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mercoledì 28 dicembre 2011

Evasione, la grande fuga dei capitali 11 miliardi all'estero illegalmente




di CARLO BONINI

VIA DALL'ITALIA. In qualsiasi modo. In questo anno che si sta chiudendo, la Grande Fuga dei capitali all'estero - e parliamo soltanto di quella accertata dalla Guardia di Finanza - ha raggiunto gli 11 miliardi di euro, più o meno un quarto dell'intera base imponibile evasa individuata dai controlli (46 miliardi). Di questi 11 miliardi, il 26 per cento è stato sottratto al Fisco attraverso società con sede legale all'estero e attività produttive stabili ma occulte nel nostro Paese. Il 18 per cento con l'antico strumento elusivo della cosiddetta "estero-vestizione" di società e persone fisiche, lo specchietto per le allodole necessario a fissare fraudolentemente oltre confine la residenza fiscale di chi le tasse dovrebbe pagarle in Italia. Il 17 per cento, con quel gioco di vasi comunicanti detto "transfer pricing", la cessione di quote di reddito tra consociate con la cessione di beni o prestazione di servizi, per concentrare gli utili soggetti a tassazione sulla società del gruppo che gode di un regime fiscale estero di favore. Il 39 per cento, con "altre manovre evasive".
Ma c'è di più. Dal pozzo nero della nostra memoria degli anni '70 e '80 riaffiorano gli spalloni. Riempire una ventiquattr'ore destinata oltre frontiera con banconote da 500 euro (riescono a starcene fino a 12 mila pezzi, per un valore di 6 milioni di euro) è tornata ad essere un'opzione ricorrente. E, per quanto empirici, i dati dei sequestri di valuta negli ultimi tre mesi ai valichi normalmente utilizzati dagli spalloni (Ponte Chiasso e gli aeroporti di Malpensa e Fiumicino) crescono fino al 50 per cento rispetto alla vigilia dell'estate. Con picchi significativi tra ottobre e novembre scorsi, le ultime settimane dell'avventura berlusconiana, quando il Paese si è trovato dinanzi all'abisso del default (in questo periodo, soltanto al confine svizzero, sono stati sequestrati 2 milioni e 600 mila euro, mentre a Malpensa, si sono toccati i 3 milioni). La nuova stagione del governo Monti e la stretta fiscale sono evidentemente percepite come una minaccia. "E' ben possibile - chiosa il generale Bruno Buratti, comandante del III reparto Operazioni della Guardia di Finanza - che l'esportazione illegale di valuta riprenda a crescere con dati statisticamente significativi".

L'investigatore la dice come fosse un eccentrico paradosso. "Ricorda l'Hawala? Dopo l'11 Settembre, il mondo scoprì che Al Qaeda e il network del radicalismo islamico raccoglievano e trasferivano contante tra i quattro angoli del pianeta con una rete informale di mediatori che non lasciava traccia né elettronica, né cartacea. I mediatori erano legati tra loro da un sistema di compensazioni che rendeva superfluo il movimento del contante. E dunque quegli stessi mediatori, proprio in ragione delle compensazioni, potevano rendere disponibile ai loro clienti qualsiasi cifra a destinazione senza che un solo euro o dollaro si fosse mosso. Bene, oggi funziona così in Italia per molti esportatori illegali di valuta. L'Hawala è diventato un italianissimo strumento di "spallonaggio". Il denaro non è più di Mohammed o di Kalil. Ma del dottor Mario, del signor Luigi". Semplice a dirsi. E, a quanto pare, anche a farsi. Perché per chi vuole far sparire denaro oltre confine o farne rientrare quando serve, è sufficiente appoggiarsi a organizzazioni in cui il mediatore italiano A (avvocato d'affari o commercialista che sia), chiede al suo reciproco professionista svizzero B di depositare presso un conto elvetico un cifra X per conto del suo cliente italiano signor Rossi. La somma depositata in Svizzera uscirà dalle disponibilità del mediatore B e dunque si muoverà solo all'interno dei confini di quel Paese, regolarmente. Ma quella somma, in realtà, da quel momento sarà nella esclusiva disponibilità del signor Rossi, cittadino italiano, che l'avrà consegnata in contanti e per equivalente, in Italia, ad A, il suo mediatore. A e B, a quel punto, regoleranno "in compensazione" quella somma. Come fossero due banche. Le "commissioni" per questo "spallonaggio" silenzioso, che
non sposta fisicamente denaro ma lo materializza a destinazione, frequente per chi muove in nero fino a 1, 2 milioni di euro, oscillano tra il 2 e il 5% e sono pagate "alla fonte". Più convenienti di un vecchio "scudo" alla Tremonti. E con un solo nemico: le indagini di polizia giudiziaria. Quelle fatte di intercettazioni, pedinamenti, fonti confidenziali. 

Come un pesce pilota con lo squalo, l'esportazione illegale di valuta e in genere l'accumulazione nera di capitali in contanti destinati allo "spallonaggio" oltre frontiera offrono una traccia che le indagini e i sequestri della Guardia di Finanza hanno dimostrato in questi anni essere inequivocabile:
le banconote da 500 euro. Un taglio sproporzionato e pressoché invisibile nella routine delle transazioni quotidiane per contanti. Con una significativa concentrazione nella sua circolazione. Proprio sulla base delle segnalazioni del circuito bancario alla Finanza, si scopre infatti che oggi, all'interno dei nostri confini, i quattro quinti delle banconote da 500 si concentrano in tre aree: i comuni a ridosso del confine italo-svizzero, la provincia di Forlì (la porta di accesso alla Repubblica di San Marino, al segreto delle sue banche e delle sue finanziarie), il tri-Veneto. Guarda caso le tre "rampe" di fuga dei nostri capitali verso l'estero, così come del loro rientro clandestino. In un Paese che per legge ha abbassato da 2.500 a mille euro la soglia massima delle transazioni per contanti, il pezzo da 500 dovrebbe avere vita impossibile. E lo stesso dovrebbe dirsi dell'intera area dell'Unione, dove per altro il ricorso alla moneta elettronica e dunque la tracciabilità dei pagamenti presenta percentuali decisamente superiori alla media italiana (nel nostro Paese, quello con una delle più alte concentrazioni di bancomat in Europa, il contante resta il principale mezzo di pagamento). Al contrario, come documentano i dati della Banca d'Italia, il numero di banconote da 500 circolanti all'interno dell'Unione Europea, è passato dai 167 milioni di pezzi del 2002, ai 600 milioni di pezzi del novembre di quest'anno. Con un significativo incremento dell'incidenza percentuale del valore complessivo delle banconote da 500 sull'intera massa liquida in euro in circolazione. Dal 23,27%, al 34,57%. Un punto percentuale in più dei pezzi da 50, la banconota con maggiore circolazione. 

In fondo, per capire come siamo ridotti, basterebbero due parole. "Tango" e "Cash". Sono i nomi dei due giovani "Labrador" dell'unità cinofila della Finanza all'aeroporto di Malpensa. I due cani non annusano né cocaina, né hashish, né eroina. Sono addestrati per impazzire se all'olfatto avvertono l'odore di inchiostro e filigrane delle banconote. Euro, dollari, franchi svizzeri, nascosti in valige, cinture, scarpe, container, biancheria intima. L'Italia è uno dei cinque Paesi in tutto il mondo (con noi, l'Inghilterra, dove i cani anti-banconote sono stati testati la prima volta, Sud Africa, Israele, Stati Uniti) ad aver deciso che sono ormai una necessità e, dall'autunno scorso, altri otto "Labrador" hanno raggiunto i valichi di Chiasso (Svizzera), degli aeroporti di Torino, Venezia, Roma e Napoli. Perché - dicono - "funzionano". E perché gli spalloni hanno ripreso a viaggiare. Soltanto tra giugno e novembre scorsi, nell'intero Paese, sono stati sequestrati 27 milioni e 300 mila euro di valuta, con picchi tra settembre e novembre scorsi, quando il cielo dell'Italia si è fatto nero e il "nero" d'Italia ha ripreso l'antica strada dei conti in Svizzera, Lussemburgo, Liechtenstein. L'ultimo "acchiappo" di "Tango" e "Cash" è stato del 12 novembre scorso. A Malpensa. Due milioni di euro. Negli stessi giorni, "Zeb", il nuovo "cucciolo" di Ponte Chiasso, ha annusato nel reggiseno e nelle scarpe di una distinta signora 65 mila euro.


(28 dicembre 2011)

domenica 20 novembre 2011

"Così diedi 200mila euro al cassiere dei centristi"

GIUSEPPE NARO-TESORIERE UDC

di CARLO BONINI

Racconta a verbale Tommaso Di Lernia, proprietario della "Print Sistem", l'uomo dei fondi neri del Sistema Enav-Finmeccanica, amabilmente chiamato "er cowboy", che con Guido Pugliesi, amministratore delegato di Enav, e l'Udc di Pierferdinando Casini e Giuseppe Naro le cose siano andate così. Così come lui ne riferisce una prima volta il 25 maggio di quest'anno, rispondendo alle domande del pm Paolo Ielo. In un interrogatorio - chiosa il gip nella sua ordinanza - che diventa la "delazione" cruciale di "un protagonista".

La corruzione in Enav. Il denaro all'Udc
Dice dunque Di Lernia: "Sono entrato in Enav, tra il 2004 e il 2005, grazie all'intervento del generale Bruno Nieddu (all'epoca presidente ndr) e del colonnello Tavano che mi aveva presentato Lorenzo Cola. Ebbi dei lavori su Milano e quindi conobbi in Enav Raffaello Rizzo, il quale mi manifestò la disponibilità a stabilire un rapporto diretto con me. Rizzo agiva in concerto con Guido Pugliesi, con cui concordava l'assegnazione dei lavori. Si trattava di lavori eseguiti per conto di "Selex" ma su lettera di segnalazione dell'Enav. Per la "preferenza" che mi aveva manifestato, erogai a Rizzo 50 mila euro, utilizzando fondi extracontabili. Pugliesi aveva sempre rifiutato le mie offerte di denaro. Tuttavia, nell'ultimo periodo, mi sollecitò un'offerta di denaro presso l'ufficio dell'onorevole Casini. Accettai la richiesta, prelevando 200 mila euro da un conto che avevo a san Marino, dove mi recai accompagnato dalla mia segretaria Marta Fincato. Consegnai la somma negli uffici dell'Udc in piazza di Spagna, dove riuscii ad entrare solo dopo che Pugliesi, che si trovava già lì, scese e mi accompagnò, dal momento che il portiere dello stabile mi aveva impedito l'ingresso. Diedi il denaro a una persona che mi venne presentata come tesoriere dell'Udc, forse un parlamentare, e a cui Pugliesi disse che ero uno che lavorava con Selex"".

"Riconosco la foto. E' Naro"
E' dunque Pugliesi a sollecitare la tangente. E - scrive il gip - ne ha motivo. "Pugliesi deve rispondere a quei rapporti politici da cui deriva la permanenza della propria nomina in Enav. La sua è una forma di "ringraziamento"". Per questo, "dirige Enav come una ditta individuale, senza condividere con alcuno le fonti di finanziamento legate ai lavori. Deve mantenere il monopolio dei finanziamenti che derivano dal Sistema". Un Sistema che "assicura assunzioni e conferimenti di vantaggiosi incarichi a uomini politici, nonché la titolarità di quote da parte di politici o loro parenti in società che debbono la loro esistenza alle commesse assicurate da Enav".

Il 13 luglio, Di Lernia torna a rispondere al pm Ielo. Mette a fuoco i suoi ricordi. "La consegna avvenne prima delle elezioni regionali del marzo 2010, che erano poi il motivo per il quale Pugliesi mi aveva sollecitato la somma". A Di Lernia viene quindi mostrata una foto. E - annota il gip - è a questo punto che "riconosce in Giuseppe Naro, nato a Militello Rosmarino il 6 febbraio del 1948, deputato dell'Udc e tesoriere del partito, la persona alla quale aveva consegnato il denaro e che non lo aveva fatto accedere nel suo studio personale, poiché in quel momento era in corso una "bonifica"".

Le conferme di Cola e della segretaria
"Di Lernia è un bugiardo", va ripetendo da tempo Pugliesi. "E' inattendibile", ha ribadito ieri il suo avvocato Francesco Scacchi. Verosimilmente mosso da "spirito di vendetta", perché, osserva ancora il legale, "su precisa indicazione di Pugliesi, Enav ha estromesso la Print Sistem dall'albo fornitori, ha interrotto i pagamenti e risolto tutti i rapporti contrattuali esistenti". E tuttavia, né il gip, né il pm, danno alcun credito a questa difesa. Vediamo perché.

Interrogato l'8 settembre scorso, Cola racconta: "Seppi da Di Lernia che aveva consegnato 250 mila euro all'Udc in via due Macelli (strada limitrofa a piazza di Spagna ndr.), alla presenza di Pugliesi. Per altro, qualche tempo dopo, a casa mia, alla presenza sia di Di Lernia che Pugliesi, chiesi a entrambi se fosse andata a buon fine l'operazione con l'Udc e Pugliesi mi diede una risposta positiva, cogliendo anzi l'occasione per ringraziare Di Lernia alla mia presenza". Anche Marta Fincato, la segretaria del "cowboy", ricorda. Interrogata, ricorda i viaggi a san Marino con Di Lernia. Ricorda, soprattutto, di averlo accompagnato in piazza di Spagna. "Rimasi ad aspettarlo in auto. Non sapevo dove era andato. Ma aveva con sé una valigetta, che normalmente usava per il trasporto di documenti e di denaro".

Il conto "Ciclamino". Le celle telefoniche
C'è di più. Le indagini di polizia giudiziaria accertano che il 29 gennaio del 2010, a san Marino, Di Lernia effettua un prelievo di 206 mila euro dal conto corrente "Ciclamino" presso la "Banca Commerciale Sammarinese". Che la mattina del 2 febbraio 2010, la cella telefonica di piazza di Spagna aggancia sia il cellulare di Di Lernia che quello della sua segretaria. Che proprio quella mattina, i tabulati del cellulare di Di Lernia "registrano una chiamata di 9 secondi" proprio con Pugliesi.

L'agendina di Pugliesi
La consegna del denaro, dunque, avviene il 2 febbraio dello scorso anno. E, per giunta, la conferma arriva dall'agenda personale sequestrata a Pugliesi. In quell'agenda, l'ad di Enav annota proprio per la mattina di quel giorno, alle 9.30, un appuntamento con Naro, il tesoriere dell'Udc. Che, per altro, e sempre a stare all'agenda, aveva già incontrato il 19 gennaio. "Insieme a Di Lernia e a un altro soggetto - annota il gip - come si può agevolmente dedurre dal nominativo Naro collegato con due barre. Una legata al nome Di Lernia, l'altra a un nominativo che sembra indicare la società Optimatica (società vicina all'ex ministro Matteoli ndr.)".

Naro: "Di Lernia i soldi me li promise soltanto"
Il 31 ottobre scorso, Ielo interroga Naro. E la sua difesa, chiosa il gip "è generica". Il tesoriere dell'Udc "esclude di aver ricevuto il denaro da Di Lernia, ma ammette di averlo incontrato nel suo ufficio con Pugliesi, con cui aveva un appuntamento per imprecisate ragioni. Per altro, Naro ammette anche la promessa di elargizione che durante quell'incontro gli avrebbe fatto Di Lernia in vista della futura competizione elettorale, ma nega che ciò sia poi avvenuto". "Si tratta - conclude il gip - di una mera allegazione difensiva. Sconfessata dalle fonti di prova".

(20 novembre 2011)

lunedì 31 ottobre 2011

Acqua sul fuoco da servizi e investigatori "Nessuna ripresa della propaganda armata"



di CARLO BONINI

Davvero il Paese è alla vigilia di una nuova stagione della lotta armata? Girate agli apparati della nostra sicurezza nazionale, le parole del ministro del Welfare raccolgono imbarazzati distinguo e qualche significativa informazione che aiuta, forse, a valutarne la sostanza. A cominciare dall'Aisi, la nostra intelligence domestica, dove una fonte di primo livello non usa perifrasi. "Se la domanda è: esistono informazioni specifiche su singoli o sigle che segnalano la ripresa della propaganda armata, allora, la risposta è un rotondo "no". Queste informazioni non esistono. O, quantomeno, l'Aisi non ne ha trasmesse all'autorità politica. Se invece la domanda è se esistono, in questo momento, condizioni sociali e di piazza capaci di creare un terreno fertile alla propaganda armata, allora la risposta è "sì". Ma in questo caso siamo non solo nel campo del buon senso, ma direi pure dell'ovvio. E' la differenza che passa tra una notizia di intelligence, che al momento non c'è, e un'analisi della fase politica del Paese, che come tale ognuno è libero di valutare".

La musica non cambia se si bussa a porte diverse. Il lavoro più recente del Ros dei Carabinieri, come quello dell'Ucigos (la Polizia di prevenzione), documentano certamente "un incremento significativo" dell'aggressività dell'area cosiddetta anarco-insurrezionalista, ma nulla che accrediti la possibilità, in tempi brevi, che questa possa diventare bacino di facile reclutamento di organizzazioni clandestine armate. "Quando si parla di precursori della lotta armata - ragiona un alto ufficiale dell'Arma - si fa indubbiamente riferimento a condizioni che oggi possono anche essere rintracciate nel quadro difficilissimo che sta attraversando il Paese. Ma quando dall'analisi si scende nella concretezza di ció che puó accadere di qui ai prossimi mesi, gli indicatori, sotto il profilo della prevenzione e dell'indagine sono altri. Faccio qualche esempio: la produzione ideologica, la scoperta di rapine di autofinanziamento, la rivendicazione di atti di violenza politica non di piazza, ma che alla piazza devono parlare. Ecco, questo quadro oggi è

assente. E questo fa prevedere con ragionevole certezza che non siamo in una situazione in cui un'area di disagio sociale è pronta a passare armi e bagagli alla clandestinità armata. Quantomeno in tempi brevi".

La cronaca giudiziaria testimonia che l'ultimo capitolo della lotta armata data il 2009. Quando le indagini della Digos e della Procura di Roma smantellarono "
Per il Comunismo - Brigate Rosse", struttura numericamente modesta e anagraficamente avanti con gli anni (gli arrestati furono Luigi Fallico, Bruno Bellomonte, Gianfranco Zoja, Riccardo Porcile, Bernardino Vincenzi, Manolo Morlacchi, Costantino Virgilio), che aveva deciso di rivendicare a sé l'eredità brigatista, firmando, il 20 settembre 2006, un attentato a colpi di mortaio artigianale alla caserma "Vannucchi" di Livorno, la casa dei paracadutisti della Folgore. A quella sigla e ai suoi militanti (Zoja e Porcile sono accusati di essere gli autori materiali dell'attentato di Livorno) si sta celebrando a Roma il processo di primo grado. Ma già in quell'esperienza "terminale" della follia armata - come le indagini prima e il dibattimento poi hanno documentato - era scritto l'isolamento politico degli epigoni brigatisti. Nelle risoluzioni strategiche di "Per il Comunismo - Brigate Rosse" si vagheggiava di una "avanguardia armata" di soli "generali", che prescinde "dall'organizzazione delle masse sul terreno". "Una condizione - chiosa una fonte qualificata della Polizia di prevenzione (che per altro continua a condurre indagini su ció che potrebbe ancora essere rimasto in piedi di "Per il comunismo - Brigate Rosse" - che in qualche modo non ci risulta si sia modificata". E che dunque vedrebbe ancora oggi gli ultimi teorici della lotta armata sostanzialmente privi di esercito.

(31 ottobre 2011)

lunedì 17 ottobre 2011

Il black bloc svela i piani di guerra "Ci siamo addestrati in Grecia"


di CARLO BONINI e GIULIANO FOSCHINI

ROMA - E' un "nero". F. è pugliese, ha 30 anni all'anagrafe, una laurea, un lavoro precario e tutta la rabbia del mondo in corpo. Sabato le sue mani hanno devastato Roma.

E lui, ora, ne sorride compiaciuto. "Poteva esserci il morto in piazza? Perché, quanti morti fa ogni giorno questo Sistema? Chi sono gli assassini delle operaie di Barletta?".

Non i poliziotti o i carabinieri a 1.300 euro al mese su cui vi siete avventati, magari. Non quelli che pagano a rate le macchine che avete bruciato. Non il Movimento in cui vi siete nascosti.
"Noi non ci siamo nascosti. Il Movimento finge di non conoscerci. Ma sa benissimo chi siamo. E sapeva quello che intendevamo fare. Come lo sapevano gli sbirri. Lo abbiamo annunciato pubblicamente cosa sarebbe stato il nostro 15 ottobre. Ora i "capetti" del Movimento fanno le anime belle. Ma è una favola. Mettiamola così: forse ora saranno costretti finalmente a dire da che parte stanno. Ripeto: tutti sapevano cosa volevamo fare. E sapevano che lo sappiamo fare. Perché ci prepariamo da un anno".

Vi preparate?
F. sorride di nuovo. "Abbiamo fatto il "master" in Grecia".

Quale "master"?
"Per un anno, una volta al mese, siamo partiti in traghetto da Brindisi con biglietti di posto ponte, perché non si sa mai che a qualcuno viene voglia di controllare. E i compagni ateniesi ci hanno fatto capire che la guerriglia urbana è un'arte in cui vince l'organizzazione. Un anno fa, avevamo solo una gran voglia di sfasciare tutto. Ora sappiamo come sfasciare. A Roma, abbiamo vinto perché avevamo un piano, un'organizzazione".

Quale organizzazione avevate?
"Eravamo divisi in due "falangi". I primi 500 si sono armati a inizio manifestazione e avevano il compito di devastare via Cavour. Altri 300 li proteggevano alle spalle, per evitare che il corteo potesse isolarli. L'ordine che avevano i 300 era di non tirare fuori né caschi, né maschere antigas, né biglie, né molotov, né mazzette fino a quando il corteo non avesse girato largo Corrado Ricci. Non volevamo scoprire con gli sbirri i nostri veri numeri. E volevamo convincerli che ci saremmo accontentati di sfasciare via Cavour. Ci sono cascati. Hanno fatto quello che prevedevamo. Ci hanno lasciato sfilare in via Labicana e quando ci hanno attaccato lì, anche la seconda falange dei 300 ha cominciato a combattere. E così hanno scoperto quanti eravamo davvero. A quel punto, avevamo vinto la battaglia. Anche se loro, gli sbirri, per capirlo hanno dovuto aspettare di arrivare in piazza San Giovanni, dove abbiamo giocato l'ultima sorpresa".

Quale?
"La sera di venerdì avevamo lasciato un Ducato bianco all'altezza degli archi che portano in via Sannio. Dentro quel Ducato avevamo armi per vincere non una battaglia, ma la guerra. Il resto delle mazze e dei sassi lo abbiamo recuperato nel cantiere della metropolitana in via Emanuele Filiberto".

Sarebbe andata diversamente se avessero caricato subito il corteo in largo Corrado Ricci e vi avessero isolati.
"Non lo hanno fatto perché, come ci hanno insegnato a fare i compagni greci, sono stati confusi dal modo in cui funzionano le nostre "falangi"".

Come funzionano?
"Siamo divisi in batterie da 12, 15. E ogni batteria è divisa in tre gruppi di specialisti. C'è chi arma, recuperando in strada sassi, bastoni, spranghe, fioriere. C'è chi lancia o usa le armi che quel gruppo ha recuperato. E infine ci sono gli specialisti delle bombe carta. Organizzati in questo modo, siamo in grado di assicurare un volume di fuoco continuo. E soprattutto siamo molto snelli. Ci muoviamo con grande rapidità e sembriamo meno di quanti in realtà siamo".

È la stessa organizzazione con cui funzionano i reparti celere.
"Esatto. Peccato che se lo siano dimenticato. Dal G8 di Genova in poi si muovono sempre più lentamente. Quei loro blindati sono bersagli straordinari. Soprattutto quando devono arretrare dopo una carica di alleggerimento. Prenderli ai fianchi è uno scherzo. Squarci due ruote, infili un fumogeno o una bomba carta vicino al serbatoio ed è fatta".

Parli come un militare.
"Parlo come uno che è in guerra".

Ma di quale guerra parli?
"Non l'ho dichiarata io. L'hanno dichiarata loro".

Loro chi?
"Non discuto di politica con due giornalisti".

E con chi ne discuti, ammesso che tu faccia politica?
"Ne discuto volentieri con i compagni della Val di Susa".

Sei stato in val di Susa?
"Ero lì a luglio".

A fare la guerra.
"Si. E vi do una notizia. Non è finita".

(17 ottobre 2011)

mercoledì 21 settembre 2011

"Un arrogante autocrate mandato da Alfano" Il ruolo di Laudati nell'inchiesta sulle escort



di CARLO BONINI e GIULIANO FOSCHINI

Come una peste bubbonica, l'inchiesta sulle escort sfigura chi l'ha maneggiata e ha pensato di poterne "governare" l'approdo e il metodo. E in un terrificante redde rationem tra magistrati e apparati ne annichilisce il suo protagonista: il procuratore di Bari, Antonio Laudati. Accusato da un suo ex pm di essere un "arrogante autocrate" attento al Palazzo, arrivato da Roma con la benedizione del ministro della Giustizia Alfano per disinnescare il potenziale di un'inchiesta che, nell'estate del 2009 minaccia la sopravvivenza politica del Premier e per questo deve essere "raffreddata" e pilotata in lidi meno esposti alla luce dei media.

Un "autocrate" che per "raggiungere il risultato" pretende il completo controllo delle attività di polizia giudiziaria e inquirenti. Che mette in riga, con le buone o le cattive, fino a "costringerlo all'abbandono", un sostituto procuratore "di sinistra" (Giuseppe Scelsi) di cui non ha né fiducia, né stima professionale, ma che di quell'inchiesta sulle escort è padrone "fuori controllo" insieme ad un altro cane sciolto, il colonnello della Finanza Salvatore Paglino, refrattario a informare la sua gerarchia dell'abisso che hanno spalancato le sue intercettazioni telefoniche e con una debolezza privata (le donne) che diventerà la sua tomba (Laudati lo farà arrestare per stalking su una delle escort del Presidente). Le cose stanno davvero così? Nei verbali depositati ieri dalla Procura di Napoli, alcuni dei protagonisti di questa inchiesta propongono un primo canovaccio di quanto accaduto. Che ha tre momenti chiave.

"Ti ho salvato con Alfano". Giugno del 2009. La D'Addario ha fatto saltare il banco con la sua intervista al Corriere della Sera. Laudati, nominato pochi mesi prima Procuratore di Bari con un voto unanime del Csm non si è ancora insediato. Raggiunge telefonicamente Scelsi. Che ricorda: "Mi disse che a Roma si era sparsa la voce che la fuga di notizie sul Corriere era addebitabile al sottoscritto. Gli risposi che non avrei avuto alcun interesse a danneggiare l'indagine. Che, personalmente, avevo ricevuto richieste di informazioni dall'onorevole
Alberto Maritati (ex magistrato di Lecce) vicino all'ambiente di D'Alema e che avevo categoricamente rifiutato". Alla fine di quel mese i due si incontrano alla festa della Guardia di Finanza a Bari, dove Laudati mette intorno a uno stesso tavolo Scelsi, il colonnello Paglino, e due dei suoi superiori gerarchici - il generale Bardi (allora comandante interregionale, ora indagato a Napoli nell'inchiesta P4 per la fuga di notizie sull'inchiesta Bisignani) e il colonnello D'Alfonso - perché del terzo, il generale Inguaggiato (allora comandante regionale), "non si fida" ("mi disse che era troppo legato all'ambiente dei Servizi di Pollari", ricorda Scelsi).
Di quanto accade in quella riunione Scelsi ricorda la "sfuriata di Bardi a D'Alfonso e Paglino" per essere stato tenuto allo scuro dell'indagine sulle escort. Ma, soprattutto, l'avviso ai naviganti di Laudati. "Disse che era molto amico del ministro della Giustizia che gli aveva concesso l'onore del tu e che, grazie a questo, aveva garantito per me, impedendo l'avvio di un'ispezione. Aggiunse che era stato mandato a Bari per conto del ministro e che era necessario costituire un organo che sovraintendesse alle indagini, in particolare su Tarantini". Che "era abituato a chiudere le riunioni con un risultato". Che la prima urgenza era far "cessare le fughe di notizie". I ricordi di Paglino collimano con quelli di Scelsi, e vengono annotati dall'ufficiale in una nota protocollata. "Un'iniziativa di Paglino", dice Scelsi. "Un'iniziativa concordata con Scelsi", ricorda Paglino.

La "squadretta di pg". Settembre-Ottobre 2009. Laudati si insedia a Bari nel giorno di una nuova fuga di notizie, con la pubblicazione dei verbali secretati di Tarantini. La prende come un messaggio "politico" che arriva dai suoi uffici. E la risposta è l'accentramento. Chiede e ottiene il distacco in Procura di "una aliquota" di finanzieri che - nella percezione di Scelsi - diventano la "sua squadretta di polizia giudiziaria". Nei locali della scuola allievi della Finanza - prosegue Scelsi - Laudati dispone la creazione di un server che centralizza tutte le intercettazioni telefoniche e a cui solo lui ha accesso. Nell'indagine sulle escort Scelsi viene affiancato da due pm: Ciro Angelillis ed Eugenia Pontassuglia. Cambiano i vertici locali della Finanza.

"Il complotto". Scelsi rompe con Laudati e in ogni mossa del Procuratore vede un tentativo di escluderlo progressivamente dall'indagine. Ma il pm non si fida neppure del collega Angelillis. Ricorda la sua immediata "adesione" all'idea di Laudati che, "sulla base della giurisprudenza", la posizione di Berlusconi nell'inchiesta non abbia alcuna rilevanza penale. Peggio: lo indica pronto a tenere bordone nei suoi interrogatori con Tarantini a un'ipotesi investigativa che deve tenere aperta una via d'uscita politicamente spendibile per il centro-destra. Vale a dire che l'apparizione della D'Addario a palazzo Grazioli e l'ombrello giudiziario che la proteggerà siano l'esito di un "complotto" ordito lungo l'asse Tarantini-D'Alema per incastrare il premier. Scelsi dice di scoprirlo durante un interrogatorio di Tarantini, che abbandona infuriato, ricordando l'insistenza di Angelillis nel porre domande proprio su quel tema.

E' un fatto che "il complotto" ("Un'ipotesi cui non credevo allora ed escludo oggi", dice la Pointassuglia) è un'indiscrezione che il settimanale di famiglia "Panorama", nel gennaio 2010, accredita con enfasi, attribuendola a "fonti giudiziarie" e indicandola come "svolta nell'indagine sulle escort". Ma è altrettanto vero che Angelillis, a "Repubblica", smentisca sdegnato sia i ricordi del collega che la sua adesione a quella ipotesi investigativa ("La registrazione degli interrogatori smentisce ogni possibile illazione maliziosa"). Più articolato e forse per questo più preciso il ricordo della pm Eugenia Pontassuglia: "Ricordo che Tarantini di sua iniziativa disse che non c'era nessun complotto e allora gli chiesi perché ne parlava. Lui, guardando l'avvocato Quaranta, chiese se non si trattava di uno degli argomenti su cui doveva riferire. E l'avvocato disse allora che, effettivamente, quello del complotto era uno degli elementi indicati tra i capitoli di interrogatorio da Laudati e che l'avvocato aveva appuntato su un foglietto".

(21 settembre 2011)

sabato 30 luglio 2011

Il contrattacco della Finanza "Da sette anni Tremonti non dorme da noi"

Il Capo di Stato maggiore della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi

di CARLO BONINI

Sostiene il ministro dell'Economia Giulio Tremonti di essere stato "pedinato" e "spiato" nel suo lavoro. E, a un certo punto, di non essersi più sentito tranquillo nemmeno durante i suoi lunghi anni da ospite di una caserma della Guardia di Finanza. La situazione era così pesante, denuncia il ministro, che l'ultima cosa che aveva voglia di fare "era di tornare a dormire in una caserma". E per questo di aver accettato nel febbraio del 2009, l'offerta dell'onorevole Milanese per l'appartamento di via di Campo Marzio. Adesso la Finanza contrattacca e dà la sua versione. Secondo fonti del Corpo, il ministro Tremonti non avrebbe più dormito in un letto di una caserma delle Fiamme gialle dal giugno-luglio del 2004. Sette anni fa. La Guardia di Finanza che doveva proteggere la sua sicurezza e la sua privacy ha violato l'una e l'altra? E quando? In che circostanza?

Il ministro non dorme in caserma da sette anni. Per quanto la Guardia di Finanza è in grado di documentare, "l'ultima volta che Giulio Tremonti fu ospite con cadenza regolare di una struttura del Corpo fu quando, nei primi mesi dell'estate del 2004, alloggiava in una delle foresterie al secondo piano della caserma di via Sicilia". Nemmeno un chilometro in linea d'aria dagli uffici del ministero, in via XX Settembre. Da allora, la sua scorta di finanzieri, nei giorni in cui il ministro si tratteneva a Roma, lo accompagnava altrove. Alberghi, o residenze private. "Naturalmente - spiega una fonte qualificata del Corpo - tenendone traccia, come è normale e come la legge prevede per qualunque personalità sia sottoposta a un massimo livello di vigilanza come un ministro". Dunque, se si sta a quanto la Finanza sostiene di poter documentare, Tremonti, nel febbraio del 2009, quando accetta la proposta di Milanese, si è già liberato da molto tempo degli occhi e delle orecchie da caserma. E la scelta di un appartamento privato, sembra dunque legata al desiderio di una privacy assoluta che, evidentemente, neppure un albergo può garantire.

I due verbali ai pm Napoletani
. Il 16 dicembre del 2010, Giulio Tremonti rende un primo interrogatorio alla magistratura napoletana. Due giorni prima, "Repubblica" ha dato conto che il suo consigliere politico
Marco Milanese è indagato. Tremonti dunque è conscio di quanto sta accadendo e avrebbe l'occasione per riferire il sospetto sulla Guardia di Finanza che lo tormenta. Ma non ne fa cenno. Neppure indirettamente. La chiacchierata è sbrigativa. Gira intorno ad orologi di pregio che Milanese avrebbe acquistato a scrocco per farne dono al ministro. Passano sei mesi. Il 17 giugno, Tremonti siede nuovamente di fronte ai pm napoletani Woodcock e Curcio. Appena quattro giorni prima, il 13 giugno, Marco Milanese, nel suo ultimo interrogatorio, nel raccontare la guerra per bande che avvelena lo Stato Maggiore della Finanza, ha genericamente riferito che "il ministro aveva la percezione di essere seguito". Ma anche stavolta, Tremonti di pedinamenti e caserme non parla. Soltanto quando viene sollecitato con l'ascolto di un'intercettazione telefonica tra il capo di stato maggiore Michele Adinolfi e il presidente del Consiglio, decide di aprire uno squarcio su quanto accade negli uffici dello Stato Maggiore in viale XXI aprile. "Gli ufficiali, nella prospettiva di diventare comandanti generali hanno preso a coltivare relazioni esterne al Corpo, che non trovo opportune. C'è il rischio di competizione. (...) Ho suggerito al Comandante Generale di dare alcune direttive nel senso di avere un tipo di vita più sobria. Gli ho detto: "Meno salotti, meno palazzi, più caserma". I pm insistono. E Tremonti, allora, evoca l'esistenza di "cordate" nel corpo. E una, almeno, decide di "battezzarla" con il nome del suo capobastone, il generale Michele Adinolfi, intimo di Gianni Letta e del presidente del Consiglio. Nessun accenno a pedinamenti, a spionaggio ai suoi danni. Anzi, a Woodcock e Curcio, il ministro decide di offrire un'interpretazione morbida di quanto ha appena detto. "Ribadisco che non ho mai detto a Berlusconi che lui mi voleva far fuori attraverso la Guardia di Finanza".

Il grande gelo con il generale Di Paolo
.
16 dicembre 2010, 17 giugno e 28 luglio 2011. I ricordi di Tremonti si "drammatizzano" in assoluta coincidenza temporale con l'aggravarsi della posizione processuale e politica di Marco Milanese, con l'impossibilità di togliersi d'impaccio dalla vicenda di via di Campo Marzio con una scrollata di spalle, o rapide scuse. Soprattutto, dai ricordi del ministro viene cancellata una circostanza di cui, in queste ore, si raccoglie conferma da fonti qualificate del Comando Generale. La "rottura" tra il ministro e lo Stato maggiore della Guardia di Finanza ha una data: dicembre 2010. Un mese cruciale, perché è quello che precipita Milanese nell'abisso dell'inchiesta per corruzione del pm Vincenzo Piscitelli. Raccontano oggi della "furia di Tremonti in quei giorni". Dei modi bruschi che riservò al comandante generale Nino Di Paolo, nella certezza che quell'indagine fosse figlia della macchinazione di Michele Adinolfi, allora capo di Stato Maggiore.

La rottura della pace tra le due cordate.
La "pace" tra le cordate di viale XXI Aprile si rompe allora, nel dicembre del 2010. Anche perché, come il ministro riferirà solo il 17 giugno di quest'anno ai pm, le cordate, appunto, sono due. E quella che lui non ha nominato a verbale fa capo proprio a Marco Milanese, nella persona del generale di corpo d'armata
Emilio Spaziante, creatura di Nicolò Pollari, suo facente funzioni, già fedele alleato di Speciale nell'agguato a Padoa-Schioppa e Visco, nel loro breve intervallo all'Economia. Come Adinolfi, Spaziante lavora per diventare comandante generale della Guardia di Finanza nel giugno del 2012. E come Adinolfi, con il suo accordo e la benedizione di Milanese, ha convenuto nel giugno del 2010 che il primo Comandante generale proveniente dai ranghi del Corpo debba essere Di Paolo, perché "ufficiale più anziano" e più prossimo alla pensione. I guai di Milanese costringono i due generali a prendere le armi l'uno contro l'altro. E Spaziante, a verbale con i pm napoletani, carica Adinolfi anche di una seconda accusa per fuga di notizie. Quella sugli accertamenti fiscali a Mediolanum.

La guerra non è finita allora. Non finirà domani. Ma agli occhi degli Stati Maggiori, da oggi, il ministro Tremonti, a dispetto della telefonata fatta ieri al generale Di Paolo, non ne è più uno spettatore. Ma un protagonista.

(30 luglio 2011)

giovedì 28 luglio 2011

"A Milanese 10mila euro al mese per pagare la casa di Tremonti"

di CARLO BONINI e MARIA ELENA VINCENZI

Dal carcere, dove è precipitato con l'accusa di corruzione nell'inchiesta sugli appalti Enav e finanziamento illecito per aver acquistato lo yacht da 24 piedi di Marco Milanese, un uomo racconta a verbale una "verità de relato" capace, se riscontrata, di travolgere il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. L'uomo è Tommaso Di Lernia (nel giro, lo chiamano "er cowboy"). È un ex muratore che si è fatto imprenditore edile e che si trova al crocevia di tre vicende annodate tra loro: Finmeccanica, gli appalti Enav, i rapporti incestuosi tra l'ex consigliere politico del ministro e imprenditori corrotti.

Il suo racconto svela tre circostanze.

La prima: l'affitto della casa abitata dal ministro in via di Campo Marzio, era pagato non da Marco Milanese ma da un imprenditore, Angelo Proietti, che in cambio avrebbe ricevuto subappalti in Enav. Lo stesso che quella casa aveva ristrutturato gratuitamente e che è oggi accusato di corruzione per gli appalti ottenuti dalla sua impresa, la "Edilars", con Sogei (società pubblica partecipata al 100 per cento dal Tesoro).

La seconda: Tremonti venne ricattato da Lorenzo Cola, uomo del Presidente di Finmeccanica, perché fosse costretto a riconfermare Pierfrancesco Guarguaglini al vertice della holding e la pressione decisiva fu il "dossier" che Cola aveva sulla compravendita della barca di Milanese, sull'affitto della casa, e "sulle sue altre porcate".

La terza: Di Lernia chiese a Milanese una pressione sull'Agenzia delle Entrate perché ammorbidisse la verifica sulla sua società "Print Sistem".

"Ho deciso di parlare"
Il verbale, dunque. È l'11 luglio e alle 13 e 10, nel carcere di Regina Coeli, Di Lernia compare di fronte al gip Anna Maria Fattori per il suo interrogatorio di garanzia. Di Lernia è accusato di corruzione e frode fiscale nell'inchiesta condotta dai pm Paolo Ielo e Giancarlo Capaldo sugli appalti Enav. Nella ricostruzione dell'accusa, la sua società, la "Print sistem" è infatti lo snodo cruciale del Sistema di appalti e corruzione con cui, attraverso un gioco di sovrafatturazioni, la "Selex Sistemi integrati" (Finmeccanica) di Marina Grossi, per la quale Di Lernia lavora in subappalto, è riuscita a creare fondi neri necessari a corrompere il management dell'Ente e i suoi referenti politici. Ma l'11 luglio, Di Lernia ha un nuovo problema. Una seconda ordinanza di custodia cautelare, chiesta e ottenuta dal pm Ielo, lo accusa di aver acquistato nel 2010 lo yacht di Marco Milanese a condizioni capestro che ne svelano le vere ragioni. Convincere l'allora consigliere politico di Tremonti a pilotare la nomina di Fabrizio Testa al vertice di Technosky (società di Enav). È una nuova mazzata che convince Di Lernia a uscire dal suo silenzio. A scrivere e consegnare al magistrato che lo interroga un memoriale (che gli guadagnerà, di lì a qualche giorno, gli arresti domiciliari). "L'indagato - annota il gip - acconsente a rispondere alle domande, consultando degli appunti che vengono sottoscritti e allegati al presente verbale".

"Milanese, Proietti, la casa di Tremonti"
Di Lernia conferma di aver acquistato lo yacht di Milanese. Le ragioni per cui l'operazione si fece: risolvere un problema al consigliere del ministro, piazzare Testa in "Technosky". Ma, spiega, la sua non fu una scelta, ma l'obbedienza dovuta a un uomo cui doveva tutto: Lorenzo Cola, il "facilitatore" di Pierfrancesco Guarguaglini, che, per conto di Finmeccanica, governa appalti e subappalti in Enav. "Cola - dice Di Lernia - non mi volle dire chi era il proprietario della barca. Mi disse solo che l'ordine era arrivato dal Palazzo, intendendo Finmeccanica nella persona del Presidente, e dunque che non mi sarei potuto sottrarre. A Cola non si poteva dire di no, e quindi gli chiesi dove avrei dovuto prendere il milione e mezzo di euro per l'acquisto della barca. Lui mi rispose: "Tirali fuori dagli utili che hai dal lavoro che ti diamo"". Quando Di Lernia scopre che il venditore è Marco Milanese, il nome non gli dice nulla. "Confesso la mia stupidità. Poi, tempo dopo, di Milanese mi parlò Cola. Mi disse che era uno che "capiva poco" e "mangiava tanto". Che era "un problema per Tremonti", una sorta di inconveniente imbarazzante". Di Lernia impara a conoscere Milanese, ma, soprattutto ne afferra un segreto. "Sentii parlare di Milanese da Guido Pugliesi, amministratore delegato di Enav. Mi disse che era stanco delle pressioni di Milanese per Testa a "Technosky", ma mi chiese contestualmente di dare lavoro a un certo Angelo Proietti per i subappalti all'aeroporto di Palermo, un lavoro per il quale Cola aveva già deciso che l'affidamento fosse dato alla "Electron", del gruppo Finmeccanica, e al sottoscritto". Perché far lavorare questo Angelo Proietti e la sua "Edilars" nei subappalti Enav? Di Lernia non se lo spiega. Ne chiede conto a Cola. "Mi disse che di Proietti gli aveva parlato Milanese, descrivendolo con queste parole: "È il tipo che mi dà solo 10 mila euro al mese per pagare l'affitto a Tremonti". Aggiunse di dire a Pugliesi di stare tranquillo perché lo avrebbe fatto chiamare da Milanese e comunque aggiunse che, in un immediato futuro, Selex avrebbe dato a Proietti dei lavori a Milano".

Il ricatto a Tremonti. "Un blitz per ricordargli le porcate"
A giugno del 2010, accade dell'altro. "Mi chiamò Cola e mi spiegò di essere dispiaciuto per avermi fatto acquistare la barca. Mi disse: "Quel verme di Milanese sta sostenendo la candidatura di Flavio Cattaneo a Finmeccanica, invece di Guarguaglini. In più, ho saputo che ha fatto delle estorsioni a delle persone a Napoli. E Tremonti non risponde al telefono a Guarguaglini"". A Di Lernia, Cola confida qualcosa di più, che è pronto a usare anche la storia della "barca" e della casa per vincere la partita su Finmeccanica: "Cola aggiunse che questa storia non la mandava giù e dunque avrebbe organizzato un blitz dal ministro (Tremonti) per mostrargli l'evidenza e la portata delle porcate commesse da lui e dai suoi consiglieri. Che di sicuro avrebbe cambiato idea sui vertici di Finmeccanica. Tanto è vero che poco tempo dopo, Milanese mi fece sapere per il tramite di Testa che Guarguaglini sarebbe stato riconfermato. E fu Cola, poi, a dirmi che il blitz era andato a segno".

"Ammorbidire l'accertamento fiscale"
Di Lernia incontra Proietti nell'estate 2010 perché, dopo l'arresto di Cola (8 luglio), è diventato lui il suo "canale" con Milanese. Una prima volta lo incrocia in Enav, nell'ufficio di Pugliesi, che lo convoca per sollecitarlo "a chiudere l'acquisto della barca". Una seconda volta, in piazza del Parlamento, per risolvere un suo "problema". "Portai a Proietti un incartamento riguardante un accertamento dell'Agenzia delle Entrate per il 2005. Gli dissi che volevo "una parola buona" con l'Agenzia, di cui temevo l'accanimento. Tre giorni dopo, Proietti mi diede appuntamento in piazza del Parlamento e mi disse di stare tranquillo perché Milanese aveva interceduto con Attilio Befera (direttore dell'Agenzia)". Ma, a dire di Di Lernia, in senso opposto. "Mi hanno fatto una multa di 18 milioni di euro. Roba carnevalesca. Milanese deve essere intervenuto al contrario, proprio per dimostrare che non esistevano connessioni".

(28 luglio 2011)

domenica 10 luglio 2011

I conti in tasca all'ex finanziere "Spendeva 5 volte il suo reddito"

di CARLO BONINI

Se ci si affaccia sull'abisso che ha inghiottito Marco Milanese, sulla sua avidità compulsiva che ne ha fatto un corrotto, si fa qualche scoperta. Perché, a fare i conti in tasca a quest'uomo, i numeri non tornano. Ha maneggiato - lo vedremo - troppo denaro. Una montagna. Fino a quattro, cinque volte quello che documentava la sua dichiarazione dei redditi. E la "milionata" di euro che l'imprenditore Paolo Viscione, la "vittima" delle sue estorsioni, riferisce di avergli consegnato nel tempo non è sufficiente a riportare in equilibrio le due voci. Quello che Milanese dichiarava di guadagnare. E quello che effettivamente spendeva. Insomma, i numeri dicono che l'indagine sulle "fortune" dell'ombra di Tremonti è probabilmente solo all'inizio. Che la greppia a sei zeri in cui si è mosso non è confinata soltanto al desolante perimetro sin qui tracciato e già accertato dal pm Vincenzo Piscitelli.

GLI ALIMENTI. Ma andiamo al dettaglio, dunque. Almeno come lo documentano gli atti della Procura di Napoli. Partendo dal primo e, forse, più significativo. Le nove pagine con cui la nona sezione civile del Tribunale di Milano, il 30 novembre del 2009, omologa la "separazione consensuale" tra la signora Anna Maria Taddeo, di "professione avvocato", e il marito
Marco Mario Milanese, di "professione Parlamentare". Lasciarsi, non è mai semplice. Presentarsi di fronte a un giudice per stabilire il "quantum" dello scioglimento di un vincolo, ancora meno. Ma in qualche modo è un momento di verità. Perché nessuno meglio di un coniuge conosce le reali disponibilità dell'altro. Ebbene, la signora Taddeo porta a casa un accordo importante. Diventa proprietaria della casa di Milano, dell'appartamento di montagna in Valle D'Aosta, le viene riconosciuto il diritto a metà del prezzo di vendita (1 milione e 600 mila euro) della "villa su due piani a Cannes". Proseguiamo. "Milanese corrisponderà mensilmente la somma di 3 mila euro per il mantenimento, educazione ed istruzione" dell'unica figlia, "fino alla sua completa autosufficienza". Oltre "alla metà delle spese straordinarie anticipate dalla madre". Di più: "il signor Milanese si obbliga a corrispondere alla signora Taddeo, a titolo di contributo al suo mantenimento, la somma mensile netta di 10 mila euro e i mezzi necessari per far fronte alle scadenze Irpef su tale importo".

CASE, YACHT E FERRARI. E' una separazione consensuale, si è detto. In cui quella voce da 13 mila euro mensili per l'assegno alimentare deve dunque essere ritenuta dallo stesso Milanese "ragionevole", "equa", e comunque proporzionata al suo reddito e alle sue disponibilità. Di fatto, è un cifra che da sola assorbe quasi per intero il suo stipendio mensile netto da parlamentare. E per giunta, non è la sola spesa fissa che lo grava. Per quanto sappiamo dagli atti dell'inchiesta, ogni mese, ai 13 mila della separazione vanno aggiunti gli 8 mila e 500 dell'affitto pagato per l'abitazione di Giulio Tremonti, gli 800 di una seconda casa in via dei Prefetti, un tenore di vita "medio" che - documenta la consulenza tecnica disposta dal pm sulle disponibilità bancarie di Milanese - pesa su una delle sue carte di credito (una Amex) per circa 4 mila euro al mese (con punte, raggiunte in un'occasione, di 23 mila). Ci sarebbero poi altre due uscite fisse mensile: le rate per il leasing dello yacht "Dolphin 64" (20 mila), quelle per la "Ferrari Scaglietti" (altrettanti). Ma sappiamo ormai che non paga né le prime, né le seconde. Ci pensano altri.

I SOLDI DA RAI E FS
. Resta comunque la bella somma di 27-30 mila euro al mese di sole spese fisse. Sono, a spanne, 360 mila euro netti l'anno. Da dove arriva tutto questo grano? Le dichiarazioni dei redditi presentate da Milanese alla Camera dei deputati negli ultimi tre anni, non aiutano. Se infatti i redditi "lordi" per il 2007 sono di 713 mila euro, quelli del 2008 passano a 405 mila, quelli del 2010 non superano i 111.897. Peccato che il consulente tecnico del pubblico ministero, spulciando nei rapporti bancari di Milanese, scopra un uomo tutt'altro che in bolletta. Tra il gennaio del 2006 e il settembre del 2010, il conto da parlamentare che ha acceso al Banco di Napoli (agenzia di Montecitorio) movimenta 1 milione e 809 mila euro in entrata e 1 milione 752 mila euro in uscita. Nello stesso periodo, i suoi tre conti presso il "Credito Artigiano" hanno voci in entrata per 4 milioni e 100 mila euro e in uscita per 3 milioni e 900 mila. Con alcune operazioni quantomeno singolari. Come un bonifico da 130 mila 788 euro e un assegno circolare di 29.267 euro ricevuti dalla Rai. Come una partita di giro con le Fs in cui Milanese risulta beneficiario di bonifici per oltre 245 mila euro, cui vanno sottratti restituzioni alle Ferrovie per 56 mila euro. O come anche i bonifici esteri (593 mila euro) ricevuti dalla "Sogepa" societé Civile o l'assegno da 1 milione e 86 mila euro staccato il 2 luglio dello scorso anno a favore di una società (la "Aedilia due srl") "per il probabile acquisto di un immobile", annota la Procura.

Ci sarebbe poi un deposito titoli da 516 mila euro, ma diciamo che il "civil servant" Marco Milanese, in sei anni, su due sole banche, muove in entrata circa sei milioni di euro netti (uno all'anno). Ciò nonostante, passa "momenti di criticità", annota il consulente tecnico del pm. "A ottobre 2008-gennaio 2009; luglio-novembre 2009; luglio-agosto 2010", quando i suoi saldi si inabissano in un "rosso" che oscilla tra i 150 e i 200 mila euro. Sappiamo in parte come rattoppi il buco. Ma non sappiamo tutto. Non fosse altro perché Milanese ha almeno un conto in Francia presso l'agenzia di Draguignan del "Crédit Agricole", verso cui pompa contante dai suoi conti al Banco di Napoli e al Credito Artigiano. "Sarebbe necessario acquisirne presto la documentazione", scrive il consulente al pm. Magari qualche "conto" comincerebbe a tornare.

(10 luglio 2011)

martedì 5 luglio 2011

Enac, Paganelli ammette altre tangenti "200 mila euro per 7 esponenti del Pd"

Pessime notizie per il Pd. Viscardo Paganelli, l'imprenditore proprietario della "Rotkopf", arrestato la scorsa settimana per corruzione e frode nell'inchiesta per la tangente Enac (68 mila e 800 euro, di cui 40 mila in contanti consegnati nelle mani di Franco Pronzato, ex consigliere dell'Ente ed ex responsabile nazionale del partito per il trasporto aereo), parla. Interrogato in carcere, risponde per oltre quattro ore alle domande del pm Paolo Ielo e per comprendere che il suo racconto fa fare a questa storia un nuovo salto, sarebbe sufficiente la circostanza che, a sera, quando il suo avvocato Pasquale Bartolo lascia il carcere, il suo verbale viene secretato.

Non è infatti solo sulla tangente Enac (per altro già ammessa nel suo interrogatorio di garanzia) che Paganelli decide di rispondere. Perché non fu solo in occasione della gara per le rotte Elba-Firenze, Elba-Pisa che mise mano al portafogli. Nel suo nuovo interrogatorio, l'imprenditore riconosce come autentico il "pizzino" sequestrato nei suoi uffici in cui, nel 2010, ha annotato versamenti per 200 mila euro in contanti a beneficio di almeno
sette esponenti del Pd. Conferma di averlo scritto di suo pugno. Spiega di aver "sempre" consegnato quel denaro a Vincenzo Morichini, il "facilitatore" di appalti pubblici di cui era cliente, il fundraiser della Fondazione Italiani-Europei, il lobbista storto che quei "versamenti" gli sollecitava, spiegandogli che questo gli avrebbe consentito di acquisire nel "partito" (il Pd) un peso e un'influenza di cui i suoi clienti (Paganelli tra loro) avrebbero prima o poi tratto vantaggi.

Paganelli, dunque, conferma i 40 mila euro annotati accanto al nome di
Pronzato. I 20 mila accanto a quello di Catiuscia Marini, governatrice dell'Umbria. I 15 mila destinati all'eurodeputato Roberto Gualtieri (i tre nomi contenuti nel "pizzino" di cui si è sin qui avuta conferma e che si aggiungono a quelli ancora "coperti"). Con una precisazione. Che quel denaro, appunto, venne sollecitato dal solo Vincenzo Morichini, e a lui, quale unico intermediario, fu consegnato. A ben vedere, è un passaggio cruciale. Per almeno due motivi. Il primo: perché, così ricostruito, il passaggio di denaro è in grado di spiegare l'indignazione con cui la Marini e Gualtieri hanno stigmatizzato la loro presenza nell'elenco, sostenendo (verosimilmente a ragione) di non aver mai avuto a che fare con Paganelli. Il secondo: perché questa circostanza rimette al centro della storia Vincenzo Morichini.

Se nel Pd, infatti, Paganelli poteva essere uno sconosciuto, non lo stesso si può dire di Vincenzo Morichini. Tutti conoscevano "Enzo". Tutti lo rispettavano per il suo rapporto con
Massimo D'Alema e la sua Fondazione. Il punto è: qualcuno gli chiedeva da dove arrivassero quei soldi in contanti con cui contribuiva alle spese elettorali dei candidati del partito? E questo denaro venne regolarmente iscritto nei bilanci delle campagne elettorali? Morichini lo chiarirà presto (sarà interrogato di nuovo in settimana). Mentre Paganelli, sollecitato dalle domande del pm Ielo, una risposta, per quel che lo riguarda direttamente, già l'ha data. Sui cinque voli messi a disposizione nel 2010 dalla sua "Rotkopf aviation" a Massimo D'Alema. "Sui miei aerei nessuno ha mai viaggiato gratis", avrebbe detto Paganelli. Dunque, a che titolo e con quali risorse Morichini "offrì" quei passaggi gratuiti al presidente della Fondazione Italiani-Europei?

(05 luglio 2011)

domenica 20 marzo 2011

"Sarà una guerra lampo prima che il raìs incendi i pozzi"


CARLO BONINI

Giorni. Pochi giorni. Non mesi. Tantomeno settimane. Le ragioni, l'agenda e i delicati equilibri che tengono insieme le cancellerie di Parigi e Londra, la Casa Bianca e la Lega Araba, definiscono i "battle plans" degli stati maggiori alleati. Promettono - lo ha sottolineato ieri Barack Obama, lo annuncia questo incipit di guerra con gli attacchi al suolo francesi su bersagli in movimento e con i 110 missili da crociera americani e inglesi rovesciati in meno di un'ora sui quadranti di Tripoli e Misurata - un conflitto rapido. Con fuoco dal mare e dall'aria su obiettivi militari libici indicati come "circoscritti": installazioni radar, centri di controllo e comando, fortificazioni e rifugi sotterranei, caserme, difese costiere, unità meccanizzate e corazzate, batterie di lancio della difesa aerea e missilistica, depositi di carburante, basi aeree.

Una violenta spallata pianificata, di qui ai prossimi giorni, da una routine di fuoco in diverse e ripetute ondate. Di giorno e di notte. Cui saranno chiamati a partecipare i caccia dell'intera coalizione. Che accechi il sistema di difesa libico e ne pieghi la resistenza. Che risparmi alle opinioni pubbliche occidentali e arabe lo spettacolo di un nuovo cruento pantano nel deserto utile solo a rafforzare
Muhammar Gheddafi. Evocativa persino nel nome scelto dai comandi americani (il generale Carter Ham del comando Africa-Mediterraneo e l'ammiraglio Sam Lockler della quinta flotta): una "Odissea all'Alba" che scommette su una reazione emotiva nei bunker di Tripoli, nei quadri ufficiali dell’esercito e dell’aviazione libici in grado di squagliare rapidamente quel che resta della esile catena di comando politico-militare che ancora si stringe intorno al Colonnello.

Il "tempo" - come sostengono in queste ore qualificate fonti militari italiane e americane - diventa dunque la chiave di uno scenario bellico dalle forze convenzionali impari. In cui i numeri, per altro incerti, raccontano di un esercito della Jamahiriya male in arnese. Di una potenza regionale da 93mila uomini in armi tra truppe regolari e miliziani. Un tempo formidabile, ma oggi consumata da vent'anni di un embargo che, tra la metà degli anni Ottanta e i primi anni 2000, ne ha invecchiato gli arsenali, per lo più di fabbricazione sovietica, e ridotto le capacità operative. Buona con i suoi 600 vecchi carri T-62 e T-72 e i suoi blindati per annichilire una rivolta di popolo o una minaccia regionale. Non per sottrarsi, in assenza di un ombrello difensivo aereo adeguato, a una pioggia di missili da crociera esplosi dal mare da incrociatori e sottomarini o al "tiro al piccione" nel deserto da parte di caccia di ultima generazione francesi, inglesi, americani. Come del resto le prime ore di guerra hanno già dimostrato.

Quel che resta dell'aviazione del Colonnello e del suo sistema missilistico di difesa terra-aria "Sam" non ha infatti alcuna possibilità non solo di oltrepassare il raggio di azione del proprio spazio aereo, ma neppure di reggere alla potenza elettronica, prima ancora che di fuoco, con cui la Nato e persino singoli paesi come Francia, Inghilterra, Stati Uniti sono in grado di accecare i cockpit dei piloti libici, di rendere il loro volo un'avventura "a vista". Anche il Colonnello sa che i suoi 70 Mig e 80 Sukhoi sono solo dei pezzi di ferro parcheggiati a bordo di una pista se nessuno è in grado di proteggerne la rotta. Che la "lezione" della guerra in Kosovo continua a essere valida. Allora, Milosevic ordinò d'imperio che si alzassero i Mig serbi per dirigersi sull'Adriatico, solo per constatare la rapidità con cui vennero polverizzati poco dopo il decollo.

"Gheddafi non è uno sciocco e non getterà i suoi aerei nelle nostre fauci. Se dovesse resistere al primo urto, non sacrificherà in una notte le sue batterie di lancio. Eviterà, per non perderla in pochi secondi, di impegnare tutta la sua difesa contraerea. Per non parlare della sua marina, una cenerentola che, in questo momento, non è in grado di contendere il mare alla flotta alleata che ha di fronte", conviene una fonte militare italiana. Non è un caso che, ieri, l'aviazione francese non abbia incontrato alcuna resistenza aerea. E non è un caso che nei war games, le simulazioni con cui in questi ultimi giorni gli stati maggiori alleati hanno già combattuto decine di volte una guerra appena cominciata, il Rais venga accreditato di mosse più ferocemente creative. Gli scudi umani, nell'oscena tradizione dell'Iraq di Saddam e come già denuncia da Londra il "Democratic Libya Information Bureau", voce dell'opposizione libica in esilio, che parla di "detenuti e bambini a protezione di obiettivi militari". O, ancora, la presa di ostaggi di chi, occidentale con in tasca il passaporto di un Paese della coalizione dei volenterosi, sia ancora su suolo libico. Peggio,
l'incendio dei pozzi petroliferi di Ras Lanuf, Marsa el Brega, Tobruk. Questa sì, mossa in grado di scatenare un'apocalisse ambientale nel Mediterraneo, di complicare i piani alleati e di trasformare l'Odissea all'alba in un Inferno.

(20 marzo 2011)

giovedì 11 marzo 2010

"G8, Ferrara e Toro ordinarono di non fare intercettazioni"


di CARLO BONINI

Agli appalti truccati del G8 della Maddalena, al nocciolo duro della "cricca" - Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola, Diego Anemone - i carabinieri del Noe e il sostituto procuratore della Repubblica di Roma Assunta Cocomello erano arrivati per tempo, nell'autunno del 2008. Ma l'indagine - come ricostruito da "Repubblica" il 26 febbraio scorso - venne addormentata dal procuratore capo Giovanni Ferrara e dal suo aggiunto Achille Toro per ragioni di "prudenza" e "opportunità politica". Ebbene, ora, a confermare e documentare quanto accaduto negli uffici di piazzale Clodio sono tre verbali di testimonianza raccolti il 16 febbraio scorso dai magistrati di Perugia e depositati al Tribunale del Riesame. A parlare sono il capitano Pasquale Starace e il tenente Francesco Ceccaroni del Noe, il sostituto procuratore di Roma Assunta Cocomello. Ecco il loro racconto.

Buste di ringraziamento. Ricorda Pasquale Starace: "Nell'ambito di un'indagine condotta dalla procura della Repubblica di Nuoro con delega al Noe di Sassari, venne redatta il 5 giugno del 2008 un'informativa in cui si faceva riferimento ad intercettazioni telefoniche che coinvolgevano due imprenditori sardi in contatto con tale Angelo Balducci. In queste conversazioni si parlava di "appalti e di buste", una delle quali era definita "di ringraziamento". Un altro soggetto, citato nelle conversazioni con il solo nome "Ingegner Mauro" (Della Giovampaola, ndr), sembrava suscettibile di interesse investigativo. Gli atti furono trasmessi alla Procura di Roma dalla Procura di Nuoro e per questo motivo fummo convocati dal sostituto della Procura di Roma, dottoressa Cocomello. (...) Il 15 gennaio 2009, nel depositare l'informativa, chiedemmo intercettazioni telefoniche. Il 29 gennaio esaudimmo la richiesta di indagini. Il 10 febbraio sollecitammo un incontro con la Cocomello, rappresentando l'importanza dell'indagine".

Esclusi i carabinieri. Ma qui accade qualcosa che disturba l'ufficiale. Le intercettazioni non vengono concesse. La delega per le indagini passa alla Guardia di Finanza. "I motivi di sorpresa per il mancato accoglimento della nostra richiesta (di intercettazioni, ndr) secondo me esulavano dalla fisiologica dialettica della Autorità Giudiziaria con la Polizia Giudiziaria ed erano rappresentati sostanzialmente dal fatto che il magistrato titolare delle indagini (la Cocomello) concordasse con noi sulla bontà degli elementi raccolti ma che gli esiti da noi richiesti non venivano adottati per dei contrasti con il procuratore capo Ferrara ed il procuratore aggiunto Toro, i quali formulavano obiezioni di "opportunità politica" e non di discrezionalità giudiziaria. Del tutto sorprendente mi sembrava inoltre l'intenzione di affidare le indagini alla Guardia di Finanza, perché non comprendevo le ragioni di cambiare la polizia giudiziaria delegata".

Accade dell'altro. Il 3 marzo 2009, il capitano Starace, il tenente Francesco Ceccaroni, il maresciallo Catalano, vengono accompagnati dalla Cocomello nell'ufficio del procuratore aggiunto Achille Toro per "un colloquio diretto". "Toro ci manifestò le sue perplessità sulle ipotesi delittuose prospettate (la corruzione, ndr) in quanto, a suo parere, si era più in presenza di un reato di abuso di ufficio da cui poteva, al massimo, conseguire una richiesta di interdizione dai pubblici uffici".

Il tenente Francesco Ceccaroni conferma la ricostruzione del suo capitano e aggiunge un dettaglio significativo. "La mia impressione fu quella che la Cocomello fosse in dissenso sia sulle valutazioni giuridiche, sia sulle considerazioni di natura politica di Ferrara e Toro".

"Niente intercettazioni". Le impressioni del tenente sono corrette. Alla Cocomello, che nel settembre del 2008, ha formalizzato l'inchiesta sugli appalti del G8 nata dall'informativa del Noe con l'iscrizione segretata al registro degli indagati dei nomi di Balducci, Anemone e Della Giovampaola, viene chiesto per quanto concerne quel fascicolo di "riferire prima di ogni atto al procuratore Ferrara".

"Riferivo al procuratore quanto meno per concordare le linee generali dell'indagine - ricorda la Cocomello - Successivamente invece riferivo principalmente all'aggiunto (Toro, ndr)". Ed è lui - aggiunge - che la sollecita a togliere la delega di indagine al Noe per affidarla alla Guardia di Finanza, data la "complessità dell'indagine". Toro muove anche delle obiezioni. "Io, sin dall'inizio, ritenevo necessaria un'attività di intercettazione telefonica, ma Toro riteneva non sussistenti elementi a sostegno dell'ipotesi investigativa". È pur vero - chiosa la Cocomello - che l'ufficio gip di Roma è molto rigoroso nel concedere le intercettazioni. Ma, a ben vedere, non è questa la ragione della prudenza che ispira le mosse dell'aggiunto e dello stesso procuratore.

"Ferrara e Toro segnalavano la necessità di individuare il passaggio di somme di denaro per supportare la sussistenza di indizi (di corruzione, ndr). Al massimo individuavano elementi per ipotizzare un abuso d'ufficio. Ferrara (non ricordo se direttamente o tramite Toro) mi ha anche responsabilizzato in ordine alla delicatezza dell'indagine, in relazione ad un'eventuale fuga di notizie in pieno G8, a fronte dell'esistenza di ipotesi di reato che, a parere dell'Ufficio, non erano ancora sufficientemente delineate".

È un fatto che neppure nel gennaio di quest'anno, a G8 ampiamente archiviato, l'atteggiamento di Ferrara e Toro cambia. La Guardia di Finanza, in quel momento, lavorando su due segnalazioni di operazioni sospette su società del Gruppo Anemone ha consegnato alla Cocomello e al pm che le è stato nel frattempo affiancato (Sergio Colaiocco) elementi sufficienti a ipotizzare due nuovi reati - "associazione per delinquere e riciclaggio" - e a rendere non più rinviabili le intercettazioni telefoniche. Ferrara e Toro frenano ancora.

"Il 29 gennaio scorso - ricorda la Cocomello - io e Colaiocco ci riunimmo con Ferrara e Toro. In quella circostanza, Toro disse che a suo parere le indagini andavano condotte sui documenti e non sul contenuto di intercettazioni telefoniche. Di fronte a queste obiezioni, ribadii con forza la mia opinione sull'assoluta indispensabilità delle intercettazioni. Nella richiesta di intercettazione erano indicati tutti i soggetti iscritti alla data del 28/01/2010. Ma la nostra richiesta di intercettazione venne ritenuta comunque "debole" dal capo (Ferrara) e dall'aggiunto (Toro) con particolare riferimento all'indagato Della Giovampaola, così che io e il collega Colaiocco, convenendo che quella posizione fosse effettivamente la più debole, depennammo quel nome".

Quel che accade dopo il 29 gennaio è noto (arriveranno gli arresti, Roma non avrà tempo di intercettare nessuno). Tranne un particolare, sin qui inedito. Luca Turco, uno dei pm di Firenze, pochi giorni prima degli arresti del 10 febbraio, incontra a Roma la Cocomello e Colaiocco in quello che dovrebbe essere un incontro di "coordinamento investigativo" che mai vedrà la luce. Ricorda la Cocomello: "Turco ci invitò a non eseguire perquisizioni e ci comunicò che la Procura aveva formulato una richiesta di custodia cautelare per reati di nostra competenza. Non ci comunicò i nominativi e noi non insistemmo".

(11 marzo 2010)