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giovedì 23 giugno 2011

Bisignani, anche i ragazzi sanno come cadde Prodi

GIOACCHINO GENCHI

Non mi stupisce affatto che ad Angelo Rovati sia stata trovata la copia di una relazione di consulenza che avevo redatto nell’ambito dell’indagine Why Not, prima che mi fosse revocato l’incarico. Non è nemmeno un caso che il via alla mia persecuzione l”abbia dato Silvio Berlusconi, ad Olbia, quando ha annunciato che di lì a poco sarebbe scoppiato il più grande scandalo della storia della Repubblica.

Su Rovati si incentravano i rapporti di quel network di imprenditoria, informazione e finanza che ha sostanzialmente portato alla fossa
Romano Prodi. Avevo già rilevato i rapporti di Rovati con Luigi Bisignani, con Franco Bonferroni di Finmeccanica, con apparati dei servizi di sicurezza e con Giancarlo Elia Valori – di cui stranamente si parla molto poco in questi giorni – e quei soggetti, vedi Galbusera, l’Itago, ecc., che avevano fornito a Prodi i cellulari della Wind, intestati alla Delta, quando era rientrato dalla Commissione Europea e preparava la campagna elettorale del 2006. Con quel cellulare hanno avuto la possibilità di controllare ogni suo contatto e ogni suo spostamento, anche dopo che è diventato presidente del Consiglio.

Oggi si leggono meglio talune vicende, come lo scoop fotografico su Sircana dei “segugi” de il Giornale, che cominciavano ad affilare gli artigli. Si capisce pure l’operazione che è stata fatta su Mastella per far cadere il governo Prodi. Me lo ha detto mio figlio Walter, che ha solo 15 anni. Sono solo certi “adulti” della politica – direi forse meglio vecchi – che non lo hanno ancora capito.

venerdì 10 giugno 2011

GIOACCHINO GENCHI

Oggi, dopo 26 anni esatti, ho reindossato la toga di avvocato.

Alla cerimonia del giuramento, nell’aula della terza sezione della Corte d’Appello di Roma, erano presenti numerosi fan e amici. Alla cerimonia ha pure voluto partecipare l’avv. Carlo Taormina, con cui collaboro ormai da due anni alla Cattedra di Procedura Penale, all’Università di Tor Vergata, tenendo un corso specifico su intercettazioni, tabulati e prove elettroniche, alla Scuola di Formazioni per le Professioni Legali.

Per me non cambia nulla, continuerò a servire la Giustizia e la ricerca della verità con lo stesso spirito con cui da oltre 20 ho lavorato a fianco di giudici e pubblici ministeri.

Mi sono iscritto all’Ordine degli Avvocati di Roma e con il mio staff stiamo già collaborando alla difesa in procedimenti penali molto complessi, a Roma, Milano, Catania e in altre parti d’Italia.

Ormai non c’è più un’indagine e un processo penale in cui non si disserti di cellulari, tabulati, celle telefoniche, e-mail e tracce elettroniche.

Penso di mettere a frutto, dopo tanti anni, l’esperienza maturata nel campo, anche se da oggi con ruolo diverso.

Ritorno a fare l’avvocato con un patrimonio di esperienze quasi unico.

Nelle indagini e nel processo penale ho ormai ricoperto tutti i ruoli. Prima di avvocato, poi di investigatore e poliziotto, poi di consulente e di perito.

In ultimo, per volere di qualcuno, ho rivestito pure il ruolo di indagato, di imputato e di parte civile.

Quelli che mi hanno voluto delegittimare, dal 2007 ad oggi, mi hanno costretto ad un corso di aggiornamento sul nuovo processo penale, che non conoscevo.

Per me è stato come rifare per la seconda volta il corso di laurea in giurisprudenza.

Adesso guardo al futuro con molto entusiasmo.

Cambiare vita e lavoro e 50 anni aiuta a sentirsi giovane.

Oggi, quando ho rimesso la toga, mi sembrava di essere ritornato a 25 anni fa.

mercoledì 29 dicembre 2010

Attenzione: non intercettate Belpietro

GIOACCHINO GENCHI

GIOACCHINO GENCHI

Dopo il collaudo nella pista di Montecarlo, la macchina del fango si prepara a nuove competizioni. La scuderia è sempre la stessa. Il traguardo pure: distruggere Gianfranco Fini. Non hanno altra spiegazione le sibilline illazioni sulle avventure sessuali del presidente della Camera con una prostituta modenese e sul progetto del finto attentato in Puglia, raccontati da Belpietro nel suo editoriale su Libero del 27 dicembre. L’articolo è scritto bene ed il racconto è pure suggestivo. D’altronde, stando alle cronache degli ultimi mesi, di escort e di falsi attentati Belpietro se ne intende proprio.

Nello sfondo dell’ultimo scoop del direttore di Libero c’è pure l’esigenza di recuperare il flop sulla casa di Montecarlo, servito solo a far toccare con mano agli italiani lo squallore delle pantomime che hanno accompagnato la notizia, pari a quello di chi quella casa l’ha venduta, di chi l’ha comprata e di chi l’ha preso in affitto.

Lo scorso 30 settembre, mentre le colonne de il Giornale e di Libero tremavano per le smentite che piovevano sulle loro montature, la prima boccata d’ossigeno è arrivata con la notizia dell’attentato a Belpietro, accompagnato, il giorno dopo, dai titoli molto significativi delle due testate: “Certe idee si pagano così”, “Non ci faremo intimidire”. Un attentato un po’ strano a dire il vero. Al killer si sarebbe inceppata la pistola.

Proprio fortunato Belpietro, se consideriamo i precedenti, anche di un altro direttore de il Giornale. A Milano, infatti, la mattina del 2 giugno 1977, non si è inceppata la pistola 7,65 munita di silenziatore con la quale le Brigate Rosse hanno gambizzato Indro Montanelli. I terroristi sono riusciti a sparare tutti e sette i colpi del caricatore e persino l’ottavo che avevano messo in canna. A Palermo, la sera del 26 gennaio 1979, a Totò Riina e Leoluca Bagarella non si è nemmeno inceppato il revolver con il quale hanno ucciso con quattro colpi alle spalle il cronista del Giornale di Sicilia Mario Francese. Ancora a Milano, la mattina del 28 marzo 1980, ha funzionato alla perfezione, sparando ben cinque colpi, la pistola con cui i terroristi della Brigata XXVIII Marzo hanno ucciso il giornalista Walter Tobagi. A Napoli, la mattina del 23 settembre 1985, nessun guasto alla pistola con la quale i killer della camorra hanno sparato i 10 colpi che hanno ucciso il giornalista de il Mattino Giancarlo Siani. Stessa precisione e funzionalità balistica per la pistola che hanno utilizzato i sicari della mafia messinese la sera dell’8 gennaio 1993, a Bercellona Pozzo di Gotto, quando hanno trucidato il giornalista Beppe Alfano.

Se Belpietro è stato fortunato per l’inceppamento della pistola del killer, lo stesso non può dirsi per il poliziotto di scorta. Però, alla questura di Milano – dove non si può dire che non funzionino i telefoni – erano stati molto accorti nella scelta. Forse avevano proprio tenuto conto dei prodigi del poliziotto, che la mattina del 15 aprile 1995 aveva sventato un analogo attentato nei confronti dell’allora procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio. Per questo il poliziotto fu premiato e promosso al grado superiore, anche se, allora come quest’anno, il killer riuscì a fuggire.

L’attentatore di Belpietro è stato senza dubbio più bravo, visto che è riuscito a schivare i tre colpi di pistola che il poliziotto gli avrebbe sparato contro. Per dire il vero, la circostanza appare poco verosimile. Nessuno degli oltre centomila poliziotti italiani mancherebbe una sagoma a quella distanza. Lascia ancora più sorpresi che ciò sia potuto accadere ad un operatore delle scorte, se solo consideriamo la formazione e la frequenza dell’addestramento al tiro mirato a cui tutti i poliziotti delle scorte sono sottoposti. Il killer di Belpietro, però doveva proprio essere un fenomeno, visto che, dapprima travestito da finanziere, è riuscito a dileguarsi come Spiderman scavalcando un muro di cinta di oltre due metri, scivolando su una siepe senza lasciare traccia. Nel lancio si sarebbe pure mutato nell’uomo invisibile, visto che nessuna delle telecamere degli isolati vicini è riuscito a riprenderlo.

Dopo il fallito attentato del 30 settembre, a distanza di soli tre mesi, lo stesso Belpietro annuncia un presunto finto attentato in Puglia a Gianfranco Fini, che, a quanto pare, sarebbe pure disposto a farsi ferire per disarcionare Berlusconi dal Governo. La notizia è stata condita con le leccornie sessuali su Fini riferite dalla escort modenese. Visti i precedenti di Berlusconi in materia, sembra proprio quello che ci voleva per bilanciare la partita. Tutto appare inquadrarsi in uno dei soliti articoli sopra le righe di Belpietro, frutto delle investigazioni dei segugi e delle delazioni dei confidenti, che a Libero ed al Giornale non mancano mai.

Io non ne sono convinto. Quell’articolo, con le notizie riportate e per il modo con il quale sono state raccontate, è un invito ai magistrati ad indagare, come lo stesso Belpietro non ha esitato ad ammettere. Dopo la pubblicazione è seguita la conferma. Almeno tre procure hanno aperto delle inchieste. Belpietro ha raggiunto il suo scopo. E’ plausibile quindi che Belpietro possa venire intercettato, nel tentativo di appurare la fonte delle sue delazioni e le ulteriori notizie che gli potrà fornire. Questo, forse, è quello che Belpietro voleva quando ha pubblicato l’articolo.

Qualunque parola, qualunque informazione, qualunque accusa, vero o falsa fosse, che dovesse essere captata nei dialoghi del suo telefono, entrerebbe di diritto nel fascicolo processuale, senza alcun rischio di essere tacciati di calunnia. La fonte probabilmente resterebbe sempre ignota, visto che Belpietro gode delle stesse guarentigie dei preti: può raccontare il peccato ma è tenuto a garantire il riserbo sul peccatore. Se così fossa la macchina del fango potrebbe ambire a gareggiare in circuiti più fortunati e competitivi di Montecarlo e quanti si ostinano a contrastare l’egemonia di Berlusconi finirebbero sotto le attenzioni delle procure, a cui era rivolto il messaggio.

Mi auguro di essermi sbagliato nel presagio. Nel dubbio consiglio vivamente gli inquirenti di non intercettare Belpietro, visto che, per quello che scrive, penso che nemmeno al telefono direbbe cose vere ed attendibili.

lunedì 8 febbraio 2010

venerdì 18 dicembre 2009

Le verità di Genchi sulla nascita di Forza Italia

BEPPE GRILLO

Sommario:
La fine della Prima Repubblica
L'ala stragista di Cosa Nostra e Forza Italia

La fine della Prima Repubblica

"Mi chiamo Gioacchino Genchi, ho 49 anni, sono il più grande scandalo della storia della Repubblica, fino a un anno fa ero un comune cittadino, un funzionario di Polizia che aveva lavorato per oltre 20 anni nelle più importanti indagini italiane: da Palermo a Milano, da Catanzaro a Catania, da Locri a Siderno, a Reggio Calabria; nei processi di mafia, di omicidi, di criminalità organizzata, nei processi ai colletti bianchi; il sequestro di Silvia Melis e tante, tante altre indagini, prima che scoppiasse il cosiddetto “Caso Genchi”. Si tratta di una delle più grandi pantomime di questo sistema, con la quale si è cercato di bloccare un’indagine, quella del Pubblico Ministero di Catanzaro Luigi De Magistris, ma non solo, si è impedito a dei magistrati di fare le indagini sul conto di altri magistrati e poi, alla fine, si è cercato di far fuori me. Si è cercato di impedire che io potessi continuare a dare il contributo che stavo dando a tanti magistrati da Palermo a Caltanissetta, a Catania, a Catanzaro, a Roma e a Milano, in indagini importanti. Tutto ciò per impedire che questo lavoro, iniziato con Giovanni Falcone e proseguito, purtroppo, ahimè con le indagini sulla strage di Capaci, in cui Falcone era stato ucciso e poi con la strage di Via d’Amelio, potesse portare una volta per tutte a individuare i mandanti reali di quelle stragi e, probabilmente, gli esecutori che, assai probabilmente, sono molto diversi da quelli che sono stati individuati finora.
Sono sulla riva del fiume e sto vedendo sostanzialmente passare il cadavere del mio nemico. Perché le cose che avevo detto e scritto diciassette anni fa si stanno avverando. 17 anni fa non condivisi le scelte investigative che portarono alla chiusura posticcia delle indagini sulla strage di Via d’Amelio con il pentito Scarantino. Ho assunto delle posizioni durissime, ho messo nero su bianco quale era il mio punto di vista sui mandanti morali di quelle stragi e anche sugli esecutori. Adesso i fatti mi stanno dando ragione.
Le indagini che furono fatte nel '94, '95, '96 e 97 a Palermo nelle indagini di mafia su Dell’Utri, su Berlusconi, sulla nascita della Fininvest ci hanno portato a acquisire elementi incontrovertibili su quello che è accaduto in Italia nei primi anni '90, sulla fine della Prima Repubblica e su come la classe politica ha creato quei nuovi equilibri, quei nuovi leaders, quei nuovi partiti, o meglio quel nuovo partito che doveva consentire di fare sì che, secondo un detto autorevolissimo di Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”, se vogliamo che tutto resti come è ogni cosa deve cambiare. C’era la necessità di cambiare tutto, perché i partiti tradizionali della Prima Repubblica si erano resi impresentabili, erano sotto l’occhio del ciclone non solo di mani pulite per le inchieste giudiziarie, per gli arresti che ogni giorno vedevano decapitare e rinchiudere in carcere leader politici appartenenti al mondo imprenditoriale che quella politica aveva foraggiato. No, perché la gente, il popolo iniziava a ribellarsi a quella classe politica e quindi c’era una progressiva erosione della fiducia, una delegittimazione di quella classe politica e a questa delegittimazione, che nasceva da Mani Pulite, si è aggiunta un’ulteriore forte delegittimazione da parte della mafia, di quella mafia che aveva appoggiato un partito come Democrazia Cristiana, che fin dal 1987 inizia a portare il conto alla Democrazia Cristiana.

L'ala stragista di Cosa Nostra e Forza Italia

La Seconda Repubblica nasce nel momento in cui, nelle ceneri della Prima Repubblica, questi referenti di Cosa Nostra iniziano a cercare nuovi uomini, iniziano a cercare tra i rottami, tra le macerie di quella Prima Repubblica che si era consumata, quei soggetti che, anche per pregresse conoscenze nel campo imprenditoriale, come probabile investimento di risorse economiche e finanziarie della mafia, avevano dato un certo affidamento. Lì il mio lavoro fornisce e ha fornito ai processi e ne fornirà dei risultati che ritengo i più importanti in assoluto sotto il profilo dell’oggettività, della dimostrazione della genesi della nascita mafiosa del partito di Forza Italia, di come dei soggetti appartenenti a Cosa Nostra, appartenenti all’ala stragista di Cosa Nostra, che certamente ha consumato le stragi del 1993, agiscano in perfetta sintonia con le fasi prodromiche e organizzative del partito di Forza Italia a Palermo e in tutta Italia. Viene varato un primo tentativo di creazione di una lega siciliana, Sicilia Libera e, proprio dalla ricostruzione dei dati di traffico telefonici, si è potuto accertare con certezza processuale che uomini di Costa Nostra direttamente collegati a Leoluca Bagarella, il più sanguinario tra i criminali di mafia che siano mai esisti nella storia della mafia da quando esiste la mafia in Sicilia, proprio il gregario di Leoluca Bagarella era in contatto con esponenti romani appartenenti alla massoneria, collegati alla P2, con i quali si sono fatte delle riunioni a Palermo e in Sicilia in date ben precise, tra Palermo e Catania e ci sono dei contatti telefonici con questi soggetti e, immediatamente dopo, a stretto giro questi soggetti hanno chiamato direttamente a casa di Silvio Berlusconi. Ma non finisce qua, perché quando il progetto separatista o il progetto del partito Sicilia Libera, che nasceva un po’ come clonazione di quelli che erano stati il successo e l’esplosione della Lega, che prende lo spazio della frantumazione, dell’annientamento dei partiti tradizionali al nord, quando questo progetto viene abortito, viene abortito nel nome della costituzione di un partito unico che, da associazione nazionale Forza Italia, diventa partito Forza Italia con la creazione dei club di Forza Italia. E lì ci sono delle date che sono indimenticabili, che sono certe: la data con cui nasce il partito di Forza Italia e la data in cui si organizzano i primi clubs a Palermo e si tengono le prime riunioni, una delle quali viene tenuta, non a caso, all’Hotel San Paolo di Palermo: l’Hotel San Paolo, costruito dai costruttori Ienna per conto della mafia, per conto dei Graviano, un Hotel San Paolo nel quale i Graviano pensavano di allocare, all’ultimo piano, nell’attico di un grattacielo per le altezze dei palazzi di Palermo l’appartamento giardino della loro madre, dei loro genitori. In quell’albergo si tiene la prima riunione a cui partecipano gli esponenti mafiosi di Brancaccio e gli esponenti mafiosi di Misilmeri: uno di questi, che è stato sentito nel 1994, si chiama Lalia. Lalia conferma che il club Forza Italia di Braccaccio e quello di Misilmeri sono stati creati a febbraio. Noi vedremo poi dal traffico telefonico che la sezione di Forza Italia, il club Forza Italia di Palermo viene attivato in Via Sciuti appena a marzo, quindi nasce prima quello di febbraio e poi quello di marzo. Ho effettuato la ricostruzione del traffico telefonico di Lalia in un’indagine di mafia, un indagine di omicidio a Misilmeri, l’indagine dove viene trovato il bunker con i lanciamissili con i quali doveva essere fatto l’ulteriore attentato a Caselli, da quegli uomini che poi vengono fatti uccidere tutti da Bernardo Provenzano. Nel telefono di La Lia ci sono i contatti telefonici con Pietro Benigno, condannato all’ergastolo per le stragi di Firenze, ci sono i contatti telefonici con Spatuzza, con lo stesso cellulare con cui Spatuzza, come ho accertato nel 1992, si sentiva e utilizzava il giorno 23 maggio della strage di Capaci e il 19 luglio 1992, la strage di Via d’Amelio.
Partendo da quei contatti telefonici, si ricostruisce la catena dei rapporti del cellulare di Lalia, che è uno dei tanti soggetti che si sentono con parlamentari di Forza Italia, persone che diventeranno senatori, persone che diventeranno deputati regionali, persone che diventeranno esponenti locali del partito di Forza Italia e le chiamate sono perfettamente sequenziali: prima Lalia chiama queste persone, queste persone immediatamente dopo chiamano a casa di Silvio Berlusconi.
Tutto si può pensare, ma i numeri telefonici, i contatti telefonici non sono opinioni, sono dati oggettivi." Gioacchino Genchi

venerdì 16 ottobre 2009

Archivio Genchi: nessuna violazione della privacy


Nessun abuso nell’attività svolta svolta da Gioacchino Genchi rispetto al suo accesso nel sistema informatico dell’anagrafe tributaria. Lo sottolinea la quinta sezione penale della Cassazione, spiegando perchè, il 25 giugno scorso, decise di confermare il dissequestro del materiale informatico trovato in possesso dell’ex consulente in relazione ai reati di accesso abusivo a sistema informatico e trattamento illecito di dati personali, disposto dal tribunale del Riesame di Roma.
La Suprema Corte aveva infatti deciso di rigettare il ricorso presentato dalla Procura della Capitale relativo al sequestro per questi due capi di imputazione: Genchi, secondo gli 'ermellini', ha "effettuato l'accesso" nel sistema informatico dell'Agenzia delle Entrate "a seguito del'autorizzazione ricevuta dal Comune di Mazara del Vallo", in quanto "nominato consulente tecnico dal pm di Marsala nel procedimento relativo al sequestro della piccola Denise Pipitone".
Inoltre, per quanto riguarda invece la contestazione di trattamento illecito di dati personali, secondo la Suprema Corte “il reato non sussiste in caso di mancata dimostrazione che la violazione della normativa sulla tutela di dati personali, abbia prodotto un 'vulnus' significativo alla persona offesa”.

giovedì 19 marzo 2009