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sabato 26 settembre 2009


di Gigi Riva

� l'avvocato artefice delle leggi ad personam, l'architetto del Lodo. E anche il protagonista di smentite e gaffes che hanno messo in crisi la credibilit� del premier. Ecco la sua carriera dai nuclei neofascisti al Palazzo

L'unica volta che Niccol� Ghedini si sedette dall'altra parte della barricata era un giovane avvocato di belle speranze chiamato a rispondere su certe sue pericolose frequentazioni di adolescente. Il processo era quello per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti, oltre 200 feriti). Rimase per sei minuti sulla sedia del testimone davanti al presidente della Corte Mario Antonacci. (ASCOLTA L'AUDIO)Conferm� quanto aveva dichiarato il 27 settembre 1980 quando fu interrogato in questura. Gli inquirenti si erano concentrati, nelle indagini, su un gruppo di neofascisti padovani, la sua citt� che avevano come punto di riferimento il quartiere Arcella. Ghedini li conosceva per una sua precocissima attivit� politica nel Fronte della Giovent� (l'organizzazione giovanile del Msi). Tracci� il profilo di Roberto Rinani, detto "l'Ammiraglio", imputato di concorso in strage, poi assolto: "Per la mia valutazione personale, mi dava l'idea che tra quei ragazzi, che conoscevo, fosse il personaggio di spicco".

"Quei ragazzi" erano una ventina di persone che si scontravano con i "rossi": "Si bastonavano per lo pi�. Si diceva, ma lui lo pu� affermare solo "de relato", che facessero anche uso di armi mentre "non ho mai sentito parlare di esplosivi". Neg� di aver conosciuto Massimiliano Fachini (altro imputato) e s� invece che conosceva Franco Giomo: "Siamo usciti assieme un paio di volte, poi ha avuto un incidente, si � messo a fare l'assicuratore e non l'ho pi� visto. L'ho anche cercato qualche volta. So che ha avuto problemi con la giustizia ed � stato condannato e poi assolto".

Franco Giomo era un dirigente nazionale del Msi finito nei guai per i collegamenti con il nucleo Fioravanti-Mambro: i due che per la strage di Bologna ebbero l'ergastolo come autori materiali. Il futuro legale di Silvio Berlusconi nel 1988 aveva 29 anni e gi� una certa dimestichezza di aule di tribunale. Due anni prima era stato l'assistente di un principe del foro come Piero Longo, il suo maestro, nella difesa di Marco Furlan, il ragazzo della Verona bene che con Wolfgang Abel aveva dato vita alla banda Ludwig col proposito di liberare la societ� da drogati, nomadi, frequentatori di sale a luci rosse e preti: 15 persone uccise e 39 ferite. Durante le pause delle udienze Longo non mancava di presentare a tutti l'ancora acerbo collega con una frase rituale: "Tenete a mente il nome di questo ragazzo. Si chiama Niccol� Ghedini. Far� strada".

Nemmeno lui immaginava quanta. Oggi lo stesso Niccol� Ghedini � come il suo omonimo Machiavelli, il consigliere pi� ascoltato del Principe.

� lui che scende nell'arena delle trasmissioni pi� agguerrite, come "AnnoZero" per lanciare il grido di battaglia "Mavalaaa", diventato un marchio di fabbrica all'indirizzo degli avversari, ovviamente "comunisti" e "parrucconi". Lui che si offre alla stampa nei momenti delicati e al prezzo di straordinarie gaffes. Come quella proverbiale su Berlusconi che "anche fossero vere le ricostruzioni di questa ragazza (la D'Addario), e vere non sono, sarebbe al massimo l'utilizzatore finale e quindi mai penalmente punibile". O come quella sull'avvocato di Zappadu, il fotografo di villa Certosa, che "� difeso da un eurodeputato dell'Italia dei Valori. C'� una doppia veste, avvocato e parlamentare che non si dovrebbe confondere" (dal suo pulpito). O quando definisce le registrazioni della D'Addario inverosimili e frutto d'invenzione perch� "non credo sia mai andata a casa di Berlusconi" quando proprio quando proprio "L'espresso" le ha rese disponibili con la voce del premier chiaramente identificabile.

E fossero solo le gaffes. Ghedini � l'architetto delle leggi ad personam che hanno salvato il presidente da molti processi, lo stoico resistente d'aula che opponendo impedimenti, codicilli, astuzie procedurali, � riuscito a rinviarne altri fino al lodo Alfano che li ha sospesi e sulla legittimit� del quale la Consulta si pronuncer� il prossimo 6 ottobre. Salvo avere l'impudenza di affermare che non � affatto contento che non si arrivi mai a sentenze perch� sarebbero "senza dubbio favorevoli". � anche l'uomo che sveglia il presidente del Consiglio per rendergli noto che Veronica, la moglie, ha scritto lettere contro di lui ai giornali o ha chiesto il divorzio, che vuole una legge per rendere impossibile la pubblicazione delle intercettazioni.

Ora allarga la sua sfera d'azione, il ruolo "tecnico" non gli basta pi�strong>. Media col Fini furibondo per la querela al "Giornale" di Feltri, attacca la Lega che vorrebbe la presidenza del Veneto e la accusa di fare una battaglia medievale di chiusura "per la polenta e contro l'ananas". Un lavoro indefesso, matto e disperatissimo, per alzare una corazza e far scudo all'uomo che gli ha cambiato l'esistenza. Nega se lo si definisce il ministro ombra della Giustizia. E in realt� anche quella carica occulta gli starebbe stretta. Senza avere un ruolo istituzionale preciso, se non quello di semplice deputato, ha sbaragliato, nel cuore di Silvio, tutti i possibili rivali. Fossero essi colombe o falchi. Si � fatto molti nemici, ma tira dritto per la sua strada e del resto sa di essere "una carogna" (autodefinizione). Dal nuovo ruolo di presidente della Consulta giustizia del Popolo delle libert� controlla le terminazioni nervose del sistema pi� sensibile del berlusconismo. E pensare che fino a un certo punto della sua vita non aveva pensato n� alla politica n� alla carriera legale: voleva fare l'agricoltore, gli interessava la terra.

E questa � la sua storia.

Quando nasce, il 22 dicembre 1959, Niccol� ha tre sorelle. Nicoletta, 17 anni, Francesca, 15, e Ippolita, detta Ippi, 9, il cui nome � un omaggio esplicito alla mitologica regina delle Amazzoni. Il padre Giuseppe, ex ufficiale di cavalleria, ha una passione per l'equitazione almeno pari a quella per il diritto: dna perfetto per il futuro assistente del Cavaliere. � un famoso penalista, schieratissimo a destra, originale e passionale. Non di rado nello studio volano i posacenere. L'arcigna madre Renata tiene le redini di un'educazione rigida e consona al rango di una famiglia dell'alta borghesia con una venatura di nobilt� se si fa fede al Niccol� che dichiarer� "Nel 1600 i miei antenati furono insigniti del blasone patrizio per particolari meriti resi alla Serenissima Repubblica di Venezia". Lo stemma � un orso feroce con la spada sguainata: quasi una rappresentazione dell'immagine che vorr� dare di s�. Le ragazze hanno il percorso canonico delle bennate di Padova. Le scuole al Sacro cuore, il classico al Tito Livio. L'ultimogenito � il cocco di casa.Molto sport: nuoto, sci, cavallo con qualche gara vinta. Poco studio: "Ero un asino". Racconter� di essere caduto da un'impalcatura, in prima media, mentre cercava di sputare in testa agli orchestrali di passaggio nella strada. Lo mandano al collegio Barbarigo dove fatica, ogni anno, ad arrivare alla sufficienza, "ma non sono stato mai bocciato".

A 13 anni, la svolta dolorosa. Muore il padre. Nicoletta e Ippolita sono costrette a occuparsi dello studio perch� ne hanno seguito le orme. Francesca ha il pallino dell'archeologia. E Niccol� � gi� in politica. Un nero deciso, negli anni in cui, come altrove, non esistevano le mezze misure e a Padova restava viva una tradizione neofascista nata con Franco Freda e con la cellula di Ordine Nuovo impegnata nella strage di Piazza Fontana. Occupa il tempo che gli rimane nelle due aziende agricole di famiglia che producono vino e olio e coltiva il sogno di iscriversi ad agraria. Conosce, quindicenne, la donna della sua vita, Monica Merotto, figlia del titolare di un'oreficeria, che si laurer� a C� Foscari con una tesi su "Federico II ed Ezzelino II da Romano nel territorio padovano" e gli dar� molto tempo dopo, un figlio chiamato Giuseppe, come il nonno, oggi dodicenne.

Le scelte irrevocabili dell'adolescenza, si sa, possono cambiare rapidamente. Non � ancora maggiorenne, Niccol� quando abbandona l'estremismo per le acque pi� placide del Partito liberale in cui si distingue un leader che ha per nome Giancarlo Galan, attuale governatore del Veneto. E anche la terra pu� attendere se tutto il mondo che ti circonda lascia intendere che un Ghedini non pu� non essere un avvocato. Padova � facolt� di tradizione, troppo difficile. Per "l'asino" Niccol� molto meglio ripiegare su Ferrara, dove si laurea. Quando finalmente pu� mettere piede nello studio di via Altinate 86, davanti al tribunale, trova un signore che sar� parte importante del suo destino. � successo che le sorelle, civiliste, hanno rafforzato la squadra con un penalista. E non uno qualsiasi, ma col professor Piero Longo, nato ad Alano di Piave nel 1944, figlio del direttore delle Poste di Venezia, uno che non si preoccupa di manifestare la sua aperta simpatia per l'estrema destra. Lo ricordano allievo del Marco Polo, mentre brucia in piazza San Marco le bandiere cubane al tempo della crisi dei missili. Intelligenza fine, anche spregiudicata. Come quando cerc� di iscriversi in un movimento di sinistra coerente con la strategia dell'"entrismo" professata da certa destra rivoluzionaria. Brillante studente a Padova e poi subito assistente con un rapporto al minimo rude con quelli di sinistra se, quando non lo salutavano in biblioteca, li apostrofava pi� o meno cos� "Fate i furbi con me ma io vi faccio un mazzo (eufemismo) cos�. Tra l'accademia e la professione privilegia la seconda e non si dimentica dei vecchi camerati e li difende nello storico processo per la ricostituzione del partito fascista (1975). La sua perizia per� non evita la condanna per tutti. Si dice di Longo perch� almeno a Padova, lui � considerato la mente e Ghedini sarebbe un testardo, diligente, pignolo, allievo. Che cerca, anche in un certo lessico aulico, di imitare colui che tutto gli ha insegnato.

Proverbiali alcune frasi pronunciate con la voce cantilenante che abbiamo imparato a conoscere: "Ella, signor giudice...". Sta di fatto che, per quelle circostanze fortunate che capitano agli umani, Niccol� finisce, e siamo alla met� degli anni Novanta, a fare il segretario delle Camere penali quando Gaetano Pecorella ne � presidente. � Pecorella che lo introduce alla corte di Arcore. Prima un processo, poi un secondo, poi si prende tutto. Difende il premier "gratis" nelle cause personali mentre si fa pagare per quelle che interessano Mediaset o le altre societ� del Sultano. Niccol� Ghedini � diventato pi� ricco di quanto gi� non fosse. Dichiara di guadagnare un milione e 300 mila euro ed � tra i Paperoni della Camera. Possiede 44 tra case e terreni tra cui una tenuta a Montalcino e la storica dimora di famiglia a Santa Maria di Sala (Venezia) dove si � fatto costruire una piscina, una cappella privata e dove ospita i vertici del Pdl veneto quando non lo stesso Berlusconi. In garage tiene una collezione impressionante di auto d'epoca. Quanto alle sorella, Francesca, direttore del dipartimento di Archeologia a Padova, bellissimi occhi chiari, l'unica rimasta nubile, � stata nominata da Sandro Bondi nel Consiglio superiore del Beni Culturali. Nicoletta, la primogenita, rimasta vedova di Paolo Favini delle omonime cartiere di Ros� e Ippolita, moglie del procuratore di Trieste Michele Dalla Costa, sono diventate le avvocate civiliste di Berlusconi nel divorzio con Veronica Lario. Non � la sola loro causa importante. Difendono anche Luciano Cadore, un maggiordomo che ha ereditato dall'imprenditore delle pellicce Mario Conte, dove era a servizio, un patrimonio stimato dagli inquirenti in 70 milioni di euro. Cadore � indagato con l'accusa di aver falsificato il testamento e ha devoluto un milione di euro alla Libera fondazione di Giustina Destro, ex sindaco di Padova e attuale parlamentare Pdl.

Nessuno dei Ghedini ama farsi vedere in pubblico. Di Niccol� si segnala la presenza a Padova solo quando la scorta lo accompagna sotto l'ufficio con qualche disappunto dei residenti per gli intralci al traffico. Le sorelle stanno appartate. E vivono nel culto di quello che considerano il loro Grande Fratello. Lo stesso ruolo che in fondo gli ha affidato Silvio Berlusconi, concedendogli il compito di stare alla sua destra. Almeno fino a quando regger� lo scudo del Lodo.

ha collaborato Cristina Genesin

(23 settembre 2009)


giovedì 26 febbraio 2009

Sconfitti da Berlusconi

L'ESPRESSO
di Gigi Riva

La sinistra italiana ha demonizzato il premier. Non ha capito che dietro di lui ci sono una cultura e un blocco sociale. L'analisi del politologo francese
Colloquio con Marc Lazar
Solo dopo una disamina impietosa dei mali che affliggono la sinistra nel mondo il professor Marc Lazar, 56 anni, docente a Sciences Po (Parigi) e alla Luiss di Roma, si trattiene dal recitarne il de profundis per lanciare un segno di ottimismo: "Sia chiaro, la sconfitta non è ineluttabile. Se questa intervista l'avessimo fatta dieci anni fa la domanda iniziale sarebbe stata: ma la destra è morta?". Nel 1997 dei 15 paesi che formavano allora l'Europa 13 erano retti dalla sinistra che oggi governa solo in 8 su 25 (e in altri 7 fa parte di una coalizione). Erano i tempi di Jospin in Francia, Blair in Inghilterra, Schroeder in Germania e Prodi in Italia. Poi è partita la valanga della destra. A cui si può rispondere solo con un motto: "Lavorare, lavorare, lavorare per costruire un'offerta politica credibile e alternativa". Marc Lazar, francese, ci conosce bene, è appena uscito per Rizzoli il suo libro 'L'Italia sul filo del rasoio, la democrazia nel Paese di Berlusconi'. Ha seguito la nascita del Pd, il tracollo delle politiche, la disfatta sarda e avverte: "Veltroni si è dimesso ma non illudetevi che il problema sia solo lui. Riguarda tutta la classe dirigente e si declina in cinque punti".

Professor Lazar, vediamoli questi punti.
"1. Leadership. La gente ha faticato a comprendere il perché della guerra Veltroni-D'Alema. È il ritorno del vecchio che oscura il nuovo che si sta costruendo;
2. Strategia. Il Pd non è uscito dal dilemma se fare un'opposizione dura come vuole Di Pietro o responsabile. E così perde di volta in volta l'elettorato radicale o quello moderato;
3. Alleanze. Non ha sciolto il dubbio se guardare alla sua sinistra o al centro;
4. Identità. Cosa è il Pd? Farà parte o no del Partito socialista europeo? Che tipo di narrazione fa se davanti ha una destra che gioca molto sulle emozioni e sui sentimenti? Narrare non significa far sognare, ma scegliere la mobilitazione che si vuole suscitare;
5. Sociologia dell'elettorato. Votano il Pd le persone che sceglievano il Pci un tempo, del centro Italia, legate a categorie precise del settore pubblico, istruite, che abitano nelle grandi città, hanno più di 50 anni e non vanno a messa. Si è perso il contatto con i ceti popolari, coi giovani precari che rappresentano un tema cruciale".

Forse bisognerà dichiarare fallita la fusione fredda tra l'anima cattolica e quella comunista.
"È la grande questione che si pone adesso. Non so come sarà risolta. Forse la Margherita avrà la tentazione di riprendersi la propria indipendenza e i Ds anche perché è difficile fare politica comune avendo troppe differenze. Ma la scissione sarebbe ancora più disastrosa, sarebbe una marcia indietro".

Non è che ora il disastro non ci sia.
"Capisco l'obiezione ma si frustrerebbero le speranze dei tre milioni che votarono per le primarie e credevano di intraprendere un percorso. ll paradosso sta nel fatto che con la crisi economica si poteva pensare a un'opportunità per la sinistra. Ma è un paradosso apparente. Le cose non sono così meccaniche e il passato lo dimostra".

Quale passato?
"Dopo il 1929, a parte la Francia del Fronte popolare, ci fu piuttosto una spinta verso l'estrema destra".

I mali della sinistra italiana sono comuni a quelli della sinistra nel mondo?
"Solo in parte. C'è una specificità vostra che riguarda il ritardo di comprensione di cosa sia il berlusconismo. Si è creduto che riguardasse solo la persona, invece dietro c'è un'omogeneizzazione culturale e un blocco sociale che lo sostiene. Strano non averlo individuato per chi si è nutrito degli insegnamenti di Gramsci. Il berlusconismo è un misto di valori contraddittori, liberismo e protezionismo, Chiesa e comportamenti individuali lontani dalla dottrina cattolica, modernità e tradizione. Il blocco sociale di imprenditori, artigiani e commercianti ha riconosciuto quei valori. La sinistra come reagisce? Diabolizzando il personaggio e poi lamentandosi del popolo che non è all'altezza della grandezza della sinistra. E vorrebbe, come diceva ironicamente Bertolt Brecht, 'sciogliere il popolo' che non capisce".

E come dovrebbe reagire invece la sinistra?
"Avanzando la sua offerta politica. In tutta Europa crescono insicurezza sociale e xenofobia e si deve rispondere con i propri argomenti, solidarietà sociale, sensibilità verso i più poveri, partecipazione. Se il mio ragionamento è buono sarà capito, non c'è solo il vento di destra. Cito il caso Eluana Englaro, per fare un esempio. Anche i sondaggi hanno dimostrato che la cattolica Italia era per una separazione chiara tra lo Stato e la Chiesa, eppure il Pd per sue ragioni molto interne ha tenuto un profilo basso, ha rinunciato ad appoggiarsi al comune sentire".

E qui torna la questione dei valori.
"La sinistra europea tutta, dopo la fine delle ideologie, non ha pensato ai valori. Che sono importanti. Adesso ha perso anche la battaglia culturale nella società. Mi viene in mente quello che diceva Norberto Bobbio nel 1955: 'Io credo che a qualcuno che ci guardasse dal di fuori noi daremmo l'impressione di persone che sanno benissimo come la società italiana deve essere ma non sanno com'è'. Ancora oggi mi sembra una frase giusta".

Eppure solo dieci anni fa, per tornare al ragionamento dell'inizio, la sinistra vinceva.
"Si era, negli anni '90, all'interno di un piccolo ciclo positivo che ha permesso alla sinistra di andare al potere perché aveva saputo rinnovarsi. L'idea vincente fu quella del social-liberismo, che coniugava welfare e mercato, aveva come orizzonte la costruzione europea. La spinta propulsiva del social-liberismo si è esaurita per diversi fattori. Intanto l'usura del potere e poi l'euroscetticismo se non l'eurofobia, le perplessità degli operai e i giovani verso la nuova dottrina a causa della crescita delle ineguaglianze e della precarietà".

Adesso in che ciclo siamo?
"Se quello che ho descritto era un piccolo ciclo, siamo tornati in un grande ciclo che dura almeno dagli anni '70 e che ha provocato i grandi mutamenti sociali che conosciamo. E allora non basterà trovare un nuovo leader, ma bisognerà ricostruire completamente la sinistra a partire dai pilastri dei valori riconosciuti".

Ma nel Pd è difficile trovare valori condivisi da tutti. E regna il caos, se persino nelle roccaforti rosse del centro Italia, a Bologna e Firenze, vincono le primarie per il candidato sindaco due personaggi che non arrivano dai Ds.
"Si è detto tanto dello scontro di civiltà. Nella sinistra europea, in particolare in quella italiana, è ancora più forte lo scontro fra generazioni. Capisco che per l'attuale classe dirigente non sia facile suicidarsi, ma se il Pd non sarà capace di dare una risposta a questa aspirazione di rinnovamento, saranno altri guai".

Perché in Europa non spira il vento che ha fatto vincere Obama in America?
"L'elemento centrale della vittoria di Obama è l'audacia. Come diceva Danton durante la rivoluzione francese, in politica ci vuole l'audacia, ancora l'audacia, sempre l'audacia. Nessuno pensava all'inizio potesse essere il candidato vincente, ha usato parole d'ordine nuove, come green economy, ha indotto gli americani a spendersi nel cambiamento".

Significa che la sinistra vince se si radicalizza come dimostra anche Zapatero in Spagna?
"Se radicalizzarsi significa ricorrere a ricette del passato no. Se significa coniugare elementi della propria tradizione politica con l'innovazione sì. Poi si pensa al leader, che però non deve essere l'albero che nasconde la foresta. Il problema del passaggio di leadership non è semplice. Basta guardare all'Inghilterra e ai travagli della staffetta Blair-Brown e al partito socialista francese col dualismo Royal- Aubry. La destra accetta più facilmente, per ragioni ideologiche, il principio dell'autorità del leader, la sinistra invece no".

La sinistra è anche più portata a frammentarsi.
"Vero in Italia, Francia e Germania. Davanti alle difficoltà si scinde, mentre la destra si unifica. La destra ha fatto un grande lavoro, coi suoi think tank (in Italia 'Fare futuro' e 'Magnacarta') ha lavorato pragmaticamente nella costruzione dei suoi valori. Se la sinistra vuole rivincere deve fare altrettanto. E lavorare duro sul suo progetto"
(19 febbraio 2009)