sabato 31 dicembre 2011
Una debole luce in fondo al tunnel
sabato 17 dicembre 2011
Quel ritardo nei pagamenti
Nell'ultimo mese, soltanto nel Veneto, si sono verificati altri due suicidi e le statistiche, impietose, parlano di 50 imprenditori che si sono tolti la vita nel solo Nord Est da quando, nel 2008, abbiamo importato dall'America la Grande Crisi. Dietro le scelte drammatiche di questi uomini e donne non c'è un'antropologia negativa, un cupio dissolvi ma, caso mai, un eccesso di etica. Dover licenziare i propri collaboratori, chiudere e/o fallire è considerato una vergogna nella cultura delle laboriose comunità del Nord Est, un venir meno alla responsabilità sociale dell'imprenditore.
martedì 29 novembre 2011
Meglio decidere che concertare


Per dirla con lo slang giornalistico il governo Monti ha un solo colpo in canna. Vuoi per il peggioramento delle condizioni del contesto internazionale vuoi perché il tempo è una risorsa scarsa, l’esecutivo dei tecnici non può assolutamente sprecare la sua (vera) prima mossa. Deve assolutamente andare a segno. L’operazione non è delle più semplici, perché la politica ha lasciato marcire buona parte delle contraddizioni della società italiana senza avere il coraggio di affrontarle di petto negli anni della crescita. Basta leggere il contenuto delle decine di lettere aperte e di appelli che dalle categorie, e persino da singoli cittadini di buona volontà , sono stati indirizzati in forma pubblica al governo Monti. Da quei documenti viene fuori il ritratto di un Paese che vuole meritocrazia ma attende anche inclusione, che chiede di riprendere velocità ma si aspetta di veder ridotto il peso delle disuguaglianze. Attenzione però a illudersi, sommando tutte le domande di cambiamento si finisce per caricare sul nuovo esecutivo la palingenesi dell’Italia, la rimodulazione degli assetti socio-politici di un Paese che una volta era tra i membri del G7. Monti è un amministratore straordinario, non un taumaturgo.
Nell’ottica dell’unico colpo da sparare è da condividere la scelta del presidente del Consiglio di procedere con la tecnica del «pacchetto di provvedimenti» che dovrà avere al suo interno una stringente logica di ripartizione dei sacrifici tra le diverse platee. Nessuna di esse dovrà avere la sensazione di fungere da capro espiatorio. Un governo tecnico, del resto, ha dalla sua il vantaggio psicologico di non dover proteggere le proprie constituency elettorali e aggredire quelle dello schieramento avverso, non c’è dunque lobby che dovrebbe potersi vantare di avere un governo amico. Monti avrà operato con successo nella misura in cui si rivelerà alleato delle nuove generazioni e non degli industriali, dei banchieri, dei sindacati, dei professionisti, dei commercianti o dei taxisti.
La concertazione rappresenta un pezzo della storia recente d’Italia, in alcune e decisive circostanze (l’ingresso nell’euro, ad esempio) si è rivelata un acceleratore del cambiamento, in molte altre la giustificazione di un veto pregiudiziale. Non ci è dato sapere quanto peseranno le relazioni governo-parti sociali quando saremo usciti da quest’incubo, se e come avremo saputo innovare il modello dei corpi intermedi, in questi giorni però appare sempre più chiaro come la concertazione sia chiamata a fare un passo indietro. Così come ha fatto la politica, anch’essa dovrà operare una temporanea cessione di sovranità . La rappresentanza al tempo del rischio-default è dunque chiamata a una prova di maturità , se in passato la spesa pubblica extra budget è stato sovente il lubrificante della coesione sociale, la maniera più veloce per incassare applausi a destra e a manca, questa strada non è più percorribile. E le parti sociali sono chiamate oggi a elaborare un nuovo tipo di scambio, nel quale il dare è immediato e il ricevere è giocoforza differito nel tempo. La prova è difficile ma esistono gruppi dirigenti in grado di superarla. Dal canto suo il presidente Monti non abbia paura del dissenso e, se riesce, eviti di replicare i riti che hanno portato alla nomina dei sottosegretari.
Dario Di Vico
29 novembre 2011
sabato 12 febbraio 2011
Strada Giusta, Passo Breve


Quando un esecutivo regolarmente in carica elabora una ricetta per far ripartire la crescita va preso sul serio. Tanto più in un Paese-tartaruga quale purtroppo è diventata l'Italia e non per colpa di un solo schieramento politico. Del resto le opposizioni e le forze sociali hanno chiesto ad alta voce da mesi che il governo tornasse a governare e si occupasse dei problemi che angustiano gli operatori economici, le famiglie, i giovani. Ora, almeno a parole, palazzo Chigi ha dato ampie assicurazioni di volerlo fare e non ha senso dunque gridare «al diversivo». Conviene a tutti ragionare nel merito e procedere senza sconti.
E allora la prima considerazione è che la scossa - termine ciclicamente ricorrente nella politica italiana - non sembra sostenuta da un robusto lavoro di ricognizione, prima, ed elaborazione, poi, sui reali nodi della crescita lenta. Manca qualcosa che assomigli a una visione compiuta dello sviluppo italiano, un racconto persuasivo delle cose che si andranno a fare e degli obiettivi che si intendono raggiungere a breve e a medio termine. Per farla breve non pretendiamo che Silvio Berlusconi scimmiotti all'improvviso il suo omologo inglese David Cameron, che organizzi dotte conferenze per sciorinarci ricette sulla Big Society o scomode analisi della società multiculturale, ma a qualcosa di più di un mero elenco di misure abbiamo diritto. Vorremmo, per esempio, sapere che intenzioni ha maturato l'esecutivo sulla riforma fiscale e che timing prefigura per la sua partenza. Proprio su queste pagine domenica 6 febbraio Mario Monti ha mostrato come si possa tentare di costruire per via pragmatica un'agenda dello sviluppo che abbia un preciso asse di politica economica, che punti a liberalizzare i settori compressi dalle chiusure di stampo corporativo e che non tema di pronunciare la parola «riforme».
Del resto chiunque abbia avuto modo di vedere le immagini della conferenza stampa post Consiglio dei ministri ha potuto constatare con una certa meraviglia come il ministro dell'Economia non abbia voluto intestarsi più di tanto il pacchetto di provvedimenti appena varato. Quel ripetuto richiamo di Giulio Tremonti all'Europa come vera sede delle-decisioni-che-contano è parso una sottile presa di distanza dal lavoro fatto dai colleghi. E se così fosse, francamente sarebbe difficile dargli torto perché la gran parte dei dossier approvati ieri pare essere stato assemblato con il metodo del ripescaggio. In sostanza più di un ministro ha tirato fuori dai propri cassetti provvedimenti che per un motivo o per l'altro erano rimasti fermi e li ha (lodevolmente) riproposti. Il piano casa, la banda larga, la semplificazione delle procedure amministrative. Non è mancato nemmeno il rituale riferimento al completamento della moderna tela di Penelope,
Colpisce, infatti, l'adesione tiepida che sia Confindustria sia Rete Imprese Italia hanno riservato agli annunci usciti dal Consiglio dei ministri di ieri. Entrambe le organizzazioni sanno benissimo che quel po' di ripresa che siamo stati capaci di intercettare è dovuta all'export. Le nostre multinazionali del lusso e le nostre medie imprese hanno messo a segno in questi mesi buone performance sia sui mercati emergenti sia su quelli tradizionali e in molti casi l'effetto traino si sta facendo sentire sulle filiere produttive e sui distretti.
Gli osservatori più attenti mettono però in guardia: in Cina e in India esportiamo a fiammate ma mancano i binari per vendere con continuità e conquistare stabili quote di mercato. Il governo, che queste cose sicuramente le sa, continua invece a pasticciare con la riforma dell'Ice (Istituto commercio estero) e quando si riunisce per discutere di crescita dimentica che in primis andrebbero supportate proprio le esportazioni. Tutto da rifare, dunque? No. In tempi di vacche magre le imprese per prime non possono permettersi atteggiamenti alla Bartali. Se, come sostiene palazzo Chigi, ieri si è appena cominciato a parlare di crescita e si andrà avanti in più fasi, la speranza è che non manchino modo, tempo e sedi per vagliare le critiche e rimediare alle lacune più evidenti. Anche la ragione, in Italia, deve imparare a navigare a vista.
P.S. Mi è capitato di chiedere a importanti esponenti della maggioranza perché preferiscono la via lunga della modifica costituzionale dell'art. 41 piuttosto che approvare in tempi (che sarebbero) strettissimi il disegno di legge sullo Statuto d'impresa presentato da Raffaello Vignali, deputato pdl nonché stretto collaboratore del ministro Paolo Romani. Le imprese ne sarebbero felici, perché se ne avvantaggerebbero oggi e non a babbo morto. Non ho avuto risposta e quindi riformulo la domanda.
Dario Di Vico
10 febbraio 2011
sabato 29 gennaio 2011
Federalismo con piu' tasse?


Il rischio che il federalismo fiscale finisse nel tritacarne politico era già alto in passato e in questi giorni di «sospensione delle egemonie» lo è evidentemente ancora di più. Scorrendo le dichiarazioni rilasciate in queste ore le parole «ricatto» e «tradimento» fanno bella mostra di sé, mentre ci sarebbe bisogno di un esercizio di responsabilità . Si prendono decisioni che non sarà facile smontare e che comunque avranno riflessi che vanno ben oltre la durata di un governo. Proviamo, dunque, a non urlare e a mettere in fila i problemi.
Siamo tutti d'accordo che il bello del federalismo sta nella responsabilizzazione delle classi politiche locali che, a fronte delle competenze che il centro trasferisce loro, potranno avere autonomia di imposizione fiscale sui cittadini. Molti Comuni versano oggi in grave difficoltà , non pagano addirittura i fornitori e quindi faranno sicuramente ricorso a nuove tasse, ma è altrettanto evidente che dovranno operare con giudizio per non subirne i contraccolpi in termini di credibilità e di consenso.
Prendiamo il caso concreto dei sindaci leghisti la cui sofferenza politica - a cominciare da quello di Varese, città simbolo - era emersa nettamente nell'ultimo raduno di Pontida. La spesa per investimenti nelle comunità amministrate dal Carroccio è caduta verticalmente per i vincoli del patto di stabilità interna: che scelte faranno i sindaci? Riprenderanno a spendere, a migliorare la qualità della vita urbana e, dopo, come si rapporteranno al loro elettorato particolarmente allergico alle tasse?
Queste domande in una costruzione federalista perfetta non dovrebbero aver campo perché i sacri testi recitano che, a fronte di competenze devolute alla periferia, il centro dovrebbe ridurre il prelievo erariale. Due punti di Irpef passati alle Regioni per far fronte alle nuove spese dovrebbero essere compensati da due punti di Irpef in meno dal centro.
Ma sarà così? Oppure vista la particolare e critica situazione del budget pubblico si andrà verso uno slittamento temporale, magari rimandando il tutto alla riforma fiscale? Qualche voce si è già levata in queste ore per denunciare il pericolo di un aumento della pressione fiscale dovuta alla generalizzazione e all'inasprimento delle addizionali comunali sull'Irpef. Anche perché sul tema, a giudizio degli addetti ai lavori, la legge delega resta un po' sul vago.
A complicare il quadro c'è sicuramente il pasticciaccio sull'Ici. In tutti i Paesi occidentali gli enti locali si finanziano in primo luogo con la tassa sulla casa, da noi prima il governo Prodi e poi l'esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi hanno abolito a tranche l'Ici, tagliando così le gambe alla finanza locale pur di accrescere i consensi per i governi di Roma. Se si fosse opposta maggiore resistenza alla facile demagogia non avremmo automaticamente risolto tutti i problemi, ma ci troveremmo nell'applicazione dei nuovi schemi federalisti in una situazione meno complicata. Ora è difficile fare un'inversione a U, eppure nel dibattito politico si sta affermando la consapevolezza che delle entrate Ici, anche solo in parte, non si può fare a meno.
Si discute dunque e si litiga sul federalismo fiscale ma mancano ancora i numeri dei costi standard dei servizi. Quelli sì ad alto potenziale elettrico! Finché non li vedremo conteggiati in euro pro capite non sapremo chi veramente ci perde e chi ci guadagna. E fino ad allora non sapremo quale assetto politico è in grado davvero di condurre in porto la nave federalista.
Dario Di Vico
26 gennaio 2011
venerdì 26 novembre 2010
Secessione silenziosa


Il copyright è dell’ex governatore Riccardo Illy che per primo parlò di «secessione dolce», di un processo lento e graduale di separazione, prima psicologica e poi politica. Illy si riferiva al sentimento delle popolazioni del Nord verso i destini del Paese, ma il suo ossimoro calza a pennello oggi per descrivere lo stato d’animo degli imprenditori italiani di fronte all’incancrenirsi della crisi politica. L’anticipo di federalismo richiesto da Emma Marcegaglia, al di là della valutazione tecnica sulla bontà e lo stato di avanzamento della legge
Imprenditori e politici hanno, dunque, due agende qualitativamente diverse. In quella di chi si sforza di produrre ricchezza e occasioni di lavoro spiccano le inquietudini sul futuro di Eurolandia. Con tutti i faticosi adattamenti che la moneta unica ha richiesto — non ultimo compensare il rapporto squilibrato con il dollaro debole — le imprese sono coscienti che senza euro resteremmo disancorati, saremmo in balia delle nostre contraddizioni e pigrizie. C’è nel milieu politico sufficiente consapevolezza di questi rischi? Oppure prevale il batticuore per la scelta definitiva che farà in Parlamento uno dei rappresentanti degli italiani all’estero? È chiaro che l’export resta la carta più importante che possiamo giocarci per uscire dalla crisi, per entrare nei mercati emergenti, quelli che promettono di crescere di più. Ma nell’agenda politica di questa priorità non v’è traccia. Nei giorni scorsi il ministro Giulio Tremonti ha definito «folkloristiche» le nostre strutture di promozione all’estero. È da maleducati chiedere ai partiti della maggioranza di sospendere per un momento la compravendita di deputati e/o senatori e decidere cosa vogliamo fare dell’Ice e delle sue sette sorelle? O aspettiamo che tutti, proprio tutti, i nostri concorrenti abbiano nel frattempo conquistato le loro brave quote di mercato in India, Cina, Brasile e Sudafrica?
Parliamo, infine, della domanda interna. La maggior parte delle piccole imprese, che non hanno massa critica e muscoli per andare all’estero, opera sul mercato nazionale e non intravede alcuna prospettiva di crescita. Qualche calcolo, pur approssimativo, ci porta a dire che avremo uno stock di circa 13 milioni di famiglie con un reddito disponibile attorno ai 1.500 euro o poco più. I riflessi in termini di politiche sociali sono più che evidenti, mentre per le aziende italiane il rischio è chiudere per mancanza di clienti o essere stroncate dalla concorrenza sleale che si nutre di contraffazione e illegalità . Anche questo tema, purtroppo, resta fuori dall’agenda della politica e così il sentimento di estraneità si fa più forte. La secessione, a questo punto, può anche cambiar sapore, diventare più aspra. Non ci vuole molto, si chiude in Italia e si riapre al di là del confine. Nel Canton Ticino, in Carinzia o in Slovenia.
Dario Di Vico
25 novembre 2010
lunedì 14 giugno 2010
Il lavoro da salvare


POMIGLIANO E LE DEROGHE AI CONTRATTI
Appena si prospetta un vero quesito il sistema italiano delle relazioni industriali imperniato su contratti nazionali e Statuto dei lavoratori appare per quello che è: irrimediabilmente datato. È fermo alla sua età dell’oro, costruito attorno a un’idea novecentesca della competizione economica. Non capisce come la globalizzazione abbia allargato il campo di gioco e spinga a delocalizzare. Non sa che le divisioni tra lavoro dipendente e autonomo hanno molto meno senso di prima. Impedisce alle piccole imprese di crescere per non incamerare nuovi vincoli. Fa finta, infine, di non vedere che in Italia operano centinaia e centinaia di lavoratori asiatici in condizioni di schiavitù.
Non bastassero questi palesi segni di senescenza le relazioni industriali centralizzate dimostrano di non essere attrezzate a far fronte alla nuova emergenza, la disoccupazione. Nei prossimi mesi conosceremo un po’ di ripresa, ma non avremo occupazione in più. Gli americani la chiamano jobless recovery, vuol dire che crescita e occupazione non sono più sinonimi. Hanno divorziato. I posti di lavoro persi non verranno recuperati e la ristrutturazione delle imprese, pur virtuosa, taglierà gli addetti.
A tutt’oggi nel dibattito politico-sindacale questa novità non è stata metabolizzata. Non vogliamo convincerci che è finito il tempo delle vacche grasse e che siamo chiamati a ridiscutere conquiste che davamo per acquisite sine die. Per evitare il tracollo bisognerà sperimentare soluzioni innovative. Magari estranee alla nostra tradizione, ma che intelligentemente «tradotte» possono salvaguardare la coesione sociale.
È questo il contesto nel quale va collocato il rebus di Pomigliano, la scelta che sta di fronte al sindacato di consentire una deroga ai «sacri principi». Se applicassimo il mero buon senso la questione sarebbe già risolta. Può permettersi il nostro Sud, quello che teme di diventare una delle periferie povere dell’Europa, di «rifiutare » un investimento di 700 milioni di euro e 5 mila posti di lavoro? Ovvio che no. Ma questa considerazione non è sufficiente a convincere la Fiom votata a difendere il mito del conflitto più che la massima occupazione. Però per questa via — e la preoccupazione attraversa la stessa Cgil—si finisce per scambiare i mezzi per i fini e non si tiene conto che impedire la delocalizzazione degli investimenti rafforzerebbe il sindacato agli occhi dei lavoratori. Toglierebbe, infatti, alle aziende qualsiasi alibi per comportamenti corsari e rimetterebbe al centro la qualità della manodopera e del prodotto made in Italy.
Chi difende i sacri confini della contrattazione nazionale come una trincea in cui combattere o morire, dimentica poi (incredibilmente) che la negoziazione a livello aziendale e settoriale non equivale alla morte del sindacato. Anzi. Se ne parla troppo poco ma sono stati raggiunti a livello decentrato molti accordi innovativi, numerose intese che guardano coraggiosamente al domani senza paura di «sporcarsi le mani», come si dice in gergo. E proprio in virtù di queste esperienze condivise il ministro Sacconi ha potuto annunciare a Santa Margherita Ligure che il nuovo Statuto dei lavori prevederà esplicitamente la possibilità di derogare alla legge 300 in presenza di un’intesa tra le parti. Una novità non da poco.
Dario Di Vico
13 giugno 2010
domenica 13 giugno 2010
Il lavoro da salvare


Appena si prospetta un vero quesito il sistema italiano delle relazioni industriali imperniato su contratti nazionali e Statuto dei lavoratori appare per quello che è: irrimediabilmente datato. È fermo alla sua età dell’oro, costruito attorno a un’idea novecentesca della competizione economica. Non capisce come la globalizzazione abbia allargato il campo di gioco e spinga a delocalizzare. Non sa che le divisioni tra lavoro dipendente e autonomo hanno molto meno senso di prima. Impedisce alle piccole imprese di crescere per non incamerare nuovi vincoli. Fa finta, infine, di non vedere che in Italia operano centinaia e centinaia di lavoratori asiatici in condizioni di schiavitù.
Non bastassero questi palesi segni di senescenza le relazioni industriali centralizzate dimostrano di non essere attrezzate a far fronte alla nuova emergenza, la disoccupazione. Nei prossimi mesi conosceremo un po’ di ripresa, ma non avremo occupazione in più. Gli americani la chiamano jobless recovery, vuol dire che crescita e occupazione non sono più sinonimi. Hanno divorziato. I posti di lavoro persi non verranno recuperati e la ristrutturazione delle imprese, pur virtuosa, taglierà gli addetti.
A tutt’oggi nel dibattito politico-sindacale questa novità non è stata metabolizzata. Non vogliamo convincerci che è finito il tempo delle vacche grasse e che siamo chiamati a ridiscutere conquiste che davamo per acquisite sine die. Per evitare il tracollo bisognerà sperimentare soluzioni innovative. Magari estranee alla nostra tradizione, ma che intelligentemente «tradotte» possono salvaguardare la coesione sociale.
È questo il contesto nel quale va collocato il rebus di Pomigliano, la scelta che sta di fronte al sindacato di consentire una deroga ai «sacri principi». Se applicassimo il mero buon senso la questione sarebbe già risolta. Può permettersi il nostro Sud, quello che teme di diventare una delle periferie povere dell’Europa, di «rifiutare » un investimento di 700 milioni di euro e 5 mila posti di lavoro? Ovvio che no. Ma questa considerazione non è sufficiente a convincere la Fiom votata a difendere il mito del conflitto più che la massima occupazione. Però per questa via — e la preoccupazione attraversa la stessa Cgil—si finisce per scambiare i mezzi per i fini e non si tiene conto che impedire la delocalizzazione degli investimenti rafforzerebbe il sindacato agli occhi dei lavoratori. Toglierebbe, infatti, alle aziende qualsiasi alibi per comportamenti corsari e rimetterebbe al centro la qualità della manodopera e del prodotto made in Italy.
Chi difende i sacri confini della contrattazione nazionale come una trincea in cui combattere o morire, dimentica poi (incredibilmente) che la negoziazione a livello aziendale e settoriale non equivale alla morte del sindacato. Anzi. Se ne parla troppo poco ma sono stati raggiunti a livello decentrato molti accordi innovativi, numerose intese che guardano coraggiosamente al domani senza paura di «sporcarsi le mani», come si dice in gergo. E proprio in virtù di queste esperienze condivise il ministro Sacconi ha potuto annunciare a Santa Margherita Ligure che il nuovo Statuto dei lavori prevederà esplicitamente la possibilità di derogare alla legge 300 in presenza di un’intesa tra le parti. Una novità non da poco.
Dario Di Vico
13 giugno 2010
lunedì 24 maggio 2010
Sprechi e furbizie

La crisi della politica nel nostro Paese si manifesta prevalentemente in due modi. Il primo, sul fronte delle relazioni interne, appare come una preoccupante incapacità di mettere in connessione i problemi e le soluzioni. Il bipolarismo, che in linea teorica avrebbe dovuto conferire maggiore autorità e fluidità alle scelte amministrative della maggioranza di turno, si è dimostrato solo un nuovo contenitore del sistema dei partiti. Non un salto di paradigma. Nel merito della concreta esperienza italiana non è riuscito (ancora) a innestare quella marcia in più di cui i governi hanno bisogno per programmare i cambiamenti strutturali e per giovarsi di una solida base di consenso nei passaggi chiave della loro azione.
In una sequenza che potremmo definire ottimale dovrebbe esserci all’inizio l’ascolto della società , poi la necessaria mediazione degli interessi e infine la capacità di decidere senza se e senza ma. Purtroppo questo itinerario da noi si ferma sempre più sovente nella stazione intermedia e il treno non arriva a destinazione. I dossier ministeriali nel frattempo si accumulano e la burocrazia impera. Con la riforma de facto dei meccanismi della legge finanziaria pensavamo di aver compiuto un significativo passo in avanti (penso ai tempi in cui Montecitorio veniva trasformato per settimane e settimane in un suk dell’emendamento), invece dobbiamo ammettere che ci eravamo, almeno in parte, illusi. Lo testimoniano le cronache di queste ore con il governo diviso al suo interno, sottoposto all’azione delle lobby pubbliche e private, desideroso di accontentare tutti e non scontentare nessuno e, in definitiva, incapace di dire la verità ai suoi elettori. I segnali del decadimento di un progetto politico ci sono tutti. I troppi ministri che possono parlare a ruota libera e affollare la scena perché chi doveva essere protagonista ha scelto di lasciare spazio ai comprimari.
La resistenza delle burocrazie di Stato e dei grand commis che, come raccontano Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, si sentono in guerra per la difesa dei loro privilegi e si rivelano come il vero «partito della spesa». La seconda cartina di tornasole della crisi della politica risiede nelle relazioni esterne, nel rapporto tra gli orientamenti di un governo e il giudizio dei mercati finanziari, decisivo - se non altro - per il successo del collocamento dei titoli di Stato. L’interdipendenza delle economie ha ridotto il potere assoluto dei governi nazionali e i leader devono essere coscienti che nel loro Consiglio dei ministri siede un convitato di pietra. È dura da accettare per la cultura politica del centrodestra italiano ma è così. È evidente poi che il Paese che vanta il terzo debito pubblico del mondo resta comunque un sorvegliato speciale, nonostante che persino l’Economist abbia riconosciuto all’Italia di aver riguadagnato qualche posizione e di aver perso l’assegnazione di quello che nel rugby si chiama «il cucchiaio di legno», la beffa per l’ultimo posto.
Dobbiamo però essere intellettualmente onesti e ammettere che la crisi dell’eurozona ci ha colto impreparati: la percentuale di spesa pubblica improduttiva è ancora troppo alta, le entrate dello Stato appaiono rigide per l’incapacità di ridurre l’area dell’evasione fiscale, la produttività del lavoro è bassa rispetto ai Paesi partner, non troviamo da anni la strada per crescere a ritmo sostenuto pur avendo avuto al potere coalizioni di segno opposto. Per tutti questi motivi è assai difficile che l’Italia possa uscire del tutto dal radar della speculazione, almeno nel breve periodo. Roma non può ignorarlo. Anche perché per molti provvedimenti la manovra di rientro garantisce nell’immediato il solo effetto annuncio, per la traduzione delle misure in maggior gettito sonante bisognerà comunque attendere che le novità siano implementate e vadano a regime. Ci aspettano quindi giornate ancora difficili e non possiamo concedere ai nostri avversari alcun vantaggio. Tanto meno di presentarci in ordine sparso. Ps. Ma che fine ha fatto la riforma Brunetta?
Dario Di Vico
24 maggio 2010


