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domenica 22 giugno 2008

Comunità montane, non chiudetele tutte Non sono solo carrozzoni in riva al mare



Gian Antonio Stella
Il Corriere della Sera
17 giugno 2008


In totale in Italia sono 356. Il simbolo dello scandalo è Palagiano. Altitudine 86 metri sul livello del mare
«Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno», dice un cartello appeso in migliaia di caffè italiani. Fedele a questa idea, il governo avrebbe deciso di spazzare via tutte le comunità montane. Non solo quelle marine, inventate sulla carta solo per distribuire poltrone. Ma anche quelle vere. Quelle che davano un po’ di ossigeno ai piccoli comuni che, tagliati fuori dal mondo, dallo sviluppo e dal turismo, sono stati di anno in anno svuotati dagli abitanti e rischiano di diventare dei presepi sgretolati dal tempo, via via ingoiati dai boschi, dai rovi e dalle erbacce. Non c’è rispetto per la nostra storia, nella scelta che pare irrevocabile del Consiglio dei Ministri. Non ce n’è per la memoria di quei nostri nonni che si cavarono il sangue per strappare alla montagna certi pascoli così ripidi che i covoni di fieno rotolavano a valle.
Né per comunità di uomini liberi come quelle che caratterizzarono l’Altopiano dei Sette Comuni o le «Regole» dell’Ampezzano, esempi straordinari di democrazia dal basso. Né per il ricordo di quanti resistettero a carestie terribili come quella dell’Appennino ligure raccontata da Giovanni Baroni nel 1857: «Non vi furono faggioli, non vi fu melliga, e non vi furono castagne (...) e le genti perciò non solo davano di bocca e vivevano di patate ma anche di radiche di erbe, ed arivarono (...) a macinare la radice secca delle ferecce, detta ferexa, per fare del pane...». Certo, il sistema delle Comunità Montane, nato nel 1971 per arginare una drammatica emorragia dei paesi, testimoniata tra l’altro da uno studio del «Mulino » di Gian Carlo Jovi che già nel 1954 denunciava «Lo spopolamento della montagna», ha preso una brutta piega. Basti ricordare il caso della Murgia Tarantina, dove su nove comuni quelli «parzialmente montani» sono 4 e i «non montani» 5, con un’altitudine media di 213 metri, una sessantina in meno del Montestella, la collinetta di detriti alla periferia di Milano. Per non dire del paese- simbolo dello scandalo, Palagiano. Il cui municipio svetta a 39 metri sul mare e il cui massimo rilievo arriva a quota 86: 12 metri meno del campanile veneziano di San Marco.
Che ci fosse bisogno di un giro di vite è fuori discussione. Tanto più che alle numerose località costiere, tra le quali spiccava in Sardegna perfino una Comunità Montana Riviera di Gallura (travolta dall’unico vero repulisti, quello di Renato Soru) se ne erano aggiunte altre ancora, a dispetto delle polemiche, come la calabrese Bova Marina. Ed è impossibile negare che i primi tentativi di razionalizzare le cose, date le poltrone da sopprimere (la Murgia Tarantina aveva ad esempio un presidente, 6 assessori, 27 consiglieri, un segretario generale...) avevano visto durissime resistenze. Dopo essere partiti dall’ipotesi di mantenere in vita solo le comunità con un’altezza media di mille metri (i comuni italiani che superano quell’altitudine sono 294, con in testa Sestriere, Chamois e Livigno), la quota era stata progressivamente abbassata prima a 900, poi a 700, poi a 600... Insomma: arrivare a un accordo, nonostante la disponibilità dell’Uncem (l’Unione delle comunità) che per bocca del presidente Enrico Borghi aveva teorizzato la benefica soppressione di un terzo degli enti per consentire una vita migliore agli altri, si era rivelato più difficile del previsto. Va detto: la tentazione di un gesto d’imperio che spazzasse via tutto era forte. Dai e dai, però, in linea con il percorso disegnato che prevedeva una scrematura fatta dalle Regioni e avrebbe dovuto concludersi entro il 31 luglio, una netta riduzione si era delineata.
Con la soppressione di 140 comunità (da 330 a 190), la riduzione dei consiglieri da 12.820 a 6.000 e un taglio netto che avrebbe portato in due anni il «budget» degli enti montani da 190 milioni di euro del 2007 a 120 del 2009, con un colpo di accetta del 37%. Una enormità, rispetto alle sforbiciatine date ai costi dei palazzi della politica. E proprio qui è il punto. Le comunità montane, a causa della deriva clientelare di una minoranza, sembrano essere state individuate come l’anello debole. Il simbolo più facile da colpire per «dare una lezione». Per mostrare i muscoli: basta, tutte azzerate. E le Province che, ad ascoltare Berlusconi in campagna elettorale («Non parlo delle Province, perché bisogna eliminarle») dovevano essere soppresse? Domani, forse. E certi costosissimi catafalchi regionali? Domani, forse. Peccato. Perché, messa in questi temini, la scelta di spazzare via tutte le comunità montane sembra un boccone di demagogia dato in pasto alla plebe affamata di atti simbolici. E invece Dio sa quanto ci fosse bisogno di abolire la montagna falsa, ridicola, clientelare, per salvare la montagna vera. Quella che giorno dopo giorno, se non è benedetta dal turismo, muore.
Come larga parte della Carnia. Come certe vallate del Cuneese, i monti dietro Verbania dai quali partivano i bambini venduti agli spazzacamini, le aree interne dell’Abruzzo, dell’Alto Molise, dell’Alta Irpinia o le Serre Calabre. I numeri di certi paesi, carne della carne italiana, dicono tutto. La cuneese Bellino è precipitata dagli anni Ottanta ad oggi da 324 a 156 abitanti, la bergamasca Averara da 327 a 192, la valtellinese Spriana da 177 a 98, la reatina Collegiove da 260 a 182, la molisana Castelverrino da 256 a 124. Per non dire dei paesi calabresi descritti da Vito Teti, evacuati fino all’ultimo dei loro abitanti. Lo Stato ha il dovere di investire anche in perdita su un patrimonio come l’Alitalia? Beh, forse la montagna italiana, con le sue storie raccontate da Mario Rigoni Stern, Mauro Corona, Corrado Alvaro o Umberto Zanotti Bianco merita qualcosa di più che la metà dell’ultimo prestito ponte alla compagnia di bandiera. Il bosco, in un’area curata qual è il Trentino, si è già ripreso dal 1973 ad oggi 182 chilometri quadrati di pascoli creati con fatica bestiale dei nostri nonni. Dalle altre parti del Paese va peggio. Molto peggio. E’ questo il destino dei piccoli paesi montani assediati dalla selva e dall’indifferenza?
COMMENTO
Dubito che l'appello di Gian Antonio Stella venga ascoltato. Com'è rimasto privo di effetti concreti il libro-inchiesta "La Casta", scritto assieme a Sergio Rizzo, e sta passando quasi sotto silenzio l'altro più angosciante libro-inchiesta "La Deriva", scritto sempre a due mani con Sergio Rizzo.
Anzi, sono già oggetto di attacchi forsennati del centro-destra, purtroppo al governo, mentre l'irrefrenabile dirigismo di Silvio Berlusconi ed il delirio di onnipotenza che serpeggia nella compagine di governo consentono una facile profezia: il programma sarà rispettato.
Analogamente devo dire dell'ultima trovata nel campo del pubblico impiego: lo "svecchiamento" !
E' incredibile l'insensatezza di tale tendenza, che ha origini lontane, addirittura al 1973, quando fu varato l'istituzione dei "ruoli dirigenziali" e fu concesso uno 'scivolo' di sette anni ai direttivi di vertici, appena entrati nei nuovi ruoli in qualità di dirigenti superiori, perchè se ne andassero a casa, lasciando il posto alle 'nuove leve'.
Regnava il governo Andreotti III.
Per rimediare ai guasti della brusca frattura generazionale non sono bastati 30 anni.
S'è visto cosa sono state capaci di fare le nuove leve.
Adesso si continua a folleggiare.
Il progetto sarebbe: i pubblici dipendenti con 35 anni di servizio possono starsene a casa a mezzo stipendio per i cinque anni necessari a raggingere l'aliquota di pensione massima, che si ottiene con 40 anni di servizio; i pubblici dipendenti che hanno 40 anni di servizio possono andare in opensione a prescindere dal raggiungimento dell'età di 65 anni.
Auguri !

giovedì 29 maggio 2008

AEREOPORTO DEDICATO A UN FANTASMA


Armando Voza

L’apertura dell’aeroporto Salerno-Pontecagnano è imminente (almeno così si dice) e ancora la disputa sul nome da dare alla struttura è ancora aperta.

Qualche tempo fa correvano nomi del tipo “aeroporto dei Picentini”, “aeroporto Costa d’Amalfi” e, più recentemente, su iniziativa di un’associazione ebolitana Voci di donne “aeroporto Umberto Nobile”, probabilmente il più appropriato.

Come dal nulla qualche mese fa sui giornali locali è apparsa una notizia che ha destato grande scalpore. Il Consorzio che gestisce la struttura aveva votato a favore di una delibera nella quale si dava all’aeroporto il nome di Flavio Gioia.

Ammettendo la mia ignoranza, non ho esitato a fare subito una ricerca su internet per capire chi fosse questo personaggio e, udite-udite, questo tal Flavio Gioia è un personaggio di fantasia, un uomo che non è mai esistito: un personaggio immaginario al quale la tradizione ha voluto attribuire l'invenzione della bussola.

Da un sito su internet ho tratto queste informazioni che offro all’attenzione dei lettori.

L'Enciclopedia Treccani offre una dettagliata descrizione in merito, partendo dall'errore commesso da G.G. Giraldi che nella sua opera De re nautica (1540) attribuì senza'altro l'invenzione della bussola “a tale Flavio di Amalfi”. Indicato dagli scrittori posteriore come Flavio di Amalfi o Flavio Campano, diventò finalmente Flavio di Gioia a opera dello storico Mazzella nella Descrizione del Regno di Napoli. Evidentemente il Mazzella voleva indicare correggendo, quello che a suo parere era il vero luogo natìo del presunto Flavio, e non il suo cognome. In seguito la particella “di” scomparve e rimase quindi definitivamente il nome Flavio Gioia. In sostanza tutta la vicenda parte dalla deformazione del nome di Flavio Biondo che nel 1453 (circa) diede notizia nella sua Italia Illustrata che la bussola era stata perfezionata dagli amalfitani.

La bussola, per uso nautico, era nota in Cina sin dal quarto secolo dopo Cristo. Tra i primi a servirsi della bussola nel Mediterranneo furono i marinai amalfitani nei loro viaggi verso l'Egitto e la Siria, perfezionandola e diffondendola intorno al 1100-1200 quando i trasporti e i commerci iniziarono a moltiplicarsi anche sotto la spinta delle Crociate.

Lo scultore cavese Alfonso Balzico (Cava 1825 - Roma 1901) era stato molto colpito dal personaggio di Flavio Gioia tanto che gli dedicò ben due lavori. Uno all'inizio della sua carriera artistica e uno in età più matura.

Come ricorda il professor G. Trezza, biografo del Balzico, lo scultore realizzò - intorno ai 27 anni - un busto colossale di Flavio Gioia (riportato dalla rivista Poliorama, novembre 1853) e secondo Michele Lassona, altro biografo del Balzico, il busto doveva trovarsi nella reale Accademia delle Belle Arti di Napoli. Il modello in gesso, oltre il naturale, si trova adesso nella Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

La seconda volta che Balzico dedicò la sua attenzione al “personaggio Flavio Gioia” fu quasi alla fine del secolo scorso. L'opera è ad Amalfi e per la sua realizzazione lo scultore utilizzò come modello il busto che tanti anni prima aveva lavorato. La rivista Il Torneo (12 agosto 1892) narra: “zitto, zitto, tranquillo, tranquillo, ne modellò la statua nel suo studio di Santa Susanna in Roma: il Flavio Gioia, col il suo abito marinaresco del '300 fissa l'occhio sulla scatoletta della bussola, e col dito della mano destra segue la direzione dell'ago. Sul volto maschio è come l'accenno di un sorriso, e nell'occhio malizioso brilla il pensiero dell'uomo, che dice allo strumento: te l'ho fatta!

Docente di matematica, divulgatore di grande successo internazionale, ma soprattutto figlio di un comandante di marina che lo ha portato con sé in molti viaggi attraverso gli oceani, Amir D. Aczel, la trama del suo libro dal titolo "L'enigma della bussola" parte proprio da Amalfi, dove un monumento ricorda Flavio Gioia, gloria cittadina e “inventore della bussola” nel 1302. Ma, come scopre ben presto Aczel consultando la biblioteca locale, Flavio Gioia fu solo un personaggio leggendario che riuniva in sé le capacità nautiche e imprenditoriali della gloriosa Repubblica marinara di Amalfi, bruscamente decaduta dopo il rovinoso maremoto del 1343 che ne distrusse completamente il porto mai più ricostruito.

Allora chi inventò veramente la bussola magnetica, lo strumento che consentì di solcare i mari in qualunque stagione e con qualunque tempo, superando l'aleatorietà dei venti, del cielo stellato e del volo degli uccelli?

L'invenzione ha in realtà molte date di nascita e molti padri distribuiti un po' in tutto il mondo. Pare che i cinesi usassero oggetti di magnetite fin dal primo secolo dopo Cristo non per navigare, ma per trarne oroscopi e orientare gli edifici secondo le regole del feng shui. La bussola vera e propria debuttò comunque nel Mediterraneo alla fine del Duecento, probabilmente sulle navi della Repubblica veneziana, anche se sembra che a farla conoscere agli armatori veneziani non sia stato Marco Polo, ma i mercanti arabi. Al fantomatico Flavio Gioia andrebbe dunque solo il merito di aver reso questo strumento più pratico ed efficace.

Il prof. Trezza ricorda che nel 1892 a Genova fervevano preparativi per festeggiare il quarto centenario della scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo e anche ad Amalfi si pensò di commemorare colui che, secondo il verso del Panormita, la rese gloriosa: “primam dedit mautis usum magnetis Amalphis" e additò il cammino ai grandi viaggiatori. Nella città salernitana si seppe che lo scultore Balzico, all'epoca residente a Roma, aveva già realizzato un Flavio Gioia e pare che tal Nicolangelo Protopisani, facoltoso amalfitano offrì allo scultore un anticipo di 4.000 lire per la realizzazione di una statua del Gioia, promettendone altre seimila alla fine del lavoro. Ma gli amalfitani non misero assieme la restante somma e il Balzico chiese l'annullamaneto del contratto.

La statua, però era stata fatta e partecipò anche all'Esposizione Universale di Parigi (1900), ottenendo in premio una medaglia d'oro. Terminata la mostra parigina, la statua tornò a Roma il 2 febbraio 1901 proprio mentre il grande scultore moriva. Il Flavio fu esposto poi per molti anni al Museo Balzico a Roma, museo privato inaugurato nel 1907 dalla
Regina Margherita.

Successivamente alcune opere dell'insigne artista, destinate a Cava de' Tirreni, furono rifiutate e quando gli eredi del Balzico nel 1917 decisero di chiudere il museo privato, donarono tutte le opere alla Galleria di Arte moderna e Contemporanea di Roma.

La statua di Flavio Gioia fu acquistata dalla città di Amalfi. L'inaugurazione avvenne nel 1926 in piazza Duomo. In tempi più recenti l'opera però venne trasferita nel piazzale antistante, nel luogo ove tuttora è collocata.

Nel frattempo restiamo in attesa dell’inaugurazione dell’aeroporto salernitano sperando che questi signori si ravvedano per evitare, un giorno, si aggiungere “scuorno” per i tempi biblici occorsi per l’apertura a “scuorno”, per un nome di una persona che non esiste.