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domenica 5 dicembre 2010

I titoli europei


I mercati sono all'attacco, l'Unione Europea è in difesa. Essa ha vinto alcune battaglie, ma rischia di perdere la guerra. Le decisioni dei governi, riuniti nel Consiglio, non producono durevolmente sui mercati gli effetti sperati. La Banca Centrale Europea si vede costretta a rimediare con interventi a sostegno dei titoli di Stato. Alla lunga, essi riporterebbero alla subordinazione della politica monetaria alla politica di bilancio, con il pericolo dell'inflazione: due mali che l'unione monetaria pensava di avere debellato.
È urgente che la Ue riprenda l'iniziativa. Ha a disposizione uno strumento attivabile in tempi brevi, con due grossi vantaggi: aiuterebbe a superare la crisi dell'euro e, al tempo stesso, a sviluppare l'integrazione finanziaria. Si tratta dell'emissione in comune di titoli in euro E-bonds mediante un'Agenzia Europea per il Debito.
L'idea che la Ue emetta eurobonds per finanziare investimenti di interesse europeo non è nuova. Venne lanciata da Jacques Delors negli anni Ottanta e ripresa in varie occasioni - tra gli altri, autorevolmente, da Giulio Tremonti - però finora non ha trovato adeguata attuazione. Ma gli E-bonds di cui parlo risponderebbero a una logica diversa. Sarebbero uno strumento non per finanziare nuove spese di investimento, ma per mettere in comune una parte della gestione del debito pubblico dei diversi Stati.
Nel rapporto «Una nuova strategia per il mercato unico», presentato al presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso nel maggio scorso, proposi di ricorrere all'emissione in comune di E-bonds per ovviare alla frammentazione del mercato obbligazionario europeo. Con emissioni esclusivamente a livello nazionale, il mercato non ha la trasparenza e la liquidità che, data la sua dimensione complessiva, potrebbe avere. Ciò comporta inconvenienti per gli Stati, per i risparmiatori, per le imprese. Per ovviare alla frammentazione, si proponeva di creare un nuovo mercato europeo con una dimensione mondiale.
Il rapporto, predisposto nei mesi in cui esplodeva la crisi greca, teneva presenti aspetti che avrebbero poi assunto grande rilievo, in particolare nelle preoccupazioni della Germania. Qualsiasi soluzione deve evitare che i Paesi con una politica di bilancio responsabile siano costretti a salvare, in un modo o nell'altro, gli Stati «indisciplinati». In aggiunta a una vigilanza multilaterale più efficace, imponendo una disciplina di mercato più rigorosa ai governi meno oculati si gestirebbe meglio il moral hazard. L'assunzione di prestiti su vasta scala tramite un organismo europeo e la successiva erogazione di prestiti agli Stati membri possono rappresentare una soluzione equilibrata. I prestiti agli Stati membri non dovrebbero superare una determinata percentuale del Pil del Paese la stessa per tutti gli Stati membri di modo che, per il loro fabbisogno di finanziamento non coperto da questo meccanismo, i governi continuerebbero a emettere il proprio debito nazionale per il quale rimarrebbero individualmente responsabili.
Gli Stati membri che, grazie a questo meccanismo, avrebbero accesso a finanziamenti meno onerosi, considererebbero l'organismo europeo un creditore privilegiato rispetto ai detentori del loro debito flottante sul mercato e ciò aumenterebbe la possibilità di un'inadempienza limitata a quest'ultimo debito.
A sua volta, questo potrebbe aumentare la pressione di mercato (e il rendimento) sul debito flottante, dando agli Stati membri un maggiore incentivo a ridurre rapidamente tale debito mediante sane politiche di bilancio. In settembre, al convegno Ambrosetti di Cernobbio, Yves Leterme, primo ministro del Belgio, Paese che fino a fine anno esercita la presidenza del Consiglio Ecofin e degli altri Consigli, ha sostenuto questa proposta. Alla luce delle drammatiche vicende successive, si può ritenere che un percorso di uscita dalla crisi che utilizzi agli E-bonds avrebbe chiari vantaggi, rispetto al tortuoso meccanismo delle «clausole di azione collettiva» che, secondo le decisioni dell'Eurogruppo, dovrebbero applicarsi a tutte le emissioni di titoli degli Stati della zona euro che avverranno dal giugno 2013 in poi (chiarimento introdotto per rassicurare un po' i mercati, turbati dalle precedenti dichiarazioni del cancelliere Merkel). Vari studi, in particolare uno predisposto presso Bruegel, il think-tank con sede a Bruxelles, hanno nel frattempo approfondito gli aspetti tecnici e operativi degli E-bonds. Il tema è stato oggetto, nelle ultime settimane, di esame e discussione anche nelle sedi governative di vari Stati membri. Intervenendo al Parlamento europeo nei giorni scorsi, il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ha detto di non escludere l'eventualità che i governi della zona euro emettano titoli in comune. Sotto l'impulso della crisi, e per dominarla in una logica di mercato ma senza cedere - come è in parte avvenuto finora - alle pressioni della speculazione, il Consiglio Ecofin e poi il Consiglio europeo del 15 dicembre darebbero un forte segnale se decidessero che, entro la fine del 2012, l'Agenzia per il Debito (che potrebbe operare presso la European Financial Stability Facility recentemente istituita) emetta E-bonds per un totale, ad esempio, del 40% del Pil di ciascun Paese. Ciò potrebbe avvenire annunciando che l'Agenzia finanzierà tutte le nuove emissioni fino a fine 2012, il che le isolerebbe dall'evoluzione del mercato secondario; e che l'Agenzia offrirà swaps nel mercato secondario tra i propri titoli e quelli in circolazione emessi dagli Stati membri, ovviamente mediante asta allo sconto. Ma potrebbe la Germania accettare un tale progetto? Il tema, cruciale, veniva già affrontato nel rapporto di maggio a Barroso. Anche alla luce degli avvenimenti successivi, non dovrebbe essere impossibile convincere le autorità tedesche di due vantaggi specifici per il loro Paese: non perderebbero, né in termini assoluti né in termini relativi, i vantaggi di cui godono oggi nel mercato come Stato più affidabile; e si troverebbero a guidare un processo di grande importanza politica ed economica per l'Europa, orientandolo in funzione del suo desiderio di garantire una disciplina di bilancio più rigorosa nella Ue.

Mario Monti
02 dicembre 2010

lunedì 1 novembre 2010

Quanto tempo abbiamo perso


Il tragico entertainment quotidiano offerto dai politici, seguito con passione dai cittadini che pure lo disprezzano, consente agli uni e agli altri di distrarsi. Altrimenti, bisognerebbe occuparsi di questioni più noiose. Ad esempio, del fatto che in altri Paesi si sta lavorando per preparare ai propri figli un’economia e una società dinamiche, non un Paese di cui a volte, pur amandolo, ci si vergogna.

Si prenda a caso. In Germania, è in corso una forte crescita spinta soprattutto dalle economie emergenti, con le quali l’industria tedesca ha realizzato un’integrazione solidissima ed egemone. In Gran Bretagna, il governo ha annunciato un profondo ridimensionamento del settore pubblico e dei trasferimenti per il welfare. Si noti che la governance più stringente del Patto di stabilità, pur alla luce di alcuni elementi più ampi di valutazione introdotti su proposta italiana, potrà richiedere anche all’Italia qualche severo riesame del bilancio pubblico nei prossimi anni. In Polonia, Paese che cresce velocemente sul piano economico e che ha ormai un peso politico nella Ue spesso superiore a quello dell’Italia, il governo ha promosso un dibattito pubblico su come rafforzare la crescita e migliorare la società da qui al 2030, non solo al 2020 come chiede la Ue (www.Poland2030.pl).

L’Italia ha accumulato molto ritardo, nella preparazione del proprio futuro di economia competitiva appartenente all’Eurozona. La strategia di «programmazione delle riforme», suggerita da queste colonne nel 1997 subito dopo l’ingresso nell’euro, non è stata adottata con continuità né dai governi di centrosinistra (1998-2001 e 2006-2008), né da quelli di centrodestra (2001-2006 e dal 2008). Né nei primi, né nei secondi si è registrata la necessaria coesione culturale sull’obiettivo di far diventare l’Italia una moderna economia di mercato, con poteri pubblici forti e imparziali, capaci di fissare le regole del gioco e di imporne il rispetto. Quando, nel 2005-2006, avanzammo l’ipotesi che, per superare le forti resistenze corporative a difesa di privilegi e rendite e contro la concorrenza, potesse valere la pena di ricercare temporanee e trasparenti convergenze tra energie politiche riformiste presenti nei due schieramenti, l’idea venne giudicata severamente da destra e da sinistra perché avrebbe intralciato lo svilupparsi del bipolarismo, nel quale si riponeva grande fiducia.

Negli ultimi due anni, abbiamo richiamato l’esigenza di guardare sistematicamente al futuro, di lavorare su un progetto in modo condiviso, di darsi una scadenza. Abbiamo poi suggerito che la «Strategia Ue 2020» si sarebbe prestata bene a fare da contenitore e da stimolo. In particolare, l’Italia avrebbe dovuto presentare a Bruxelles entro novembre, come gli altri Stati membri, un «Piano nazionale delle riforme»: un’occasione importante — fino ad allora non sottolineata pubblicamente dal governo—per andare oltre un adempimento burocratico, per spingere la società italiana a non chiudere gli occhi di fronte al proprio futuro.

In un’ampia intervista (Repubblica, 4 settembre), il ministro Giulio Tremonti ha ripreso il tema del «Piano nazionale delle riforme », sul quale auspica anch’egli il contributo non solo del governo, ma del Parlamento e di tutte le forze sociali, economiche e ideali del Paese.

Quell’intervista è importante anche perché mette in luce una diversa, e a mio giudizio più matura, predisposizione intellettuale e politica alle riforme necessarie alla competitività, nonché all’Europa come facilitatore e stimolo per quelle riforme. Esponenti dell’attuale maggioranza avevano ingaggiato anni fa battaglie contro fattori che additavano come responsabili primari delle difficoltà dell’economia italiana. Ricordate l’euro, la Cina, la «burocrazia di Bruxelles»? Quelle battaglie avranno certo procurato consensi politici nel Paese ma sono state dei diversivi, hanno ritardato gli interventi di politica economica a livello nazionale necessari per affrontare le vere cause dei divari negativi della competitività e della crescita dell’Italia.

Sulla «burocrazia di Bruxelles », per esempio, è legittimo e utile che si pongano pressioni sulle istituzioni comunitarie contro eccessi di normativa e di controlli. Ciò incoraggerà in particolare la Commissione a moltiplicare gli sforzi già in atto per evitare tali eccessi. Ma quando una campagna di questo tipo viene fatta dal governo italiano, essa genera di solito due interrogativi critici. Perché l’Italia, al tavolo del Consiglio dei ministri della Ue, non si è impegnata di più (come hanno fatto altri) per frenare all’origine la produzione di quegli eccessi? E perché l'Italia non si impegna di più, a casa propria, per semplificare una selva normativa tra le più rigogliose e pesanti d’Europa?

E se si è al governo, sia pure con interruzioni, dal 1994, e si annette, giustamente, tanta importanza al tema dell’eccesso di regolazione, perché nel 2010 ci si trova ancora ad invocare, come fa il ministro Tremonti, una «rivoluzione liberale» (quando in materia di liberalizzazioni si è proceduto con minore slancio del precedente governo, forse in coerenza con la presa di distanza intellettuale dal «mercato»)? E se si dice, 16 anni dopo l’assunzione di poteri di governo, che la «rivoluzione liberale» è da introdurre con una modifica della Costituzione, non si fa una fuga in avanti benché tardiva, non si elude il grigio, pragmatico e utile lavoro concreto di semplificazione? Non converrebbe, a questo riguardo, potenziare le autorità indipendenti?

Devo dire che, come convinto sostenitore di un’«economia sociale di mercato altamente competitiva », quale è voluta dal Trattato di Lisbona, sarei un po’ preoccupato da un mercato privo, da un lato, di serie regole e di efficaci autorità di enforcement; dall’altro esposto a una più o meno esplicita «superiorità della politica »: terreno ideale, temo, per abusi privati, abusi pubblici e loro varie combinazioni.

Concludo. Vi sono ora l’occasione e la scadenza, con il «Piano nazionale di riforme». Si è raggiunta una visione più matura del rapporto con l’Europa, la quale perciò può esserci di aiuto e stimolo. Si è perso molto tempo: prima, perché per anni si sono aggrediti più i falsi obiettivi che le cause profonde dei problemi italiani; poi, perché si è ritenuto, a torto secondo me, che durante la crisi—gestita con accorta e meritoria prudenza — convenisse non muovere sulle riforme.

I tempi sono ora brevi. Ci aspettiamo di vedere all’opera, sul «Piano nazionale delle riforme », il ministro dell’Economia, il ministro delle Politiche comunitarie, il tanto atteso ministro dello Sviluppo e il governo nel suo insieme. Naturalmente con l’indirizzo e la guida del presidente del Consiglio, giorno e notte.

Mario Monti
31 ottobre 2010

domenica 5 settembre 2010

Il silenzio sulla crescita


«L’ Italia è uscita bene dalla crisi finanziaria ma male dalla recessione, con una perdita di prodotto ben maggiore che negli altri Paesi» (Luigi Spaventa, Repubblica, 31 agosto). Dieci anni fa eravamo intorno ai livelli della Germania (o superiori) per prodotto pro capite e produttività del lavoro. Oggi registriamo un arretramento di circa dieci punti sia rispetto alla Germania sia rispetto all’area dell’euro.
Il Governatore Draghi ha chiesto che l’Italia segua l’esempio della Germania, con riforme che la rendano più produttiva e competitiva.

La politica economica italiana, sotto la regia del ministro Tremonti, ha avuto il grande merito di permettere all’Italia di attraversare la crisi finanziaria con danni molto inferiori a quelli di altri Paesi, pur considerati meno fragili. D’altra parte, i risultati insoddisfacenti dell’economia reale sono anch’essi attribuibili, in parte, a carenze della politica economica.

Nel decennio considerato sono state fatte alcune riforme strutturali, ma evidentemente non sufficienti. Dall’inizio della crisi, inoltre, il governo ha optato per una linea di grande cautela finanziaria (limitati interventi anticiclici) e politica (minore priorità alle riforme). Era stato suggerito di effettuare qualche maggiore intervento di sostegno, associato però a un’accelerazione delle riforme per mostrare che l’Italia non intendeva certo tornare alla leggerezza finanziaria. È difficile dire quale strategia sarebbe stata la migliore. Certo, la linea seguita ha valorizzato — se così si può dire — la performance del ministro delle Finanze più che quella del ministro dell’Economia.
Ciò accresce i compiti e le responsabilità del ministro dello Sviluppo. Con una punta di paradosso, c’è da chiedersi se la situazione attuale — con il presidente del Consiglio che è anche ministro dello Sviluppo — non sia quella ottimale. Purché, naturalmente, ciò avvenga a titolo definitivo e non più ad interim.

Per l’economia e la società italiana la priorità della crescita è tale che un impegno strategico in prima persona del premier sarebbe non meno importante, per il Paese, di quello che egli riserva ad altri temi di cui è costretto a occuparsi, o ha scelto di farlo. Del resto, quando l’assoluta priorità era quella finanziaria, è accaduto che il capo del governo riservasse a sé anche il ministero del Tesoro.

Come è noto (o forse ignoto, dato che in Italia non ne parla nessuno), entro fine anno va sottoposto all’Unione europea il piano nazionale di riforme, nell’ambito della «strategia Ue 2020». È l’occasione per guardare al futuro e per mettere in campo politiche concrete per la crescita e la competitività, unica speranza per l’occupazione. Il ministro per le Politiche comunitarie ci sta lavorando. Ma dov’è la visione strategica del governo, dove sono le eventuali visioni alternative dei partiti di opposizione, dov’è un dibattito nel Paese su questa, che è la questione più importante per i nostri figli? Materia, mi pare, per il presidente del Consiglio.

E poi, al ministro per lo Sviluppo — coincida o meno con il premier — compete la politica industriale. Il presidente Napolitano ha detto: «Credo sia giunto il momento che l’Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo, cioè secondo le coordinate dell’integrazione europea e in ossequio ai fondamenti della libera competizione e ai principi dell’economia di mercato». Speriamo che qualcuno se ne occupi, in modo coordinato con il piano nazionale delle riforme.

Mario Monti
04 settembre 2010

domenica 25 luglio 2010

Futuro dell'Italia e guida politica


«Siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia. E sente di affrontare questo passaggio senza guida. Nessuno è in grado di dirgli qualcosa circa il futuro che lo aspetta. Ma che cos’è questo se non il compito della politica?» (Ernesto Galli della Loggia, Corriere, 7 luglio). Non solo la politica, ma la classe dirigente in generale guarda poco al futuro. «Nell’orizzonte dell’attenzione nazionale c’è spazio soltanto per quello che potrebbe accaderci qui e ora» (Sergio Romano, Corriere, 11 luglio).

Dopo il successo al G8 dell’Aquila auspicai (Corriere, 28 giugno 2009) che il governo — forte di una maggioranza ampia e, allora, compatta e di un orizzonte di quattro anni senza elezioni politiche— promuovesse con le forze politiche disponibili e con i rappresentanti economici e sociali un esercizio d’insieme, per definire un programma idoneo ad affrontare il futuro dell’Italia, fissando una precisa scadenza, in mancanza di scadenze dateci dall’Europa, molto utili in passato. Un anno fa, infatti, l’unico spiraglio di «futuro» a fare capolino nei dibattiti italiani, appiattiti sul presente, era il 2015, data dell’Expo di Milano.

Dopo un anno, Expo 2015 è ancora il solo appiglio al futuro; Milano e l’Italia, alla fine, sapranno realizzarlo; intanto, però, quello spicchio di futuro rischia di essere divorato da liti quotidiane. Sia la maggioranza che l’opposizione sono diventate più deboli e divise. Le elezioni politiche si sono avvicinate (almeno) di un anno.

Ma ci sono anche due novità positive. L’Italia ha retto meglio di altri Paesi di fronte alla crisi. Lo dobbiamo a certe peculiarità delle nostre strutture economiche, finanziarie e sociali— peraltro non tutte favorevoli alla crescita nel lungo periodo — e alla linea di prudente fermezza seguita nella gestione del bilancio pubblico. Questi risultati positivi negli aspetti finanziari danno qualche margine di tranquillità in più. Non riducono i problemi di crescita, di occupazione e di tenuta sociale che l’Italia si trova di fronte. Ma devono spingerci ad esplorare un futuro problematico con fiducia nella nostra capacità di migliorarlo, preparandoci per tempo.

L’altra novità positiva viene dall’Europa. Dopo la timida «strategia di Lisbona», che per dieci anni ha accompagnato in modo blando le politiche dei singoli Stati membri per aumentare la competitività, è stata ora introdotta la «strategia Europa 2020». Essa è più focalizzata su precisi obiettivi. Prevede verifiche e pressioni più stringenti della Ue sui singoli Paesi.

Nei prossimi mesi, ogni Paese dovrà presentare a Bruxelles il primo «programma nazionale di riforme», articolato sul prossimo decennio. Esso dovrà contenere concreti impegni su obiettivi e strumenti di una serie di politiche economiche e sociali. Ecco un’occasione di cui l’Italia, in questo momento di miopia collettiva, ha particolarmente bisogno. Il ministro per le Politiche comunitarie ha avviato il lavoro, con audizioni parlamentari e dialoghi con le parti economiche e sociali.

L’intero governo, presidente del Consiglio in testa, dovrebbe impegnarsi per fare di questa occasione non un adempimento burocratico, ma un momento approfondito e condiviso per spingere la società italiana a lavorare sul proprio futuro.

Mario Monti
25 luglio 2010

martedì 5 gennaio 2010

La bussola del Presidente


Il Presidente della Repubblica non guida la politica del Paese. Ma può, restando nei suoi poteri, esercitare una leadership. Con essa, può offrire orientamento ai cittadini e al mondo politico.

Ascoltando il messaggio di Giorgio Napolitano, sapevo di non potermi attendere l’annuncio di decisioni. Cercavo una cosa più rara e importante, in un momento così confuso: l'orientamento, una visione nella quale riconoscersi, sull'Italia, la crisi, la politica. La visione mi è parsa nitida e forte. Ne ho colti quattro capisaldi.

L'atteggiamento. A fine 2008 il Presidente indicava «l’atteggiamento da tenere dinanzi alla pesante crisi»: dobbiamo considerarla come «grande prova e occasione per aprire al Paese nuove prospettive di sviluppo». Rispetto a questo metro di valutazione, il suo giudizio dopo un anno appare incoraggiante, ma non soddisfatto. Grazie al «serio sforzo» compiuto dalla comunità internazionale e da quella italiana — «Paese» e poteri pubblici — «guardiamo con fiducia, con più fiducia del 31 dicembre scorso, al nuovo anno». Ma sulle politiche per dare all'Italia nuove prospettive di sviluppo, «il discorso resta ancora interamente aperto».

Il Paese. Risiede sul colle più alto, il Presidente, ma è un attento osservatore delle realtà locali. Ed è «guardando a quel che si è mosso nel profondo del nostro Paese» che nutre una fondata fiducia. «Nel tessuto più ampio e profondo della società si è reagito alla crisi con intelligenza, duttilità, senso di responsabilità». Con garbo, Napolitano sembra invitare i protagonisti della politica a posare anch’essi lo sguardo un po’ più in basso: «In realtà, non è vero che il nostro Paese sia diviso su tutto: esso è più unito di quanto appaia se si guarda solo alle tensioni della politica».

La politica. Se il suggerimento verrà colto, si potrà avere «un ritorno di lucidità e di misura nel confronto politico», che gioverebbe alle stesse forze politiche. «Esse— diceva il messaggio di un anno fa— possono guadagnare fiducia solo mostrandosi aperte all’esigenza di un impegno comune, ed esprimendo un nuovo costume». Predica inutile? Non proprio. «Lo so bene— osserva Napolitano (con elegante understatement, se si pensa agli attacchi personali che ha ricevuto da più parti) — abbiamo vissuto mesi molto agitati sul piano politico, ma ciò non deve impedirci di vedere come si sia operato in concreto da parte di tutte le istituzioni, realizzandosi, nonostante i forti contrasti, anche momenti di impegno comune e di positiva convergenza».

Le riforme. L’impegno comune è necessario per le riforme, chieste con vigore dal Presidente: quelle istituzionali e quelle, «da non rinviare», nel campo economico e sociale. «L’economia italiana deve crescere di più emeglio che negli ultimi quindici anni: ecco il nostro obbiettivo fondamentale». Egli registra positivamente le riforme annunciate dal governo sugli ammortizzatori sociali e sul fisco. Invita a presentare «un'analisi e una proposta d'insieme».

Quello di Napolitano non è un discorso di politica economica. Ma i temi sui quali sollecita l’azione — il Mezzogiorno, i giovani, l'equità sociale — sono legati da una stringente logica economica. Senza risultati su questi fronti, l’Italia sarebbe frenata nella crescita. E non riuscirebbe neppure ad essere un'«economia sociale di mercato», per mancanza di «sociale» e conseguente rigetto del «mercato».

Mario Monti
02 gennaio 2010

lunedì 13 luglio 2009

L'Aquila e Berlusconi




Con il G8 il presidente del Consiglio ha ottenuto un importante successo, per l'immagine dell'Italia e per la propria leadership. Come lo utilizzerà?

A Berlusconi sono stati rivolti in questi giorni vari consigli: condivida il successo di politica estera con l'opposizione, lo trasformi in un atteggiamento più conciliante in politica interna. E' auspicabile che il premier sia sensibile a tali suggerimenti, anche se le sue prime dichiarazioni non vanno in questa direzione.

Al di là dello stile, quale progetto politico potrebbe dare al governo un colpo d'ala, sullo slancio e nello spirito dell'Aquila? Berlusconi dovrebbe ispirarsi proprio all'aquila: rapace di grande prestanza fisica, ma che ha il suo vero punto di forza nella vista, capace di fissare nitidamente obiettivi lontani. L'obiettivo: l'Italia del 2015-2020. Il progetto: un insieme coerente di riforme per la crescita dell'economia e della società.

Singoli ministri, di fronte alle resistenze che ogni riforma comporta, possono chiedersi se l'Italia, colpita dalla crisi meno di altri Paesi, abbia davvero bisogno di riforme; e se sia opportuno chiedere uno sforzo di riforma durante una crisi. Ma il capo del governo non può non vedere che la sua legacy, l'opinione che in futuro si avrà della sua opera, dipenderà dalla realizzazione o meno di un tale progetto, non da una serie di vittorie contingenti contro gli avversari.

Berlusconi ha saputo costruirsi un consenso vastissimo, tra gli italiani di oggi. Ma per avere quello degli italiani di domani, per essere considerato un giorno colui che avrà reso l'Italia più moderna e più giusta, non colui che avrà sprecato una grande occasione, deve trasformare in riforme il consenso che ha oggi, anche a costo di perderne un po'.

Riduzione strutturale della spesa pubblica corrente, riforma delle pensioni anche per rendere meno precario il lavoro dei giovani, riforme incisive nella scuola e nell'università, introduzione di una maggiore concorrenza per aprire i mercati e ridurre le rendite, liberalizzazione dei servizi e specialmente dei servizi pubblici locali: queste sono — lo ricordavo di recente («L'Italia ha bisogno di una data chiave» Corriere, 28 giugno)—alcune riforme necessarie.

Angelo Panebianco («I veri ostacoli alle riforme» Corriere, 6 luglio) ha osservato che l'assenza di incisive riforme in questi settori «obbliga da decenni l'economia italiana a funzionare a basso regime», ma d'altra parte «assicura al Paese condizioni di stabilità sociale e territoriale». Si chiede lucidamente Panebianco: «Ciò significa che non bisogna fare quegli interventi riformatori? Bisogna farli di sicuro, a meno che non ci si rassegni definitivamente all'idea che la democrazia italiana possa reggere solo se si accettano bassi tassi di crescita (anche a crisi superata) e forse, in prospettiva, un ulteriore impoverimento complessivo. Ma bisogna anche individuare le strategie utili per attutire gli inevitabili contraccolpi».

Questo è il dilemma che Berlusconi, rafforzato dopo l'Aquila sul piano interno e internazionale, ha di fronte a sé. Si propone di gestire l'Italia nello spirito di una buona amministrazione ordinaria? O si sente di dedicare i prossimi quattro anni a un programma straordinario che, con le opportune misure di accompagnamento, introduca radicali riforme affinché l'Italia non debba rassegnarsi e possa avere sia la democrazia sia la crescita?

Mario Monti
12 luglio 2009

domenica 28 giugno 2009

L’Italia ha bisogno di una scadenza



Nei mesi scorsi ho espresso apprez­zamento al go­verno, in partico­lare al ministro Giulio Tre­monti, per la gestione, ac­corta e sicura, della difficile crisi finanziaria. Ho invece criticato lo stimolo apporta­to dallo Stato per contrasta­re la recessione, a mio giu­dizio insufficiente pur tenu­to conto delle cautele impo­ste dall'alto debito pubbli­co, e la pausa nel processo delle riforme strutturali.

I provvedimenti adottati venerdì dal Consiglio dei ministri, come ha osserva­to ieri Dario Di Vico, vanno nella giusta direzione e ri­spondono almeno in parte alla prima critica, sia pure con un certo ritardo.

Lo spazio per misure temporanee di rilancio, sen­za generare reazioni negati­ve sul mercato dei titoli di Stato, potrebbe essere si­gnificativamente maggiore se, accogliendo il secondo rilievo, si riavviasse con de­cisione il cammino delle ri­forme.

Vi è ampio consenso sul­la necessità, richiamata dal Governatore Mario Draghi, di «attuare quelle riforme che, da lungo tempo attese, consentano al nostro siste­ma produttivo di essere par­te attiva della ripresa econo­mica mondiale». È opinio­ne diffusa che tali riforme debbano riguardare in par­ticolare la riduzione struttu­rale della spesa pubblica corrente, anche attraverso la riforma delle pensioni, la formazione del capitale umano, le infrastrutture, una maggiore concorrenza per aprire i mercati e ridur­re le rendite, la liberalizza­zione dei servizi e special­mente dei servizi pubblici locali.

In questi campi, qualche passo è stato compiuto. Ma a una marcia più decisa ven­gono opposte due obiezio­ni. Siamo sicuri che l'Italia abbia davvero bisogno di ri­forme? È opportuno chiede­re uno sforzo di riforma du­rante una crisi? Su questo terreno, su queste due obiezioni, do­vrebbe secondo me concen­trarsi oggi il dibattito, per capire che corso debba prendere il nostro Paese. Un dibattito in buona fede, perché entrambe quelle obiezioni sono rispettabili e potrebbero essere fonda­te.

Sul primo punto, la mia radicata opinione è che le riforme siano necessarie af­finché l'Italia, dopo 15 anni di bassa crescita, conquisti una maggiore competitivi­tà, uno sviluppo più eleva­to e una società più equa. Rimango convinto di ciò pur considerando realisti­che e importanti le osserva­zioni spesso formulate dal ministro Tremonti su alcu­ni punti di forza della strut­tura sociale, del sistema produttivo e perfino del si­stema finanziario del no­stro Paese. Questi punti di forza sono stati a lungo tra­scurati dagli italiani, forse per qualche complesso di inferiorità; e dagli osserva­tori internazionali, per la frequente incapacità di leg­gere realtà complesse con modelli uniformi.

È bene prendere atto che certe peculiarità italiane hanno attutito l'impatto della crisi sul nostro siste­ma economico e sociale, adoperarsi per mantenerne gli aspetti positivi, non in­dulgere nella imitazione acritica di modelli altrui. Ma accanto a quelle peculia­rità esistono sacche di inef­ficienze, di rendite, di privi­legi. Se opportune riforme aprissero un po' di più al vento del mercato e della concorrenza questi orti chiusi, l'Italia ne trarrebbe vantaggio. Sarebbe assurdo pensare che questo maggio­re mercato debba essere re­spinto solo perché altri mercati, certi mercati finan­ziari lasciati colpevolmente senza vigilanza, hanno scre­ditato agli occhi di molti il mercato in sé.

Occorre dunque riprendere il cammino delle riforme. Ma è opportuno farlo durante la crisi, quando il Paese è già sottoposto a un pesante stress? Anche questa è un’obiezione apprezzabile. Ma deve essere superata, per due buone ragioni.

Se l’Italia si presenterà alla ripresa dell’eco­nomia mondiale appesantita dalla sua scarsa competitività, altri scatteranno più veloci ai blocchi di partenza. Inoltre, se ci si accinges­se alle riforme a crisi superata, lo si dovrebbe fare in un contesto politico nazionale verosi­milmente meno favorevole di quello odierno, che è caratterizzato da una maggioranza am­pia e ragionevolmente compatta e da una legi­slatura ancora nella fase iniziale, con elezioni politiche tra quattro anni.

A pensarci, è strano che un governo forte come quello attuale non sia ansioso di fare presto molte riforme strutturali. Ha un’occa­sione unica per lasciare la sua traccia profon­da nella storia del Paese. Se fossero riforme persuasive, probabilmente la stessa opposi­zione non avrebbe interesse a contrastarle.

Forse, ciò che manca perché questo accada è semplicemente lo sguardo al futuro. L’opi­nione pubblica italiana segue, divertita e sgo­menta, un’attualità politica quotidiana che è diseducativa non solo per i suoi contenuti, ma anche perché distoglie ogni attenzione, dei cittadini e del mondo politico, dal futuro. La Francia, la Danimarca, molti altri Paesi hanno in corso riflessioni, promosse dai go­verni, su quale sarà la loro posizione nel con­testo della competizione mondiale tra 10 o 20 anni. I capi di governo dell’Unione europea hanno creato un gruppo per riflettere sull’Eu­ropa al 2020-2030.

E l’Italia?
Non mi risulta che sia in corso un analogo esercizio d’insieme, promosso dal go­verno, per capire come sarà il futuro dell’Ita­lia. Quale sarà, ad esempio, la posizione com­petitiva della nostra economia? Con quali con­seguenze sull’occupazione, sulla crescita, sul­la società, sui giovani? In che modo la posizio­ne dell’Italia sarà influenzata dalle politiche economiche e sociali che verranno poste in atto? Sono necessarie le riforme per diventa­re più competitivi e per crescere? Quali rifor­me? Come distribuirne i costi e i benefici? Che «programma» di medio-lungo termine è necessario? Con quali scadenze?

Nella vita pubblica italiana, le scadenze hanno sempre avuto un grande valore. Con­centrano gli sforzi, espongono al rischio di in­successo, spingono all’azione. È stato così con il «programma 1992», per la preparazio­ne dell’Italia al mercato unico europeo. È sta­to così per la preparazione all’euro, che richie­deva precisi risultati sul disavanzo pubblico e sull’inflazione entro il 1997. In entrambi i ca­si, l’Italia ha conseguito l’obiettivo, con un im­pegno collettivo favorito dalla scadenza.

E oggi? In assenza di una scadenza-chiave dataci dall’Europa, dovrebbe essere la comu­nità nazionale, guidata dal governo, a darse­ne una, per farvi convergere gli sforzi pubbli­ci e privati. Ma, se non sbaglio, l’unica data che ricorre, ogni tanto, nel dibattito pubblico italiano è il 2015, la data dell’Expo di Milano. È un evento di un certo rilievo, conquistato da Milano e dall’Italia con un notevole impe­gno comune, ma che sembra incontrare diffi­coltà, soprattutto per problemi interni alle forze della maggioranza di governo.

Se non altro, nel caso dell’Expo l’esistenza di una scadenza e l’attento scrutinio interna­zionale fanno sì che i problemi emergano e, si spera, siano risolti in tempo. Sul tema, in­comparabilmente più importante, della posi­zione dell’Italia nell’economia mondiale, for­se dovremmo darci noi, in modo esplicito, de­gli obiettivi e delle scadenze. Fare riflettere la comunità nazionale sul proprio futuro. Ispira­re a quelle riflessioni le decisioni sulle politi­che correnti

Mario Monti
28 giugno 2009