Non so a voi, ma se a me danno un appuntamento in un posto con due ingressi, finisco sempre in quello sbagliato. Quello dove la persona che devi incontrare non c'è, per intenderci. Che magari qualche volta è pure quello giusto, e in quello sbagliato c'è finito il tipo con cui ti devi vedere ma, in ogni caso, il risultato non cambia: si perdono minuti preziosi, si consumano le suole delle scarpe e, quel che è peggio, quando alla fine ci si trova, non sono le nostre persone che si salutano, ma le nostre carogne.
Mi è successo mercoledì, con la Cecilia, e mi è ricapitato ieri, con la Paola. Solo che, nel primo caso, si trattava di un aperitivo tranquillo, in un giorno di festa e il luogo prescelto era lo Champa, dove ci arrivi giocoforza a piedi e dove gli ingressi sono a pochi metri l'uno dall'altro; nel secondo, invece, si trattava della rimessa degli autobus di sampierdarena, alle 7 del mattino di un giovedì lavorativo, con i banchi del mercato all'ingresso superiore, gli autobus che si piazzavano di traverso alla strada all'ingresso inferiore e dove, ovviamente, ci sono andata in macchina. Il che, comunque, come vi dicevo è prassi: ragion per cui, quando ho visto che non c'era nessuno, ho afferrato il cellulare, ho incastrato la mini fra due banchi di costumi e ho iniziato a chiamare. Solo che, orrore, non c'era campo.
Ora, quando io dico che, di temperamento, sono ansioso, vi prego di non prendermi alla lettera. L'ansia, infatti, è uno stato definibile e pertanto circoscritto, con modalità di espressione riconoscibili e riconducibili al predetto disturbo.
Quella che prende me, invece, è qualcosa di assolutamente indefinito e incontenibile, una specie di raduno di tutte le sensazioni negative, di matrioska del "se può andar male lo farà", che si incasellano l'una nell'altra, in un crescendo di situazioni traggggiche e....: cavolo, non la trovo... e ora prendiamo traffico e non arriviamo in tempo.. e ora lei telefona a casa... e ora finirà che si preoccupano - non è vero: in casa mia, l'unica che si preoccupa sono io, che faccio per tre. Gli altri due, se cade il mondo, si spostano, sia chiaro. In modo che possa prender bene la mira e farmi secca al primo colpo.
Insomma, per farla breve, tempo tre secondi e mi è preso l'attacco di ansia. Per cui, anzichè fare la cosa giusta- e cioè, parcheggiare la mini, recuperare un bar, prendermi un caffè e chiedere di teelfonare- ho iniziato a vagare per il quartiere in stile via Crucis, alla ricerca del campo perduto, ora scendendo dalla macchina, ora spegnendo e riaccendendo il cellulare, ora facendomi mezzo km di coda, incastrata fra due autobus, col braccio sinistro bello teso fuori dal finestrino, pronto a cogliere al volo il primo segnale.
Quando alla fine è avvenuto il ricongiungimento, in puro stile Carramba, con tanto di corsa a braccia aperte in quel di via Cantore, è partita la seconda puntata: " cavolo, è il compleanno di mia mamma... devo dire alla dani di pensarci lei, al blog... mi deve telefonare tizio... e caio.... e sempronio..." fino ad arrivare al clou del clou, vale a dire la consegna del compito di greco della creatura. Quello del participio congiunto e del "gliel'ho già detto sabato, all'interrogazione, che cos'è". Quello per cui si trepida in casa, su feisbuk e pure sul blog della madre, visto che l'esito di un anno di scuola dipende tutto da qui.
Corro ai ripari e chiamo il marito. Nel frattempo, ho fatto un Genova- Sanremo in un'ora e dieci, con la Paola abbarbicata alle maniglie della portiera in stile koala terrorizzato, ("l'hai visto il segnale? l'hai visto il limite? il guard rail, ale, IL GUARD RAILLL), ma una volta arrivati ("atterrati", a sentire la mia compagna di viaggio) non ho esitazioni.
"Giulio, chiama il 119 e fagli un mazzo così, s'è mai visto, l'ho sempre detto che bisogna cambiare operatore, porca miseria, è un anno che lo ripeto, ma noi no, semper fideles, perinde ac cadaver" e mentre avanzo nella litanìa, aggiungendo che a me il cellulare serve per telefonare, toh, c'è ancora qualcuno che lo usa per questo e che io sì che lavoro e che non è pensabile- non-è-pen-sa-bi-le- che io non sia raggiungibile, quando devo fare gli auguri a mia mamma e mi devono telefonare quei tizi là e la creatura etc etc, il marito mi dice serafico che abbiamo cambiato operatore. E che quindi sono senza campo perchè ora ho il contratto con un altro.
Avete presente quando, dopo aver brancolato nel buio, senza sapere dove state andando e perchè, ad un certo punto le nubi si squarciano e tutto si illumina? Ecco, a me è successo uguale: perchè all'improvviso, mi sono ricordata di aver ricevuto un sms dal nuovo operatore, giusto il giorno prima. Che però non ho letto, perchè non trattandosi del mio, non è stato neanche preso in considerazione.
Commetto l'errore gravissimo di dirlo al marito il quale, ratto come il fulmine, ne approfitta subito per farmi passare dalla parte del torto
"come sarebbe che è colpa mia che non te l'ho detto? mi hai detto, TU ,che cambi il contratto al MIO telefono? " e giù miserie su miserie, che si concludono solo con l'approssimarsi dell'impegno di lavoro e sulla solenne promessa che, da ora in poi, gli verranno riferiti i contenuti di tutti i messaggi, "chiama ora2 e offerta promozionale di pannolini pampers compresi.
La buona notizia arriva verso l'una, quando il cellulare della Paola si illumina e lei dice compunta "dottoressa, forse questo è importante, se vuole possiamo sospendere un attimo". Io leggo solo "sette di greco" e tanto mi basta, ma deve esserci scritto anche dell'altro, per spiegare il moto sussultorio della mia segretaria, che percepisco con la coda dell'occhio, mentre cerco di mantenere il solito contegno professionale. E' quando sento che si soffia il naso, che decido di approfondire e mi impadronisco del suo telefono: "Dì alla Erinni che hai di fianco che abbiamo preso 7 di greco", c'è scritto. E quella, non la finisce più di sogghignare.
Solo che io, fra poco, devo andare in ufficio. Col tailleur, le perle e la 24 ore. E la certezza - matematica- che un "ciao, erinni" mi arrivi già dalla portineria.
Per cui, se trovate Pascal, che in questo contesto è quello vero, l'unico che conti- e cioè, il parrucchiere della Valeria Marini /Sabina Guzzanti- vi prego vi prego vi prego, dirottatelo da me. Che se c'è una che ha bisogno di ritrovare la sua immagine, quella, stavolta, sono io...
LASAGNE ALLA PORTOFINO

Trattasi dell'unica eccezione alla regola per cui il pesto NON si cuoce: la si è ammessa con tutti i contorcimenti di bocca e di naso possibili e, d'altronde, il nome parla da solo,, con quel richiamo a Portofino che, oltre ad essere ben fuori delle nostre mura, rimanda anche ad un mondo che nulla, ma proprio nulla ha a che vedere con il nostro, dove la gente è ruvida e selvatica e la riccheza si declina nei toni di un'eleganza sobria e di una signorilità che rifugge dall'apprire, dal chiasso, dalla volgarità. Per cui, diamoglielo pure, il pesto cotto, a 'sti foresti con le palanche e, tanto per non smentirci, facciamoglielo pure pagar caro: anche perchè 'ste lasagne riescono comunque così buone, ma così buone ma così buone, che son sempre un affare. Parola di zeneize
per 4 persone
lasagne fresche, 500 g
un vasetto di pesto comprato (200/250 g)
(parentesi: io, queste lasagne le preparo con il pesto buono, quando è un po' vecchio di frigo. Ma solo perchè per noi avere il pesto buono in casa è come per i bolognesi il ragù e per i napoletani la salsa di pomodoro. Altrimenti, non state a sprecare del buon basilico per un piatto che lo maltratta un po': usatene un vasetto comprato, ovviamente di qualità, e non pensateci più)
700 ml di bechamelle liquida (50 farina, 50 burro, 700 latte, sale)
Cuocere le lasagne in acqua bollente, con un cucchiaio d'olio per evitare che si attacchino. Se usate quelle che possono andare in forno senza cottura, seguite le istruzioni sulla confezione.
Accendete il forno a 200 gradi
Versate uno strato di bechamelle sul fondo della teglia e disponetevi sopra uno strato di lasagne, che ricoprirete con altra bechamelle e un cucchiaio di pesto, stendendolo bene su tutta la suuperficie. Coprite con un secondo strato, mettete la bechamelle e il pesto e proseguite in questo modo fino all'esaurimento degli ingredienti. Sopra l'ultimo strato, diluite bene il pesto nella behcamelle, per evitare che bruci, e spolverate con abbondante parmigiano grattugiato.
In forno per una mezz'oretta, fino a quando si sarà formata sopra una crosticina croccante e la cucina sarà invasa dal profumo del pesto.
Buona giornata
Ale