Visualizzazione post con etichetta MASSIMO MUCCHETTI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta MASSIMO MUCCHETTI. Mostra tutti i post

mercoledì 14 settembre 2011

L'emergenza che non vediamo


L' Economist dedica la copertina alla ricerca del lavoro che non c'è in tutto l'Occidente. Nei 34 Paesi dell'Ocse, i più avanzati del mondo, i disoccupati sono 44 milioni, più o meno gli abitanti della Spagna. Ma per calcolare quanti posti mancano davvero andrebbero considerati anche i lavoratori part-time che vogliono il tempo pieno (un posto ogni due tempi parziali), i dipendenti sottoposti a sospensioni lunghe dall'attività (un posto ogni 1.800 ore di integrazione salariale) e infine gli scoraggiati (coloro i quali non hanno più cercato lavoro negli ultimi tempi). I posti che mancano nell'area Ocse diventerebbero così 100 milioni.

Il diavolo che minaccia l'Occidente è dunque peggiore di quello dipinto dal settimanale britannico. E tuttavia, al di là dei numeri, colpisce l'enfasi dell'antica testata liberale sulla questione del lavoro mentre i governi europei e la Bce combattono il deficit dei bilanci pubblici senza troppo curarsi degli effetti collaterali che deprimono l'economia, e dunque l'occupazione. Certo, da tempo la Banca d'Italia invoca politiche per la crescita basate su riforme a costo zero come quella, peraltro inderogabile, della giustizia civile e quella, tutta da approfondire, del mercato del lavoro. Ma oggi tra la durezza della crisi e il riformismo in stile anni Novanta emerge la stessa distanza che separa i fatti dalle parole: vanno male anche i maestri di quella stagione. E allora torniamo a chiederci se ci possa essere una ripresa duratura senza invertire la ridistribuzione sempre più ineguale della ricchezza, quando sappiamo che il disastro è cominciato dall'insolvenza dei poveri fatti indebitare per farli consumare senza aumentare loro le paghe. E poi crediamo davvero che l'Italia possa basarsi soltanto sull'estero quando le imprese esportatrici, peraltro ottime, importano sempre più componenti? E l'Eurozona potrà mai riprendersi se i suoi 450 milioni di cittadini non torneranno a spendere?

Forse non è un caso se George Magnus, l'economista principe di Ubs che aveva capito la crisi dei mutui «subprime » prima della Casa Bianca, ora scrive su Bloomberg : «Date a Marx una chance di salvare l'economia mondiale». La sua è una provocazione. Ma resta il fatto che il balzo della produttività è avvenuto attraverso il taglio dei costi, il trasferimento delle produzioni nei Paesi emergenti, gli arbitraggi fiscali e regolatori tra legislazioni e non solo attraverso il progresso tecnologico. Un processo che ha congelato i salari reali e aumentato la disoccupazione a tutto vantaggio dei profitti. Un'impresa riceverà applausi, se batte questa strada. Un Paese pure, se avrà l'accortezza di non costringere poi i clienti alla recessione, come invece sta facendo la Germania in Europa. Ma se lo fanno tutti? Se lo fanno tutti, ironizza Magnus, si entra nel paradosso marxiano della sovrapproduzione: il sistema ha fatto investimenti per sfornare una quantità di merci superiore alla sua capacità di consumo. E qualcuno deve pagare il conto.

Se non vogliono resuscitare il rivoluzionario di Treviri o, più probabilmente, esporre a tumulti nordafricani democrazie che ai giovani derubati della speranza sembreranno inutili, i governi dovrebbero porre in cima all'agenda il lavoro, non il deficit dei conti pubblici. E il lavoro si crea attivando la domanda interna. Anche a costo di un po' di inflazione.

Sul Financial Times, sir Samuel Brittan critica i flirt marxisteggianti. Ma non censura i rischi della stagnazione salariale né gli auspici d'inflazione. Del resto, la Bank of England e la Federal Reserve continuano a stampare moneta, sia pur virtuale. E pur avendo conti peggiori dell'Eurozona, i debiti pubblici di Regno Unito e Usa galleggiano. La Bce non lo fa perché non ha alle spalle un governo che glielo chieda. E l'euro trema.

In queste condizioni, l'Italia non può lasciar correre il deficit né disimpegnarsi sulla riduzione del debito. Ma rischia anche la recessione se non riesce a riorientare il risparmio privato dai deludenti impieghi finanziari verso gli investimenti nell'economia reale attraverso la leva della politica industriale (che non vuol dire un'altra Finsider ma, per esempio, no ai contributi esagerati per le fonti rinnovabili e sì al risparmio energetico). E la domanda interna non parte se, in attesa di poter alzare i salari, non si usa con coraggio la leva fiscale. È possibile, a parità di gettito, trasferire almeno in parte l'Irap alle retribuzioni e al tempo stesso aumentare l'Irpef? Far pagare la sanità a tutti i cittadini secondo aliquote progressive anziché alle imprese e ai dipendenti sarebbe anche un atto di giustizia. E se si vuole fare un po' di inflazione, a sollievo del debito pubblico, l'Italia dovrebbe convincere l'Eurozona ad aumentare l'Iva, così da spostare un po' di peso anche sulle importazioni, avendo cura di salvaguardare i redditi bassi con ritocchi dell'Irpef. Insomma, possiamo rialzarci. Ma ci vorrebbe un governo. Capace di politica interna e di politica estera.

Massimo Mucchetti
13 settembre 2011

sabato 30 luglio 2011

Chi Scommette contro di Noi

Il differenziale tra i Btp a 10 anni e i bund tedeschi è salito ieri fino al 3,37%. Di questo passo, in poche settimane, i tassi sul debito pubblico italiano potrebbero superare quelli spagnoli. Troppo alti per dare ancora fiducia. E allora la fuga dal rischio Italia potrebbe diventare un'eventualità concreta. Irrazionale, ove si consideri l'economia reale. Ma i mercati sono razionali solo nella fantasia degli economisti. Tipico, per esempio, l'effetto gregge. Di cui abbiamo appena avuta una dimostrazione con il riposizionamento di alcuni fondi americani e di assicurazioni tedesche e italiane.

L'altro ieri, mentre le associazioni imprenditoriali, bancarie e sindacali invocavano un atto di discontinuità del governo e un Patto per la crescita, il Financial Times avvertiva che Deutsche Bank aveva ridotto da 8 miliardi di euro a uno il suo investimento in titoli pubblici italiani. La Germania è il secondo finanziatore estero del Belpaese, il primo è la Francia. La prima spiegazione («Postbank, che abbiamo acquisito nel 2010, aveva troppi titoli italiani rispetto alle nostre medie, che sono di 1-1,5 miliardi») appare insufficiente. Da Milano, il responsabile di Deutsche Bank per l'Italia, Flavio Valeri, ricorda l'impegno sul campo. Che c'è. Ma a questo punto, magari dalla sede di Londra, la prima banca tedesca, a fortissima vocazione finanziaria, dovrebbe rivelare la variazione dei suoi investimenti nel primo semestre del 2011 per ogni Paese dell'Eurozona e per le altre macroregioni del mondo. E Josef Ackerman, leader di Deutsche Bank, dovrebbe chiarire perché ha ridotto dell'88% l'investimento nei titoli pubblici italiani, mentre la sua stessa banca diffondeva rapporti lusinghieri sui medesimi. L'ultimo risale al 20 luglio.

Prima che parli, vorremmo pregarlo di evitarci la favoletta delle muraglie cinesi che separano gli uffici studi dalle sale operative. L'Italia ha imparato a sue spese la lezione delle banche internazionali che prima ti colpiscono e poi si offrono di soccorrerti. Accadde nel 1992, con l'attacco alla lira e poi con la ben remunerata assistenza, prestata alla vendita delle partecipazioni statali e alla gestione di una larga parte del risparmio italiano. Di concerto con le autorità di controllo delle Borse di Londra e Francoforte, la Consob dovrebbe indagare sulle transazioni di Deutsche Bank per fugare ogni dubbio su una manipolazione del mercato ovvero passare le carte alla procura della Repubblica. Ma più e prima della Consob dovrebbe essere il governo a sincerarsi presso la cancelleria di Berlino sulle intenzioni reali della Germania rispetto all'Italia. Dove - ma non è nemmeno il punto principale - banche e assicurazioni oggi possono essere scalate con modica spesa.

Il debito pubblico tedesco, ancora basso in relazione al Pil, ha sorpassato quello italiano in cifra assoluta. Qualche sua asta ha mostrato piccoli segni di difficoltà. Se Deutsche Bank non è sola, è legittimo sospettare una riduzione dell'investimento del sistema finanziario tedesco nei titoli pubblici altrui a favore di quelli del proprio Paese. E l'aumento dei differenziali convoglierebbe verso i sicurissimi bund sia il risparmio interno che quello degli altri Paesi, e il risparmio italiano è ingente. Sono incubi da spread ? Speriamo. Ma vorremmo tanto che qualcuno da Roma ci dicesse: abbiamo verificato dati alla mano, Frau Merkel e la Deutschland Ag nutrono sempre fiducia nell'Azienda Italia. E invece leggiamo di Silvio Berlusconi che potrebbe assumere l' interim dell'Economia, ma non telefona a Berlino.

Massimo Mucchetti
29 luglio 2011

lunedì 27 giugno 2011

I sotterranei del potere


Quasi vent'anni fa, la procura di Milano condusse l'inchiesta Mani pulite. Solo dopo aver scoperto molti episodi, provati da contabili bancarie e confessioni, azzardò l'affresco di Tangentopoli. Nel 2011, la procura di Napoli annuncia il tema del nuovo affresco, un'associazione volta a distorcere le decisioni di organi costituzionali, ma ancora non riesce a disegnarlo bene. E così l'affaire Luigi Bisignani-P4 rischia di inquinare ulteriormente la politica e gli affari mentre la Seconda Repubblica volge al tramonto.

Nel vortice delle intercettazioni, i fatti sembrano perdere peso a favore dei sospetti. Si dà credito a Bisignani che accusa il capo delle Fs di voler penalizzare un produttore di freni quando Mario Moretti ha contestato e dequalificato la Italian Brakes, e ha vinto le tre cause intentate da questo fornitore. Le battaglie della finanza, nate dai bilanci che non vanno, cedono il passo alle trame occulte, spacciate come l'iper realtà del potere.

Prendiamo la defenestrazione di Alessandro Profumo da Unicredit. Ha cambiato gli assetti dell'alta finanza italiana. Ma qui tutto sembra ridursi a una congiura ordita chez Bisi da Fabrizio Palenzona (per quanto di lui, vicepresidente di Unicredit, le carte dicano poco e in modo indiretto) e da Enrico Tommaso Cucchiani (e di lui, capo delle assicurazioni Allianz, le carte dicono assai). Nell'inchiesta napoletana e nella sua vulgata, scompare la crisi dei conti della banca. E finiscono sullo sfondo gli interventi a protezione del banchiere, tentati da Giulio Tremonti, ministro dell'Economia certo non amico del faccendiere romano, e da Cesare Geronzi, allora presidente delle Generali che invece, secondo la Guardia di finanza di Napoli, era interlocutore privilegiato del Bisi. Dov'è la realtà e dove la finzione, si chiederebbe Borges? Quando tratta il dopo Profumo, Bisignani pontifica, ma dimostra di non conoscere nemmeno i due banchieri dei quali si parlava, Andrea Orcel e Federico Ghizzoni, il prescelto che non dispiace nemmeno al predecessore.

Resta il fatto che da questo intrigante signore, potente ma anche millantatore, allievo in gioventù di Licio Gelli e Giulio Andreotti, molti andavano a conferire. Perché? Nell'Italia dei nominati, chi intermedia il principe esercita un'influenza, di cui amici e avversari non possono non tenere conto se vogliono fare e non soltanto predicare. E adesso ci si chiede quali conseguenze avrà l'improvviso declino dell'intermediario. Nell'economia pubblica più intrecciata al berlusconismo, certe posizioni sono meno sicure di ieri. La reputazione conta anche in Eni, Enel e Finmeccanica. Nell'economia privata, invece, la cosiddetta P4 aveva già perso la sua partita con il licenziamento di Geronzi dalle Generali. Ed è da questi fatti, pesanti come pietre, che si dovrebbe partire per distinguere nelle parole del Bisi le notizie vere dalla disinformazione inquinante. E per costruire, oltre l'Italia delle consorterie, un Paese di uomini liberi e forti e non di tremebondi nominati.

Massimo Mucchetti
27 giugno 2011