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domenica 20 novembre 2011

Scomode verità


Comunque vada, dobbiamo gratitudine a Giorgio Napolitano e a Mario Monti. Al primo per aver organizzato un passaggio, rapido come esigevano le circostanze ma nel pieno rispetto della Costituzione, all’unico governo che ci dà qualche speranza di superare la crisi economica e politica in corso. Al secondo per aver accettato un incarico arduo, nello spirito di un moderno Cincinnato. Come il dictator romano, anche Monti, esaurito il suo compito, si ritirerà a vita privata. Ma a differenza di Cincinnato, non avrà i pieni poteri: la democrazia non è sospesa e la Camera e il Senato dovranno approvare ogni sua iniziativa. E questo rende il compito di Mario Monti assai più difficile.

Sono poco più di titoli quelli enunciati da Monti nel discorso programmatico letto alle Camere, ma già chiarissimi: essi prospettano quella soluzione del trilemma tra rigore, crescita ed equità che la migliore riflessione economico-sociale sul caso italiano addita da tempo. Il diavolo sta però nei dettagli e le varianti di ogni riforma sono numerose. Come si comporteranno i politici, che siedono in Parlamento ma non al governo? Come collaboratori leali e in buona fede, pronti a rinunciare a soluzioni che ritengono più favorevoli ai loro interessi di partito? Dediti al compito di disegnare il contesto — elettorale e costituzionale — nel quale la politica competitiva dovrà tornare a svolgersi una volta che questo scorcio di legislatura si sarà esaurito? Difficile farsi illusioni: il governo sarà probabilmente esposto a trappole e ricatti, a tentativi di mercanteggiamento, a minacce di defezione. Come reagirà?

Il desiderio di Monti di avere i grandi capipartito nel suo governo, o il suggerimento di Napolitano di includervi Amato e Letta rispondevano in diverso modo a questa evidente debolezza politica. Monti dispone di una sola arma, poderosa, troppo poderosa, ed efficace solo se è rimasto un poco di razionalità e responsabilità nazionale nei partiti: la minaccia di dimissioni se il suo programma viene sfigurato, ciò che precipiterebbe il Paese nel caos. Ma l’uso di questa arma comprometterebbe la stessa immagine del premier e sarebbe poco credibile per partiti usi a mercanteggiare su tutto. Quanto poi alla razionalità e al senso di responsabilità nazionale i partiti ne dispongono come lo scorpione del famoso apologo sull’attraversamento del fiume in groppa alla rana: è vero, se ti pungo affoghiamo entrambi, ma pungere è nella mia natura. La difficoltà maggiore è però di natura economica. Monti ha sottolineato con forza la gravità della crisi e affermato con altrettanta forza che l’unica soluzione è tornare a crescere. È però il primo a sapere che le misure mirate ad elevare la produttività e l’efficienza nei settori privati e pubblici che il suo programma identifica avranno rendimenti molto differiti nel tempo. Da dove proverrà, nei prossimi tre o quattro anni, la domanda che deve sostenere la crescita? Da un radicale mutamento di aspettative di famiglie e imprese, che le indurrà a consumare e investire di più? È una speranza piuttosto tenue.

Dallo Stato, ingabbiato in politiche di rigore, ovviamente non ci si può aspettare molto ed è anche irrealistico affidarsi a una rapida crescita delle esportazioni date le attuali condizioni di competitività delle nostre imprese e un contesto così fiacco di domanda mondiale e specialmente europea: la situazione è radicalmente diversa da quella della crisi del 1992-95, quando la lira venne pesantemente svalutata e le esportazioni conobbero un poderoso rimbalzo. Ciò che realisticamente ci attende, se le cose vanno bene, è il rigore e—speriamo—una buona dose di equità, ma per la crescita occorrerà attendere: questo è il discorso di verità che andrebbe fatto agli italiani, per evitare continue recriminazioni che la crescita non arriva. Ma soprattutto è un discorso che andrebbe fatto in Europa. Se la crescita stenta ad arrivare e se ad essa sono legate le aspettative degli acquirenti del nostro debito pubblico, siamo spacciati: possiamo permetterci qualche emissione al 7 per cento, ma non un onere medio del debito a quei livelli. Non ce la faremmo mai a ripagarlo e la crisi di liquidità si trasformerebbe in una crisi di solvibilità che travolgerebbe l’intero sistema monetario: una grande riforma europea che elimini la stupida politica del too little, too late che ha già rovinato la Grecia è ancor più urgente delle riforme interne che il governo sta disegnando. Mario Monti è idealmente adatto per fare questo doppio discorso di verità. In Italia, per l’evidente assenza di interessi personali e partitici: da un tecnico, da un Cincinnato, ci si aspetta che parli chiaramente. In Europa per la stima da cui è circondato: se richiede un maggiore impegno della Bce o un serio Fondo salva Stati o una qualche forma di eurobond o altri strumenti che modifichino le aspettative dei mercati, i governi e le istituzioni europee sarebbero sicuri che non lo fa per evitare o allentare le riforme interne sulle quali giustamente l’Europa insiste. La fiducia, nei rapporti internazionali, è molto, se non tutto.

Michele Salvati

19 novembre 2011

martedì 27 aprile 2010

PDL, PD E IL CENTRALISMO DEMOCRATICO


C’era una volta «la linea». Così si chiamava nei partiti di sinistra— socialdemocratici, socialisti, laburisti, comunisti — l’insieme di indicazioni che il centro diramava alla periferia su tutti i temi politici del momento. Nel Pci la linea era diffusa mediante fascicoletti facilmente comprensibili anche dal più sprovveduto segretario di sezione, ma soprattutto attraverso il giornale di partito. Chi ha una certa età ricorda ancora le vignette di Giovanni Guareschi intitolate «obbedienza cieca, pronta, assoluta», quelle che mostravano un militante trafelato che accorre sventolando l’Unità e gridando: «Contrordine compagni. La frase pubblicata ieri sull’Unità contiene un errore di stampa e pertanto va letta…».

I compagni, i famosi trinariciuti, stavano intanto eseguendo l’ordine (la linea) del giorno prima, illustrato dalla vignetta in modo sempre spassoso, anche se talora un po’ volgare. Il mondo di Peppone e don Camillo, dei partiti ideologici di massa, dei veri giornali di partito è morto da tempo. Che cosa potrebbe dire oggi il militante che accorre trafelato in un circolo semideserto del Pd? «Cari democratici e democratiche, le affermazioni fatte ieri nei talk-show televisivi da Bersani, Franceschini, D’Alema, Fassino, Veltroni, Rosy Bindi, Fioroni, e la lista potrebbe continuare, sono state rettificate nei talk-show successivi e pertanto… cavatevela come meglio potete». La questione non riguarda solo l’organizzazione del partito, gli attivisti, il rapporto centro-periferia. Nella politica di oggi, in cui la relazione con iscritti e attivisti conta assai meno dell’immagine trasmessa dai media, la questione riguarda soprattutto la coerenza, la comprensibilità, la semplicità, il gradimento elettorale dei messaggi lanciati dal partito. È dunque inevitabile che democrazia interna ed efficacia dell’immagine mediatica entrino in tensione: se la democrazia interna produce una pluralità di leader e una molteplicità di linee che divergono per aspetti significativi, e se difettano strumenti efficaci per comporre il conflitto tra i leader e per presentare all’esterno una linea sola, ne soffre l’immagine del partito, si appanna la sua identità. Il Pdl ha sostituito la linea con il capo, il centralismo democratico con il centralismo carismatico, come lo definisce Alessandro Campi. Il centralismo carismatico non tollera l’insorgenza di dissenso interno, la formazione di correnti: da buon venditore Berlusconi si rende conto di quanto il successo del Pdl, la tenuta interna del partito e la sua immagine esterna siano affidati all’attrattiva del marchio e alla forza del capo, di un indiscusso Chief Executive Officer.

Pdl e Pd affrontano dunque due problemi simmetrici. Il Pdl quello di tollerare l’emersione di un dibattito democratico interno. Il Pd quello di porre un freno ad un conflitto di posizioni che ha superato la soglia oltre la quale l’immagine del partito diventa sbiadita o confusa agli occhi degli elettori. Il futuro della nostra democrazia dipende in misura non piccola dall’esito che avranno le sfide opposte affrontate dai due grandi partiti del centrodestra e del centrosinistra. Sfide non facili. Per il Pdl la difficoltà deriva— direbbero i sociologi — dal passaggio dal carisma all’istituzione, dall’eccezionalità alla normalità. Un passaggio sempre difficile, in cui la saggezza del capo carismatico, la sua ambizione di lasciare in eredità al Paese un partito che stia in piedi anche dopo che si sarà ritirato dalla politica sono essenziali. Oggi è il momento della verifica. Per quanto irritanti Berlusconi abbia trovato le critiche di Fini, egli deve rendersi conto che si tratta della prima vera prova di democrazia interna cui il Pdl è chiamato, e che deve inventare—ora che ha la forza per farlo—un accomodamento che salvi insieme democrazia e «linea». Altrimenti il suo partito si sfascerà quando non ci sarà più lui a dirigerlo, quando sarà affidato a dirigenti «normali».

Nelle sue concitate risposte a Fini non ha usato l’espressione «centralismo democratico», ma il succo del suo argomento puntava in quella direzione: discussione anche accesa, ma poi esecuzione leale della linea risultata maggioritaria. Perché no? Non è anche quello che ha promesso Fini? Ancor più difficile—non foss’altro perché riguarda un’intera dirigenza e non un uomo solo—il compito che attende il Partito democratico. «Con questi dirigenti non vinceremo mai», sbottò Nanni Moretti dopo la sconfitta del centrosinistra nel 2001. Ma non si tratta solo di una questione di persone, risolvibile passando la mano alla generazione successiva: questa è altrettanto divisa della precedente. Si tratta della crisi del progetto politico che ha attraversato l’intera Seconda Repubblica, il progetto dell’Ulivo, il tentativo di fondere le tradizioni riformistiche della Prima Repubblica nel crogiuolo di un nuovo partito di centrosinistra. La temperatura del crogiuolo non è arrivata al punto di fusione ed è molto difficile che ci arrivi adesso. Lo spirito di sopravvivenza potrebbe però produrre gli effetti che l’entusiasmo e il sogno non hanno prodotto, un modello di partito in cui i dissensi ci sono, ma non minacciano l’autorevolezza del segretario e la formazione di una linea coerente ed efficace. È un po’ buffo che il modello di organizzazione di un partito che non credeva nella democrazia—il centralismo democratico—sia proposto a due partiti che invece alla democrazia credono. Ma la storia talora produce questi scatti ironici.

Michele Salvati

24 aprile 2010

martedì 10 marzo 2009

La notte del mercato



di Michele Salvati

Nell’ottobre scorso concludevo un editoriale sulla crisi economica con la famosa risposta della sentinella, nella profezia di Isaia, a chi domandava quanto sarebbe durata la notte: «Verrà il mattino, ma è ancora notte; se volete domandare, tornate un’altra volta». Se tornassimo a domandare oggi, otterremmo la stessa risposta. Anzi, la notte della recessione si è fatta ancor più profonda e il mattino della ripresa è sempre lontano. Sono però passati cinque mesi da allora e comprendiamo un po’ meglio in quale notte siamo immersi: fuor di metafora, quali siano la gravità, l’origine e la natura di questa recessione.

Le diagnosi sulle origini della crisi stanno infatti convergendo
. Negli stessi Stati Uniti, i principali responsabili, si ammette che negli ultimi vent’anni non si sono contrastati, si sono anzi favoriti, squilibri macroeconomici a livello mondiale alla lunga insostenibili, tra un Paese egemone — consumatore e debitore — e Paesi produttori, risparmiatori e creditori. E si ammette che si è lasciato sviluppare il sistema finanziario in modo abnorme, nell’illusione che non fosse possibile un suo collasso per un battito d’ali di farfalla, com’è stata la crisi dei mutui ipotecari. Ne consegue che il sistema dev’essere riformato, per renderlo idoneo a sostenere senza gravi intoppi il processo di crescita reale in un mondo strettamente interconnesso.

E che gli squilibri macroeconomici mondiali vanno ridotti a dimensioni sostenibili. Ma questi sono problemi di lungo periodo, che prenderanno tempo per essere risolti. Il problema urgente — e anche su questo c’è consenso — è riavviare il motore, ricreare rapidamente fiducia, indurre le banche a prestare, le imprese a produrre e investire, i consumatori a consumare. A questo punto si incontrano però preoccupazioni crescenti di «statalismo » espresse da varie forze politiche e da numerosi commentatori di fronte ai massicci interventi del settore pubblico in tutti i Paesi, in alcuni casi a vere e proprie nazionalizzazioni. Sono preoccupazioni comprensibili, ma vanno qualificate. La prima qualificazione riguarda il contesto politico- culturale attuale rispetto ai tempi della grande depressione: basta confrontare le dichiarazioni di Barack Obama con quelle di Franklin Delano Roosevelt per rendersi conto della differenza.

Nessuno si lascia oggi sedurre da disegni di economia regolata, diretta dalla superiore saggezza dello Stato, dai quali molti Paesi furono sedotti durante gli anni Trenta del secolo scorso e oltre. Che ai fallimenti del mercato possano corrispondere fallimenti dello Stato altrettanto e anche più gravi è oggi convinzione comune: trent’anni di egemonia culturale neoliberale non sono passati invano e vedere in Gordon Brown, o in Obama e nei suoi consiglieri economici, dei pericolosi statalisti fa sorridere. Si può discutere dell’opportunità o dell’efficacia di singole misure d’intervento, ma si deve riconoscere che esse sono dettate da ragioni di emergenza e non da una improvvisa conversione di liberisti conclamati ad una filosofia statalista.

Detto questo —e passiamo alla seconda qualificazione —è del tutto ragionevole essere più preoccupati dell’intervento statale in Paesi che non dispongono di una cultura di mercato altrettanto robusta di quella esistente nel Regno Unito o negli Stati Uniti. Preoccupati, in particolare, per il nostro Paese, nel quale la conversione a quella cultura è stata piuttosto recente ed è tuttora contrastata da una lunga tradizione di assistenzialismo, corporativismo e interventismo pubblico discrezionale. In Italia è sicuramente maggiore il rischio che una situazione di emergenza, la quale esige un maggior intervento dello Stato, possa ridar fiato a forze che non sono mai state realmente sconfitte e sono presenti sia nel governo che all’opposizione, sia a destra che a sinistra. La soglia di attenzione dev’essere dunque più alta.

La terza qualificazione ci riporta negli Stati Uniti, dai quali dipende in larga misura il successo di una strategia di uscita dalla crisi: la Cina sta facendo quanto può, ma l’Europa, come al solito, sta a guardare, nella speranza di agganciarsi a un treno che partirà altrove. Il programma presentato il 26 febbraio scorso consente ora di comprendere il disegno d’insieme di Barack Obama. Un disegno che è nello stesso tempo un poderoso tentativo di rilancio dell’economia, con un intervento pubblico che porterà l’anno prossimo oltre il 12 per cento il rapporto tra il disavanzo e il reddito, ed un netto cambiamento negli orientamenti politici dominanti da trent’anni, dai tempi di Ronald Reagan.

Se il disegno avrà successo e verrà mantenuto, si tratterà di una delle grandi svolte che sono tipiche di quel Paese, di quelle periodiche oscillazioni tra eguaglianza e disuguaglianza, tra predominio della ricchezza e spinte democratiche (populistiche, direbbero i critici), che Kevin Phillips ha mirabilmente descritto in Ricchezza e Democrazia (Garzanti, 2006). Obama sembra infatti voler profittare della crisi per affrontare problemi sociali e politici che erano maturi da tempo e che le presidenze Clinton non erano riuscite ad aggredire, primo fra tutti quello dell’assistenza sanitaria, nello stesso tempo costosa, inefficiente e ingiusta. Obama e i suoi ministri naturalmente sostengono che tra i due aspetti del programma— il rilancio dell’economia e la giustizia sociale— non esiste contrasto, ma anzi piena sinergia.

Altrettanto naturalmente i repubblicani sostengono il contrario. Liberi i commentatori di sostenere l’una tesi o l’altra, purché si tengano nettamente distinte le proprie simpatie politiche —che fanno vedere con favore o sfavore le proposte di Obama, in quanto orientate a sinistra — dalla valutazione del loro impatto sulla fiducia dei consumatori e degli investitori e dunque sul decorso della crisi. L’annuncio del programma non è stato sinora accolto con favore dai mercati, è vero. Ma forse è ancora troppo presto per giudicare. Giudicheremo tra alcuni mesi, quando torneremo a chiedere alla sentinella «a che punto è la notte».

10 marzo 2009