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mercoledì 6 luglio 2011

Giulio Cavalli: “Dopo la svolta, lascio l’Idv” (AUDIO)

Il noto attore anti-mafia, nonchè consigliere regionale in Lombardia, abbandona Di Pietro per approdare a Sel: "Sono un uomo di sinistra voglio lavorare per un'alternativa al berlusconismo, non mi ritrovo nella nuova linea moderata e governista del partito". E anche sulla gestione interna dell'Idv imposta da Tonino, Cavalli era considerato un "dissidente".

intervista a cura di Giacomo Russo Spena

Dove va Di Pietro?

Molti osservatori politici e ancor più sostenitori di Antonio Di Pietro sono rimasti stupiti della “svolta” post-referendaria con la quale l’ex pm ha inaugurato la nuova fase dell’Idv 2.0. Si tratta in realtà dell’evoluzione naturale e coerente di un soggetto politico da sempre orgogliosamente anti-ideologico: la crisi del berlusconismo e il “ripopolamento” del campo a sinistra del Pd non hanno fatto che accelerare il corso “fisiologico” degli eventi.

di Emilio Carnevali

«Berlusconi sa – anche per averglielo confidato io direttamente – come mi senta vicino col cuore agli elettori di Forza Italia. Ho detto a lui ciò che è sotto gli occhi di tutti: molti cittadini italiani hanno dato fiducia a questa nuova formazione politica appunto perché dava l’impressione di rappresentare una svolta nel panorama politico italiano… Questo desiderio di rinnovamento ha contagiato molti, e confesso, anche me»
Antonio Di Pietro, 1995

Chiunque abbia avuto modo di frequentare in modo non semplicemente episodico le arene del dibattito politico nella rete sa benissimo con quanto beneficio di inventario vadano soppesati commenti, invettive, sfoghi ed umori degli internauti. Pur non volendo in alcun modo sottovalutare tutti i benefici che questo costante flusso di informazione orizzontale e non istituzionalizzato può fornire al nostro “habitat democratico”, sarebbe parimenti miope caricare di eccessivo significato dinamiche comunicative spesso dominate da anguste logiche binarie (questo tal personaggio “mi piace/non mi piace” o – all’insegna di una maggiore accentuazione – è “un mito assoluto/è un demonio-infame-venduto”), dalla sovrarappresentazione delle minoranze più rumorose e fanatiche, da toni e modalità di espressione che più sono sopra le righe e più trovano sponde, richiami, riprese, acclamazioni, rilanci.

Bene dunque ha fatto
Antonio Di Pietro a tenere il punto di fronte alle furibonde critiche che gli sono piovute addosso all’indomani della sua chiacchierata alla Camera con il premier Silvio Berlusconi: «Ribadisco ancora una volta», ha spiegato il leader dell’Idv, «che è stato il presidente del Consiglio a rivolgermi la parola e io gli ho risposto con fermezza ma senza scortesia, dicendogli che a mio avviso la cosa migliore che poteva fare per il Paese era quella di dimettersi subito. Questo rapido scambio di battute si è svolto non in un sottoscala ma nel cuore del Parlamento italiano, davanti a tutti e a telecamere accese. Proprio per questo, ero e sono ancora convinto che voltare le spalle a un Presidente del Consiglio in carica (chiunque sia, fosse pure Berlusconi), rifiutando di rispondergli avrebbe dimostrato solo una piccolezza d’animo non degna di un parlamentare e leader di un partito che mira addirittura a scalzarlo». A modesto parere di chi scrive è una risposta che avrebbe dovuto chiudere la porta ad ogni ulteriore disputa inutile e meramente strumentale.

Se non lo ha fatto è perché molti hanno visto in quel “siparietto” la rappresentazione simbolica della “svolta moderata” che l’ex Pm avrebbe impresso al suo partito all’indomani delle elezioni amministrative e della vittoria referendaria. Qui il discorso si fa molto più di “sostanza”, ma anche in questo caso ci permettiamo di “stupirci per lo stupore” di molti fan e sostenitori dell’ex eroe di Mani Pulite.

L’Italia dei Valori è un partito di chiara impronta monarchica e “carismatica” – in questo non dissimile da quello del grande antagonista di Di Pietro, Berlusconi – il cui fondatore e leader ha rivendicato in diverse occasioni la propria estraneità al campo ideale della sinistra. Anzi, sono le categorie stesse di destra e sinistra che da sempre vengono contestate da Di Pietro a favore di altri criteri di discriminazione più adatti a organizzare la geografia politica della eccezionalità italiana, primo fra tutti il binomio legalità/illegalità. Del resto sin dagli albori della parabola berlusconiana sono numerose le personalità culturalmente vicine alla destra che non potendosi riconoscere in questa destra hanno optato per una scelta di campo motivata più da ragioni “costituzionali” (fare fronte comune contro l’anomalia berlusconiana) che da effettiva affinità “ideologica” con la tradizione della sinistra (si pensi a figure come quella di Indro Montanelli o del suo “discepolo giornalistico” Marco Travaglio, autore quest’ultimo di una sorta di “autobiografia intellettuale” pubblicata su Micromega 3/2010 ed intitolata La mia destra da Cavour a Montanelli, nella quale possono essere rintracciate molte ragioni utili a comprendere gli itinerari ideali e professionali di quella parte di cittadini italiani orfani di un polo liberal-conservatore “per bene”).

Ma tornando all’Italia dei Valori, occorre ricordare anche che a livello europeo la formazione di Antonio Di Pietro è iscritta al gruppo liberaldemocratico, il cui soggetto più rilevante è il Partito Liberale Tedesco, quello fino a poco tempo fa guidato da Guido Westerwelle e che è certamente collocabile “a destra” della Cdu di Angela Merkel – quantomeno sulle questioni economiche e sociali – nella coalizione di centrodestra che dal 2009 è al governo in Germania. Tuttavia se c’è un leder europeo al quale in passato Antonio Di Pietro ha fatto esplicito riferimento come modello e fonte di ispirazione questi è il centrista francese François Bayrou, l’uomo che ebbe una considerevole notorietà continentale in occasione delle elezioni presidenziali francesi del 2007, quando tentò di giocare il ruolo di “ago della bilancia” fra il candidato neogollista Nicolas Sarkozy e la socialista Ségolène Royal.

«Noi – dichiarava Di Pietro nel marzo del 2007 – non siamo una formazione politica che può essere identificata ideologicamente di centro, di destra o di sinistra. Noi, seguendo l’esempio di Bayrou, stiamo cercando di attivare la politica del fare e quindi una coalizione del fare. In questo senso non vogliamo essere chiamati centristi ma essere al centro di una politica per i cittadini. Ci auguriamo che ci possa essere un superamento degli steccati attraverso una scomposizione e ricomposizione dei poli mettendo assieme le migliori energie di una parte e dell’altra per una politica del fare invece che una politica del veto e della contrapposizione”. In quel periodo l’instabilità congenita del secondo governo Prodi già aveva innescato spinte e controspinte nelle varie formazioni politiche in vista dello scenario che si sarebbe aperto a crisi ormai conclamata. Il principale bersaglio polemico di Di Pietro era allora «la sinistra antagonista che blocca l’azione di governo e pone ostacoli alla realizzazione del programma», oltre allo «pseudo-ambientalismo di maniera» che «utilizza il ricatto per proprio tornaconto» come nella vicenda della Tav in Val di Susa. Ecco perché lo stesso leader Idv era prodigo di aperture di credito verso «le preoccupazioni espresse da Casini» per lo scarso senso di responsabilità dimostrato da una parte della coalizione di governo ad esempio sulla politica estera. «Ãˆ in questo senso apprezzabile l’intenzione di Casini di appoggiare il rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan», dichiarava l’ex pm sempre nel 2007.

Cosa è successo poi? È successo che la scomparsa della “sinistra radicale” dal parlamento con le elezioni del 2008 – nella quali il cartello della “Sinistra Arcobaleno” guidato dal presidente della Camera Fausto Bertinotti non è riuscito a superare lo sbarramento del 4% – ha aperto un vuoto di rappresentanza a sinistra del Partito democratico che l’Idv è stato abile a colmare. Di Pietro ha gettato alle ortiche i propositi “neocentristi” e ha inaugurato una nuova stagione politica riposizionando il partito a fianco dei movimenti dell’opposizione civile e sociale al governo Berlusconi e accogliendo nell’Idv personalità provenienti dal mondo della sinistra radicale come l’ex sindacalista Fiom ed ex responsabile lavoro di Rifondazione comunista
Maurizio Zipponi, cui è affidato il dipartimento lavoro dell’Idv, ma anche intellettuali come Gianni Vattimo e Nicola Tranfaglia.

L’affluente della “sinistra radicale” non è però l’unica componente nuova che si affianca alla vecchia struttura di notabili in gran parte ex democristiani che costituisce l’ossatura originaria del partito (per quanto concerne le opacità – e spesso molto più che opacità – che contraddistinguono la dirigenza tanto locale quanto nazionale dell’Idv è possibile fare riferimento all’inchiesta di Marco Zerbino C’è del marcio in Danimarca. L’Italia dei Valori regione per regione pubblicata su MicroMega 5/2009). Un secondo affluente è costituito dalle personalità provenienti dall’impegno sulla questione della legalità, tema trasversale per antonomasia in un Paese che ha visto il sacrificio estremo di testimoni civili dalle opinioni politiche più diverse, talvolta agli antipodi: pensiamo ad esempio a Peppino Impastato e Beppe Alfano. Proprio la figlia di Beppe Alfano, Sonia, impegnata da anni in battaglie sindacali e antimafia, è stata una delle candidature di punta dell’Idv alle europee del 2009, dopo aver già corso per la presidenza della Regione Sicilia con la lista Amici di Beppe Gillo (antesignana delle liste 5 Stelle).

Vi è infine la componente liberal-liberista, incarnata dal responsabile economia del partito Sandro Trento – ex direttore del Centro studi Confindustria – che rappresenta una corrente culturale presente in maniera rilevante nel caleidoscopico mondo della opposizione anti-berlusconiana più oltranzista. Sono quelli della “rivoluzione liberale” tradita da un governo di centrodestra guidato dal monopolista Berlusconi e che ha affidato le chiavi della politica economica al
“colbertista”, “corporativista” e “antimercatista” Giulio Tremonti (per una rassegna di queste posizioni, naturalmente non riconducibili direttamente all’Idv ma alla più estesa matrice culturale di questo specifico tipo di antiberlusconismo, è possibile fare riferimento al volume Tremonti. Istruzioni per il disuso – Edizioni Ancora del Mediterraneo – del Collettivo Noise of America, un gruppo di economisti liberisti docenti di economia negli Usa, fra i quali l’editorialista del Fatto Quotidiano Michele Boldrin).

Sulla scorta delle considerazioni appena svolte sulla composizione dell’Idv – molto più articolata di quella che ci si potrebbe aspettare da un partito collocato stabilmente nell’area della sinistra radicale – risulta meno indecifrabile il recente smarcamento di Antonio Di Pietro. Soprattutto alla luce dell’affermazione di concorrenti assai temibili in quella stessa area politica: da una parte
Nichi Vendola e Sinistra ecologia e libertà (a coprire l’ala della coalizione “a sinistra” del Pd), dall’altra la Lista 5 Stelle di Beppe Grillo (che darà voce all’opposizione più irriducibile nei confronti del “sistema della casta”).

Il “nuovo corso” dipietrista ha inoltre ricevuto un incoraggiamento che più autorevole non si può per i militanti dell’antiberlusconismo duro e puro. Quello dello stesso
Marco Travaglio, che in un editoriale pubblicato lo scorso 1 luglio sul Fatto, si è domandato: «Che fine faranno milioni di elettori di centrodestra che per quasi vent’anni hanno votato Berlusconi e ora non ne possono più?». «Convincerli a votare per il centrosinistra sarebbe impresa vana anche se il centrosinistra fosse qualcosa di presentabile, figurarsi con la parodia di centrosinistra che ci ritroviamo». E allora ecco che la strategia dell’Idv 2.0 può rappresentare un’alternativa efficace: «Se nel centrosinistra c'è qualcuno (Di Pietro, per storia e formazione, è il più attrezzato) che vuol intercettare quei voti», ha aggiunto ancora Travaglio, «deve presentare un programma semplice, dunque estraneo alle giaculatorie su destra e sinistra. Un programma che, in tempi di tagli e austerità, può rivelarsi popolare fra gli elettori tanto della cosiddetta destra quanto della cosiddetta sinistra».

Personalmente non pensiamo affatto che la fuoriuscita del berlusconismo e dalla Grande Crisi che ne accompagna la parabola discendente possa essere attuata senza una alternativa netta che affianchi ai temi della legalità e della democrazia quelli del lavoro e del destino economico di un Paese da anni risucchiato in un apparentemente inarrestabile declino. Come non pensiamo che le soluzioni alle difficoltà che stiamo vivendo possano essere solo di tipo “tecnico” o affidate all’iniziativa di tutti gli uomini “di buona volontà”. Un esempio su tutti è costituito dal dibattito – che attraversa il campo della sinistra “propriamente detta”, dentro e fuori il Pd – intorno all’obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2014: vincolo inaggirabile da rispettare con senso di responsabilità o architrave delle pericolose politiche di austerity che stanno conducendo l’Europa verso il baratro? È un dilemma che non a caso non coinvolge gli ambienti dell’antiberlusconismo di matrice esclusivamente legalitaria, ma che è di fondamentale importanza per definire il profilo riformista di una prossima, eventuale esperienza di governo del centrosinistra italiano.

Di certo la mossa di Antonio Di Pietro non può essere letta come un fulmine a ciel sereno, bensì come la naturale evoluzione di un soggetto politico da sempre dichiaratamente anti-ideologico e dunque “a vocazione trasversale” almeno quanto il Pd post-ideologico veltroniano era a “vocazione maggioritaria”. La crisi del berlusconismo e il “ripopolamento” del campo a sinistra del Pd – sguarnito per un certo periodo in termini di rappresentanza ma non di protagonismo sociale da parte di soggetti che hanno trovato nella Fiom di Maurizio Landini il principale coagulatore di proposte ed iniziative – non hanno fatto che accelerare il corso “fisiologico” degli eventi. In fondo non è anche Luca Cordero di Montezemolo espressione di quella “società civile” che scende in campo contro la “casta” e per una nuova “politica del fare”?

(4 luglio 2011)

Il totem-Tav: istruzioni per vetero-progressisti

Catalogo di formule pronte all’uso per chi professa il credo “sì-tav” e non ha tempo da perdere in noiose discussioni su numeri, dettagli tecnici e questioni politiche connesse.

- E’ un progetto strategico

- Non possiamo rimanere fuori dall’Europa

- Le grandi opere sono indispensabili allo sviluppo del Paese

- Non possiamo perdere i finanziamenti europei

- La Tav porterà posti di lavoro e farà crescere il Pil

- La Tav è ecologica perché sposta le merci dalla strada ai binari

- La Tav è il futuro

- Chi si oppone lo fa per motivi puramente ideologici

- Gli ambientalisti vogliono riportarci all’età della pietra

- I valligiani di Susa (egoisti) difendono il proprio giardino senza pensare all’interesse nazionale

- I valligiani di Susa (ignoranti) non sanno che il sistema di trasporti piemontese sarà presto saturo

- I valligiani di Susa (ingenui) sono manovrati dai centri sociali e dagli anarchici, che vogliono sovvertire l’ordinamento democratico e menar le mani

Catalogo di argomenti da evitare e questioni che i vetero-progressisti del Pd non devono conoscere, altrimenti potrebbero cambiare idea e assomigliare pericolosamente ad attivisti antagonisti.

- Il traffico merci lungo l’arco alpino è in costante diminuzione e non si prevedono aumenti per il futuro (è saturo il mercato, non il sistema dei trasporti; le previsioni iperboliche della prima ora sono state riviste al ribasso, ma rimangono fantascientifiche).

- In val di Susa c’è già la linea ferroviaria del Frejus, costantemente ampliata e ammodernata, che viene utilizzata per meno di un quarto della sua capacità (il Piemonte non è una landa desolata, le aziende emigrano causa costo del lavoro in Paesi privi di infrastrutture; sarebbero ben accetti investimenti in ricerca, innovazione, competitività delle imprese italiane)

- Si prevede un migliaio di posti di lavoro su una media di 7 anni: a conti fatti si tratta di un investimento di 9 milioni di euro per ogni addetto (…!)

- La Torino-Lione costerà almeno 17 miliardi di euro, senza dimenticare che per i tratti di Tav già terminati le spese sono triplicate rispetto a quanto preventivato (it’s Italy, baby)

- Due perizie sulla Torino-Lione, commissionate dal Ministero dei Trasporti (1998) e dal Governo francese (2003) al Conseil Général des Ponts et Chaussées, hanno bocciato il progetto, sottolineando che “conviene intervenire sulla linea esistente” (comunisti…)

- L’Università di Siena (anarchici…) ha calcolato che il trasporto ferroviario via Tav è peggiore di quello stradale in termini di emissione di CO2 e particolato, senza tener conto dell’energia consumata e delle emissioni rilasciate nell’atmosfera per realizzare l’opera (lo studio riguardava il tratto Bologna-Firenze, ma non è difficile immaginare che per la Torino-Lione sarebbe un po’ peggio)

- I sindaci del Mugello hanno un repertorio infinito di aneddoti su 15 anni di scontri con chi gestiva i cantieri della Tav, sui soldi che continuano a mancare per riparare i primi danni ambientali (poi bisognerà riparare gli ultimi), sul fatto che nel 2010 c’erano ancora sul territorio le aree di cantiere con baracche, materiali edili e discariche (alla prossima puntata il tema della movimentazione terra e degli affari (mafiosi) connessi)

- I valligiani resistono da 20 anni, non da ieri l’altro. Nei tempi più recenti si contano almeno dieci manifestazioni con 30 mila persone ciascuna come minimo. La sera precedente gli scontri alla Maddalena, una fiaccolata partita da Chiomonte (1000 abitanti) ha coinvolto 8 mila persone. Il giorno dopo lo smantellamento del presidio, a Susa erano in 20 mila (così, a prima vista, non sembravano pericolosi sovversivi, ma le loro facce non le vedrete nel tg di Minzolini, dovrete accontentarvi di cercarle in rete).

Letture utili:

- 150 ragioni (tecniche e dettagliatissime) per dire no alla Tav

- “Le ragioni liberali dei No alla Torino-Lione”, spiegate da Marco Ponti, che insegna Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano, Marco Boltani, docente di Economia Politica alla Statale, e Francesco Ramella, ingegnere dei trasporti

- Documenti, interviste e analisi nel sito www.notavtorino.org

Fabrizio Tassi

(29 giugno 2011)

TAV, Alta Velocità o Alta Voracità?

Fine modulo

di Angelo d’Orsi

Bisogna vederli questi vecchi, queste ragazze, questi uomini di ogni età, bambini compresi, pronti davvero a tutto pur di difendere, insieme con la “loro” Valle, un diritto di tutti noi. E quando dico noi, non intendo solo gli italiani e le italiane, bensì di tutti coloro che ritengono, contrariamente a quel che pensa qualcuno, lo Stato non debba essere un’entità che schiaccia il suo popolo, ma una somma di istituzioni al suo servizio.

Era stato proprio un piemontese, Giovanni Battista Botero, che nel XVI secolo, aveva definito lo Stato
“dominio fermo sui popoli”. Ebbene da allora abbiamo avuto la Rivoluzione inglese (due rivoluzioni), la Rivoluzione americana, la Rivoluzione francese, Napoleone Bonaparte, le rivoluzioni del 1848, la Rivoluzione russa (due rivoluzioni); e le tante rivoluzioni non chiarissime in atto oggi. Anche da noi. Per non parlare delle pretese rivoluzioni del post ’89: il 1989, non il 1789, sia chiaro. Rivoluzioni (ma è una etichetta davvero impropria) che sono state reclamizzate come portatrici di democrazia, trasparenza, partecipazione. Ebbene, dopo tutto questo, possiamo ancora accettare la definizione di Botero? E condividere l’idea di uno Stato contro il suo popolo? Ossia contro i cittadini da cui riceve l’autorità e il diritto di esercitare (anche) la violenza? Ovvero di averne il monopolio.

Ebbene lo Stato visto in azione nell’approssimarsi della fatidica scadenza del 30 giugno (opportunamente enfatizzata da media del tutto corrivi ai poteri forti: e uso l’espressione non casualmente) è
lo Stato boteriano, con un di più di cialtroneria, di disinformazione, di menzogne. Botero aveva in mente uno Stato forte e autoritario, ma che perseguisse il bene comune. Lo Stato di cui sono esponenti mediocrissimi (talora miserandi) figuri del ceto politico locale e nazionale, è semplicemente un insieme di camarille di potere, di piccoli comitati d’affari, talora di personaggi che ritengono di essere dei buoni amministratori, perché si riempiono le bocche con parole come “modernità”, “sviluppo”, “connessione con l’Europa”, parole roboanti e vuote.

Come mai, dopo che per anni ci avevano detto che il tracciato della TAV era eccellente, ne hanno dovuto fare un altro, e poi un altro ancora? Ogni volta ribadiscono che è perfetto, non è invasivo, non danneggia nessuno… Insomma, esattamente lo stesso atteggiamento tenuto verso l’energia nucleare. Ci hanno riempito la testa dicendo che le centrali di “nuova generazione” erano sicure… E si è visto, tragicamente, quanto lo fossero. Irresponsabilità e retorica, finta politica (quella autentica può essere definita come arte di guardare lontano e di ben amministrare i cittadini nella polis), ma soprattutto, affarismo, losco affarismo. Il cui prezzo è la devastazione della Valle, danni economici e ambientali per tutti tranne che per coloro che trarranno profitti, ossia gli impresari e i costruttori (e certo, anche i lavoratori dei cantieri), e i politici e i “giornalisti” che, sovente, si sono lasciati convincere alla giustezza della TAV con argomenti sonanti…

Chi voglia informarsi in modo rapido e facile può ricorrere a un libretto di qualche anno fa, rimasto valido nella sostanza e negli argomenti: un libro che è esplicito già nel titolo: Travolti dall’Alta Voracità (a cura di Claudio Cancelli, Giuseppe Sergi e Massimo Zucchetti, Odradek editore), e ancor più nella copertina che mostra le fauci spalancate di uno squalo che ingurgita banconote insieme a vetture ferroviarie. Contro il chiacchiericcio mediatico, contro l’opinionismo dettato da schieramenti politici, contro il talk show,veri esperti (fisici, economisti, chimici, climatologi, geologi, impiantisti, sociologi, politologi, storici) fornivano dati di enorme interesse, per capire in ogni suo aspetto i problemi inerenti la spinosissima questione del famoso “corridoio”, che da Torino dovrebbe condurre a Lione, inserendosi sulla “direttrice” europea Ovest-Est.
La battaglia politica e mediatica, ma ormai soprattutto militare – del resto, nessuno ha dimenticato la vigliacca aggressione notturna da parte delle “forze dell’ordine” agli inermi e dormienti manifestanti nel campo di Venaus nel 2006? – , ha visto proprio la carenza di elementi fattuali, quantitativi, relativi ai costi economici, ambientali, alle tonnellate vere o presunte di traffico, ai vantaggi e svantaggi del trasporto merci e persone su gomma e su rotaia, soprattutto, ai preventivi di spesa (lievitati in maniera mostruosa) dell’opera e ai suoi attesi, improbabilissimi, e lentissimi, ricavi… In realtà, la TAV la paghiamo tutti e chi ne beneficia? I soliti noti. Le ditte coinvolte nei crolli dell’Aquila, tanto per dirne una. Le imprese finanziatrici di forze politiche che spingono per questa “grande opera”. E così via.

Preciso che alcune delle parole d’ordine del movimento NO-TAV non mi piacciono (“Padroni a casa nostra”, lasciamolo dire ai leghisti, per esempio), e che nel movimento ci sono anche qualunquisti e personaggi di dubbia provenienza. Ma la ragione è tutta dalla loro parte. Tutta. E contro le menzogne di queste ultime giornate, bugie che non c’è stato un tg che non abbia ripetuto fino alla noia, va ribadito che qui non è la
sindrome Nimby (“Not in backyard”, non nel mio giardino) a guidare i coraggiosi, tenacissimi “resistenti” della Val Susa.

In ogni caso, mentre la guerra continua (si soltanto è persa ieri , 27giugno, una battaglia, con lo sgombero forzato del campo della Maddalena), sulla Tav è mancata l’informazione e la trasparenza. Come per tante altre sbandierate “grandi opere”, si è lavorato su una sistematica disinformazione, su silenzi pelosi e su bugie clamorose. Un groviglio di sigle create ad hoc, articoli di legge cancellati o modificati a piacimento di ministri amministratori locali e tecnici sospettabili di interessi privati, una generale connivenza, transitata dal centrodestra al centrosinistra e ritorno, con poche eccezioni: tutto sembra dimostrare, leggi e conti alla mano, che la decantata TAV è una vera e propria “bufala”, pensata nell’esclusivo interesse delle potenti lobby dei costruttori, sospettati a loro volta di inquinamenti mafiosi, e all’insegna dell’antico motto: privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite.

La lotta del “popolo NO-TAV”, è perciò una lotta giusta che difendendo interessi anche di piccole patrie, e di case, famiglie singole, difende un interesse generale (la salvaguardia del territorio e dell’ambiente), e un principio fondamentale: che lo Stato siamo noi. E che abbiamo tutti i diritti di opporci a uno Stato che sa mostrare solo il volto feroce e antipopolare.

(28 giugno 2011)

La grande balla dei black bloc in Val di Susa

FABRIZIO TASSI

Avevo capito che da una parte c’erano gli innocui valsusini e dall’altra i feroci black bloc. Mi ero immaginato un corteo di innocui indigeni indignati che scorreva pigramente (poco telegenico, politicamente scomodo), mentre austriaci, francesi, milanesi e altri foresti estremisti facevano la guerra (che rende sempre in tv e nei comizi).

Poi, parlando con alcuni di loro (valsusini? black bloc?), ho scoperto che il confine tra manifestanti-gitanti e antagonisti-battaglieri era così labile da apparire quasi un’invenzione giornalistica, una semplificazione auto-assolutoria per il mondo della politica, dell’economia, delle istituzioni.
Che lassù ad assediare il cantiere in realtà c’erano anche i figli dei valligiani e pure qualche padre.
Che i vecchi indicavano ai giovani i sentieri nel bosco per sorprendere la polizia, e le signore incazzate nere per la terra espropriata incitavano i “ragazzi”. Sì, li chiamavano così.

Si discuteva molto, nel corteo, su ciò che stava accadendo, ma in tanti (mi dicono) hanno spalleggiato i “ragazzi” arrivati col casco e le maschere anti-gas, memori dello sgombero della Maddalena.
E’ molto più facile, più tranquillizzante, raccontarsi la storia della frangia di estremisti che si sposta dal G8 alle manifestazioni contro l’FMI approdando infine alla Val di Susa, in una grottesca tournée del terrore. Così, ancora una volta, riescono a parlare d’altro, visto che i sì-Tav di solito balbettano quando si entra nel territorio dei numeri, delle ragioni, dei dati, degli argomenti tecnici ed economici, della gente che si oppone pacificamente da 20 anni.
Basta notare il sospiro di sollievo con cui
Bersani ha potuto condannare le violenze senza entrare nel merito della questione e senza citare i tanti sindaci in corteo.

Basta sfogliare il Corriere della Sera di lunedì 4 luglio, che apriva il giornale con “Assalto alla Tav, 188 agenti feriti” e proseguiva con questi titoli in successione: “Scontri e feriti al cantiere Tav. Assalti in stile paramilitare”; “Tra i sei operai circondati: Ci chiamano infami ma noi che colpa abbiamo?”; “Maalox e ammoniaca, la guerriglia dei black bloc”; “Condanna dal Colle: inaudite aggressioni”; “Dove c’è violenza, inaccettabile ogni ambiguità”. Non una sola fotografia delle famiglie in corteo, dei sindaci, dei passeggini, dei bambini, degli attivisti di mezza Italia, delle (stra)ordinarie persone qualunque della Val di Susa che non sognano una regressione bucolica in un’immaginaria età dell’oro (quella roba la lasciano volentieri ai leghisti, che amano il folklore) e non pretendono di sostituirsi alle istituzioni democratiche (parliamone: la democrazia è bella perché perfettibile), ma reclamano dignità e sognano un altro modello di sviluppo, in cui la funzione delle comunità locali non sia solo quella di accettare pacificamente gli interventi compensativi o indicarne di migliori. E’ da qui che bisogna partire. E’ qui che si gioca un pezzo del nostro futuro. E’ su questo (argomento faticoso, per chi è abituato a fare scelte a brevissimo termine) che vorremmo ascoltare esperti, tecnici, politici, visionari.

Forse in Val di Susa sta accadendo qualcosa di inquietante, che dovrebbe spaventare (questo sì) le istituzioni e i commentatori istituzionali: la rabbia che diventa ribellione anche fisica, la frustrazione che degenera in odio. Penso a quell’operaio di 21 anni che neanche sa che cos’è il Leoncavallo, e che vive ormai lontano dalla valle in cui è nato, ma che domenica era lassù con i “ragazzi” per “difendere la sua terra”. Penso agli anziani signori che incitavano i giovani antagonisti a lanciare sassi e a sradicare le protezioni del cantiere. Altro che black bloc. Gli anarchici di nero vestiti sono una questione di ordine pubblico, che si risolve facilmente, alla vecchia maniera, con manganelli e arresti. I valligiani inferociti, invece, sono una realtà a cui lo Stato non può replicare con i fumogeni ad altezza uomo.

I comitati no-Tav hanno provato a dire queste cose (trovate la conferenza stampa su www.globalproject.info), a raccontare la loro versione dei fatti, a dire che i ragazzi col caschetto e la maschera anti-gas per lo più erano valligiani. Ma nessuno li ha ascoltati. Si sono auto-denunciati, parlando di legittima difesa, ma nessuno ha rilanciato le loro parole. Non rientrano nello schema. Fanno paura.

Questo gioco (pericoloso) già lo conosciamo. E’ più facile chiudersi in un fortino e “difendere lo stato di diritto” contro i violenti (la non-violenza non fa spettacolo, e comunque per combatterla ci vogliono idee e ragioni), piuttosto che uscire tra la gente e rispondere alle obiezioni mosse non solo dalla Val di Susa, ma da una larga fetta dell’opinione pubblica nazionale (larghissima, se stringiamo il campo a quelli almeno vagamente informati sul tema), compresi esperti super-partes, economisti, docenti universitari “contro”, che stanno ancora aspettando un argomento diverso dal mantra “ce lo chiede l’Europa” (sapeste quante cose ci chiede la contestatissima Europa sul piano dei diritti e dei doveri, della lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, delle leggi contro i monopoli e i privilegi, del pluralismo dell’informazione, del rispetto di immigrati e rom… Tutte cose poco monetizzabili).

Fabrizio Tassi

(5 luglio 2011)

lunedì 5 luglio 2010

Docenti italiani fannulloni? Un mito da sfatare


di Mila Spicola

Secondo un sondaggio l’idea del “docente fannullone”, promossa da Brunetta, rilanciata da Tremonti e accolta dalla Gelmini, ma attecchita senza resistenze nell’opinione pubblica italiana, deriva non tanto dalla qualità del lavoro offerto (il 65% dei genitori intervistati è sostanzialmente soddisfatto dei docenti dei proprii figli, il 20% addirittura entusiasta, con un indice di gradimento molto alto se conforntato con quello di altre categorie di lavoratori del pubblico impiego) quanto da altri fattori: rapporto lavoro-vacanze in primis.

Vediamo di saperne di più.

Lo stipendio medio di un insegnante tedesco è superiore, e non di poco, rispetto a quello dei suoi omologhi italiani. Lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore in Italia dopo quindici anni di insegnamento è di 27.500 euro lordi annui Un insegnante tedesco, allo stesso livello di carriera, guadagna 45.000 euro all'anno. All’inizio della carriera, oggi, un insegnante delle medie, tanto per fare un esempio, io, guadagna 18.500 euro netti, tredicesima inclusa (scelgo il caso tedesco perché in questi giorni stanno scioperando per avere un aumento salariale, a dir loro non adeguato).

Gli insegnanti tedeschi hanno una media di 22 ore di lezione frontale alla settimana contro le 18 degli insegnanti del nostro paese, ma bisogna tenere conto del fatto che le ore di lezione in Germania sono solo di 45 minuti.
Ore effettive di lavoro: docenti italiani 18 ore di 60 minuti; docenti tedeschi 16,3333… di 60 minuti.

Non entro nel confronto tra le ore di lavoro prestato oltre le ore effettive di lezione frontale. Quelle quantificabili: riunioni, ricevimenti, programmazioni e quelle non quantificabili: aggiornamenti, studio, preparazione delle lezioni, correzioni dei compiti, visite guidate. Nella maggior parte prestate a titolo gratuito.

La durata delle vacanze estive della scuola tedesca è di circa sei settimane, con alcune differenze tra i vari Länder. C'è una ragione delle differenze tra i periodi di vacanza assegnati alle varie regioni: si cerca di non far chiudere le scuole lo stesso giorno in tutta la nazione per evitare che le Autobhan (le austostrade) vadano in tilt per il troppo traffico. Le altre vacanze (non considerando come da noi, giorni festivi nazionali) nel resto dell'anno sono le Herbstferien (due settimane in autunno), le Weihnachtsferien (tre settimane di vacanze di Natale), le Osterferien (una settimana di vacanza pasquale). Non sono poche quindi le vacanze all'interno del sistema scolastico tedesco, ma il tutto è bilanciato dal notevole numero di ore di lezione settimanale per i ragazzi, 40 nel Ginnasio, ad esempio.

La lezioni in quasi tutte le scuole superiori non sono di 60 minuti ma di 45 minuti. Piccola curiosità: gli intervalli (in numero di due al giorno, sono più lunghi che in Italia: durano 20 minuti, da noi è uno di 15 minuti).

Riassumendo:

Vacanze tedesche: 6 settimane + 2 settimane + 3 settimane = 11 settimane
Vacanze italiane: 8 settimane (alle medie, alle superiori sono 5) + 2 (natale) + 1 (pasqua) = 11 settimane

Avete letto bene: 11 settimane.

Per quel che riguarda la totalità dei docenti italiani, ne sono certa, sarebbero felici di dimezzare i propri “privilegi” pur di guadagnare anche solo la metà dei colleghi tedeschi e dunque avverto il prossimo amico che si imbarca con me in simili discussioni: se l’argomentazione non basterà attaccherò il contro argomentatore, fisicamente.

Considerazioni.

Tempo di lavoro: gli insegnanti italiani lavorano di più e guadagnano un terzo dei colleghi tedeschi. Come mai nella vulgata collettiva dell’italietta media la vita dell’insegnante è “piena di privilegi”e in “Europa invece sì che lavorano gli insegnanti?”.
Ho fatto il confronto con il caso del collega tedesco, quello che nell’opinione pubblica comune rappresenta il caso simbolo della scuola modello e del “docente veramente lavoratore”, che “fatica” come un tedesco, appunto, che lavorerebbe di più, visti i risultati. Eppure dati alla mano: il tedesco lavora meno di quello italiano.

Se dovessimo attenerci alle considerazioni meramente quantitative a cui si attiene in genere l’opinione pubblica media italiana (che non si forma da sola, attenzione, ma in seguito a informazioni fornite dai media: tv in primis e stampa) ne verrebbe fuori che il docente italiano è un gran cretino: lavora di più e guadagna un terzo del collega tedesco. Da questo punto di vista lo è eccome: cretino. Sempre secondo il metro comune dell’Italia di oggi.

Ma il docente italiano, per fortuna, non segue quel metro. Forse è il “,3333” del risultato delle ore prestate che fa pensare a un di più…? Cioè un numero con maggiori cifre magari rappresenta una quantità maggiore? O solo la superficialità e la velocità con cui si produce e afferma la disinformazione in Italia?

I risultati scadenti degli studenti italiani: la colpa è del singolo insegnante o di un sistema che fa acqua da tutte le parti e su cui molti, troppi, hanno la responsabilità di non averci messo le mani? Secondo voi se una fabbrica produce macchine difettose la colpa è del singolo operaio o di chi dovrebbe controllare i processi di produzione o della catena di montaggio e di chi la governa? Entrambi? Forse, ma a scale di responsabilità ben diverse.

Qualità dei risultati: coincide con la qualità del lavoro offerto? Secondo voi è sul docente che deve soffermarsi la critica o sul “sistema scuola” nel complesso? Il miglior operaio può produrre una Ferrari se ha una catena di montaggio adatta per una 126 e per giunta difettosa?

La scuola non funziona: “a chi diamo la colpa?”. Tutti hanno delle responsabilità nella crisi del sistema scolastico italiano. Politici, per incapacità reali, per disinteresse, per opportunismi di bilancio; sindacati, per autodifese di tipo corporativo; lo stesso mondo della scuola.

Il singolo docente, da sempre volto all’autoconservazione del proprio metodo di lavoro, trascurato oggi, non controllato domani, offeso sempre, si arena e galleggia nella semplice auto responsabilità: non basta. E diventa un peso non più tollerabile. Ci vuole sempre una misura altra di controllo e di valutazione del proprio metodo e non può essere quello dei risultati degli allievi, perché quei risultati sono falsati dalla realtà complessiva del sistema: molteplice e carente.

Come in tutte le categorie ci sono docenti bravi e docenti meno bravi, ma quello è solo uno dei problemi. Gli effetti di questa situazione alla fine li pagano soprattutto gli studenti e gli stessi lavoratori del mondo della scuola.

Lavoratori tra l’altro, in Italia, sottopagati (e adesso sapete a che livello), umiliati e messi ai margini. Sommiamoci il logorìo del lavoro quotidiano e ne viene fuori l’eroe di cui parla Bersani, non perché insegna nelle periferie, ma perché alza la saracinesca e fa l’appello. Non solo la alza ma fa scuola. Nonostante tutto. A Trento come a Lampedusa. E’ l’unica risorsa vera (tolti i soldi, tolte le strutture, tolti i materiali, tolte le scuole che cadono a pezzi) in Italia, allo stato attuale dei fatti, a permettere lo svolgimento di uno dei cardini della nostra Costituzione.

Se infatti si vanno poi a valutare i risultati delle eccellenze (cioè, detta in parole spicciole, cosa “realizzano” i nostri ragazzi eccellenti) al confronto con i coetanei europei arrivano le sorprese: i nostri sono geni. Sono quelli che poi, messi in condizione di agire in situazioni lavorative ottimali (all’estero ovviamente) producono il meglio: scienziati, ricercatori, architetti, avvocati, medici, anche quando provengono dalle famigerate scuole del sud. Anzi: incredibilmente la percentuale è maggiore, di eccellenze all’estero provenienti da regioni del sud dell’Italia (anche perché rappresentano il grosso dell’emigrazione italiana). Grazie a chi? Sono figli dell’orgoglio di papà e mamma? Certo, ma permetteteci di aggiungere: sono figli di un lavoro estenuante di docenti e docenti e docenti. Lasciatemelo dire, di fronte a una buona percentuale di docenti da premio nobel, a una di docenti medi, e a una, minima, ve lo posso assicurare, percentuale di docenti “scarsi” l’alunno italiano è capace di maturare un giudizio critico effettivo e fondante che (pensate che cosa) ne aumenta la flessibilità di pensiero e l’ottima capacità flessibile dei nostri laureati di adattarsi a situazioni diversissime. Ovviamente nel caso degli allievi migliori, ma è sui peggiori che dovrebbe agire il sistema.

I dati che ho fornito all’inizio sono dati che difficilmente trapassano i media. La moda e la capacità giornalistica per quel che riguarda la scuola si limita a due tre cose: bullismo, scioperi e risultati scolastici percentualmente scarsi.

Alzi la mano chi di voi lo sapeva che le vacanze scolastiche tedesche sono esattamente uguali a quelle italiane.

Si, ma i risultati? Beh: per migliorare quei risultati si dovrebbe agire a tutti i livelli della catena di montaggio, non solo all’ultimo. La riforma Gelmini si è limitata a “togliere operai” dalla catena. Attenzione: non i peggiori. Ma indistintamente tolti tra quelli che stavano alla produzione dell’albero a camme e quelli della filiera del carburatore. Qualcosa ha aggiunto nella filiera dell’alza finestrino (la famosa lavagna luminosa).

La disinformazione sulla scuola: stampa libera di non essere libera

Dicevo dati alla mano. Per trovarli ho dovuto tradurre dei siti stranieri. I nostri sono pieni o di notizie superficiali sui tagli, o di opinioni ricorrenti, masticate, rimasticate e ormai rancide. Meno che mai avrei potuti rintracciarli sulla stampa. Come mai giornali e televisioni si guardano bene dal diffonderli? I dati di cui sopra, intendo. E non basta dire “le tv di Berlusconi” e “colpa di questo governo”, non mi pare di aver mai sentito un telegiornale negli ultimi dieci anni illustrare questi dati. E nemmeno di leggerli su un giornale, nemmeno su un quotidiano notoriamente “filo scolastico” come Repubblica.

Come mai? Perché è una notizia noiosa? Perché non fa lettori? Non fa audience? Eppure io mi ritrovo circondata di amici, anche di livello culturale e sociale elevato, avvocati, medici, funzionari, financo giornalisti (persone “informate” dunque), che di questi dati non hanno assolutamente idea, che prendono per incontrovertibile verità la vulgata sbagliata e falsa “del docente “privilegiato e fannullone” e ne fanno banco di discussioni accesissime. Figuriamoci l’italiano medio.

Ecco i bavagli reali: la gente non sa. Inebetita con 15 pagine oggi sui litigi Fini-Berlusconi, domani su Noemi Letizia, domani su non so cosa, non si rendono conto di una cosa fondamentale per un paese democratico: la carente completezza e l’assenza di giusta varietà dell’informazione di massa in Italia.

Sono perfettamente d’accordo che il bavaglio alla stampa sia una cosa gravissima, ma certificherebbe un bavaglio già esistente: quello della dilagante scarsa professionalità, nel senso reale della professione del giornalista, dei comitati di redazione. Oggi un giornale, e vale per tutte le testate dei quotidiani, non si preoccupa di garantire la varietà reale e di assicurare uno sguardo quanto più completo della realtà, in modo tale da assicurare al cittadino un autonomo giudizio critico dei fatti e della realtà, si preoccupa ahimè di trovare “lo scoop” più ghiotto, di acquisire maggiori lettori con mezzi aderenti alle normali strategie di marketing da liberismo selvaggio, di fornire ogni tanto “letture preconfezionate della realtà”. E ciò vale per ogni tipo di testata: di destra, di sinistra, di centro.

Eppure poi ritrovo fior di editoriali che si scagliano contro quello stesso liberismo selvaggio di cui il proprio giornale è consapevolmente portatore. E allora, mi vien da dire ad alta voce “Houston, abbiamo un problema”.
Ma a chi lo dico? C’è qualcuno in grado di capire che con la disinformazione (fornita, masticata, non cercata) si sta compiendo un delitto molto grave nei confronti del futuro dei ragazzi quasi quanto i famigerati tagli?

(4 luglio 2010)

domenica 6 giugno 2010

Chiesa e pedofilia, i peccati di Annozero


“Caro Santoro, la puntata sulla pedofilia clericale mi ha lasciato un’amarezza che non posso non comunicarle”. Per l’autrice di “Viaggio nel silenzio” – libro inchiesta sullo scandalo dei preti pedofili – il conduttore è sembrato “troppo intento a non pestare i piedi alla Chiesa”. E qui spiega perchè, dalla scelta degli ospiti a quella dei contenuti, la trasmissione è stata “un’occasione persa” per fare buona informazione.

di Vania Lucia Gaito

Gentile dott. Santoro,

le scrivo dopo che è trascorso un po’ di tempo dalla messa in onda della puntata sui “Peccati e reati” della Chiesa cattolica. Ho lasciato volutamente trascorrere qualche giorno per due motivi. Il primo, più ovvio, è che la mia indignazione era veramente al colmo. Il secondo, forse meno ovvio, era che non intendevo far strumentalizzare l’espressione del mio pensiero per altri fini, soprattutto nei confronti di una trasmissione che ha avuto così tanti meriti come quella da lei condotta.

E tuttavia la puntata sulla pedofilia clericale mi ha lasciato un’amarezza che non posso non comunicarle. La stessa amarezza provata, del resto, da molti suoi telespettatori, che si sarebbero aspettati ben altri argomenti, magari una maggiore attenzione alla situazione italiana. Perché, pur conoscendo la gravità della situazione in altri paesi, è bene, è giusto, è sacrosanto informare gli italiani di quanto è grave anche la situazione in casa nostra. La stessa Congregazione per la Dottrina della Fede ammette che in Italia ci sono un centinaio di sacerdoti attualmente indagati per abusi sessuali nei confronti di bambini. E, può esserne certo, sono dati sottostimati.

Troppo intento a non pestare i piedi alla Chiesa, nella puntata sullo scandalo dei preti pedofili lei ha prima di tutto ritenuto opportuno specificare che tutti i presenti erano cattolici. Insomma, un modo per far capire che, tutto sommato, si stavano lavando i panni sporchi in famiglia. Solo che la lavatrice di Annozero è piuttosto piccola, e bisogna scegliere quali panni lavarci. E avete optato per pochi fazzoletti, e per giunta alla presenza di lavandai pseudo-esperti attenti più all’integrità della macchina che non all’effettiva pulizia del bucato.

In quest’ottica, quindi, sono stati invitati ospiti pronti a sfoderare, col suo beneplacito, le spade in difesa della Chiesa. Il giornalista Socci ha tenuto a disinformare sulle percentuali di pedofili fra i preti rispetto alla presenza di pedofili in altre confessioni religiose e in altri contesti. E Socci dall’alto di quale competenza in materia parla? Quella delle sagrestie e delle genuflessioni?

Parlare di percentuali è ridicolo, se si considera che in questi casi gli abusi che non arrivano ad essere denunciati sono talmente tanti che qualsiasi statistica risulta inficiata. Quale sarebbe il “campione rappresentativo”, cardine della statistica, su cui si basano i numeri snocciolati in trasmissione? Semplicemente non esistono, perché queste pseudo percentuali si basano solo sui casi denunciati, che sono una minima parte dei casi reali.

Tra l’altro, e lo dico per informazione sia sua che di Socci, solo negli ultimi anni i giornali nazionali hanno dato notizia di almeno 170 sacerdoti pedofili italiani. E sono pochi quelli che vengono alla ribalta delle cronache. Non solo lo so io, che ho fatto le ricerche del caso e ho reso pubblico il database su MicroMega, ma lo sa benissimo anche la redazione di Annozero, che mi ha contattato proprio per avere queste informazioni. E degli argomenti di cui si è parlato in quelle due ore trascorse al telefono con loro, non se n’è vista traccia in trasmissione. Per non scontentare Socci e chi per lui?

Senza contare che Socci ha ritenuto opportuno parlare della perseguitata Chiesa cattolica, guardandosi bene dal menzionare la Chiesa persecutrice, la responsabilità della chiesa nei genocidi di Rwanda, Canada, Argentina, il ruolo più che ambiguo di Pio XII nei confronti del fascismo e del nazismo, gli appoggi alle peggiori dittature, a partire da quelle di Spagna e Grecia, le crociate moderne contro omosessuali e “relativisti”.

Ho anche sentito Socci parlare dei bambini africani, malnutriti e malati, di cui solo la Chiesa, a detta sua, pare preoccuparsi. Strano che non si sia specificato che, a fronte del miliardo di euro l’anno che la Chiesa incamera solo dall’otto per mille, per quei bambini spende solo 85 milioni. La chiesa incassa 100, spende 20 (?) e fa pure la figura della santa! Perché non informare anche di questo il pubblico?

Lei si è premurato invece di dare voce alla Chiesa istituzionale, con l’invito al vescovo di Palestrina, che ha tenuto a sottolineare l’impegno di Ratzinger nei confronti della pedofilia clericale. Nessuno però ha specificato che, a smentire le parole del pontefice, ci sono fatti incontrovertibili: da un lato, in quei famosi viaggi negli Stati Uniti e in Australia, il papa ha preso posizione contro i sacerdoti pedofili, dall’altro, sempre in quei viaggi, si è accompagnato con vescovi e cardinali famosi per aver protetto e coperto gli stessi preti pedofili.

Inoltre, bastava ricordare che Ratzinger non ha mai espulso dalla Chiesa i vescovi che hanno abusato dei bambini o che hanno coperto i sacerdoti pedofili, crimine anche peggiore: in alcuni casi si è limitato ad accettarne le dimissioni. Non sarebbe stato opportuno sapere dove finiscono questi vescovi, una volta lasciata la loro carica? E perché non vengono ridotti allo stato laicale?

In più, ho personalmente trovato urticante quel sorrisetto compiaciuto sulle labbra del prelato, nel vedere come i suoi colleghi sfuggissero ai giornalisti. Quel sorriso è un’espressione universale. E’ il ghigno del potere impunito.

Senza contare che la scelta di andare negli Stati Uniti a documentare alcuni casi americani fa sembrare che questa problematica riguardi ancora, per la maggior parte, i sacerdoti di oltre oceano. Evidentemente, non è opportuno informare gli italiani del fatto che in Italia, a casa nostra, sono accadute le stesse cose, e anche di peggio. Bastava raccontare l’epopea dell’Istituto Provolo per bambini sordi di Verona, dove gli abusi si sono perpetrati per decenni, nella stessa indifferenza che la Chiesa istituzionale ha dimostrato nei confronti della vicenda di Murphy.

Inoltre, come sempre, non ho sentito una sola parola che spiegasse cos’è, fisicamente, un abuso sessuale su un bambino, cosa accade al corpo di un bambino, che non è ancora un corpo adulto, né ho sentito chiedere come mai la Chiesa, che si dice tanto caritatevole, sia così concentrata a proteggere i propri beni piuttosto che a sostenere, anche economicamente, le vittime dei sacerdoti, che hanno bisogno di terapie e sostegno.

Ho sentito invece parlare di cure e riabilitazione dei preti pedofili. Mi permettano i soloni ospiti di Annozero: sono fesserie. I sexual offender non “guariscono”, e pedofili si resta per sempre. Glielo avrebbe saputo dire anche un qualunque studente di psicologia del terzo anno. Al massimo, in rarissimi casi, si può imparare a contenere la pulsione deviata, se si vive in un contesto in cui non ci sia esposizione a certi “stimoli”.

Inoltre, e non vorrei annoiarla oltre, ci si è ben guardati dallo spiegare che la genesi della pedofilia clericale è del tutto differente dalla genesi della pedofilia “comune”. Perché la pedofilia clericale nasce nei seminari minori, fomentata dalla cultura sessuofobica, quella che la Chiesa istituzionale non intende affatto “rivedere” o mettere in discussione, perché è il mezzo che utilizza per ingenerare il senso di colpa e governare, attraverso di esso, le coscienze dei fedeli e dei suoi stessi sacerdoti. Senza contare che proprio nei seminari si viene abusati da piccoli, imparando così ad abusare da grandi.

La politica che sta mettendo in atto la Chiesa è quella dell’ “anello debole”. Fino a che non è esploso lo scandalo, l’anello debole erano le vittime, e lo sono ancora. Quando le gerarchie ecclesiastiche sono state messe di fronte al problema e hanno dovuto dare risposte concrete, hanno sacrificato un altro anello debole, i sacerdoti pedofili. Guardandosi bene dall’ammettere le proprie responsabilità nella genesi di quella stessa pedofilia.

Ecco, la sua trasmissione è stata un’occasione perduta.

(4 giugno 2010)

giovedì 20 maggio 2010

Legge bavaglio: ma Fini dov’è?


di Alessandro Gilioli

Ricevo sempre la newsletter di FareFuturo e ne leggo spesso gli articoli: quasi tutti pieni di buon senso e spirito liberale, attenzione al nuovo e pulsione all’osmosi, insomma condivisibili al punto che quando chiudo la pagina mi chiedo se in fondo non sono un po’ di destra anch’io.

Ecco.

Ora, come ognuno sa FareFuturo è roba di Fini, è la punta più avanzata della dissidenza nel Pdl, il laboratorio di quella destra postberlusconiana e civile che vuole proporsi per guidare il paese quando sarà finita l’ipnosi collettiva del gran fabulatore.

Quindi, sempre con il massimo rispetto, ora io vorrei tanto chiedere al bravo Filippo Rossi, all’ottima Flavia Perina, al pacato Alessandro Campi, ma anche agli onorevoli Italo Bocchino e Fabio Granata, a tutti i fondatori di Generazione Italia tipo Carmelo Briguglio e Benedetto Della Vedova, Andrea Ronchi o Roberto Menia, e così via:

ma una parola contro questa legge bavaglio sulla stampa, no?

Ma davvero la fate passare così, con i vostri voti decisivi alle Camere?

E con quale faccia vi ripresenterete il giorno dopo a parlarci di liberalismo e destra moderna e a fare la fronda al Cav.?

Scusate, ma questa mi pare un po’ una prova del nove, per vedere se pensate davvero le cose che dite o giocate solo a fare gli adolescenti ribelli, di quelli che però all’ora di cena tornano sempre a casa.

Fateci sapere.

(19 maggio 2010)

lunedì 29 marzo 2010

Chiesa e pedofilia, l’omertà imposta da Ratzinger


Il teologo Hans Küng in un suo recente intervento sul quotidiano la Repubblica ha accusato esplicitamente papa Ratzinger di avere imposto il silenzio sul dilagare della pedofilia nel clero cattolico e ha citato a questo proposito un ben preciso documento firmato nel 2001 dal pontefice. E’ lo stesso documento che in Germania ha fatto pubblicamente infuriare il ministro degli Interni. Hans Küng ha specificato che sui casi di pedofilia Ratzinger ha imposto il “segreto pontificio”, che però nessuno sa cosa sia. Eppure sia l’intero testo del documento firmato dall’attuale papa e sia il testo della definizione vaticana di cosa sia il segreto pontificio sono stampati e ben commentati nell’appendice del libro “Emanuela Orlandi – La Verità: dai Lupi Grigi alla banda della Magliana”, edito nel 2008 da Baldini-Castoldi-Dalai e scritto dal giornalista Pino Nicotri. Il quale per giunta ne aveva già ampiamente parlato nel suo blog http://www.pinonicotri.it/ e prima ancora sul blog che aveva sul sito del settimanale L’espresso. Stranamente però i mass media hanno continuato a far finta di niente nonostante la frequente riproposizione dei due documenti sul blog di Nicotri man mano che esplodeva il nuovo scandalo della pedofilia nel clero in Irlanda e in Germania, e nonostante le molte interviste date a radio e tv non solo private.

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo quindi l’intera appendice del suo libro dedicata appunto alle responsabilità di papa Ratzinger in questo brutto argomento e al cosa sia esattamente il misterioso “segreto pontificio”.

IL MURO DEL “SEGRETO PONTIFICIO”: SILENZIO OBBLIGATORIO SUI RELIGIOSI PEDOFILI E/O ADESCATORI IN CONFESSIONALE

di Pino Nicotri

Il silenzio e l’omertà della Segreteria di Stato del Vaticano possono sorprendere, ma se ne comprende meglio l’origine e il motivo se si è a conoscenza del fatto che in tutto il mondo i religiosi di professione hanno l’obbligo del “segreto pontificio” per tutto ciò che riguarda gli atti sessuali con maggiorenni adescati durante il sacramento della confessione o ai danni di minori comunque adescati e abusati. Si tratta di un ordine aggiornato nel 2001 per volontà proprio di Wojtyla e a firma degli allora monsignori Joseph Ratzinger e Tarcisio Bertone. Nel caso Emanuela sia stata vittima di abusi sessuali, l’obbligo di preti, sacerdoti, monaci e monache dentro e fuori il Vaticano era tenere la bocca cucita, quali che fossero le conseguenze degli ipotetici abusi. Vediamo meglio questa scivolosa faccenda raccontando qualche caso realmente accaduto e vedendo come lo stesso confessionale oggi diffuso in tutte le chiese è nato proprio per tentare di arginare gli abusi sessuali dei religiosi, da sempre fin troppo in voga.

Al tempo del caso Orlandi il segretario dell’anticamera del papa era una persona molto particolare: il già allora noto pedofilo monsignor Julius Paetz, polacco come Wojtyla. Dopo qualche tempo è stato promosso arcivescovo di Poznan e in tale veste spedito in Polonia. Nonostante l’accumularsi di denunce – almeno 14 - per abusi sessuali ai danni di giovani seminaristi, il pedofilo Paetz stava per essere elevato, sempre da Wojtyla, alla prestigiosa carica di primate della Polonia quando il governo polacco ha deciso di rompere gli indugi ed uscire allo scoperto per evitare l’insulto e l’infamia di una tale promozione. Minacciando pubblicamente di cacciare l’arcivescovo dal Paese, Varsavia il 28 marzo 2002 riusciva a ottenerne le dimissioni. Insomma Paetz, accolto di nuovo in Vaticano e questa volta come un perseguitato – nella cattolicissima Polonia! – e un eroe era un accanito pedofilo. Così come Emanuela Orlandi era una bella minorenne. Essendo lei di sesso femminile, non è detto che Paetz volesse aggiungerla al suo carnet, ma alla luce dei molti scandali di sacerdoti stupratori di minorenni di entrambi i sessi non è una ipotesi da escludere a priori. Per esempio, la settimana della Pasqua del 2006 è esploso in Italia lo scandalo di un parroco fiorentino, don Lelio Cantini, che per l’appunto collezionava da decenni violenze sessuali ai danni di bambini e bambine.

Una ventina di vittime di Cantini, ormai adulte, si sono rivolte con fiducia alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, inviando fin dal gennaio 2004 alla curia locale esposti e memoriali sulle violenze sessuali subite quando erano bambini dal sacerdote titolare della parrocchia Regina della Pace. A furia di insistere, hanno ottenuto qualche incontro prima con l’arcivescovo Silvano Piovanelli e poi con il suo successore arcivescovo Ennio Antonelli oltre che nel frattempo con l’ausiliare Claudio Maniago. Tutto quello che sono riusciti però a ottenere è stato il trasferimento del parroco mascalzone in un’altra parrocchia della stessa diocesi a far data dal settembre 2005, cioè ben 20 mesi dopo gli esposti. Il trasferimento è stato motivato ufficialmente “per motivi di salute”, vale a dire senza che il parroco pluristupratore di lungo corso venisse né denunciato alla magistratura né svergognato in altro modo né privato dell’abito talare con la sospensione “a divinis”.

Deluse, le vittime e i loro familiari si sono allora rivolti al papa, con una lettera del 20 marzo 2006 recante in allegato i dettagliati memoriali di dieci tra le venti vittime che avevano iniziato a protestare. “Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio”, hanno spiegato al papa il 13 ottobre 2006 con una nuova missiva, nella quale a proposito dell’ex parroco parlano di “iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane”. I dieci lamentano anche come a quasi due anni dall’inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non fosse ancora arrivata né “una decisa presa di distanza” dai personaggi della curia resi edotti della vicenda né “una scusa ufficiale” e neppure “un atto riparatore autorevole e credibile”.

Alla loro missiva ha risposto il cardinale Camillo Ruini, all’epoca numero uno della Conferenza Episcopale Italiana, ma in un modo francamente incredibile, di inaudita ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità. Il famoso cardinale, tanto impegnato nella lotta incessante contro la laicità dello Stato italiano, a fronte alle porcherie del suo sottoposto si rivela quanto mai imbelle, omertoso e di fatto complice: tutta la sua azione si riduce a una lettera agli stuprati per ricordare loro che il parroco criminale il 31 marzo ha lasciato anche la diocesi e per augurare che il trasferimento “infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti”. Insomma, fuor dalle chiacchiere e dall’ipocrisia, Ruini si limita a raccomandare che tutti si accontentino della rimozione di Cantini e se ne stiano pertanto d’ora in poi zitti e buoni, paghi del fatto che il prete pedofilo e stupratore sia stato spedito a soddisfare le sue brame carnali altrove. Come a dire che i parenti delle vittime della strage di piazza Fontana o del treno Italicus si sentano rispondere dal Capo dello Stato non con il dovuto processo ai colpevoli, bensì con una letterina buffetto sulle guance che annuncia, magno cum gaudio, che i colpevoli anziché andare in galera sono stati trasferiti in altri uffici e che pertanto augura, cioè di fatto ordina, “serenità” tra i superstiti e i parenti delle vittime. Un simile comportamento oggi non ce l’hanno neppure gli Stati Uniti: è vero che non permettono a nessuno Stato estero di giudicare i propri soldati quali che siano i crimini da loro commessi nei loro territori, da Mai Lay al Cermis, da Abu Graib a Guantanamo e Okinawa, ma è anche vero che gli Usa anziché stendere il velo omertoso del segreto li processano pubblicamente in patria e non sempre in modo compiacente.

Il dramma però è che Ruini ai fedeli fiorentini che hanno subìto quello che hanno subìto non poteva rispondere altrimenti, perché – per quanto possa parere incredibile – a voler imporre il silenzio, anzi il “segreto pontificio” sui reati gravi commessi dai religiosi, compresi gli stupri di minori, è stato proprio l’attuale papa, Ratzinger. Con una ben precisa circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo il 18 maggio 2001 e che più avanti riproduciamo per intero, l’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, come si chiama oggi ciò che una volta era la Santa (!) Inquisizione e poi il Sant’Uffizio, non solo imponeva il segreto su questi poco commendevoli argomenti, ma avvertiva anche che a volere una tale sciagurata direttiva era il papa di allora in persona. Vale a dire, quel Wojtyla che più si ha la coda di paglia e più si vuole sia fatto “santo subito”, in modo da sottrarlo il più possibile alle critiche per i suoi non pochi errori. Compresi quello di accreditare senza motivo alcuno il “rapimento” di Emanuela Orlandi.

Da notare che per quell’ordine scritto, diramato a tutti i vescovi assieme all’allora suo vice, cardinale Tarcisio Bertone (scelto dal papa tedesco come nuovo Segretario di Stato), Ratzinger nel 2005 è stato incriminato negli Stati Uniti per cospirazione contro la giustizia in un processo contro preti pedofili in quel di Houston, nel Texas. Per l’esattezza, presso la Corte distrettuale di Harris County figurano imputati il responsabile della diocesi di Galveston Houston, arcivescovo Joseph Fiorenza, i sacerdoti pedofili Juan Carlos Patino Arango e William Pickand, infine anche l’attuale pontefice. Questi è accusato di avere coscientemente coperto, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali su minori. Da notare che l’omertà e la complicità di fatto garantita dalla circolare Ratzinger-Bertone ha danneggiato non solo la giustizia di quel processo, ma anche dei molti altri che hanno scosso il mondo intero scoperchiando la pentola verminosa sia dei religiosi pedofili negli Stati Uniti (dove la Chiesa ha dovuto pagare centinaia di milioni di dollari con una marea di risarcimenti) che di quelli pedofili in altre parti del mondo. Un porporato che si è visto denunciare un folto gruppo di preti dalle loro vittime, anziché punire i colpevoli li ha protetti facendoli addirittura espatriare nelle Filippine, in modo da sottrarli per sempre alla giustizia.

A muovere l’accusa contro l’attuale pontefice, documenti vaticani alla mano, è l’avvocato Daniel Shea, difensore di tre vittime della pedofilia dei religiosi di Galveston Houston. E Ratzinger sarebbe stato trascinato in tribunale, forse in manette data la gravità del reato, se non fosse nel frattempo diventato papa. Nel settembre 2005 infatti il ministero della Giustizia, su indicazione di Bush e Condolezza Rice, ha bloccato il processo contro Ratzinger accogliendo la richiesta dell’allora segretario di Stato del Vaticano, Angelo Sodano, di riconoscere anche al papa, in quanto capo dello Stato pontificio, il diritto all’immunità riconosciuto non solo dagli Stati Uniti per tutti i capi di Stato.

Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

«LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001

Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.

Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici.

Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico. Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.

I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:

- I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè:

1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate;

2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima;

3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;

4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;

- Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:

1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo;

2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso;

3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;

- Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.

Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.

Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione.

Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.

Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede.

Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto.

Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.

Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.

Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.

Joseph card. Ratzinger, prefetto.

Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

Come avrete notato, lo scippo della pedofilia alla magistratura civile e penale di tutti gli Stati dove viene consumata è nascosto tra molte parole che parlano di tutt’altro. E il ruolo “giudiziario”, cioè di fatto omertoso, della Congregazione ex Sant’Ufficio è comunque confermato in pieno dalla vicenda fiorentina. A difendere i fedeli violati sono scesi in campo anche i locali preti ordinari e a causa delle loro insistenze il cardinale Antonelli il 17 gennaio ha scritto alle vittime di Cantini che al termine di un “processo penale amministrativo” tutto interno alla curia e sentita per l’appunto la Congregazione per la dottrina della fede, l’ex parroco “non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna”. Tutto qui! Di denuncia alla magistratura, neppure l’ombra, e del resto il “segreto pontificio” non lascia scampo. Per uno che per anni e anni se l’è fatta da padrone anche con il sesso di ragazzine di soli 10 anni - e di 17 le più “vecchie” – senza neppure scomodarsi con un viaggio nella Thailandia paradiso dei pedofili, si tratta di una pena piuttosto leggerina…. Da far felice qualunque pedofilo incallito! Quanto alle vittime, Antonelli ha anticipato l’ineffabile Ruini: visto che “il male una volta compiuto non può essere annullato”, il cardinale invita le pecorelle struprate a “rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda in cui siete stati coinvolti”, e a invocare da Dio “la guarigione della memoria”.

Ma a guarire, anche dai troppi condizionamenti opportunistici della memoria, deve essere semmai il Vaticano. E infatti i fedeli fiorentini, che hanno letto la missiva del cardinale con “stupore e dolore”, hanno deciso di non fermarsi. Finora non hanno fatto nemmeno causa civile, ma d’ora in poi, dicono, “nulla è più escluso”. I preti schierati dalla loro parte chiedono al papa – nella lettera inviata tramite la Segreteria di Stato oggi retta proprio da Bertone! - “un processo penale giudiziario”, che convochi testimoni e protagonisti, e applichi “tutte le sanzioni previste dall’ordinamento ecclesiastico”. Chiedono inoltre che Cantini, colpevole di avere rovinato non poche vite, sia “privato dello stato clericale” anche “a tutela delle persone che continuano a seguirlo”. Però, come avrete notato, neppure i buoni preti fiorentini si sognano di fare intervenire la magistratura dello Stato italiano. I panni sporchi si lavano in famiglia… Che è il modo migliore di continuare a non lavarli. Come per la scomparsa di Emanuela Orlandi.

Poiché però ai fedeli pesa sempre molto “creare scandalo alla Chiesa”, scusa con la quale si è sempre evitato che certe cose si venissero a sapere, i fiorentini che si sono rivolti al papa e al Segretario di Stato non hanno avuto la forza di non accontentarsi del silenzio d’Oltretevere e di rivolgersi quindi alla magistratura. E’ così che Ratzinger in visita negli Stati Uniti e in Australia, due enormi Paesi scossi da centinaia di casi anche giudiziari di pedofilia dei religiosi, ha incredibilmente potuto ergersi a paladino delle denunce anche penali. Le belle parole non costano niente, tanto poi tutto procede come prima, specie in Italia e in Vaticano.

Chi difende a spada tratta Ratzinger e Bertone per il documento del 2001, arrivando a sostenere che esso semmai facilitava la giusta punizione per i preti pedofili, mente o sapendo di mentire o per eccesso di ignoranza. Già è molto grave che in quel documento la pedofilia sia definita “peccato contro la morale” anziché contro la persona. Forse che i bambini e le bambine non sono persone? Dei quali abusare senza troppi problemi, vedasi anche il caso del fondatore dei Legionari di Cristo condannato dal papa a “fare penitenza” anziché essere privato dell’abito talare e spedito in galera. In quel documento è stato anche ordinato di elevare da 16 a 18 anni la definizione di età minore e a 10 anni il periodo necessario per la decorrenza termini per l’eventuale processo davanti al tribunale religioso (religioso, non civile, cioè non statale, non con magistrati ordinari). Possono parere due buone misure, moralizzatrici: ma l’unico risultato è quello di sottrarre i colpevoli alla denuncia alla magistratura ordinaria per almeno 10 anni filati e di dare loro la possibilità di spassarsela anche con ragazzi tra i 16 e i 18 anni senza finire automaticamente nei guai. Saranno anche state buone le intenzioni di quelle due estensioni, ma come si sa - e in Vaticano dovrebbero saperlo meglio di tutti - di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno. E infatti dover mantenere il segreto pontificio per almeno 10 anni sui “peccati” di pedofilia - che non sono considerati reati! - ha una ben precisa conseguenza: dopo 10 anni il reato di pedofilia si estingue in quasi tutti i Paesi del mondo.

Per evitare dubbi e minimalismi, ho recuperato dagli archivi vaticani la definizione di cosa sia il “segreto pontificio”, firmata nel 1974 dall’allora Segretario di Stato, cardinale Jean Villot, dopo opportuna direttiva ricevuta dalla viva voce di papa Paolo VI. Come chiunque può rendersi onestamente conto leggendo il testo - che tratta il problema del segreto in modo talmente pignolo da fare invidia a comandi militari e massonerie varie - è assolutamente escluso che un argomento sottoposto a segreto pontificio possa essere portato a conoscenza di “estranei”. Cioè, per esempio, di polizia, carabinieri e magistrati o degli stessi genitori delle vittime.

“Segreteria di Stato

Norme sul segreto pontificio

Quanto concordi con la natura degli uomini il rispetto dei segreti, appare evidente anzitutto dal fatto che molte cose, benché siano da trattare esternamente, traggono tuttavia origine e sono meditate nell’intimo del cuore e vengono prudentemente esposte soltanto dopo matura riflessione.

Perciò tacere, cosa davvero assai difficile, come pure parlare pubblicamente con riflessione sono doti dell’uomo perfetto: infatti c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare (cf. Eccle 3,7) ed è un uomo perfetto chi sa tenere a freno la propria lingua (cf. Gc 3,2).

Questo avviene anche nella Chiesa, che è la comunità dei credenti, i quali, avendo ricevuto la missione di predicare e testimoniare il Vangelo di Cristo (cf. Mc 16, 15; At 10,42), hanno tuttavia il dovere di tenere nascosto il sacramento e di custodire nel loro cuore le parole, affinché le opere di Dio si manifestino in modo giusto e ampio, e la sua parola si diffonda e sia glorificata (cf. 2 Ts 3, 1).

A buon diritto, quindi, a coloro che sono chiamati al servizio del popolo di Dio vengono confidate alcune cose da custodire sotto segreto, e cioè quelle che, se rivelate o se rivelate in tempo o modo inopportuno, nuocciono all’edificazione della Chiesa o sovvertono il bene pubblico oppure infine offendono i diritti inviolabili di privati e di comunità (cf. Communio et progressio, 121).

Tutto questo obbliga sempre la coscienza, e anzitutto dev’essere severamente custodito il segreto per la disciplina del sacramento della penitenza, e poi il segreto d’ufficio, o segreto confidato, soprattutto il segreto pontificio, oggetto della presente istruzione. Infatti è chiaro che, trattandosi dell’ambito pubblico, che riguarda il bene di tutta la comunità, spetta non a chiunque, secondo il dettame della propria coscienza, bensì a colui che ha legittimamente la cura della comunità stabilire quando o in qual modo e gravità sia da imporre un tale segreto.

Coloro poi che sono tenuti a tale segreto, si considerino come legati non da una legge esteriore, quanto piuttosto da un’esigenza della loro umana dignità: devono ritenere un onore l’impegno di custodire i dovuti segreti per il bene pubblico.

Per quanto riguarda la Curia Romana, gli affari da essa trattati a servizio della Chiesa universale, sono coperti d’ufficio dal segreto ordinario, l’obbligo morale del quale dev’essere stabilito o da una prescrizione superiore o dalla natura e importanza della questione. Ma in taluni affari di maggiore importanza si richiede un particolare segreto, che viene chiamato segreto pontificio e che dev’essere custodito con obbligo grave.

Circa il segreto pontificio la segreteria di stato ha emanato una istruzione in data 24 giugno 1968; ma, dopo un esame della questione da parte dell’assemblea dei cardinali preposti ai dicasteri della Curia Romana, è sembrato opportuno modificare alcune norme di quella istruzione, affinché con una più accurata definizione della materia e dell’obbligo di tale segreto, il rispetto del medesimo possa essere ottenuto in modo più conveniente.

Ecco dunque qui di seguito le norme.

Art. I

Materia del segreto pontificio

Sono coperti dal segreto pontificio:

1) La preparazione e la composizione dei documenti pontifici per i quali tale segreto sia richiesto espressamente.

2) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti affari che vengono trattati dalla Segreteria di stato o dal Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, e che devono essere trattati sotto il segreto pontificio;

3) Le notificazioni e le denunce di dottrine e pubblicazioni fatte alla Congregazione per la dottrina della fede, come pure l’esame delle medesime, svolto per disposizione del medesimo dicastero;

4) Le denunce extra-giudiziarie di delitti contro la fede e i costumi, e di delitti perpetrati contro il sacramento della penitenza, come pure il processo e la decisione riguardanti tali denunce, fatto sempre salvo il diritto di colui che è stato denunciato all’autorità a conoscere la denuncia, se ciò fosse necessario per la sua difesa. Il nome del denunciante sarà lecito farlo conoscere solo quando all’autorità sarà parso opportuno che il denunciato e il denunciante compaiano insieme;

5) I rapporti redatti dai legati della Santa Sede su affari coperti dal segreto pontificio;

6) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la creazione di cardinali;

7) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la nomina di vescovi, di amministratori apostolici e di altri ordinari rivestiti della dignità episcopale, di vicari e prefetti apostolici, di legati pontifici, come pure le indagini relative;

8) Le informazioni avute in ragione dell’ufficio, riguardanti la nomina di prelati superiori e di officiali maggiori della Curia Romana;

9) Tutto ciò che riguarda i cifrari e gli scritti trasmessi in cifrari.

10) Gli affari o le cause che il Sommo Pontefice, il cardinale preposto a un dicastero e i legati della Santa Sede considereranno di importanza tanto grave da richiedere il rispetto del segreto pontificio.

Art. II

Le persone tenute al segreto pontificio

Hanno l’obbligo di custodire il segreto pontificio:

1) I cardinali, i vescovi, i prelati superiori, gli officiali maggiori e minori, i consultori, gli esperti e il personale di rango inferiore, cui compete la trattazione di questioni coperte dal segreto pontificio;

2) I legati della Santa Sede e i loro subalterni che trattano le predette questioni, come pure tutti coloro che sono da essi chiamati per consulenza su tali cause;

3) Tutti coloro ai quali viene imposto di custodire il segreto pontificio in particolari affari;

4) Tutti coloro che in modo colpevole, avranno avuto conoscenza di documenti e affari coperti dal segreto pontificio, o che, pur avendo avuto tale informazione senza colpa da parte loro, sanno con certezza che essi sono ancora coperti dal segreto pontificio.

Art. III

Sanzioni

1) Chi è tenuto al segreto pontificio ha sempre l’obbligo grave di rispettarlo.

2) Se la violazione si riferisce al foro esterno, colui che è accusato di violazione del segreto sarà giudicato da una commissione speciale, che verrà costituita dal cardinale preposto al dicastero competente, o, in sua mancanza, dal presidente dell’ufficio competente; questa commissione infliggere delle pene proporzionate alla gravità del delitto e al danno causato.

3) Se colui che ha violato il segreto presta servizio presso la Curia Romana, incorre nelle sanzioni stabilite nel regolamento generale.

Art. IV

Giuramento

Coloro che sono ammessi al segreto pontificio in ragione del loro ufficio devono prestar giuramento con la formula seguente:

“Io… alla presenza di…, toccando con la mia mano i sacrosanti vangeli di Dio, prometto di custodire fedelmente il segreto pontificio nelle cause e negli affari che devono essere trattati sotto tale segreto, cosicché in nessun modo, sotto pretesto alcuno, sia di bene maggiore, sia di causa urgentissima e gravissima, mi sarà lecito violare il predetto segreto. Prometto di custodire il segreto, come sopra, anche dopo la conclusione delle cause e degli affari, per i quali fosse imposto espressamente tale segreto. Qualora in qualche caso mi avvenisse di dubitare dell’obbligo del predetto segreto, mi atterrò all’interpretazione a favore del segreto stesso. Parimenti sono cosciente che il trasgressore di tale segreto commette un peccato grave. Che mi aiuti Dio e mi aiutino questi suoi santi vangeli che tocco di mia mano”.

Il Sommo Pontefice Paolo VI, nell’udienza concessa il 4 febbraio 1974 al sottoscritto, ha approvato la seguente istruzione ed ha comandato che venga pubblicata, ordinando che entri in vigore a partire dal 14 marzo del medesimo anno, nonostante qualsiasi disposizione contraria.

Jean card. Villot - Segretario di Stato”

Se poi volessimo passare dalla cronaca alla Storia, diamo un’occhiata al passato.

“Ci sono religiosi che cercano di tentare la castità delle donne virtuose perfino durante la confessione, e osano abusare di questo solenne sacramento per sedurle”. “Ma degli enormi abusi si faccia una relazione modesta, per non scoprire le nostre vergogne”. “Non si faccia nessuna menzione dei sacerdoti scellerati e degli enormi delitti”. Autorizziamo i tribunali spagnoli a perseguire in giudizio gli abusi sessuali dei padri confessori”. “Estendiamo ai tribunali portoghesi il permesso di perseguire in giudizio gli abusi sessuali dei padri confessori”. “Estendiamo a tutti i tribunali, non solo a quelli spagnoli e portoghesi, l’autorizzazione a perseguire in giudizio gli abusi sessuali perpetrati approfittando del sacramento delle confessione”. Sono solo alcune delle accuse e preoccupazioni emerse niente di meno che durante il Concilio di Trento, specialmente nella sessione del 1547. Le parole che invitano a parlare il meno possibile, e solo in modo riservato, del “vizietto” dei confessori sono del vescovo di Upsala e di quello di Albi. L’invito al tribunale spagnolo perché intervenisse contro il clero che abusava del sesso e della confessione è invece di papa Pio IV, emesso nel 1561. La discesa in campo anche del tribunale portoghese prima e di tutti gli altri dopo è stata decisa dai successori di Pio IV, e le norme di carattere generale sull’argomento si trovano in una “costitutio” emessa da papa Gregorio XV nel 1622.

Come dimostrano anche gli atti del Concilio di Trento, le bolle papali citate, il Concilio di Cosenza (1579) e quello di Firenze, le sentenze dell’Inquisizione e una marea d’altri documenti, la Chiesa ha da sempre il grave problema degli abusi sessuali in particolare dei confessori, e da sempre cerca di “non rivelare le nostre vergogne”, cioè a dire cerca di non far trapelare nulla. Il comportamento scorretto a fini sessuali in confessionale finì con l’avere una sua particolare definizione: sollicitatio ad turpia, cioè sollecitazione alle cose turpi. E non è certo un caso che la direttiva “giudiziaria” emessa nel 1924 e aggiornato nel 1962, avesse un nome simile: Sollicitatio criminis.

Sull’uso adescatorio del confessionale vale la pena leggere il volume del 1988 “Sesso e religione nel Seicento a Venezia: la sollecitazione in confessionale”, di Claudio Matricardo. Chi vuole saperne di più dal punto di vista statistico si legga in particolare le pagine da 110 a 119 e da 144 a 147 del libro “The Inquisition in Earlly Modern Europe. Studies on Sources and Method”, di John Tedeschi e Gustav Henningsen, edito nel 1986 dalla Northern Illinois University Press. Gli abusi erano tali e tanti che si dovette proibire la confessione a domicilio o nelle celle dei confessori e imporre l’uso del confessionale che vediamo oggi nelle chiese. Il primo disegno a stampa di questo attrezzo si ha a Milano, ideato a bella posta da S. Carlo Borromeo e realizzato materialmente nei prototipi da Ludovico Moneta, suo devoto funzionario di curia ed ebanista dilettante. Nelle sue Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae, scritto nel 1573 – in occasione del terzo concilio provinciale, tenuto a Milano - e pubblicato a fine ’77, Borromeo raccomanda che i confessionali modello Moneta fossero dislocati in posti ben visibili nella parte pubblica delle chiese e che “la parte frontale [del confessionale] deve essere completamente aperta, senza chiusure di sorta”. Per giunta, S. Carlo ordina, subito accontentato da Moneta nei disegni del progetto, che ci sia una apposita parete divisoria per impedire il contatto fisico o anche il solo guardarsi da vicino tra confessore e penitenti.

La prima idea e la prima pratica di confessionale anti abusi sessuali sono della Verona del vescovo Gian Matteo Giberti, ed è possibile che S. Carlo gliel’abbia copiata, visto che il suo assistente e organizzatore del concilio tenuto a Milano è quel Niccolò Ormaneto che era stato stretto collaboratore di Giberti proprio a Verona. Nel 1565 gli abusi sessuali dei religiosi costrinsero le autorità civili di Chiari, nel Bresciano, a chiedere al vescovo, che acconsentì, di proibire le confessioni nelle celle dei frati. Nel 1575 papa Gregorio XIII proibì del tutto le confessioni a domicilio e nelle celle e rese obbligatorio l’uso del confessionale ordinando che “il sacerdote e il penitente siano in piena vista del popolo”.

Leggiamo cosa scrive alla curia vaticana - ancora dieci anni dopo la decisione di papa Gregorio - lo stesso Ormaneto, diventato nel frattempo nunzio apostolico in Spagna: “Da diverse parti molte persone di buon zelo lacrimano meco la gran abominatione di molti huomini impii che violano il sacramento della penitentia, tentando nell’atto della confessione et fuori d’essa di saziar il suo sfrenato et bestial appetito con figliole spirituali; et di questo abominevole peccato ho sentito gran querele“. Ormaneto era talmente scandalizzato che suggerì di ampliare la definizione di sollecitatio ad turpia non solo all’adescamento sessuale in occasione della confessione, ma anche in quello comunque attuato mentre si è in chiesa anche solo per meditare. Addirittura propose di fare intervenire l’Inquisizione in tutte le trasgressioni sessuali dei confessori, cioè non solo in quelle avvenute in chiesa. Ma papa Gregorio XIII, che pure aveva reso prudentemente obbligatorio il confessionale come lo conosciamo oggi, non gli diede retta e in una lettera del 20 febbraio 1576 obiettò - all’esatto contrario di Ratzinger - che “li errori che direttamente non contraddicono a la fede Cattolica non debbano essere conosciuti dal Sant’Officio”, come pure veniva chiamata la terribile Inquisizione. Per evitare il più possibile le tentazioni del sesso, venne proibito esplicitamente l’antico gesto dell’imposizione delle mani sul penitente al momento dell’assoluzione, gesto già reso pressoché impossibile dalla stessa struttura del confessionale “brevettato” da Moneta e S. Carlo.

Come si vede, in particolare il momento della confessione – ma non solo quello - è sempre stato per la Chiesa anche un cruccio, perché ottima occasione di adescamento: il prete costretto al celibato - e in teoria anche alla mancanza di vita sessuale - si trova infatti solo con una donna, che parla di peccati sessuali, cioè di lussuria…. Come parlare di prosciutto, bistecche e cosce di pollo a un affamato. “La carne è debole” è una realtà che vale per tutti, specie se mancano i controlli e la sorveglianza. I soldati quando sono loro i padroni della situazione ne approfittano, quale che sia la loro nazionalità, così come i funzionari dello Stato o di partito, bianco, rosso o nero che sia, che maneggiano fondi o fette di potere e i boss delle televisioni con potere di assunzione in pianta stabile.

Il problema che ci riguarda, nel contesto della vicenda Orlandi, è semplice: se per ipotesi Emanuela è rimasta vittima degli abusi sessuali di un religioso, specie se della gerarchia vaticana, e sempre per ipotesi qualcuno, ad esempio in Segreteria di Stato, è venuto a saperlo, questo qualcuno aveva e ha l’obbligo del segreto. L’obbligo cioè di tacere con chiunque e in specie con i laici: quelli, cioè, che si occupano di indagini, delitti, tribunali, processi, giustizia. Nel caso all’abuso sessuale sia seguita la morte accidentale o per delitto, voluto o da raptus, c’è parimenti l’obbligo al segreto: non si può infatti denunciare un omicidio per motivi sessuali o anche “solo” una morte accidentale nel contesto di abusi sessuali senza infrangere l’obbligo del segreto pontifico sugli abusi sessuali dei religiosi di professione! E’ sconvolgente, ma è così. Chiacchiere a parte, è così. E ancor più lo era prima del 2001: vale a dire, anche ai tempi di Wojtyla e della scomparsa di Emanuela Orlandi.

(28 marzo 2010)