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sabato 17 dicembre 2011

Partiti e riforme L'ultima speranza




Alfano, Bersani e Casini sono l'acronimo della «maggioranza», l'Abc della politica nell'era dei tecnici, e solo trovando un'intesa sulle riforme istituzionali segneranno il riscatto dei partiti.
Perciò i leader di Pdl, Pd e Terzo polo hanno intensificato i loro contatti, e con ogni probabilità si vedranno la prossima settimana: devono iniziare a discutere su un «progetto quadro» per una complessiva ristrutturazione del sistema, che dalla riforma del bicameralismo e dei regolamenti parlamentari arrivi fino al varo di una nuova legge elettorale. Solo così le forze politiche potranno tornare a legittimarsi agli occhi della pubblica opinione, altrimenti - come sostiene Bersani - «sarebbe difficile per i cittadini capire che i sacrifici producono cambiamenti». E per i partiti (tutti) sarebbe il game over.

Lo schema è chiaro al nuovo acronimo della politica, persino il percorso è per certi versi delineato. Il Senato dovrebbe occuparsi inizialmente della riforma delle Camere e della riduzione del numero dei parlamentari, mentre Montecitorio dovrebbe lavorare sulla revisione dei regolamenti. Della legge elettorale si discuterebbe solo dopo il verdetto della Corte Costituzionale sui referendum, sebbene - al pari di Bersani e Casini - anche Berlusconi sia ormai convinto che «la Consulta li boccerà». Il patto di «maggioranza» sulla revisione del Bicameralismo garantirebbe la blindatura della riforma, perché l'approvazione con i due terzi dei voti in Parlamento eviterebbe anche i referendum.
Ma serve un'intesa, serve che dalle parole si passi agli atti, così da sconfessare la tesi del «noi e voi» che fino a ieri Monti aveva applicato nei confronti dei partiti, e che alla lunga ha provocato una reazione unanime della «maggioranza». Dopo due settimane di passione, iniziate con la querelle sul taglio degli stipendi dei parlamentari e conclusa con la polemica sulle mancate liberalizzazioni, le forze politiche si sono ribellate all'andazzo. Dal Pdl al Pd, passando per il Terzo polo, tutti hanno puntato l'indice contro quella norma che era stata inserita nel decreto economico sulla decurtazione degli emolumenti di deputati e senatori. «Sapevano che era una misura inammissibile, che non era prerogativa del governo presentarla, ma l'hanno lasciata apposta», diceva ieri il democratico Gentiloni.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Catricalà ha provato a derubricare l'incidente, riconoscendo che si è trattato di una «stupidaggine». E sarà pur vero che inizialmente quella parte del decreto era stata scritta in modo differente, che sarebbe stato il ministro Patroni Griffi a modificarla. Ma a stupire tutta la «maggioranza» è stato il fatto che il Quirinale - sempre rigoroso sui testi legislativi - non è intervenuto subito per far cancellare quella misura prima che approdasse in Parlamento. «Non se ne saranno accorti», ha commentato prudente il centrista Rao, mentre l'evento ha indotto l'ex titolare della Difesa La Russa a gridare al «miracolo», ricordando come «si faticava ai nostri tempi». Sta di fatto che la norma, poi cambiata, ha suscitato indignazione nel Palazzo, non sul merito ma per il metodo. Si è trattato, a detta del leader radicale Pannella, di un «attacco al parlamentarismo, senza che si sia voluto sciogliere il nodo del finanziamento pubblico ai partiti».
L'idea di dover appoggiare un governo che con la sua mossa aveva vellicato le pulsioni dell'anti-politica non è andata giù ad Alfano, Bersani e Casini. E quando è scoppiata la polemica sulle mancate liberalizzazioni, è partita la controffensiva. Il capogruppo del Pd, Franceschini, è andato da Catricalà per avvisarlo che la misura era colma, «perché non è vera questa storia che ci saremmo opposti noi. Non è stato il Parlamento a bloccare le liberalizzazioni delle autostrade, quella parte è stata depennata con la biro del ministro Passera». Ecco cosa ha spinto l'esponente democratico a chiedere a Monti di non distinguere più tra «noi e voi», come se le cose buone fossero quelle del governo, mentre quelle cattive venissero dal sacco della politica. E Bersani, prima di intervenire in Aula, si è levato un sassolino dalla scarpa con il premier: era a lui che alludeva, infatti, quando ha definito «barocchi» gli accordi sul patto fiscale siglati in Europa che «non rassicurano i mercati».
L'umore era simile a quello di Alfano e Casini, che incontrando il capo del governo a Montecitorio lo hanno esortato a migliorare le relazioni preventive sui provvedimenti con le forze di «maggioranza». E Monti deve aver inteso il messaggio se ha dedicato buona parte del suo intervento per ringraziare del «lavoro prezioso» i gruppi parlamentari ed avvisarli che le liberalizzazioni le «faremo insieme». Il punto è che i politici sapevano - dando la fiducia ai tecnici - che avrebbero dovuto cantare e portare la croce, per espiare colpe ed errori del passato. Epperò non erano nè sono disposti a farsi dileggiare e delegittimare.

Toccherà all'acronimo della nuova maggioranza lavorare all'intesa per il riscatto. Certo non sarà facile superare le resistenze trasversali di chi - al Senato - è contrario a cambiare il sistema del bicameralismo perfetto. Così come non sarà facile trovare un accordo sulla nuova legge elettorale. Perciò Alfano, Bersani e Casini sono pronti ad incontrarsi per tentare una mediazione che al dunque porti al tavolo anche la Lega e l'Idv. Serve un compromesso, e serve che dalle parole si passi agli atti parlamentari. È l'abc della politica.
Francesco Verderami
17 dicembre 2011

sabato 29 ottobre 2011

Confalonieri e la nuova metamorfosi «Silvio era accerchiato, si è ripreso»


Dice Confalonieri che «Berlusconi è tornato ad essere Berlusconi». E si vede. Così com'è capace di risollevarsi quando ormai tutti lo danno per spacciato, il Cavaliere sa anche rendersi protagonista di stecche proverbiali.

L'ultima di Berlusconi è sull'euro, «moneta strana che non ha convinto nessuno». «Una cosa che pensano tutti», lo difende Confalonieri: «Solo che lui lo dice, perché non è ipocrita. O forse perché non ha la qualità dell'ipocrisia, che in politica passa per essere una dote». E non c'è dubbio che il premier con la sua battuta abbia toccato le corde di chi — per citare il patron di Mediaset — «dai tempi del cambio della lira ha sempre storto il naso». «Comunque non voleva attaccare l'Unione. Anzi, più volte ha detto che il problema della moneta unica è l'assenza di unità politica dell'Europa. Perciò il suo concetto va interpretato come un appello a costruire un'istituzione sovranazionale più forte. Altrimenti avremo sempre la Germania, la Francia, l'Italia... E la Grecia».

Ora che «Berlusconi è tornato a essere Berlusconi», l'amico di una vita si sente sollevato, perché c'è stata una fase durante la quale ha temuto, «un periodo in cui Silvio era stordito, accerchiato com'era da un'operazione politica, mediatica, economica e giudiziaria concertata, che mirava a tramortirlo. Sia chiaro, lui ci aveva messo del suo nel prestare il fianco. Ma ora si è ripreso, anche fisicamente».

Confalonieri smentisce di avere avuto un ruolo, sebbene l'abbiano sentito rincuorare e spronare lo stesso Gianni Letta. E smentisce che ci siano i suoi suggerimenti dietro la «campagna d'Europa», che sarà subito trasferita in Parlamento per rafforzare il governo: «Ãˆ come nell'atto conclusivo di un film di cappa e spada, quando arriva la scena finale del duello. È il terzo tempo, e sarà un bel finale». A patto che Berlusconi «non si distragga», perché dovrà «sapersi destreggiare tra mille difficoltà», incrociando la lama con «corporazioni, sindacati, avversari e anche alleati». Se ci riuscirà, «avrà sfatato il mito dell'Italia ingovernabile» e «smentito i suoi oppositori», che gli chiedono di fare un passo indietro per mettere in ordine il Paese: «Davvero si può credere che un altro governo guidato da un Monti, un Tremonti o un Casini riuscirebbe a mantenere gli impegni assunti con l'Europa? E con l'appoggio di chi: della sinistra? Ma andiamo...».

Così dicendo, Confalonieri rovescia il ragionamento, fino a saggiare il polso di «quanti hanno invocato un esecutivo di responsabilità nazionale per varare le riforme»: «Visto che Berlusconi si appresta a presentarle in Parlamento, sono disposti a collaborare perché diventino leggi dello Stato?». Non cita Casini, ma è al leader dell'Udc che si riferisce, ed è a Bersani che fa cenno quando parla della «necessità di rendere competitivo il mercato del lavoro»: «Cosa farebbero i riformisti se si trovassero a votare delle norme ispirate da un giuslavorista come il professor Ichino?».

È questa la sfida, secondo il presidente del Biscione, «e la politica deve fare attenzione, perché gli italiani sanno capire se dietro certe formulette si cela solo l'intento di scardinare la cassaforte elettorale del premier». Confalonieri sostiene che non ci riuscirebbero, e non perché pensi che Berlusconi possa rivincere le elezioni. Anzi, «Fidel» fa capire chiaramente che per «Silvio» questo è l'ultimo giro, il «bel finale». Il punto è un altro: «Quanti mirano oggi a far cadere il Cavaliere, non capiscono che la sua uscita di scena sarà anche la loro fine. Siamo vicini al salto generazionale. Il futuro non sarà dei cinquanta-sessantenni. La prossima, sarà la stagione degli Alfano e dei Renzi, di quelli che vanno su Youtube e usano l'iPhone». Ed è un messaggio che il capo di Mediaset rivolge anche al centrodestra e in specie al Pdl, dove «c'è sempre qualcuno che scarica sul premier la propria acidità di stomaco».

È vago quando si tratta di fissare la scadenza della legislatura — «dipenderà dall'evolversi della situazione politica e dalla crisi» — ma è convinto che «Bossi non farà cadere Berlusconi, perché tra loro c'è un rapporto viscerale. Umberto è un grande politico, a cui tocca una difficile politica di confine, tra le esigenze del territorio a cui è legato e il dovere di governare a Roma». Semmai lo stupisce l'atteggiamento di Tremonti, diventato «un caso psicologico più che politico»: saranno le aspirazioni frustrate, le ambizioni malriposte, resta il fatto che Confalonieri è sorpreso, «davvero mi sorprende come una persona di valore faccia resistenza a una gestione concertata».

E non è un caso se, in questo tornante drammatico per il Paese prima ancora che per il governo, il patron del Biscione elogi Draghi, con cui «in passato ho scambiato qualche buon libro di letteratura inglese, di cui lui è ottimo conoscitore». Il presidente della Bce «non godrà delle simpatie di Tremonti ma dimostra come l'Italia abbia uomini di valore nei posti chiave, capaci di decrittare i giochi di potere e di tenerli separati dai problemi da risolvere. Ha fatto quindi benissimo il premier a sostenere la sua candidatura, così come fece bene a sostenere la candidatura di Prodi alla guida della Commissione europea, e prima ancora a indicare il professor Monti e la Bonino come commissari». «Ha fatto anche questo, il tanto deprecato Berlusconi. Gli unici a non accorgersene sono i collaboratori italiani dei giornali di lingua inglese, le quinte colonne del disfattismo nostrano che ritraggono il presidente del Consiglio nei panni di un buffone». In verità anche Sarkozy ha sorriso del Cavaliere: «Ma lui è il presidente della Repubblica francese e non ho titolo per parlarne. Me lo ricordo però quando, da ministro di Chirac, venne in Sardegna per chiedere a Berlusconi come fare per vincere le elezioni...».

Francesco Verderami
29 ottobre 2011

sabato 24 settembre 2011

La cabina di regia anti-Tremonti


Letta media: se cade lui, cade il governo

Prima di partire per gli Stati Uniti, Tremonti ha tolto tutte le carte dalla scrivania del ministero. Berlusconi vorrebbe che svuotasse anche i cassetti e togliesse il disturbo dal governo. Il titolare dell'Economia è però convinto di restare, non solo perché non si dimetterà ma anche perché «non hanno strumenti per cacciarmi». In realtà, il Cavaliere aveva pensato addirittura a una mozione di sfiducia individuale pur di chiudere il rapporto, e c'è voluto del tempo prima che Gianni Letta lo riportasse alla ragione.

«Silvio, non hai capito che se cade Giulio, cade anche il governo?». «Gianni, non hai capito che quello vuol far precipitare tutto». «Ho capito, ma un conto è se fossi tu a provocare lo scontro, altra cosa è se lui si dimettesse». Così è nata l'idea del direttorio a Palazzo Chigi, una task force economica sotto l'egida di Letta da contrapporre al titolare di via XX settembre. Più che spacchettarlo - come voleva Maroni - si pensa almeno a impacchettare Tremonti, a svuotarne i poteri, costringendolo alla collegialità, alla mediazione su ogni provvedimento, fino a metterlo in minoranza nelle riunioni del Consiglio dei ministri. «E vedremo quanto a lungo resisterà».

L'operazione tuttavia non è facile, e in più è Berlusconi ad avere fretta, perché deve dare un segnale al Paese sul versante economico prima di muovere guerra alla magistratura sul fronte giudiziario. Perciò il premier era deciso a sostituire subito Tremonti con Grilli, riproponendo il copione di sei anni fa: anche allora infatti era stato un direttore generale del Tesoro (Siniscalco) a subentrare al «genio». L'idea del cambio in corsa resta, ma per il momento il Cavaliere ha dovuto ripiegare su una struttura, il direttorio, tutta da costruire e che evoca la famosa «cabina di regia» chiesta nel 2002 da Fini proprio per contenere lo strapotere del superministro: fu quello il primo passo verso il «dimissionamento» di Tremonti.

Rispetto ad allora però Tremonti non ci pensa nemmeno a fare un passo indietro, e per quanto indebolito politicamente, si dice pronto ad affidare a Berlusconi la regia: «Si assuma lui la responsabilità di stabilire i tagli ai ministeri, i tagli alle pensioni. Faccia lui, insieme a Letta». Più che un segno di disponibilità sembra una sfida, a difesa delle proprie idee che - a suo modo di vedere - erano vincenti. L'uomo del «rigore» respinge infatti la tesi di aver «sbagliato quattro manovre», come gli contestano i suoi accusatori nel governo e nella maggioranza: «La verità è che fino a quando ho gestito io la situazione, lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi era molto basso. Poi...».
E qui comincia l'arringa difensiva di Tremonti, una storia che parte dalla sconfitta alle Amministrative, «quando Berlusconi non accettò l'idea che il risultato fosse stato causato dal bunga-bunga e non dalla linea di politica economica». In quel periodo il Cavaliere provò a rilanciarsi parlando di riforma del Fisco e di un possibile taglio delle tasse, «e da quel momento i mercati iniziarono a punirci». Fino ai giorni drammatici di agosto, quando il governo si trovò costretto alla manovra d'emergenza e il premier - secondo Tremonti - «provò a fare di testa sua».

In effetti fu del Cavaliere l'idea di chiamare il presidente della Bce per avere idee alternative a quelle del superministro, «e se chiamò Trichet, lo fece perché con lui poteva parlare in francese», sottolinea con una punta d'agro: «Ma la famosa lettera l'hanno scritta a Roma, mica a Francoforte. Figurarsi se lì gli veniva in mente l'abolizione delle Province, per esempio...». È a Draghi che allude Tremonti, all'«agente tedesco che fa gli interessi di Berlino», come una volta ha definito il governatore uscente di Bankitalia: «E quando Berlusconi ricevette la lettera si mise ad urlare dalla rabbia, perché aveva capito di esser stato ingannato».

Insomma, l'imputato scarica ogni responsabilità sul suo accusatore: sarebbe stato il Cavaliere a «organizzarsi da solo la trappola in cui poi è caduto». Così Tremonti si discolpa, e aspetta di conoscere le mosse del nuovo direttorio, vuole capire quale sarà il piano per la crescita. Perché di soldi non ce ne sono, «a meno che non si intenda contravvenire al patto del pareggio di bilancio per il 2013», né si può procedere con le dismissioni: «Lo Stato non può svendere gioielli di famiglia come l'Eni o l'Enel ora che le azioni in Borsa sono così basse». Resta l'altra strada, quella di operare «a costo zero, procedendo con le liberalizzazioni. Ma il Pdl lo accetterebbe? Perché ogni volta che ci ho provato, gli interessi corporativi hanno trovato udienza da Berlusconi...». Se c'è una cosa che manda in bestia i dirigenti del Pdl è l'aura di infallibilità che si è creata attorno a Tremonti. «Non passa riunione in cui non dica di aver previsto tutto», si lamentava tempo fa Verdini durante una riunione di partito: «E quanto ce l'ha tirata con la storia del suo libro, in cui sosteneva di aver previsto la crisi mondiale. Io l'ho letto quel libro. C'è scritto che la crisi sarebbe partita dalla Cina. Invece è scoppiata negli Stati Uniti...». Ecco qual è il livello delle relazioni. E non c'è dubbio che la situazione sia davvero imbarazzante.

Berlusconi e Tremonti continuano a non parlarsi, ma se le mandano a dire, come fossero acerrimi avversari. «Mai però ho parlato male di lui all'estero», sottolinea il superministro: «Non fosse altro perché avrei indebolito la mia posizione negoziale». Così dicendo sembrerebbe aprirsi uno spiraglio, ma è solo un abbaglio: «Io non ho mai parlato male di Berlusconi. Altra cosa è che di lui parlino male all'estero...».

L'incompatibilità è caratteriale oltre che politica. A tenerli insieme è solo il reciproco (e contrapposto) interesse alla sopravvivenza. Eppoi c'è Bossi. È lui che può decidere le sorti della contesa. Il Senatur sta facendo molto per il Cavaliere, «andremo avanti insieme, Silvio, fino in fondo», ma resta amico di Tremonti, «a lui gli voglio bene». È l'ultimo rimasto però nella Lega, insieme a Calderoli: oltre Maroni, anche nel «cerchio magico» monta l'ostilità verso il superministro, convinto però che sia tutta tattica e che «Umberto tra qualche mese saluterà Berlusconi e porterà tutti al voto l'anno prossimo».

Francesco Verderami
24 settembre 2011

lunedì 8 novembre 2010

La strada difficile del «governo d'emergenza»


Chi ha l'asso in mano? Perché il gioco al rilancio sta per finire, e si vedrà se Berlusconi - grazie al sostegno della Lega e di Tremonti - eviterà l'Opa di Fini e di Casini, o se la legislatura sopravviverà a se stessa con un governo tecnico, fantasma che in queste ore viene evocato o temuto da quanti vedono avvicinarsi comunque lo spettro delle elezioni anticipate.
Si può vivere da separati in casa, così hanno fatto per mesi il premier e il presidente della Camera, ma è impossibile restare sotto lo stesso tetto da divorziati. E ieri l'ex leader di An ha sancito lo strappo, sebbene abbia tentato di non assumersi la paternità della crisi, lasciando a Berlusconi la scelta di dimettersi prima di ritirare la delegazione di Fli dal governo. Era chiaro che il Cavaliere avrebbe respinto la proposta avanzatagli da Fini e da Casini: «Quei due pretendono le chiavi di casa, ma io non sono disposto a dargliele». È chiaro che toccherà ai futuristi l'ultima mossa.
Il tema è cosa accadrà dopo. Sarà allora che si vedrà chi ha l'asso in mano. Il premier si mostra sicuro dopo essersi garantito la fedeltà di Bossi e di Tremonti, l'anello debole della sua linea di difesa fino a un mese fa, perché il ministro dell'Economia era considerato il potenziale successore del Cavaliere a palazzo Chigi. Ma Tremonti ha voluto per tempo allontanare da sé ogni sospetto: «Ãˆ vero che io sarei l'unico a poter guidare un governo tecnico. Ma non intendo vivere il resto dei miei giorni passando per un traditore».
Perciò Berlusconi sostiene di non temere un cambio in corsa, «e se in questa fase la mia irrisolutezza è percepita come debolezza, poco importa. Sto solo recitando una parte».
Sarà, ma nel giro stretto dei suoi fedelissimi c'è chi teme che la «permeabilità» dei gruppi parlamentari possa portare a un drammatico smottamento, nel caso in cui si andasse alla prova di forza del voto anticipato per chiudere la partita con Fini. Anche perché il suo rilancio viene interpretato da una parte del Pdl come il gioco di chi può contare sul sostegno di Napolitano.
Ecco quale sarebbe l'asso del leader di Fli, che ieri non solo ha rivelato di avere in mano già una coppia, cioè l'intesa con Casini, ma ha fatto pure intuire
il possibile arco di forze politiche e sociali che starebbero nel mazzo per un possibile nuovo governo: oltre a un patto con Udc e Pd per modificare la «vergognosa» legge elettorale, non è un caso se Fini si è attardato a illustrare una sorta di piattaforma programmatica mutuata dall'accordo Confindustria-sindacati «per un nuovo patto sociale».
Ma è un asso ancora ballerino, quello di Fini, se è vero che ancora giorni fa D'Alema spiegava a un compagno di partito che «non c'è nessun governo tecnico all'orizzonte, perché non è pronto nulla». E come D'Alema è scettico anche Casini. Non solo il leader centrista scommette da mesi con i dirigenti del suo partito che «se cade Berlusconi si voterà in primavera», ma si sta attrezzando alla bisogna, e ha già trovato persino il nome per il famoso terzo polo da tenere a battesimo con Fini e Rutelli: «Lo chiameremo Patto per la nazione
». Chissà se ha cambiato idea da giovedì, da quando - appena rientrato dagli Stati Uniti - ha avuto un colloquio riservato con il capo dello Stato...
Ma nel Pdl c'è chi ritiene che Fini bluffi, che l'asso non sia nelle sue mani, che il Colle voglia star fuori dal gioco del governo tecnico, a cui in queste ore vengono affibbiati tanti nomi pur di vestirlo di dignità politica: esecutivo di «emergenza nazionale», gabinetto «del presidente», governo di «responsabilità istituzionale», di «maggioranza per le riforme». A parte il fatto che non basta un nome a tramutare una carta in asso. Il gioco prevede che qualcuno chiami il banco.
Potrà apparire surreale, ma da ieri le parti si sono rovesciate: per un presidente della Camera che in modo irrituale apre la strada a una crisi extraparlamentare, c'è un presidente del Consiglio che invoca il rispetto delle regole. Non gli bastano le eventuali dimissioni dal governo dei futuristi, vuole il voto di deputati e senatori: «E non avranno il coraggio di sfiduciarmi».
Il vice capogruppo del Pdl a Palazzo Madama, Quagliariello, anticipa come si andrà a vedere il gioco di Fli: «Se Fini chiedesse ai suoi di lasciare l'esecutivo, Berlusconi li rimpiazzerebbe e verrebbe subito in Parlamento a chiedere la fiducia. Al Senato il voto è scontato. Se la Camera gli votasse contro, non credo che Napolitano si prenderebbe la responsabilità di far nascere un governo tecnico senza il Pdl e la Lega». È un bluff o un rischio calcolato?
E se Berlusconi passasse indenne il voto di fiducia, con l'appoggio esterno di Fli, su quale provvedimento potrebbe cadere? Sgombrato il campo dalla giustizia, di qui a dicembre restano la Finanziaria e il decreto sullo sviluppo. Tremonti ha già dato la propria disponibilità al confronto con Fli sulla legge di Stabilità, pronto però a piazzare la fiducia se iniziasse l'assalto alla diligenza del partito della spesa: «Non permetterò che passi un solo euro senza copertura».
Giocare l'asso mettendo a repentaglio i conti pubblici è cosa assai rischiosa, a meno di non porre proprio sull'economia le basi di un nuovo governo. Resta da capire chi ha quella carta in mano. Di sicuro nessuno la mostrerà prima di dicembre, quando la Consulta farà il suo gioco sul legittimo impedimento e la Lega si farà i conti sul federalismo.

FRANCESCO VERDERAMI
08 novembre 2010

venerdì 30 luglio 2010

Fini resiste: «Berlusconi lancia anatemi, ma non decide lui»


«Siamo all’anatema», dice Gianfranco Fini, evocando lo strumento che veniva usato per risolvere le controversie teologiche e di potere, quando due Papi erano troppi per guidare una Chiesa. Insomma più che un traditore, il presidente della Camera si sente un eretico al cospetto di Berlusconi, del suo «strano modo di concepire un partito liberale di massa», del metodo «assai maldestro» adottato per disfarsi di quello che il Cavaliere considerava ormai un anti-papa. «Parlerò agli italiani», annuncia Fini, che non ha intenzione di lasciare lo scranno di Montecitorio, come il premier gli ha chiesto, imponendo all'Ufficio di presidenza del Pdl di inserire «due righe» nel documento che ha sancito lo scisma. «Va scritto che se ne deve andare dalla Camera», ha intimato ieri mattina Berlusconi. «Ma presidente, non si può fare», lo ha supplicato Ghedini. Niente da fare. «Dica quel che vuole», ha sorriso Fini: «Non mi dimetto. Questo incarico non è nelle sue disponibilità». Ora che il divorzio si è compiuto, ora che il premier parla di «incompatibilità», per l'ex leader di An «non c'è più possibilità di recuperare alcun tipo di rapporto»: «Quello che si poteva fare l'ho fatto».

L'intervista al Foglio è stato l'ultimo gesto, che non è piaciuto a molti dei suoi, e che il presidente della Camera ha spiegato così: «Dovevo evitare che passassi per quello che vuole rompere. Ora però continuare oltre non avrebbe senso, non si farebbero passi avanti. Bisogna pensare a qualcosa di diverso». Perciò sono in gestazione i gruppi parlamentari autonomi che avranno l'inquilino di Montecitorio come punto di riferimento. E siccome nessuno ci aveva pensato prima, ieri sera è iniziato tra i finiani una sorta di referendum sul nome da dargli: «Italia nazione», «Nazione e libertà». La definizione sarà un dettaglio ma i gruppi saranno per Fini una sorta di linea Maginot, molto consistente se è vero che i futuri componenti sono più di trenta: «Berlusconi ha sbagliato i suoi calcoli. Pensava fossimo in pochi. D'ora in avanti — ha avvisato i suoi — vedrete che tenterà di aggredirci, di accerchiarci e poi lentamente di assorbirci, eliminando quella che considera un'anomalia».

Questa linea Maginot andrà vigilata e rinforzata. Per evitare crepe, in un fronte non del tutto coeso, Fini ha ribadito ciò che il fedele Ronchi aveva pubblicamente anticipato: «Saremo leali al governo». Certo c'è una contraddizione tra lo strappo con il premier e la «fedeltà al centrodestra», ma se il presidente della Camera si appella al «patto stipulato con gli elettori», è perché non può permettersi operazioni trasformistiche, non intende farlo, dato che il bipolarismo resta la sua stella polare: «Infatti non ci sarà nessun ribaltone», sottolinea. La sua forza sta oggi nei numeri del gruppo, che soprattutto alla Camera «sarà decisivo, anzi determinante. E condizionerà l'azione di governo. Si tratta di un segnale molto forte, alla faccia di chi sosteneva che contiamo appena l'1,4%... Ma noi non siamo nè saremo mai dei traditori». Così rispedisce al Cavaliere l'accusa, sebbene debba ancora valutare «le conseguenze politiche» della rottura, quali scenari cioè si apriranno di qui in avanti. Perché tra i finiani c'è chi — come il senatore Augello — ritiene che il premier punti alle elezioni anticipate: «Gianfranco, è a questo che mira Berlusconi. La sua maggiore preoccupazione oggi è bloccare le operazione di Tremonti. Se ha deciso di drammatizzare lo scontro con te, lasciando tutti i nodi politici aggrovigliati, è perché pensa di tagliarli con un colpo d'accetta al momento opportuno. In fondo, attaccandoti così, sa che gli renderai la pariglia. E quindi...».

Fini al voto anticipato non ci crede, almeno non ancora. Molte sono poi le variabili da calcolare, i boatos da verificare. Per esempio l'atteggiamento dell'Udc verso il governo, le voci secondo le quali Berlusconi sarebbe pronto a fare una nuova offerta a Casini già a settembre. E ancora l'ipotesi che — in caso di ritorno alle urne — il Cavaliere offra ai centristi un'alleanza «tra partiti», riconoscendogli l'autonomia decisa nel 2008. Inizia per il presidente della Camera una nuova era, piena di incognite e con un fallimento che peserà anche sulle sue spalle. È da vedere se potrà mai riconciliarsi con il premier, che ancora l'altra sera ha confidato: «Quando si tornerà a votare magari lo riprendo, ma ora lo caccio». L'ex leader di An non mai ha digerito questo atteggiamento, però siccome ognuno è un po' berlusconiano a casa propria, ieri Fini ha avvisato tutti i suoi uomini: «D'ora in avanti se qualcuno dice una parola di troppo, lo caccio».

Francesco Verderami
30 luglio 2010

venerdì 16 aprile 2010

Le ultime accuse: hai comprato gli ex di An e la Lega ti ricatta


«Elezioni anticipate? Ma davvero c’è chi pensa che in Parlamento non ci sarebbero i numeri per formare un altro governo?». Fini non lo pensa, così com’è altrettanto chiaro che non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi del ribaltone.

Dopo una vita passata a condannare quelli che in un discorso alla Camera additò come i «puttani della politica», non sarà certo Fini a fare il voltagabbana. Semmai la constatazione del presidente della Camera è il segno dell’escalation nello scontro con Berlusconi. E dal tono basso della voce s’intuisce lo stato d’animo dell’ex leader di An, un misto di rabbia e di determinazione, l’idea cioè che era inevitabile lo showdown con l’altro «cofondatore » del Pdl, che non fosse possibile andare avanti così, «perché per un anno ho posto i problemi con le buone, e la cosa non ha sortito effetti. Ora vedremo se Berlusconi capirà».

Durante il pranzo pare che il premier non l’abbia capito, se è vero che Fini ritorna con la mente al colloquio e lo racconta con un senso di stupore: «Io gli parlavo delle questioni e lui mi rispondeva con le frasi che aveva usato al comizio di piazza San Giovanni...». E le «questioni » sollevate sono altrettanti nodi politici, esplicitati con crudezza verbale inusitata: «Tu, Silvio, hai abdicato al tuo ruolo. E io sono stato condannato alla marginalizzazione. La Lega ti ricatta. L’economia è in mano a Tremonti. Il 30%, che era la quota di An nel Pdl, è composto da persone che hai comprato».

A Gianni Letta è toccato festeggiare il compleanno in un clima che di festa non aveva nulla, e ha constatato di persona quanto sia profonda la rottura tra i due, per quanto non ancora irreversibile. È in quegli spazi angusti che il braccio destro del Cavaliere lavora per tentare di trovare un compromesso, che Berlusconi però non vuol concedere, sebbene si sia licenziato dall’inquilino di Montecitorio, dicendo: «Diamoci tempo, almeno fino a lunedì». «Io aspetto», commenta l’ex leader di An: «Dipende da come reagirà Berlusconi, quali iniziative vorrà assumere, se si rende conto che i problemi ci sono, che non me li sono inventati. Io aspetto di sapere come pensa di affrontarli e risolverli».

«L’impegno della concertazione», per esempio, non è mai stato mantenuto dal Cavaliere, secondo Fini, che cita l’ultimo episodio, «il più eclatante»: il patto di Arcore sulla «bozza Calderoli» per le riforme, e quel che è accaduto dopo. «Non è pensabile che un ministro della Repubblica salga al Quirinale per presentare un progetto di revisione costituzionale, e che dinnanzi alle mie perplessità Berlusconi risponda: "Cosa vuoi che sia...". Cosa vuoi che sia... Ma dove siamo? Dove siamo». Non c’è più nulla che unisca il presidente della Camera e il presidente del Consiglio, tranne la comune appartenenza al partito che insieme hanno fondato. E anche questo punto in comune si va velocemente logorando, se è vero che ieri sera i coordinatori del Pdl hanno fatto quadrato attorno a Berlusconi, ponendo l’ex capo della destra quasi fuori dalla creatura che un anno fa ha tenuto a battesimo, e definendo «incomprensibile» il suo atteggiamento.

«Un partito è un partito se si discute e ci si confronta », è la tesi di Fini: «Un partito non può servire solo a cantare "Meno male che Silvio c’è"». Il punto è che «Silvio» ha vinto le elezioni, ribaltando da solo i pronostici che lo davano per sconfitto. Fini lo sa, lo ha detto all’indomani del voto nei suoi colloqui riservati: «Ha vinto lui. Si è preso sulle spalle anche la Polverini». E il risultato della Lega al Nord ha contribuito a saldare un asse che fa di Berlusconi e Bossi i titolari della ditta, lasciando il presidente della Camera senza ruolo. Il «tridente », che sinora non c’è mai stato, difficilmente potrebbe nascere oggi.

Per conquistarsi lo spazio Fini è pronto al gesto dirompente, alla nascita dei gruppi parlamentari del «Pdl-Italia». Introduce l’argomento ricordando che «all’Assemblea regionale siciliana esiste il gruppo del Pdl e quello del Pdl-Sicilia. Lì Berlusconi non è intervenuto per risolvere il problema, dando l’impressione che del partito non gli freghi nulla, considerandolo poco più di una corte di laudatores. Perciò aspetto, confido in una svolta, altrimenti—come in Sicilia—anche a Roma nasceranno gruppi parlamentari autonomi, pronti a sostenere lealmente il governo, ma ponendosi degli obiettivi politici».

Evocando la Sicilia, Fini sa di lanciare una dichiarazione di guerra, perché nell’isola regna l’ingovernabilità. Dunque il problema non è se davvero il presidente della Camera possa contare su una settantina di parlamentari, con una cinquantina di deputati e venti senatori. Il problema è politico: semmai si dovesse riprodurre a Roma la spaccatura del Pdl siciliano, il premier non sarebbe più leader ma diverrebbe «ostaggio», posto al centro di una tenaglia con la Lega a far da contrappunto ai finiani. Nel gioco al rialzo dell’inquilino di Montecitorio è intervenuto il presidente del Senato, chiedendo piatto: «Quando la maggioranza si divide, la parola torna al corpo elettorale». Ed è evidente quale sia lo scopo: minacciando il ricorso alle urne, si vuole evitare che Fini possa infoltire i propri gruppi, posti al riparo dal voto anticipato.

La verità è che nessuno pensa a ribaltoni e ad elezioni. Non ci pensa il premier, non ci pensa il presidente della Camera e non ci pensa tanto meno Bossi. Anzi, proprio il Senatùr è il più fiero avversario della fine traumatica della legislatura, perché in quel caso sfumerebbe il federalismo fiscale, dato che i decreti attuativi non sono stati ancora varati. Di più. Il giorno in cui la Consulta bocciò il lodo Alfano, Fini e Bossi si incontrarono, sottoscrivendo un comunicato in cui escludevano il ritorno alle urne e proponevano di andare avanti con le riforme. Ecco l’incastro, tutti i leader del centrodestra sono vittime e carnefici dello stallo che si è verificato. Non è dato sapere quanto potrà durare la prova muscolare, né se cesserà e quale sarà l’eventuale compromesso. Anche perché Berlusconi giura di non aver capito cosa vuole Fini, «non l’ho capito», ha confidato al termine del vertice: «Gliel’ho anche chiesto». E lui? «Mi ha risposto che il suo pensiero è noto, che l’ha espresso pubblicamente. Mah...». Possibile che il Cavaliere non l’abbia intuito? Perché Bossi, che pure non partecipava a quel colloquio, l’ha spiegato: «Non sono a pranzo con loro perché sarei il terzo incomodo».

Francesco Verderami
16 aprile 2010

venerdì 13 novembre 2009

Lite e parole forti tra Brunetta e Tremonti


Non c'era bisogno che parlasse, infatti non ha parlato. Ma l'immagine che Berlusconi ha offerto ieri in Consiglio dei ministri — lo sguardo spento, il volto sofferente, un senso di estraniamento durante tutta la riunione — rendeva l'idea del distacco del premier. Il premier aveva lasciato fuori da Palazzo Chigi i timori di quello che considera il «nuovo complotto» ordito contro di lui dalla magistratura, le tensioni familiari che «mi stanno togliendo il sonno», e l'ira verso Fini con cui si è consumato un altro strappo. Era presente, ma era come se non ci fosse, assorto fino a dare l'impressione di essersi assopito, apriva gli occhi solo quando i ministri riempivano la stanza con urla e parole grosse. Le mani sul viso o tra i capelli, solo in un'occasione ha dato voce al proprio fastidio: «Dài, rinviamo. Se c’è un problema si risolve la prossima volta».

Un problema invece andava risolto subito, perché è vero che il Consiglio aveva approvato in pochi secondi l’atteso decreto sulla riduzione delle tasse per fine anno. Il punto era che nell’esecutivo tutti pensavano si trattasse di sgravi per le imprese, del taglio degli acconti sull’Ires e soprattutto sull’Irap, balzello che Berlusconi un mese fa aveva anticipato di voler abolire. Tutto sembrava pronto, il comunicato del governo di martedì aveva preannunciato la decisione. E alcuni ministri ieri giuravano di aver letto bene il provvedimento presentato alla riunione. Invece il taglio ha riguardato l’Ire, la vecchia Irpef.

Ma allora cos’è stato votato in Consiglio? Non è chiaro se si sia trattato solo di un «misunderstandig», e se questo abbia dato origine a una commedia degli equivoci. È certo che dopo il Consiglio sono passate ore prima della nota ufficiale alla stampa. Ed è altrettanto certo che in quel lasso di tempo si è svolto un incontro riservato tra Berlusconi, Letta e Tremonti. E lì che al decreto sarebbe stata data una «registrata», e si sarebbe deciso di tagliare l’imposta sui redditi «per una ragione di giustizia e di equità sociale», come sostiene il titolare dell’Economia. Il quale ha fatto presente al premier le pressioni dei sindacati, «perché Cisl e Uil sono pronte allo sciopero generale se concedessimo sconti fiscali solo alle imprese. Invece con l’Ire ne beneficiano tutti», anche i lavoratori dipendenti che a Natale avranno più soldi in busta paga. Per l’Irap se ne riparlerà chissà quando.

Resta il resto fatto che tutti gli altri ministri avevano inteso diversamente. Chissà, forse hanno frainteso. Ma non è una novità che in Consiglio si parlino lingue diverse, e che per capirsi si ricorra a gesti e parolacce. Come è successo ieri tra Tremonti e Brunetta, che presentava un altro pezzo della riforma sulla Pubblica amministrazione. Il «professor Giulio» non ha esitato a bocciare il «professor Renato»: «Non si fa la semplificazione con una nuova regolamentazione», ha iniziato a ripetere dando sulla voce del collega. Si è scatenato il parapiglia, e per una volta Letta è intervenuto a sostegno di Tremonti. Alla fine, dopo ripetuti colpi sotto la cintura, Brunetta si è alzato e ha teso la mano al ministro dell’Economia, che non ha contraccambiato, anzi: «Non ti avvicinare, altrimenti ti prendo a calci in...».

Con la Prestigiacomo solo i toni sono stati diversi. Perché quando la titolare dell’Ambiente - dopo aver illustrato il progetto da 1.250 milioni per gli interventi a difesa del suolo - ha chiesto cinque milioni per controllare il piano di interventi con tre nuove strutture ministeriali, Tremonti si è messo di traverso: «Cara Stefania, questo modo siciliano che hai di ragionare... ». Apriti cielo, «Stefania» non ci ha visto più: «A me certe battute non le fai». Ed è scoppiata un’altra lite, che nemmeno l’intervento di Letta è riuscito a comporre. Così il decreto, che la Prestigiacomo voleva approvare prima di Natale è stato rinviato. E lei, furibonda ha lasciato il salone del Consiglio: «Me ne vado, sennò gli alzo le mani». Nemmeno Berlusconi ha salutato. Chissà se il Cavaliere se n’è reso conto. Perché lui c’era,ma era come se non ci fosse.

Francesco Verderami
13 novembre 2009

domenica 25 ottobre 2009

E Fini avverte il Cavaliere: rischi la fine del berlusconismo


«Berlusconi sa che deve passare sul mio corpo per andare alle elezioni anticipate, ma sa anche che di me può fidar­si, che non darò mai il mio as­senso a un governo senza il man­dato popolare». Da settimane Fi­ni ripete questo concetto nei suoi colloqui ri­servati. Da settima­ne il presidente della Camera osserva quel­la porta che conduce al­le urne e che vuole resti chiu­sa. Ieri pe­rò, al termi­ne della conversazio­ne con il pre­mier, ha avuto come l’impressio­ne che nell’uscio si fosse aperto uno spira­glio, sebbene appaia impensa­bile una crisi provocata dal brac­cio di ferro tra il premier e Tre­monti, che chiede per sé la vice­presidenza del Consiglio e la de­lega dell’economia. Non gli è chiaro se il Cavaliere voglia usare strumentalmen­te lo scontro con il Professore per anticipare la fine della legi­slatura, anche perché non gli è chiaro l’atteggiamento della Le­ga, che non è compatta dietro il titolare di via XX settembre. Semmai gli è chiaro cosa acca­drebbe se Berlusconi concedes­se a Tremonti quello che preten­de. «Silvio il problema è tuo», gli ha detto Fini, secondo il qua­le un cedimento del premier rap­presenterebbe il suo «commissa­riamento» e «la fine del berlu­sconismo», con «conseguenze disastrose nel Pdl, alleanze com­prese». Infatti il Cavaliere ha det­to «no» al Professore, che si la­menta per essere «isolato» nel governo, «senza incarichi» nel partito, e vorrebbe perciò un ri­conoscimento. «Tremonti non cambierà mai». Per formarsi questa opi­nione l’inquilino di Montecito­rio non ha avuto bisogno di sa­pere ciò che gli ha riferito Berlu­sconi del vertice di ieri: «Giulio è sempre lo stesso, è sempre la stessa storia. Come nel 2004». Allora Fini era vicepremier e ac­cusò il collega di governo di «truccare i bilanci dello Stato» la sera in cui ottenne le sue di­missioni. Stavolta non è così semplice, e la rottura sarebbe traumatica, sebbene ieri il Cava­liere fosse infuriato dopo l’in­contro, perché avanti così «un tecnico alla Banca d’Italia si tro­va sempre». Pare che Tremonti se ne sia reso conto e abbia capi­to il rischio.

Berlusconi non può permet­tersi una simile figuraccia: un conto è assecondare il suo mini­stro sulla linea del rigore, rinvia­re il sogno del taglio dell’Irap, in­vitare alla calma gli altri rappre­sentanti del governo; altra cosa è lasciare al Professore il control­lo di palazzo Chigi e da lì di tutti i dicasteri, consegnargli la testa di Gianni Letta, e di fatto anche la sua. Così aspetterà l’incontro con Bossi e Fini per trovare un’intesa sulle Regionali, sicco­me — è il ragionamento del pre­sidente della Camera — il leader del Carroccio si starebbe muo­vendo dietro Tremonti per otte­nere i candidati governatori di Veneto e Piemonte. Quando sa­rà chiusa quella vertenza, si an­drà al «chiarimento» definitivo con il responsabile di via XX set­tembre. Nel frattempo il premier ha iniziato un sondaggio nel parti­to per avere un’opinione sul­l’ipotesi di «promuovere Giu­lio». È un’assoluta novità: quan­do mai il Cavaliere ha avuto biso­gno di sentire i dirigenti del Pdl per prendere una decisione? Non l’ha mai fatto. Se l’ha fatto stavolta l’obiettivo era quello di scatenare la rivolta. E c’è riusci­to. Ieri sera non c’erano distin­zioni tra ex forzisti ed ex aenni­ni, mai si è registrata una tale unanimità di giudizi, con un’in­tensità superiore alle attese. Già nei conciliaboli prima del referendum su Tremonti, il Pdl era una tonnara. «Sarebbe uno sbracamento», ha urlato Scajola a un collega di partito. A Fitto manco a domandarlo. Alla Pre­stigiacomo nemmeno, lei che aveva saputo di un colloquio tra Tremonti e Miccichè dopo la sciagura di Messina. Il Professo­re si era rivolto al sottosegreta­rio siciliano per cercare di far pa­ce con «Stefania», e in quell’oc­casione si era sentito perorare la richiesta di fondi per il dicastero dell’Ambiente: «Ma per risolve­re i problemi dell’ambiente lei non deve venire da me. Deve ri­volgersi a Dio», era stata la rispo­sta salace di Tremonti giunta al­le orecchie della ministra. Ieri, nel commentare l’even­tuale «promozione di Giulio», la voce di La Russa era più roca del solito: «Simili decisioni non si prendono nè stasera nè doma­ni, ma nell’ufficio di presidenza del partito. Poi è chiaro che non è ininfluente quanto dice Berlu­sconi». E giù una staffilata con­tro Tremonti ormai considerato un ministro leghista: «Un uomo del Pdl non ha bisogno di avvo­cati difensori». Chiara l’allusio­ne alla presenza di Bossi e Calde­roli al vertice di Arcore, una pre­senza «superflua, se non danno­sa». Per una volta tutti uniti. Per­sino Fini e Schifani d’accordo: «Giulio stavolta ha esagerato».

Francesco Verderami
25 ottobre 2009

sabato 24 ottobre 2009

Quel documento anti-Tesoro sulla scrivania del Cavaliere


Il Cavaliere tende sempre a sdrammatizzare nei passaggi delicati. E se arriva a evocare Dino Grandi per allentare le tensioni con il suo ministro dell’Economia, se sorridendo cita il gerarca fascista — autore dell’ordine del giorno che segnò la fine di Mussolini — vuol dire che stavolta non è come le altre volte, che la lite con Giulio Tremonti è cosa seria.

C’è un motivo se ieri Silvio Berlu­sconi ha disertato il faccia a faccia con il titolare di via XX Settembre, se dalla Russia è volato fino a Milano senza atterrare nella Capitale dov’era atteso per il «chiarimento» con Tre­monti. «Avevo detto che sarei torna­to nella serata di venerdì senza passa­re da Roma. E non cambio program­ma », ha fatto sapere a Gianni Letta, cui è toccato inventarsi la storia del­la nevicata che impediva al jet del premier di decollare. In realtà il Cava­liere voleva evitare che l’incontro sancisse la rottura, perché la battuta scherzosa sul Gran Consiglio del fa­scismo non basta a celare l’irritazione: «Sono stanco della situazione».

Non è dato sapere se davvero abbia confidato il proprio stato d’animo direttamente a Gianfranco Fini, è certo che Letta ne ha parlato con il presidente della Camera, riferendogli lo scontento di Berlusconi. Il dettaglio svela la delicatezza del momento e segnala una novità politica rispetto al 2004, quando Tremonti fu dimissionato sotto la spinta dell’allora leader di An, nonostante il Cavaliere opponesse resistenza. D’altronde il malumore di Berlusconi era già emerso, dopo il burrascoso Consiglio dei ministri sulla Banca del Sud. «Qui non ci vengo più», si era sfogato: «D’ora in avanti lascerò che le riunioni le presieda Gianni». Non ne può più di essere solo il «primus inter pares» nel governo, che sulla linea di politica economica «nemmeno io possa dire nulla altrimenti Giulio minaccia di dimettersi », che «quotidianamente » debba dirimere le controversie tra il superministro e gli altri esponenti dell’esecutivo: «Ãˆ come se non contassi nulla». Invece il premier vuol contare. La sortita sull’Irap segue imessaggi lanciati a Confindustria e l’apertura sulla riforma della previdenza, invocata dal Governatore di Bankitalia. Raccontano non l’abbia presa bene nei giorni scorsi, quando un dirigente leghista gli ha riferito una battuta di Tremonti: «Se Silvio si fa convincere da Draghi sulle pensioni, dovrà poi convincere Draghi a fare il ministro dell’Economia». Nel frattempo «Silvio» è andato avanti. Da due settimane il documento di politica economica che circolava nel Pdl, e che è rimasto senza paternità, stava sulla scrivania di Berlusconi.

E insieme ad altri appunti, frutto di riunioni riservate, sul suo tavolo c’era anche lo studio di Mario Baldassarri, critico verso la «politica inerziale» di Tremonti, sostenitore del taglio dell’Irap e di altre iniziative, «ma senza aggravio di deficit, perché su questo Giulio ha ragione». «Caro Mario, come stai? Ho letto la tua analisi, è interessante. Ci dobbiamo vedere appena torno dalla Russia». Clic. Chissà se il ministro dell’Economia sia a conoscenza di questo colloquio, di sicuro sabato scorso non ha gradito la presenza di Claudio Scajola al vertice dei coordinatori e dei capigruppo pdl con il Cavaliere: «Che ci fa lì, quello?». Sia chiaro, Berlusconi non vuole fare a meno di Tremonti, gli chiede però maggior duttilità e collegialità, «non può accentrare tutto»: in Consiglio dei ministri non può presentarsi con le copertine dei provvedimenti su cui chiede voto favorevole a scatola chiusa, «nè può sempre dire "o così o lascio"». Invece non c’è riunione senza scontri, anche ieri in pre-consiglio gli sherpa della Presidenza hanno litigato con i colleghi dell’Economia sul provvedimento taglia-enti che cassa altri 400 milioni. Mentre Mariastella Gelmini si è sentita dire di «ripassare» per i fondi sulla riforma dell’Università, dopo che Tremonti aveva fatto un filtro preventivo persino sui risvolti non economici del disegno di legge.

«Eppoi basta con la storiella che nel governo ci sarebbe un partito della spesa opposto al partito del rigore », si è infuriata Stefania Prestigiacomo: «Semmai si dovrebbe far squadra per il partito della ripresa». Anche perché, dopo l’accordo chiuso da Tremonti con le Regioni, alcuni ministri hanno iniziato a domandarsi: «Da dove provengono quei miliardi? Ci sono quindi dei soldi nelle pieghe del bilancio? E perché tocca a lui decidere dove destinarli?». Come non bastasse, commentando l’intesa, Raffaele Fitto ha accusato Tremonti di aver concesso alle Regioni quanto avrebbe potuto concedere già sei mesi fa. È questo il clima alla vigilia del rendez-vous tra «Silvio» e «Giulio», che chiede al premier di riaffermare la bontà della linea economica e il primato del Tesoro sulle scelte. L’unica concessione del Cavaliere è stata per ora una nota di Sandro Bondi, del Pdl nessuno, nessuno si è mosso in sua difesa. Umberto Bossi, sì, ma è il capo della Lega. La situazione è pesante, Maurizio Gasparri prova a sdrammatizzare, perché «alla fine andrà tutto bene. D’altronde l’anagramma di Tremonti è Tormenti... Lo dico per scherzare, eh?». Vero, ma stavolta è Berlusconi che non scherza.

Francesco Verderami
24 ottobre 2009

sabato 17 ottobre 2009

Il nemico in casa.La sindrome che dilania il Pd


Ha ragione Pier Luigi Bersani quando dice che «il più anti berlusconiano sarà chi manderà a casa Silvio Berlusconi»

Ma se nel Pd non cessa la logica del nemico in casa, l’idea cioè che l’avversario da battere è il compagno di partito, il rischio è «diventare un’involontaria quinta co­lonna del Cavaliere». Un timore che non appartiene solo a Follini. Perché finora la sfida per la segreteria, invece di esaltare la competizione politica e culturale «ha fatto emergere — sono parole del filosofo De Giovanniuno scontro per bande, una sorta di guerra civile interna. Spe­cie al Sud si avverte una perdita di etica politica: l’avversa­rio è dentro, e viene combattuto con tutti, ma proprio tut­ti i mezzi. Non vedo luce, solo una lotta intestina del vec­chio ceto politico». Così, mentre il premier si appresta a presentare la squadra dei candidati alle Regionali, il Pd resta bloccato fino al 25 ottobre dalla sfida per la segrete­ria, senza aver definito ancora le alleanze.

E le primarie, invece di offrire l’immagine di un partito capace di presentare tesi innovative, hanno mostrato — secondo il sociologo Ricolfi — «timidezza e assenza di progettualità dei candidati». L’opinione è frutto di uno studio che sarà pubblicato a breve: «Dal confronto si nota che non hanno la minima idea di cosa farebbero se fosse­ro al governo. Nei mesi scorsi, giustamente, i Democrati­ci avevano lanciato il tema della riforma degli ammortiz­zatori sociali, ma hanno pensato bene di dividersi». Per il resto il Pd si mostra contraddittorio, «perché — continua Ricolfi — se è giusto criticare lo scudo fiscale, poi non si può tifare per la sanatoria delle badanti. Non esistono sa­natorie buone e cattive». Ecco il motivo per cui definisce «patologica» la condizione di un partito che — come ha scritto Battista sul Corriere — non riesce a essere «polifo­nico », e si scaglia contro la Binetti per le sue posizioni sui temi etici. Sarà perché i dirigenti sono disabituati al con­fronto o perché non ci sono abituati? «Può darsi — com­menta De Giovanni — che qualcosa del vecchio centrali­smo democratico sia rimasto nel Pd. Quella però era una co­sa seria, sebbene fui tra i primi a criticarlo nel Pci».

Insieme alla voglia di epurazione, sono i segni di disaf­fezione al progetto l’altro fatto grave. Chiamparino dice di vivere da «estraneo», Rutelli scrive un libro sul «parti­to mai nato», e Bettini in un saggio sull’«Anno zero» del Pd descrive il passato per azzannare il presente: «Una vol­ta, dopo una sconfitta elettorale, si salvavano i partiti e si cambiava il gruppo dirigente. Oggi per salvare la classe dirigente si cambiano i partiti». L’assenza di tensione ai vertici si riflette anche nella base. Pagnoncelli lo racconta attraverso i suoi sondaggi: «La nascita del Pd — spiega il capo di Ipsos aveva alimentato una forte aspettativa. Ma dopo la sconfitta elettorale sono riapparsi i vecchi ma­li. Non so se i dirigenti siano consci della distanza che li separa dal loro elettorato, che tuttavia si mostra per ora comprensivo. Attende l’esito delle primarie, ma per il do­po chiede scelte coraggiose: non solo una forte opposizio­ne al governo ma anche un freno alle minoranze interne. Temi etici a parte, vuole che il partito abbia una sola voce sulla politica economica e sociale, sulla legge elettorale, sull’immigrazione».

Sarà così, o la logica del «nemico in casa» continuerà a dilaniare il Pd, chiunque sarà il nuovo segretario? Perché le Regionali sono dietro l’angolo, e una sconfitta va mes­sa nel conto. «In quel caso — sospira Macaluso — penso e spero che non si riapra la questione della leadership. Sarebbe la fine». Polito concorda con Macaluso, ma il di­rettore del Riformista teme il «cupio dissolvi», perché «la conflittualità interna e il sistema correntizio sopravvi­vranno al 25 ottobre. E se il Pd perderà le elezioni si riac­cenderà lo scontro». Serve un patto tra i Democratici, per non venire ricordati come «quinta colonna» del Cavaliere.

Francesco Verderami
17 ottobre 2009

sabato 20 giugno 2009

Il Cavaliere «vittima della generosità» e la svolta invocata dagli amici




L’ esortazione è stata pubblica e privata, perché non solo Giuliano Ferrara l’ha invitato a un mutamento radicale, a una rigenerazione. Anche Fedele Confalonieri, l’amico di una vita, confida in un «nuovo inizio».

Serve una «palingenesi», questo è l’auspicio di chi tiene disinteressata­mente alle sorti di Silvio Berlusconi
. Per­ché senza uno scatto del premier — co­me scriveva l’Elefantino sul Foglio l’al­tro ieri — si protrarrebbe un «clima da 24 luglio permanente». Ed è impensabi­le che la politica viva l’eterna vigilia di un crollo, la fine di un’era, quella berlu­sconiana, che il presi­dente della Camera nemmeno prevede. Ma non c’è dubbio che a lungo andare il clima che si respira nel Palaz­zo e nel Paese avrebbe un costo per la demo­crazia, potrebbe porta­re — come dice Gian­franco Fini — alla «sfiducia dei cittadi­ni verso le istituzioni».

È come se la nemesi si fosse abbattu­ta sul Cavaliere: per quindici anni il suo privato ha contribuito alle sue vittorie pubbliche, e adesso lo costringe sulla di­fensiva. E mentre in passato a Berlusco­ni veniva contestato il modo in cui si proponeva agli elettori e li conquistava, ora gli viene chiesto — gliel’ha chiesto ieri il quotidiano dei vescovi, Avvenire — «un chiarimento con l’opinione pub­blica » sui suoi fatti personali.

Tutti attendono un gesto da Silvio Berlusconi, coinvolto in una storia di fe­ste e di donnine che al momento ha mi­nato la sua immagine, non i suoi con­sensi. Al di là dei giochi di potere e di macchinazioni giudiziarie, il premier di­ce di sentirsi vittima anche di se stesso, «vittima cioè della mia generosità». È una valutazione complessiva, non per questo legata alle ultime vicende, che però riflette lo stato d’animo del Cavalie­re e anche il suo atteggiamento, le sue scelte che stupiscono, ma fino a un cer­to punto, chi lo conosce bene.

Malgrado gli ultimi due mesi siano stati costellati da errori mediatici e di tattica politica, malgrado la sua macchi­na di voti si sia inceppata, difende i col­laboratori più stretti e le loro mosse, con la stessa foga con cui difende se stesso. Perché non è stato solo Ferrara a criticare Nico­lò Ghedini per quel concetto, «utilizzatore finale», di cui pure l’av­vocato si è scusato. Ep­pure Berlusconi — a quanti gli facevano no­tare l’errore e i rischi che determinava — ha chiesto comprensione per il pena­­lista: «Poveretto, deve fare tante cose ogni giorno».

All’indomani delle elezioni europee, aveva sottratto Adriano Galliani alle ac­cuse di numerosi dirigenti del Pdl che gli addebitavano una percentuale nella perdita di consensi, dato che a due gior­ni dalle elezioni l’amministratore del Milan aveva rilasciato un’intervista alla Gazzetta dello Sport con la quale aveva di fatto annunciato la cessione di Kaká al Real Madrid. «Ãˆ un amico di vecchia data. Non vi mettete pure voi, che già in famiglia...», era stata la risposta del pre­mier: «Il fatto è che c’era una perdita nel bilancio societario e non potevo ri­pianarla io, in un momento di crisi eco­nomica come questo». Eppure Berlusco­ni sapeva quanto avesse pesato l’addio del calciatore brasiliano. Alle sole Pro­vinciali di Milano, infatti, tremila sche­de erano state annullate dagli elettori, che dopo aver barrato il simbolo del Pdl avevano aggiunto: «Questo è per Kaká».

Tutti aspettano dal premier ciò che il premier però — almeno per il momen­to — non intende dare, perché si senti­rà pur vittima della sua generosità, «Ã¨ così che mi fregano», ma si sente soprat­tutto al centro di oscure «trame», e se ora il fronte giudiziario è Bari, immagi­na se ne aprano altri a Palermo, a Mila­no, pare anche a Firenze. Non crede, al­meno così dà conto, a chi lo invita a guardare verso gli Stati Uniti, perché «con Obama abbiamo chiarito tutto, con la signora Clinton le relazioni sono eccellenti, e ho uno splendido rapporto con la presidente Pelosi».

No, è in Italia — a suo modo di vede­re — l’epicentro del terremoto, è verso i palazzi della politica nazionale che ten­de lo sguardo, e di Massimo D’Alema di­ce oggi che «usa mezzucci». Avrà anche ragione il premier quando rigetta certe accuse dell’opposizione, perché è diffici­le immaginarlo a capo di un regime se poi non ne controlla i gangli più impor­tanti, ed è esposto in questo modo. Em­blematica è l’immagine di ieri, con Ber­lusconi che confida al telefono di non sentirsi spiato, proprio mentre è sotto l’occhio furtivo di una telecamera.

Tuttavia per il premier resta il proble­ma di uscire da quella che Ferrara ha de­finito «l’incredibile condizione di mino­rità in cui si è ficcato». E resta il nodo di governare il Paese, di dare risposte agli interrogativi che il presidente della Ca­mera pone ormai da mesi, a partire dal­la necessità di varare una riforma dello Stato che sia condivisa dall’opposizio­ne, per passare alla costruzione di una forza, il Pdl, che secondo Fini «di fatto non è ancora nata»: «La Lega è l’unico partito vero in Italia».

Chissà se pensa anche a «Gianfran­co » quando dice di sentirsi vittima del­la sua stessa generosità, è certo che per misurare la distanza dal «cofondatore», il Cavaliere usa l’ironia: «Gianfranco al­la Camera ha otto commessi che lo se­guono ovunque. Io a palazzo Chigi ne ho uno solo». Ma non c’è sorriso sul vol­to di Berlusconi. Non era così che imma­ginava la vigilia di un G8 molto delica­to. Dovesse superarlo senza intoppi for­se inizierebbe per lui il 26 luglio.

Francesco Verderami
20 giugno 2009

giovedì 12 marzo 2009

Lega, quota 10% a rischio. E il Senatur «cerca» il Pd


ROMA - Berlusconi lancia il piano casa? Bossi dice: «Voglio vederci chiaro». Berlusconi propone di ridurre i parlamentari? Bossi dice: «Voglio capire meglio». Berlusconi incontra il gotha delle banche? Bossi dice: «Caccino fuori i soldi per le imprese». Berlusconi è in corsa per il Quirinale? Bossi dice: «Viviamo alla giornata ». Franceschini chiede di tassare i redditi più alti? Bossi dice: «Può andar bene». E meno male che per citare i problemi nel centrodestra il Cavaliere usa il nome di Gianfranco Fini. In realtà il premier non è solo chiamato a gestire un rapporto difficile con il presidente della Camera.

Deve fronteggiare anche il Senatur, che è in sofferenza: le sue esternazioni lo testimoniano, e i sondaggi evidenziano che da alcune settimane il Carroccio è in flessione, ha perso un punto percentuale, è tornato sotto «quota 10%» dove ormai stazionava stabilmente. Soprattutto — come evidenzia senza mezzi termini il forzista Napoli — «la Lega ha perso l'iniziativa, non detta più i temi e i tempi della politica, costretta com'è a inseguire Berlusconi, che dal giorno dopo la vittoria in Sardegna ha in mano l'agenda e il pallino». C'è dunque un motivo se il capo del Carroccio fa il contropelo al premier e apre al segretario del Pd. Anzi, i motivi sono due. Intanto la trattativa sulle Amministrative con il Pdl non è chiusa: Bossi non intende accontentarsi solo di Sondrio e Bergamo, pretende Monza, e per ottenerla si è messo a fare la guerriglia sulla Provincia di Milano. La disponibilità verso Franceschini è legata invece all'esigenza di ottenere almeno l'astensione dei Democratici alla Camera sul federalismo fiscale. Bossi non può permettersi un voto contrario del Pd, e le posizioni «meridionaliste » di D'Alema hanno messo in allarme i dirigenti del Carroccio, specie dopo la riunione di due giorni fa al gruppo dei deputati democratici. In quella sede si è fatta strada la tesi dalemiana, sono emerse forti perplessità sulla riforma. Ecco perché Calderoli si sta prodigando per rassicurare l'opposizione, ecco perché l'altra notte in commissione il ministro del Carroccio ha accettato alcuni emendamenti del Pd al testo. Le dimissioni di Veltroni hanno senza dubbio penalizzato la strategia del dialogo impostata da Bossi, che sta tentando di costruire un rapporto con i nuovi vertici del Pd. Un voto contrario sul federalismo fiscale, esporrebbe la riforma al rischio del referendum e condannerebbe il Senatur a un ruolo subalterno al Cavaliere.

L'astensione sarebbe invece un successo nel merito e nel metodo su Berlusconi, garantirebbe una maggiore autonomia dall'alleato. Perciò ieri sera anche Maroni ha fatto eco al Senatur sulla proposta di Franceschini, «per questo — spiega Bersani — ma anche per altro. Perché Bossi con un occhio è attento al federalismo, e con l'orecchio ascolta i suoi sindaci, che dal territorio segnalano i problemi ». È al Nord che la crisi si fa maggiormente sentire. Come spiega infatti il sottosegretario al Commercio estero Urso, «la grave contrazione dei mercati internazionali ha colpito le nostre esportazioni. Pertanto, le aziende italiane più colpite dalla crisi sono quelle settentrionali». Bossi e Maroni dicono dunque sì a un «contributo in tempi di crisi da parte di chi ha di più», mentre Berlusconi fa mostra di non curarsene, bolla l'idea come «populista», e lascia che siano i suoi dirigenti ad attaccare il leader del Pd.

Il Cavaliere aveva messo in guardia lo stato maggiore del Pdl sulle capacità «movimentiste e demagogiche» di Franceschini, avversario che certo non lo preoccupa, non può preoccuparlo, ma che — sondaggi alla mano — è comunque riuscito ad arrestare l'emorragia di consensi dei democratici, risaliti di un punto questa settimana, tra il 23 e il 24 per cento. È da vedere se il successore di Veltroni riuscirà davvero a risalire la china, è certo che è riuscito finora a imporre i suoi temi. Questo non vuol dire che nel Pd siano tutti entusiasti dell'ultima proposta, perché in molti sottovoce lamentano una «deriva populista e di sinistra». Nessuno al momento intende esporsi, ma a leggere bene il commento di Bersani non è che il candidato alla segreteria dei Democratici si sia spellato le mani per applaudire la mossa dell'attuale leader. Bersani ha definito «realistica e utile» la proposta di Franceschini, ma ha aggiunto che andrebbe «agganciata alla lotta contro l'evasione fiscale ». Traduzione: altrimenti a pagare sarebbero sempre e soltanto i soliti noti. E addio voti. Bossi non si cura dei dettagli, per il Senatur il federalismo val bene appoggiare una tassa che tanto non si farà mai.

Francesco Verderami
12 marzo 2009

lunedì 19 gennaio 2009

Rutelli: Veltroni faccia il leader

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - «Confusione, imperizia, errori. Una conflittualità interna ereditata da scontri ventennali nel Pci-Pds-Ds... Il passato ognuno lo giudichi come crede. Ora abbiamo davanti a noi mesi decisivi per uscire dalle difficoltà e puntare al riscatto. C'è un'occasione preziosa e Walter Veltroni deve sfruttarla. Dovrà esercitare la leadership per forgiare l'identità del Pd, per parlare a un Paese che attraversa il deserto della grande crisi». È sul tema dell'economia che si giocherà il destino del Pd, secondo Francesco Rutelli: «E per mobilitare l'opinione pubblica dovremo offrire una ricetta capace di mordere, non come la petizione "Salva l'Italia" per la quale abbiamo sprecato mesi a raccogliere le firme».
Non ha incarichi nel partito, Rutelli, «ma ciò non significa che assista disinteressato alle sorti dei democratici. Il Pd vive una fase molto delicata e ha bisogno di una robusta cura ricostituente. Per questo d'ora in avanti dirò con libertà quello che penso, darò una mano con proposte che spero siano ascoltate. Anche per spazzare il campo da immagini caricaturali sul mio conto, sulle voci di disegni ostili al partito: nessuno immagina il ritorno ai Ds e alla Margherita. Il passato resterà passato, sebbene alcuni aspetti del presente diano la sensazione di ritorni all'antico. Piuttosto, concentriamoci sui prossimi mesi, che saranno decisivi».

E qual è il nesso tra la crisi economica e la crisi del Pd?
«La crisi economica è un'occasione troppo importante perché sia sprecata. Finora al Pd è mancata un'identità, che non si può costruire — come accadeva un tempo — usando l'ideologia o facendo un patchwork di idee ereditate dai partiti fondatori. Oggi l'identità e anche il consenso si formano nella battaglia politica, come dimostra Silvio Berlusconi. E la situazione economica ci offre la possibilità di rilanciarci. In direzione Veltroni ha avanzato un progetto coraggioso, in particolare sulle questioni del lavoro. Serve un'azione determinata, a fronte di un governo immobile e che ha varato un piano di stimolo all'economia impalpabile».

Voi sfidate il governo?
«Per la prima volta dal voto, la maggioranza si mostra divisa. Si evidenziano linee diverse tra Forza Italia e An, e tra il Pdl e la Lega. Forse le crepe sono frutto della troppa sicurezza, del fatto che non si sentono insidiati dall'opposizione. Il punto è che il Pd è andato alle urne con un solo alleato. E nel tempo l'alleato si è rivelato un acerrimo avversario. Il suo leader...».

Si riferisce ad Antonio Di Pietro...
«... Il suo leader ha usato il profilo monocratico del suo partito per metterci in difficoltà. Paradossalmente, dopo aver criticato per anni il carattere monarchico del berlusconismo, ci siamo accompagnati a un partito-proprietario, basato su un forte populismo. Oggi emergono tutti i limiti dell'Idv, che conosce una fase di grave difficoltà. Non mi riferisco ai problemi giudiziari, parlo di politica. Ebbene, oggi noi possiamo liberarci da questo attacco».

Non sarà tardi, visto che i sondaggi vi danno al 23%?
«Non bisogna nevrotizzarsi, non sono voti, segnalano difficoltà di cui siamo consapevoli. Semmai il rischio maggiore per il Pd è la demotivazione della base, che può tradursi in un pesante astensionismo nelle urne».

E le urne si avvicinano, a giugno ci sono Amministrative ed Europee: cosa accadrebbe se il Pd scendesse sotto il 30%?
«Ãˆ vero che Ds e Margherita, quando si sono uniti nel voto, non sono mai scesi sotto il 30%. Il fatto è che in una fase post-ideologica l'eredità non può essere una rendita. Ecco perché serve una ripartenza del Pd: con proposte concrete e con il progetto di Veltroni, che va implementato».

Dunque se il progetto di Veltroni non funzionasse...
«Viviamo nell'età della leadership. Con le primarie abbiamo dato al segretario un mandato forte. Ha un potere che nè io nè Piero Fassino abbiamo avuto quando eravamo i leader dei Dl e dei Ds. Insomma, Walter ha una responsabilità speciale».

Ma se è sempre invischiato in lotte di potere interne...
«Veltroni è il leader. Ha un mandato e l'autorità. La eserciti».

La si esercita attaccando i telequiz, o criticando il governo perché non va alla cerimonia di insediamento di Obama?
«Battute se ne fanno, quando si parla. Contano altre cose. E io mi concentrerei sui temi economici e sociali, rilanciando al governo la richiesta di un punto di Pil per una manovra anti-ciclica: occupazione, meno tasse sul lavoro, aiuto alle piccole imprese, famiglia, liberalizzazione. Qui dovremo raccogliere le firme, mobilitare i militanti. Mi aspetto che Veltroni lo faccia».

Ciò vuol dire che se a giugno vince, vince lui. E se perde...
«Perde il Pd, non Veltroni. Nel senso che, certo, sarebbe sua la responsabilità. Ma in caso di sconfitta non basterebbe solo cambiare una persona. Sarebbe un evento traumatico, una botta: vorrebbe dire che il partito non riesce a decollare».

Intanto non riuscite neanche ad avere una visione comune sulla politica estera.
«Sulla politica economica e su quella estera c'è sintonia. Massimo D'Alema è stato un titolare della Farnesina molto apprezzato. In effetti sul Medio-Oriente ci sono storiche divergenze con lui. Io, che da sindaco di Roma offri all'Anp la sede italiana, penso a Israele come a una grande democrazia in un piccolo Paese, minacciata da Teheran, attaccata da Hezbollah e Hamas, bersagliata dal terrorismo fondamentalista. Non possiamo essere equidistanti tra Israele e Hamas».

Ma a Roma l'altro giorno un pezzo di sinistra ha mostrato tratti anti semiti.
«Ci sono frange, ma sono fortemente minoritarie rispetto ad altri Paesi europei. Piuttosto, della manifestazione mi ha colpito la preghiera dei musulmani davanti al Colosseo, in un corteo con vari esponenti politici. Se penso alle polemiche sulla laicità, se penso al putiferio che si scatena a sinistra appena un prete parla di aborto o di famiglia... C'è una certa asimmetria, diciamo».

Le stesse polemiche che si scatenano a sinistra appena si sente parlare di riforma della giustizia.
«Sulla giustizia si sono registrati degli avvicinamenti con la maggioranza. Penso all'interessante lettera del presidente della Camera pubblicata dal Corriere, ma anche all'approccio positivo del ministro della Giustizia con l'opposizione. Sì, stavolta forse è la volta buona: perché non si discute più di leggi ad personam ma di come far funzionare il sistema al servizio dei cittadini».

Non la preoccupano le resistenze dei magistrati?
«Fatta salva l'autonomia dell'ordine giudiziario, le riforme le fa il Parlamento, che non dev'essere condizionato dall'esterno».

Il Pd si è convinto al dialogo dopo esser stato colpito dalla questione morale?
«Tutti i fatti di corruzione e disonestà che vanno perseguiti con intransigenza. Lasciamo lavorare i magistrati. Per ora abbiamo letto sui giornali atti di indagini con tonnellate di intercettazioni, dove comparivano molte parole e pochi delitti».

Alcune «parole» hanno colpito anche lei nell'inchiesta di Napoli sul «caso Romeo».
«Comparivano terze persone che parlavano di me. Per questo sono andato e ho chiarito tutto e subito con i magistrati».

Tra le «terze persone» c'è il deputato Renzo Lusetti, a lei molto vicino: in quali rapporti siete ora?
«Più che definirlo esuberante non posso. Rispetto a quello che è apparso sui giornali, dico solo che — dopo un mese — tutto conferma la mia correttezza».

In quei giorni però da Veltroni non è giunta la stessa solidarietà riservata poi a Di Pietro.
«La solidarietà si esprime a chi si trova in difficoltà. Non c'era dunque motivo che mi venisse data. Piuttosto bisognava darla all'onorevole Margiotta, per il quale era stato chiesto addirittura l'arresto, che poi la stessa magistratura revocò. L'Idv in Parlamento votò per togliergli la libertà. Quello fu un atto politicamente enorme, lì il Pd avrebbe dovuto dare una risposta fiera ma non la diede».

Francesco Verderami
19 gennaio 2009