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domenica 11 dicembre 2011

Un parrocchiano come gli altri


LORENZO MONDO

L’arresto del boss Michele Zagaria a Casapesenna, nel Casertano, ripropone uno schema abituale nella cattura di uomini del suo rango, appartengano essi alla mafia o alla camorra. C’è innanzitutto la lunga latitanza, che per lui valeva tre lustri, accompagnata dalla fama dell’imprendibilità. C’è il fatto che trovasse una tana accogliente non alla macchia ma a casa sua, facendo una vita da recluso che lascia pensare, restrizioni a parte, a un carcere di massima sicurezza: tant’è che Michele Capastorta veniva anche chiamato Il Monaco (una vita così sacrificata che prende il senso di una orgogliosa, luciferina sfida alla convivenza civile). E c’è l’utilizzo di misure protettive che si avvalevano, in particolare, di sofisticate risorse tecnologiche.

Ma a poco sarebbero serviti il bunker infossato come nocciolo duro in una villa, i muri scorrevoli, la rete delle telecamere, senza la protezione garantita dal contesto sociale. Lo si è visto nell’atteggiamento della gente presente al suo arresto. Una scena allucinante e, ahimè, non inedita. Sembrava che assistessero a un funerale o alla tappa di una dolorosa via crucis. Parole di compassione e rammarico, invocazioni alla Madonna, preoccupazione per il pane e il lavoro elargiti dal boss. Tanti benefici che venivano rinfacciati, con le consuete lamentazioni, allo Stato assente.

Ma non c’è analisi sociologica, non privazione di elementari diritti, non sedimentati rancori che possano giustificare una così abnorme solidarietà per un delinquente abbietto. Sembravano tutti trascurare che su Zagaria pendeva una condanna a tre ergastoli, che quel pane e quel lavoro, non ben definito, comportavano il prezzo del sangue. Stupiva l’assenza di vergogna, l’incapacità di ribellarsi, almeno nell’intimo, a imposizioni o umilianti concessioni, rendendosi di fatto complici di atti criminosi. È questa complicità che lascia sbigottiti, ben più radicata che la paura: perché in tanti anni, non c’è stata nemmeno una lettera anonima che mettesse gli investigatori sulla pista buona.

Il parroco di Casapesenna ha definito Zagaria «un parrocchiano come gli altri ai quali portare il Vangelo». D’accordo, uno il coraggio, se non ce l’ha, non se lo può dare, e in date circostanze sarebbe anche ingeneroso pretenderlo. Ma poiché non risulta che sia riuscito a catechizzare il boss avrebbe fatto bene a operare qualche distinzione, a non assimilarlo agli altri suoi parrocchiani. Se lo prendessimo alla lettera, ci sarebbe da rabbrividire, da disperare che qualcosa, da quelle parti, possa cambiare.

domenica 19 aprile 2009

Mi è franata addosso la sintassi


19/4/2009
LORENZO MONDO
Del cattivo stato della lingua italiana, avvilita dall’ignoranza della grammatica, dalla povertà del lessico, dall’uso scorretto di termini elementari.

Sarà che la lingua, parlata e scritta - come ci ricordano gli specialisti - non ubbidisce a rigide prescrizioni, si modifica in base alle trasformazioni indotte dalla storia e dal costume, appartiene in definitiva a chi se ne serve. Ma certe sciatte derive, non arginate da una scuola che appare sopraffatta dagli strumenti della comunicazione mediatica, suonano irritanti e sconfortanti.

E’ il pronome «te» che impazza dai teleschermi, esiliando lo schietto e confidenziale tu, senza essere giustificato da un contesto regionale o dialettale. E’ il congiuntivo imperfetto che sostituisce il presente nelle espressioni esortative («Non mi rompessero le scatole»). Quanto al lessico, capita che si confonda il verbo «schernire» con «schermire», e non si tratta sempre di un errore di battitura. Frequentissimo poi l’uso di «avvallare» al posto di «avallare». Sicché la concessione di una onesta garanzia assume con la doppia «v» il significato di scendere a valle o sprofondare: grazie a questo scambio, nel ridicolo.

Anche i termini stranieri vengono adottati senza necessità e discernimento, compresi quelli appartenenti a lingue vicine alla nostra, di ceppo neolatino. E’ invalsa ad esempio l’abitudine di scrivere «murales», al plurale, invece di «mural» o, volendo tradurlo in italiano, «murale». Più disarmante, tanto da intenerire, la perla che ho scovato nella traduzione dal francese di un articolo di teologia. Dove il Concilio di Nicea, nell’originale «Nicée», è stato reso con Nizza. Con una imperturbabilità che, vien da dire, avrebbe accettato anche un Concilio di Saint-Tropez.

Qui allo sfondone linguistico si accompagna l’insufficienza storica, l’ignoranza su un avvenimento che ha contrassegnato, e ancora oggi contrassegna, la vicenda cristiana. Se tanti infortuni accadono a persone scolarizzate, e magari laureate, c’è da mettersi le mani nei capelli; da sentirsi franare addosso secoli di cultura, mentre si affacciano le ombre corrucciate di Dante, Leopardi, Manzoni, Gadda: nomi che hanno fatto la gloria del paese dove il «sì suona».

lunedì 23 febbraio 2009

Ai genitori 5 in condotta

22/2/2009
LORENZO MONDO

Il caso di Chioggia, dove uno studente ha accoltellato senza apparenti motivi un professore, è abnorme e non può rientrare nella contabilità dei fatti incresciosi che riguardano la scuola e costellano le cronache. Però sempre negli stessi giorni, nel Vicentino, cinque giovanissimi allievi delle medie, poco prima dell’ingresso a scuola, hanno legato una ragazzo indiano a un palo della segnaletica stradale e filmato l’impresa con il cellulare. Non dà sollievo rilevare che non si tratta di un atto di razzismo (due degli aggressori sono di origine straniera). Basta e avanza un onnicomprensivo bullismo, anche se la parola va stretta per definire certi comportamenti disumani.

È tuttavia Torino a registrare un episodio che, in sé meno grave, risulta specialmente istruttivo. Riguarda un istituto che si fregia del nome di Primo Levi, lo scrittore che tanto si è adoperato per instillare nei giovani il piacere dello studio e del lavoro ben fatto. Tre ragazzi sono stati sospesi per 16 giorni dopo una sequela di atti, anche minacciosi, che compromettevano il normale svolgimento delle lezioni. La sospensione, che comporta l’eventualità di un 5 in condotta, è resa possibile dal decreto del ministro Gelmini, nell’occasione salutato con gratitudine da insegnanti e genitori. Non da quelli dei tre interessati, che hanno elevato fiere proteste. Uno di essi è arrivato a sostenere che spetta alla scuola insegnare a comportarsi bene, e se non ci riesce «sono fatti suoi».

È la punta estrema di un atteggiamento diffuso, di una lagna che pretende dalle istituzioni e dalla società la soluzione di ogni problema, anche di quelli che sono a portata di mano e che spettano alla primaria responsabilità dei singoli cittadini e, nel caso, delle famiglie. Tant’è che il voto di condotta, e la bocciatura, dovrebbero esprimersi anche nei confronti dei genitori. Lungo e variegato è il casellario delle inadempienze, delle «materie» di valore morale e civile che vengono bellamente trascurate. Sarebbe ingeneroso non tenere conto delle circostanze, a volte complicate e condizionanti. Ma certo rappresenta un segnale negativo, e fortemente diseducativo, la difesa a oltranza dei figli malcresciuti. Non è tempo di sganassoni, ma neanche di pietose, e distratte, assoluzioni.