domenica 4 ottobre 2009
martedì 23 giugno 2009
Critiche al Tg1, interviene Garimberti
Dopo le polemiche e le critiche, il direttore del Tg1 Minzolini interviene in diretta al Tg1 per giustificare la sua scelta: e cioè il black-out sull'inchiesta di Bari e sulle frequentazioni del premier Berlusconi, su tutti i giornali del mondo per il suo incontro con una squillo e la disinvolta gestione degli ingressi a Palazzo Grazioli e Villa Certosa.
"Ad urne chiuse voglio spiegare a voi telespettatori perché il Tg1, malgrado le polemiche, ha avuto una posizione prudente sull'ultimo gossip o pettegolezzo del momento: le famose cene, feste o chiamatele come vi pare, nelle dimore private di Silvio Berlusconi a palazzo Grazioli o Villa Certosa" ha detto Minzolini. "Il motivo è semplice: dentro questa storia piena di allusioni, testimoni più o meno attendibili e rancori personali non c'è ancora una notizia certa e tantomeno un'ipotesi di reato che coinvolga il premier e i suoi collaboratori".
"Accade -ha detto Minzolini- che semplici ipotesi investigative e chiacchericci si trasformino in notizie da prima pagina nella realtà virtuale dei media o per strumentalizzazioni politiche o per interessi economici.
E' avvenuto in passato, come ricorderete, quando si tentò di colpire il presidente del consiglio di allora strumentalizzando la foto che ritraeva un suo collaboratore in una situazione definita scabrosa. E' accaduto più volte - ha continuato - in queste settimane in cui è stata messa sotto i riflettori la vita privata del premier in nome di un improvviso moralismo: abbiamo visto addirittura celebri mangiapreti vestire i panni di novelli Savonarola".
"Queste strumentalizzazioni, questi processi mediatici, non hanno nulla a che vedere con l'informazione del servizio pubblico -assicura Minzolini- Nella settimana in cui gli Stati Uniti hanno scelto le nuove regole per proteggere il risparmio nel mondo, mentre esplodeva il caso Iran, e alla vigilia del G8, sarebbe stato incomprensibile privilegiare polemiche sul gossip nazionale solo per scimmiottare qualche quotidiano o rotocalco. Questa è la linea editoriale del Tg1 che vi ho promesso, cari telespettatori, fin dal primo giorno. E che continuerò a garantirvi".
La convocazione di Garimberti. Questa mattina il presidente della Rai Paolo Garimberti aveva convocato il direttore: in un colloquio durato 20 minuti aveva ricordato a Minzolini che "completezza e trasparenza dell'informazione sono un dovere imprescindibile del servizio pubblico radiotelevisivo". Ma nell'edizione delle 13.30 del primo telegiornale delle reti pubbliche, l'inchiesta che domina le prime pagine della stampa nazionale e internazionale non era comparsa nei titoli.
C'era stato un un servizio, il quinto del telegiornale - dopo referendum, Iran, maltempo e treno merci deragliato - puntato sulle precisazioni dell'avvocato di Tarantini, l'imprenditore della sanità indagato, dove si fa solo una volta, verso la fine, il nome del presidente del Consiglio, mentre per il resto ci si riferisce genericamente ai "piani alti del potere". La situazione non cambiava molto nel Tg della 20. Minzolini ha affidato il servizio a un inviato di primo piano, Pino Scaccia. Per poi comparire in video e giustifcare le sue scelte.
L'opposizione: "Incredibile". "Incredibile. Augusto Minzolini è l'unico direttore di giornale e di telegiornale del mondo occidentale - dice Paolo Gentiloni (Pd) - a considerare 'non notizie' le notizie che da settimane coinvolgono il presidente del Consiglio Berlusconi". "Si resta allibiti - conclude - del fatto che questa sua teoria Minzolini l'abbia voluta esporre di fronte a milioni di telespettatori. Al Tg1 e in Rai non si era mai vista una cosa del genere".
(22 giugno 2009)
lunedì 23 marzo 2009
"Ora ha accettato la mia leadership"

Se il presidente della Camera parla di un nuovo Melting Pot italiano, ad esempio, Maurizio Gasparri continua a tenere alte le bandiere di un tempo: «Noi non siamo razzisti, ma non ci vergogniamo a dire che vengono prima gli italiani». Alla fine, se si va a vedere, la posizione mediana tra Fini e Gasparri è proprio quella di Berlusconi che interpreta il Pdl di oggi, mentre il Presidente della Camera si propone già ora di guidare quello di domani. Ecco perché il discorso del leader di An non è dispiaciuto al Cavaliere. Anzi. Ieri sera il Premier si è anche congratulato al telefono con il Presidente della Camera. Cos’altro avrebbe potuto chiedere di più? «Fini - ha spiegato il Cavaliere ai suoi - non si è posto in termini conflittuali. Ha accettato la mia leadership. Ha preso con coraggio come punto di riferimento i valori del Ppe. Ha condiviso l’idea che bisogna spazzare via nomenklature e correnti.
Certo su alcune questioni programmatiche si è differenziato, ma va ricordato che ha anche un ruolo istituzionale da interpretare». Di fatto i due stanno trovando un «modus vivendi». Le condizioni ci sono: il Pdl è alto nei sondaggi e molti hanno l’impressione che si sia aperto un ciclo che offrirà a tutti la possibilità di coltivare ambizioni e costruirsi ruoli. «Governeremo fino alla fine di questa legislatura - è stata la previsione di Fini - ma probabilmente anche nella prossima». A questo punto, quindi, per l’inquilino di Montecitorio il problema non è più il Cavaliere. Del resto al di là delle intemperanze e delle rivalità di questi mesi la sua scelta strategica il leader di An l’aveva già compiuta un anno fa, quando aveva deciso di aderire al Pdl. «Non so se sarò mai accettato come leader dal nuovo Partito - aveva fatto presente allora -ma ho un’unica strada davanti per provarci: mettermi sulla linea di Berlusconi e costruirmi nel contempo una mia identità ». Da qui l’«opzione centrista ». Resta da vedere se il Presidente della Camera riuscirà a costruirsi una nuova «identità politica», quella con cui dovrebbe sostituire la vecchia immagine del leader della destra con quella di un possibile leader di un partito centrista che si prefigge di rappresentare l’intero elettorato moderato.
Su questo argomento Fini deve misurare bene i suoi passi. Su un dato l’ex presidente di An ha ragione: la sinistra ha perso consensi perché ha perso l’egemonia programmatico-culturale che esercitava sul Paese. Ma se questo è vero lui, come altri esponenti della destra, non debbono calibrare mosse e prese di posizione nella spasmodica ricerca di una continua legittimazione a sinistra. Corrono il rischio, infatti, di essere applauditi su quel versante, ma di non interpretare più non solo l’elettorato moderato maneppure il Paese. «Questo è il loro paradosso», confida uno degli strateghi del Premier. Insomma, le commissioni Attali in salsa capitolina di Alemanno hanno fatto il loro tempo. Come pure, pur comprendendo il ruolo di Presidente della Camera, appare una debolezza verso la sinistra, l’idea che in questo momento la vera emergenza riguardi la salvaguardia del ruolo di controllo del Parlamento e non la capacità di decidere con tempestività del governo. Di fronte alla crisi si tratta di una constatazione condivisa da tutti i governi del mondo, moderati e non.
mercoledì 10 dicembre 2008
Giustizia, Berlusconi accelera
AUGUSTO MINZOLINI
Due giorni fa, sulla giustizia, Pier Ferdinando Casini, aveva usato parole che sono musica per le orecchie del Cavaliere: apertura di un tavolo di confronto tra maggioranza e opposizione sulle riforme e conseguente esclusione di Antonio Di Pietro. E ieri in un’intervista per il mensile «Pocket», Silvio Berlusconi ha lanciato verso gli ex dc un segnale di disgelo: «Per Casini le porte del Pdl non sono aperte, sono spalancate. Casini ha deciso di non far parte della Pdl e ha scelto una strada che lo sta portando su posizioni che hanno deluso elettori ed ex dirigenti dell’Udc. Speriamo che cambi idea».
E’ il segno dei tempi che cambiano. Una volta la giustizia era il tipico argomento che veniva utilizzato dagli avversari per isolare ed emarginare il Cavaliere. Oggi dopo lo scontro tra Procure e il divampare dell’incendio della Tangentopoli rossa, avviene l’esatto contrario: la politica della giustizia è uno strumento nelle mani di Berlusconi per «destrutturare» l’opposizione. Appunto, i ruoli si sono capovolti: una volta il pm-sceriffo era considerato da buona parte dell’opinione pubblica il giustiziere, il Bene; oggi, secondo il premier, ci sono tutte le condizioni per assegnargli la parte del Male, per compiere quella rivoluzione culturale indispensabile per garantire il consenso necessario a una profonda riforma in senso «garantista» della giustizia.
Le macerie fumanti del nostro sistema giudiziario che si sono abbattute sul Pd, infatti, offrono argomenti al premier per riattrarre Casini nella sua orbita, per spingere Veltroni a scegliere e a non rifugiarsi nel tradizionale «ma anche», per isolare l’estremismo Di Pietro trasformando l’Idv in una forza quasi eversiva. Si tratta di un piano ambizioso, che magari non centrerà tutti i suoi obiettivi, ma il Cavaliere non ha nulla da perdere a provarci. Anzi. Questa partita che farà giocare «in primis» al capo delle colombe della maggioranza, Gianni Letta, in ogni caso gli verrà utile per dimostrare alle varie cariche istituzionali che lui la carta del dialogo l’ha provata. Anche se in fondo non ci ha mai creduto, né ci crede ora.
Ieri, infatti, il Capo dello Stato nel vertice con i ministri che si è svolto al Quirinale ha fatto l’ennesima predica al premier: «Mi raccomando - ha detto il Presidente al suo interlocutore - sulla giustizia fai una cosa condivisa». Una raccomandazione che Berlusconi ha accolto con il solito scetticismo che riserva all’argomento: «Questi dell’opposizione non sono affidabili. Non lo vedi? Mi attaccano, mi prendono in giro, mi insultano tutti i giorni sulle tv, sui giornali. Sono il bersaglio preferito...».
Così a Napolitano non è rimasto che dispensare un consiglio che, conoscendo la storia di Berlusconi, non può non apparire paradossale: «Fai come me, che non guardo più i talk-show con i politici...». Questo non significa, però, che il Cavaliere non farà la sua parte. Lui pone due condizioni: una riforma che deve essere approvata in tempi brevi e che non si perda né venga annacquata da un confronto bizantino e inconcludente con l’opposizione. Non per nulla il premier, malgrado le «riserve» ad intermittenza di Bossi, continua a spingere il piede sull’acceleratore: nel prossimo consiglio dei ministri sarà approvato il provvedimento che amplia i poteri della polizia giudiziaria (cioè di un organismo che dipende dall’esecutivo) rispetto alle prerogative dei pm e che ha già fatto storcere il naso all’opposizione; nella stessa riunione o subito dopo Natale (dipende dai tempi tecnici) potrebbero arrivare dal governo le proposte di riforma del Csm e della separazione delle carriere tra giudici e pm.
Inoltre Berlusconi non ha archiviato neppure l’intenzione di rimettere mano in Parlamento al disegno di legge che si occupa della intercettazioni telefoniche, riducendo alla criminalità organizzata e al terrorismo le ipotesi di reato nelle quali possono essere utilizzate nelle indagini. «L’attuale testo - ha ripetuto la settimana scorsa ad Enrico Costa, deputato di Forza Italia - non mi piace. Sono ammesse in troppi reati». Su questo ultimo punto anche Niccolò Ghedini, consigliere principe del premier per gli affari di giustizia, che ieri sera è tornato a Palazzo Grazioli è scettico. «La Lega - ha confidato - continua a sbarrarci la strada».
Ma come spesso avviene il premier insiste in una richiesta per portarne a casa un’altra. E intanto gioca la partita per «destrutturare» l’opposizione e il Pd. «Di là - fa presente Ghedini - non abbiamo un interlocutore credibile. Violante ha fatto delle aperture. Addirittura Mantini è andato più avanti. Ma poi il ministro ombra, Tenaglia, ha chiuso tutte le porte». Ecco perché nel rimpiattino delle ipotesi che gli ambasciatori dei due schieramenti stanno esaminando per mettere in piedi un dialogo proficuo, Ghedini, ha inserito anche quella di un incontro in prima persona tra Berlusconi e Veltroni.
Se l’ipotesi, come è probabile, non sarà possibile si potrebbe ripiegare su incontri tra tecnici o magari tra il ministro Alfano e il ministro ombra del Pd. L’ unica cosa certa è che le tante variabili non contemplano la presenza di Di Pietro in nessuna salsa. «E’ un nome - è l’ordine del Premier - che non voglio neppure sentire nominare. Se Veltroni non rompe con lui non ha nessuna intenzione di collaborare».


