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domenica 20 novembre 2011

Una fiducia da record per il premier Otto su dieci promuovono Monti


ILVO DIAMANTI

È bastata una settimana perché il clima d'opinione svoltasse dalla depressione all'euforia. Lo dimostra, in modo eloquente, il sondaggio realizzato da Demos mentre le Camere votavano la fiducia al governo "tecnico", guidato da Mario Monti. Con una maggioranza senza precedenti nella storia repubblicana. Ma non molto più larga di quella espressa dalla popolazione. Quasi 8 italiani su 10 (nel campione intervistato di Demos) manifestano un giudizio positivo nei confronti del governo. Ma il consenso "personale" del nuovo presidente del Consiglio è ancora più ampio: 84%. Paragonabile solo al sostegno popolare di cui dispone il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

LE TABELLE

Ispiratore e protagonista della formazione del governo Monti. Naturalmente, c'è una relazione stretta fra la "misura" della fiducia parlamentare e popolare. Una maggioranza politica tanto larga e trasversale ha, infatti, favorito il consenso dei cittadini verso il governo, in modo trasversale. Si va, infatti, dal 90% circa fra gli elettori del PD a un po' meno del 60% tra quelli della Lega e del Movimento 5 Stelle. Tuttavia, un'ondata di fiducia politica di queste proporzioni non si spiega solo con il sostegno dei partiti. Anzi, semmai è vero il contrario: la nascita del governo ha, in parte, riconciliato i cittadini con la classe politica. Come dimostra la crescita generalizzata dei giudizi positivi nei confronti dei leader. Tutti, compresi Berlusconi (che risale di alcuni punti: dal 22% al 29%) e Bossi (dal 20% al 24%). Anche se in testa, ovviamente ben al di sotto di Monti, incontriamo Corrado Passera, fino a ieri AD di Intesa Sanpaolo, oggi ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture. (Pur considerando che circa un quarto degli intervistati ancora non lo conosce.)
Questa inversione del clima d'opinione ha, dunque, altre cause.

In primo luogo, l'angoscia generata dalla crisi globale dei mercati, che ha investito, con particolare violenza, il nostro Paese. Ritenuto politicamente "debole", incapace di garantire le misure richieste dalla UE e dalle altre autorità economiche e monetarie internazionali. Il governo guidato da Monti appare ai cittadini una scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta.

Questa svolta del clima d'opinione, in secondo luogo, riflette la fine dell'epoca di Berlusconi. Ormai consumata da tempo. Il governo Monti ne ha sancito e sanzionato la fine. L'ha resa possibile e visibile. Solo il 22% degli elettori (poco più di metà rispetto a un anno fa) pensa, infatti, che l'esperienza politica di Berlusconi potrebbe durare ancora a lungo.

È, peraltro, indubbio che il grande consenso per il governo Monti - composto da "tecnici" - sia prodotto, in parte, dal sentimento "antipolitico" alimentato dal declino di Berlusconi e dalle difficoltà dell'opposizione. La fiducia nei partiti, infatti, resta ancorata al 5%. E quasi 8 elettori su 10 ritengono giusta "l'esclusione dei politici dalla squadra di Monti". Il governo, d'altronde, secondo i due terzi degli intervistati (o quasi), non è né di destra né di sinistra. E neppure di centro. Non ha colore politico. Un aspetto evidentemente molto apprezzato dai cittadini.

Anche per questo i calcoli "elettorali" di parte passano in secondo piano. D'altronde, se la scadenza delle elezioni si allontana, le questioni di leadership e coalizione diventano meno urgenti. E la polarizzazione risulta meno lacerante. Non è un caso che le stime di voto premino, in misura ridotta il PD (29,4%), ma soprattutto, l'UdC, che supera il 10% (3 punti di crescita in un mese). Nel momento in cui i partiti maggiori si coalizzano, a sostegno del governo, il "Terzo Polo" diviene, infatti, ancor più "centrale". E strategico. Ne risente, in particolare, il PdL (che scende dal 26% al 24%). Penalizzato dal declino del suo leader ma anche dall'attrazione dell'UdC. Anche la Lega (sotto l'8%) e SEL (scesa al 5,2%) sembrano penalizzate dalla posizione distinta o distante rispetto al governo.

L'unica "opposizione" che sembra beneficiare di questo clima è il Movimento 5 Stelle (4,6%), vicino a Grillo. Proprio perché - a differenza della Lega e di SeL - appare estraneo al sistema partitico.
In poche settimane si è, dunque, verificata una svolta negli atteggiamenti e nelle opinioni degli italiani. Impressa dalla formazione del governo Monti. Accolto dagli elettori di centrosinistra come una liberazione, da quelli di centrodestra come una pausa di sospensione (di fronte alla crisi di Berlusconi). Percepita da tutti (o quasi) i cittadini come una risposta alla crisi economica globale e alla crisi politica nazionale.

Tuttavia, gran parte degli italiani (due su tre) considera questo governo tecnico una "eccezione democratica" necessaria per aiutare - se non proprio "salvare" - la democrazia, in una fase critica. Non prorogabile all'infinito, ma comunque a lungo. L'80% degli intervistati, infatti, ritiene necessario che il governo Monti resti in carica fino alla fine della legislatura. E tre italiani su quattro pensano che i suoi compiti non possano limitarsi all'emergenza economica e dei mercati. Ma debbano estendersi anche alle riforme istituzionali e alla nuova legge elettorale. D'altronde, questo governo, tanto atteso, appare caricato di tante attese. L'85% degli italiani lo ritiene in grado di "portare l'Italia oltre la crisi". Di guidarci fino alla Terra Promessa (la Crescita, il Pareggio di Bilancio). Come Mosé al di là del Mar Rosso.

Da ciò derivano i rischi, per questo governo e per Monti. Accolti dal più elevato livello di fiducia misurato nell'era dei sondaggi. 1) Perché attese tanto elevate espongono alla delusione e alla frustrazione. Suscitano impazienza. Mentre problemi tanto seri - che hanno radici lontane e aggravati nel corso dei decenni - non si risolvono in tempi brevi. Né possono produrre effetti visibili immediati. 2) Perché problemi tanto seri richiederanno costi sociali elevati. Ed è difficile giustificare costi sociali elevati senza effetti sociali ed economici visibili, nel breve periodo. 3) Perché, quando si parte dall'80%, anche il 70% di fiducia rischia di apparire un "calo" di consensi. 4) Perché questo governo "tecnico" ha compiti profondamente "politici" e dipende dal consenso "politico" di un Parlamento dove operano partiti deboli (anche se in diversa misura). 5) Perché, infine, ci siamo lasciati alle spalle la Seconda Repubblica, ma (per citare Berselli) di fronte c'è una "Repubblica indistinta". Il governo tecnico, guidato da Monti, non può disegnarne il modello istituzionale. Non è suo compito. D'altronde, un'eccezione democratica non può diventare normale. Può, tuttavia, proporre almeno un diverso stile di governo e di comportamento "personale". Traghettarci oltre la "politica pop". In una Terra dove la competenza e la decenza abbiano cittadinanza.

(20 novembre 2011)

lunedì 31 ottobre 2011

Chi ha paura del referendum elettorale


di ILVO DIAMANTI

IL REFERENDUM per abolire l'attuale legge elettorale incombe e incute molti timori tra i dirigenti e i parlamentari dei partiti. In modo trasversale. D'altronde, il cosiddetto Porcellum attribuisce ai gruppi dirigenti un grande potere nella scelta delle candidature. Il che significa: nella scelta degli eletti, visto che attualmente gli elettori non hanno la possibilità di votare per i candidati, ma solo per le liste e per le coalizioni.

Il che spiega la resistenza dei parlamentari nei confronti di un referendum che li costringerebbe a stabilire un rapporto con la società e il territorio, divenuto, quantomeno, accessorio. Per la stessa ragione, tuttavia, questo referendum interessa molto agli elettori. Lo dimostra, in primo luogo, il numero delle firme raccolte dai promotori: oltre 1 milione e 200 mila. Senza una adeguata visibilità sui media - semmai il contrario. E senza che i maggiori partiti mobilitassero, a questo fine, la loro organizzazione - semmai il contrario. Ma il consenso per il referendum, oggi, appare molto esteso fra i cittadini, come emerge da un sondaggio condotto da Demos alcuni giorni fa. Quasi metà degli elettori (intervistati) - per la precisione: il 46% - afferma, infatti, di essere d'accordo sull'abrogazione dell'attuale legge elettorale. Intenzionato, al tempo stesso, a votarlo. Un ulteriore 18% ne condivide l'obiettivo, ma è ancora incerto se votarlo. Nel complesso, circa i due terzi degli elettori sono d'accordo con il quesito referendario, mentre quasi la metà appare già
in questa fase disposta a partecipare alla (eventuale) consultazione. Si tratta di un orientamento molto chiaro, indicativo di un sentimento ampiamente condiviso fra i cittadini. Tanto più se si tiene conto che il referendum costituisce ancora una prospettiva, un'ipotesi, per quanto sentita dagli elettori.


D'altronde, la disponibilità dei cittadini a intervenire direttamente su questioni di grande interesse pubblico è già emersa esplicitamente in occasione dei referendum dello scorso giugno. A cui ha partecipato oltre il 57% degli elettori. Sollecitati dai temi della consultazione, che riguardavano aspetti importanti relativi al "bene comune". L'acqua, i servizi locali, la tutela dell'ambiente, il nucleare. Questa partecipazione inattesa, tuttavia, riflette anche l'insoddisfazione verso le forze politiche di governo. E non solo di governo. Ma, soprattutto, rivela una domanda di partecipazione e di impegno diretto nella vita pubblica largamente diffusa nella società. Tuttavia, il consenso verso i due referendum ha confini sociali in parte differenti. Fra coloro che affermano di aver votato al referendum sui "beni comuni" dello scorso giugno, infatti, circa il 63% sostiene che voterà anche per abrogare il Porcellum. Oltre un terzo, dunque, al proposito, esprime dubbi oppure dissenso.

Tuttavia, il 24% di coloro che avevano disertato la consultazione dello scorso giugno afferma che voterà contro l'attuale legge elettorale. Segno che, oltre alla "domanda" di partecipazione, contano le "domande" che la ispirano. Per questo motivo il profilo degli elettori si differenzia, in qualche misura, in base alle questioni e ai quesiti sollevati dai referendum. Rispetto agli elettori che avevano partecipato al referendum dello scorso giugno, quelli favorevoli al referendum elettorale appaiono, infatti, maggiormente concentrati: a) nelle classi di età centrale e matura (30-60 anni), b) tra i liberi professionisti, i dirigenti, i tecnici e i ceti medi intellettuali. Mentre, a giugno, la partecipazione maggiore (rispetto alla media) si era verificata tra i giovani e i giovanissimi e tra gli studenti. Il sostegno ai referendum elettorali, inoltre, appare maggiormente esteso a centrosinistra e a sinistra. In particolare, fra gli elettori del Movimento 5 Stelle (80%) di Sel (73%) e del Pd (64%). Mentre i referendum di giugno avevano ottenuto un consenso più trasversale.
Tuttavia, lo ripetiamo, quasi i due terzi degli elettori che hanno partecipato ai referendum sui "beni comuni" affermano che voterebbero anche contro l'attuale legge elettorale. Calcolati sull'intero corpo elettorale, questi "referendari" convinti sono circa il 36%. Oltre un terzo degli elettori. Tra di loro assumono un peso maggiore, rispetto alla media, gli elettori di sinistra e di centrosinistra. Ma sono presenti in misura significativa anche quelli di centro e di centrodestra. Li accomuna la disponibilità a impegnarsi e a mobilitarsi per "cambiare". Non solo e non tanto una legge, per quanto importante. Ma il sistema politico e le istituzioni. Per questo si sentono molto vicini alle ragioni e alle manifestazioni degli "indignati" (70%). Mentre esprimono grande insoddisfazione nei confronti del governo, ma anche verso l'opposizione di centrosinistra (meno del 30% dei referendari la valuta positivamente). Per questo motivo sono percepiti come un pericolo dai gruppi dirigenti dei partiti principali. In primo luogo, dai leader delle forze politiche di governo. Perché i referendum hanno, spesso, costituito dei punti di svolta critici. Da ultimi: i referendum elettorali del 1991 e del 1993 hanno accelerato il crollo della Prima Repubblica e avviato il passaggio alla Seconda.

È comprensibile che questo nuovo referendum elettorale, spinto da quello dello scorso giugno, susciti grande apprensione tra chi teme una svolta definitiva. Oltre il berlusconismo. Ma anche oltre l'antiberlusconismo. Perché decreterebbe la crisi definitiva della leadership del governo di centrodestra. Ma metterebbe in discussione anche quella dell'opposizione di centrosinistra. In particolare, nel Pd, dove Pippo Civati, una settimana fa, e soprattutto Matteo Renzi, ieri, hanno apertamente contestato le "vecchie burocrazie di partito". D'altronde, il gruppo dirigente del Pd, verso i referendum di giugno, ha espresso un sostegno tardivo. Quasi fuori tempo massimo. Mentre verso il Porcellum ha manifestato un orientamento diffidente e reticente. In contrasto con l'atteggiamento convinto dei militanti e degli elettori. Ma c'è da dubitare che il Pd possa battere Berlusconi e il centrodestra conducendo la sua lotta asserragliato nelle aule del Palazzo. Scommettendo sul passaggio da uno schieramento all'altro di parlamentari (sedicenti) "responsabili". Piuttosto che puntare sulla "sfiducia" del Parlamento è meglio investire sulla "fiducia" nella società. E nel movimento "invisibile" che, quando ne ha l'occasione, come in questi referendum, non esita a mobilitarsi. A diventare "visibile".

(31 ottobre 2011)

lunedì 24 ottobre 2011

Italia, un paese sospeso tra indignazione e sfiducia


di ILVO DIAMANTI

QUESTA LEGISLATURA resiste. Malgrado che, da mesi, tutti ne evochino la fine. Invocata dall'opposizione, esorcizzata dalla maggioranza. Malgrado che gran parte degli elettori (oltre il 70%) ritenga la parabola di Berlusconi ormai conclusa. Non credono alla risalita del Cavaliere neppure gli elettori del Pdl (45%), tantomeno i leghisti (20%).

Tuttavia, si prosegue. O meglio, si staziona. Mentre la sfiducia dei cittadini cresce, insieme all'incertezza nel futuro. I dati dell'Atlante Politico di Demos, raccolti attraverso un sondaggio condotto durante la scorsa settimana, descrivono, infatti, uno scenario statico e pressoché stagnante, sul piano elettorale.

I due principali partiti confermano il loro debole primato nella coalizione. Il Pd, in lieve calo, si attesta intorno al 28%. Il Pdl, in lieve crescita, raggiunge il 26%. Insieme superano di poco il 54%. Alle politiche del 2008 erano oltre il 70%. Una conferma di più che la prospettiva bipartitica è ormai illusoria. Ma, soprattutto, un segno di crisi del bipolarismo così come l'abbiamo conosciuto.

D'altronde, gli alleati dei due partiti maggiori - IdV e SEL, a centrosinistra, la Lega, a centrodestra - occupano uno spazio rilevante. Ma non possono svolgere un ruolo aggregante. Non ne hanno la vocazione e tanto meno il peso. La Lega, peraltro, appare in calo sensibile.

Gli scenari elettorali tracciati in base alle possibili coalizioni confermano le tendenze dell'ultimo anno. Il Centrosinistra - impostato sull'alleanza fra PD, IdV e SEL - sembra in grado d
i prevalere comunque. Da solo, in una competizione a tre, contro il Centrodestra e il Centro. A maggior ragione, se alleato con il Centro. Ma anche messo di fronte al Centrodestra allargato al Centro. Il quale conferma la sua difficoltà coalizionale. Perché i suoi elettori soffrono ogni spostamento; verso sinistra, ma anche verso destra. Mentre da solo il Terzo Polo allargherebbe i consensi molto al di là della somma del voto attribuito ai partiti che ne fanno parte - UdC, API, FLI.

Le stime di voto si riflettono nelle previsioni degli elettori. Quasi il 50% di essi pensa che se si votasse oggi vincerebbe il Centrosinistra, il 37% il Centrodestra, per il quale significa 10 punti in più rispetto a un mese fa. La ripresa del Centrodestra, nella percezione degli elettori è favorita, forse, dal successo alle Regionali in Molise, per quanto stentato. Ma è, soprattutto, un segno che si respira aria di elezioni anticipate. Non a caso si è ridotta la quota di coloro che, al proposito, non esprimono un'opinione. D'altronde, è diminuita sensibilmente anche la "zona grigia" dell'incertezza e dell'astensione elettorale. Oggi non supera il 25%: circa 10 punti percentuali meno di un mese fa.

Eppure, l'orizzonte resta pervaso dall'incertezza. Di fronte alla crisi politica attuale, infatti, gli elettori si dividono in modo eguale fra le tre soluzioni proposte: un governo di emergenza, guidato da una figura autorevole (l'ipotesi preferita, anche se di poco: 34%); nuove elezioni nei prossimi mesi; oppure tirare avanti, con questo governo, fino al 2013. Insomma, come si è detto, questa legislatura sfinita non si decide a finire. Anche se la stanchezza del governo è evidente e riflette, anzitutto, la stanchezza della leadership.

La fiducia nei confronti di Silvio Berlusconi, infatti, è ai minimi (22%, quasi come il mese scorso). Più basso di lui, solo Bossi, il fedele alleato. I due appaiono saldamente legati, nella buona e nella cattiva sorte.
Tuttavia, questa palude di sfiducia rischia di inghiottire tutto e tutti. Non solo i partiti e gli uomini della maggioranza.

Basta guardare gli indici di fiducia nei confronti dei leader politici. Tutti in calo. In testa è tornato Tremonti, con il 37% di consensi. Ma solo perché, nell'ultimo mese, ha perso meno degli altri. Un anno fa, tuttavia, il credito verso il ministro dell'Economia era superiore di 10 punti percentuali. Il leader del PD, Bersani, ottiene la fiducia del 34% degli elettori: 7 punti meno di un anno fa. L'indice di fiducia verso Vendola, rispetto al novembre 2010, è sceso addirittura di 15 punti. Ora è al 33%.

Perfino Beppe Grillo - che, sulla sfiducia verso "tutti" i partiti, ha fondato la propria fortuna - nell'ultimo anno ha perso 8 punti di consenso. Di Pietro, restando fermo al 35% come un anno fa, è quasi in testa alle preferenze. Il fatto è che la fiducia si è rarefatta. Basti pensare che nella graduatoria costruita in base agli indici di fiducia personale, nel novembre del 2010, il leader posizionato al 5° posto, cioè a metà, otteneva il consenso del 39% degli intervistati. Oggi la fiducia verso il leader che occupa la medesima posizione è scesa al 30%.

La sindrome della sfiducia affligge tutti gli attori politici. I partiti per primi: "stimati" (si fa per dire) da meno del 5% dei cittadini. Ma anche le istituzioni. Lo Stato (il cui l'indice di fiducia si è ridotto al 20%), la stessa magistratura (42%: 7 punti meno di un mese fa). L'onda grigia lambisce perfino il presidente della Repubblica, che dispone di un consenso cosmico, rispetto a tutti gli altri. Il 70% dei cittadini esprimono "molta/moltissima" fiducia nei suoi confronti. Il che significa, però, 4 punti in meno di un mese fa.

D'altronde, la sfiducia nel futuro (62%) non è mai stata così alta, negli ultimi dieci anni.

Anche per questo motivo non sorprende che la maggioranza degli italiani esprima sostegno agli "indignati" che hanno manifestato il 15 ottobre a Roma. Nonostante le violenze che ne hanno funestato lo svolgimento - le cui responsabilità, tuttavia, sono attribuite prevalentemente ad altri soggetti. Non è solo perché è difficile disconoscere le buone ragioni degli "indignati".

La frustrazione dei giovani, privati del futuro, costretti a un eterno presente, naturalmente precario. Il fatto è che l'indignazione è, ormai, un esercizio collettivo. Tutti si sentono - e sono - indignati. Contro le istituzioni pubbliche, contro lo Stato, gli statali, i partiti, i politici. Contro la Casta. Perfino i politici e la Casta si sentono indignati. Reciprocamente e contro chi si indigna con loro.

Da ciò il rischio. Che l'indignazione smetta presto di essere una virtù rivoluzionaria. E diventi un riflesso condizionato. Una parola alla moda. L'ultima beffa verso coloro che hanno tutti i motivi per dirsi "Indignati". Non gli hanno rubato solo il Futuro e il presente. Ma perfino l'Indignazione.

(24 ottobre 2011)

lunedì 26 settembre 2011

Aspettando le elezioni nel Deserto dei Tartari


di ILVO DIAMANTI

ANCHE IERI si è ripetuto il logoro copione che si recita in Italia, da oltre un anno e forse più. Bersani ha invocato un governo di emergenza. Gli hanno fatto eco Fini e Casini, invocando nuove elezioni. Ma Berlusconi ha ribadito che non ha nessuna intenzione di dimettersi.

Né di anticipare il voto, senza la sfiducia del Parlamento. Anche se ormai la sua parabola è alla fine. O, forse, proprio per questo. Se uscisse di scena, a differenza del passato, stavolta difficilmente riuscirebbe a rientrare in gioco. Parallelamente, nel Pdl, pochi - oltre a Pisanu - sembrano disposti ad accantonare il proprio leader-padrone. A parte il fatto che nessuno ne avrebbe la forza, tutti si rendono conto che senza Berlusconi il Pdl resterebbe privo di identità e organizzazione. La stessa Lega vive con disagio crescente l'alleanza con Berlusconi. Soprattutto i militanti e la base, sempre più insofferenti. Ma Bossi e suoi fidi esitano a staccare la spina.

Il destino dei due leader è reciprocamente legato. Se Berlusconi cadesse, la posizione di Bossi verrebbe compromessa. Senza il Pdl e senza Berlusconi (per non dire senza Bossi), lontano dal governo: la stessa Lega, rischierebbe la marginalità politica e il declino elettorale. Come avvenne dopo la svolta secessionista del 1996. Una prospettiva insopportabile per un partito che ha da difendere (e da perdere) molti posti di governo - e di sottogoverno. Nella pubblica amministrazione e nella finanza. A livello nazionale e locale.

Così Berlusconi e il centrodestra "resistono" in Parlamento. Dove dispongono ancora di una maggioranza precaria. Sufficiente a garantire la "fiducia" quando è necessario. Mentre tra gli elettori oggi sono una minoranza, largamente "sfiduciata" dai cittadini.

Ciò rende il ricorso a elezioni anticipate assai improbabile. Anche se l'ipotesi echeggia, un giorno sì e l'altro pure. Ma le elezioni non le vuole nessuno. Anzitutto nella maggioranza. Figurarsi. Oggi, per il centrodestra, significherebbe perderle. Anche se Berlusconi dà il meglio di sé in campagna elettorale, quando è dato per spacciato. Ma stavolta è diverso. La sua stagione è finita. I valori e i modelli su cui ha fondato il proprio successo: logori e inattuali. La sua immagine non attrae più. Semmai avviene il contrario. La sua "base sociale" l'ha abbandonato. Gli imprenditori piccoli e grandi: ne chiedono le dimissioni da mesi. Ai loro congressi basta inveire contro il governo e il presidente del Consiglio per sollevare grandi boati di approvazione. La stessa Chiesa appare tiepida. Anche se le gerarchie mantengono un atteggiamento fin troppo prudente di fronte ai modelli e agli stili di vita proposti da chi guida il Paese.

Insomma, si tratta del momento peggiore per andare al voto, dal punto di vista di Berlusconi e del Pdl. Ma anche dal punto di vista della Lega, in evidente difficoltà nel recitare la parte dell'opposizione, dopo aver sostenuto fedelmente Berlusconi, da dieci anni in qua. Bossi lo ha detto esplicitamente a Pontida. È cambiato il "ciclo politico". A favore della Sinistra. E allora, perché votare? Tanto più che neppure a sinistra - nonostante il vento favorevole - si coglie molta voglia di andare al voto presto. Il Pd non si sente pronto. È diviso sulla questione delle alleanze. L'idea del Nuovo Ulivo, insieme all'Idv e a Sel, a Di Pietro e Vendola, dispiace a una parte del Pd, che preferirebbe la Grande Coalizione con il Terzo Polo. E teme di spingere l'Udc in braccio al centrodestra. A ragione, visto che le sorti della competizione elettorale diverrebbero altamente incerte.

Peraltro, la prospettiva del voto avvicinerebbe le primarie. Su cui nel Pd non c'è armonia di vedute. Quando e come farle? Primarie di partito o di coalizione? Oppure entrambe? Perché le primarie al gruppo del Pd piacciono quando l'esito è scontato. Non se sono davvero "aperte".

Infine, c'è la questione della "legge elettorale". Votare presto costringerebbe a utilizzare il famigerato Porcellum. Proprio mentre l'iniziativa referendaria, promossa da Parisi, volta ad abrogarlo e ristabilire il sistema elettorale precedente, ha ottenuto un massiccio sostegno popolare. Viaggia ben oltre le 500mila firme. Non a caso Alfano, a nome di Berlusconi, nei giorni scorsi, si è detto pronto a riformare l'attuale legge. Presumibilmente, per prendere tempo. E per evitare un nuovo referendum. Rischioso come il precedente, per il centrodestra. Mentre al Terzo Polo non piacciono né il Porcellum né il Mattarellum.

Mi rendo conto che questa ricostruzione, pedante e un po' prolissa, può apparire noiosa e scontata. Persino banale. Tuttavia, mi è parso utile proporla. Non solo a memoria futura - e presente. Ma perché dà il senso di quel che sta capitando nel nostro sistema politico. Mentre tutto intorno ci crolla addosso. Mentre le vicende politiche e i mercati globali richiederebbero - e, anzi richiedono - un governo che governi e un presidente del Consiglio credibile - o almeno non squalificato. Sostenuto da una maggioranza che sia tale non solo in Parlamento - e spesso neppure lì. Ma anche tra i cittadini e gli elettori.

In Italia, invece, viviamo un tempo di elezioni e dimissioni imminenti. Sempre possibili e da molte parti auspicate. Ma puntualmente scongiurate e rinviate. È come fossimo perennemente in crisi di governo. In campagna elettorale permanente. Quando non è possibile decidere nulla, perché è importante inseguire e conquistare ogni segmento di opinione pubblica. Ogni frammento del mercato elettorale. Un giorno dopo l'altro. Un momento dopo l'altro. Così tutto si agita, nel nostro piccolo mondo. Ma tutto resta uguale. Mentre fuori infuria la bufera (politica, monetaria, economica, finanziaria...).

Verrebbe da evocare la fortezza Bastiani, dove l'ufficiale Giovanni Drogo, insieme alla sua guarnigione, attende l'arrivo del nemico. Che non arriva mai. Nel Deserto dei Tartari narrato da Dino Buzzati. Ma si tratterebbe di una citazione troppo nobile, per il nostro povero Paese. Per il penoso spettacolo offerto dalla nostra scena politica. Che mi rammenta, piuttosto, un tapis roulant. Dove cammini e corri, con continui cambi di velocità e di pendenza. Ma resti sempre fermo. Nello stesso posto. Nella tua stanza. Senza una meta. Senza un orizzonte. Mentre il mondo fuori incombe.

(26 settembre 2011)

lunedì 5 settembre 2011

Un Paese senza guida


di ILVO DIAMANTI

UN PAESE senza governo e senza guida. Nel mezzo di una crisi di sfiducia politica e istituzionale, che evoca quella dei primi anni Novanta. Con l'aggravante che non si vedono sbocchi e scarseggia la speranza. È l'immagine senza luce che emerge dal sondaggio dell'Atlante Politico di Demos condotto nei giorni scorsi su un campione rappresentativo della popolazione nazionale.

1. Un Paese senza governo. Le stime elettorali confermano il declino dei partiti di maggioranza. Il PdL scende al 25,5%. Ma, rispetto a giugno, cala anche la Lega (sotto il 10%), che non riesce più a fare l'opposizione di governo. Insieme, PdL e Lega, secondo le stime di Demos, raggiungerebbero poco più del 35%. Meno di quanto ottenne da solo il PdL nel 2008. Nove punti percentuali meno dell'asse di Centrosinistra: PD-IdV-SEL. D'altra parte, circa metà degli elettori prevede che una coalizione di Centrosinistra guidata dal PD di Bersani vincerebbe le elezioni. Quasi il doppio di chi, invece, scommette sul successo del Centrodestra guidato da Berlusconi. Il declino del berlusconismo sembra ormai di "senso comune".

2. Un Paese senza guida. E senza "guide". La Seconda Repubblica, ispirata da Berlusconi, è fondata sui "partiti personali" - e comunque, personalizzati. Ma le "persone" che "guidano" i partiti di governo - e il governo - dimostrano un serio deficit di consenso. Anzitutto i Capi. Berlusconi e Bossi, entrambi in fondo alla graduatoria dei leader, compilata in base al giudizio degli elettori.

Poco più del 20% degli italiani (compresi nel campione) attribuisce loro la sufficienza. Alfano, segretario del PdL per volontà di Berlusconi, raggiunge il 30%, ma cala di tre punti e mezzo rispetto a due mesi fa. Resta Tremonti, cardine del governo e guida dell'economia nazionale, ma anche il vero "oppositore" interno di Berlusconi. Oggi ottiene la fiducia di circa il 38% degli elettori, cioè: circa 17 punti meno di due mesi fa. Un vero crollo. Prodotto dal disorientamento suscitato dalla manovra finanziaria, non solo dolorosa, ma soprattutto confusa - riveduta e corretta di giorno in giorno. Un crollo. Accentuato dal discredito sollevato dallo scandalo che ha coinvolto il suo sottosegretario Milanese. Di cui era "inquilino" (in nero). Da ciò la perdita di legittimazione "personale" sui mercati e presso le istituzioni internazionali. Ma anche nell'opinione pubblica nazionale. Maggioranza e governo appaiono, così, senza guide e riferimenti.

3. Oggi, d'altronde, quasi otto italiani su dieci affermano che il governo non ha mantenuto le promesse. Lo pensa anche la maggioranza dei leghisti e quasi metà degli elettori del PdL. Sette elettori su dieci, inoltre, considerano la manovra finanziaria negativamente. Iniqua, a spese soprattutto dei pensionati e dei dipendenti pubblici. Mentre metà degli italiani la giudica un ostacolo all'attuazione del federalismo.

4. Un Paese senza governo e senza guida. Che, tuttavia, non sembra disporre di alternative credibili. Certo, se si votasse oggi, secondo le stime di Demos, il Centrosinistra prevarrebbe nettamente. Ma il giudizio degli elettori sull'operato dell'opposizione risulta anche peggiore di quello verso il governo. Quanto ai leader, il consenso nei confronti di Bersani e Vendola appare in calo, negli ultimi mesi. Il segretario del PD è danneggiato dalle inchieste sulla corruzione che hanno coinvolto Penati, ma anche Tedesco. Figure importanti nell'ambito del partito. Non solo a livello locale.

5. L'opposizione sociale, interpretata dallo sciopero generale di domani promosso dalla CGIL, in effetti, divide il Paese. Circa metà degli italiani non è d'accordo. Ma il 45% si dice a favore. Nel centrosinistra, comunque, il consenso appare ampio. Sei italiani su dieci, peraltro, sostengono che non parteciperebbero a una manifestazione contro le politiche economiche del governo. Nonostante non le condividano. Per timore, presumibilmente, di drammatizzare la situazione del Paese. Il che conferma la difficoltà di fare opposizione senza un governo di fronte, in questi tempi di crisi.

6. Non è un caso che il solo leader che abbia visto crescere la fiducia personale, negli ultimi mesi, sia Antonio Di Pietro. Oggi risulta il più "stimato" dagli elettori e il suo partito sembra averne beneficiato notevolmente. Due le ragioni principali del favore per Di Pietro. A) È ritenuto fra i protagonisti del successo del Centrosinistra alle amministrative dello scorso maggio e del grande risultato ottenuto dai referendum di giugno. B) La sua identità richiama la stagione di Tangentopoli, di cui è stato e resta la "figura simbolo".

7. L'analogia con gli anni di Tangentopoli appare, infatti, molto stretta agli occhi degli italiani. Quasi metà degli intervistati ritiene che oggi la corruzione politica sia altrettanto diffusa rispetto ad allora. Un ulteriore 36% la considera perfino cresciuta. Due italiani su tre, peraltro, ritengono che nessuno, da destra a sinistra, possa rivendicare una "diversità" etica.

Da ciò la profonda differenza rispetto alla stagione di Tangentopoli. Allora, mentre crollava il Muro, insieme alla Prima Repubblica, era diffusa la convinzione che ci attendeva un futuro migliore. Che il cambiamento avrebbe fatto bene al nostro sistema politico malato e alle nostre istituzioni, inadeguate. Inoltre, in quegli anni erano presenti soggetti e riferimenti importanti - nuovi e meno nuovi. La Lega, Berlusconi, i magistrati. In seguito l'Ulivo di Prodi. Oggi non è così. Dietro alla crisi si stenta a vedere la luce. Il Movimento invisibile e reticolare, emerso nei mesi scorsi, ha espresso una domanda di cambiamento, fin qui ancora in attesa di rappresentanza. Mi pare difficile che possa venire soddisfatta dai nomi che circolano in questi tempi. Largamente esterni alla società civile. Banchieri, finanzieri e capitani di industria. Lo stesso Montezemolo, molto presente nelle cronache politiche di questa fase, secondo i dati dell'Osservatorio Politico di Demos è fermo al 38% dei consensi. Tre punti in meno di giugno, ma oltre dieci in meno rispetto a febbraio. Il fatto è che viviamo un'epoca di sfide speciali. Richiedono persone e soggetti politici speciali. Sarà la mia miopia, ma, echeggiando Machiavelli e Pareto, in giro io non vedo né volpi né leoni.

(05 settembre 2011)

mercoledì 10 agosto 2011

L'arte di arrangiarsi non ci salverà


di ILVO DIAMANTI

TEMO che il piano del governo per rispondere alla bufera dei mercati non produrrà gli effetti sperati. Non solo per i limiti relativi alle politiche annunciate, né per le turbolenze globali. Oltre a tutto ciò, c'è un altro problema: noi. Gli italiani. E lui. Berlusconi. Insieme al governo "eletto dal popolo". In definitiva: il rapporto fra gli italiani e chi li governa. In parte, si tratta di una novità.

Gli italiani, infatti, nel dopoguerra, hanno sempre reagito alle emergenze, interne ed esterne. Basti pensare alla Ricostruzione degli anni Cinquanta e Sessanta. Quando l'Italia divenne uno dei Paesi più industrializzati al mondo. Gli italiani conquistarono il benessere, l'accesso all'istruzione di massa e ai diritti di cittadinanza sociale. Anche in seguito il Paese continuò a crescere. Soprattutto negli anni Novanta, grazie alle aree e ai settori in precedenza considerati "periferici". Le piccole imprese, il lavoro autonomo, le province del Nord, il Nordest. In quegli stessi anni, gli italiani reagirono alla crisi - economica e politica - affidandosi ai governi guidati da Amato e Ciampi, all'intesa tra il governo e le parti sociali. Gli italiani, allora, affrontarono manovre finanziarie il cui costo complessivo superò largamente i centomila miliardi di lire. E pagarono molto anche tra il 1996 e il 1998, quando al governo erano Prodi e (ancora) Ciampi. Per entrare nell'Europa dell'Euro. Per non restare esclusi dall'Unione - peraltro ancora incompiuta. Pagarono caro, tra molte proteste, comprensibili. Ma pagarono. Perché compresero che non c'era alternativa, se volevano mantenere il benessere e lo sviluppo conquistati con tanti sacrifici. Oggi - lo ripeto - dubito seriamente che riusciremmo nella stessa impresa. Che saremmo - saremo - in grado di affrontare gli stessi costi e gli stessi sacrifici. Con gli stessi risultati.

Ci ostacola, anzitutto, la nostra identità sociale. Il nostro "costume nazionale". Gli italiani, infatti, si sentono uniti dalle differenze, locali e sociali. Sono - siamo - un Paese di paesi: città, villaggi, regioni. L'Italia è, al tempo stesso, un collage, una "casa comune", dove coabitano molte famiglie. Appunto. Perché gli italiani si vedono diversi e distinti da ogni altro popolo proprio dall'attaccamento alla famiglia. E ancora, dall'arte di arrangiarsi. Cioè, dalla capacità di adattarsi ai cambiamenti e di rispondere alle difficoltà. E, ancora, dalla creatività e dall'innovazione. Un popolo di creativi, flessibili, attaccati alla propria famiglia, al proprio contesto locale. E, puntualmente, lontano dallo Stato, dalle istituzioni, dalla politica, dal governo. Una società familista, in grado di affrontare le difficoltà "esterne" di ogni genere. In grado di crescere "nonostante" lo Stato e la Politica. Si tratta di una cornice condivisa, come ha dimostrato il consenso ottenuto dalle celebrazioni del 150enario. Ma è ancora in grado di "funzionare" come in passato? Penso di no.

Il localismo, la struttura familiare e quasi "clanica" della nostra società: sono limiti alla costruzione di una società aperta, equa, fondata sul merito. Ostacoli a ogni tentativo di liberalizzare. Gran parte degli italiani, d'altronde, sono d'accordo sulle liberalizzazioni. Ma tutti, o quasi, pensano di trasmettere ai figli non solo la casa e il patrimonio, ma anche la professione, l'impresa e la bottega. E molti (soprattutto quelli che non hanno un lavoro dipendente) vedono nell'elusione e nell'evasione fiscale una legittima difesa dallo Stato inefficiente, esoso e iniquo. Il quale, da parte sua, non fa molto per allontanare da sé questo ri-sentimento.

Difficile, in queste condizioni, rilanciare la crescita, abbassare il debito pubblico, imporre il pareggio di bilancio. Anche se venisse imposto per legge. Anzi: con norma costituzionale.
Eppure - si potrebbe eccepire, legittimamente - in passato questo modello ha funzionato. Già: in passato. Quando eravamo (più) poveri. Quando dovevamo conquistare il benessere e un posto di riguardo, nella società. Per noi e i nostri figli. Quando la nostra economia e il nostro Paese dovevano guadagnare peso e credibilità, sui mercati e nelle relazioni internazionali. A dispetto dei sospetti e dei pregiudizi nei nostri confronti. Ma oggi non è più così. Non abbiamo più la rabbia di un tempo. Semmai: la esprimiamo nei confronti dello Stato e degli altri. Gli stranieri. E in generale: verso gli altri italiani. Sempre più stranieri ai nostri occhi.

Poi, soprattutto, è da vent'anni che il localismo, il familismo e il bricolage sono andati al potere. Interpretati dal partito delle piccole patrie locali: Nord, Nordest, regioni, città e quant'altro. E dal Partito Personale dell'Imprenditore-che-si è-fatto-da-sé. È da 10 anni almeno che lo Stato è stato conquistato da chi considera lo Stato un potere da neutralizzare. Da chi ritiene le Tasse e le Leggi degli abusi. È da 10 anni almeno che il pessimismo economico è considerato un atteggiamento antinazionale, un sentimento esecrabile che produce crisi. È da 10 anni almeno che "tutto va bene", l'economia nazionale funziona, la disoccupazione è più bassa che altrove (non importa se è sommersa nell'informalità). E se oggi la nostra borsa e la nostra economia arrancano affannosamente - certo, insieme alle altre, ma molto, molto più di ogni altra - la colpa non è nostra, figurarsi. Ma degli altri: i mercati e gli speculatori - cioè, lo stesso. Perché non ci capiscono. Non tengono conto dei nostri "fondamentali", solidi e forti.

Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno - non abbiamo - più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti - e furbi - non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti: è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l'abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico: è un limite. Perché se a chiederti di cambiare è un governo fatto di partiti personali e di persone che riproducono i tuoi vizi antichi: come fai a credergli?

Perché, in fondo, questo Presidente Imprenditore - e viceversa - in campagna elettorale permanente, quando chiede sacrifici, rigore, equità, non ci crede neppure lui. Strizza l'occhio, come a dire: sacrifici sì, ma domani... Basta che paghino gli altri. Peccato che domani - anzi: oggi - sia già troppo tardi. E gli altri siamo noi. L'arte di arrangiarsi stavolta non ci salverà. Tanto meno Berlusconi.

(08 agosto 2011)

lunedì 14 febbraio 2011

Berlusconi, fiducia a picco è tornato ai livelli del 2005


di ILVO DIAMANTI

Silvio Berlusconi resiste. Nonostante le inchieste, gli scandali e le proteste. Anzi, reagisce con violenza. Contro i nemici. La Magistratura, i giornali e i giornalisti della Repubblica Giudiziaria. Perfino - anche se in modo meno esplicito - contro il Presidente della Repubblica. Ma la sua posizione e la sua immagine ne hanno risentito sensibilmente.

LE TABELLE DEMOS

Come mostra il sondaggio condotto nei giorni scorsi dall'Atlante Politico di Demos per la Repubblica. Oggi, infatti, la fiducia dei cittadini nei confronti di Silvio Berlusconi ha toccato il fondo. La quota di italiani che ne valuta positivamente l'operato (con un voto almeno sufficiente) è ridotta al 30%. Meno che nel settembre 2005, quando il Cavaliere sembrava avviato a una sconfitta pesante alle elezioni politiche dell'anno seguente. Il che suggerisce di usare cautela, prima di darlo per finito, visto come sono andate le cose in seguito. Tuttavia, gli avvenimenti recenti fanno sentire i loro effetti.
Quasi metà degli italiani ritiene vere le accuse rivolte dagli inquirenti a Berlusconi. E pensa che il Premier si dovrebbe dimettere. Meno del 20% considera, invece, falsi i fatti che gli sono addebitati. Anche se oltre metà degli italiani ritiene che, per quanto colpevole, il Premier resterà "impunito". Come sempre. Anche per questo la fiducia in Berlusconi, oltre che limitata, appare in declino costante e precipitoso.

È, infatti, calata di 5 punti percentuali negli ultimi due mesi, ma di 12 rispetto allo scorso giugno e addirittura di 18 rispetto a un anno fa. I motivi di insoddisfazione degli elettori, d'altronde, vanno al di là delle feste e dei festini a casa del Premier. Solo un italiano su quattro, infatti, pensa che il governo Berlusconi abbia "mantenuto le promesse". Quasi metà rispetto a due anni fa.

Neppure gli elettori leghisti sembrano disposti ad ammetterlo. Da ciò la crescente incredibilità di Berlusconi. Sempre più indebolito sul piano del consenso personale. Mentre tutti gli altri leader politici hanno migliorato la propria immagine presso gli elettori, negli ultimi due mesi. Nella maggioranza (e non solo), Tremonti resta il più apprezzato. Nel Terzo Polo, non solo Casini - di gran lunga il più stimato - ma anche Fini ha recuperato (un po' di) credibilità, dopo la battuta d'arresto subìta il 14 dicembre. Nel Centro-Sinistra, infine, Vendola si conferma il "più amato", per quanto anche Bersani abbia allargato la propria base di consensi. È significativo il seguito di una outsider come Emma Bonino. Nonostante il peso elettorale, limitato, del suo partito. A conferma del disorientamento di quest'epoca, senza riferimenti fissi. Senza baricentri. Come emerge, con chiarezza, dalle intenzioni di voto. Contrassegnate, anzitutto e soprattutto, dal calo sensibile dei due partiti principali. Il PDL, infatti, scende al 27%, il PD al 24%. Insieme: poco più del 50%. Alle elezioni politiche del 2008 superavano il 70%. Segno definitivo che l'illusione bipartitica è finita. Compromessa - se non finita - insieme alla capacità di Berlusconi di unire e dividere il mondo (politico) italiano. Con la conseguente frammentazione, che, più degli altri, premia la Lega, a destra, e SEL, a sinistra. È interessante osservare come il quadro cambi sensibilmente di fronte a scenari di coalizioni possibili. In primo luogo, si assiste a una riduzione consistente degli indecisi. I quali, praticamente, si dimezzano con effetti evidenti sugli equilibri politici.

Secondo le stime dell'Atlante Politico, infatti, l'attuale coalizione di governo, allargata alla Destra di Storace, perderebbe nettamente il confronto (57% a 43%) con una - ipotetica - "Grande Alleanza" di opposizione, che dal Terzo Polo arrivasse fino a SEL, passando per il PD e l'IdV. Ma appare sfavorita anche in una competizione tripolare. Il Centrosinistra (PD e IdV insieme a SEL) vincerebbe, infatti, in misura più larga rispetto a due mesi fa (6 punti percentuali in più). Aiutato, per un verso, dal voto di elettori incerti di centrosinistra; per altro verso, dalla crescita del Terzo Polo a spese del Centrodestra.

Si spiega così la resistenza del Premier di fronte a ogni ipotesi di voto anticipato. Assecondato, con malcelato disagio, dalla Lega. Si spiegano, allo stesso modo, le telefonate del Premier durante le trasmissioni "nemiche", la crescente pressione esercitata sui media. Ma anche la guerriglia condotta dagli uomini della maggioranza contro ogni sondaggio sfavorevole. Il Premier, il PdL, il centrodestra sono impegnati a modificare il clima d'opinione loro sfavorevole. Con ogni mezzo. E ad allontanare le elezioni anticipate. Visto che oggi il Centrodestra ha la maggioranza - ipotetica e incerta - in Parlamento, ma è minoranza nel Paese, fra gli elettori.

In questo Paese spaesato non può sorprendere la crescita costante e vertiginosa dei consensi nei confronti del Presidente, Giorgio Napolitano. Verso cui esprime fiducia oltre l'80% degli italiani. Lo "stimano" quasi tutti gli elettori del PD, ma anche l'80% (circa) di quelli del PdL e oltre due terzi dei leghisti. È che il Presidente offre una sponda nel vuoto politico e nella crisi che scuote le istituzioni. D'altronde, le mobilitazioni e le proteste sociali delle ultime settimane, al di là delle specifiche rivendicazioni (ieri le donne hanno riempito le piazze in nome della propria "dignità), denunciano anch'esse un "vuoto" politico. Un deficit di alternativa. Il PD, d'altronde, non è più in grado, da tempo, di "fare opposizione", da solo. Ma neppure di stabilire i confini e le condizioni di un'alleanza. Se promuovesse un'intesa esclusiva con il Centro, ad esempio, perderebbe, come mostra l'Atlante Politico. Il PD resta, comunque, determinante per costruire l'alternativa. Ma deve farlo in fretta.

Oggi, un'alleanza tra le forze di opposizione avrebbe grandi possibilità di rappresentare la "maggioranza" - dei cittadini ma anche degli elettori. È ciò che teme Berlusconi. È il motivo per cui non vuole interpellare il "popolo sovrano". Almeno in questa fase. Ma - per lo stesso motivo - il PD e gli altri partiti di opposizione dovrebbero rivendicare il ritorno alle urne. Al più presto. Indicando, fin d'ora, quale coalizione. Il programma è obbligato: riformare e rifondare questa Repubblica straordinaria, questa democrazia indefinita. In modo, per quanto possibile, condiviso. Anche se ci attenderebbe una campagna elettorale dura, durissima. In tempi duri, durissimi. Ma, come ha ammonito il Presidente della Repubblica, è meglio una battaglia a termine, per quanto aspra, di questa guerra quotidiana - senza fine e senza quartiere - fra Berlusconi e le istituzioni dello Stato. Da cui io, personalmente, mi sento ogni giorno di più, sconfitto.

(14 febbraio 2011)

lunedì 13 dicembre 2010

La democrazia dell'irresponsabilità


di ILVO DIAMANTI

DOMANI andrà in scena il rito della fiducia al governo. Annunciato da tempo e poi rinviato. Messo in dubbio e infine ribadito. Perché la fiducia è una cosa seria. Anche se è una merce rara, in politica come nella vita quotidiana. Ma è necessaria in Parlamento: per verificare l'esistenza di una maggioranza, più che di un legame di "fiducia".

Alla base del sostegno a un governo, a un partito o a un premier ci possono essere, infatti, diversi motivi. Spesso personali. Ostilità e solidarietà, simpatia e antipatia. Ma anche interesse e utilità. Perché nella democrazia rappresentativa non si può ricorrere al "mandato imperativo", che vincola l'eletto alla fedeltà verso i suoi elettori. Per cui gli eletti dispongono di un buon grado di autonomia individuale nelle proprie scelte. Possono, cioè, decidere con una certa libertà come agire, nelle singole questioni, ma anche in quelle più importanti. Fino a dissociarsi dalle posizioni del partito o dello schieramento nelle cui liste sono stati eletti. Non solo: fino al punto di uscire da un partito o da uno schieramento per scivolare in un altro. È sempre avvenuto, in realtà. Senza andare troppo indietro nel tempo, basti pensare alla rapida conclusione del governo Prodi, nel gennaio 2008. Affondato dal "voto amico".

In questa legislatura, però, il fenomeno ha assunto proporzioni ampie e inattese. Tanto da mettere in crisi - comunque vada la verifica di domani - la maggioranza larga di cui disponeva il centrodestra dopo le elezioni del 2008. A causa, anzitutto, della frattura nel Pdl, seguita al distacco insanabile di Fini e dei suoi "fedeli" (?) da Berlusconi e il suo Popolo (della Libertà). Nelle ultime settimane, in particolare, i "distacchi" e i "ripensamenti" si sono alternati e allargati, in modo frenetico. Ispirati da logiche diverse. Dove gli interessi hanno preso il sopravvento sui valori. Dove i fini politici e la morale hanno imboccato percorsi divergenti - come ha scandito con forza Eugenio Scalfari ieri. Dove la morale si è perduta, all'ombra di calcoli assai più venali. Tanto che si è parlato - e si continua a parlare - di "mercato" dei voti. E dei parlamentari. Di cui sta occupando perfino la magistratura.

Sarebbe, peraltro, poco utile - a mio avviso - circoscrivere questi comportamenti dentro i confini dell'indignazione (anch'essa una merce molto rara, in questi tempi).

Gli slittamenti di partito e schieramento, oggi, avvengono sulla spinta di incentivi diversi - seppure, talora, eguali - rispetto a quelli che alimentano la "fedeltà" politica. Cioè: i vantaggi di carriera, di reddito, di potere, di visibilità legati al ruolo di parlamentare. D'altronde, la coerenza con i principi e i fini assoluti - nel linguaggio di Max Weber: "l'etica della convinzione" - non ha mai avuto una credibilità così bassa, in politica. I legami ideologici e associativi, perfino di categoria, si sono indeboliti e quasi dissolti, insieme ai partiti e alle grandi organizzazioni di interesse. Oggi, in fondo, i parlamentari a chi rispondono? I partiti praticamente non ci sono più. Salvo la Lega. E, comunque, sono tutti centralizzati e personalizzati. Compresa la Lega. Per cui diventano - sono divenuti - canali di mobilitazione individuale. Metodi per affermarsi e riprodurre la propria posizione. Certo, Berlusconi ha diviso il mondo in due: tra se stesso e i comunisti. Fra la libertà e la barbarie. In questo modo è riuscito a restituire un senso a una politica che aveva perduto senso. Nonostante sia lecito e legittimo interrogarsi: se abbia senso una politica fondata su questa alternativa. Ma tant'è. Di fronte a uno spettacolo politico tanto desolante (in un'epoca nella quale non c'è distanza fra politica e spettacolo), si ripropone la questione posta all'inizio. L'autonomia degli eletti e dei parlamentari rispetto agli elettori. Fino a che punto può spingersi? E quando, come in questa fase, produce comportamenti del tutto dissociati rispetto alla volontà degli elettori, si può parlare ancora di democrazia - anche se rappresentativa?

Il fatto è che nella democrazia rappresentativa il principio dell'autonomia degli eletti deve essere bilanciato da quello della "responsabilità". Ricorrendo di nuovo alla lezione di Max Weber: l'etica del politico è "responsabile" in quanto considera le conseguenze delle proprie scelte sul piano pubblico. Ma anche sul piano elettorale. (Come sottolinea Bernard Manin, nei "Principi del governo rappresentativo", pubblicato da "il Mulino")
In altri termini: gli eletti possono anche passare a un gruppo - magari uno schieramento - diverso. Proclamare l'interesse pubblico, praticando in realtà quello privato - e familiare. Però poi ne devono rispondere ai propri elettori. E agli elettori - in generale. Razzi oppure Calearo (ma solo chi lo ha candidato nel Pd poteva ignorare che non marcia a sinistra neppure quando guida in Inghilterra): dovranno rispondere delle loro posizioni e del loro operato alle prossime - più o meno imminenti - elezioni. Tuttavia, ciò difficilmente avverrà. Anzi: non avverrà di certo. Non solo perché la memoria, in politica, è sempre corta. E dal 15 dicembre, cioè: dopodomani, i "mercanti della fiducia" - finito il loro momento di gloria - probabilmente torneranno nell'ombra. Ma soprattutto perché gli elettori hanno perduto ogni potere di scelta "personale". Cioè, "personalmente", non possono esprimersi sulle "persone" che li rappresentano. In base a valutazioni retrospettive sull'azione degli eletti.

Considerando gli effetti di ciò che essi hanno fatto durante il loro mandato: per noi, la nostra categoria, la nostra zona. In riferimento ai valori in cui crediamo. Perché non esistono possibilità di verifica e di controllo diretto da parte degli elettori, con questo sistema elettorale, centralizzato, senza preferenze, a liste bloccate, che premia le coalizioni. Che attribuisce alle leadership di partiti personali oppure oligarchici il potere di scegliere e decidere. Chi eleggere e dove. Chi candidare, ricandidare oppure escludere. Questa democrazia, sempre meno rappresentativa. Sicuramente "irresponsabile". E poco democratica. Riproduce e promuove un'etica dell'irresponsabilità: civile e personale.

(13 dicembre 2010)

giovedì 18 novembre 2010

L'Ulivo sorpassa il Pdl e Fini raggiunge l'8%


di ILVO DIAMANTI

SILVIO Berlusconi non ha mai pensato di aprire la crisi, in queste condizioni. Venire "sfiduciato" dalla Camera, per chi è stato eletto con una larghissima maggioranza, appena due anni fa. Come spiegarlo agli elettori? Ma c'è un problema ulteriore e forse maggiore. Aggiungere alla sfiducia della Camera quella dei cittadini. Anche se Berlusconi continua a dire che il 60% degli italiani "è con lui", a noi - e non solo a noi - risulta un dato assai diverso: 32%. Meno di un terzo degli italiani. È ciò che emerge dal sondaggio dell'Atlante Politico di Demos, condotto negli ultimi giorni. Un grado di fiducia inferiore a quello di Bersani, ma anche di Tremonti, Casini, Fini. Solo Bossi è meno "amato" di lui. Ma il leader della Lega è, da sempre, uomo di "fazione" e di "frazione". Più che unire, divide.

Si tratta, per Berlusconi, del livello più basso negli ultimi due anni. Dalle elezioni politiche che lo hanno visto trionfatore, a capo del centrodestra. Per questo la prospettiva della crisi lo preoccupa. Teme la trappola dei "governi tecnici" e delle "larghe intese". Anche se invoca nuove elezioni, in caso di crisi, in realtà non le vuole. Non per ora, almeno. Le ritiene rischiose. A ragione, viste le stime elettorali di Demos. Che vedono il Pdl ridotto al 26%. (Meno di Forza Italia - da sola - nel 2001.) Mentre la Lega frena, pur superando il 10%. Insieme il centrodestra supererebbe di poco il 37%. Mentre il Pd, fermo alla soglia del 25%, insieme all'Idv, Sel (entrambe intorno al 7%) e alle altre formazioni di sinistra (Rc e Pdci), toccherebbe il 40%. Con questa legge elettorale, quindi, un centrosinistra "formato Ulivo" potrebbe perfino vincere (grazie al cedimento altrui), conquistando la maggioranza assoluta dei seggi. Alla Camera, almeno. Un'ipotesi, fino a poco tempo fa, comica più che irrealistica.

GUARDA LE TABELLE

Al Senato, invece
, il sistema elettorale non permetterebbe a nessuna coalizione di ottenere la maggioranza dei seggi. Vista l'ampiezza raggiunta, secondo le stime elettorali, dal Polo di Centro. Circa il 16%, contando, oltre all'Udc, il partito di Fini (e altre formazioni minori: Mpa e Api). Fli, in particolare, continua a crescere. Oggi è intorno all'8%. A (e con) dispetto del Cavaliere e dei suoi uomini. Soprattutto, i reduci di An. Fini, il "traditore". In grado di ridimensionare il Pdl e l'attuale - presunta - maggioranza. I dubbi sull'esito del voto, peraltro, si fanno strada anche fra gli elettori. Benché il 50% ritenga ancora probabile la vittoria del centrodestra e solo il 34% quella del centrosinistra. Un divario di 16 punti. Ma due mesi fa la distanza era ben più ampia: 33 punti (e gli elettori che scommettevano sul successo del Centrodestra erano il 57%).

Naturalmente, i sondaggi non sono elezioni. Ma, in effetti, Berlusconi li sa interpretare - e usare - molto bene. Magari li comunica "a modo suo". D'altronde, siamo in tempi di campagna elettorale permanente
. E i sondaggi, oltre a rilevare le opinioni, talora le orientano. Ma oggi gli consigliano di attendere. Cercando di riconquistare la maggioranza. Intanto alla Camera, attraverso una pressante campagna acquisti. Poi, anche presso gli elettori. Preoccupati dall'andamento dell'economia. Delusi dai risultati del governo. Il federalismo annunciato e non ancora ottenuto. I "fatti" annunciati - senza grandi effetti. Le immondizie a Napoli: sparite in dieci giorni. E ricomparse dopo altri cinque. La ricostruzione dell'Aquila. Di cui i residenti non sembrano essersi accorti. E poi, la passione di Berlusconi per le donne e le ragazzine, ammessa senza scuse. Ma, anzi, rivendicata con un certo orgoglio (e un cenno di intesa. Come dire: in fondo voi siete come me, anche se non avete il coraggio di ammetterlo). I due terzi degli italiani la considerano un elemento di debolezza, per un leader. Anzi: il Leader. Il presidente del Consiglio.

Per questo, Berlusconi cerca di tirare avanti. Di allontanare - di un mese - la prova della verifica parlamentare, E spostare il voto a primavera, almeno. Intorno alla sua maggioranza, ormai minoritaria, le opposizioni si preparano. E lavorano: alla ricerca di alleanze e di leadership. Nel centrosinistra - soprattutto nel Pd - è ampia la voglia di ampie intese. Da sinistra fino al centro. Una
Santa Alleanza per cacciare il tiranno. Ma, dovendo scegliere, fra gli elettori prevale nettamente l'ipotesi di ricostruire l'Ulivo. Cioè: di allearsi con le sinistre. In particolare con la Sel di Nichi Vendola. La maggioranza degli elettori di centrosinistra (30%), peraltro, vorrebbe il governatore della Puglia leader della coalizione. Un po' più ridotto (25%) il gradimento per Bersani, il quale resta, comunque, il leader di gran lunga preferito dalla base del Pd. L'alleanza privilegiata con il polo di Centro - secondo i dati dell'Atlante Politico - appare, invece, scarsamente apprezzata dagli elettori di Centrosinistra.

Reciprocamente, gli elettori di Centro non sembrano attratti da un'intesa con il Centrosinistra. Preferiscono di gran lunga l'autonomia. Correre da soli. Fare il Terzo Polo. Alla guida di Casini oppure di Fini. In misura molto più limitata, di Luca Cordero di Montezemolo (apprezzato, anche da una quota significativa di elettori del Pd).
Insomma, il sistema politico appare incerto e aperto, come mai lo era stato negli ultimi anni. Almeno dal 1994-96. Tutto appare in movimento. Le alleanze, le leadership e di conseguenza anche gli elettori. Un po' disorientati, di fronte a un'offerta politica fluida e instabile. Dove i partiti maggiori, due anni fa perni di un bipolarismo bipartitico, appaiono più provati degli altri. Il Pdl, fiaccato dalla defezione di Fini e dai dolori del (sempre) giovane Berlusconi. Mentre il Pd è in preda a una crisi deleteria, in parte incomprensibile. È troppo impegnato a macerarsi all'interno, a logorare ogni leader possibile, presente e futuro. A coltivare la propria eterna vocazione minoritaria e perdente. Così non si accorge che potrebbe diventare maggioranza e - perfino - vincere.

(18 novembre 2010)

lunedì 15 novembre 2010

È finita la colla del Cavaliere


di ILVO DIAMANTI

Dietro al declino di Silvio Berlusconi si scorgono una maggioranza a pezzi e un Paese in briciole. Senza colla e senza cornice. Perché Berlusconi era e resta l'unica colla e l'unica cornice per il suo partito, la sua maggioranza.

Per la base sociale che, per tanti anni, si è identificata in lui. La sua maggioranza. È a pezzi. Ormai da tempo. Da quando si è rotta l'intesa - fragile - con
Gianfranco Fini. Che non ha mai accettato l'annessione di An. L'ha subìta, facendo buon viso a cattivo gioco. Ma il patto si è spezzato, ormai da mesi. Per ragioni politiche e personali - ormai impossibili da scindere in questa democrazia dell'opinione. Così oggi la maggioranza non ha più una maggioranza. La nascita di Fli, prima come gruppo parlamentare e poi come partito vero e proprio, ha ridotto il Pdl a un ex-partito. Spezzato. La maggioranza di governo: non c'è più. La regge solo la Lega. Finché le conviene. Pochi mesi, poche settimane, pochi giorni. Finché non riterrà la crisi di governo più costosa, politicamente, della mancata riforma federalista. Cioè, ancora per poco, immaginiamo. Ma già ora la Lega agisce come un partito esterno alla maggioranza di Silvio Berlusconi. Non risponde a lui. Non l'ha mai fatto, d'altronde. Ma ora ne prende apertamente le distanze. E non accetta - ci mancherebbe - di vedersi ridimensionata dall'ingresso nel governo dell'Udc. La sua vera antagonista.
È a pezzi anche il Pdl, diviso all'interno. Dove Tremonti è percepito, ormai, come il vero premier. Riferimento per possibili maggioranze alternative. Gradito alla Lega, accettato dai centristi e da una parte del PD.

Ma il Pdl è diviso anche alla base
. Nel Nord: soppiantato dalla Lega. Nel Mezzogiorno: incalzato da Fli. E dalle nuove leghe meridionali, soprattutto in Sicilia. Le stime elettorali più recenti (da ultime, quelle dell'Ipsos di Pagnoncelli e dell'Ispo di Mannheimer) sottolineano il declino del Pdl: ormai ben al di sotto del 30%. E suggeriscono che la maggioranza di centrodestra rischierebbe di non essere tale neppure alla prova del voto. PdL e Lega, infatti, non raggiungerebbero il 40%. Mentre i partiti di centro - Udc, Fli, Api, con il rinforzo di Montezemolo - otterrebbero intorno al 18%. Il PD - per quanto in affanno - e l'Idv, alleati alle sinistre, potrebbero perfino prevalere. Alla Camera. Mentre al Senato nessuna maggioranza appare possibile. Motivo che ha spinto Berlusconi ad avanzare la singolare idea, in un sistema a bicameralismo perfetto, di votare solo per la Camera. Tanto per dividere ancora di più le rappresentanze e le istituzioni.

Il fatto è che Berlusconi non è solo il leader di Fi, del Pdl e dell'attuale maggioranza di centrodestra. Ne è l'inventore. E l'unica colla. Senza di lui, questo progetto e questo soggetto politico non stanno insieme. Come non sta insieme l'Italia a cui egli ha dato rappresentanza ed evidenza. Perché Berlusconi, va ribadito, non ha vinto "solo" per merito delle televisioni e della sua capacità di usare - prima e meglio degli altri - il marketing in politica. Ma anche perché ha interpretato il cambiamento sociale - profondo - avvenuto in Italia negli anni Ottanta e Novanta. L'irruzione dei piccoli imprenditori del Nord, veicolata dalla Lega. A cui Berlusconi ha garantito cittadinanza politica e accesso al governo, ancora nel 1994. L'affermazione del capitalismo di "produzione dei beni immateriali" (per citare Arnaldo Bagnasco): finanza, comunicazione, assicurazioni. Queste tendenze che hanno imposto la logica del "mercato" negli stili di vita e nei modelli culturali, promuovendo l'avvento di una società di individui, orientati dai consumi e dai media. Berlusconi, a questa realtà sociale ed economica, ha offerto linguaggio, immagine, ideologia. Luoghi e canali di espressione e di comunicazione. In altri termini: rappresentanza e rappresentazione.

Oggi questa Italia non si riconosce più in lui. Né Berlusconi è in grado di offrirle identità comune. D'altra parte, la crisi globale ha tolto credibilità al sistema del credito e della finanza. Non solo, ne ha acuito il contrasto con i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori. E poi la paura: generale e generalizzata, generata dalla crisi economica e dall'incombere della disoccupazione. La domanda di Stato sociale, di sostegno pubblico. Tutto ciò ha indebolito il ruolo di Berlusconi. La sua offerta di rappresentanza. La sua "ideologia del fare" - peraltro, puntualmente smentita dai fatti. Ha reso impopolare la sua interpretazione festosa e fastosa dell'uomo-che-si-è-fatto-da-sé. Così, si è assistito alla presa di distanza, nei suoi confronti, da parte degli ambienti che lo avevano, fin dall'inizio, guardato con favore. Le associazioni imprenditoriali, alcune organizzazioni di categoria e parte del mondo cattolico. Mentre si è allargato il disincanto sociale, sottolineato dal grado di fiducia verso di lui, sceso - oggi - ai minimi storici. Anche per questo assistiamo a un Paese che si sbriciola. Dove prevalgono i risentimenti sociali. Contro gli statali fannulloni, gli insegnanti impreparati, i baroni senza morale, i medici incapaci (e criminali). Mentre si è logorato il mito dell'italiano in grado di reagire a tutto, maestro dell'arte di arrangiarsi. A cui piace vivere bene, in un ambiente estetizzato da secoli di arte e di cultura. Più che a vivere, oggi, gli italiani - molti italiani - sono impegnati a sopravvivere. Alla crisi economica. I giovani: alla precarietà. In un ambiente che cade a pezzi. Peraltro, mentre si celebrano i 150 dell'unità d'Italia, le tensioni territoriali crescono. Tra Nord, Roma, il Sud. Nel Nord e nel Sud.

A tutto ciò Berlusconi non sa e non riesce più a dare risposte unificanti. Non solo per ragioni "politiche" congiunturali. Anche perché sono in crisi la struttura sociale e il sistema di valori che egli ha interpretato per oltre 15 anni. Il problema è che le alternative - sociali, ma anche politiche - faticano ad emergere. Per cui ci scopriamo spaesati, in un paese sbriciolato. Affollato di individui soli e vulnerabili. L'uscita dal berlusconismo - anche senza Berlusconi - si annuncia lunga e faticosa.

(15 novembre 2010)

lunedì 8 novembre 2010

Vizi e virtù del partito impersonale


di ILVO DIAMANTI

È il momento di maggiore debolezza per il Pdl e, in primo luogo, il suo leader. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Mai come oggi afflitti da un deficit di fiducia, che si traduce, per il Pdl, in stime di voto deludenti. Sotto il 30%.

Mai come oggi fragile, il governo. Attraversato da tensioni interne, mentre la crisi economica incombe. Eppure il Pd non ne approfitta. Non solo, secondo i sondaggi delle ultime settimane, è scivolato intorno al 24-25%. A differenza di quel che avviene negli altri Paesi, dove l'opposizione ha approfittato delle difficoltà del governo. In Germania, in Spagna, in Inghilterra, negli Stati Uniti.

La tentazione più facile è leggere in modo speculare le difficoltà dei due maggiori partiti. Pd e Pdl. Nel 2008, insieme, avevano raggiunto il 70%. Oggi, secondo i sondaggi, non arrivano al 55%. Segno del collasso del "bipolarismo bipartitico" su cui aveva scommesso Veltroni - ma anche Berlusconi. Tuttavia, le difficoltà dei due partiti hanno ragioni molto diverse. Nel Pdl tutto si riassume nella figura di Berlusconi. Inventore e artefice del "partito nuovo" del centrodestra. Sorto, più che per fusione, per "confluenza" (di An in Fi). Un percorso interrotto da Fini. Il cui partito, Fli, raccoglie, in buona parte, i consensi - non ancora i voti - degli insoddisfatti di An.

Non è un caso che la misura del calo del Pdl coincida, largamente, con i voti attribuiti a Fli (5-7%). Il declino del Pdl e della coalizione di governo, però, riflette la crisi di legittimità e di autorità "personale" di Berlusconi. Il Pd, invece, non è nato in poche settimane, né per volontà "personale" di un leader. Ma da un percorso complesso, durato fin troppo: 13 anni o giù di lì. Avviato nel 1995 dall'Ulivo di Prodi e sfociato, nel 2007, nel Pd. Soggetto politico a vocazione maggioritaria, in una prospettiva, appunto, bipartitica. È il luogo di incontro fra post-comunisti, post-democristiani (di sinistra) e laici riformisti. Sostenuto da un larghissimo consenso popolare, certificato dalle primarie. Un "rito fondativo" (come lo ha definito Arturo Parisi), ripetuto tre volte, con la partecipazione di milioni di elettori. Se il Pdl ha un'identità chiara e personalizzata, il Pd è rimasto un soggetto largamente "impersonale", con un'identità incerta. E ha sofferto - ancora soffre - di un deficit di autorità. Almeno dopo l'esito deludente del governo Prodi.

Da allora ad oggi, in tre anni, sono stati eletti 3 segretari. Veltroni, Franceschini e, oggi, Bersani. Segno dell'incapacità di costruire - e imporre - una leadership forte e riconosciuta. Da ciò l'impressione di un "partito provvisorio". A guida provvisoria. E per questo privo di autorità. Ciò ha spinto molti critici (interni ed esterni) a riassumere la "questione democratica" nell'assenza di ricambio del gruppo dirigente. Matteo Renzi ha invocato, per questo, (in modo provocatorio ma non troppo) la "rottamazione" del gruppo dirigente. La convention convocata a Firenze, nei giorni scorsi, dal sindaco (Renzi) e da Pippo Civati era, non a caso, affollata di militanti e amministratori "giovani". Specchio palese di un conflitto generazionale che cova da tempo.

Giustificato ma insufficiente a spiegare la "questione democratica". In fondo, Nichi Vendola e Sergio Chiamparino, altri leader che ambiscono alla guida del centrosinistra, non sono molto più giovani di Bersani, Franceschini e Veltroni, dal punto di vista della generazione politica. La "questione democratica", a mio avviso, evoca invece e anzitutto l'identità. Perché il Pd non ha ancora deciso - né chiarito - chi sia e cosa voglia. I valori e i progetti con-divisi. Sin qui ha messo in evidenza quelli "divisi". E le divisioni interne appaiono ispirate da ragioni personali piuttosto che strategiche. Nel rapporto con il governo, anzitutto, dal 2008 ad oggi, ha oscillato fra dialogo e antagonismo. Sui temi economici, bioetici, sulla sicurezza: difficile trovare posizioni comuni. Così si è visto schiacciare tra centro e sinistra. A "centrosinistra", divenuto un non-luogo, indefinito e scomodo. Ne ha tratto vantaggio, non a caso, l'Idv di Antonio Di Pietro. Partito personalizzato, legalitario e antiberlusconiano. Da ciò la difficoltà di proporsi, fino ad oggi, come alternativa credibile. Perché non riesce ad avanzare una proposta politica chiara. Perché appare un partito oligarchico. Impermeabile alle domande sociali e - per dirla con Pareto - alla "circolazione delle èlites" espresse dal territorio.

Eppure gli avvenimenti degli ultimi mesi, degli ultimi giorni offrono al Pd nuove chance. Nuovi spazi. Intanto, il destino dei "partiti personali" resta appeso ai leader che li guidano. Come dimostra il Pdl, minato dalla perdita di credito di Berlusconi, sua principale, se non unica, ragione sociale. Ma, per citare Mauro Calise (nella nuova edizione de "Il partito personale", appena pubblicato da Laterza): "Il fenomeno ormai trascende i destini del suo Prometeo". E potrebbe coinvolgere - domani - altri partiti. L'Idv, Sel (la sua ascesa è legata direttamente a Vendola), lo stesso Fli (a cui Fini ha imposto il suo marchio personale nell'etichetta). Perfino la Lega, personalizzata da Bossi. (Anche se dispone di un ceto politico giovane, espresso da componenti sociali produttive e aggressive.)

Anche l'incertezza strategica, in questa fase, è meno evidente. La crisi del berlusconismo e del suo protagonista traccia, da sola, l'agenda politica. Inoltre, la caduta del governo e della legislatura, più che una minaccia, appare una prospettiva incombente e imminente. Che rende il Pd un'alternativa incerta, ma necessaria. Insostituibile. Senza il Pd la Sinistra è ai margini, il Centro ha uno spazio angusto. D'altra parte, il Pd dispone ancora di consensi potenziali ampi. Se nelle stime di voto è prossima al 25%, la quota di elettori potenziali, che si dicono vicini al Pd, supera il 30%. E l'immagine di Bersani, come leader, è migliorata, nelle ultime settimane.
Solo che molti elettori faticano a riconoscersi in un partito che non si fa riconoscere. Che mobilita la base ma la consulta in modo intermittente. Dove la scelta dei candidati e del leader è affidata alle primarie. Ma il leader viene pre-stabilito dal gruppo dirigente nazionale. Che condiziona anche le nomine locali. Il Pd, quindi, resta un partito incompiuto. Non ha una missione riconoscibile e riconosciuta. E per questo non riesce a imporsi come un'alternativa vera. Ma nessuna alternativa - al governo e di governo - è possibile, senza il Pd. Riuscisse a chiarirlo a se stesso, potrebbe spiegarlo anche agli altri. Anzitutto, ai suoi elettori. Ai fedeli e agli incerti, agli esuli e ai delusi. Ma deve farlo oggi. Domani è già tardi.

(08 novembre 2010)