E' presto per dirlo, ma da quel che si è visto l'altra sera, specie nella seconda parte, sembra che lo tsunami di lacrime che ha inondato lo studio nella puntata iniziale si sia fermato. E che si comincino a riparare i danni, con l'arma di una sana severità che crea scompiglio fra i concorrenti, specie fra gli eliminati. Stavolta, sto dalla parte dei cattivi, rei di interpretare un ruolo che dovrebbe essere la regola, in un programma che ricerca l'eccellenza e che mette in palio centomila euro, oltre ad un contratto con una casa editrice. Era questa assenza, quella che lamentavo la scorsa volta e che temevo avrebbe prevalso sullo spirito del format originale, vittime come siamo dello spirito tutto italiano del "tengo famiglia" e della lacrima facile. Ma stavolta, la musica è cambiata e la chiave in cui si suona è quella della ricerca della capacità, della resistenza fisica, della padronanza della tecnica e dei guizzi dell'invettiva. Certo, restano i dubbi sui criteri di selezione dei concorrenti, molti dei quali sono lontani anni luce dal poter reggere a questi parametri: ma se la direzione resta questa, e magari si incanala in un percorso sempre più delineato e consapevole, abbiamo buone speranze di vedere un Masterchef di tutto rispetto, sia in sè che nel confronto con le edizioni degli altri Paesi.
Ed ora i commenti, a bocce ferme