| Foto di Tina&Tojo |
Però ho il cuore bianconero, da quando nel 1996 un certo Fabrizio Ravanelli segnò un goal e quella sera ci portammo a casa una coppa enorme, che io poi il giorno dopo con il bianchetto disegnai sulla copertina del sussidiario.
E, anche se ho qualche lacuna in materia, c'è un ragazzo, un ragazzo che è diventato uomo, che è sempre stato una delle mie certezze: un vero signore prima che un calciatore.
Quando ieri pomeriggio l'ho visto in tv entrare a ritirare la Sua medaglia mi è scesa una lacrima prima, e poi un'altra e un'altra ancora. Vicino a me c'era quasi tutta la mia famiglia, tutti quanti commossi. E lì ho capito che cos'è per me la Juve: non è solo una squadra di un gioco che non seguo nemmeno troppo, il bianco e il nero per me sono i colori della mia famiglia e ieri uno di noi ci stava dicendo che un'epoca, quella del Pinturicchio, stava finendo.
Io che non mi muovo mai, che per convincermi ad uscire come minimo devi farmi annusare la promessa di una pizza ieri pomeriggio ho mangiato due pan di stelle mentre mi cambiavo. Io, che son sempre in ritardo, aspettavo già da un paio di minuti in strada la macchina della mia amica e il suo moroso per andare a Torino.
Ho visto gente appesa in ogni dove: un ragazzo seduto su un semaforo, altri sui tetti delle edicole della piazza e pure un paio a (anzi, sul) cavallo. Che io anche fossi stata in grado di salirci mi sarei cagata in mano per tutto il tempo, ma a quanto pare quelli si trovavano a loro agio.
Ho visto passare il pullman con i calciatori sopra. Molti di loro non li avevo mai visti e la miopia certo non aiuta.
Ho salutato il mio capitano, alto poco più della transenna.
Ieri sera addormentandomi ho pensato che per fare grandi cose non servono sempre gambe lunghe, serve la voglia di correre, fermezza, tenacia, capacità di stare con gli altri, di essere decisivi, di continuare a crederci, tanta voglia di diversi e molta eleganza. E questo me l'ha raccontato un ragazzo che da piccolo si vergognava di dire che voleva fare il calciatore perchè non gli sembrava un lavoro vero, ma non ha smesso mai di inseguire il suo sogno.
Grazie Alex!