attestati visitando l'istituto Pascale, un centro dedicato alla cura dei tumori. La speaker dell'evento, la giornalista Serena Albano, l'aveva omaggiato con un "presidente, oggi più di ieri lei è molto amato". Dichiarazione alla quale l'intera sala dell'ospedale, politici, magistrati, altre autorità, ma soprattutto tantissimi medici, era subito scattata in piedi: una ovazione durata qualche minuto, con l'intensità che aumentava man mano che i presenti si rendevano conto anche del senso di quanto accadeva, una vera e propria scelta di campo nel conflitto fra il Quirinale e Palazzo Chigi.

E qui, dove il tema della sofferenza e della morte ovviamente richiamava il caso Eluana, Napolitano aveva risposto a Berlusconi: "Il sentimento di vicinanza e di partecipazione nei confronti delle persone che lottano contro la malattia, e anche per le persone che giungono alle soglie estreme della vita, è forte in ciascuno di noi e non è monopolio di nessuno". Immediato l'applauso, di nuovo.

Ma quando il battimani si è placato Napolitano aveva ancora qualcosa da aggiungere: "Anche quando si debbono prendere delle decisioni delicate, nell'esercizio delle proprie funzioni, io conto sulla comprensione dei cittadini e di quanti sono qui". Un modo per dire, da una parte che il premier non è l'esclusivo "interprete" della solidarietà verso Eluana, e dall'altra che il no alla firma del decreto di venerdì scorso è nel solco della Costituzione.

Applausi al San Carlo bissati anche alla fine e intonato l'Inno d'Italia. Al maestro Muti quel grido "Viva la Costituzione" è piaciuto: "Andare contro la Costituzione è una cosa molto, molto grave, quindi è stato un bel grido".

(8 febbraio 2009)

Ciampi: triste per l'uso del dolore


di SEBASTIANO MESSINA

ROMA - Tristezza e amarezza. Usa queste due parole, Carlo Azeglio Ciampi, per spiegare quello che prova nel momento in cui il conflitto tra Quirinale e Palazzo Chigi diventa incandescende. Lui che riuscì a "coabitare" per cinque anni con il presidente del Consiglio Berlusconi, forse è l'uomo che si rende conto meglio di chiunque altro di quanto sia pesante per un Capo dello Stato prendere una decisione in solitudine, contro l'opinione del governo in carica.

Cosa ha provato vedendo in tv il presidente del Consiglio che apriva così duramente un conflitto con il Capo dello Stato?
"Ho provato un senso di grande tristezza. E di amarezza. Perché mi rattrista molto vedere che un caso umano così doloroso diventi occasione per cercare di attaccare il Capo dello Stato. E' davvero inopportuno, e mi amareggia innanzitutto come cittadino, che si prenda spunto da una vicenda drammatica per cercare di affievolire i poteri del Presidente. Sono stato al Colle per sette anni e conosco bene la delicatezza dei rapporti tra il Quirinale e Palazzo Chigi. Ma non si cerchi di indebolire il Presidente. Lui è una garanzia per il Paese. Questo è la prima ragione della mia tristezza. Ce n'è anche un'altra, purtroppo".

Quale, presidente?
"Il fatto che si siano create delle tensioni in un rapporto storicamente delicato come quello tra lo Stato e Chiesa. Vede, io sono cattolico di religione, ma profondamente laico come cittadino. C'è la Chiesa e c'è lo Stato. La Costituzione definisce chiaramente i rapporti reciproci, e duole vedere che alcune dichiarazioni rischiano di creare problemi in questo delicatissimo rapporto. Ed è un fatto grave, perché proprio quest'anno ricorrono gli ottant'anni dai Patti Lateranensi: dovremmo ricordarci tutti che Stato e Chiesa devono collaborare sempre con reciproco rispetto".

Nei suoi sette anni al Quirinale, qualcuno le ha mai detto che lei non aveva diritto di sindacare il contenuto dei decreti legge?
"Mai. Ho avuto, certo, alcuni momenti non facili con i presidenti del Consiglio con cui mi sono trovato a collaborare. Ma la Costituzione dice chiaramente che il Capo dello Stato emana i decreti legge, cioè li firma. Ebbene, questa firma non è affatto un atto dovuto. Il presidente della Repubblica deve essere convinto della necessità del provvedimento. Non può essere ridotto a uno spolverino, a un passacarte del governo. La sua firma deve essere un atto convinto, meditato. Non è affatto un visto. Rientra pienamente nei poteri che gli
assegna la Costituzione".

A proposito di firme. Lei aprì un conflitto tra poteri dello Stato, davanti alla Corte Costituzionale, per chiarire chi fosse il vero titolare del potere di grazia. Il Guardasigilli, all'epoca il leghista Castelli, sosteneneva che senza la sua controfirma il Presidente non poteva graziare nessuno.
"Sì, io mi trovai di fronte a una tesi secondo la quale il presidente poteva esercitare il potere di grazia solo su proposta del Guardasigilli. Anche la prassi di tanti anni, devo dire, andava in questa direzione. Ma io presentai ricorso alla Corte Costituzionale perché si chiarisse che quello era un potere del Presidente, un atto di sua esclusiva responsabilità. Lo feci anche se alcuni dei miei consiglieri mi avevano avvertito che era un rischio, perché la Corte avrebbe potuto anche darmi torto. Invece mi diede ragione. E questo punto è stato finalmente chiarito".

Già, i giudici costituzionali stabilirono che quella del Guardasigilli era una controfirma dovuta. Non potrebbe oggi Berlusconi usare lo stesso ragionamento per sostenere che il potere di emettere un decreto legge spetta solo al governo, e che la firma del Presidente è un atto dovuto?
"Non credo proprio che i due casi siano sullo stesso piano. Quello di emanare un decreto legge non è un potere formale, un visto: è un potere sostanziale. Uno dei poteri che fanno del Presidente della Repubblica il garante della Costituzione".

(8 febbraio 2009)

Il San Carlo in piedi per Napolitano. La platea urla: "Viva la costituzione"



Il Presidente della Repubblica è stato accolto da un lungo applauso al suo ingresso nel teatro San Carlo per il concerto di musica sinfonica diretto da Ricardo Mutti. Il pubblico si è alzato in piedi e ha omaggiato il presidente che si è accomodato nel palco reale. Insieme agli applausi si è levato dalla platea l'urlo "Viva la costituzione", in riferimento alla crisi istituzionale causata dal caso Englaro


NAPOLI - Un caloroso applauso ha accolto l'ingresso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all'interno del palco reale nel restaurato Teatro San Carlo di Napoli. Dalla platea in molti si sono alzati in piedi applaudendo a lungo nei confronti del presidente accompagnato dalla moglie Clio.

Napolitano ha risposto con un cenno della mano e dalla platea si è levato anche l'urlo "Viva la costituzione" seguito da altri applausi all'indirizzo del presidente. Il Capo dello Stato, affiancato anche dalle autorità locali, il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino e il governatore campano Antonio Bassolino, ha ascoltato l'esecuzione dell'inno di Mameli unendosi al coro del teatro.





(07 febbraio 2009)

sabato 7 febbraio 2009

"Vicenda dolorosissima ma devo difendere le istituzioni"



ROMA - Il Quirinale ha reso noto il testo della lettera che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, prima dell'approvazione da parte del Consiglio dei Ministri di un decreto legge in relazione al caso Englaro.

"Signor Presidente, lei certamente comprenderà come io condivida le ansietà sue e del Governo rispetto ad una vicenda dolorosissima sul piano umano e quanto mai delicata sul piano istituzionale - scrive Napolitano -. Io non posso peraltro, nell'esercizio delle mie funzioni, farmi guidare da altro che un esame obiettivo della rispondenza o meno di un provvedimento legislativo di urgenza alle condizioni specifiche prescritte dalla Costituzione e ai principi da essa sanciti. I temi della disciplina della fine della vita, del testamento biologico e dei trattamenti di alimentazione e di idratazione meccanica sono da tempo all'attenzione dell'opinione pubblica, delle forze politiche e del Parlamento, specialmente da quando sono stati resi particolarmente acuti dal progresso delle tecniche mediche. Non è un caso se in ragione della loro complessità, dell'incidenza su diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti e della diversità di posizioni che si sono manifestate - prosegue il capo dello Stato -, trasversalmente rispetto agli schieramenti politici, non si sia finora pervenuti a decisioni legislative integrative dell'ordinamento giuridico vigente. Già sotto questo profilo il ricorso al decreto legge, piuttosto che un rinnovato impegno del Parlamento ad adottare con legge ordinaria una disciplina organica, appare soluzione inappropriata".

"Devo inoltre rilevare che rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare - sottolinea Napolitano - non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell'art. 77 della Costituzione se non l'impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso. Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali, desumibili dall'ordinamento giuridico vigente.

Decisione definitiva, sotto il profilo dei presupposti di diritto, deve infatti considerarsi, anche un decreto emesso nel corso di un procedimento di volontaria giurisdizione, non ulteriormente impugnabile, che ha avuto ad oggetto contrapposte posizioni di diritto soggettivo e in relazione al quale la Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile pronunciarsi a norma dell'articolo 111 della Costituzione: decreto che ha dato applicazione al principio di diritto fissato da una sentenza della Corte di cassazione e che, al pari di questa, non è stato ritenuto invasivo da parte della Corte costituzionale della sfera di competenza del potere legislativo.

Desta inoltre gravi perplessità l'adozione di una disciplina dichiaratamente provvisoria e a tempo indeterminato, delle modalità di tutela di diritti della persona costituzionalmente garantiti dal combinato disposto degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione: disciplina altresì circoscritta alle persone che non siano più in grado di manifestare la propria volontà in ordine ad atti costrittivi di disposizione del loro corpo".

"Ricordo infine che il potere del Presidente della Repubblica di rifiutare la sottoscrizione di provvedimenti di urgenza manifestamente privi dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza previsti dall'art. 77 della Costituzione o per altro verso manifestamente lesivi di norme e principi costituzionali discende dalla natura della funzione di garanzia istituzionale che la Costituzione assegna al Capo dello Stato - aggiunge - ed è confermata da più precedenti consistenti sia in formali dinieghi di emanazione di decreti legge sia in espresse dichiarazioni di principio di miei predecessori. Confido che una pacata considerazione delle ragioni da me indicate in questa lettera valga ad evitare un contrasto formale in materia di decretazione di urgenza che finora ci siamo congiuntamente adoperati per evitare".

(6 febbraio 2009)