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giovedì 9 ottobre 2008

Io, sieropositiva: Milano fa paura


Andrea Galli
IL CORRIERE DELA SERA
09 ottobre 2008
Sesso facile, tradimenti e ignoranza. Lo specialista Moroni: ogni giorno tre adulti si infettano in questa città

Aids: «Ci spogliamo, finalmente è arrivato il momento, ma alt, ferma un attimo, è giusto dirglielo che sono sieropositiva. Glielo dico. E lui "ah no, guarda, così è diverso", e se ne va, nel senso che mi molla, non ci vediamo più, basta, chiuso, e io ero innamorata, giuro, non sono una facile. Purtroppo». Aids: «Tanti miei amici sanno che sono malata da anni. Sanno tutto, e gli faccio una testa così, sulle precauzioni. Mi dicono, certi giorni: "Angelina, stanotte sapessi che ho fatto...". E io: "Il preservativo l'hai usato, vero?". "Mica serve. Quella lì, sicuramente, non ce l'ha, l'Aids. È sposata, lavora, dovresti vedere che bellezza, che forme, no, non può essere malata». Dice l'infettivologo Mauro Moroni che in città ci son «tre nuovi infettati al giorno».


E questi nuovi infettati, un esercito di 30 e 40enni — gente con esistenze, professioni, famiglie, passatempi da milanesi, se vi piace usiamo l'aggettivo «normali», gente che si diverte, incontra, finisce a letto —, questi nuovi infettati Angela li vede, conta, ascolta, e ne piange l'ignoranza, o l'arroganza, o la presunzione. Angela fa la volontaria per Anlaids, l'associazione nazionale per la lotta all'Aids. Ha 46 anni. L'ha infettata un fidanzato, poi morto. «Aveva l'Aids. Non lo sapevo. A lungo non l'ha saputo nemmeno lui. E chi lo usa, oggi, il preservativo. I genitori non ne parlano coi figli: è ancora un tabù. E nel rapporto sessuale, il preservativo è ancora visto come un ostacolo, una cosa medievale... Certi pazzi, quando vanno a prostitute, pagano il triplo per non indossarlo, ma lì c'è l'adrenalina, il piacere del rischio... In tutti gli altri casi, è idiozia pura». Oppure non è semplice idiozia. «In fondo, un orgasmo cos'è? Una roba di cinque, dieci minuti? D'accordo, e poi? È questo soltanto il sesso, un orgasmo rapido? Nient'altro? E allora ci vorrebbe una rieducazione al sesso. Ci vorrebbe rispetto. Per se stessi. Per gli altri ». Noi e gli altri. Casi e storie. Amori e convivenze, passioni e tradimenti. E sesso, sesso, sesso. Casi e storie. Lui e lei. Lei: io moglie, mi comporto bene, sto solo con mio marito, lui va con altre, infettate, e m'infetta, rimango incinta, e infetto mio figlio. Lui: io marito, sono monogamo, solo mia moglie, e lei fa sesso con un amante, che ha contratto il virus in precedenza con un'altra, lo trasmette a mia moglie, e il virus arriva a me, tu pensa, maledizione, a me che una volta al mese puntualissimo faccio il test.


«Ogni giorno, a Milano, ci son tre nuovi infettati» ripete Moroni. «E non c'è nessun ragazzino, tra loro. Nessuno. Solo adulti» dice Angela. «Prendono un raffreddore, che non passa, o passa e torna più bastardo di prima. Vanno a fare dei controlli, e oplà, scoprono d'essere sieropositivi... Non subito. Anche anni dopo. Quando ti sei sistemato, hai messo su casa e messo al mondo due pargoli. Ti piomba dentro, e tu: "Io? E com'è possibile?"». Com'è possibile, Angela? «C'è chi è talmente sicuro di sé da non usare mai il preservativo. Dice: "Non scelgo persone malate, ho occhio, sono intelligente, conosco il mondo, io il mondo lo viaggio. Soprattutto, mi fido". Presuntuosi: pensano di guardare negli occhi un estraneo, e subire capire, con uno sguardo. Chi ha in mente l'immagine del sieropositivo come uno scheletro vivente, si sbaglia. Medicine, pillole, continui esami, oggi si muore più tardi, rispetto al passato. Si dura di più. Chiaro. Prendi continui raffreddori, polmoniti, il fisico è debole, debolissimo. Quanto alle medicine, sono come cicli di chemioterapia. Con certi effetti collaterali... Per dire, capita che sotto la cintura perdi tre taglie e sopra la cintura ne prendi quattro, diventi una figura grottesca, smilza e obesa al contempo. Ma alla fine, se t'impegni riesci a stare a galla, a non trasformarti in un mostro...». A non farlo vedere.


Angela aveva un lavoro («Non ti licenziano perché sieropositiva, però ti fanno capire che sarebbe meglio andar via, per te e per loro») e fa fatica perfino a trovarsi un dentista («Ah, sieropositiva...»). Non la turba, questa vita a ostacoli. «Faccio più fatica di altri a progettare. Non ho potuto aver figli, le relazioni son quelle che sono, il fisico anche. C'è depressione. Fa male. Ma fa più male, agli incontri in associazione, questa scena qui, frequente. Io arrivo, c'è gente nuova, non dico che sono sieropositiva, poi lo dico e vedo qualcuno che non ci crede, "Come, tu? Sei normale", perché fisicamente non si nota niente di strano. E io "Guarda che anche tu sei normale, ma che ne sai delle persone con cui fai sesso, e di quelle con cui loro l'hanno fatto, e di come l'hanno fatto, eh, che ne sai?».


martedì 26 agosto 2008

50 volte donna


Sabina Minardi
L'Espresso
21 agosto 2008
Hanno già dato. Al lavoro, al marito, ai figli. E a cinquant'anni si riprendono la vita. Ripartendo dal sesso: finalmente giocoso, senza complicazioni emotive. Perché le catastrofi sentimentali sono alle spalle. E la nuova parola d'ordine è: vogliamo tutto

A 30 anni si prendono le misure e il futuro è un bungee-jumping: tra storie al capolinea o amori ai nastri di partenza, lavori da conquistare,maternità da assolvere. A 40 anni si corre sempre: dietro un progetto, dietro i figli, dietro un genitore, dietro un rimpianto. Il sesso? Una sosta refrigerante durante il viaggio. E il piacere dell'eros? Di allegre acrobazie non trattenute dai doveri, senza il pathos di fedeltà tradite e gelosie in agguato?

La vita (sessuale) ricomincia a 50 anni: l'età perfetta per la passione femminile. Donne che tornano alla carica, come mogli o amanti desiderate non solo dai coetanei ma anche da uomini più giovani di loro. Femmine indipendenti, che ripartono da fantasie in stand-by. Seducenti come Sharon Stone; spavalde e ironiche come Samantha-Kim Cattrall; modelli di energia anche per le più giovani, come Madonna; pronte a sovvertire forma ed esistenza, in nome dell'amore: come Cecilia, ex signora Sarkozy.

Avanguardie di un fenomeno limitato alla cerchia delle ricche e famose? Nient'affatto. La novità è proprio qui: dietro l'exploit erotico non c'è solo un'élite di fortunate. La rivoluzione dell'età di mezzo ha i volti e i corpi delle donne moderne: mamme con figli sufficientemente grandi da non destare più troppe preoccupazioni, professioniste affermate o comunque libere dal rampantismo di inizio carriera, casalinghe con hobby forti o impegni nel sociale, ex mogli che hanno avuto la capacità di rialzarsi dopo un abbandono, e di ricostruirsi una vita. A raccontare queste donne nuove, provocatorie nel loro stile di vita, e senza punti di riferimento nel passato, è la ricerca 'Donne a 50 anni e Sentimenti', condotta dal Gfk Eurisko per l'Osservatorio Differently del brand della bellezza Lancaster. L'indagine è stata svolta su un campione di 700 donne italiane tra i 46 e i 59 anni. "Dopo il femminismo è il momento di una nuova femminilità", esordisce la psicologa Irene Bozzi, che ha seguito i lavori della ricerca: "Le protagoniste sono le stesse: le donne che hanno condotto le battaglie degli ultimi trent'anni, e che ora stanno recuperando un'identità nuova. Facendo così da apripista a un modo inedito di intendere la menopausa: non più come la fine della sessualità e l'inizio dell'uscita di scena, anche estetica, ma il tempo di una nuova libertà: reso ancora più piacevole dall'assenza di timori di gravidanze. E dalla consapevolezza di essere ancora molto attraenti".

Le rughe non fanno più paura. Per le cinquantenni intervistate sono le malattie la fonte d'ansia (per il 70 per cento), ma non quelle connesse con l'ingresso in menopausa (3 per cento). La paura di invecchiare porta brividi solo al 6 per cento, e neppure lo spauracchio della solitudine turba una percentuale troppo alta (il 17 per cento). Il resto lo fanno palestre, spa, chirurgia estetica, trucchi del vestiario, ma soprattutto una sana alimentazione, uno stile di vita più attento e consapevole che in passato. La conseguenza è che una donna su due dice di sentirsi seducente, e lo è davvero. Pronta a rimettersi in gioco. "Il glamour non è un vezzo, ma una conquista", nota Alessandra Graziottin, direttore del Centro di Ginecologia dell'Ospedale San Raffaele Resnati di Milano: "Queste donne non abdicano al fascino e alla seduzione. L'alfabeto della loro autonomia deriva dalle loro madri, l'incoraggiamento del talento dai padri: le cinquantenni di oggi si distinguono per una migliore qualità dell'invecchiamento".

E dal momento che serenità e sicurezza aggiungono fascino, ad accompagnarle, in casi neppure rari, sono uomini molto più giovani: "Succede molto spesso", conferma Bozzi: "Come i maschi cinquantenni volgono lo sguardo verso le più giovani, a conferma della loro virilità, e non resistono alla tentazione di esibirla, le nuove cinquantenni svelano un'inclinazione verso gli uomini più giovani. Anche senza sbandierarla".

Non che stiano sempre a far sesso: la fotografia che emerge dalla ricerca mostra una generazione che al primo posto mette l'amore (per il 94 per cento). "Amarsi, alla mia età, significa rimanere con il mio compagno, appagata dal cammino che abbiamo fatto insieme", risponde una larga maggioranza. Ma è la stessa vita di coppia a cambiare, vissuta con la stessa intensità e passione dei 20 anni (per il 58 per cento); con una consapevolezza maggiore di quando ne avevano 30 (per l'80 per cento). E in forme decisamente più libere (l'82 per cento). Più esplicitamente, alla domanda se le donne cinquantenni tradiscono il loro partner, tre donne su 10 dicono di sì. Un dato persino prudente, se confrontato con un'altra ricerca condotta dall'Istituto di studi psicologici transdisciplinari di Roma, e riferito dall'Osservatorio Differently: una cinquantenne su due sarebbe 'fedifraga'. Di certo, la confessione della scappatella è assai più tipica in questa fascia di età che tra le trentenni.

sabato 16 agosto 2008

Mamme, la riscossa parte dai blog



Massimiliano Angeli
Il Corriere della Sera
14 agosto 2008
E il diario online diventa un business


Nati per non perdere amicizie e vita sociale, ora i siti al femminile conquistano la pubblicità in rete.

Gli angeli del focolare si scatenano su Internet. Mamme sempre più indaffarate, assorbite dal lavoro, dalla cura di figli e famiglia hanno trovato nel web un’àncora di salvezza. Per non essere trascinate lontano da amicizie, vita sociale, interessi hanno aperto blog (diari online) dove pubblicano storie, informazioni, punti di vista e soprattutto suggerimenti. Alcuni siti sono gettonatissimi. Così ora le opinioni scritte da madri e mogli per altre donne hanno suscitato anche l’interesse di inserzionisti ed esperti di marketing.

IL FENOMENO - Negli Stati Uniti le mamme-blogger attirano pubblicità e producono ormai redditi interessanti. D’altronde gli investitori conoscono bene il peso che le madri hanno nelle decisioni di spesa delle famiglie. L’International Herald Tribune cita i dati raccolti da comScore, un’azienda che certifica il traffico su internet: i blog scritti dalle donne (dati 2007) sono cresciuti del 35%. Più velocemente di qualunque altra categoria del web se si esclude la politica. E a maggio hanno avuto 85 milioni di visitatori, il 42% in più rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Sempre a maggio gli inserzionisti hanno proposto 4,4 miliardi di banner pubblicitari. Numeri esaltanti. Giustificati da blog come
Dooce che da solo ha conquistato 850mila affezionati lettori. L’ideatrice Heather Armstrong, mamma di una bimba di 4 anni, grazie agli introiti pubblicitari riesce ormai a vivere del suo nuovo lavoro a tempo pieno. Anche il marito ha rassegnato le dimissioni, per dare una mano alla moglie nell'attività editoriale.

GLI ARGOMENTI - Sui blog le donne, di ogni età, si scatenano. Scorrono scene di vita reale, pettegolezzi, avventure. Non solo chiacchiere da salotto o siti dedicati ai problemi delle neo-madri - il
blog delle mamme, mamme blog, una mamma: tanto per citarne alcuni -. Attraverso il computer si parla di politica, investimenti, risparmio energetico. L'importante è potere «uscire» - cosa che il web permette di fare quando si vuole, con un click - e «rientrare» immediatamente per fare fronte alle incombenze: il progetto da vistare, l'ordine da evadere, il pianto del bimbo, il cane da portare a spasso. Di più. Nella vita reale è poco educato smettere di raccontare una cosa all'improvviso perchè si deve «scappare». In un diario on line si pubblica e si torna ad aggiornare il tutto quando si può. Grazie al social network i luoghi virtuali dove le donne possono incontrarsi sono infiniti; le ragioni per scegliere o cambiare altrettante. Così le blogger e le web editor si contendono le amiche a colpi di gallery fotografiche e video, grafiche accattivanti, rapidi aggiornamenti e refresh. Yahoo ha creato Shine. Le lettrici del portale possono dare il loro contributo e arricchire il sito sui tanti temi trattati, tra gli altri: sesso, salute, moda, bellezza. Un altro famoso sito tutto al femminile è Blogher. «Tu lo dici, noi lo condividiamo», il motto del portale dove trovano spazio anche lo sport, la tecnologia e i viaggi. Ci sono anche donne sul piede di guerra. Le mamme antismog , armate di telecamera, contestano i politici che non intervengono per ridurre l'inquinamento. Perchè cambiare il mondo si può, anche attraverso un blog. E le donne lo sanno.

COMMENTO

Io ho aperto questo blog a metà maggio di quest’anno. È del tutto evidente che prima non ne avevo necessità. Poi si è verificato un episodio, l’ennesimo di una serie di comportamenti gretti ed autoreferenziali con un foglio ebolitano, il suo editore, il suo webmaster (il direttore responsabile sembra una figura solo simbolica) e allora ho dovuto fabbricarmi il mio 'giocattolo personale' (la deifinizione non è mia, era superficiale, ma l'ho voluta ugualmente riportare perchè sia chiaro che io mi diverto a scirvere, sia pure senza pretese).

Coloro che mi seguono e leggono i miei post, sia personali sia articoli di prestigiosissime firme giornalistiche talvolta corredate da miei timidi commenti, sanno che ho 70 anni (lo dice il mio profilo), che ho diretto carceri in Toscana, Piemonte, Lombardia e uno anche a Eboli, che sono stato pensionato a 67 anni (limite massimo). Penso di avere le carte in regola per gestire un mio blog, avendo avuto riconoscimenti di giornalisti ed editori bravi e molto più bravi di me.

Riepilogo.
Ho scritto per IL CITTADINO di Lodi, Agenda Lodi (oggi chiusa), Diritto e Giustizia, Il Giornale di Eboli, Il Parlamentare, spaziando dal diritto alla cronaca, dalla politica alla musica, dalle scienze alla medicina (qui con molta cautela e senza quasi mai commentare – come dire: a ognuno il proprio mestiere), dalla satira politica al giornalismo giudiziario di Roberto Ormanni e di Marco Travaglio (azzardando qualche commentino).

Ho postato articoli di (niente meno) Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca.

Sono incappato in blog di ogni genere, ad iniziare da uno, chiamato OneMoreBlog (oggi praticamente chiuso), in cui si diceva di tutto, anche le cose più pazze e strampalate, insulti gratuiti, reazioni verbali violente, e tanti altri gestiti da uomini e donne.

Solo OneMoreBlog spaziava, sia pure a modo suo, mentre tutti gli altri che io ho visitato apparivano monotematici e, molto spesso, autoreferenziali (se le cantavano e se le suonavano da se !).

Sarò stato sfortunato, però adesso l’articolo che inserirò nel mio diario (blog per chi non ama più la lingua italiana) dà preziose ed indicative informazioni.

Credo e spero di poter dialogare con blogger, soprattutto donne, ai quali, alle quali sarà per me possibile poter dire: ne sa più di me, grazie per avermi consentito di discutere di argomenti validi (curiosi o meno) senza cadere in sdilinquimenti vari su cantanti e poeti e narratori, che io considero, rispettandoli e rispettando coloro che li leggono, dei veri ‘mattoni sodi piemontesi’.

E infine, ogni età ha la sua stagione: la mia è l’inverno.

martedì 12 agosto 2008

Prostituzione, dopo il blitz la rabbia: "Quella foto è una vergogna"



Stefania Parmeggiani
La Repubblica
11 agosto 2008


L'immagine, scattata all'interno del comando della polizia municipale dopo l'ultima retata, scatena l'indignazione dei lettori e delle organizzazioni di volontariato. Carla Corso, leader storica delle prostitute, si scaglia contro i sindaci sceriffi

Arrabbiata, spaventata e infine esausta. Rannicchiata a terra, mezza nuda, con il corpo sporco di polvere sul pavimento di una cella di sicurezza. La ragazza nigeriana fermata durante l'ultima retata anti-prostituzione e fotografata al comando della polizia municipale di Parma dopo che si era lasciata cadere a terra senza più forze, è diventata, suo malgrado, il simbolo di una nuova "caccia alle streghe", cominciata con la carta sulla sicurezza e proseguita con le ordinanze (applicate o solo annunciate) dei sindaci-sceriffo.
"Che cosa ha fatto di male quella donna per essere messa in una cella?", si chiede indignato un lettore. La risposta, provocatoria, arriva da Carla Corso, leader storica delle prostitute: "E' una indesiderata, un'emarginata, una donna che forse è vittima di una tratta e che cerca di vivere o sopravvivere con il proprio corpo. E questo, in una Italia sempre più intollerante, è diventata una colpa". La lista dei divieti si allunga di giorno in giorno: vietato chiedere l'elemosina, lavare i vetri, rovistare nei cassonetti… "Essere poveri sta diventando un crimine e in questa fascia di nuovi perseguitati i più deboli sono gli immigrati e le donne… Ci sono troppe lucciole che sono schiave e si vendono sui marciapiedi perché minacciate da chi le ha fatte arrivare in Italia". "Le retate anti-prostituzione – continua – servono solo a fare impazzire le lucciole che scappano da una città all'altra o da un quartiere all'altro in cerca di un clima più tollerante. La ragazza fotografata chiederà mai aiuto a chi l'ha trattenuta in quella cella? Si fiderà mai delle forze dell'ordine? Anche se è vittima della tratta non glielo dirà e se, insieme alle sue colleghe, sarà cacciata in un cono d'ombra ancora maggiore, ad esempio se sarà costretta a prostituirsi in un appartamento, non incontrerà neppure volontari in grado di spiegargli che può entrare in un percorso di protezione. I sindaci-sceriffo stanno cavalcando il tema della prostituzione ottenendo come unico effetto quello di criminalizzare chi avrebbe bisogno di protezione".
"Trovo vergognoso – continua Corso, riferendosi alla foto – quel corpo abbandonato a terra in un comando di polizia municipale. Trovo vergognoso che i nostri poliziotti, carabinieri e vigili urbani controllino gli immigrati senza informarli dei loro diritti e che si scambi la prostituzione per un problema di sicurezza". Informare chi è vittima senza criminalizzarlo, è questo quanto il sindacato delle prostitute e le organizzazioni che scendono quotidianamente in strada per strappare le lucciole ai marciapiedi vorrebbero. A Parma come a Verona, a Roma come a Milano.
Marco Bufo, coordinatore dell'associazione nazionale "On the road", che dal 1990 si sta occupando di prostituzione e tratta, si dice preoccupato del nuovo clima italiano: "Siamo scettici nei confronti delle ordinanze dei sindaci nati sulla scia della Carta di Parma e delle retate anti-prostituzione. Le forze dell'ordine dovrebbero essere inviate in strada non a fare multe, ma a capire i meccanismi che soggiacciono a certi fenomeni, dovrebbero essere preparati per leggere i segnali, capire se di fronte hanno donne vittime dello sfruttamento o meno. Sarebbe necessario guardare in faccia la realtà e trovare soluzioni pragmatiche, ad esempio zone in cui la prostituzione possa avvenire alla luce del sole, invece di alimentare o cavalcare politicamente la percezione d'insicurezza dei cittadini".

Un lettore che si firma con il nick Zavarollo ha una sua soluzione, ovviamente provocatoria: "Almeno voi, clienti di Parma, siate onesti. Voi che siete sempre riusciti a eludere, chissà come mai, i controlli della municipale e dei carabinieri, unitevi per aiutare le donne che stuprate. Comprategli un appartamento collettivo. Così almeno il sindaco sarà contento. Sotto il tappeto della malavita la polvere del degrado non si muove. E Parma risplenderà più che mai".

L'assessore alla Sicurezza Costantino Monteverdi, dopo le polemiche, assicura che non c'è stata alcuna violenza: "Tutto si è svolto secondo le procedure". La donna sarebbe stata rinchiusa nella camera di sicurezza, che ha le pareti in gomma, per evitare che si facesse del male. Il mattino è stata rilasciata insieme alle altre donne controllate.

COMMENTO

INCREDIBILE: Stiamo scivolando sempre più rapidamente verso l'abbrutimento delle istituzioni, il tutto mentre "La Casta" (non mi stancherò mai di chiamarla tale, finquando rimangono questi quì) se ne frega e va tranquillamente in vacanza.

Comincio a vergognarmi di essere italiano.

martedì 24 giugno 2008

L'epoca del "fai come ti pare"


Paola Mastracola
LA STAMPA
23 giugno 2008

Mia madre, se mi vedeva la giacca senza un bottone, non mi faceva uscire di casa. Non ti puoi presentare da nessuna parte se ti manca un bottone, mi diceva. Oggi il grande Armani passeggia per Milano e si dice inorridito da come ci vestiamo. Credo che sui bottoni la pensi come mia madre, e non so come dargli torto.
Basta andare al mare una domenica. Vediamo uomini a torso nudo che trascinano i piedi dentro zoccoloni di plastica e zampettano al ristorante senza nemmeno pulirsi dalla sabbia; e donne fasciate alla bell’e meglio da tendaggi umidicci e stinti che chiamiamo esoticamente pareo. Prendiamo a pretesto il sole, il caldo, la vacanza; per giustificare tutti gli zoccoli e i pareo che ci pare, usiamo come armi affilate le parole: comodo, informale, pratico. In realtà è che non abbiamo più voglia di impegnarci, di fare fatica, di mettere energia nemmeno a scegliere un vestito elegante con i sandali in pelle. Abbiamo barattato l’eleganza con una pseudo libertà, che invece ci abbrutisce e ci degrada.
Siamo ineleganti perché abbiamo perso la precisione e l’accuratezza. Esisteva la calligrafia ovvero la bella scrittura, per esempio, perché qualcuno si metteva lì a disegnare parola dopo parola, con precisione da miniaturista. D’altronde, un tempo facevamo mosaici e costruivamo piramidi… Impiegavamo un tempo infinito a cuocere una statua, a pennellare un ritratto, a scrivere un libro: a volte ci mettevamo una vita e non bastava, il libro usciva postumo (ed era una gloria imperitura, ma sarebbe un altro discorso, lasciamo perdere). Così, viviamo alla giornata, nel tripudio di un carpe diem travisato per sempre: qui non afferriamo nessun tempo, lo sprechiamo a essere fintamente liberi, cioè sciatti, guadagnando un tempo che poi ri-sprechiamo in altro, non si sa bene cosa. Almeno coltivassimo il filosofico otium degli antichi, ma neanche quello. Coltiviamo l’ozio del «fare il meno possibile, che tanto è uguale». Qualcuno deve averci detto che non importa più che ci danniamo l’anima a far bene una cosa, basta farla e il risultato è uguale. La presunta uguaglianza dei risultati!
E così, il mondo tira a campare saturando l'aria di approssimazioni e inesattezze.
I giornalisti non fanno più inchieste sul campo, ma telefonano agli esperti elemosinando opinioni al volo. I magistrati non fanno indagini e pedinamenti, ma preferiscono intercettare. I servizi segreti hanno difficoltà a infiltrare i gruppi terroristici, e quindi monitorano le comunicazioni internet e telefoniche. Gli ispettori ministeriali non leggono i libri, non consultano enciclopedie, non controllano i testi, ma si danno - peggio che i nostri giovani - a uno sfrenato copia-incolla. Povero Montale, che tanto si affannava a dedicar poesie! D’altronde, potremmo dire: c’è così tanta differenza tra un ballerino russo e una donna amata?
Ecco, è questo credere che non ci sia poi così tanta differenza che non va. E torniamo ai vestiti: una volta c’era differenza tra soprabito e cappotto, perché si faceva attenzione a che fosse inverno o primavera. Adesso vale il «fa’ come ti pare», mettiti come vuoi, basta che tu ti senta libero. E così, gli studiosi non vanno più in biblioteca, aprono internet e si perdono a navigare nei suoi flutti. E forse nessuno studierà più niente, perché tanto, che differenza fa? Se ti serve qualcosa, peschi in rete e fai la tua bella figura. I politici non fanno più comizi nelle piazze, non studiano i problemi, non vanno in sezione: si limitano ad apparire in tivù, a concionare alla radio. Gettano parole sul mondo, come viene viene. Parole approssimative, rumorose, non pensate, non amate. Parole dove si sente che non alberga più un pizzico di passione ed esattezza.
Sì, perché anche la passione è esatta; anche l’amore esige impegno e precisione. Come scrivere bene, come indossare un bel vestito, cuocere il tempo giusto un dolce, come amare la persona a cui abbiamo promesso amore. Invece oggi, come ci infiliamo al volo gli zoccoli di plastica per scendere in strada, così una sera diciamo al nostro coniuge che basta, non lo amiamo più, e non sappiamo proprio cosa dirgli se non lo amiamo più: ce ne andiamo, lasciando dietro di noi i cocci sparsi di una casa, dei figli, dei parenti vecchi e malati. Cosa importa? Gira il vento e noi, anime libere e irresponsabili, seguiamo il vento. E il vento ci porterà via, e non resterà nulla di noi. Sciatterie del sentimento.
Dovremmo smetterla. Dovremmo scrivere un manifesto dell’Antisciatto. Senza tante pretese, con un’unica regola: l’umiltà di fare bene quel poco o tanto che sappiamo fare, con il pensiero però che quel nostro umile fare, almeno un po’, concorrerà a migliorare il mondo.

domenica 25 maggio 2008

Se in cielo c'è giustizia ...

Armando Voza

Vi racconto una storia vera, la storia di una giovane donna dell’Est che un giorno, tanti anni fa, decise di lasciare la sua terra e la famiglia (il padre malato, la madre e la sorella) per trasferirsi in Italia a cercar fortuna.
Irina, questo è il nome di fantasia che daremo alla giovane ventitreenne, nel 1998 giunse in un piccolo paesino del nostro Sud e per sopravvivere decise di lavorare nei campi a raccogliere frutta ed ortaggi. Tra i compagni di lavoro fece presto amicizia con un giovane di un paese diverso dal suo le cui tradizioni e credo religioso era agli antipodi con la sua cultura: eppure l’amore vinse su tutto e fece superare anche queste diversità. Si innamorarono e decisero di andare a vivere insieme.
I primi tempi furono idilliaci: nonostante il peso di un lavoro che poco si addiceva alla sua fragilità di giovane donna, questa fatica veniva placata dalle accortezze che il “suo uomo” le dimostrava. Teneramente, mano nella mano, a passeggio in città lungo viali illuminati da vetrine piene di abbondanza, abbracciati a sognare un futuro migliore.
Da quel grande amore nacque una bambina e dopo circa due anni un bel maschietto: il fatto che lui volesse a tutti i costi dare ai figli un nome tipico del suo paese non piacque a Irina ma per amore superò anche questo piccolo dispiacere.
Si trasferirono ed andarono a vivere in un centro antico di un altro piccolo paese più vicino al posto di lavoro di lui ma pur tentando di affittare un appartamento dignitoso, grande e luminoso per una famiglia che avrebbero voluto numerosa, dovettero accontentarsi, anche per la scarsa disponibilità economica, di un piccolo alloggio umido a livello della strada, con due camere anguste e senza finestre: lì nacquero altri due bambini e la casa divenne subito troppo piccola per sei persone.
Quello che a Irina sembrava essere la sua grande storia d’amore ben presto cominciò ad assumere una dimensione diversa: intanto anche agli altri due bambini l’uomo volle imporre nomi tipici del proprio paese d’origine e questo proprio non andò giù ad Irina che tentò una piccola forma di ribellione ma dovette soccombere sotto i colpi violenti di quelle mani che fino a pochi mesi prima l’avevano accarezzata, dato piacere e stretta a darle sicurezza, così lontana dal calore della sua famiglia.
Non so cosa accadde nella mente di quell’uomo ma un bel giorno Irina scoprì il suo lato oscuro e in quale abisso stava per trascinarla.
La sera tornava da lavoro sempre più tardi e sempre più ubriaco, gli eccessi d’ira erano sempre più frequenti e gli attacchi di violenza, spesso immotivata, sempre più pericolosi. La pazzia di quell’uomo giunse al culmine quando sotto gli occhi terrorizzati dalla prima figlia, le puntò un coltello alla gola minacciandola di morte chissà per quale assurda motivazione.
Quest’uomo, roso dalla gelosia, era arrivato al punto di chiudere a chiave la porta di casa per evitare che nessuno della sua famiglia avesse contatti con l’esterno: potevano uscire solo con lui. Nonostante lei fosse di religione cattolica lui le impose di seguire i dettati della sua religione.
Un giorno Irina decise di contattare un gruppo di persone che aiutavano famiglie bisognose: il denaro di lui non bastava mai e lei, per accudire i quattro figli piccoli e per la gelosia del suo compagno, aveva smesso di lavorare.
Le occorreva l’indispensabile: biscotti, abitini, scarpette, latte e queste persone dal grande cuore si adoperarono per colmare questi bisogni, anche con sacrifici economici personali, sopperendo alla mancanza delle istituzioni che tanto dicono di fare per i più bisognosi.
Quando con gli amici il “suo uomo” beveva (facendo uno strappo ai dettami della sua religione) la mattina non riusciva ad andare a lavoro: questo cominciò a ripetersi con una certa frequenza e gli effetti cominciarono ben presto a farsi sentire.
In quella casa cominciò a mancare tutto, non si riusciva neanche a mettere da parte i soldi per pagare le bollette e l’affitto e cominciarono a nascere altri motivi di tensione in famiglia.
A questa sciagura si aggiunse il fatto che neanche la chiesa poté aiutarli perché residenti in un’altra parrocchia (?) e visto che davanti alla miseria anche negli ambienti religiosi prevale la burocrazia, la giovane disperata dovette rinunciare anche a quest’aiuto.
Il “suo uomo”, pur disprezzando ogni religione diversa dalla sua, dimenticava tali sentimenti ogni volta che si trovava a fare la fila alla Caritas per ritirare cibo e abiti. Lei viveva come una schiava, oggetto di ogni abuso, ed il “suo uomo” le aveva annullato la volontà.
Lui voleva sposarla ma non per amore: il nuovo status gli avrebbe permesso di mettere in atto il suo piano e cioè portare via i quattro bambini nel suo paese d’origine senza la necessaria autorizzazione della madre (necessaria quando si è conviventi).
Un giorno venne picchiata selvaggiamente solo perché la figlia aveva detto al padre che la mattina era venuta una conoscente della madre, accompagnata da un uomo, per consegnarle del cibo e dei vestiti: lui non gradì e fece arrivare messaggi di minaccia a queste persone.
Vietò i figli di andare all’asilo retto da religiose privando questi piccoli angeli di un seppur breve momento di tranquillità.
Un anno fa Irina chiamò la ragazza che da tempo le dava una mano, ormai divenuta sua amica, per comunicarle che il “suo uomo” era stato investito ed ucciso da un’auto pirata.
Nella sua voce c’era tanta tristezza ma anche la consapevolezza che davanti a lei si stava schiudendo una nuova vita.
Come primo atto di ribellione alle angherie subite fino a quel momento, Irina battezzò i suoi quattro figli, nel disprezzo degli amici del “suo uomo”.
Nel frattempo qualche anima buona le aveva istruito le pratiche di affido presso l’Ufficio Politiche Sociali del Comune dove abitava così che dopo poco cominciò a percepire circa 400 euro mensili per il pagamento delle spese vive (bollette, affitto) ma rimaneva il problema di vestire i figli e mangiare e su questo molta gente di buon cuore si adoperò rendendole meno penosa l’esistenza.
Un giorno alcuni amici del suo compagno portarono Irina da un avvocato, di quelli senza scrupoli - ma lei non lo sapeva - di quelli che ammaestrava i suoi clienti stranieri per organizzare finti incidenti stradali, spolpare le assicurazioni e dividere il bottino. Un giorno, dicevo, Irina si trovò seduta nell’ufficio di quest’avvocato pronto “a mettersi a sua completa disposizione” per fare avere un cospicuo risarcimento danni a lei e ai quattro figli. Occorse quasi un anno perché l’assicurazione le riconoscesse un indennizzo di 115.000 euro e 400.000 euro ai quattro figli, questi ultimi da godersi al raggiungimento del loro 18° anno.
L’avvocato, da par suo, annusò subito il grande affare: addolcì Irina versandole ogni volta 2/300 euro per le piccole necessità (“Quando hai problemi non preoccuparti, non chiedere niente a nessuno, ci sono io che ti aiuto”, che grande cuore) fino ad arrivare ad oltre 10.000 euro di prestito.
Arrivato il giorno fatidico l’avvocato invitò Irina con una certa urgenza ad aprire un conto corrente in una banca lontana dal paese dove abitava, là “dove un amico avrebbe seguito meglio la pratica”.
Il denaro di Irina arrivò dopo poco, vennero segnalate all’assicurazione le coordinate bancarie ove accreditare la somma ma il giorno prima di andarlo a ritirare il suo avvocato (pregustando il boccone succulento che stava per agguantare) la convocò nel suo ufficio per avvertirla di cosa avrebbe dovuto fare il giorno dopo in banca.
Di ritorno da quel colloquio Irina incontrò l’amica la quale, vedendola sconvolta, ne chiese spiegazioni: il giorno dopo lei avrebbe dovuto ritirare 115.000 euro dalla banca e ne avrebbe dovuti consegnare, in contanti, 90.000 all’avvocato più i 10.000 che le aveva prestato. Incredula quest’amica telefonò ad un altro legale di sua conoscenza.
Il nuovo avvocato prese a cuore il problema richiedendo la consegna della documentazione cosa che il primo rifiutò di consegnare pretendendo il suo onorario (25.000 euro per lei, 5.000 per ogni bambini e i 10.000 euro prestati alla sua ex cliente).
La cifra stranamente era scesa e l’accordo si fece ma per la consegna della documentazione originale non se ne fece nulla, problema che impedì il versamento degli onorari richiesti. Per tutta risposta il primo avvocato, vista sfuggirsi l’assaporata polpetta, richiese il pignoramento dei ¾ del risarcimento assicurativo privando la povera ed ormai disperata Irina di una sicura fonte di sostentamento per lei e per i quattro bambini: l’avidità è nemica di ogni sentimento e quel luminare del diritto, contro ogni principio deontologico, con quel gesto buttò fango sull’intera categoria.
Nel frattempo il Comune, venuto a sapere dei 115.000 euro, sospese il contributo mensile e a nulla valsero i tentativi di chiarimenti circa l’indisponibilità di tale denaro (quando si dice l’inflessibilità del pubblico funzionario).
Lei avrebbe potuto lavorare ma dove e come farlo con quattro bambini piccoli? L’asilo nido comunale per i due più piccoli anche se il reddito di lei è pari a zero le chiese il pagamento di 80 euro mensili. Nello spirito di accoglienza che ci contraddistingue la prima bambina, a scuola, non comprendendo alcune parole in italiano (la madre lo parla stentatamente) si sentì dire dalla sua maestra, davanti all’intera classe “Allora perché non dici a mamma di ritornarsene al suo paese?” sgretolando in un solo istante lo spirito di solidarietà che la scuola dovrebbe infondere ai suoi alunni.
Nel frattempo ogni tentativo di ricomposizione tra i legali sembrò andare a vuoto, né valsero i tentativi di ricondurre la controversia ad una più mite soluzione per il tramite di altri legali.
Oggi la situazione sembra si sia sbloccata: lei per vivere potrà impiegare la sua quota (circa 80 mila euro) e potrà, in parti uguali, ritirare la somma necessaria per l’acquisto di un appartamento dignitoso (la restante parte andrà in titoli di Stato da godersi al compimento del 18° compleanno).
A questo luminare del diritto auguriamo una vita lunga ma piena di rimorsi perché alla propria dignità di uomo ha preferito anteporre il vile denaro.
Se il nuovo pacchetto giustizia ridurrà, e di molto, la presenza di questi poveri cristi sul nostro territorio, come potranno mantenere i loro SUV e le loro ville, le loro serate nei locali notturni e nei ristoranti, le loro dosi di cocaina e le loro amichette di una notte?
Questi squali hanno bisogno del denaro di questi derelitti che, incrociati per strada, forse neanche guarderebbero ma che nei loro lussuosi studi ospiterebbero ben volentieri.
Spero che la coscienza di quest’individuo lo tormenti per il resto della vita.
Armando Voza

COMMENTO

Si tratta di una storia vera, che vorrei segnalare alla Lega Nord, a Bobo Maroni e a Silvio Berlusconi, se soltanto vi fosse un barlume di speranza di riuscire a toccare quella minuscola particula di umanità che dovrebbe albergare anche nei loro cuori inariditi.
Ma temo, anzi sono certo che sarebbe fatica sprecata.
Luigi Morsello

martedì 20 maggio 2008

L'INARIDIMENTO DEL CUORE E LE SUE CONSEGUENZE

Franca Selvatici
20 maggio 2008

FIRENZE - Ottanta adolescenti sospettati di aver profittato di una ragazzina.
E' accaduto in lucchesia.
I racconti degli abusi lasciano senza parole.
Non è ancora Niscemi. Non ci sono ragazzine pestate ferocemente, strangolate, gettate in un pozzo.
Ma anche in Toscana, sempre così orgogliosa della sua civiltà, è allarme sull'"inaridimento del cuore", sul "deserto emotivo", sul "nichilismo" dei giovani, per usare le espressioni di Umberto Galimberti.
Adolescenti con un filo di barba, a volte appena più che bambini, in branco si trasformano in stupratori, diffamatori, ricattatori.
La ragazzina che cede, che è fragile, che ci sta perché altrimenti rischia di essere bandita dal gruppo o svergognata davanti ai genitori, diventa solo un oggetto da usare, una cosa da disprezzare.
I magistrati minorili hanno l'impressione di trovarsi davanti a una mutazione.
Le violenze che giungono alla loro attenzione sono quasi soltanto di gruppo e spesso corredate di filmini e di ricatti.
Così è accaduto in lucchesia, dove all'inizio le indagini hanno coinvolto un'ottantina adolescenti, quasi tutti minorenni, e dove oggi restano sotto inchiesta in 23.
L'inchiesta è partita quando, nella notte di Pasqua del 2004, i carabinieri hanno trovato una ragazzina di poco più di 14 anni seminuda in una automobile con quattro adolescenti.
Lei prega i militari di avvisare i genitori dopo Pasquetta, per non dare loro un dispiacere.
Poi, però, è costretta a scrivere una lettera di confessione alla madre.
E infine parte la denuncia.
Così emergono dieci mesi di abusi e almeno quindici episodi di ammucchiate.
Lei sola di fronte a quattro-cinque-sei adolescenti.
Lei divenuta lo zimbello dei ragazzi del paese.
Lei infamata.
Dicevano che aveva l'aids, che bastava chiamarla e lei avrebbe fatto questo e quest'altro di sua spontanea volontà.
Racconta ciò che è accaduto con lo sguardo fisso, si sforza di non lasciar trasparire emozioni.
E' stata bocciata, non ha amici, a volte è bulimica, a volte anoressica.
Soffre.
Spiega che era tollerante, che perdonava.
Così non è facile distinguere i rapporti in cui era o appariva consenziente dalle violenze vere e proprie.
Tutto comincia nel giugno 2003, quando va con un ragazzo al fiume, dove ci sono altri ragazzi e poi ne arrivano altri ancora.
Uno ha la telecamera.
Le chiedono di fare l'amore con ciascuno di loro.
L'assillano e la sfidano.
Dicono che deve mostrare la sua abilità.
Lei si sente in trappola.
Sono in tanti.
Si sente debole, da una parte vuole conquistare la loro simpatia, vuole soddisfarli, non le va di essere derisa, dall'altra ha paura di essere picchiata e di non tornare a casa.
Cede e viene filmata.
Dopo comincia il tormento.
Qualche ragazzo la minaccia di far vedere la cassetta ai genitori, qualche altro si offre di aiutarla a recuperare il filmato.
La spaventano oppure la ingannano.
In tutti i casi le chiedono in cambio di fare sesso.
E sono sempre in gruppo.
Lei si spaventa, cede, diventa ogni giorno più ricattabile.
A 14 anni trattata da ninfomane.
I ragazzi si fanno sotto, sono curiosi di sperimentare di persona quello che si dice in giro.
Poi c'è chi si è pentito ed è stato male.
Ma la maggior parte, quando è partita la denuncia e si sono mossi i carabinieri, ha risposto nel più triviale dei modi: ci stava.
Alcuni, forse, ne erano convinti.
Ma chi ha usato il filmino per ricattarla?

COMMENTO

Sono i frutti di famiglia e scuola allo sfaccio, da almeno tre generazioni. Qualcuno si è divertito a giocare col fuoco: un'intera classe politica ne è responsabile, una responsabilità che è trasversale, attraversa tutto l'arco costituzionale.
I risultati sono l'imbarbarimento delle persone, giovani e meno giovani, la scomparsa dei freni inibitori, l'inaridimento del cuore.
Tanti, molti, troppi dovranno fare il "mea culpa", io credo che non lo farà nessuno.
Continueranno a giocare al Padreterno, ad inseguire meri interessi di parte, ad esercitare il cinismo più ributtante, impietosi di tutto e di tutti.
E consegneranno questà 'società' ai posteri, imbarbarita, impazzita, nella più totale assenza di spiritualità e di autentica fede cristiana, che è quella della solidarietà anche nei confronti dei diversi.
Globalizzazzione, consumismo. Parole che evocano la pazzia degli esseri umani, la corsa inarrestabile verso il baratro, che per fortuna (si fa per dire) non interessa la mia (impotente) generazione.
L'umanità sta crescendo in modo impazzito, le società sono sempre più difficili da gestire, gli 'statisti' sono un ricordo del passato.
Non basta, però, provare sentimenti di impotenza, occorre ritrovare la capacità di indignarsi, di manifestare la propria indignazione non solo privatamente, ma in pubblico, di fronte a tutti.
Occorre, sopratutto, ritrovare questa capacità nel momento più alto di espressione della democrazia (parola che si sta svuotando di contenuti), nel momento dell'esercizio del voto, nella 'gabina' (la storpiatura di Umberto Bossi è la migliore testimonianza del cinismo di partiti e classe politica) elettorale.

Ma è proprio lì che gli italiani hanno mostrato di avere smarrito il senso dell'appartenenza alla società, preferendo e scegliendo l'appartenenza alle 'società' più o meno 'onorate'.