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domenica 17 maggio 2009

Il mestiere più difficile


17/5/2009
GIUSEPPE BERTA


Le immagini di Gianni Rinaldini spintonato e tirato giù a forza dal palco dal quale avrebbe dovuto parlare hanno impresso una conclusione imprevista e drammatica alla manifestazione dei lavoratori Fiat, ieri a Torino.

Non c’è dubbio che si sia trattato di un gesto preparato e voluto, per dimostrare con la forza dell’esempio il carattere irriducibile di una lotta la cui posta in gioco è identificata con lo stabilimento di Pomigliano d’Arco. La protesta violenta orchestrata dai Cobas contro i vertici sindacali vuole imprimere una radicalizzazione alla tensione che nelle ultime settimane è salita dentro e attorno agli stabilimenti meridionali del Gruppo Fiat. Un clima che aveva già trovato testimonianza nella puntata di giovedì scorso di Annozero, rivelando come la mobilitazione in atto stesse assumendo contorni e tonalità ormai distanti dal discorso sindacale. A questo punto l’azione dei Cobas si rivolge allo stesso modo contro le tre sigle confederali senza distinzione. Se il segretario della Fim-Cisl non ha potuto nemmeno iniziare l’intervento, l’aggressione a Rinaldini ha assunto un’efficacia dimostrativa ancora maggiore: i sindacati ufficiali sono accusati di essere «venduti» semplicemente perché non avanzano l’unica, perentoria richiesta che i Cobas vogliono sentire, cioè la totale intangibilità di ogni impianto produttivo.

La lunga durata della crisi sta ispessendo un malessere che alimenta un’onda populistica, estranea nel suo linguaggio e nei suoi comportamenti alla mediazione sindacale. Di fronte al sommovimento in corso nel sistema mondiale dell’auto, prende corpo una reazione tendente a negare semplicemente ogni cambiamento per lasciare tutto così com’è. Si fa strada un atteggiamento di resistenza, il cui scopo è difendere la realtà esistente, come dicevano provocatoriamente alcuni degli slogan e degli striscioni del corteo torinese di ieri: se Marchionne è davvero un manager bravo, allora lo provi non toccando né una fabbrica né un posto di lavoro. E non è un caso che la protesta investa direttamente i tre sindacati, accusati di aver avallato l’opera fin qui condotta dall’amministratore delegato della Fiat. Potrebbe apparire persino una sorta di minaccia preventiva, quando ancora non è emersa nessuna misura e nessuna decisione nei confronti degli impianti considerati da sempre più a rischio, Pomigliano e Termini Imerese. Non serve che Marchionne ricordi, come ha fatto venerdì scorso, che è prematuro discutere della sorte degli stabilimenti quando non si può ancora sapere la configurazione effettiva del nuovo gruppo automobilistico al quale sta febbrilmente lavorando in queste settimane. La partita tedesca per l’acquisizione della Opel è tutt’altro che conclusa e anche i suoi tempi potranno non essere così rapidi. Ma appunto per questo forme dure di lotta come quelle sperimentate ieri dinanzi al Lingotto valgono proprio a mettere in chiaro la priorità assoluta della salvaguardia degli stabilimenti e dei posti di lavoro, a prescindere da ogni riassetto industriale.

Il denso grumo di timori e preoccupazioni su cui fanno leva i Cobas è alimentato da un’incertezza sullo sbocco della crisi che sembra aumentare invece di diminuire, man mano che i giorni passano. I mezzi d’informazione ricordano continuamente le risorse imponenti che alcune nazioni hanno posto in campo per la loro industria automobilistica. Molti pensano che l’Italia, che non dispone dei capitali pubblici della Germania e della Francia per sostenere le loro imprese, finirà col dover pagare costi sociali più elevati, con una perdita più grave di capacità produttiva e di occupazione. Certo, non ha giovato che gli Stati europei abbiano proceduto in ordine sparso davanti alla crisi, dando l’impressione che ogni comunità nazionale badasse anzitutto a se stessa. Spinta fino in fondo, questa logica porta inevitabilmente a far sì che ogni territorio voglia difendere con le unghie e coi denti le sue fabbriche. Ma così si dimentica che l’organizzazione industriale vive soltanto se opera continue metamorfosi. Stiamo smarrendo l’idea che le fabbriche siano luoghi in cui si opera una trasformazione incessante. Se così non fosse, non si capirebbe come mai Mirafiori abbia potuto compiere l’altroieri i suoi settant’anni.

Il sindacato ha dinanzi a sé un mestiere molto difficile: deve aiutare a far capire, in un frangente di crisi acuta, che le fabbriche possono vivere solo se si attrezzano per evolvere e cambiare, con gli indispensabili strumenti di sostegno che ciò esige. Altrimenti la loro sorte è segnata.

domenica 5 aprile 2009

La scommessa del quarto capitalismo


5/4/2009
GIUSEPPE BERTA

Quale posto deve occupare l’industria nell’assetto economico dei Paesi sviluppati? La crisi ha ricondotto i sistemi di produzione e il mondo delle imprese industriali al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, dopo che per anni la sfera della manifattura era sembrata destinata a perdere irreparabilmente di rilievo a paragone della crescita dell’economia dei servizi. Oggi ci si interroga sul destino che avranno i grandi complessi produttivi, a cominciare da quelli dell’automobile, cui nessuno dei governi occidentali pare disposto a rinunciare. L’universo della produzione viene riscoperto e valorizzato nel momento in cui si sottolinea la sua funzione di pilastro dell’organizzazione economica. Ma ciò avviene proprio quando la crisi sfida la continuità delle strutture industriali, mettendo alla prova la loro capacità di sopravvivenza.

Le incertezze del presente mostrano come sia stata contraddittoria la percezione della realtà dell’industria in questo primo scorcio del Ventunesimo secolo. Pensiamo al caso del nostro Paese: qualche anno fa, si è discusso a lungo della «scomparsa dell’Italia industriale» (per dirla con le parole di Luciano Gallino), scorgendo in questa tendenza il sintomo di un processo di declino economico ormai inarrestabile. Nel nostro apparato produttivo sono stati così riscontrati i difetti peggiori: mentre le grandi imprese storiche decadevano, la scarsa capacità dinamica della nostra economia industriale veniva spesso imputata alla proliferazione e alla disseminazione delle imprese minori. Insomma, era come se l’Italia possedesse, allo stesso tempo, troppa manifattura ereditata dal passato e poca industria concentrata e moderna. Aveva ancora troppi «colletti blu» e pochi lavoratori ad alta specializzazione. Da queste considerazioni nasceva da più parti l’invito ad accelerare una trasformazione che superasse questo stato di cose obsoleto per completare anche in Italia il passaggio a una più progredita economia dei servizi. Con la crisi la prospettiva è sicuramente mutata. Sia perché si è verificata una riscoperta, benché sovente un po’ di maniera, dell’economia reale e delle radici produttive, sia perché l’immagine dell’Italia industriale è stata rivalutata. Al punto da legittimare l’esortazione a riscoprire il nostro «orgoglio industriale», come scrive oggi Antonio Calabrò, sperimentato giornalista alla guida delle relazioni istituzionali della Pirelli (Orgoglio industriale. La scommessa italiana contro la crisi globale, Mondadori, pp. 184, € 17,00). Il saggio di Calabrò costituisce una sorta di atlante dell’attuale Italia produttiva, di cui elenca puntigliosamente meriti, attitudini e benemerenze. È un sistema economico che trova il suo fulcro nelle regioni settentrionali, dove si è disegnata, nel corso dell’ultimo decennio, una nuova, consistente mappa di attività imprenditoriali che hanno cambiato il volto dell’organizzazione d’impresa. Anche Calabrò, che naturalmente non dimentica il ruolo delle grandi imprese, si sofferma estesamente sul profilo del «quarto capitalismo» delle imprese di medie dimensioni, agili e internazionalizzate, dove si è incardinato un bacino di vivacissima imprenditorialità. È su questa realtà solida, sedimentata nel tempo, che secondo Calabrò occorre continuare a investire, con l’occhio già rivolto al domani, quando la crisi sarà superata e il cammino dello sviluppo potrà essere ripreso.

C’è ancora l’industria, quindi, nel futuro dell’Italia. Un’industria che però non può assorbire i volumi di occupazione del passato né configurare attorno a sé un modello di società. Essa resta soprattutto come un nucleo d’iniziativa economica di cui non si può fare a meno, né dal punto di vista economico né da quello civile. Un Paese come il nostro ha bisogno della risorsa rappresentata dall’industria perché essa garantisce apertura internazionale, capacità d’innovazione, sollecitazioni al confronto e alla concorrenza. Senza una forte presenza industriale, l’Italia rischierebbe di essere soffocata da quella massa mucillaginosa di attività e di comportamenti collusivi che, come ha denunciato il Censis un paio d’anni, fa potrebbero bloccarne lo sviluppo.


martedì 10 marzo 2009

Noi e loro


10/3/2009
GIUSEPPE BERTA

Ciò che ieri Umberto Bossi ha detto a Gad Lerner, sostenendo che nell’assegnazione di posti di lavoro e di abitazioni la preferenza deve essere accordata agli italiani, segna indubitabilmente un passaggio nella percezione della crisi e delle sue ricadute sociali. Per la prima volta un rappresentante di governo sancisce che sono i tempi difficili a imporre di discriminare fra i cittadini italiani e gli «altri». Bossi, naturalmente, interpreta una reazione immediata, più ancora che un diffuso senso comune, di fronte alla crisi: quando la recessione incomincia a mordere davvero, il primo istinto è quello di fare quadrato, impedendo che la propria posizione sociale ed economica sia messa a rischio da forze esterne.

Anche quando esse risultino in realtà ben radicate ormai dentro i confini della nostra società. In fondo, Bossi ha dato voce a un sentimento che si va allargando a macchia d’olio nell’Europa di oggi: quello di reintrodurre la distinzione fra «noi» e «loro» che la globalizzazione, con la radicalità della sua espansione, era parsa mettere in discussione. È il sentimento espresso dai lavoratori inglesi che hanno protestato contro gli operai italiani delle raffinerie, accusati di accettare condizioni economiche inferiori alle loro e dunque di minare la stabilità delle loro occupazioni. Probabilmente, Bossi e la Lega Nord si sono accorti, come già è avvenuto altre volte in passato, che serpeggia un’avversione nei confronti delle figure ravvisate come la personificazione dei pericoli della globalizzazione e pensano di doverla rappresentare, in parte per giustificarla e ricavarne consenso politico e in parte perché intuiscono che questi atteggiamenti non possono essere semplicemente censurati od oscurati.

Chi se la prende oggi con gli immigrati e li accusa di sottrarre lavoro a sé e ai propri concittadini non dispone ovviamente di una comprensione effettiva del mercato del lavoro. Bastava osservare i cantieri edili degli ultimi anni per accorgersi della presenza prevalente di una popolazione di lavoro che si era sostituita agli operai locali perché da tempo costoro si erano ritirati da quelle attività. Ma chi è pronto a unirsi alla protesta verso la presenza eccessiva dei lavoratori stranieri lo fa sull’onda di un timore che non nasce da una valutazione razionale. Lo fa perché vuole sentirsi confortato da altre voci, magari più forti e autorevoli della sua, decise ad affermare che è il lavoro italiano a dover essere difeso in primo luogo, così come la produzione va riportata per quanto si può dentro il territorio nazionale.

Il sistema globale non ha mai goduto di cattiva fama come adesso. Quanti anni sono passati dalla rivolta del movimento no global di Seattle e di Genova? All’inizio del nostro secolo era la sinistra estrema a mobilitarsi contro un mondo senza frontiere. Oggi agli occhi di molti la globalizzazione appare come una tendenza irrazionale e distruttiva. Un’organizzazione inutilmente complessa che si ritorce contro i soggetti stessi che l’hanno realizzata. Non pochi devono aver pensato che un po’ di ragione i lavoratori inglesi devono avercela, ammesso che sia vero che gli italiani si accontentano di guadagnare meno di loro. E di sicuro è ancora maggiore il numero di quanti ritengono che faccia bene Sarkozy a concedere gli aiuti all’industria francese, a patto di lasciare le fabbriche dove sono e come sono. Di questi succhi si nutre un atteggiamento che vede nel cosmopolitismo promosso dall’internazionalizzazione dell’economia una costruzione artificiale e dannosa.

Finora abbiamo guardato soltanto alle conseguenze economiche della crisi. Ci siamo soffermati sulla caduta dei mercati, delle Borse e della produzione. Man mano che il cammino di questa durissima recessione avanza, tuttavia, dovremo incominciare a preoccuparci dei suoi aspetti politici. È impossibile ritenere che lo stato d’inquietudine e di disagio sempre più acuto non assuma forme politiche. Che non si sviluppino manifestazioni e tendenze inclini a far leva sul malessere per indicare soluzioni radicali e sommarie della crisi.

La sinistra europea di governo, che si è identificata nell’ultimo decennio con la modernizzazione derivante dalla crescente espansione internazionale dell’economia, ha perso contatto con quell’universo popolare che si sente penalizzato da una «società aperta» in cui soltanto i soggetti più forti si muovono a loro agio. È naturale perciò che questi strati sociali si rivelino sensibili a chi promette di ripristinare un ordine naturale delle cose, turbato dagli sconvolgimenti recenti. Per questo, è urgente dialogare con coloro che manifestano le loro paure davanti alla crisi. Per mostrare loro come all’origine della crisi stia un assetto mondiale non più imperniato sull’Occidente, di fronte a cui è illusorio cercare riparo in una cittadella fortificata.