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martedì 5 luglio 2011

Se manca la visione del futuro

IRENE TINAGLI

Tra le tante strumentalizzazioni e ambiguità che in questi giorni hanno accompagnato le proteste del movimento No Tav colpisce soprattutto quella di chi vuol far passare la ribellione in Val di Susa come parte di una nuova coscienza civile che si sveglia in Italia, di un vento che ha iniziatoa soffiare con i referendume le amministrative.

Vento nuovo? Al di là dell’ovvia osservazione che le proteste contro la Tav hanno ormai radici decennali, ciò che queste vicende fanno riemergere è, al contrario, una delle piaghe più antiche della vita sociale, politica ed economica italiana.

Un Paese in cui ogni progetto, visione o investimento che travalichi i confini geografici e temporali del qui e adesso si scontra con un mostruoso mosaico di opposizioni particolari. Interessi e prospettive non solo incapaci di coagulare in una visione congiunta di bene comune, ma spesso foraggiati e incoraggiati dagli stessi politici che quella visione unitaria dovrebbero invece contribuire a ricomporre. Un Paese quindi perennemente imprigionato nei localismi, nel «fate quel che vi pare, ma non a casa mia», il Paese in cui tutti puntano il dito contro tutti ma nessuno è mai disposto a mettere in discussione i propri piccoli grandi interessi, dai deputati agli allevatori di mucche, dai ministri ai tassisti.

Il Paese dove i rifiuti traboccano inondando interi paesi, ma dove nessuno vuole un inceneritore, un Paese dove l’energia costa il 35 per cento più che altrove, stroncando la competitività delle imprese, ma dove è impossibile fare un piano energetico di qualsiasi tipo. Un Paese iper-cementificato, ma dove gli avversari della cementificazione gridano inorriditi all’idea di un grattacielo che da solo potrebbe sostituire centinaia di bifamiliari con giardinetto, restituendo all’ambiente chilometri di terra libera.

E tutti, tutti hanno un unico argomento: «ma in fondo c’è proprio bisogno di questa opera?». No, certo che non ce n’è bisogno. Non c’è mai un bisogno schiacciante di una cosa nuova che prima non c’era. L’Italia in fondo esisteva anche quando non c’erano autostrade, fogne, ferrovie ed elettricità. Ma è proprio questo il senso degli investimenti, il senso di una programmazione che guarda in avanti. E’ lì che sta la vera anima rivoluzionaria di un Paese e di un popolo. Non tanto nel saper affossare i governi o ghigliottinare i potenti, ma nel saper guardare al di sopra delle proprie spalle, saper intuire quello che ci può essere e contribuire tutti insieme a costruirlo, assumendosene anche i rischi. Sapersi chiedere cosa può succedere «se».

«Cosa succederebbe se ci fosse un ponte che collega la Svezia alla Danimarca?», si devono esser chiesti un giorno i governanti dei due Paesi. Lo hanno scoperto nel giro di pochi anni. Il ponte di Öresund che collega la città svedese di Malmö alla capitale danese Copenhagen fu completato in meno di 4 anni, dal 1995 al 1999, e aperto al pubblico nel 2000. Inizialmente il traffico era inferiore alle aspettative, d’altronde le abitudini di vita e di lavoro delle persone, le attività economiche, non cambiano dalla sera alla mattina. Ma, alla fine, nemmeno tanto lentamente: già nel 2007 non solo era aumentato molto l’utilizzo del ponte, ma anche la crescita delle aree interessate dall’infrastruttura. In quegli anni Malmö ha registrato un tasso di crescita della popolazione due volte superiore alla media nazionale e un raddoppio del proprio capitale umano.

Il fatto è che il rapporto tra infrastrutture e crescita è complesso: spesso le infrastrutture anticipano e guidano certi percorsi di sviluppo, e il loro effetto futuro non si può prevedere sulla base dell’utilizzo delle vecchie strutture e tecnologie. Sarebbe stato come se negli Anni Novanta l’Italia avesse deciso che era inutile portare qua Internet e l’e-mail perché il flusso di missive delle Poste italiane era un po’ in calo. Certamente l’Italia sarebbe sopravvissuta. Ma a quale prezzo? Anche se forse nel caso della Tav è una forzatura dire che senza quella tratta Torino e l’Italia saranno escluse dall’Europa: lo sono già. L’Italia non solo è fanalino di coda tra i Paesi europei per chilometri di alta velocità, ma è quella che ne ha meno in cantiere, quella che ne costruirà meno in futuro.

La Spagna ha inaugurato la prima linea veloce nel 1992 e in meno di dieci anni ha costruito circa 2700 chilometri di alta velocità, il triplo dei nostri, e ne ha in cantiere altri 1800 (contro i nostri 92). La Cina ne ha operativi più di seimila e ne sta costruendo oltre quattordicimila, investendo 309 miliardi di dollari. Per non restare troppo indietro Obama sta spingendo per massicci investimenti nell’alta velocità anche negli Stati Uniti (e proprio in questi giorni il dibattito sull’alta velocità è caldissimo anche lì). E sappiamo che la strategia complessiva dell’Unione Europea sull’alta velocità andrà comunque avanti, con o senza il passaggio dall’Italia. No, quel pezzo di alta velocità, di per sé, non cambierà probabilmente le sorti italiane, sarà uno dei tanti anelli mancanti del nostro Paese, uno dei tanti ospedali incompiuti, dei capannoni abbandonati, o una delle migliaia di piste ciclabili ammezzate che terminano nel nulla, simbolo perfetto di un Paese eternamente in partenza ma incapace di capire dove vuole arrivare.

mercoledì 22 giugno 2011

Costretti a giocare in difesa

IRENE TINAGLI

Non si vive di sola pizza e sole. Né di sola mamma. Famiglia e qualità della vita, a lungo considerati gli elementi caratterizzanti della nostra società, non sono più sufficienti a rendere felici i nostri giovani. L’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes ci dice che il 40% degli italiani tra i 25 e i 34 anni considera una sfortuna vivere in Italia, e il 51% si trasferirebbe volentieri all’estero. Quando oltre la metà della popolazione di una Paese nella fascia d’età più attiva e produttiva sogna di scappare altrove, c’è qualcosa che non va. E dovrebbe scattare più di un campanello di allarme.

Certamente la crisi economica e le difficoltà occupazionali giocano un ruolo importante nell’alimentare questo malcontento. Tuttavia non è solo una questione legata all’occupazione. D’altronde la crisi economica ha colpito tutti gli altri Paesi industrializzati, anche quelli che gli italiani indicano come mete privilegiate per una loro eventuale emigrazione (Francia, Stati Uniti e Spagna, quest’ultima con un tasso di disoccupazione doppio del nostro). Non solo: le aree del nostro Paese in cui questo desiderio di fuga è più alto sono tra quelle in cui l’incidenza della disoccupazione è più bassa (Centro e Nord). Appare quindi evidente che, oltre alle difficoltà economiche, in Italia cominciano a scricchiolare anche altre dimensioni, e che per le nuove generazioni non basta la vicinanza alla famiglia né il nostro bel territorio a sentirsi fortunati di stare in Italia.

Per chi l’Italia l’ha già abbandonata da anni o per chi è abituato a misurarsi con contesti stranieri, come fanno ormai quotidianamente milioni di italiani tra i venti e i quaranta anni, questi dati non rappresentano una gran sorpresa. Innanzitutto perché sanno che la qualità della vita non è una nostra esclusiva. In fondo il sole c’è anche in Costa Azzurra o in Costa Brava, e la pizza o il formaggio buono si trovano anche altrove, anche quando invece di chiamarsi Parmigiano si chiama manchego o camembert. Ma, soprattutto, perché sanno che la qualità della vita non è fatta solo di buon mangiare e visite familiari, per quanto importanti. La vita, quella vera, è fatta anche di ambizioni, di sogni, di opportunità di crescita, di cambiamento. È fatta di persone e mondi diversi da noi con cui abbiamo necessità e voglia di misurarci, soprattutto a una certa età. E’ fatta insomma di tutte quelle cose a cui l’Italia ha sistematicamente chiuso le porte ormai da troppi anni. Negli ultimi vent’anni l’Italia si è mostrata terribilmente aggrappata all’esistente, terrorizzata da tutto quello che accadeva fuori, costantemente tesa a tentare di proteggersi da tutti gli attacchi dei «nemici» come si fa nei videogame, seguendo una metafora cara al nostro ministro dell’Economia. Un’Italia che prima era spaventata dalle tecnologie e dalla concorrenza degli altri Paesi industrializzati come Germania o Stati Uniti, poi dalla manifattura a basso costo dei Paesi emergenti come Cina e India, e oggi semplicemente dalla fame e dalla disperazione dei Paesi africani come la Libia, la Tunisia o la Somalia, i cui profughi potrebbero rubarci anche i posti da raccoglitori di pomodori. Un’Italia abituata ormai a giocare in difesa, e che nonostante le sfide sempre più difficili non cambia mai squadra, ma ricicla continuamente i soliti giocatori. Basta pensare alle tensioni e agli accordi tra Bossi e Berlusconi di questi giorni, per avere la sensazione di rivivere un film già visto molti, troppi anni fa. Un arco temporale di 15 o 20 anni può sembrare un’inezia a chi calca la scena politica da 30 o 40 anni, ma rappresenta l’unico orizzonte temporale di cui hanno memoria gli italiani che oggi hanno 25 anni. E per questi giovani l’Italia è il Paese in cui non cambia mai nulla e si parla sempre delle stesse cose (senza farle): dal ponte sullo Stretto alla Salerno-Reggio Calabria, dalla riforma fiscale a quella dello Stato. Il Paese in cui, per riprendere la metafora dei videogame amata da Tremonti, i politici giocano ancora al Pac-man, mentre il resto del mondo funziona con la Wii. E’ guardando a questa Italia che si capiscono le ragioni di quei giovani che se ne vorrebbero andare.

Sanno bene che altrove troveranno la stessa crisi, ma sperano almeno di poter respirare un po’ di aria diversa, di veder muoversi qualcosa, di potersi misurare con un mondo che gira invece di stare fermo. Chiaramente non tutta l’Italia è così asfittica, ci sono realtà che pur con fatica provano a muoversi suscitando anche begli entusiasmi. Ma la sensazione che ancora prevale è di un immobilismo che sta facendo la muffa. Gli unici a non sentirne la puzza sono quelli che ci sono seduti sopra.

domenica 19 dicembre 2010

L'alleanza che paralizza l'Italia


IRENE TINAGLI

Alcuni commentatori negli ultimi giorni hanno evidenziato l’impasse politica italiana, in cui una coalizione di governo ormai debole e monca resta tuttavia «aggrappata» al potere, come ha scritto il Financial Times. Pochi però si sono soffermati ad analizzare il contesto sociale che accompagna questa crisi, un contesto in cui sta germogliando un paradosso preoccupante per il futuro del Paese.

Da un lato infatti siamo di fronte ad un governo che fatica ad agire e che ha fallito la sua missione più importante.

Ovvero quella della rivoluzione liberale tanto declamata agli inizi. Come ci dicono anche gli ultimi dati la pressione fiscale in Italia è aumentata, la burocrazia non si è snellita, le amministrazioni pubbliche sono aumentate anziché diminuire, le liberalizzazioni sono bloccate, le professioni ancora più protette e la concorrenza in molti settori è ancora al palo.

Dall’altro lato però troviamo un’opposizione - non solo politica ma anche civile e sociale - che anziché incalzare sul fronte delle riforme, dell’innovazione sociale ed economica, del progresso, si chiude sulla difesa dell’esistente, legittimando e dando voce ad una miriade di piccoli o grandi conservatorismi che nell’ultimo anno sono esplosi ovunque.

Se si pensa bene, infatti, tante delle proteste che negli ultimi mesi hanno scosso l’Italia non sono proteste alimentate dalla sete di quel cambiamento che stenta ad affermarsi, ma proteste per la paura di tutto quello che è cambiato e che può cambiare, la paura di perdere qualcosa.

Dalle proteste contro l’Alta velocità (che presto otterranno la grandiosa vittoria di farci togliere dall’Unione europea tutti i fondi stanziati per la realizzazione della Tav), a quelle contro le quote latte e le multe per gli sforamenti.

Dalle rivolte contro una nuova organizzazione del lavoro a Pomigliano, a quelle contro l’apertura di nuove discariche, fino alle manifestazioni che, con la giustificazione pur legittima di protestare contro i tagli all’istruzione, di fatto mirano ad affossare una Riforma che tentava timidamente di aprire il mondo chiuso dell’Università italiana.

Questo è il paradosso italiano che fa paura: un governo che già ha fatto poco per modernizzare il paese, incalzato però da una serie di forze ancora più conservatrici. Un paese terrorizzato dal cambiamento, incapace ormai di guardare oltre la siepe del proprio giardino.

Per i cittadini di Terzigno e Boscoreale la battaglia si gioca a Cava Vitiello, per gli anti-Tav piemontesi l’orizzonte si ferma in Val di Susa, nella baita costruita in difesa della loro Valle. E mentre gli operai di Pomigliano o di Lesmo salgono sui tetti dei capannoni per contrastare riorganizzazioni aziendali che mettono a rischio i loro posti, gli allevatori invadono le strade di trattori per non pagare le multe, e anche i ricercatori si arrampicano sul tetto delle università per difendere i loro contratti.

Ognuno di loro ha un fantasma da combattere, che non è solo il governo, ma è, a seconda dei casi, l’Unione europea, l’euro, la globalizzazione, la competizione dei lavoratori asiatici o degli scienziati stranieri. Ognuno vorrebbe più o meno segretamente potersi proteggere da queste minacce, chiedere al Governo di spendere un po’ di più per neutralizzarle, perché facciano meno paura e generino meno disagio.

È probabilmente normale che singoli o piccoli gruppi di cittadini di fronte alla crisi reagiscano così, quello che non è normale e che preoccupa è che tanti leader civili e politici non siano capaci di elevarsi sopra gli interessi particolari e indicare una strada di crescita moderna e unitaria.

Nessuno ha avuto il coraggio di dire a queste persone che pur avendo ragione a chiedere prospettive di vita migliori, non potranno aspettarsi che tali condizioni siano le stesse che hanno avuto i loro genitori.

Nessuno ha detto che il diritto al lavoro non potrà più essere inteso come diritto al posto di lavoro a vita, ma il diritto a delle opportunità che magari si concretizzeranno in 5 o 6 lavori diversi nell’arco di una vita.

Nessuno ha detto che anche i diritti per i quali lottare possono cambiare forma perché cambiano le cose da cui dobbiamo proteggerci. E quindi, così come oggi i bambini si vaccinano contro l’epatite B e il papilloma e non più contro il vaiolo, similmente oggi è meglio pensare ad ammortizzatori e servizi che aiutino in caso di flessibilità piuttosto che a lotte per impedirla, così come avviene da anni in Paesi come Olanda, Svezia e Danimarca.

Nessuno ha detto che diminuire la tassazione sul lavoro e aumentarla sul patrimonio significherà anche smetterla con le politiche di supporto al possesso della casa - che invece è un tormentone ricorrente della politica italiana di ogni colore -, e che nei paesi che amiamo citare per l’alta protezione sociale come Germania, Francia o Danimarca il tasso di proprietà della casa va dal 43% della Germania al 54% della Francia mentre da noi sfiora l’80%.

Nessuno insomma ha parlato del cambiamento sociale, culturale ed economico che tutto il Paese dovrà avviare per rimettersi in moto e per generare nuove opportunità di crescita.

Nessun leader civile o politico ha saputo delineare questa visione e ha avuto il coraggio di opporla ai conservatorismi di parte.

Beppe Grillo si fa fotografare di fronte alla baita no-Tav, Bersani e Vendola posano compiaciuti mentre sbucano dalla scala che li porta sopra i tetti, Bossi arringa gli allevatori lombardi, i sindacati portano in piazza i giovani contro un Paese bloccato e nepotista, ma poi firmano tutti contenti accordi con le banche perché assumano i figli dei dipendenti. Ed è proprio di fronte a questo scenario che Berlusconi può permettersi di chiudere i propri giochi nel perimetro di Palazzo Madama e Montecitorio.

Per questo il problema dell’Italia, quello vero, non è tanto se continuerà a governare Berlusconi o qualcun altro, il problema vero, per chiunque si troverà in mano il Paese, sarà affrontare senza ipocrisie e populismi queste paure così radicate tra i cittadini, ed indicare un obiettivo che dia il coraggio a milioni di italiani di guardare oltre la siepe e fare il salto.

mercoledì 1 dicembre 2010

Gli scontri che rovinano le riforme


IRENE TINAGLI

Dopo il movimentato travaglio delle ultime settimane è stata finalmente approvata alla Camera la Riforma dell’Università. Un risultato salutato da forti proteste, da ricercatori sui tetti, studenti sui binari e nelle piazze, con relativo spiegamento di forze e tensione alle stelle. La domanda che molti cittadini si fanno di fronte a questo drammatico acutizzarsi delle proteste è se davvero, come suggeriscono i leader dell’opposizione, questa riforma distruggerà l’Università italiana, rendendola meno competitiva, meno efficace, meno accessibile, finendo addirittura per dimezzare nei prossimi anni le già basse iscrizioni universitarie, come hanno profetizzato alcuni. No, la riforma non ucciderà l’Università italiana. Non distruggerà l’Università il fatto di aver reso a tempo determinato i contratti per ricercatori, così come avviene in tutti gli altri Paesi.

Non distruggerà l’Università aver inserito scadenze per la carica di rettore, così come non distruggerà l’Università aver inserito degli scatti salariali legati alla performance o aver aumentato l’assegnazione dei fondi alle università sulla base di valutazione.

Si tratta al contrario di elementi di novità interessanti, che in passato sono stati proposti anche da esponenti dell’opposizione e che potrebbero avere effetti positivi se saranno correttamente implementati e accompagnati da decreti attuativi capaci di fare maggiore chiarezza sulle procedure e i criteri di valutazione, sulle modalità premiali e altri aspetti che il decreto ha lasciato troppo indeterminati. Certo, ci sono anche molti aspetti che lasciano perplessi, emendamenti aggiunti in corso d’opera che attenuano molto la portata innovativa dell’impostazione iniziale. E’ evidente che si tratta di una riforma frutto di numerosi compromessi, così come in fondo è normale che avvenga in democrazia. Tuttavia è difficile ravvedere nello spirito complessivo della riforma e nei suoi punti chiave qualcosa che possa veramente causare una distruzione dei diritti dei giovani, degli accademici, dei ricercatori. Semmai, l’unica cosa di cui si può accusare la riforma è di essere stata fin troppo mite nell’introduzione di criteri di valutazione e selezione più stringenti e di essersi mantenuta piuttosto garantista verso alcune fasce di accademici (inclusi i 30 mila professori assunti con le ope legis degli Anni Ottanta, mai sottoposti ad alcuna valutazione, e non toccati dalla riforma).

No, non è tanto la riforma di per sé che arrecherà danno all’Università e alla ricerca, ma due cose ben distinte. La prima è la carenza di fondi, che nonostante la riduzione dei tagli resta un problema, ma che non andrebbe mischiato con la questione delle norme introdotte dalla riforma. Si tratta infatti di battaglie che possono essere condotte su terreni distinti. Sui fondi si possono cercare soluzioni di diverso tipo, fare proposte, rinegoziare e dare nuova battaglia alla prossima Finanziaria. Lavorare per affossare invece tutta la riforma, come avrebbe voluto l’opposizione, ha tutt’altre implicazioni. La seconda cosa che arreca danno alle nostre università è l’evidente strumentalizzazione politica che si è svolta attorno a questo provvedimento, e non solo per mano dell’opposizione. La riforma è diventata strumento per dimostrazioni di forza, negoziazioni politiche, sia dentro che fuori della maggioranza, un modo per attaccare il governo, senza alcun riguardo o attenzione verso i temi veri su cui sarebbe stato necessario un confronto serio, sottratto alle ideologie di parte, alla visibilità mediatica e alla convenienza politica del momento. Invece si è preferita la strada della radicalizzazione dello scontro, della confusione, del calderone dove è stato messo tutto: dall’università a Pompei, dalla ricerca alla cultura, dalle scuole ai teatri, la musica, persino gli archivi di Stato. Non è più una protesta contro la riforma, è una protesta contro il governo. Certamente legittima, ma che sposta l’attenzione su un altro problema e non si sofferma a fare valutazioni serie sulle opportunità e i problemi legati alla riforma, a come affrontarli nel futuro, a come lavorare insieme per far sì, per esempio, che i prossimi decreti attuativi vadano nella giusta direzione, che si possano trovare nuovi fondi e nuovi modi per supportare di più la ricerca dentro e fuori le università e così via. Questa strumentalizzazione preoccupa perché non giova a nessuno, né ai giovani né al Paese. E soprattutto non rende giustizia a quei politici e parlamentari, di entrambi gli schieramenti, che in questi mesi si sono occupati in modo serio di questi temi, proponendo emendamenti non demagogici ma di sostanza e lottando per ottenerli, come aveva fatto il senatore del Pd Ignazio Marino quando era riuscito a introdurre un emendamento sul finanziamento di progetti di ricerca destinati a giovani ricercatori con criteri meritocratici. Un emendamento importante, innovativo, accolto dalla maggioranza, sul quale alla fine solo un partito ha votato contro: lo stesso Pd. Perché, come ha spiegato Bersani, se il partito è contro la riforma, la contrasta tutta. Tutta, incluse le cose positive che possono esserci, incluso il frutto del duro lavoro dei propri deputati e senatori. Ecco, questo tipo di radicalizzazioni, così come i calcoli fatti da alcuni pezzi di maggioranza per far vedere quanto conta, sono forse la cosa che fa più paura in questo momento, perché il Paese ha ancora bisogno di molte riforme, e per farle ci sarà bisogno del lavoro, dell’impegno e del senso di responsabilità di tutti.